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venerdì 20 marzo 2020

Airbnb, dimora di diseguaglianze - Marta Fana, Davide Villani




La piattaforma che promette di agevolare i rapporti tra proprietari e turisti ha in realtà potenziato enormemente le differenze sociali e la rendita immobiliare

Il turismo è il petrolio d’Italia. Una battuta ripetuta costantemente negli anni, da ultimo anche dall’attuale Ministro delle politiche agricole Gian Marco Centinaio. Prima di lui l’economista Luigi Zingales che suggerì a Flavio Briatore durante un dibattito in tv una massima per cui l’Italia non avrebbe un futuro nelle biotecnologie, bensì nel turismo. La palla fu allora raccolta niente poco di meno che da Oscar Farinetti per cui “nel Sud c’è una sola roba da fare: un unico Sharm El Sheikh”. Fortunatamente di questa idea non rimangono che parole al vento, mentre il turismo è un fenomeno reale, e in crescita, che va analizzato. L’esplodere del turismo low-cost modifica quotidianamente le condizioni di vita di milioni di cittadini da un lato spostando la creazione di lavoro verso i settori della ristorazione e alberghieri, servizi a scarsa produttività. Dall’altro, la capacità di mettere a profitto ogni centimetro delle nostre città impoverisce la maggioranza di chi ci vive a causa dell’aumento dei prezzi degli affitti e delle politiche adottate dalle amministrazioni a favore esclusivo dei turisti. Fenomeni che rimettono in discussione la bilancia dei benefici che queste forme di turismo favoriscono a partire proprio dal grande mercato degli affitti.
I ricchi possono diventare sempre più ricchi
Il grande inganno di quello che viene comunemente definito “sharing economy” è che tutti possono diventare più ricchi, beneficiarne positivamente. Ma tutti chi? Nel caso degli affitti via piattaforma, come di tutti gli altri, prima di tutto bisogna possedere una casa da poter eventualmente affittare. Certo, c’è anche chi subaffitta la camera già affittata da altro proprietario, ma di questo si parlerà più avanti. L’Italia è al terzo posto per la diffusione della proprietà immobiliare tra i paesi dell’Europa Occidentale con il 71,3% delle famiglie  proprietario di abitazione (di cui il 14% con mutuo a carico), subito dietro a Spagna (74%) e Portogallo (78%).
Tuttavia, non tutti i proprietari hanno una disponibilità di immobili tali da derivarne una rendita tramite affitto. Una cosa è la diffusione, un’altra la sua concentrazione. La distribuzione della proprietà immobiliare segue quella della ricchezza reale totale, di cui ne costituisce la parte più consistente (circa il 70%) che per il 46% è in mano al decimo più ricco della popolazione italiana – stime Banca d’Italia. La concentrazione di patrimonio favorisce la sua messa a profitto soprattutto per chi ne detiene cospicue quantità: rielaborando i dati sui bilanci delle famiglie della Banca d’Italia emerge che il reddito da affitti attivi è detenuto per il 91% circa dalle famiglie più benestanti (quelle cioè che fanno parte del 10% più ricco in termini di reddito disponibile).
Come se non bastasse, sembra paradossale constatare che esiste un enorme patrimonio immobiliare di case vuote. In Italia ammontano a circa 7 milioni, e di questi più di 60 mila sono alloggi di proprietà pubblica che rimangono sigillati per mancanza di investimenti adeguati, quando non destinati a essere svenduti ai privati, come  previsto anche nella Manovra economica del governo che prevede una dismissione di immobili pubblici pari a 600 milioni di euro nel prossimo triennio. Se è vero che questo fenomeno riguarda soprattutto zone a forte spopolamento, il numero di immobili vuoti è considerevole anche nelle grandi città. A Roma le case vuote superano le 200 mila unità, 20 volte di più del numero di famiglie in attesa di un alloggio popolare. Dentro questo quadro viene spesso taciuta la responsabilità dei governi che hanno negli anni completamente ignorato quando non denigrato il diritto alla casa: la spesa pubblica relativa è pari allo zero percento del Pil, era così prima della crisi nel 2007 ed è così nel 2016 (ultimo anno per cui sono disponibili i dati Ocse).
Piuttosto che provvedere a una politica abitativa che sia democratica e universale, garantendo il diritto alla casa, si lasciano crescere fenomeni di privatizzazione e si favorisce la rendita. Così, in un contesto in cui le possibilità di reddito diminuiscono per i più, anche chi detiene piccole proprietà immobiliari ricorre con sempre maggiore interesse alla possibilità di affittare e aumentare il proprio reddito dotandosi di una via di fuga dalla miseria del lavoro. A loro si rivolse l’ex Presidente del consiglio Matteo Renzi che si oppose all’introduzione di una aliquota del 21% sui ricavi di bed&breakfast, affittacamere e Airbnb. Per coloro che detengono solo una stanza da affittare, il guadagno facile e senza oneri fiscali innesca l’illusione di ottenere maggiore reddito consolati dalla sempiterna retorica berlusconiana del si abbassino le tasse, specie sulle case. Non importa per chi e per come. Ma questi piccoli affittuari sono spesso altri lavoratori, magari martoriati sul lavoro, precari e poveri che trovano nella rendita la possibilità di un’autonomia economica, fuori dal perimetro aggressivo del mondo del lavoro.
Un processo che mina le possibilità di conflitto nei luoghi di lavoro, separando chi non sente più l’esigenza di lottare perché ha messo in affitto una stanza o un appartamento e chi quella stanza in affitto non può più permettersela seppur a parità di salario, a parità di sfruttamento.
I turisti rubano le case dei residenti!
La possibilità di aumentare la rendita immobiliare attraverso gli affitti a breve termine per turisti – aumentando il costo giornaliero – si scaglia  su chi non possedendo un’abitazione deve vivere in affitto. Un fenomeno strettamente legato alla posizione sociale delle famiglie: secondo i dati Banca d’Italia, nel 2016, vive in affitto il 37,8% delle famiglie il cui capofamiglia ha un’occupazione di tipo operaio o affine contro il 5% dei dirigenti e il 10,2% delle famiglie con a capo un libero professionista. Una diseguaglianza che nel tempo è andata crescendo mostrando come dirigenti e professionisti hanno avuto la capacità economica di acquistare immobili, mentre gli operai sempre meno.
Divergenze che emergono anche nella scomposizione anagrafica: il 40% dei giovani under 30 e il 35% delle famiglie con capofamiglia tra i 30 e 40 anni vivono in affitto contro il 16% degli over 50 (Fonte: Shiw Banca d’Italia). Di fronte a questi dati, va sfatata la retorica dominante che  accusa i giovani di essere bamboccioni – sono troppo pochi sia quelli in affitto sia quelli che responsabilmente comprano casa – o i loro genitori di essere privilegiati. La realtà ci restituisce un quadro differente: i giovani sono le vittime di un sistema economico che ha permesso la svalutazione salariale e l’impoverimento generalizzato di chi entrava nel mercato del lavoro dalla fine degli anni Novanta a causa anche di quel disinvestimento in spesa sociale in cui il diritto all’abitare dovrebbe avere piena cittadinanza. I due grafici sono più sovrapponibili di quanto sembra, se si considera che molti giovani precari fanno parte di quella classe lavoratrice, sinteticamente racchiusa tra “gli operai e affini”. Senza indugi né tentennamenti, va detto che la questione non è anagrafica ma di classe.
Ed è su questi soggetti quindi che si abbatte l’aumento del prezzo degli affitti, generando una riduzione dei salari reali, già aggrediti dalla svalutazione generale del lavoro. La maggiore rendita sarà ancora una volta pagata da quella parte di società già indebolita dal lungo processo di riforme del mercato del lavoro e di politiche di austerità. Quando questo drenaggio dai salari verso la rendita non è più sopportabile per i lavoratori o, più semplicemente, i proprietari decidono che “non si affitta ai lavoratori ma solo ai turisti”, non rimane che spostarsi verso la periferia. Lo stesso vale per gli studenti fuorisede per i quali i canoni d’affitto sono aumentati in media del 4% nell’ultimo anno rispetto al 2016. Come riporta La Repubblica, secondo il rapporto annuale di SoloAffitti,  “a Milano per una singola servono 563 euro al mese (+7% rispetto l’anno scorso), a Bologna 350 (+2%), a Trieste 275 euro (+20%), a Ferrara 225 (+6%), a Perugia 200 (+18%)”.
E’ il processo che porta alla ghettizzazione del proletariato contemporaneo verso  periferie sempre più abbandonate dalla politica, sempre più bacino di scarico per tutto ciò che può rovinare i lustrini dei centri urbani confezionati ad uso e consumo del turista medio.
Turismo di massa, fino alla prossima gentrificazione
La profittabilità per pochi viene usata per rafforzare l’idea che l’intervento regolatore debba andare a beneficio e sottomettersi a queste nuove condizioni che il mercato richiede. Tagliare su tutto ciò che non è produttivo e investire solo lì dove viene creata ricchezza (sic!). Un ragionamento che si estende ai governi locali i quali  piuttosto che aprire uno scontro frontale coi governi centrali a causa del blocco delle assunzioni, dei continui tagli alle risorse e all’imperativo dei conti in ordine, scelgono di fare propria l’idea neoliberista del più mercato e quindi di spostare le proprie risorse a favore di questo nuovo modello di città. Lo fa modificando il già degradato servizio di trasporti pubblici, potenziando le linee lungo le tratte turistiche ma riducendo le corse e il numero di autobus verso le zone periferiche, quelle cioè dove gli espulsi dal centro sono costretti ad abitare. Per effetto indiretto si incentiva così il trasporto privato alimentando non soltanto altri sistemi profittevoli, come Uber, taxi, ma soprattutto provocando maggiore congestione per le strade e effetti negativi sull’ambiente.
