lunedì 26 maggio 2025
mercoledì 22 gennaio 2025
Cominciano a cadere i birilli della pandemia – Alberto Capece
Mancano ormai poche ore all’insediamento di Trump e della sua squadra di miliardari, ma già cominciano a cadere i birilli e a lacerarsi i veli che coprivano le oscenità di questi ultimi sei anni. L’imminenza dell’avvento di Robert F. Kennedy come tutore della salute con lo slogan Make America Healthy Again, ha avuto effetti insospettabili anche fino solo a qualche mese fa. Per esempio la Food and Drug Administration statunitense ha approvato proprio ieri il divieto del “rosso 3” un additivo largamente usato negli alimenti e soprattutto in snack e merendine per migliorarne l’aspetto estetico. Si tratta dell’eritrosina che già da decenni è stata riconosciuta come sostanza potenzialmente cancerogena, tanto che essa è vietata nei cosmetici senza che però i tutori della salute abbiano avuto il coraggio di eliminarla dagli alimenti industriali: troppi legami con l’industria e non solo con Big Pharma. Anche con Big Magna evidentemente.
Ma la notizia più significativa – sarebbe stata clamorosa solo vent’anni fa
– è che proprio in extremis il governo Usa, tramite l’Hhs, ovvero il
dipartimento di Salute e servizi umani, ha radiato dall’albo l’EcoHealth
Alliance e il suo corrotto ex presidente, il dottor Peter Daszak. Come è noto
questa organizzazione apparentemente no profit, ma che ha preso molti milioni
di soldi pubblici, è stata quella usata da Fauci per delocalizzare in Cina la
cosiddetta ricerca sul guadagno di funzione, quattro mesi prima che
l’amministrazione Obama la vietasse. Questa radiazione in sostanza accredita in
maniera pressoché definitiva la tesi secondo cui il virus del covid fosse
frutto di ricerche di laboratorio, tesi che peraltro Fauci ha tentato in ogni
modo di cancellare per non essere personalmente coinvolto. Le e-mail saltate
fuori nel 2020 hanno messo a nudo un meccanismo infernale: si è scoperto che la
condanna da parte di 27 eminenti scienziati della sanità pubblica uscita
su The
Lancet e volta a tacitare le “teorie del complotto” sul fatto che il Covid
non avesse un’origine naturale, era stata organizzata dagli stessi dipendenti
di EcoHealth Alliance.
Tali mail ottenute tramite richieste di documenti pubblici in base al
Freedom of Information Act , mostrano che il presidente dell’EcoHealth
Alliance, Peter Daszak, ha redatto l’articolo del Lancet in maniera
che non paresse provenire da una singola persona o organizzazione, ma come
una lettera di scienziati di spicco. E Fauci da parte sua ha usato il suo
potere in seno alla sanità e alla ricerca per bloccare qualsiasi obiezione
all’assurda idea di pipistrelli e pangolini, come in seguito è stato costretto
in sostanza ad ammettere, sia pure a mezza voce. Siccome la cosiddetta “ricerca
di funzione” è un’assurdità totale, inventata per fornire una sorta di scudo
etico alle ricerche per la guerra biologica, la domanda che si impone è se la
fuga del Sars Cov 2 dal laboratorio di Wuhan sia stata accidentale o voluta e
in questo caso da chi. Sempre che il virus non fosse già stato manipolato
altrove e poi trasferito in Cina per continuare un esperimento che non era più
possibile portare avanti in Usa. Ma su tutto questo è difficile che si abbiano
risposte.
Certo è singolare che questa emersione di realtà avvenga durante l’avvento
di un’amministrazione di miliardari, ma evidentemente il carico di bugie è
ormai così pesante che non è più possibile reggerlo per intero: è fatale che
qualche detrito finisca per uscire. In fondo bisogna salvare il sistema nel suo
complesso e si può cominciare a scaricare, magari in maniera trasversale,
qualche macigno.
lunedì 12 giugno 2023
La fine di quale pandemia? - Silvia Ribeiro
tatte, a partire dal ruolo chiave del sistema alimentare agro-industriale nella generazione di nuove malattie, soprattutto derivate dall’allevamento industriale di suini, pollame e bovini (vedi “Gestando la próxima pandemia”).
Nuovi virus e batteri patogeni potenzialmente pandemici continuano a essere
generati in queste strutture di allevamento intensivo, a causa del
sovraffollamento e dell’uniformità genetica di quegli animali.
