martedì 30 giugno 2026

Voti truccati e propaganda: come Israele ha comprato l'Eurovision per nascondere l'orrore di Gaza - Eliana Riva

L'inchiesta del New York Times svela il piano di Netanyahu: milioni di dollari in hasbara, influencer arruolati e voti pilotati per ripulire un'immagine distrutta dal genocidio

Mentre le bombe radono al suolo Gaza, Tel Aviv stacca assegni milionari per comprare il consenso che le armi hanno distrutto. Un’inchiesta del New York Times svela gli investimenti di Tel Aviv nell’Eurovision: dietro le canzoni pop si nasconde una macchina da guerra propagandistica pronta a tutto pur di non restare isolata.

Dopo due anni e mezzo di massacri ininterrotti nella Striscia di Gaza, quella che una volta veniva venduta come “l’unica democrazia del Medio Oriente” è oggi percepita da larga parte del mondo come una potenza sanguinaria e priva di umanità. Un articolo del quotidiano israeliano Yediot Ahronot definiva il 7 ottobre 2023 non solo un fallimento militare e d’intelligence ma anche un collasso “comunicativo, percettivo e morale”. L’empatia internazionale rappresenta rappresenta per Israele un pilastro fondamentale di legittimità. Per questo, invece di fermare il massacro, il governo Netanyahu ha deciso di investire cifre colossali per plasmare la narrazione e ripulire un’immagine ormai logorata dal peso di decine di migliaia di vittime palestinesi.

La guerra dei milioni: l’Hasbara all’attacco

Il Ministero degli Esteri israeliano ha ricevuto per il 2025 un budget mostruoso: mezzo miliardo di shekel (circa 145 milioni di dollari) destinati esclusivamente al rafforzamento della hasbara, la cosiddetta “diplomazia pubblica” che nella pratica si traduce in propaganda pura e spesso molto aggressiva. A questi si aggiungono altri 40 milioni di dollari spesi dal governo nel suo complesso. L’obiettivo è quello di arruolare influencer, professori, giornalisti, programmi, e persino “celebrità arabe” disposte a difendere il sionismo, per spezzare quella che Tel Aviv definisce l’alleanza tra “islamisti e sinistra”. Ma i soldi servono anche a finanziare cattedre universitarie, reti e programmi radio-televisivi, “giornalisti”, sponsorizzate web. Solo nel 2024, l’agenzia pubblicitaria governativa Lapam ha inondato il web con oltre 2.000 annunci, di cui più della metà rivolti a un pubblico internazionale, per cercare di vendere la versione del governo Netanyahu.

L’Eurovision come arma di Soft Power

In questo scenario di isolamento diplomatico, l’Eurovision Song Contest è diventato il campo di battaglia perfetto. Un’inchiesta del New York Times rivela che gli sforzi di Israele per influenzare l’evento sono stati molto più profondi e coordinati di quanto ammesso finora. Mentre fioccavano le accuse di genocidio, i diplomatici di Tel Aviv contattavano freneticamente le emittenti televisive europee per evitare il bando dalla competizione.

Per il governo Netanyahu, l’Eurovision non è mai stata una gara canora, ma un’opportunità strategica di soft power per dimostrare che il pubblico europeo amasse ancora Israele, nonostante l’orrore di Gaza. I documenti finanziari lo dimostrano: Israele ha speso almeno un milione di dollari in marketing specifico per l’Eurovision, con fondi provenienti direttamente dall’ufficio della hasbara del Primo Ministro al fine di promuovere il proprio artista. L’inchiesta rivela che questi fondi sono stati utilizzati per inondare YouTube e i social network di annunci mirati durante la competizione.

Oltre al marketing digitale, la strategia ha previsto un uso spregiudicato di interviste e comparsate televisive per umanizzare l’immagine dello Stato: il governo ha arruolato influencer e “celebrità arabe”, come la siriana Rawan Osman, facendole apparire in podcast e programmi media per diffondere messaggi pro-israeliani e difendere il sionismo davanti a una platea internazionale. Lo stesso Netanyahu e il presidente Herzog hanno partecipato a questa messinscena, facendosi fotografare in pose amichevoli con i cantanti per trasformare ogni apparizione pubblica in un tassello della propaganda governativa, mentre i diplomatici israeliani facevano pressione dietro le quinte sulle emittenti televisive europee per garantire visibilità e protezione ai propri artisti.

Voti pilotati

Nel 2025, il governo ha orchestrato una campagna aggressiva invitando agli spettatori stranieri di “votare 20 volte” (il massimo consentito) per il rappresentante israeliano. Lo stesso Netanyahu ha postato grafiche sui social per spingere questa mobilitazione forzata.

L’analisi dei dati di voto del New York Times dimostra come questa strategia abbia distorto i risultati: in molti Paesi, il volume dei votanti è così esiguo che basta la mobilitazione coordinata di poche centinaia di persone che votano ripetutamente per ribaltare l’esito nazionale. Il caso della Spagna è emblematico: nonostante l’opinione pubblica fosse ferocemente contraria alle politiche israeliane, Israele ha ottenuto il 33% del voto popolare, un risultato artificiale costruito a tavolino con dollari e algoritmi.

L’anno prima, nel 2024, la cantante israeliana Eden Golan aveva ottenuto il secondo posto nelle preferenze del pubblico, conquistando la vetta dei consensi in diversi Paesi caratterizzati da un radicato orientamento solidale con la Palestina. Secondo diversi media israeliani conservatori, tra i quali il portale d'informazione israeliano Ynet, tale risultato sarebbe la dimostrazione che, contrariamente alle percezioni, l'opinione pubblica internazionale non nutra un'ostilità diffusa nei confronti del Paese.

Il ricatto finanziario e le scelte dell’EBU

L’European Broadcasting Union (EBU) emerge dall’inchiesta del New York Times come il principale architetto di un’operazione di insabbiamento volta a proteggere a ogni costo la permanenza di Israele nel concorso, mentre la Russia anche quest’anno ne rimane esclusa. Davanti a una rivolta interna senza precedenti, l’organizzazione ha trasformato i dati sulle votazioni in un segreto di Stato inaccessibile persino alle proprie emittenti associate. Quando la Slovenia ha denunciato anomalie sospette già dopo l’edizione del 2024, gli organizzatori hanno risposto con il silenzio, ignorando le richieste di chiarimento. L’anno successivo, di fronte a nuove proteste, l’EBU ha continuato a negare ogni trasparenza, fornendo solo dati superficiali definiti “top-line” ed evitando accuratamente di commissionare indagini esterne indipendenti che potessero far luce sulle campagne di voto orchestrate da Tel Aviv.

La strategia per blindare Israele è passata attraverso manovre procedurali definite dagli stessi protagonisti come “bizzarre” e opache. Per evitare di affrontare un voto esplicito sulla partecipazione israeliana, i vertici dell’EBU hanno architettato un inganno burocratico durante l’incontro di Ginevra. Invece di decidere sull’esclusione di uno Stato sotto accusa per genocidio, hanno indetto uno scrutinio segreto su semplici modifiche tecniche al regolamento, come la riduzione del limite di voti per utente. Approvando queste nuove regole, i membri hanno implicitamente confermato la presenza di Israele nella competizione senza dover mai votare direttamente sulla questione. Questa mossa è stata difesa dalla presidente Delphine Ernotte Cunci come la soluzione “più democratica possibile”, mentre altre emittenti, come la belga VRT, hanno denunciato duramente come l’organizzazione si stesse nascondendo dietro le linee guida pur di non discutere di diritti umani.

L’EBU ha valutato che l’espulsione di Israele avrebbe innescato perdite finanziarie insostenibili, stimate in oltre 600.000 dollari in tasse di partecipazione, a causa del possibile ritiro di alleati chiave come la Germania e l’Estonia. Il timore del collasso è diventato concreto quando l’Austria, incaricata di ospitare l’edizione del 2026, ha ventilato internamente l’ipotesi di ritirarsi per solidarietà con Israele, minaccia che avrebbe lasciato il concorso senza una sede. Per scongiurare il disastro economico, l’EBU ha ignorato persino il parere dei propri legali, che avevano confermato la piena legittimità giuridica di un’eventuale esclusione di Israele, preferendo invece imboccare la strada della censura. Il team di comunicazione dell’EBU è arrivato a inviare email alle emittenti nazionali per scoraggiarle attivamente dal parlare con i giornalisti, nel tentativo disperato di soffocare uno scandalo che stava ormai minacciando l’esistenza stessa della manifestazione. In questo modo, l’EBU ha scelto di sacrificare l’etica e la trasparenza sull’altare del profitto, rendendosi complice di una manovra di propaganda che ha trasformato un evento culturale in uno strumento di legittimazione politica.

da qui

lunedì 29 giugno 2026

Amore per le Forze Armate (italiane) e subalternità al potere - Omar Onnis

 

Il 17 giugno 2026 è stato presentato pubblicamente l’accordo tra l’ASPAL (Agenzia Sarda per le Politiche Attive del Lavoro) e il Comando Militare Esercito Sardegna (CME Sardegna). A quale scopo? La comunicazione ufficiale nel sito della Regione Autonoma Sardegna recita così:

L’obiettivo principale della partnership è quello di sviluppare forti sinergie istituzionali per informare e orientare i cittadini sardi sulle diverse opportunità di carriera offerte dall’Esercito Italiano, rafforzando contestualmente la rete territoriale dei servizi per il lavoro. Le azioni previste si rivolgono in modo specifico ai giovani in uscita dai percorsi scolastici e formativi, ai disoccupati o a chiunque sia in cerca di una nuova occupazione, nonché ai volontari congedati senza demerito dalle Forze Armate, favorendo così l’occupabilità complessiva sul territorio regionale.