Data la tendenza in atto c’è da aspettarsi che anche il turismo di massa tenderà nel non lungo periodo a mettere in moto misure di esclusività volte a marginalizzare i viaggiatori dal più basso potere d’acquisto. Non mancano infatti segnali che vanno in questa direzione. Sono in aumento il numero di ordinanze e misure che limitano in un modo nell’altro le attività turistiche. Peccato però che in gran parte le contromisure bersaglino soprattutto i turisti più poveri. A Firenze viene proibito consumare panini in alcune vie del centro cittadino. In alcuni comuni liguri si cerca di impedire l’arrivo dei pullman che trasportano turisti in arrivo dalle grandi città per per un bagno al mare in giornata. Niente tintarella per chi non può permettersi spese di pernottamento, ristoranti e spiagge di lusso. Se fai parte dei 3 milioni di disoccupati o dei 2,5 milioni di lavoratori poveri ti tocca soffocare in pianura. Dietro i titoli dei giornali che mostrano come indicatore della ripresa in atto la crescita delle vacanze per gli italiani, si cela una realtà sempre più complessa, sempre più diseguale. Infatti, se il numero dei viaggi è aumentato nell’ultimo biennio rispetto al 2015, questi sono ancora il 44% in meno rispetto al 2007. Vacanze brevi, sempre più gite fuori porta in giornata da fare in auto (76%), il mezzo più economico.
Il sistema reale oltre la maschera della condivisione
L’esclusività del turismo da una parte appare come il rovescio della medaglia dei processi produttivi in cui il piccolo capitale viene sbranato da quello più grande. Proprio usando l’esempio di Airbnb è possibile constatare che l’uso imprenditoriale della piattaforma è sempre più diffuso. Uno studio realizzato da Andrea Gentili, Filippo Tassinari e Andrea Zoboli per l’Istituto Cattaneo stima che a Bologna solo il 55% siano annunci unici. Il resto degli annunci è offerto da profili con più di una proprietà. Una dinamica che si riflette lungo tutto il territorio nazionale. In Salento circa il 20% degli appartamenti disponibili sul portale fa capo all’1,3% dei profili. In molti casi questa concentrazione si deve ad agenzie che fanno da intermediari fra il proprietario e l’utente.
Del leit motiv retorico della “condivisione” della propria proprietà non vi è traccia nella sfera materiale. Si profilano, al contrario, i tratti tradizionali dell’attività affittuaria che a sua volta riflette la tendenza verso la concentrazione della ricchezza. Inoltre, dietro il velo patinato della “sharing economy” in realtà si nascondono i meccanismi tradizionali di affitto. Non siamo di fronte a un nuovo tipo di modello economico, né a un nuovo mercato. Airbnb e altre piattaforme simili non fanno altro che facilitare i meccanismi già esistenti. Al posto di pagare un annuncio sul giornale si paga una commissione alla piattaforma online. Ma soprattutto, dall’attività individuale (la messa a profitto del singolo appartamento o stanza da parte di un singolo proprietario) si passa alla gestione accentrata gestita  da intermediari, che sono a tutti gli effetti operatori del mercato il cui obiettivo è quello di estrarre profitto dalla propria attività. Un meccanismo ben noto e suggellato da Airbnb stesso attraverso le parole di un suo manager italiano, Mauro Turcatti, secondo cui “ospitare è impegnativo e districarsi fra le leggi un delirio, perciò molti preferiscono affidarsi a un bravo professionista“. La retorica è sempre la stessa: la burocrazia impedisce il buon funzionamento del mercato, e allora le imprese magnanime lo salvano.
Airbnb e le altre piattaforme si inseriscono inoltre nel già avviato processo di gentrificazione delle città. Il portale non fa che amplificare gli effetti negativi derivanti dall’accentramento della ricchezza e di un modello economico in cui la speculazione immobiliare è uno dei pilastri.
Questo modello d’affari mostra le crepe del modello imprenditoriale promosso a livello macroeconomico negli ultimi decenni, basato su sgravi fiscali e agevolazioni al capitale, compresa la possibilità di fare dumping fiscale. Rispetto alle agenzie immobiliari tradizionali che versano le proprie imposte in Italia, Airbnb lascia sul territorio nazionale le briciole di un giro d’affari multimilionario. Dei circa 70 milioni di euro intascati dalla piattaforma, in Italia sono stati versati 45.000 mila euro circa. Finora è bastato spostare la sede legale in Irlanda per evitare l’imposizione fiscale in Italia. E mentre si liberano risorse per il capitale nulla è stato fatto per garantire diritti minimi ai lavoratori coinvolti e sempre più precari del settore.
A questo aspetto si aggiunge la limitata capacità degli amministratori locali di controllare il mercato delle piattaforme online. Ad Amsterdam le autorità locali hanno provato a limitare l’affitto tramite la piattaforma per un massimo di 60 giorni l’anno per ogni proprietà. Sebbene le parti abbiano firmato un accordo che accetta queste e altre misure restrittive, la piattaforma si rifiuta di rivelare l’identità di coloro che non rispettano la norma, il che rende estremamente difficile verificare l’effettività dell’accordo. A Barcellona, invece, Airbnb è da tempo al centro di un contenzioso con l’amministrazione comunale. Secondo la legge catalana, solamente le proprietà con permesso turistico possono essere annunciate sul sito di affitti. Nonostante queste restrizioni, sono numerosi gli alloggi privi di licenza disponibili su piattaforme come Airbnb e Homeaway. Questo ha portato a una multa di 600.000 euro a entrambe le piattaforme, il massimo previsto dalla legge catalana. Ad oggi sono stati eliminati più di 4.000 annunci dal portale, circa il 70% del totale degli appartamenti illegali. Questa contesa si inserisce in un acceso dibattito che prosegue da anni sugli effetti negativi del turismo sulla vita dei residenti, soprattutto rispetto all’incremento degli affitti.
La frammentazione produttiva: il circolo vizioso della gig-economy
La narrazione sull’economia digitale prova in tutti i modi ad anteporre e allo stesso tempo imporre il suo carattere fluido e immateriale, celando che si tratta sempre di un processo produttivo che ha basi reali e su queste si fonda. Risalendo al suo contenuto astratto nell’accezione marxiana, cioè indipendente dal cosa si sta producendo, si ritrovano gli stessi fattori di sempre, il capitale e il lavoro, organizzati nella produzione. Inoltre, la filiera messa in moto dalle piattaforme va ben al di là della semplice intermediazione tra domanda e offerta di affitto ma coinvolge direttamente i servizi di pulizia degli appartamenti (spesso fatturati al cliente direttamente nella prenotazione) e modifica indirettamente il sistema di trasporto clienti, di magazzinaggio dei bagagli e così via. Mentre le strutture alberghiere tradizionali internalizzano, spesso ma non sempre, questi servizi, soprattutto quello delle pulizie e della gestione dei bagagli, il sistema tramite piattaforma ne esaspera la frammentazione e individualizzazione. Più sono frammentate e individualizzate le relazioni lavorative, più complicato è per il lavoratore associarsi, riconoscere i propri “colleghi”, creare o appoggiarsi a organizzazioni che possano rivendicare condizioni lavorative migliori. Siamo ben oltre le esternalizzazioni, già problematiche e rapaci. Infatti, il servizio pulizie è gestito privatamente e individualmente dagli inserzionisti sia in via tradizionale e diretta, che frequentemente comprende un elevato tasso di lavoro nero, sia tramite le piattaforme che offrono servizi simili. In entrambi i casi, a meno della regolarità contrattuale (in un’esigua minoranza dei casi), i lavoratori e le lavoratrici subiscono un furto contributivo per definizione. Infatti, le piattaforme di intermediazione di questi servizi prevedono esclusivamente la tracciabilità del pagamento per la prestazione ma escludono ogni forma di contributi previdenziali e assistenziali a favore del lavoratore, salvo i casi di assicurazione in caso di incidenti spesso gestita attraverso il sistema privato e non quello pubblico. In termini strettamente salariali, senza una regolamentazione a tutela dei lavoratori, considerando gli elevati tassi di disoccupazione, il sistema tende a generare una corsa al ribasso nel prezzo delle prestazioni.  Un fenomeno che si abbatte soprattutto sulle donne, sovrarappresentate nel settore delle pulizie. Un costo sociale enorme sia oggi sia domani perchè bassi salari e zero contribuzione significa nella pratica nessuna pensione e pensioni da fame. Ma anche una situazione destinata ad aggravarsi parallelamente all’espandersi del mercato degli affitti privati.
Discorso analogo vale per il servizi di gestione dei bagagli, non più presi a carico dalle strutture oltre l’orario di check-out. Si viene così a creare un mercato di magazzinaggio di bagagli che si diffonde nelle zone centrali del centro città, completamente deregolamentato. Le saracinesche si alzano per accomodare magazzini e non invece attività culturali, spazi di comunità, meno redditizie. Il mercato fa il suo mestiere: mettere a profitto tempo e spazi.  E mentre aumenta la rendita, ancora una volta spinta dalla messa a profitto dei magazzini, si rende sempre più inaccessibile accedere a quegli spazi per destinazioni alternative. Una filiera produttiva che si autoalimenta scaricando i suoi costi sui lavoratori coinvolti, sulla vivibilità delle città, sulla degradazione produttiva che sposta a favore di servizi a scarsa produttività e ad elevata intensità di sfruttamento la destinazione degli spazi.
Una dinamica sistemica che produce concentrazione di reddito e ricchezza e inasprimento delle diseguaglianze. Bisogna allora smascherare l’uso retorico di neologismi e anglicismi che vendono il sogno di poter diventare tutti dei piccoli rentiers, mentre si produce un impoverimento generalizzato che colpisce sempre più ferocemente quella maggioranza di società che sta in basso. Mentre il capitalismo si rinnova spingendo a velocità massima nuove forme di produzione e sfruttamento, la risposta per un’inversione di rotta urgente e necessaria non può limitarsi alla regolazione del sistema dall’interno. Al contrario bisogna  contrapporre un modello in cui alla rincorsa della rendita per pochi si contrappone il diritto a vivere per i molti, ricomponendo trasversalmente tutte le sfere interessate dai processi di produzione e riproduzione sociale: dalla casa al lavoro.