Negli ultimi mesi c’è preoccupazione per la diffusione e i nuovi
casi di influenza aviaria in America Latina, una regione che era stata
in gran parte risparmiata da questa malattia, nonostante la presenza del virus
in Nord America dal 2014. Dal 2022, il World Animal Health Information System
[Sistema mondiale di informazione zoosanitaria] ha segnalato la presenza di
influenza aviaria AH5N1 in 14 paesi dell’America Latina, tra cui Messico, Cile,
Ecuador, Uruguay, Panama, Honduras, Argentina, Costa Rica, Guatemala, Bolivia e
Venezuela, in allevamenti di pollame e tra gli uccelli selvatici. In
Perù, circa 60.000 uccelli selvatici e più di 500 leoni marini sono morti in
pochissimo tempo.
Secondo gli esperti dell’Organizzazione Mondiale per la Salute Ambientale
(OMSA), che tiene il suddetto registro, ci sono già 30 specie di
mammiferi che sono state infettate dall’influenza aviaria, con alti tassi di
mortalità. Tra questi ci sono foche, furetti, volpi, puzzole, cani,
gatti, capre e maiali. L’espansione geografica e le nuove specie
infette sono cresciute così tanto che secondo l’OMSA siamo di fronte a una
panzoosi, cioè una pandemia per gli animali (Mongabay, Yvette Sierra,
“Gripe aviar: estudios advierten la posibilidad de que el
virus H5N1 se transmita entre mamíferos”.
Un dato ancora più allarmante è che nel 2023 sono stati segnalati
per la prima volta in America Latina due casi di infezione umana da influenza
aviaria, uno in Ecuador e un altro in Cile.
Fino ad ora, la diffusione dell’influenza aviaria ad altri uccelli,
mammiferi o esseri umani, era avvenuta attraverso il contatto o il consumo di
uccelli che erano malati o portatori del virus. Invece quest’anno è stata accertata
una massiccia trasmissione tra i mammiferi, il che apre un nuovo capitolo nella
storia di questa malattia. Il caso è avvenuto in un macro-allevamento di
animali da pelliccia, in Galizia (Spagna), con migliaia di capi che hanno
dovuto essere sacrificati.
Ciò che ha fatto mutare il virus per adattarsi alla trasmissione tra
mammiferi sono state proprio le condizioni di allevamento, con sovraffollamento
e alta uniformità genetica. Le stesse condizioni che esistono nelle grandi
strutture di allevamento industriale al chiuso di maiali, polli e tacchini. E
dove ci sono anche operatori umani in contatto permanente con questi animali.
L’influenza suina AH1N1, che ha avuto origine in Messico nel 2009 negli
allevamenti di Granjas Carroll (allora di proprietà della transnazionale
Smithfield, attualmente di proprietà della cinese WH, la più grande impresa di
allevamento di suini a livello mondiale), è stata il prodotto della
combinazione di materiale genetico proveniente da un ceppo aviario, due ceppi
suini e un ceppo umano, il che ha facilitato il salto adattativo per infettare
gli esseri umani e perché il contagio si in seguito si trasmettesse da persona
a persona.
Il ceppo dell’influenza aviaria AH5N1 è altamente patogeno, con oltre il
50% di mortalità nell’uomo, una percentuale molto più alta di quella di
SARS-CoV-2, il virus della COVID-19.
Non sappiamo se sarà questo ceppo o un’altra malattia zoonotica a poter
dare origine a una prossima pandemia. Uno studio cinese pubblicato nel 2020 ha rivelato che
erano stati trovati 179 nuovi ceppi di influenza suina negli allevamenti di
suini; uno di questi ceppi aveva uno speciale potenziale pandemico ed era già
stato trasmesso agli esseri umani.
Quello che sappiamo è che il contesto in cui è emersa la pandemia di
covid-19 rimane presente ed è addirittura peggiorato. Ad esempio, per
prevenire parte di questo problema – e per affrontare la peste suina africana,
una malattia suina che ha decimato oltre il 25% della popolazione globale di
maiali – la Cina ha esportato enormi strutture di allevamento suino in
Argentina e Brasile, oltre che in altri paesi.
Sappiamo inoltre che la pandemia di debolezza del sistema immunitario delle
persone – il più grande rischio di fronte alle infezioni – continua ad
aumentare ed è direttamente collegata al cibo cattivo, pieno di agrotossici e a
basso valore nutritivo, con cui le multinazionali agroalimentari inondano i
mercati. Secondo l’OMS, il 76% delle cause di morte a livello globale sono
malattie non trasmissibili. Tra le prime 10 ci sono malattie cardiache,
ipertensione, diabete, malattie renali e tumori dell’apparato digerente, tutti
legati alla cattiva alimentazione derivata dal sistema alimentare
agro-industriale, ai suoi metodi di coltivazione e di allevamento intensivo.