In una terra ad alta emigrazione, specie giovanile, con problemi irrisolti di trasporti interni ed esterni, spopolamento, crisi del settore primario, dispersione scolastica la politica di vertice favorisce una relazione privilegiata con le Forze Armate italiane, impegnandosi ad orientare le scelte proprio delle fasce giovanili verso impieghi militari.

Non c’è partita strategica in cui la politica sarda riesca mai a accennare una soluzione strutturale, a parte effetto annuncio e propaganda, o soluzioni tampone che perlopiù aggravano il problema. Le uniche cose in cui è attivissima sono gli affari delle varie lobby private, a cui sono legati i vari personaggi o le diverse consorterie clientelari, e la realizzazione dei desiderata delle rispettive case madri d’oltre Tirreno.

I casi concreti si sprecano: il mancato intervento in materia di dimensionamento scolastico (che ha di fatto spalancato le porte al commissariamento della Regione in materia, dunque alla realizzazione dei piani governativi); la mancata presa di posizione sull’ampliamento della RWM di Domusnovas (che ha di fatto accelerato la sua approvazione e in cui la RAS si costituisce nel procedimento *contro* i comitati e le associazioni); l’affare scandaloso di Cala Finanza a Loiri/Porto San Paolo; la privatizzazione degli aeroporti sardi. Ora questo accordo di partenship privilegiata con le Forze Armate.

Ricordiamo che la responsabilità della disastrosa occupazione militare della Sardegna, con decine di migliaia di ettari sottratti all’uso civile e in buona parte compromessi da sperimentazioni di ordigni ed esercitazioni a fuoco, è da attribuire precisamente al Ministero della Difesa. Abbiamo un bel chiamare in causa USA e NATO, nelle nostre analisi e nelle ricorrenti manifestazioni: la verità è che siamo una colonia militare *dello Stato italiano* (oltre al resto) ed è allo Stato che bisognerebbe chiederne conto. Invece, sia la politica sia, in diverse occasioni, le università sarde hanno da tempo dimostrato un vero e proprio amore verso l’apparato militar-industriale. Qualcuno ricorda la farsa delle “caserme verdi”? E il favore sperticato con cui vengono accolte tutte le decisioni ministeriali a proposito delle basi dell’isola (ampliamenti, estensione dei compiti, collegamento sempre più forte con la ricerca bellica), come fossero favori di cui essere grati?

La cosa grottesca è che nel frattempo i vertici politici sardi – nelle persone della presidente Todde e del presidente del Consiglio regionale Comandini – trovano il tempo per partecipare a Oliena a un convegno organizzato in memoria di Mario Melis e disquisire di autonomia, di statuto, di riforme. A leggere bene i resoconti dei loro interventi, a cominciare dai virgolettati, sotto il velo della retorica, si intravvede l’intenzione di normalizzare e neutralizzare la relazione con lo Stato italiano. Non è solo una questione di ignoranza storica e di mediocrità politica (che ci sono, beninteso).

Ricordiamo che la presidente Todde ha più volte stigmatizzato l’uso di concetti come “colonialismo” e come “resistenza”, riguardo al rapporto Italia-Sardegna. E ha dichiarato che l’autonomia speciale fu una sorta di concessione benevola dello Stato in quanto la Sardegna era una terra “arretrata”, povera, da tutelare e aiutare. Prese di posizione a dir poco discutibili su vari piani. Ma, al di là di questo, appare una volontà di “integrare” ancora di più la Sardegna dentro lo stato italiano, ovviamente come “area di sacrificio” (altra espressione usata dalla presidente Todde in altre circostanze). Per il suo bene, ovviamente, dato che “da soli non ce la possiamo fare”. Una nuova “Perfetta fusione”, come quella implicata dalla campagna per “l’insularità in costituzione”; ossia, il contrario di un percorso di conquista di responsabilità e competenze in senso autodeterminazionista. 

Il tutto attuato con una postura elitaria, anti-popolare, allergica a una democrazia reale, finalmente realizzata.

Il lavorio sostanzialmente clandestino su una nuova legge statutaria e sulla riforma dello stesso Statuto non lasciano ben sperare. Invocare, come ha fatto a Oliena la presidente Todde, una larga partecipazione “dal basso” su temi così rilevanti contrasta platealmente con le modalità di azione di questa giunta (“i legislatori siamo noi”) e con i suoi obiettivi non dichiarati ma palesi.

A parte la fanbase di Todde e soci, irrecuperabile (andate a guardarvi i loro commenti sui social), il resto della cittadinanza sarda dovrebbe restare molto vigile sulle decisioni concrete di questa compagine politica. Dovrebbe sempre distinguere lucidamente tra dichiarazioni pubbliche e fatti, tra comunicazione e decisioni pratiche.

È probabile che questa legislatura vada a finire al suo termine naturale. La presente amministrazione regionale ha dunque altri due anni e mezzo per combinare ulteriori disastri. Non servirà a nulla rivelarli, criticarli, prenderne le distanze se non emergerà una forte opposizione reale, popolare, che possa sostenere, sia a livello locale sia a livello apicale, candidature alternative all’oligarchia podataria che sta finendo per distruggere quanto resta del tessuto culturale, sociale e produttivo dell’isola.

da qui

domenica 28 giugno 2026

Di aeroporti e di parole - Lucia Chessa

A meno che non vi sia capitato di fare studi giuridici, è molto probabile che non abbiate mai sentito la parola “Infungibile”. Non preoccupatevi, è normale.

In realtà non è difficile coglierne il significato. Vuol dire semplicemente insostituibile. Ad esempio si dice di un farmaco che non può essere sostituito con un altro della stessa efficacia perché c’è solo quello, punto. Oppure si dice di un’opera d’arte. Ad esempio puoi sostituire la Cappella Sistina con la sua storia, la sua bellezza, la sua collocazione con un’altra cosa simile? No, perché c’è solo quella. E’ unica. Punto.

Anche nel linguaggio giuridico “infungibile” indica un bene, di un servizio o di una prestazione che non può essere rimpiazzato con un altro, perché oggettivamente è unico, non c’è nessun altro che possa svolgere la stessa funzione. Infatti, nel Codice dei Contratti Pubblici, l’infungibilità consente di procedere con affidamenti diretti, senza gare pubbliche e senza bando.

Ecco. Una volta compreso questo, si può procedere a parlare ancora del percorso in atto in Sardegna, con la regia della Camera di Commercio di Cagliari, della Giunta e della presidenza della Regione Sardegna e del Fondo di investimenti privato F2i che si concluderà con la soppressione di ogni possibilità di intervento significativo della parte pubblica su tutti gli scali sardi.

L’operazione, ricordiamolo, che sembra un ginepraio di ingegneria finanziaria, un manuale di aggiramento di ostacoli, una corsa come se non ci fosse un domani, è iniziata con l’acquisizione da parte del fondo di investimento privato F2i della gestione degli aeroporti di Olbia e Alghero. Rimaneva fuori Cagliari, gestito fino ad oggi da un soggetto pubblico e cioè dalla Camera di Commercio di Cagliari la quale però, ha già deliberato la cessione delle proprie azioni, fino a cederne la maggioranza, al medesimo fondo di investimento che già controlla i due scali del Nord Sardegna e cioè F2i.  Perché proprio a loro e non ad altri? Per il principio di infungibilità. Praticamente, nella delibera che da avvio all’operazione, la Camera di Commercio di Cagliari Oristano, appellandosi al concetto di infungibilità ha ritenuto che non fosse necessario un bando ed una gara pubblica ed ha individuato direttamente il soggetto privato che, in sostituzione del pubblico, avrà in mano il destino dell’aeroporto di Elmas. Questo affidamento diretto, motivato con l’infungibilità, senza un bando pubblico è uno dei motivi, neanche l’unico, che fondano il parere contrario espresso dalla Corte dei Conti e che Regione Sardegna e Camera di Commercio si sono reciprocamente impegnati ad ignorare. Possibile dirà qualcuno? Si. Possibile. Risulta sempre più chiaro quanto le regole siano flessibili.

