Il Capitano inaugura la raffineria di Stato e lancia
la sfida all'Occidente: "Vogliamo l'intera filiera sul posto". Un
passo decisivo verso la sovranità economica sognata da Thomas Sankara
Ouagadougou,
29 settembre 2026. La data in cui la terra di Thomas Sankara ha smesso di
regalare il proprio futuro. Per decenni l’oro del Burkina Faso è partito sotto
forma di lingotti grezzi, lasciando dietro di sé solo polvere, miseria e
promesse mai mantenute. Il sottosuolo veniva svuotato, ma la ricchezza vera
finiva altrove. In un classico schema neocolonialista. Oggi, quel meccanismo di
spoliazione coloniale si è spezzato.
Il
Presidente del Burkina Faso, il capitano Ibrahim Traoré, ha tagliato il nastro di RAFFINOR-BF, la prima raffineria d’oro
del Paese. Non è un semplice impianto industriale. È una dichiarazione di guerra
economica al vecchio ordine mondiale, la materializzazione di quella sovranità
che Sankara sognava e che Traoré sta imponendo nonostante le manovre ostili
delle vecchie potrenze colonialiste, Francia in testa.
L’opera, voluta dallo Stato attraverso la Società nazionale delle sostanze
preziose (SONASP) e sostenuta da investimenti privati, è costata oltre 11
miliardi di franchi CFA. I numeri parlano di una capacità iniziale di 164
tonnellate l’anno, che salirà a 515 nella seconda fase. Ma i numeri, da soli,
non raccontano la rivoluzione. A contare sono le oltre cento assunzioni
dirette, i cinquemila posti di lavoro indiretti e, soprattutto, la purezza al
99,99% dell’oro in uscita, certificato con lo standard internazionale
"Good Delivery". L'oro prodotto in Burkina, d'ora in poi, viene
raffinato in Burkina. Quella che fino a pochi anni fa sembrava un'utopia, ieri
è diventata crealtà. Il ministro delle Miniere, Yacouba Zabré Gouba, leggendo
il pensiero del Capo dello Stato, ha usato parole che decisamente eloquenti:
«Per troppo tempo il sudore dei nostri lavoratori e le ricchezze del nostro
sottosuolo hanno alimentato catene del valore costruite altrove. Ci dicevano
che non avevamo la tecnologia, né la capacità, né il diritto di trasformare le
nostre ricchezze. Oggi spezziamo questo anello di dipendenza. Il nostro oro non
servirà più a costruire la fortuna degli altri mentre il nostro popolo resta
nel bisogno».
È la
quintessenza della Rivoluzione Popolare e Progressista. Ogni grammo estratto
deve servire a costruire scuole, ospedali, strade e competenze. Ma Traoré non
si limita a nazionalizzare le risorse, le mette al servizio di una visione
geopolitica chiara. La nuova raffineria permetterà di tracciare l'oro, chiudere
i rubinetti del contrabbando e del riciclaggio di capitali, togliendo il
controllo delle risorse dalle mani delle multinazionali e dei trafficanti.
Il Capitano,
durante la cerimonia, non ha usato giri di parole. Il suo discorso è un
manifesto di autodeterminazione africana: «L’inaugurazione di questa fabbrica è
un simbolo forte. Che si tratti di oro, manganese, rame o zinco, la nostra
ambizione non è più essere un Paese che estrae e porta la materia prima
all'estero. Vogliamo raffinare tutti i nostri metalli sul posto».
E guardando
dritto negli occhi chi, in questi anni, ha cercato di ostacolare la sua marcia,
Traoré ha lanciato un messaggio che sa di sfida aperta: «Tutto ciò che è
industria estrattiva, vogliamo averne l'intera catena del valore qui. Iniziamo
con l'oro, ma c'è molto altro nel nostro sottosuolo. Vogliamo padroneggiare
tutto, fino all'ultimo dettaglio. È l'occasione per invitare anche la gioventù
a mettersi in gioco, a imparare, a padroneggiare l'intera filiera mineraria».
La strada
della sovranità è sempre costellata di detrattori e ostacoli. Ma il leader
burkinabè ha mostrato di non curarsi delle critiche provenienti da chi vorrebbe
il Paese ancora fermo al ruolo di cava a cielo aperto. Con il tono ruvido e
deciso che lo contraddistingue, ha liquidato gli scettici: «Non molto tempo fa
dicevo che ci sono persone che qualifico come scarti della società.
Continueranno a parlare. Lasciateli fare e continuiamo ad andare avanti. Questa
è la cosa più importante. Non ascoltateli, avanziamo! La fabbrica è concreto.
Questo è ciò che conta. Rimanete concentrati, rimanete focalizzati».
RAFFINOR-BF
non è solo un hub industriale per l'Africa occidentale. È la prova che un'altra
Africa è possibile. Un'Africa che non chiede il permesso per essere padrona a
casa propria. Thomas Sankara diceva che l'imperialismo si nutre delle nostre
materie prime. Ieri, a Ouagadougou, Ibrahim Traoré gli ha tolto il nutrimento.
L'oro ora resta in patria. E con esso, la dignità di un popolo che ha deciso di
non essere più la miniera di nessuno.
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