Siamo di fronte a una sindemia: la convergenza della crisi dei sistemi
immunitari, la pandemia di controllo chimico, digitale e transnazionale
dell’agroalimentare e della salute, la devastazione ambientale che espelle gli
animali selvatici dai loro ecosistemi, e non solo. Queste cause devono essere
messe in discussione al fine di prevenire nuove pandemie.
Fonte: “Fin de cuál pandemia?”, in La
Jornada, 20/05/2023.
Traduzione a cura di Camminardomandando.
domenica 29 gennaio 2023
Da "Event 201" al “Catastrophic Contagion”: le 'simulazioni pandemiche' un attacco alla sanità pubblica - Francesco Santoianni
Dilagano le
Giornate Internazionali indette dall’Onu. Ce n’è per tutti: da
quella contro il fumo, contro l’abuso sugli anziani, per
la promozione della lingua materna, per la protezione delle Api, delle vedove, delle banche… Non
varrebbe la pena di occuparsene se non fosse per la ricorrenza della Giornata
internazionale della Copertura Sanitaria (12 dicembre) diventata occasione
(nonostante le tematiche ufficiali della Giornata) per
sbandierare in tutte le TV l’istituendo Trattato internazionale pandemia dell’OMS (qui la bozza più recente del trattato) che, sostanzialmente, affida alla
sola OMS, esautorando gli stati, la pianificazione e la gestione delle misure,
legalmente vincolanti secondo il Diritto internazionale. per fronteggiare una
epidemia.
Per questa
bozza di trattato, gli USA, per tutelare i propri brevetti, hanno già chiesto
sostanziali modifiche soprattutto per quanto riguarda l’obbligo, durante una
emergenza pandemica, da parte degli stati di fornire all’OMS dati biologici
inerenti l’agente infettivo.
A tal
riguardo, ci sia concesso di spezzare una lancia a favore della Cina che, già nel gennaio 2020, senza nessun trattato che la obbligasse, pubblicava
l’intera sequenza genomica del virus SarsCov2 incurante che questo poteva
permettere a stati concorrenti di superarla nella corsa ai vaccini. Nonostante
ciò, la Cina e la Russia hanno già annunciato che non firmeranno il trattato, così come configurato nella bozza.
Ufficialmente, perché non sono disposte a cedere, se pur parzialmente, all’OMS
la loro sovranità. E in più, aggiungiamo noi, perché non si fidano affatto di
una OMS (in gran parte finanziata da aziende farmaceutiche) che si è distinta con talmente
tante stupidaggini (vedi, ad esempio, qui) da poterci scrivere una enciclopedia.
Un altro
ottimo motivo per chiudere per sempre in un cassetto questa bozza di trattato
(tra l’altro, sorprendentemente atipico secondo studiosi del Diritto internazionale) è dato da quanto previsto nell’articolo 16 della
bozza. E cioè l’affidamento all’OMS, da parte degli stati, del contrasto alla
“disinformazione”. Contrasto che potrà essere ottenuto (art. 14) anche con la
collaborazione tra Oms e non meglio precisati “attori non statali”.
Sì, ma
questo cosa potrà comportare durante la prossima “emergenza epidemica?
Durante l’emergenza
Covid, la censura riguardava i media mainstream, non così il web, ad esempio
Telegram, dove, tutto sommato, si poteva discutere quasi liberamente e dove
medici, non disposti a piegarsi alla “Tachiprina e vigile attesa”, potevano, ad
esempio, confrontarsi su cure agli
inizi vituperate e oggi accettate della “Scienza”. Tutto questo non sarà certo
possibile in un futuro dominato dal Trattato dell’OMS dove, essendo ferrea e
planetaria la censura non ci sarebbe nemmeno la speranza di un ravvedimento
quale quello che oggi sta colpendo milioni di vaccinati e non pochi medici. Tra
l’altro, essendo delegata all’OMS la gestione dell’emergenza pandemica, ci
sarebbe da chiedersi che fine farebbero governi come quello della Svezia che,
avendo rifiutato la logica del lockdown imposta dall’OMS, ha avuto, tra i paesi
europei, la più bassa mortalità in eccesso.
Intanto, in
questi giorni, merita un posto sui media l’esercitazione “Catastrophic Contagion” (tenutasi a
novembre a Bruxelles e organizzata dai soliti OMS & Bill & Melinda
Gates Foundation) formalmente finalizzata a come affrontare una epidemia
prodotta da un virus molto più letale di quello del Covid e che uccide
soprattutto bambini. Uno scenario probabile? Assolutamente no. E se proprio
vogliamo preoccuparci per la certa sorte di tanti bambini, forse sarebbe meglio
occuparsi delle infezioni intestinali che ne uccidono mezzo milione ogni anno. Ma che importa? Con un Bill Gates che, dall’alto dei
suoi miliardi di dollari, blatera di imminenti e catastrofiche epidemie, santificando il suo GAVI Alliance per la diffusione
di sempre più vaccini, chi volete che si occupi più di sanità pubblica?
