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lunedì 10 agosto 2026

Glifosato e cancro, l’Ue proroga l’uso del diserbante fino al 2033. Che fine ha fatto il principio di precauzione? - Barbara Nappini


Forse fa venire il cancro, ma nel dubbio continuiamo a usarlo. Questo sembra essere il surreale enunciato dietro la sentenza di qualche settimana fa, in Missouri, US, in merito al Glifosate. Il glifosato è un erbicida “totale”: significa che elimina quasi ogni specie vegetale (tranne ciò che è stato selezionato o trasformato per resistergli). Agisce bloccando un enzima essenziale per la crescita delle piante e provocandone la morte. È prodotto dalla multinazionale Bayer che ha inglobato la Monsanto, produttrice del celebre “Roundup” il cui principio attivo è appunto il glifosato. Uno dei terreni di battaglia è il riquadro dell’etichetta: uno spazio cruciale per allertare gli utilizzatori o tacere il rischio. Infatti, tale principio attivo (e il prodotto commercializzato) è al centro di decine di migliaia di cause legali contro la multinazionale Bayer: i querelanti accusano l’erbicida di aver causato il linfoma non-Hodgkin e molti altri gravi problemi di salute dopo utilizzi ed esposizioni prolungate. Molte cause sono incentrate sul fatto che, non essendo segnalati i rischi in etichetta, i cittadini non hanno riconosciuto il rischio, non si sono protetti e hanno successivamente sviluppato patologie.

Di fatto, nella causa intentata da John Durnell, cittadino del Missouri che si è ammalato di linfoma non-Hodgkin, la Corte d’Appello ha scagionato la Bayer dal pagamento di 1,25 milioni di dollari, sentenza di una Giuria Statale del 2025, appellandosi ad una legge federale datata 1972, il Federal Insecticide, Fungicide and Rodenticide Act, varata proprio per evitare norme disomogenee tra Stati e livello federale. Poiché l’EPA, Environmental Protection Agency, organismo federale preposto a legiferare in questo ambito, non ha mai considerato il glifosato cancerogeno, non ha mai di conseguenza imposto di segnalare alcun allarme specifico né consigliato di usarlo indossando protezioni. Al contrario dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, IARC, dell’OMS, che ha classificato il glifosato nel gruppo 2A, ovvero come sostanza probabilmente cancerogena per l’uomo. Il risultato del ribaltamento federale della decisione della Giuria Statale del Missouri, va ben oltre la vicenda drammatica del sig. Durnell: era fondamentale per Bayer per scoraggiare future querele e class actions.

Quindi: nel dubbio che possa provocare il cancro, non si applica il principio di precauzione ma al contrario si tace ogni possibile rischio, a tutela degli interessi commerciali del colosso agroindustriale Bayer. Segnaliamo che dopo il ribaltamento della sentenza, il titolo è decollato in borsa registrando un rialzo del 17%.

Una posizione molto simile d’altronde è stata assunta anche in Europa, dove, nonostante gli alti rischi legali e le pressioni ambientaliste per la messa al bando, gli enti regolatori, come l’EFSA, Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, e l’ECHA, European Chemicals Agency, hanno atteggiamenti rassicuranti e infatti l’Unione Europea ha rinnovato l’autorizzazione all’uso del glifosato fino alla fine del 2033.

La vicenda Bayer è un chiaro esempio dell’incommensurabile influenza che interessi specifici, privati, facilmente identificabili, hanno sulla politica e sulle leggi. Il potere delle multinazionali è ormai esteso, rilevantissimo e pervasivo in ogni ambito. Tale enorme capacità di influenza è stata costruita negli anni proprio nell’interazione continua con la politica e le istituzioni in generale, mediante una serie di attività volte a compenetrare le strutture pubbliche e i loro interessi, che dovrebbero riguardare esclusivamente il bene pubblico, con gli obiettivi di soggetti economici privati. Questo avviene per esempio grazie al sovvenzionamento e al sostegno di campagne elettorali in cambio di favori successivi all’elezione. Ma anche in conseguenza di passaggi “fluidi” di funzionari pubblici dagli organismi istituzionali ai CdA delle multinazionali. Per condizionare poi l’opinione pubblica molti investimenti vengono fatti in ambito comunicativo: dalla delegittimazione dei soggetti “scomodi”, a vere e proprie campagne di disinformazione, alla costruzione di una narrativa scientifica controversa, frammentaria e nebulosa che istilli il dubbio. Nel caso del cibo poi c’è l’arma definitiva: la paura della scarsità. Semplicemente perché senza cibo si muore: e allora, sostenere che la naturale conseguenza della rinuncia al glifosato, potrebbe essere un disastro produttivo – e anche economico – è assolutamente efficace.