sabato 7 marzo 2020

I nemici del popolo e la speculazione a Roma - Christian Raimo



In Un nemico del popolo di Henrik Ibsen (che proprio in questi giorni è in scena al teatro Argentina di Roma) il protagonista, il dottor Tomas Stockmann, un medico integerrimo e brillante, scopre che le acque della sua cittadina, sviluppatasi intorno a una florida stazione termale, sono contaminate da sostanze nocive. Per depurare le acque, bonificare le terme, occorrerà un monte di soldi e la chiusura temporanea delle terme. A osteggiarlo è il sindaco della città, Peter Stockmann, che è anche suo fratello: un uomo altrettanto intelligente ma con pochi scrupoli, che si è arricchito grazie al turismo delle terme, e che non ha nessuna intenzione di dar retta a Tomas né di lasciar divulgare il suo allarme.
Il dottore allora si rivolge all’editore Hovstad e al tipografo Asklasen, responsabili del giornale locale, La voce del popolo: ha in mano le analisi delle acque che possono urlare la verità che il fratello sindaco vuole occultare. Hovstad e Asklasen prima sono entusiasti dell’occasione, poi tentennano e alla fine ci ripensano.
Il fatto è che la proprietà del giornale è dell’unione inquilini della città, la cui fortuna e il cui benessere dipendono totalmente dall’economia delle terme. Dare l’allarme rischia di portare alla rovina tutti quelli che sono diventati benestanti da quando c’è il turismo. Tomas non si dà per vinto, ma la sua battaglia per la verità gli farà guadagnare l’ostilità di tutti gli abitanti, trasformandolo da medico rispettato e benvoluto in nemico del popolo.

Fotografia del mondo contemporaneo
Un nemico del popolo è un capolavoro drammaturgico di quasi centoquarant’anni fa, e le plateali analogie con il contesto contemporaneo che hanno contribuito alla fortuna delle messe in scena recenti, compresa quella di Massimo Popolizio (Ubu per lo spettacolo, Ubu per la migliore attrice Maria Paiato, che interpreta Peter Stockmann), sono riconosciute soprattutto per quello che riguarda i meccanismi della folla che prima esalta e poi ostracizza leader che diventano capri espiatori, nella più clinica fotografia del populismo.
Ma c’è un altro meccanismo svelato da Ibsen che risulta ancora più interessante nel racconto del mondo attuale. La denuncia di Stockmann trova il suo ostacolo più grande nelle paure dell’unione inquilini, i piccoli proprietari di case diventati borghesi attraverso la valorizzazione degli immobili.
Roma diventa una città merce, un osso da spolpare per turisti famelici
Uno dei saggi più interessanti usciti nel 2019 in Italia l’ha scritto Sarah Gainsforth per DeriveApprodi e racconta in parte la stessa trama, scrivendo la storia della nascita e dello sviluppo di Airbnb e del modo in cui sta modificando le città contemporanee. Airbnb città merce. Storie di resistenza alla gentrificazione digitale ricostruisce e decostruisce l’aura mitizzante intorno alla nascita dell’azienda fondata da tre poco più che ragazzi, Brian Chesky, Joe Gebbia e Nathan Blecharczyk, nel 2007; e poi esamina come casi studio l’impatto di Airbnb in varie città del mondo, da San Francisco a Parigi, da New York a Venezia.
I due capitoli dedicati a Roma sono particolarmente avvincenti perché disegnano la vicenda recente della resa dell’amministrazione e della politica a un processo collettivo di speculazione. Roma diventa una città merce, un osso da spolpare per turisti famelici come la cittadina di Un nemico del popolo, per la smania di profitto di una folla di inquilini che – con addosso ancora la paura della povertà – diventano invece i veri unici padroni della città e della sua nuova rappresentazione.
Già, la crisi, la paura della povertà: “La proliferazione di Airbnb è avvenuta in un contesto di recessione economica, di precarizzazione del lavoro, di contrazione dei salari, di aumento del costo della vita e di finanziarizzazione della casa su scala globale”, scrive Gainsforth. Airbnb è riuscita a monetizzare l’interesse degli affittuari, dei microspeculatori, di chiunque si trovasse senza lavoro e magari volesse fare cassa con il suo ultimo bene disponibile. L’azienda è riuscita a estrarre valore dalle strategie di cooperazione, poi è riuscita a mettere a frutto anche le strategie di marketing con le campagne copiate ai movimenti, mobilitando in suo favore gruppi di elettori-consumatori. “E quando Airbnb non riesce a cambiare le regole, fa causa alle città che approvano norme a tutela del diritto all’abitare”.