C’è comunque
una ultima considerazione da fare sulla esercitazione “Catastrophic
Contagion” che, per molti, sarebbe il contraltare dell’esercitazione “Event
201”, tenutasi nell’ottobre 2019 che simulava il dilagare di una pandemia e,
quindi, la “prova generale” della prossima emergenza pandemica. In realtà se si
dà una scorsa alle decine di esercitazioni per emergenze pandemiche tenutesi in
Occidente (qui quelle in Gran Bretagna) ci si renderà conto (come qui documentato) che queste, essendo sostanzialmente delle sceneggiate ad uso dei media,
non sono servite affatto a testare la vulnerabilità dei sistemi preposti alle
emergenza sanitarie ma a fare accettare alla gente un asservimento psicologico
e quindi politico. Così la gente dà carta bianca a scienziati, governanti,
militari, forze dell’ordine… e finisce per accettare con gratitudine misure che
il Potere aveva pianificato da tempo per tutti altri scopi. È lo stesso motivo
per il quale i media ci terrorizzano con “notizie” quali casi
di legionella, meningite, morbillo….
E così
continuano da anni a rifilarci cucchiaiate di paura. E li ringrazieremo quando,
conclusa l’“emergenza”, saremo ancora vivi. Certo, come strategia di controllo
sociale non è un granché. Ma in tempi come questi, nei quali si direbbe
cancellarsi il domani, può bastare.
sabato 23 luglio 2022
Dissenso informato. Il dibattito mancato e le possibili alternative - Prefazione di Vittorio Agnoletto
Pubblichiamo la prefazione di Vittorio Agnoletto al libro, da poco uscito, “Dissenso informato. Il dibattito mancato e le possibili alternative” a cura di Elisa Lello e Niccolò Bertuzzi (Castelvecchi Editore). “Durante la pandemia – e più di recente anche sul conflitto russo-ucraino – si è assistito a una riduzione del pluralismo informativo e all’espulsione delle voci critiche, fenomeni che hanno pericolosamente spinto il dissenso verso percorsi di radicalizzazione. Il “dibattito mancato” ha impedito una reale discussione su questioni cruciali che riguardano le politiche sanitarie e le loro conseguenze, così come i molteplici intrecci tra medicina, scienza, economia e politica. Tramite analisi rigorose e documentate, questo libro contribuisce ad aprire un dibattito plurale, per elaborare strumenti utili a orientarsi nel nuovo scenario e per immaginare modalità alternative, inclusive e democratiche, di gestione delle crisi”. Il testo si avvale dei contributi di: Stefano Boni, Enrico Campo, Francesca Capelli, Ivan Cavicchi, Thomas Fazi, Sara Gandini, Giampietro Gobo, Maria Laura Ilardo, Elisa Lello, Nicola Matteucci, Andrea Miconi, Eduardo Missoni, Barbara Osimani, Luca Raffini, Andrea Saltelli, Luca Serafini.
Segnaliamo molto volentieri il volume proprio perché Effimera.org ha
dedicato alla questione svariati articoli e organizzato due seminari, nel 2020
e nel 2022 (più un terzo momento di discussione, nel 2021, “Prendiamo
corpo. Ripensare l’azione, la politica, l’etica“) sui problemi legati
alla pandemia: il primo relativo all’impatto
della “malattia” sulle soggettività e sui corpi, alle trasformazioni produttive
conseguenti, alle carenze gestionali connesse alla assistenza
sanitaria; il secondo più specificamente centrato sulla privatizzazione
della sanità pubblica e dei brevetti sui vaccini e sull’accesso, in generale,
diseguale alle cure, con i profitti conseguenti. Si è
trattato di un intervento che è cominciato dall’inizio della sindemia, anche
per contrastare l’idea che l’uscita di tale profondissima crisi si dovesse
basare quasi esclusivamente sul senso di responsabilità dei singoli individui,
senza denunciare invece i fattori di impreparazione e precarizzazione,
inefficienza, iniquità sociale e distorsione generati dalle condizioni della
sanità nella varie regioni, dalla riduzione dei contributi pubblici e dal
conseguente smantellamento dei presidi sanitari territoriali.