Noi riteniamo che sia urgente un’inversione di rotta, chiediamo alla politica di fare ciò che l’etimologia della parola stessa richiama: dal greco antico politikḗ, cioè “tutto ciò che riguarda la città”, quindi che riguarda i cittadini, e, per estensione, ciò che riguarda TUTTI. Il bene comune della società civile deve tornare al centro delle agende politiche: le istituzioni esistono per garantire la tutela degli individui e della collettività. Una casa, il cibo, un lavoro, una vita dignitosa in un contesto dignitoso e salubre: vogliamo ripartire da qui? Quel rapporto di reciprocità alla base del vivere civile deve essere un perno imprescindibile nel nostro modo di stare al mondo rispetto al nostro prossimo e rispetto a ciò che ci aspettiamo dai rappresentanti politici. Il senso di responsabilità, cioè la capacità di dare risposte, deve pervadere ogni riflessione, ogni decisione, ogni atto nei gangli della vita civile, culturale e politica di una comunità.

Ricordiamo, infine, un tragico evento che testimonia però cosa può accadere quando le istituzioni lavorano con responsabilità per il bene comune. La giustizia brasiliana ha ritenuto Syngenta, colosso dell’agrobusiness, civilmente responsabile per l’omicidio dell’attivista del MST, Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra, Valmir “Keno” Mota de Oliveira. Nel 2007 infatti, un’organizzazione paramilitare privata al servizio della multinazionale, sparò su un gruppo di contadini che occupavano un campo di semi transgenici illegale. La responsabilità della corporation è stata confermata nel 2026 dal Superior Tribunal de Justiça, STJ, che ha riconosciuto l’episodio come un vero e proprio massacro e ha stabilito il risarcimento per danni materiali e morali alla famiglia della vittima.

Noi siamo convinti che un sistema alimentare più giusto sia un diritto di tutte e tutti e nel percorso per costruirlo, abbiamo bisogno di una politica coraggiosa, lungimirante, saggia, che non si fermi con lo sguardo alla prossima tornata elettorale, ma che guardi al futuro con un profondo senso di giustizia e responsabilità.

da qui

martedì 21 aprile 2026

Il cibo come arma di guerra: anche in Libano i danni ecologici e agricoli sono crimini contro l’umanità - Barbara Nappini*

Le ultime stime parlano di 1,65 milioni di libanesi che stanno affrontando la fame, 3 bambini su 4 sono malnutriti e la situazione non migliorerà a breve

Il cibo e la nutrizione dei popoli come arma di guerra. Quando un paese attraversa una crisi bellica, tra lo stratificarsi di tragedie che questo implica, ci sono anche enormi danni ecologici e agricoli. Accade in Ucraina, succede da decenni e sta succedendo in Palestina, avviene in Libano. Secondo l’agenzia di stampa libanese Nna il ministero dell’Agricoltura del Libano ha definito preoccupante la situazione per la sicurezza alimentare del Paese, rivelando che circa il 22% della superficie agricola nazionale è stato danneggiato e il patrimonio zootecnico ha subito gravi perdite (72% per gli equini e quasi la metà dei bovini) dagli attacchi di questi giorni da parte di Israele.

Secondo Human Rights Watch, l’esercito israeliano ha usato anche munizioni al fosforo bianco, che hanno effetti devastanti sia sugli ecosistemi che sulla popolazione. Oltre i tre quarti dei produttori locali (86% delle aziende) sono stati costretti a lasciare le proprie terre. Le regioni maggiormente martoriate sono al Sud del Libano e sono quelle che hanno un ruolo strategico nel panorama agricolo (olio, cereali, frutta, ortaggi, erbe aromatiche, legumi): il loro abbandono provoca un crollo della produzione alimentare, perdite economiche e di posti di lavoro molto rilevanti. Le ultime stime parlano di 1,65 milioni di libanesi che stanno affrontando la fame, 3 bambini su 4 sono malnutriti e la situazione non migliorerà a breve termine, anche per via degli impatti ambientali prima menzionati. In generale, si stima che la ricostruzione del paese potrebbe ammontare a 3 miliardi di dollari. Ma quanto vale la perdita irrimediabile di biodiversità? Quanto vale la contaminazione del suolo con metalli pesanti? Quanto vale la distruzione di boschi secolari?

Si tratta di danni incommensurabili. Danni che colpiscono direttamente obiettivi civili, che violano i diritti dei contadini e interrompono la catena di produzione e approvvigionamento alimentare di tutti. Ancora una volta la guerra, che dovrebbe riguardare gli eserciti ed essere estremamente “precisa”, in funzione dell’ampia disponibilità della più avanzata tecnologia; invece si fa contro le popolazioni inermi: la retorica di una guerra moderna, pulita, di precisione, crolla di fronte alla voragine di sangue, dolore, morte inflitta ai civili e a Madre Terra. Anche l’idea di una guerra lontana e localizzata è artificiosa: le guerre, nel mondo globalizzato, hanno costi “globali” che riguardano tutte e tutti, basti pensare alle spaventose emissioni in atmosfera di gas climalteranti e alle colossali diaspore di questi e dei prossimi anni. Ancora una volta il cibo – la sua mancanza – è l’arma strategica deliberatamente causata per colpire il diritto a nutrirsi dei popoli: senza natura il cibo non si produce, per questo dobbiamo iniziare a considerare i crimini contro l’umanità e contro l’ambiente come un tutt’uno.

*Presidente Slow Food Italia

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