Il sacco di Roma
Quale dottor Stockman potrà contrapporsi? Il risultato evidente è la distruzione della comunità. I sistemi di rating permettono ai partecipanti allo scambio di non sentirsi in dovere di continuare a interagire dopo la transazione economica. La sfera privata divora quella pubblica. L’imprevedibilità, il conflitto, che sono l’anima della vita urbana sono cancellate. E al tempo stesso si scrivono nuove norme di fatto che regolano l’uso delle città, esautorando l’amministrazione pubblica dal loro governo.
Secondo i sostenitori delle piattaforme digitali come Airbnb i sistemi di rating online giustificherebbero una totale deregolamentazione del settore in nome dell’innovazione. ‘Il motivo principale per regolamentare gli alloggi brevi turistici è la protezione dei consumatori, e i sistemi di reputazione potrebbero svolgere questo compito molto meglio dei governi delle città’, ha dichiarato Chesky, svelando la vera natura dello scambio che la piattaforma intermedia.
Roma è una dimostrazione plastica di questa strategia:
Quaranta milioni di turisti visitano ogni anno il centro storico di Roma, patrimonio Unesco dal 1980. Con una permanenza media di sole 48/72 ore, i flussi in crescita del turismo stanno rimodellando la città. Nella zona urbanistica del centro storico di Roma il 19 per cento degli appartamenti è in affitto su Airbnb. A Roma il numero di alloggi su Airbnb ha toccato quota 29.436. Di questi oltre la metà sono interi appartamenti: si tratta di quasi 19mila case sottratte al mercato ordinario degli affitti. Oltre la metà degli annunci su Airbnb è concentrata nel centro storico – nel primo municipio sono 10.497 le case affittate a turisti di passaggio.
La capitale è sempre stata la preda preferita di palazzinari e speculatori; ma da quando la popolazione non aumenta e il mercato immobiliare è in crisi, l’unico modo di saccheggiare una città sempre più povera è quello di garantirsi un posto migliore al banchetto della spoliazione.
In pochi anni la presenza di Airbnb a Roma ha permesso a pochi intermediari di gestire centinaia di appartamenti. Gli host con più di una inserzione, ovvero il 22 per cento del totale, ripartiscono la quota maggiore del mercato generato dall’affitto su Airbnb: il 58,8 per cento complessivamente. Chi governa la città?
Da un lato la retorica della condivisione scompare di fronte alla realtà di una distribuzione estremamente diseguale dei ricavi. Dall’altro la saturazione dell’offerta di case su Airbnb ha completamente sfasciato il mercato degli affitti. Host che gestiscono fino a quattromila alloggi, la percentuale di appartamenti interi aumentata al 76 per cento, Airbnb diventa il terzo locatore della città dopo i due pubblici:
A Roma l’intero mercato degli affitti viene stimato da Istat in 210.000 alloggi. Il primo gestore di alloggi è l’Ater Roma, con 48.000, l’Azienda Territoriale che gestisce le case popolari della Regione. Il secondo è il Comune, che detiene 28.000 alloggi pubblici. Il terzo, poiché di fatto è un gestore immobiliare, è Airbnb, con quasi 19.000 alloggi interi, ma se contiamo anche le singole stanze arriviamo a 30.000, tanto per farne capire il peso specifico.
Roma diventa una città in affitto per turisti mordi e fuggi. Spariscono le attività commerciali non legate al turismo, salgono i prezzi delle case per chi è residente, e questo processo diventa irreversibile. Se nell’era del lavoro precario la casa è l’unica forma di sicurezza economica, Airbnb funziona da divaricatore sociale, impedendo l’accesso alla casa a chi non ce l’ha e cerca un affitto.
C’è qualche forma di resistenza a questa involuzione? È utile accanto al libro di Gainsforth leggersi un altro libro uscito da poco da Donzelli, Città fai-da-te. Tra antagonismo e cittadinanza. Storie di autorganizzazione urbana dell’urbanista Carlo Cellamare. Anche il suo racconto è globale, ma poi si concentra su casi studio, e Roma è un osservatorio privilegiato nella progressiva privatizzazione delle città.
Non soltanto la politica ma le stesse istituzioni risultano progressivamente più distanti dai territori, tanto da interrogare sulla reale e piena cittadinanza degli abitanti di molte periferie urbane. Essi non trovano più ascolto, e non hanno neanche più un interlocutore riconoscibile che risponda alle loro esigenze, compito ordinario del ‘soggetto pubblico’ all’interno della democrazia. Da qui una profonda sfiducia, oltre che disillusione, nei confronti dell’amministrazione pubblica e delle istituzioni in genere, acuita dai ripetuti comportamenti corrotti e corruttivi che di volta in volta vengono rivelati, e che sarà assolutamente difficile recuperare. D’altronde è proprio il senso delle istituzioni dentro un modello neoliberista che è oggi messo in discussione.
Cellamare ci mostra che abbiamo di fronte due alternative di modelli urbani.
Da un lato una città senza legge, in mano ad attori privati e predatori, rappresentata simbolicamente dai tavolini che occupano le strade dei centri storici. Anche Cellamare sottolinea il carattere “estrattivista” del capitale nelle politiche urbane, che sussume tutte le attività sociali e umane, le mette a valore, le sfrutta, se ne appropria, le rende funzionali agli interessi di mercato. La gentrificazione che cos’è se non ridurre la socialità a merce?
Dall’altro lato c’è una città sociale, resistente, informale, partecipata. La diffusione di controculture e alternative sociali, fortemente caratterizzate da un punto di vista politico, hanno dato vita a conflitti importanti: i centri sociali di ieri, le occupazioni di oggi. A Roma questo fenomeno comincia a essere storicizzato: il Teatro Valle Occupato, il cinema America, Oxigene, la scuola Di Donato e la sua associazione di genitori, il Nuovo cinema palazzo a San Lorenzo, le esperienze di agricoltura periurbana, il condominio solidale alla Collina dei Barbagianni.
Questa seconda città resiste, ma soffre, combattuta e spesso sconfitta dall’aggressione speculativa: gli sgomberi, la trasformazione di spazi autorganizzati in privati, la retorica della legalità che si impone a distruggere sistematicamente l’informalità sociale.
Ma le pagine più importanti sono quelle in cui Cellamare ci tiene a ribadire una verità che non sembra più ovvia: senza una città formale, senza una politica, la città informale, la città fai-da-te non allarga lo spazio pubblico ma diventa il luogo dello scarto. L’arte dell’arrangiarsi non riesce a essere nemmeno una strategia di sopravvivenza.
Se dalla partecipazione dal basso non si passa a una fase costituente il rischio non è solo quello di disperdere l’energia politica, ma di abdicare ancora di più a una gestione apolitica della città, di arrendersi alla città anomica, senza regole né senso comunitario.