*****
«Non in televisione e non in prima serata, professore». Con queste parole
Beppe Severgnini interrompe il prof. Andrea Crisanti che la sera del 26
novembre 2021 durante la trasmissione Otto e mezzo espone le sue perplessità
sulla vaccinazione anti Covid per i bambini, perplessità dovute alle limitate
informazioni allora a disposizione della comunità scientifica. Severgnini
insiste: «Ci sono i convegni e i congressi per dire certe cose; se voi le
ripetete in prima serata, la gente si spaventa e non capisce più niente, mi
creda».
27 novembre 2021. Il senatore a vita Mario Monti durante la
trasmissione In Onda dichiara: «E’ una guerra, ma non abbiamo
minimamente usato in nessun Paese una politica di comunicazione adatta alla
guerra e forse oggi non si riesce più, anche se ci fosse una guerra vera, ad
avere una comunicazione come quella che si aveva nel caso di guerre…»; «…la
comunicazione di guerra significa che c’è un dosaggio dell’informazione […]
bisogna trovare delle modalità meno, posso dire meno democratiche secondo per
secondo…..»; «In una situazione di guerra […] si accettano delle limitazioni
alla libertà». La conduttrice Concita De Gregorio gli domanda chi dovrebbe
decidere come dosare l’informazione; la risposta è netta: «…Il governo,
ispirato, nutrito, istruito dalle autorità sanitarie».
Nei giorni successivi il senatore Mario Monti cercherà di attutire
l’impatto delle sue dichiarazioni, ma questi due brevi passaggi televisivi ben
riassumono la logica con la quale è stata (ed è) gestita la comunicazione mainstream durante
la pandemia e le valutazioni che la ispirano. Il popolo va trattato come un
bambino, devono essergli dispensate delle certezze indipendentemente dalla loro
veridicità. La scienza non può mostrare incertezza, non ha diritto di chiedere
tempi supplementari per poter concludere le proprie ricerche, deve avere sempre
la risposta pronta; Galileo Galilei è cancellato, il dubbio, da motore della
ricerca scientifica diventa eresia da silenziare.
Il potere politico non ha responsabilità sulle scelte da compiere perché
queste sono garantite dall’oggettività della scienza: soggetto che si
colloca super partes e che agisce al di fuori di qualunque
condizionamento.
I media devono essere i megafoni delle decisioni prese da chi governa, non
devono sollevare dubbi, possono raccontare storie tristi, meglio se
drammatiche, così aumenta la tiratura e lo stress collettivo, ma non devono
scavare troppo sulle cause; c’è sempre il rischio di disturbare qualche
potente.
In una guerra, più il nemico è forte e mette a repentaglio l’esistenza
collettiva, più è semplice invocare la massima disciplina, l’obbedienza per i
cittadini e per gli operatori dell’informazione, più è facile far dimenticare
le responsabilità di chi governa in relazione alla gestione e alle cause e
concause dell’emergenza che si sta affrontando. In una guerra non sono ammesse
domande, né critiche, chi si permette questi lussi è accusato di connivenza con
il nemico.
Ma la realtà è un po’ più complessa. I bambini sono facili da incantare, ma
se scoprono che gli hai raccontato una bugia non ti crederanno mai più e la
fiducia, anche quella di un bambino, è molto difficile da recuperare.
Se veniamo bombardati da rassicurazioni che i vaccini ci proteggeranno
dall’infezione, diventa difficile spiegare perché è necessario, anche se sei
vaccinato, utilizzare comunque la mascherina e quando, dopo qualche settimana,
un medico vaccinato si infetta tutta la narrazione crolla insieme alla
credibilità istituzionale. Eppure, le informazioni erano disponibili; il 20
novembre 2020 sul «Corriere della sera» Andrea Carfi, responsabile della
ricerca sui vaccini per Moderna, quando Giuseppe Sarcina gli chiede «Il vaccino
sarà efficace anche per prevenire la trasmissione del virus?» risponde: «Per il
momento sappiamo che il vaccino previene l’insorgere della malattia, lo
sviluppo dei suoi sintomi. Dobbiamo ancora capire se potrà prevenire anche
l’infezione e quindi evitare che ci siano persone vaccinate che contraggono
comunque il virus, rimanendo asintomatici e potenzialmente contagiosi per gli
altri». Più chiaro di così!