Catania invece è una città della Sicilia. E’ servita da un aeroporto che per traffico  di passeggeri è il quinto in Italia, nel 2026 ne sono attesi 13 milioni. La tratta Catania – Roma è la più trafficata d’Italia con più di 150 voli settimanali (un sogno in Sardegna). Oggi è gestito da Camera di Commercio del Sud Est Sicilia, Istituto Regionale per lo sviluppo delle attività produttive, più piccole quote del Comune e della città metropolitana di Catania. Anche li è in corso una cessione di azioni oggi in mano pubblica che saranno acquisite da privati. Ma in che modo? Senza bando pubblico appellandosi all’istituto della infungibilità? Individuando subito e direttamente chi acquisirà il controllo dello scalo? Manco per idea!

E’ stato fatto un bando, con scadenza 15 giugno, per acquisire le disponibilità dei soggetti interessati e anno partecipato in 14. Acquisite in questo modo le manifestazioni di interesse, si procederà a definire il piano industriale cioè gli investimenti che l’attuale gestore ritiene necessari tra cui, nello specifico, due nuovi terminal, una nuova pista di atterraggio, nuovi parcheggi,  collegamenti esterni con mezzi pubblici. E questo piano sarà messo a gara. Il privato che  si aggiudicherà la gara acquisendo la gestione dell’aeroporto sarà tenuto a realizzare quegli investimenti. Oneri e onori dunque.

Notate qualche differenza con quanto sta avvenendo in Sardegna? Io si, molte. Niente infungibilità, niente tappeti rossi, piano industriale con richiesta di investimenti precisi, gara pubblica, soggetti privati in concorrenza tra loro, niente figli di galline bianche.

Svendere sta diventando la regola. Svendere tutto impunemente.

da qui

sabato 27 giugno 2026

La parata militare umilia il 2 giugno. E pure i cavalli - Tomaso Montanari


“Chissà che discorsi geniali / sanno fare i cavalli”. Affiorano alle labbra questi versi di Gianni Rodari leggendo che la notte di venerdì un gruppo di cavalli, quasi sperando di tornare branco libero, è scappato dai preparativi della parata militare del 2 giugno, galoppando via in mezzo al caos romano. Erano stati spaventati, pare, dai botti sparati da un vigile urbano: cioè, con rispetto parlando, da una versione caricaturale dei soldati che tirano le bombe. Così, spaventati dalla finzione della guerra hanno provato a fuggire dalla pomposa celebrazione della guerra in cui sarebbero stati mute comparse.

Chissà che discorsi davvero geniali saprebbero farci, quei cavalli pacifisti – o almeno pacifici. Certo più geniali di quelli della classe politica italiana, che in ottant’anni di Repubblica non è riuscita a trovare un modo di onorare il 2 giugno che non tradisse clamorosamente lo spirito della Costituzione.

La parata del 2 giugno, questa “mala parata”, è di fatto un’esibizione di armi. Tanto pervasa da spirito militarista che i volontari del servizio civile, che vi prendono parte, hanno dovuto scrivere una lettera ai vertici dello Stato per chiedere di non essere obbligati a marciare inquadrati e a passo cadenzato come se fossero militari: pratica alla quale venivano formati nelle caserme! La parte del Paese che ha a cuore la pace, e la Costituzione, guarda con sgomento a questa esibizione, che traduce in liturgia armata le infelici parole dell’inno nazionale (un altro pezzo di storia che andava serenamente pensionato dopo la Costituzione) per cui saremmo pronti non già alla vita, ma “alla morte”.

Nello scorso aprile, su Avvenire, Luigino Bruni, Elena Granata e Tommaso Greco (insieme ad altre e altri) hanno proposto di “sostituire la parata militare del 2 giugno, con le sue liturgie che rimandano a un passato da ripudiare, con una sfilata civile, come gesto politico concreto per dare spazio a una riflessione comune sulle ragioni che ci tengono assieme davanti a sconvolgimenti epocali”. E in questo 2 giugno la Rete italiana Pace e Disarmo e “Sbilanciamoci!” promuovono in numerose città diverse iniziative popolari per festeggiare una Repubblica che “ripudia la guerra”: biciclettate, flash-mob per la pace, letture della Costituzione e presìdi nei territori.

E invece a Roma – sulla via fascista e colonialista dei Fori imperiali, e sotto lo sguardo annuente del garante supremo della Carta – sarà drammaticamente visibile, e pubblicamente onorata “la stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche (che) genera una ‘nazione armata’, in cui la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica e il mercato delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche” (sono parole, profetiche, della prima enciclica di Leone XIV). La “nazione armata” al posto della “Repubblica che ripudia la guerra”: che colossale atto di diseducazione collettiva. Come si fa a celebrare il ripudio della guerra, questo principio rivoluzionario che spacca in due la nostra storia, continuando stancamente a sfilare in una parata militare che si pratica sostanzialmente identica dai tempi del militarismo imperiale dei romani antichi, e probabilmente anche da prima?

L’articolo 11 della Costituzione è una rivoluzione culturale sconvolgente, come capì don Milani: “È un invito a buttar tutto all’aria: all’aria buona. La storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora”. Buttare tutto all’aria significa – ancora con don Milani – capire che “allora l’esercito non ha mai o quasi mai rappresentato la Patria nella sua totalità e nella sua eguaglianza”. Quell’articolo obbligava a rileggere la storia italiana, per costruire un futuro completamente diverso. Don Lorenzo l’aveva fatto, con i suoi ragazzi: “Abbiamo dunque preso i nostri libri di storia (utili testi di scuola media, non monografie da specialisti) e siamo riandati a cento anni di storia italiana in cerca d’una ‘guerra giusta’. D’una guerra cioè che fosse in regola con l’articolo 11 della Costituzione. Non è colpa nostra se non l’abbiamo trovata”.

Ecco perché oggi, invece della della “nazione armata”, vorremmo vedere sfilare la Repubblica disarmata, e disarmante. Vedere sfilare donne e uomini che lavorano negli ospedali e nelle scuole, nei tribunali e nelle procure, nella cooperazione e nel terzo settore, nelle università e nei musei: e anche nelle caserme, sì, ma non in divisa e con le armi. Una parata buona, aperta dalla Flotilla per Gaza e da Emergency, e chiusa dai nostri diplomatici e da chi studia e insegna Diritto internazionale. Di questo abbiamo bisogno, in questo 2 giugno in tempo di guerra e genocidio. Bisogno di cittadine e cittadini pronti a disertare la guerra: a disertarla come quei cavalli in fuga, animali geniali.

da qui

venerdì 26 giugno 2026

A Bachis Bandinu - Omar Onnis

Como est su momentu de su dolu. Unu dolu mannu e malu. Non benit bene a nàrrere chie fiat, chie est! Bachis Bandinu, cando su coro est prenu de tristura e su cherbeddu peleat pro elaborare unu datu de fatu goi feu. Epuru, tocat de atzapare su coràgiu e nàrrere nessi cuddas pagas cosas chi benint a sa mente a sa sola, pensende a un’òmine che a issu.

L’ant a mentovare in ammentos e decraratziones de cundolèntzia fintzas gente chi fiat a un’àtera banda, in sensu polìticu, morale, intelletuale. Ca Bachis Bandinu sa banda inube abarrare l’aiat seberada dae meda. Bachis Bandinu no est de totus. Est de chie l’at letu e ascurtau, e non petzi letu e ascurtau ma fintzas cumpresu. Chie at postu fatu a sos passos suos. Chi fiant lèbios a subra de sa terra non pro su pagu pesu de sa figura sua, ma pro sa manera rispetosa, generosa de si mòvere in su spàtziu pùblicu sardu.

Meda gente chi in custas dies at a chistionare de issu rapresentat su chi issu at cuntrastau totu sa bida. Ca issu non fiat unu intelletuale orgànicu a sos grustos de podèriu o a sas cricas corporativas de s’acadèmia sarda, de sos mass media, de sa “cultura di sinistra” (in italianu, est pretzisu) e de s’ambiente culturale sardu auto-colonizau e, a lu castiare bene bene, anti-sardu.

Su chi at iscritu e naradu Bachis Bandinu abarrat cun nois e abarrat bivu. Prus chi tzelebrare a issu, pro li torrare onore e reconnoschèntzia, diat èssere mègius meda a sighire su caminu suo, su caminu de sa cunsèntzia, de su ischire chie semus e inue semus postos in su tempus e in su spàtziu. Chena cumplessos de inferioridade, chena megalomanias tontas, cun sa boluntade de fàere e de fàere paris pro unu bene chi andat prus a largu meda de sos egoismos e de sos personalismos.