domenica 1 marzo 2020

Occupare Lisbona per affermare il diritto alla casa - Francesca Berardi



È un sabato pomeriggio di dicembre, a Lisbona il cielo è terso. Nella sede di un’associazione culturale a Intendente – quartiere a due passi dalla centrale piazza Martim Moniz – è in corso un’assemblea di Habita, un gruppo di attivisti che da più di dieci anni si batte per il diritto alla casa. A un certo punto si formano due gruppi di discussione. Nella sala principale decine di persone discutono di affitti, speculazioni, gentrificazione. Accanto, in una piccola stanza, altri condividono storie, paure e preoccupazioni su un tema specifico: l’occupazione. Sono tutte donne, di età e origini diverse, e tutte – a parte una che racconta di dormire in un vano scale – vivono in edifici occupati, nella maggior parte dei casi con dei figli.
Tra di loro c’è Joana. La donna ha cinque figli, una di 19 anni che è a sua volta madre di due bambini. In tutto sono dieci e dividono tre stanze in un appartamento occupato nel quartiere residenziale di Ajuda, nella zona occidentale di Lisbona, dove la stessa Joana è nata neppure quarant’anni fa. La casa è di proprietà del comune e Joana vive con l’ansia di essere sfrattata. Tuttavia, quando partecipa a incontri come questo, trova un po’ di sollievo. “Mi sento più forte, meno sola,” dice appena terminata la riunione. In effetti – secondo gli attivisti – il numero di persone che si trova nella sua situazione è in sensibile aumento da un paio di anni. “Solo da noi negli ultimi mesi si sono presentate più di un centinaio di persone che vivono in occupazione, quasi tutte donne, madri senza alternativa”, racconta Antonio Gori – residente a Lisbona ma originario di Prato – attivista di Habita.
I dati sulle occupazioni raccolti da Habita danno un’idea del fenomeno chiaramente non completa, ma sono gli unici disponibili insieme a quelli di associazioni come Stop despejos (Stop sfratti). Gli attivisti concordano nel dire che ci sono “centinaia” di famiglie in occupazione, ma nessuno riesce a quantificare con precisione quante siano. La loro impressione, così come quella dei residenti di vari quartieri con cui ho parlato, è che la maggior parte viva in case di proprietà del comune.

Le case vuote del comune
L’amministrazione ne possiede 26mila, dove si stima che vivano 75mila persone, circa un settimo dell’intera popolazione di Lisbona. Molte restano vuote e vengono occupate. Secondo le ricerche fatte per O que vai acontecer aquí?, documentario del collettivo di artisti Left hand rotation, le case disabitate sono più di duemila. Il comune smentisce, dicendo che si tratta di una cifra esagerata, ma si rifiuta – nonostante ripetute richieste – di diffondere dati precisi.
Le autorità si muovono con cautela per perseguire un obiettivo a lungo termine: liberare tutte le case occupate e riassegnarle con dei bandi. “La questione abitativa è una delle nostre priorità”, sostiene Ana Jara, eletta con il Partito comunista portoghese (Pcp) al municipio di Lisbona, “ma non dirò mai di essere d’accordo con l’occupazione di case popolari”. Inoltre, spiega Jara, se le case sono vuote probabilmente è perché sono in cattive condizioni. “Il problema non è solo avere una casa, ma avere una casa dignitosa”, chiarisce.
Tuttavia, i tempi della burocrazia sono sempre molto diversi da quelli della vita, e ci sono persone – soprattutto madri con bambini – che non ce la fanno ad aspettare ristrutturazioni e bandi. “L’amministrazione di Lisbona ha buone intenzioni, ma nella pratica non riesce ad affrontare l’emergenza abitativa che ha contribuito a creare”, sostiene Luís Mendes, professore all’istituto di geografia e pianificazione del territorio dell’Universidade de Lisboa, tra i più autorevoli esperti di gentrificazione e speculazione edilizia in Portogallo, oltre che membro attivo dell’organizazzione Morar em Lisboa (Abitare a Lisbona).
L’impatto di Airbnb
Le occupazioni sono solo uno degli aspetti più visibili della crisi abitativa che sta colpendo l’area metropolitana della capitale portoghese. Il puzzle è complesso ed è composto da pezzi tanto diversi quanto complementari: dall’uso sregolato di Airbnb a una legge che ha liberalizzato il mercato degli affitti senza tenere troppo conto delle esigenze dei cittadini più in difficoltà, ai Golden visa concessi dal governo, che hanno attirato ingenti investimenti stranieri in campo immobiliare. Il risultato è una città dove convivono diecimila famiglie in situazioni abitative precarie e milioni di turisti che ogni anno affittano appartamenti per periodi più o meno brevi.
Nel 2018 sono stati 4,5 milioni. Alla fine del 2019 su Airbnb c’erano più di 22mila annunci, il 75 per cento riguardanti interi appartamenti. Secondo il libro Lisboa e a Airbnb – pubblicato nel 2019 da un gruppo di studiosi – nella capitale portoghese ci sono almeno 25 proprietari che gestiscono in totale centinaia di annunci (uno di loro, da solo, ne gestisce 437). Tra il 2017 e il 2018, questo piccolo gruppo ha generato introiti superiori ai 24 milioni di euro.
Nel quartiere storico di Alfama più della metà delle case è destinata ad affitti brevi per turisti. “Ma svuotandolo dei suoi abitanti, non si fa altro che ammazzare un quartiere”, dice Mendes. “A Lisbona la situazione in certi casi è estrema, ma la città non è un caso isolato. Il contenimento degli effetti di Airbnb è un problema europeo”. Mendes è tra i promotori della campagna di raccolta firme Housing for all, una petizione partita da Vienna per chiedere alle istituzioni europee di sostenere investimenti nel campo dell’edilizia popolare e di regolare gli affitti a breve termine.