Perché non è stata data la corretta informazione? L’importanza dei vaccini
sarebbe comunque apparsa evidente nel ridurre fortemente l’evoluzione della
malattia e i decessi. Invece man mano che le persone vaccinate si infettavano è
stata tutta una rincorsa, a precisare, a spiegare quello che politici e tecnici
sapevano da tempo ma che avevano taciuto. Regalando un assist a
chi era contrario alla vaccinazione. Così come ha poco senso tacere eventuali
decessi o minimizzare gli effetti collaterali dei vaccini, quando l’esperienza
di tante persone è differente; più corretto è illustrare anche i limiti delle
attuali vaccinazioni e contemporaneamente spiegare la somma positiva del confronto
tra rischi/benefici. Così come è stato un errore – che ha prodotto
comportamenti che hanno facilitato la diffusione del virus – illudere che l’uso
del green pass avrebbe garantito zone di sicurezza, covid free, anziché
spiegare che era una misura scelta dal governo per spingere le persone a
vaccinarsi; scelta della quale l’esecutivo si assumeva la responsabilità.
La scelta di non comunicare pezzi importanti di verità che si intrecciano
con la nostra quotidianità ha favorito il muro contro muro sulle vaccinazioni,
ha impedito di discutere con coloro, e non sono pochi, che non sono contrari in
via di principio alle vaccinazioni (e nemmeno specificamente a quella contro la
Covid-19), ma che hanno dubbi e domande che meritano risposte. Ma forse questo
non è un fatto casuale, ma un risultato ricercato secondo la logica di guerra
già citata; d’altra parte, a dirigere le operazioni non è stato chiamato un
medico esperto di sanità pubblica e di medicina preventiva, categoria del tutto
ignorata dalla politica e dai media, ma un generale perennemente in divisa:
l’ormai noto generale Figliuolo.
Quando la guerra evocata ha lasciato il posto alla guerra combattuta con
missili e bombe, le dinamiche da pensiero unico, fin qui descritte, hanno
trovato ulteriore dispiegamento e l’esercizio del pensiero critico viene sempre
più considerato qualcosa dal quale rifuggire, da condannare e colpevolizzare,
come precisano anche i curatori del volume nella loro introduzione.
In questa situazione diventa sempre più attuale il dibattito sul ruolo
della scienza, o meglio degli scienziati e il loro rapporto con la politica.
Agli scienziati spetta spiegare quali siano i dati verificati e accertati che
quindi possono essere considerati, fino a prova contraria, delle “verità”;
quali siano le ipotesi sottoposte ancora a ricerca che necessitano di ulteriori
verifiche; quali siano le domande alle quali per ora la scienza non è ancora in
grado di rispondere. È compito della politica assumersi la responsabilità di
compiere delle scelte basandosi sulle informazioni che, in quel momento, la
ricerca scientifica è in grado di fornire.
In questi due anni abbiamo invece assistito ad un continuo trincerarsi
dell’esecutivo dietro la fatidica frase «ce l’ha ordinato il dottore (CTS)»,
sfuggendo in tal modo al dovere di rispondere delle scelte compiute anche
quando è evidente che alcune decisioni sono state assunte sulla base di
pressioni economiche ed equilibri politici che nulla hanno a che vedere con
ragioni sanitarie. Questa presunta assenza di responsabilità da parte dei
decisori politici ha raggiunto il punto più alto, o forse sarebbe meglio dire
più basso, almeno moralmente parlando, in occasione della mancata realizzazione
della zona rossa nel bergamasco.
Questa strategia è stata possibile anche per il ruolo del CTS, Comitato
Tecnico Scientifico, che, con il passare del tempo, più che svolgere un ruolo
di informazione scientifica verso il governo, si è trasformato in uno strumento
utilizzato per fornire una giustificazione tecnica alle scelte dell’esecutivo,
attraverso dichiarazioni o silenzi, non per questo meno gravi. Il fatto che gli
Open Day per AstraZeneca non abbiano incontrato fin dall’inizio una dura ed
esplicita opposizione da parte del CTS è solo un esempio che ben ricordo per
essere rimasto praticamente isolato, nell’euforia generale, a spiegare da Radio
Popolare che una vaccinazione è un atto medico che necessita della raccolta
dell’anamnesi individuale e di un’eventuale verifica di documentazione
sanitaria, pratiche che richiedono tempo e che non si addicono ad un evento più
simile ad una festa della birra.
La presenza degli “scienziati” sui nostri teleschermi poteva essere anche
una logica conseguenza del periodo emergenziale, ma questo è avvenuto nel caos
più totale, come in una fiera paesana, dove il banditore passa, presenta la sua
merce, in questo caso il proprio sapere, la vende (e qui stendiamo un pietoso
velo sui cachet) e se ne va fino alla prossima occasione,
senza che nessuno possa chiedergli conto della qualità della merce acquistata.