Adiosu, Babbu mannu de sa Sardigna.

da qui


ma anche qui

giovedì 25 giugno 2026

A proposito di nomi - Djarah Kan

 "Nelle nostre case popolari, sui citofoni, non abbiamo più Giuseppe, non abbiamo più Maria, non abbiamo più Francesco. Abbiamo Omar, abbiamo Mohammed, abbiamo Abdul. E questo, cari colleghi della sinistra, a noi di Futuro nazionale non va giù" ha detto ieri, l’onorevole Rossano Sasso di Futuro Nazionale.


Conosco personalmente almeno tre Mohammed con passaporto italiano.
Conosco anche un Abdul con passaporto italiano.
E di Omar poi...non ne parliamo proprio.
Omar è un nome proprio di persona italiano. Deriva dall'arabo ʿUmar (عُمَر), un nome molto antico della Penisola Arabica. Si è diffuso in Italia per via  del fascino esercitato dalla cultura orientale e grazie alla notorietà di figure storiche e popolari come Omar Khayyam, l'attore Omar Sharif e il calciatore Omar Sívori. Pur essendo rimasto relativamente raro, negli anni Settanta era molto comune nel Centro-Nord, soprattutto in Emilia-Romagna. 

Il nome Maria è la forma latina del greco biblico Μαρία (María), a sua volta mutuato dall'ebraico Miryam. Ma ancor prima della sua versione ebraica molti studiosi sono convinti che il nome Maria abbia avuto origine in Egitto.
"Mry" la sua versione egiziana, di fatto significa "amata". Ma andando ancora più indietro nel tempo si trovano tracce del nome Maria addirittura in Siria, ad Ugarit, una delle città più antiche del mondo.
Quindi prima di essere italiana, Maria è stata greca, egiziana, siriana, ebrea, ed ha attraversato l'Asia e l'Occidente, per poi fermarsi in Italia, nella sua forma latinizzata derivata dal greco biblico.

E l'italianissimo Giuseppe invece? Da dove verrà? Sarà anche lui il frutto di un'invasione straniera che per secoli ha silenziosamente colonizzato i gusti e le scelte di milioni di italiani nel mondo?
Beh. Anche qui non vorrei far sembrare l’onorevole Rossano Sasso un baccalà per nulla edotto su ciò che sostiene di identificare per certo come “nome italiano”. Ma proprio lui che di mestiere vorrebbe proteggere la cultura italiana dai maledetti figli di immigrati come me, dovrebbe scegliersi meglio i suoi esempi. Perchè neppure Giuseppe è spuntato dal suolo italico come un fiorellino autoctono nutrito solo ed esclusivamente da lacrime di patrioti coraggiosi, spaghetti al pomodoro, tricolore e sangue di antichi guerrieri romani. 
Giuseppe, prima di essere tirato in ballo durante quel patetico intervento poco degno di riecheggiare tra le mura della Camera dei Deputati, è stato un nome originatosi nell’Asia Occidentale. Yosef, Peppino, Giuseppe, è stato ebreo, poi greco (Iosepos) e infine latino (Ioseppos). E proprio da quest'ultima forma che deriva la versione italianizzata di Giuseppe.  

Francesco ha un'origine che indica addirittura l’appartenenza ad un altro popolo. Quello dei Franchi. Che non erano di certo italiani. Eppure oggi, il nome Francesco, che secoli fa indicava un popolo di barbari stranieri, è il più diffuso ed utilizzato in Italia. Un nome a tutti gli effetti “tipicamente italiano”.   

L’onorevole Rossano Sasso stesso, che vorrebbe distinguere nomi  italiani da stranieri, basandosi sui ciò che per sua ignoranza ritiene più o meno italico, ha un nome di origine persiana. Gli studiosi ritengono che il nome greco che ha dato origine a quello odierno, derivi da una forma persiana o iranica orientale ricostruita come *Raṷxšnā-, collegata alla radice iranica che significa “luminosa". Il che fa sorridere se penso a quanto poco “illuminato” sia un uomo che a 51 anni dice ancora stronzate ra/z*iste perchè senza torturare la dignità dei cittadini stranieri che vivono in questo Paese, non saprebbe come guadagnare quei 14.000 euro mensili che riesce a intascare  mentre finge di interessarsi di case popolari e italiani costretti a vivere sotto la soglia di povertà. 

Maria, Giuseppe, e Francesco sono nomi migranti. Non amo utilizzare la parola "migrante" a caso. Ma per i nomi italiani, non c'è parola più precisa. Perché questi nomi si muovono. Sono nomi vivi. Nomi nati da passaggi di bocche che non parlavano la stessa lingua ma che in modo o nell’altro, sono giunti al punto. 
 
Maria, Giuseppe e Francesco sono nomi che genitori africani, asiatici e di tutte le etnie oggi danno ai loro figli nati in Italia.
 
Maria è una ragazza con genitori cinesi che abita a Orta di Atella. Giuseppe è un ragazzo con genitori congolesi, nato e cresciuto a Cuneo. Francesco è nato a Terni da genitori pakistani. Mohammed ed Abdul quando vinceranno una medaglia d’oro alle Olimpiadi, per conto di questo Paese che a volte sa essere davvero ingrato e poco generoso nei confronti dei suoi figli, per una o due settimane diventeranno l’esempio più alto e valoroso di cittadinanza italiana.
 
Sulle nostre carte di identità ci sono già nomi che tengono insieme l’Italia e i nostri nomi tradizionali pieni di amore e benedizioni ancestrali. 
E se a quelli di Futuro Nazionale la cosa non va giù, poco ce ne fotte. Col tempo se ne faranno una ragione. Impareranno ad acculturarsi e  civilizzarsi anche loro. E magari, con un po’ di voglia in più di comprendere la cultura italiana senza ridicolizzarla con mezzi dialettici tanto miseri quanto imbarazzanti, impareranno a capire che Maria, Giuseppe e Francesco solo ad un certo punto, dopo un viaggio di secoli, prestiti, adattamenti e scambi culturali, sono diventati nomi italiani.
La vita è un viaggio inarrestabile. L’identità di un popolo come quella di ogni singolo individuo che compone il tutto, è un una forza dirompente che non si può contenere in un fragile barattolino di paure neofas*i*ste e abbiette riletture della nostra realtà. Realtà che pretende un'onestà intellettuale che un raz*ista senza alcuna conoscenza della ricchezza della propria cultura, non potrà mai incarnare.

Maria, Giuseppe, Francesco, Omar, Abdul e Mohammed per me sono nomi meravigliosi. Unici e indivisibili. Hanno continuato e continueranno a viaggiare, ad incontrare lingue, popoli e altre culture. Si adatteranno al presente. Sopravviveranno. E alla fine impareranno a guardare avanti, in attesa di cambiamenti. Persino i nomi "italici" che in teoria dovrebbero farci comprendere a colpo d'occhio chi merita una casa popolare e chi no, ci ricordano che italiani non si nasce, ma attraverso giri, passaggi, scontri e incredibili accidenti, lo si diventa. Chi vuole restare, chi si radica con volontà, nella quotidianità talvoltA difficile della vita di tutti i giorni, magari in una casa semplice, dove la priorità e andare avanti e garantirsi dignità e pace per sè o per la propria famiglia, è parte di questo Paese.
Vorrei sentire meno stronzate riecheggiare tra le pareti della Camera dei Deputati.
Perché qui c'è gente che lavora e tira a campare. Gente che aspetta che il Governo si tiri su le maniche per combattere contro la piaga del lavoro "povero" e degli stipendi da fame. La Camera dei Deputati ieri ha assunto l'aspetto di una discarica abusiva e abusante nei confronti di chi in questo Paese, ha la sola colpa di essere straniero e povero.

Ultimamente mi vergogno fin troppo spesso di condividere la cittadinanza con gente come Rossano Sasso.

Il Paese sprofonda nella povertà assoluta e i neo/asc*sti giocano con la rabbia e la disperazione di un popolo che in fondo disprezzano e che esiste solo per finanziare i loro stipendi. 

In una situazione così delicata, che esige un senso di responsabilità mai sperimentato prima in questo Paese, usare il razzismo per fare la sanguisuga attaccata alla giugulare della Lega, è imbarazzante.
Oltre che nauseabondo. 