Turbogentrificazione
A Lisbona il mercato immobiliare sembra non avere più a che vedere con le persone che ci abitano e lavorano, classe media inclusa. Tanto che il termine gentrificazione non basta più. Mendes parla di “turbogentrificazione”.
Mentre in Portogallo il salario minimo aumenta lentamente – si è passati da 500 euro nel 2016 a 600 nel 2019, e l’obiettivo del governo guidato dal socialista António Costa è di arrivare a 750 nel 2023 – il costo delle case cresce in modo sregolato, secondo i modi e i tempi della finanza. I dati dell’Instituto nacional de estatística (Ine) mostrano che nel secondo trimestre 2019 a Lisbona si è registrato un prezzo medio al metro quadro di 3.154 euro, circa 400 euro in più rispetto al 2018. Gli affitti hanno raggiunto una media di 585 euro al mese per 50 metri quadri.
“E io cosa dovrei fare? Sono esausta”, dice Monica. È seduta su un materasso buttato a terra, nella casa che occupa da oltre un anno nel quartiere Lumiar, un’area popolare della cosiddetta Alta de Lisboa. Vive insieme al più piccolo dei suoi due figli, un ragazzo di quattordici anni. A parte il materasso per terra, un letto, un piccolo mobile su cui è appoggiata una tv e un atlante comprato per il figlio, non ha nulla. Neppure un tavolo. In bagno manca l’acqua corrente. Per lo scarico riempie delle taniche a casa di parenti che vivono in un appartamento lì vicino. Siccome non ha una cucina, da loro va anche a cena: in cambio compra delle cose con il sussidio di disoccupazione di 470 euro e le prepara per tutti. “Per fortuna mio figlio può mangiare a scuola sia a colazione sia a pranzo”, racconta. “Negli ultimi anni ho cambiato casa sei volte, ma ho sempre fatto di tutto affinché lui rimanesse nella stessa scuola. Almeno quello…”, dice.
La vita di Monica – arrivata dall’Angola in Portogallo ad appena otto anni – è crollata nel 2007 quando il marito l’ha abbandonata con migliaia di euro di debiti. “Il mio più grande errore è stato sposare la persona sbagliata”, dice, “un uomo con due facce”. Ricercato dalla polizia per un traffico di documenti falsi, è scappato in Angola senza dirle niente. “Non ne sapevo nulla. Un giorno la polizia mi ha svegliato all’alba puntandomi la pistola contro, ma lui non era a casa”, ricorda Monica.
L’appartamento in cui abitavano, e su cui stavano pagando il mutuo, è stato pignorato, e per anni la maggior parte del suo salario se n’è andato per saldare i debiti. “Mi restavano meno di 400 euro al mese, sono riuscita a sopravvivere solo grazie agli aiuti degli assistenti sociali della Santa Casa”. Fino a un paio di anni fa Monica è riuscita a trovare case in affitto ai margini estremi della città, o appena fuori, ma ora neanche quello. “Essere una madre single non mi aiuta, e nemmeno il colore della mia pelle”.
Monica ricorda che una delle ultime case che ha affittato era un bilocale in una zona conosciuta come Bairro de Angola, a Camarate, fuori dei confini della città, ma ancora abbastanza collegata con la scuola del figlio. Pagava 400 euro al mese, mentre sostiene che i suoi vicini, una coppia di bianchi, pagassero 330 allo stesso proprietario per un’abitazione con una stanza da letto in più. Monica racconta di essere in lista di attesa per una casa popolare già da una decina di anni, ma finora non si è mosso nulla.
Anche Luis dice che le discriminazioni razziali sono un ostacolo. Ventisei anni, discendente da una famiglia rom, una compagna e due figli, cinque anni fa ha occupato uno spazio inutilizzato di proprietà del comune. “Siamo ridotti così anche a causa del razzismo”, dice, “eppure la mia famiglia, quella dei Ramos, è arrivata in Alentejo nel 1500”.
Per raggiungere la sua abitazione bisogna camminare mezz’ora dalla stazione della metro più vicina, Ameixoeiras. Si passa in mezzo a grandi condomini popolari e lungo una strada costeggiata da spazi verdi. Nel giardino di una delle case ci sono pecore e galline. Questo paesaggio – diviso tra i blocchi di cemento delle costruzioni e il suono leggero della campagna – è piuttosto comune nella periferia di Lisbona. “Ho fatto tutto con le mie mani”, dice Luis con orgoglio, mostrando delle pareti di cartongesso e il sistema con cui è riuscito a creare una doccia collegata a una caldaia. La casa è essenziale, ma ha tutto il necessario, anche una lavatrice.
Al momento l’uomo è disoccupato, ma ogni tanto gli capita un lavoro. “Sono rom, chi mi offre un contratto?”. Non chiede aiuto alle associazioni di attivisti perché è disilluso. “Siamo in attesa di una casa popolare da sei anni. Ho accettato di essere intervistato perché voglio che la gente sappia come siamo ridotti a vivere”. La compagna, Margarida, parla solo appena lui esce un attimo, chiamato da un vicino. Ha gli occhi azzurri, come la bambina che allatta al seno e che porta il suo stesso nome. Dice che è stanca di dover combattere con i ratti. “Sono sfinita. È come vivere in strada, non ci sono barriere”, dice. Confessa di sentirsi isolata.

Conseguenze sulla salute
Il problema della casa ha ricadute anche sulla salute mentale delle persone. A Lisbona ho intervistato decine di persone in situazioni abitative precarie. Quasi tutte dicevano di soffrire di depressione, attacchi di ansia, insonnia. Più di una mi ha detto di aver pensato al suicidio.
“Molti problemi di cui ci parlano i nostri pazienti, dallo stress all’isolamento, sono collegati a situazioni abitative precarie ”, racconta Cristiano Figuereido, medico di famiglia al Centro de saude di Martim Moniz, a due passi dalla piazza del Rossio. Il centro segue 15mila persone e Figuereido spiega che per alcuni di loro la struttura sperimenta un programma chiamato “prescrizione sociale”. “In molti casi invece delle medicine prescriviamo un incontro con l’assistente sociale qui in sede”, racconta.
 “La casa è forse il principale problema in questo momento a Lisbona”, spiega il direttore del centro Martino Gliozzi, originario di Imola. Il problema non coinvolge solo chi vive in situazioni limite, di occupazione o sfratto. “Ho una paziente costretta a usare dei sacchetti di plastica al posto del gabinetto. Il padrone di casa le ha rotto lo scarico del bagno per costringerla ad andarsene. Roba da medioevo. In certi casi, discutendo con i pazienti le possibili cause dei problemi di salute, ci rendiamo conto che più che di un medico, alcuni hanno bisogno di un assistente sociale, o addirittura di un avvocato”, spiega Gliozzi. Il centro ha da poco conquistato un importante premio nazionale per il suo approccio sperimentale.
Il comune di Lisbona ha attivato un numero verde per chi è stato sfrattato o è a rischio sgombero, e si sta muovendo per ristrutturare e assegnare le case popolari. Nel novembre 2019 sono stati aperti dei bandi per assegnare 120 alloggi con affitti calmierati, rivolti soprattutto alla classe media. Solo nel primo giorno si sono candidate più di mille persone, oggi sono quattromila. Il sindaco Fernando Medina ha lanciato l’ipotesi di ampliare il programma, affittando dai privati altri mille appartamenti per poi subaffittarli a prezzi contenuti.
“L’abitazione è un diritto, ma è anche una merce. E il mercato sta uccidendo il diritto, questo è chiaro”, sostiene Helena Roseta, 72 anni, in politica da cinquanta, deputata all’assemblea costituente dopo la dittatura di Salazar. All’inizio dell’ottobre 2019 ha lasciato la sua carica di presidente del consiglio municipale di Lisbona e di deputata in parlamento, ma prima si è battuta per far approvare una legge per il diritto a un’abitazione adeguata per ogni cittadino. “Non darà una casa a nessuno, ma per lo meno stabilisce regole e obblighi. Perché porti a dei risultati deve essere applicata, ed è ciò che mi auguro”, sostiene.
Secondo Roseta – che si batte per il diritto alla casa dagli anni sessanta – le stime sulla crisi abitativa a Lisbona e più in generale in Portogallo non riflettono la realtà. “La situazione è sicuramente più grave”, spiega. Parlando delle occupazioni che vedono come protagoniste le madri single, Roseta aggiunge che “affrontare il problema della casa significa occuparsi anche della discriminazione di genere e della violenza domestica”. Per questo ai gruppi di attivisti per il diritto alla casa si è unito il movimento femminista di Lisbona, così da affrontare il problema con un approccio intersezionale. “Molte donne si trovano a dover scegliere tra la strada e la violenza”, spiega Roseta, aggiungendo che “anche l’amministrazione di Lisbona si sta impegnando a tenere conto di questo aspetto”.
Edna ha lasciato la casa dove è cresciuta a 15 anni, incinta, anche a causa dei maltrattamenti subiti dal compagno della madre. Ora ha 29 anni e abita con i suoi tre figli in un appartamento occupato di proprietà del comune. È nel quartiere dove ha sempre vissuto, a Chelas, nella parte orientale di Lisbona. “Sono stata buttata fuori da cinque case, ho un lavoro precario e il mio figlio più piccolo ha problemi di respirazione. Non ho scelta”, dice mentre prepara uno stufato di carne nella sua cucina. Edna è nata nell’ex colonia portoghese di Sao Tomé e sta facendo le pratiche per ottenere la cittadinanza portoghese. Racconta di aver fatto richiesta di una casa al comune già dieci anni fa. “A volte mi assale la tristezza, ma non mi lascio deprimere. Non posso permettermelo. Ho paura che mi tolgano la custodia dei bambini”, spiega.
Ha dipinto di rosa la camera di sua figlia di nove anni e ha da poco cominciato a lavorare in un centro di assistenza per anziani, dove riceve il salario minimo. “Cerco di mantenere viva la speranza, ma è dura”. Mostra una notifica di sfratto ricevuta più di un anno fa. C’è scritto che aveva tre giorni per lasciare la casa. “Ancora non sono venuti a buttarmi fuori. Ho il cuore in gola ogni volta che sento bussare. Mi rilasso solo nei weekend perché so che non lavorano”. I vicini l’aiutano: “Mi capiscono e mi proteggono”, racconta. Forse perché conservano il ricordo di un’altra crisi abitativa, quella degli anni della dittatura, quando nel quartiere c’erano le baracche degli operai. Dopo il 25 aprile 1974, giorno della rivoluzione dei garofani contro il regime, interi quartieri furono occupati da movimenti di sinistra e studenteschi.
“Erano anni diversi, il popolo portoghese allora mostrò la sua forza, si rese protagonista”, ricorda Helena Roseta. “Anche un grande politico conservatore come Diogo Freitas do Amaral quarant’anni dopo ha difeso quelle occupazioni. Per lui erano legittime, come la rivoluzione”.