Ed infatti i nostri “scienziati” potevano tranquillamente sostenere un giorno
una cosa e, pochi giorni dopo, l’esatto contrario senza che alcun
conduttore/conduttrice si permettesse di fargli notare l’incongruenza delle
loro affermazioni con quelle precedenti; anzi, alcune volte, sembrava che
l’averla sparata grossa e non averla azzeccata costituisse un titolo di merito
per tornare in televisione, ovviamente senza mostrare alcun imbarazzo.
È ormai norma consolidata che in ogni pubblicazione scientifica un
ricercatore debba dichiarare i propri conflitti d’interesse. Certamente i media
generalisti sono diversi, per ruolo e per destinatari, dalle riviste
scientifiche, ma quando viene presentato al pubblico, con tutti gli onori, un
esperto che, in una fase complicata come quella pandemica, fornisce indicazioni
su quali farmaci assumere o non assumere e su quale vaccino sia più efficace,
forse non sarebbe stato sbagliato chiedere notizia di eventuali conflitti d’interesse,
non per cacciarlo, ma per informare il cittadino in modo che ognuno abbia tutti
gli strumenti necessari per farsi un’opinione. In Italia se si sollevano
questioni simili, si rischia di essere guardati come un marziano. Eppure, se si
andasse a vedere qualche curriculum vitae o qualche sito di società
scientifiche qualche domanda in più sorgerebbe.
Di tutti i temi fin qui menzionati, e di altro ancora, si occupa questo
volume. Il testo è un invito alla riflessione critica rispetto al ruolo della politica,
della comunicazione e della scienza nella società contemporanea (e nell’Italia
contemporanea in modo particolare), ma è anche lo spazio per visioni complesse
(e anche fra loro differenti) di corpo, cura e medicina. Visioni nelle
quali chi scrive può anche non sempre identificarsi, ma la cui dignità è
fondamentale riconoscere in un dibattito plurale e articolato, troppo spesso
mancato negli ultimi due anni.
Insieme ad altre otto personalità europee – professori e attivisti di lunga
data nel campo della salute, ho lanciato la campagna «Nessun profitto sulla
pandemia!» (www.noprofitonpandemic.eu/it) per sostenere la
proposta di sospensione temporanea dei brevetti sui vaccini per la Covid-19,
sui kit diagnostici e per la socializzazione del know-how avanzata
in sede OMC, Organizzazione Mondiale del Commercio, da India, Sudafrica e
sostenuta da oltre cento Paesi. L’obiettivo è quello di rendere
disponibili nel minor tempo possibile un numero di dosi di vaccino sufficienti
per tutto il genere umano. Per sostenere in Europa questa iniziativa abbiamo
scelto di ricorrere ad un’ICE, Iniziativa dei Cittadini Europei, uno strumento
istituzionale previsto dall’UE per facilitare la partecipazione dei cittadini
alle scelte che li riguardano.
La campagna, che va ben oltre la raccolta di firme, insieme alla società
civile di tutto il mondo ha contribuito a suscitare un movimento globale con
documenti firmati da oltre cento tra premi Nobel ed ex capi di stato, il
ripetuto pronunciamento di papa Francesco e le dichiarazioni dell’OMS;
iniziative che sono riuscite a modificare, almeno parzialmente, la posizione di
alcuni governi tra i quali quello USA, ma che non hanno minimamente scalfito,
al di là di qualche tardiva proposta d’immagine, i convincimenti di UE, UK e
Svizzera che continuano ad opporsi alla moratoria per la quale in sede OMC è
necessaria l’unanimità. Germania, Francia e Italia sono le massime sostenitrici
della rigida posizione assunta dalla Commissione Europea. In questo libro, la
vicenda dei brevetti non è affrontata (per lasciar spazio ad altri aspetti
ancor meno dibattuti a livello pubblico durante la pandemia), ma molte delle
considerazioni fin qui svolte hanno trovato su questo tema un’ennesima conferma
e rilanciato alcune domande.