La filippica sui citofoni, gli stranieri privilegiati e le case popolari, anche no. 
Proprio non ce la meritiamo.

mercoledì 24 giugno 2026

Ue, la finzione giuridica dei nuovi Ogm deregolamentati - Lorenzo Consoli


Abolite la valutazione di rischio, la tracciabilità e l’etichettatura obbligatorie

Il 17 giugno, a Strasburgo, la plenaria del parlamento europeo ha approvato, a larga maggioranza, la nuova normativa che deregolamenta una parte degli Organismi geneticamente modificati (Ogm), in particolare per le piante, introducendo una classificazione specifica per le Nuove tecniche genomiche (Ngt). Così come per l’altro regolamento, votato lo stesso giorno, sui rimpatri dei migranti a cui è stato rifiutato l’asilo nell’Unione, anche nel caso delle Ngt la nuova normativa si basa su una finzione semantica, che consente poi una finzione giuridica: le piante geneticamente modificate con l’uso delle Ngt “non sono Ogm”, e quindi non devono essere regolamentate come tali, così come i “rimpatri” (ritorno nel Paese di origine) possono essere in realtà vere e proprie deportazioni (i migranti possono essere trasferiti in Paesi terzi con i quali non hanno alcun legame: vedi qui).

In più, in Italia, dove nei decenni scorsi le organizzazioni agricole, le organizzazioni ambientaliste e i consumatori si erano opposti con successo al tentativo di introdurre le coltivazioni e gli alimenti geneticamente modificati nei campi e nei supermercati, il termine “Nuove tecniche genomiche” non è stato considerato sufficientemente appropriato e convincente per cambiare la percezione dell’opinione pubblica. Le organizzazioni agricole e il governo, ora risolutamente favorevoli alle Ngt, avevano bisogno di eliminare del tutto anche il riferimento alla genomica, perché evoca il sospetto (assolutamente fondato) che comunque è di Ogm che si parla, per quanto con alcune caratteristiche nuove. Così, è stato inventato e promosso il termine “Tecniche evolutive assistite” (Tea), prontamente accolto da quasi tutta la stampa nazionale.  

Per smontare questa manipolazione delle parole, basta leggere con attenzione il testo del “regolamento che deregolamenta” gli Ogm ricavati mediante le Nuove tecniche genomiche: l’articolo 3 definisce chiaramente le “piante Ngt” come “piante geneticamente modificate ottenute tramite mutagenesi mirata o cisgenesi”. Piante geneticamente modificate, dunque, senza ombra di dubbio, nonostante le affermazioni di ministri e organizzazioni agricole secondo cui “non si tratta assolutamente di Ogm”.  

Come funziona la deregolamentazione? Le Nuove tecniche genomiche (o Tea) sono definite secondo due gruppi distinti, Ngt1 e Ngt2, sulla base di un principio difficilmente giustificabile dal punto di vista scientifico: una soglia numerica. Le Ngt1, che non saranno più sottoposte alla regolamentazione Ue per gli Ogm, devono includere non più di venti modifiche genetiche complessive nel genoma della pianta, e gli inserimenti di nuovo Dna non devono superare la lunghezza di venti coppie di basi. Le Ngt2, invece, non dovranno rispettare queste condizioni, e saranno considerate a tutti gli affetti come degli Ogm, a cui continuerà ad applicarsi pienamente tutta la regolamentazione europea pertinente. Le differenze di trattamento normativo sono sostanzialmente tre: gli Ogm prodotti con le Ngt1 non dovranno più essere approvati con una procedura di autorizzazione europea, basata su valutazioni di rischio preventive, e non saranno più sottoposti agli obblighi né di tracciabilità né di etichettatura. Resterà, tuttavia, il divieto di usare le Ngt1 nell’agricoltura biologica.

Ma se le Ngt sono comunque delle nuove tecniche di manipolazione genetica delle piante, in che cosa differiscono dal modo in cui vengono prodotti in laboratorio gli Ogm tradizionali? Le differenze sono sostanzialmente due.

La prima è che nelle Ngt non può essere più usata la “transgenesi”, ossia l’introduzione, nel Dna della pianta che si vuole modificare, di tratti genetici provenienti da specie diverse da quella a cui la pianta stessa appartiene. Un caso concreto di cisgenesi (la sperimentazione è in corso in Italia), per esempio, è quello della “Gala Plus”, in cui si introduce nelle mele della popolare varietà Gala un gene della mela selvatica (della stessa specie, quindi), che rende la pianta meno suscettibile alla ticchiolatura, una grave malattia fungina. La cisgenesi può avvenire inoltre “tagliando” uno o più geni dal Dna della pianta, usando una “forbice molecolare” (chiamata Crispr/Cas9), che permette di rimuovere o sostituire porzioni specifiche del genoma in modo mirato. Esiste tuttavia il rischio che questa forbice molecolare agisca anche su geni diversi da quelli che si vogliono rimuovere (effetto “off-target”, o fuori bersaglio). È una delle principali sfide scientifiche di questa nuova tecnologiache è stata premiata dal Nobel per la Chimica nel 2020.

La seconda differenza è che le Ngt, come dice il nome, utilizzano la genomica, la nuova tecnica che permette di mappare con precisione l’intero genoma, localizzando i geni nella loro posizione lungo i cromosomi. Da questo punto di vista, le Ngt applicano tecniche molto più precise di quelle degli Ogm tradizionali, che erano il frutto di modifiche introdotte senza sapere esattamente dove i nuovi tratti genetici si sarebbero inseriti nel genoma. Resta comunque il fatto che le Ngt possono continuare a usare la tecnica tradizionale del “bombardamento” della pianta da modificare in laboratorio, con microparticelle rivestite con i tratti di Dna che si vuole inserire nella pianta stessa.  

In entrambi i casi, nonostante la maggiore precisione, resta sempre la possibilità che le modifiche genetiche generino effetti imprevisti (unintended effects), come per i vecchi Ogm. Questi effetti possono essere negativi per le stesse piante geneticamente modificate, oltre che per quelle convenzionali, per l’ambiente e la biodiversità, o per i consumatori e la loro salute. Il fatto che le piante classificate come Ngt1 non debbano sottostare agli obblighi di tracciabilità ed etichettatura rischia di rendere irreparabili gli eventuali effetti negativi imprevisti, a causa della difficoltà di identificare questi Ogm nei campi e sugli scaffali dei supermercati. E questo in palese contraddizione con i “princìpi della precauzione e dell’azione preventiva”, sanciti dall’articolo 191 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea.  

Infine, alcuni dati positivi. Nel processo co-legislativo, il parlamento europeo è riuscito a introdurre alcune importanti eccezioni, che limitano parzialmente il possibile danno di questa deregolamentazione. Innanzitutto, la clausola secondo cui saranno automaticamente escluse dalla categoria Ngt1 due tipi di piante geneticamente modificate: quelle resistenti agli erbicidi (quasi tutti gli Ogm coltivati oggi nel mondo appartengono a questa categoria) e quelle che producono al proprio interno sostanze insetticide. In entrambi i casi, sono già emersi rischi importanti, come il trasferimento alle piante infestanti di geni tolleranti agli erbicidi e l’esposizione di farfalle e impollinatori agli insetticidi “interni” delle piante Ogm.

La seconda clausola importante è un obbligo parziale di etichettatura, limitato alle sole sementi delle piante Ngt1. Questo per consentire agli agricoltori biologici di evitarle, rispettando il divieto d’uso previsto per loro dal regolamento. Non sono stati adottati, invece, gli emendamenti con cui una parte del parlamento europeo avrebbe voluto mantenere comunque l’obbligo generale di tracciabilità e di etichettatura degli Ogm prodotti con le Ngt1. 

da qui

martedì 23 giugno 2026

ricordo di Bachisio Bandinu

 



Questa sera è Halloween, ma nei nostri paesi della Sardegna sopravvivono antiche tradizioni per onorare i defunti, dice Bachisio Bandinu: QUI

lunedì 22 giugno 2026

Colonialismo “banale” e prospettive funeste per la Sardegna - Omar Onnis

 

La situazione della Sardegna diventa di giorno in giorno più critica. I problemi accumulati nei decenni non sono mai stati risolti e in molti casi nemmeno affrontati adeguatamente e a essi se ne sono aggiunti altri, via via più pressanti.

L’approccio colonialista dello Stato centrale emerge costantemente in tutte le partite strategiche che riguardano l’isola, dai trasporti all’energia, dal turismo ai rapporti con le grandi organizzazioni criminali, dalla scuola al comparto agro-zootecnico.

I mass media italiani e l’intellighenzia egemone oltre Tirreno raccontano di una Sardegna restia alla modernizzazione, arretrata, chiusa egoisticamente in una sua specifica sindrome NIMBY. In cui però il “cortile di casa” è ampio quanto tutta l’isola, un’isola a sua volta grande, con sue caratteristiche orografiche e ecologiche, con una storia di antropizzazione plurimillenaria e una serie di questioni aperte tutte da risolvere.