Questo articolo è parte di un’indagine sulla crisi abitativa a Lisbona condotta grazie al progetto europeo Horizon 2020 Rock.


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mercoledì 2 ottobre 2019

Città per turisti - Alessandro Barile




(recensione, e non solo, del libro di Sarah Gainsforth, Airbnb città merce, DeriveApprodi, 2019, pp. 191, € 18,0


Bisognerebbe riflettere sul ritardo che l’Italia – e Roma in particolare – sconta riguardo ai temi della gentrificazione, della “turistificazione” dei centri urbani, degli stravolgimenti che in questi decenni recenti hanno sconvolto la morfologia delle sue principali città d’arte. Un paese pioniere della riflessione urbanistica si è trovato improvvisamente impreparato di fronte alle tormentate sfide che distinguono il volto di città e metropoli dei nostri giorni. A dire il vero gli ultimi anni hanno visto un inevitabile recupero: la trasformazione della città si è imposta quale motivo di analisi di un nuovo modello estrattivo, al tempo stesso produttivo, finanziario e parassitario. Il libro di Sarah Gainsforth si inserisce precisamente in questo movimento di attivismo politico-culturale: recuperare il tempo perduto, aggiornando interpretazioni sfocate, ormai incapaci di comprendere i fenomeni sociali che investono l’ambiente urbano. Come ogni lavoro di questo tipo, si presenta immediatamente interessante e inevitabilmente parziale. Interessante perché l’autrice coglie il motivo decisivo: smascherare le retoriche del capitalismo parassitario che travolge i centri urbani e li trasforma in qualcos’altro (ma cos’altro? Questa rimane la domanda inevasa); parziale perché, per l’appunto, pioneristico – almeno, come detto, nel nostro paese – e che quindi non può servirsi di una mole dignitosa e condivisa di studi italiani rilevanti sull’argomento. Si presenta dunque come lavoro dal quale partire, ed è la sua inequivocabile importanza.
Proviamo a centrare subito il tema, liberandoci dalle pastoie sociologiche o urbanistiche che ingarbugliano il problema dentro punti di vista troppo ristretti per svelare pienamente la complessità della vicenda: la città attuale è il prodotto della crisi economica. Una crisi economica di lungo periodo, che sfocia clamorosamente con la bolla dei mutui subprime del 2008, ma che qualifica il modello capitalistico occidentale almeno dalla fine dei mitizzati “trenta gloriosi”. Sarebbe davvero troppo pretenzioso provare in poche battute i caratteri di questa crisi, che si presenta – in ultima istanza – come crisi di valorizzazione dei capitali privati. La curva di accrescimento di questi capitali – visti nel loro insieme – ad un certo momento rallenta fino ad arrestarsi, generando contestualmente la moltiplicazione geometrica del debito privato per sostenere una valorizzazione che, per perpetuarsi, non può che essere continuamente drogata: i consumi reggono, ma lo fanno scollegandosi vieppiù marcatamente dal livello reale dei redditi generati nel rapporto tra lavoro disponibile e produzione economica.
Questa crisi può essere valutata da diversi punti di vista, tutti importanti. Per quel che qui ci interessa, a farne le spese è la dimensione cittadina, investita frontalmente dalle contorsioni di un capitalismo che dilegua la sua fase “mista” – e cioè contraddittoriamente sostenuta da capitali privati e pubblici in egual misura – e smantella progressivamente la serie di legami che sostenevano il rapporto tra Stato (inteso come recinto politico) e sviluppo economico. Sempre limitandoci alla vicenda urbana, David Harvey – in un suo noto articolo del 1989 – ha definito questo passaggio dalla città manageriale alla città imprenditoriale. Quale è il significato di questo passaggio (epocale)? In buona sostanza le città – tutte le città, ma in particolare le metropoli divenute “globali” – strutturate politicamente per amministrare le risorse che lo Stato trasferiva loro dalla fiscalità generale, sono state catapultate forzatamente nella dimensione imprenditoriale, dovevano divenire – per sostenere l’insieme dei servizi di cui erano intestatarie – aziende urbane, generando da sé quelle risorse economiche non più trasmesse dallo Stato centrale.
Sempre tagliando con l’accetta e in maniera rozzamente sintetica, la turistizzazione dei centri urbani si inserisce in questo schema, risponde alla medesima necessità che ha portato le città a privatizzare la propria economia, “liberalizzando” i servizi, “cartolarizzando” il patrimonio immobiliare comunale, svendendo porzioni sempre crescenti di proprietà pubblica, dismettendo sempre più attività che si presentavano come costi aggiunti di un bilancio che continuava a non tornare, che non poteva più tornare al fatidico pareggio. La città imprenditoriale è il risultato della città (fiscalmente) fallita. In sintesi: dalla città bisognava estrarre reddito per colmare le mancate risorse trasferite dallo Stato. Questa necessità si è incontrata con la difficoltà dei capitali privati – come accennato prima – di valorizzarsi, di accrescersi stabilmente, inceppandosi la droga del debito privato. E quale miglior investimento che tornare alla rendita? La crisi economica non ha infatti prodotto una diminuzione dei capitali in circolazione, tutt’altro: nel mondo non c’è mai stata così tanta massa di capitale privato inutilizzato, finanziarizzato ma non valorizzato, perché ad essersi spezzata è la catena fondamentale che generava valore per questi capitali: il consumo interno delle economie ricche dell’Occidente. Questo dimensione letteralmente infinita di capitale fittizio – moltiplicato finanziariamente e raggiungendo diversi multipli ormai non più misurabili del Pil globale – è costretto però a trovare ricadute concrete al quale ancorarsi. La rendita immobiliare è il principale ancoraggio. Di qui, tra le altre cose, la turistificazione.
Come viene insegnato al prima anno di economia politica, non è la domanda a generare l’offerta, bensì il contrario: è l’offerta a generare bisogni indotti. Fatti salvi i bisogni primari (sostanzialmente volti alla riproduzione dell’uomo), l’universo dei bisogni secondari è indotto dall’offerta economica. Da questo angolo di visuale, l’intera retorica sul turismo andrebbe ribaltata: non è questo ad investire i paesi dell’Occidente, costringendoli al cambiamento produttivo e riconvertendolo in ricettività turistica; sono i paesi occidentali (e non solo loro, ovviamente) ad attirare i flussi turistici globali investendo su di una domanda indotta, che – in qualche modo – costringe al bisogno di turismo (cioè al bisogno di entrate esterne al sistema cittadino o nazionale). I flussi sono costruiti e alimentati da quei paesi che se ne dicono oggetto “loro malgrado”. Venuto (parzialmente) meno il potere d’indirizzo economico da parte dello Stato, trasformata la città in ente imprenditoriale, sono dunque le città a stesse a plasmarsi in funzione del turismo globale. Deformandone – letteralmente – la morfologia, tanto quella urbana quanto (soprattutto) quella sociale, cioè i caratteri fondamentali della cittadinanza.
