venerdì 2 ottobre 2026

Burkina Faso: l’oro non parte più, Traoré spezza le catene coloniali


Il Capitano inaugura la raffineria di Stato e lancia la sfida all'Occidente: "Vogliamo l'intera filiera sul posto". Un passo decisivo verso la sovranità economica sognata da Thomas Sankara

Ouagadougou, 29 settembre 2026. La data in cui la terra di Thomas Sankara ha smesso di regalare il proprio futuro. Per decenni l’oro del Burkina Faso è partito sotto forma di lingotti grezzi, lasciando dietro di sé solo polvere, miseria e promesse mai mantenute. Il sottosuolo veniva svuotato, ma la ricchezza vera finiva altrove. In un classico schema neocolonialista. Oggi, quel meccanismo di spoliazione coloniale si è spezzato. 

Il Presidente del Burkina Faso, il capitano Ibrahim Traoré, ha tagliato il nastro di RAFFINOR-BF, la prima raffineria d’oro del Paese. Non è un semplice impianto industriale. È una dichiarazione di guerra economica al vecchio ordine mondiale, la materializzazione di quella sovranità che Sankara sognava e che Traoré sta imponendo nonostante le manovre ostili delle vecchie potrenze colonialiste, Francia in testa.
 
L’opera, voluta dallo Stato attraverso la Società nazionale delle sostanze preziose (SONASP) e sostenuta da investimenti privati, è costata oltre 11 miliardi di franchi CFA. I numeri parlano di una capacità iniziale di 164 tonnellate l’anno, che salirà a 515 nella seconda fase. Ma i numeri, da soli, non raccontano la rivoluzione. A contare sono le oltre cento assunzioni dirette, i cinquemila posti di lavoro indiretti e, soprattutto, la purezza al 99,99% dell’oro in uscita, certificato con lo standard internazionale "Good Delivery". L'oro prodotto in Burkina, d'ora in poi, viene raffinato in Burkina. Quella che fino a pochi anni fa sembrava un'utopia, ieri è diventata crealtà. Il ministro delle Miniere, Yacouba Zabré Gouba, leggendo il pensiero del Capo dello Stato, ha usato parole che decisamente eloquenti: «Per troppo tempo il sudore dei nostri lavoratori e le ricchezze del nostro sottosuolo hanno alimentato catene del valore costruite altrove. Ci dicevano che non avevamo la tecnologia, né la capacità, né il diritto di trasformare le nostre ricchezze. Oggi spezziamo questo anello di dipendenza. Il nostro oro non servirà più a costruire la fortuna degli altri mentre il nostro popolo resta nel bisogno».

È la quintessenza della Rivoluzione Popolare e Progressista. Ogni grammo estratto deve servire a costruire scuole, ospedali, strade e competenze. Ma Traoré non si limita a nazionalizzare le risorse, le mette al servizio di una visione geopolitica chiara. La nuova raffineria permetterà di tracciare l'oro, chiudere i rubinetti del contrabbando e del riciclaggio di capitali, togliendo il controllo delle risorse dalle mani delle multinazionali e dei trafficanti.

Il Capitano, durante la cerimonia, non ha usato giri di parole. Il suo discorso è un manifesto di autodeterminazione africana: «L’inaugurazione di questa fabbrica è un simbolo forte. Che si tratti di oro, manganese, rame o zinco, la nostra ambizione non è più essere un Paese che estrae e porta la materia prima all'estero. Vogliamo raffinare tutti i nostri metalli sul posto». 

E guardando dritto negli occhi chi, in questi anni, ha cercato di ostacolare la sua marcia, Traoré ha lanciato un messaggio che sa di sfida aperta: «Tutto ciò che è industria estrattiva, vogliamo averne l'intera catena del valore qui. Iniziamo con l'oro, ma c'è molto altro nel nostro sottosuolo. Vogliamo padroneggiare tutto, fino all'ultimo dettaglio. È l'occasione per invitare anche la gioventù a mettersi in gioco, a imparare, a padroneggiare l'intera filiera mineraria».

La strada della sovranità è sempre costellata di detrattori e ostacoli. Ma il leader burkinabè ha mostrato di non curarsi delle critiche provenienti da chi vorrebbe il Paese ancora fermo al ruolo di cava a cielo aperto. Con il tono ruvido e deciso che lo contraddistingue, ha liquidato gli scettici: «Non molto tempo fa dicevo che ci sono persone che qualifico come scarti della società. Continueranno a parlare. Lasciateli fare e continuiamo ad andare avanti. Questa è la cosa più importante. Non ascoltateli, avanziamo! La fabbrica è concreto. Questo è ciò che conta. Rimanete concentrati, rimanete focalizzati».

RAFFINOR-BF non è solo un hub industriale per l'Africa occidentale. È la prova che un'altra Africa è possibile. Un'Africa che non chiede il permesso per essere padrona a casa propria. Thomas Sankara diceva che l'imperialismo si nutre delle nostre materie prime. Ieri, a Ouagadougou, Ibrahim Traoré gli ha tolto il nutrimento. L'oro ora resta in patria. E con esso, la dignità di un popolo che ha deciso di non essere più la miniera di nessuno.


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