Parlare della Sardegna come se la sua popolazione non avesse né dovesse avere voce in capitolo è uno dei sintomi caratteristici del colonialismo. Ci siamo dentro in pieno. Ciò che fino a qualche tempo fa poteva essere etichettato come una fissazione ideologica dell’ambito indipendentista, oggi risulta un’emergenza generalizzata a cui la nostra classe politica e la sua intellettualità organica non sembrano capaci di reagire, non essendo state selezionate per quello.

L’ambito politico indipendentista è sempre stato dipinto come un’accozzaglia folkloristica fuori dalla storia, un effetto secondario del disagio sociale o un residuato identitario di stampo sostanzialmente reazionario. Questo quadro non è mai stato veritiero. I mass media hanno sempre privilegiato le figure meno presentabili dell’intero movimento indipendentista, che va molto oltre le sue organizzazioni e il suo consenso elettorale, per usarle nelle loro “argomentazioni del fantoccio”. Le tesi e le proposte delle varie anime dell’indipendentismo non sono mai state accolte nel già disastrato dibattito pubblico sardo, la cui pochezza è uno dei tanti problemi della nostra mancata democrazia. Salvo poi costituire, nel corso degli anni, l’ossatura dell’intera agenda politica sarda. Non c’è oggi questione aperta, problema strutturale, allarme socio-economico che non sia stato sollevato e discusso con larghissimo anticipo in ambito indipendentista.

L’attualità spinge finalmente anche osservatori moderati o comunque non ascrivibili alla sensibilità autodeterminazionista a riconoscere che esiste un problema serio di relazione con lo Stato centrale. Un dato oggettivo, non un’interpretazione di parte. La crisi finale dell’autonomia è evidente, l’obsolescenza dello Statuto regionale ormai palese. Evitare di ricondurre tutta la congerie di problemi aperti al nodo storico della dipendenza e della subalternità dell’isola rispetto allo stato italiano significa disconoscere la realtà. Impedendo così che si possa procedere a sciogliere tale nodo, o almeno cominciare ad allentarlo.

Faccio pochi esempi recentissimi.
Il Governo di Roma autorizza direttamente un investimento immobiliare di grandi dimensioni in zona Loiri-Porto San Paolo. Lo fa passando come un rullo compressore sopra competenze statutarie, PPR e relativi vincoli (anche di natura costituzionale), valutazioni degli organi regionali preposti. Lo fa in virtù della normativa riguardante le ZES, Zone Economiche Speciali, per le quali vige una procedura autorizzativa semplificata.

La Sardegna, in passato costituente un ZES a sé stante, è stata recentemente incorporata nella più vasta ZES del  Mezzogiorno, compresa la Sicilia (altra Regione Autonoma). In realtà, dalla stessa normativa che regola le ZES risultano fatte salve le norme paesaggistiche e autorizzatorie, quindi quella del Governo è un’azione arbitraria, di pura prepotenza colonialista. In proposito, segnalo il post su FaceBook, del 6 giugno, di Tonino Dessì (tra le altre cose, ex assessore all’ambiente) e un articolo del 23 maggio dal Gruppo di Intervento Giuridico.

La stessa postura centralista e autoritaria esercitata a proposito di 52 ettari a sud-ovest della zona industriale di Porto Torres, area agricola, da ricoprire di pannelli fotovoltaici. Anche in questo caso è direttamente il Ministero dell’Ambiente che, con decretazione propria, impone una decisione in barba a vincoli, procedure, competenze regionali e quant’altro.

In queste stesse settimane, poi, assistiamo a una singolare campagna social, attiva soprattutto su Instagram, in cui viaggiatori, influencer e commentatori vari, perlopiù statunitensi, parlano della Sardegna come una destinazione vacanziera estremamente desiderabile, comoda e sicura. Non sembrano interventi casuali, anche perché si legano ad altri fatti e altre circostanze.

L’inaugurazione del volo diretto New-York-Olbia, salutato con grande giubilo da politici e mass media sardi, è uno. Gli investimenti di entità finanziarie legate agli USA in vari ambiti, nell’isola, è un altro. Nello stesso periodo, in Albania, si sono scatenate vere e proprie mobilitazioni popolari contro il progetto immobiliar-turistico targato Kushner-Trump in una zona di pregio del paese balcanico. L’approccio è lo stesso: prepotenza predatoria, compiacenza della politica locale, noncuranza verso le popolazioni. Direi che sarebbe il caso di alzare le antenne anche dalle nostre parti e cominciare a premunirci, onde scongiurare il rischio della espropriazione e privatizzazione di vaste fasce di territorio, ad uso e consumo esclusivo di un turismo “alto-spendente” (quello che piace all’assessore Cuccureddu), che nell’isola lascerebbe poco o nulla, a parte costi e servitù ulteriori.

Si è parlato ancora, nei giorni scorsi, del problema dell’infiltrazione mafiosa (in realtà più che altro camorristica e ‘ndranghetista) ad Alghero. Problema noto, sollevato da anni da comitati e associazioni cittadine, ma poco amato dalla politica locale. Il sindaco Cacciotto, in un consiglio comunale dei giorni scorsi, ha affermato che i recenti attentati incendiari sono riconducibili a banali “dissidi privati”. In loco la faccenda è però presa molto sul serio, si citano circostanze e si fanno nomi. Le autorità sembrano stranamente dormienti. Addirittura, da un vertice in Prefettura a Sassari, pochi giorni or sono, è emersa la conclusione che non esiste ad Alghero un problema di infiltrazione mafiosa.

Ora, che il disegno governativo di dirottare in Sardegna una parte consistente delle leadership criminali italiane – detenute in regime di art. 41bis – potesse causare l’arrivo delle stesse organizzazioni in pianta stabile era ed è un pericolo segnalato da tempo. Non una suggestione paranoica di qualcuno, ma un risultato considerato più che probabile da tutti gli studi in materia. Dunque, una scelta deliberata da parte del Governo. Spostare in Sardegna le centrali decisionali e operative delle grandi organizzazioni criminali potrebbe avere un senso, nell’ottica italiana. Negarne la pericolosità, a livello istituzionale, serve ad attenuare l’allarme diffuso, in modo che il progetto possa andare avanti.

Non è nemmeno escluso che qualche soggetto dentro gli apparati di sicurezza dello Stato abbia avuto la brillante intuizione che la Sardegna abbia bisogno di italianizzarsi anche sul fronte criminale, dunque niente di meglio che regalarla alle organizzazioni di stampo mafioso. Dopo tutto, tale esito potrebbe fare comodo anche per controllare i rigurgiti ribellistici locali, le velleità di autodeterminazione o le pretese di democrazia compiuta e dispiegata. Quando, anni fa, preconizzavo una Sardegna ridotta a una sorta di Cuba del Mediterraneo, non nel senso in cui l’aveva concepita – illusoriamente – Gian Giacomo Feltrinelli, a fine anni Sessanta del secolo scorso, ma nel senso della Cuba pre-Rivoluzione, poteva suonare come una provocazione.

Oggi, la prospettiva di un’isola progressivamente svuotata della sua popolazione storica, adibita in alcune zone ad “area di sacrificio” per la produzione di energia a favore del continente (specialmente del Nord Italia), in altre a vasto poligono ad uso e consumo delle forze armate, in altre ancora ad enclave turistiche di lusso, con un territorio sottoposto a durissimo controllo poliziesco da un lato e mafioso dall’altro (le due cose non vanno necessariamente a contrasto), non suona più come una distopia fantasiosa ma somiglia molto a una realtà di cui cominciamo a intravvedere i contorni.
La domanda è: cosa aspettiamo a renderci conto della situazione e ad agire di conseguenza?

da qui

domenica 21 giugno 2026

«Francia o Spagna, purché se magna»: un elogio controcorrente - Francesco Coniglione

Appena lo pronunci, parte la condanna. “Francia o Spagna, purché se magna” viene regolarmente citato come la prova provata che noi italiani siamo gente senza spina dorsale, pronti a svendere la patria per un piatto di pasta. Un concentrato di qualunquismo, disimpegno civile, pusillanimità bella e buona. Basta vederlo citato nei dibattiti televisivi o nelle omelie dei predicatori d’italianità: “Con questa mentalità non andremo mai da nessuna parte”, “È il simbolo del nostro trasformismo”, “Così si allevano servi, non cittadini”. Persino a scuola, quando un insegnante voleva bacchettarci per la mancanza di ideali, sventolava questo motto come fosse una vergogna nazionale.