Sarah Gainsforth illustra questa macroscopica vicenda attraverso una sineddoche, che però coglie davvero nel segno: lo studio e il disvelamento di un pezzo di questa economia del turismo – Airbnb – per descriverne la complessità, restituendo un distopico quadro d’insieme che ancora oggi fatica ad affermarsi fuori dai circuiti politicamente più emancipati. Ci sono più piani che si intersecano in un lavoro di questo tipo, ed è l’unico modo per coglierne il senso. Da una parte c’è il duro confronto con i numeri e i dati di realtà che distinguono il processo di turistificazione. Attraverso mirati focus di alcuni casi urbani scelti dall’autrice, veniamo subito colpiti dalla forza dei numeri. Alcuni esempi: Lisbona ha circa 500mila abitanti, ma sopporta l’arrivo di 14 milioni di turisti ogni anno. In seguito al “salvataggio” dei conti pubblici portoghesi operato dall’Unione europea, una delle clausola capestro del memorandum «invitava a stimolare il mercato immobiliare con interventi di rigenerazione urbana e una massiccia liberalizzazione degli affitti». Il risultato, oltre la fine dell’equo canone e la moltiplicazione degli sfratti, è stata la consegna ad Airbnb di una quota rilevante dell’intero mercato degli affitti: 22mila alloggi sono gestiti da Airbnb nel solo centro cittadino; nel solo quartiere di Santa Maria Maior – 1,5 kmq – 3mila case sono in affitto su Airbnb.
Ancora: in seguito (attenzione: in seguito) alla crisi del 2008, i prezzi delle case di San Francisco – cuore della multinazionale Airbnb – si sono moltiplicati indefinitamente: «oggi più della metà delle case di San Francisco costa oltre 1 milione di dollari. Nel quartiere di Westwood Park le case da 1 milione di dollari erano il 3% nel 2012; nel 2016 erano il 96%. In 14 quartieri della Bay Area, per lo più concentrati intorno a Palo Alto, il 100% delle case costa più di questo valore». E, attenzione, in una città che vive una crisi abitativa epocale, e dove è il “ceto medio”, non gli strati più popolari, a doversi trasferire altrove, sempre più lontano da una città dove però continua a gravitare per ragioni di lavoro. Il caro affitti colpisce famiglie con 100mila dollari di reddito l’anno. Ancora: «Toronto è nel pieno di un boom immobiliare e, al tempo stesso di una crisi abitativa senza precedenti. […] Nel 2016 le case sottratte al mercato ordinario di Toronto erano circa 3000, nel 2017 erano diventate 45.000 e un anno dopo, nel 2018 erano 65.000». E ancora, a caso tra i dati citati ossessivamente ma giustamente dall’autrice: «Nella zona urbanistica del centro storico di Roma il 19% degli appartamenti è in affitto su Airbnb. […] A Venezia il 12% delle case nella città storica, […] è affittato a turisti tutto l’anno. […] Firenze è la città con la più alta concentrazione di case su Airbnb nel centro storico, il 18%». E importante: non stiamo parlando di hotel, b&b o altre strutture ricettive “ufficiali”. Parliamo di appartamenti privati che si sommano all’offerta già mastodontica della ricettività turistica. Percentuali esasperate – vicine dunque al 50% dell’intero patrimonio abitativo di una città, o almeno del suo centro storico – vengono riconvertite al turismo. Con quali risultati è facile immaginare: «A Roma l’intero mercato degli affitti viene stimato da Istat in 210.000 alloggi. Il primo gestore di alloggi è l’Ater Roma, con 48.000. […] Il secondo è il Comune, che detiene 28.000 alloggi pubblici. Il terzo, poiché di fatto è un gestore immobiliare, è Airbnb, con quasi 19.000 alloggi interi, ma se contiamo anche le singole stanze arriviamo a 30.000». L’effetto, a dire il vero, è stato anche calcolato: «A Boston, una ricerca del dipartimento di Economia dell’Università ha trovato non solo una correlazione ma una relazione causale tra la proliferazione di Airbnb e i prezzi delle abitazioni: a ogni 12 annunci su Airbnb per zona censuaria corrisponde una perdita di case sul mercato ordinario del 5,9%, un aumento dei canoni di locazione dello 0,4% e un aumento dei valori immobiliari dello 0,76%». Ogni dodici annunci. Siamo di fronte ad un terremoto che travolge direttamente le città, la loro fisionomia e, soprattutto, gli abitanti residenti.
Si dirà, e infatti viene detto, che tutto ciò risponde a dinamiche molecolari, processi intimi del capitalismo privato, di scelte individuali, come ad esempio mettere una casa o una stanza in affitto su di un sito, “disintermediando” la canonica offerta ricettiva, piegando inevitabilmente le città a flussi inarrestabili che possono solo essere “governati” ma non limitati. E veniamo al secondo focus del libro di Gainsforth, e cioè la natura ideologica di questo fenomeno: «fu chiaro quasi subito che solo il 10% degli host di Airbnb erano inquilini che arrotondavano; nel 90% dei casi si trattava di proprietari che affittavano tutto l’anno. […] Molti degli interi edifici dove gli inquilini erano stati sfrattati con il ricorso all’Ellis Act erano gli stessi in cui gli appartamenti comparivano negli annunci su Airbnb e VRBO». E ancora: «Gli host con più di una casa in affitto […] gestiscono il 56,2% di tutte le case in affitto su Airbnb a Roma: sono 10.583 gli appartamenti di utenti con più di un annuncio». In altre parole, la leggenda – perché di questo si tratta – che Airbnb faccia parte del “processo di disintermediazione” dell’economia, liberando le energie del piccolo capitalismo privato, è una bufala: Airbnb è un gestore, uno dei più grandi, di proprietà immobiliari, che destina alla ricettività turistica contribuendo alla moltiplicazione di questa. Non risponde ad un bisogno (più stanze o appartamenti per turisti), ma lo genera. Non è Airbnb a rispondere ad una domanda di turismo: è Airbnb a generare la domanda di sempre più turismo. «Airbnb è finora la principale success story del capitalismo delle piattaforme e dell’ideologia neoliberale e startuppara, secondo cui ognuno è imprenditore di se stesso. […] Le piattaforme hanno trovato il modo di mercificare sempre nuove risorse, ampliando la sfera di ciò che è possibile mettere a profitto – la casa, il proprio tempo, le città. […] Il turismo […] è uno strumento di produzione di località per l’estrazione di valore dalla città-merce». E ancora, più avanti e in maniera decisiva: «il turismo è oggi il principale strumento di gentrificazione e di marketing delle città, diventate al tempo stesso imprenditrici e merce di consumo, la risorsa e il prodotto finale, in vendita sul mercato globale».
Se però le dinamiche sono globali, rispondono cioè alle strategie di poche enormi multinazionali private e non-localizzate, modellando giocoforza l’insieme del tessuto urbano, le ricadute rimangono locali. L’ideologia della disintermediazione, delle startup e della sharing economy serve a demolire i regimi regolatori urbani, in perfetta assonanza con l’attacco ai regimi regolatori statuali portata avanti dal più vasto processo di globalizzazione dell’economia mondiale. Rimanendo alla città, la sostituzione in corso è quella della popolazione residente con una temporanea, di passaggio, “utilizzatrice” della città, anzi: di città, in generale, senza risiedervi, secondo la (ormai) classica intuizione di Martinotti riferendosi ai metropolitan businessperson. Eppure una popolazione residente continuerà inevitabilmente ad esserci. Ma sarà spostata sempre più lontano, sempre più fuori dai confini urbani, e però costretta – per ragioni lavorative – a gravitarvi attorno, sovente attorno a quel centro cittadino nel frattempo divenuto luogo di transito dei flussi del turismo e dell’economia globale.
In conclusione, dunque, la città divenuta metropoli si presenta sempre più come duale: un piccolo centro nevralgico – non sempre o per forza sovrapposto al centro geografico – circondato da un’immensa periferia che si estende ben oltre la provincia e coincidendo con la regione di riferimento, senza soluzione di continuità. Ma non è gioco a somma zero: nella periferia disurbanizzata e non più cittadina a venire sconvolti sono quei diritti di cittadinanza su cui si fonda il concetto stesso di città. Per chi può ancora permetterseli, cioè comprarli, persisteranno. Per tutti gli altri, cioè per la stragrande maggioranza della popolazione, si apre (si è già aperta) una nuova fase delle relazioni sociali.