Eppure, c’è qualcosa di profondamente sbagliato in questa condanna senza appello. O, per dirla meglio, c’è una pigrizia interpretativa che merita di essere smascherata: se grattiamo via la crosta materialista del detto, troviamo una saggezza antica, raffinata, perfino radicale. Una saggezza che la tradizione ha non a caso accostato a Francesco Guicciardini, al quale il motto viene spesso attribuito, pur senza comparire in questa forma nei suoi scritti. Una saggezza che oggi, in tempi di nuovi furori patriottici e di tamburi di guerra che tornano a suonare alle porte di casa, appare più rivoluzionaria che mai.

Conviene riportare il motto alle sue radici: l’Italia del Cinquecento, ridotta a campo di battaglia delle grandi potenze: da un lato le armate di Francesco I, dall’altro quelle di Carlo V. Per i popoli della penisola, la domanda “Francia o Spagna?” non era una scelta ideale, era uno strazio. Il dominio straniero portava carestie, saccheggi, violenze, e ai più non restava che sopravvivere. In questo scenario, quel “purché se magna” non suonava come una resa vile, ma come un grido di resistenza umana: potete giocarvi le nostre terre a Risiko, potete sventolare le vostre bandiere, ma noi una sola cosa chiediamo – di vivere, di mangiare, di salvare le nostre famiglie. Non è qualunquismo, è una gerarchia dei valori. La dignità dell’esistenza prima del feticismo degli stendardi. La vita, prima della gloria. È la versione rustica e popolana di un principio che la filosofia antica aveva già formulato con ben altra eleganza: Patria est ubicumque est bene (La patria è ovunque si stia bene). La formula, attribuita a Pacuvio e resa celebre da Cicerone, esprime l’idea che la vera appartenenza non è data solo dal sangue o dal suolo, ma dalle condizioni che consentono a un essere umano di prosperare. Ecco allora che “Francia o Spagna, purché se magna” non è il rigurgito di un servo, non è un disinvolto tirare a campare, ma la traduzione terragna e disincantata di un altissimo principio cosmopolita: la patria è dove si può vivere con dignità, non dove ci impongono di morire. Perché la terra che ricopre i morti è ovunque la stessa: ha il medesimo colore, lo stesso odore; non conosce bandiere, non distingue inni, non si commuove per i fanatismi.

C’è poi un secondo strato, ancora più importante. Nel motto è implicito un pacifismo radicale, di quelli che non s’imparano sui libri ma nelle budella svuotate dalla carestia e dal piombo. Il «se magna» non è solo un’invocazione alla sopravvivenza materiale: è il rifiuto di farsi ammazzare per un pezzo di stoffa colorata, per un capriccio dinastico, per una parola altisonante come “onore nazionale”. Tra il pane e la guerra, sceglie il pane. Tra il martirio e la vita, sceglie la vita. Non è una scelta eroica, è una scelta umana. Ed è esattamente la scelta che farebbe qualsiasi persona di buon senso se solo non fosse ubriacata dalle retoriche dell’estremo sacrificio. A voler cercare un antecedente nobile e cristianissimo, basterebbe riandare a Francesco d’Assisi. Il “pace e bene” che la tradizione francescana gli attribuisce non era un saluto devoto ma un programma politico-spirituale di una modernità sconcertante. Quando nel 1219, in piena quinta crociata, si recò a Damietta, in Egitto, per incontrare il sultano al-Malik al-Kamil, lo fece disarmato, camminando in mezzo agli eserciti. Non andava con le armi; e anche se il suo gesto restava inscritto nello zelo religioso del suo tempo, esso spezzava la logica ordinaria della crociata: non la spada contro la spada, ma la presenza inerme davanti al nemico. Andava a ricordare, con la sola forza della presenza, che la pace è un bene supremo, più alto della vittoria militare, più urgente della conquista di Gerusalemme. Anche lì, sulle rive del Nilo, la domanda silenziosa di Francesco poteva risuonare come quella del contadino italiano del Cinquecento: perché uccidersi per una bandiera? Perché sacrificare la vita, che è sacra, a un’idea che si pretende più sacra della vita stessa? Il suo «pace e bene» era un «purché se magna» tradotto nel linguaggio dei santi.

Non occorre scomodare Kant e il suo progetto di pace perpetua, anche se un collegamento con l’illuminismo non sarebbe fuori luogo. Basta ricordare Erasmo da Rotterdam, che nel suo Dulce bellum inexpertis (la guerra è dolce per chi non l’ha provata) smascherava con lucidità l’oscena seduzione della guerra vista da lontano. E chi l’aveva provata sulla pelle, la guerra, non poteva che rispondere con un «purché se magna» – cioè con il rifiuto istintivo di ogni bandiera che pretendeva il suo tributo di sangue. Detto in termini contemporanei, è questo — per usare con cautela il lessico di Agamben — un tentativo di sottrarre la “nuda vita” alla macchina che vorrebbe trasformarla in materia sacrificabile: non perché la pura sopravvivenza sia il compimento dell’umano, ma perché senza la sua salvaguardia nessuna vita più ricca, civile e pienamente umana può nemmeno esser pensata. Proprio perché esposta, fragile, inerme, quella vita sa bene che nessuna bandiera merita il suo sacrificio, e oppone un «no» viscerale a chi vorrebbe trasformarla in carne da cannone.

Questo non significa negare l’esistenza di valori per cui valga la pena battersi. Significa però riconoscere che nessun ideale – per quanto nobile – può chiedere ipso facto la vita di uomini, donne e bambini come prezzo della sua affermazione. Il detto non disprezza la patria; disprezza la patria che si trasforma in idolo famelico. Non rifiuta la comunità; rifiuta la comunità che esige il sacrificio dei suoi membri senza garantire loro, prima di tutto, il diritto di esistere e di essere felici.

Ed ecco il punto più frainteso. I critici del motto si fermano alla superficie: «se magna» come puro istinto animale, come materialismo volgare, come trionfo della pancia sulla testa. Ma chi ha mai detto che «magna» significhi soltanto ingurgitare cibo? Il pane, nel linguaggio dei popoli, è sempre stato molto più di un alimento: è il simbolo della sicurezza, della dignità, della possibilità di costruire qualcosa. È il diritto a non essere strappati alla propria esistenza quotidiana per morire sotto una palla di cannone o, oggi, sotto un drone. «Se magna» vuol dire, in controluce, benessere civile e morale. Vuol dire poter crescere i propri figli in pace, poter coltivare un orto o una passione, poter invecchiare con la serenità di chi non ha dovuto seppellire i propri cari prima del tempo. Vuol dire avere il tempo e le risorse per dedicarsi a ciò che rende la vita degna di essere vissuta: l’arte, l’amore, l’amicizia, la conoscenza. In una parola: la felicità. È esattamente la promessa che sta al cuore della dichiarazione americana del 1776, con il suo “perseguimento della felicità”, e che riecheggia poi, in altra forma, nella Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948: libertà dalla paura e dal bisogno, dignità, sicurezza dell’esistenza. E allora, non è forse questo il fine per cui vale la pena lottare politicamente? Non è forse più rivoluzionario garantire a tutti il diritto al «se magna» – inteso come vita piena e pacifica – piuttosto che esaltare il sacrificio per un confine o per un colore?

C’è, infine, un germe di universalismo in quel «purché». Non importa quale sia la bandiera che sventola, non importa se il sovrano parli francese, spagnolo, tedesco o un qualsiasi altro idioma: ciò che conta è che vengano le condizioni elementari della vita umana. È la versione popolana del cosmopolitismo illuminista: l’idea che esistono diritti che precedono e superano qualsiasi appartenenza nazionale. Il contadino del Cinquecento non aveva letto Voltaire, ma intendeva perfettamente che sotto un buon governo si può vivere bene, mentre sotto un cattivo governo si muore di fame e di spada, a prescindere dalla lingua in cui sono scritte le leggi. Oggi che assistiamo al ritorno dei nazionalismi più gretti, dei muri, delle identità escludenti, dei fanatismi dei “sacri libri”, riscoprire questo universalismo plebeo ha un sapore quasi profetico. Perché ci ricorda che la misura ultima di ogni comunità politica non è la sua potenza militare, non è la retorica degli eroi e dei martiri, ma è la capacità di assicurare ai propri membri una vita libera dalla paura e dal bisogno. «Purché se magna» è, in fondo, il primo articolo di una carta costituzionale non scritta, ma incisa nel buon senso umano: il diritto a esistere, a vivere in armonia con il mondo e con gli altri, a non vedere i propri sogni calpestati dallo stivale di un’ideologia assassina.

Certo, detto così, davanti a un dibattito sulla difesa della patria o sull’orgoglio nazionale, suona provocatorio, quasi sfrontato. Ma è una sfrontatezza necessaria, che ci invita a non smarrire la gerarchia delle cose. Prima di chiederci sotto quale bandiera vogliamo schierarci, dovremmo chiederci se quella bandiera garantisce il pane, la pace, la dignità. Dovremmo chiederci se vale la pena di morire per essa, o se non sia meglio vivere per essa – e soprattutto per noi, per le nostre famiglie, per il nostro futuro. “Francia o Spagna, purché se magna” non è il motto dei vigliacchi, ma dei sopravvissuti. Non è l’alibi dei senza patria, ma la bussola di chi sa che la patria più vera è quella in cui si può mangiare insieme, in pace, senza bandiere che dividono. E se proprio vogliamo farne una bandiera, facciamone la bandiera dell’umanità concreta, quella che non si innamora degli eroi, ma protegge il diritto semplice e sacrosanto di ogni donna, ogni uomo, ogni bambino a una vita felice. Ché poi, a ben guardare, non c’è niente di più profondamente patriottico.

da qui

sabato 20 giugno 2026

Vasco Rossi a Olbia. La ribellione addomesticata nell’isola-colonia - Cristiano Sabino

C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel dibattito che si è acceso attorno al concerto di Vasco Rossi a Olbia. Non riguarda semplicemente la musica, il gusto o l’estetica. Riguarda piuttosto il ruolo politico della cultura di massa dentro una società coloniale come quella sarda.

Quando si critica Vasco Rossi, la reazione è quasi sempre la stessa: “non capisci la sua arte”, “non cogli la sua filosofia nichilista”, addirittura “non hai empatia perché non cogli l’universale che unisce tre generazioni”. Ma è proprio qui il punto: comprendere perfettamente quella funzione unificante significa anche smascherarne la natura ideologica.

Perché ciò che viene venduto come ribellione è, in realtà, una forma di trasgressione innocua, anzi perfettamente compatibile con l’ordine esistente. E ciò vale tanto più in Sardegna dove la musica, l’arte e in generale l’intrattenimento svolgono una funzione precisa.

Degna di nota è inoltre la presa di posizione di Vasco Rossi sul genocidio palestinese, rilanciata con un’intervista a tutto campo anche da quella che viene presentata come stampa “autorevole”, come il Corriere della Sera (qui). Il post risale al 2024. In un momento storico in cui a Gaza si consumava un massacro sotto gli occhi del mondo con la piena e documentata complicità dell’occidente collettivo e della UE, la voce del “ribelle” si è espressa in questi termini: rifiuto di schierarsi, invocazione generica della pace, appello alla soluzione “due popoli due stati”, condanna indistinta degli estremismi. Praticamente le frasi fatte che si possono sentire nei peggiori bar sport!

Una posizione che, lungi dall’essere scomoda e critica, coincide perfettamente con il qualunquismo e il suprematismo dominante.

Perché si capisca cosa voglio dire sarà meglio riportare il post integrale (nell’articolo del CorSera c’è il link al post di Rossi sulla Palestina):

“Sarebbe facile per me oggi scrivere Freeee Palestine
Ma io non sono facile… Sono semplice… Ma non facile.
Sarebbe facile e sarebbe anche un po’ alla moda di questi tempi
ma io non sono mai stato alla moda
sono sempre andato controcorrente.
sarebbe anche facile perché mi sentirei schierato dalla parte giusta
..la parte dei più deboli.
Come non esserlo oggi!
Ma io lo sono… Lo sono sempre stato…
Non ho bisogno di dimostrarlo oggi.
Di fronte alla tragedia che sta succedendo a Gaza
(siamo tutti atterriti dai bombardamenti sui civili e ovviamente come minimo solidali con le sofferenze del popolo palestinese chiediamo tutti che vengano immediatamente sospesi)
ciò detto la faccenda è un po’ più complessa di come le fate voi…
E io non riesco a schierarmi da una parte o dall’altra… Come fanno molti dalle loro comode poltrone.
Io se mi schiero vado a combattere, altrimenti sto zitto o meglio rimango ammutolito di fronte a orrori di questo genere!
IO SONO PER LA PACE
Per 2 popoli 2 stati !
Credo che gli “estremisti”
di tutte le specie
siano la rovina dell’umanità.
Credo nella reciprocità!
Reciproca Convenienza
reciproco rispetto “
Io non mi faccio condizionare dal bombardamento
televisivo dei mezzi di comunicazione di massa sulle catastrofi e le tragedie del “giorno” o del “momento “!
Io mi guardo intorno
leggo qualche libro
approfondisco gli argomenti
Abito nel mio mondo
cerco di fare la cosa giusta
qui e adesso!
Non ho mai sopportato
i rivoluzionari da salotto
che invadono le piazze
e infestano il web.
Io vado a combattere
sul campo le mie guerre.
E sempre
in direzione ostinata e contraria.
V.K.
Ps: Senza offesa per coloro
che scendono in piazza per manifestare i propri diritti o la propria solidarietà alle popolazioni che soffrono le terribili conseguenze di tutte le guerre”.

Dire che “la guerra è brutta” non disturba nessuno. Non nomina i responsabili. Non prende parte. Non comporta alcun rischio. È la stessa posizione che può essere sottoscritta da un editorialista qualunque espresso dall’apparato militare-industriale, da un rappresentante governativo che non può contrapporsi a Washington e Tel Aviv, cioè alle centrali dell’imperialismo e del colonialismo contemporaneo.

Intendiamoci, è legittimo andare a vedere un concerto di Vasco, come è legittimo apprezzare la sua arte. Il problema non è il Vasco cantautore o la sua capacità carismatica. Mi spaventa il suo fun club sardo che lo scambia per un leader trascinatore di folle, per un punto di riferimento sociale, per un’icona ribelle.

Il problema non è Vasco Rossi in quanto individuo o come artista. Il problema è la funzione simbolica che incarna e l’insieme di proiezioni politiche o pseudo tali che intercetta..

C’è una differenza radicale tra parlare di libertà in astratto e schierarsi quando la libertà viene negata. Tra cantare la ribellione e praticarla. Tra evocare un disagio esistenziale e analizzarne le cause materiali.

E hanno torto anche quelli che dichiarano di separare arte e politica. In Sardegna non possiamo permettercelo. Abbiamo bisogno di una cultura impegnata e organica alle necessità di riscatto dei sardi. Non dico solo di cultura ingaggiata politicamente, ma nemmeno solo di big stranieri che vengono, si esibiscono senza sapere nulla del luogo e della comunità che li ospita e vanno via senza lasciare nulla.

Tornando a Vasco e ai suoi presunti contenuti culturali, addirittura filosofici, dobbiamo concludere che il “nichilismo filosofico” di Vasco Rossi è un nichilismo senza conseguenze. Parafrasando il fondatore del nichilismo Friedrich Nietzsche si tratta di un “nichilismo di comodo”. Ammesso e non concesso che a proposito del repertorio di Rossi si possa parlare di “nichilismo”, al contrario del nichilismo nietzschiano Rossi non mette mai in discussione i rapporti di potere, le verità costituite, non interroga il sistema, non produce critica reale. Funziona come valvola di sfogo, non come strumento di critica.

Ed è proprio per questo che riesce a “unire tre generazioni”: perché non costringe nessuna di esse a posizionarsi, a maturare una scelta.

Dentro questo quadro, il concerto di Olbia assume un significato che va oltre l’evento musicale. In una Sardegna trasformata sempre più in piattaforma energetica, base militare, luogo di produzione di bombe e droni killer e spazio di consumo turistico, la grande industria culturale svolge un ruolo preciso: produrre consenso, neutralizzare il conflitto, offrire un immaginario di ribellione che non mette mai in discussione la condizione della Sardegna perfettamente inserita nel sistema di dominio coloniale occidentale (come strumento di produzione e come oggetto di sfruttamento coloniale).

Si tratta dello stesso meccanismo che vediamo all’opera in politica ad ogni tornata elettorale, quando vengono costruite figure apparentemente antisistema che, nei fatti, garantiscono la continuità dell’ordine esistente.

Per questo la questione non è “ascoltare o non ascoltare” Vasco Rossi (io personalmente quando capita alla radio cambio stazione!). Ognuno è libero di fare ciò che vuole e di spendere i propri soldi acquistando i biglietti dei concerti che più gli piacciono. Il punto è smettere di proiettare su figure del genere valori che non incarnano.

Perché continuare a credere nella ribellione addomesticata è esattamente ciò che consente al sistema di perpetuarsi senza essere davvero messo in discussione.

E in una terra colonizzata come la Sardegna, questo non è un dettaglio di costume: è un nodo politico centrale, anche perché qui si aprirebbe il tema “grandi eventi musicali” spesso agitato dall’artista e amico fraterno Alisandru Sanna ak Quilo, ma questo meriterebbe una riflessione a parte!

da qui