Nonostante la campagna «Nessun profitto sulla pandemia!» abbia radunato nel
nostro paese il più grande comitato di sostegno con oltre centoventi realtà
nazionali, dai sindacati a tutte le maggiori associazioni e annoveri tra i suoi
testimonial personaggi come Silvio Garattini, don Luigi Ciotti oltre al
compianto Gino Strada, il nostro sistema politico-mediatico, tranne poche ma
importanti eccezioni, da quasi due anni continua ad ignorare questo tema con
una chiusura che non ha paragoni con altri paesi occidentali. Il mondo politico
appare totalmente subalterno, dai ministri in giù, al potere di Big Pharma,
così come molti dei principali media. Una conferma viene da un’indagine, alla
quale abbiamo contribuito come “37e2” (trasmissione sulla salute di Radio
Popolare), realizzata da Lorenzo Cassi, professore associato di
Economia alla Sorbona; mentre il mondo chiede a gran voce la sospensione
temporanea dei brevetti per i vaccini anti Covid, come uno degli strumenti
fondamentali per aumentarne la produzione, abbassarne il costo e bloccare la
pandemia, in Italia accade il paradosso: nel 2021, l’Ufficio Italiano
Brevetti e Marchi (UIBM), che è collocato presso il Ministero dello
Sviluppo Economico, ha accordato l’estensione, in un caso fino a 5
anni, oltre i 20 canonici, per i brevetti relativi a due vaccini di due
società: l’inglese Oxford University e la tedesca Curevac, la prima
relativamente al vaccino AstraZeneca e la seconda per i
vaccini Pfizer e Moderna. Ogni commento è superfluo.
Questo appiattimento sugli interessi delle grandi case farmaceutiche nel
nostro Paese ha ulteriormente rafforzato il rifiuto di discutere di qualunque
critica alla campagna vaccinale ed essendo impossibile, nel nostro caso,
accusarci di essere no vax, si è scelto il silenzio, un silenzio assordante.
La speranza è che dall’enorme sofferenza che la pandemia non ha ancora
terminato di spargere anche nel nostro Paese, possa svilupparsi una riflessione
collettiva che unisca gli specialisti del settore agli attivisti sociali e ad una
più ampia comunità capace di interrogarsi in profondità su come la Covid-19 ha
evidenziato gli enormi limiti del nostro sistema sanitario, ha mostrato la
necessità di modificare in profondità il paradigma della medicina degli ultimi
quarant’anni e ci ha resi consapevoli di come neanche questo sia sufficiente. È
da qui ed ora che può cominciare un cambiamento significativo e costruttivo.
Questa tremenda lezione possa almeno essere utile a noi e di monito per le
future generazioni.
Vittorio Agnoletto, medico, insegna Globalizzazione e Politiche della
Salute” all’Università degli Studi di Milano, responsabile scientifico
dell’Osservatorio Coronavirus attivato da Medicina Democratica e autore e
co-conduttore di “37e2” la trasmissione sulla salute di Radio Popolare.
Coordina in Italia la campagna europea «Nessun profitto sulla pandemia!» per
la moratoria dei brevetti sui vaccini contro la Covid-19.
lunedì 7 marzo 2022
Salute e guerra, una lezione al contrario - Nicoletta Dentico
La grande intuizione del dopoguerra fu l’assoluta centralità della salute
di fronte a un’Europa grande ospedale da campo. Nel terzo anno del Covid-19 nel
nostro paese sembra che la lezione non sia stata imparata, a vedere la legge
lombarda che privilegia i privati. Mentre infuria una nuova emergenza guerra.
Esattamente
tre anni fa, il nostro paese scopriva che il nuovo coronavirus aveva trovato la
sua agile via di approdo in Italia, da Wuhan. Come, ancora non è dato sapere,
visto che il paziente zero non è mai stato identificato. Abbiamo scoperto che
SARS-CoV-2 già abitava fra noi il 21 febbraio a Codogno. Per caso, anzi no,
piuttosto per ostinazione di una giovane anestesista di Cremona, Annalisa
Malara, che in scienza e coscienza ha deciso di violare i protocolli ordinari
per la gestione del paziente, ha firmato assumendosi tutte le responsabilità
del caso di fronte alla amministrazione sanitaria, e ha ostinatamente eseguito
il tampone a Mattia Maestri. Con questo gesto personale non scontato ha
ufficialmente decretato il primo focolaio di Covid-19 in Lombardia. Un
passaggio denso di significanze: alcuni giornali hanno parlato della “pazzia
clinica” di Annalisa Malara. Iperboli giornalistiche a parte, la scoperta di
SARS-CoV-2 in Italia allude, si può ragionevolmente dire, a una insostenibile
forma di nemesi medica, tanto per ricorrere al saldo bagaglio
analitico di Ivan Illich. Rimanda cioè a un’evidente disfunzione della scienza
e del sistema sanitario, che mentre crea incessantemente nuovi bisogni
terapeutici, non riesce più a rispondere – se non per eccezione, appunto – ai
bisogni reali che sollecitano a riappropriarsi della
salute. Il fatto che, come sostiene Illich, il cosiddetto progresso della
medicina sia una variabile dipendente di trasformazioni che si riflettono in
ciò che i medici fanno/non fanno e dicono/non dicono propone una chiave di
lettura, ancora prima del tampone di Codogno, sulla storia di mancata
sorveglianza relativa alle due morti di novembre 2019 a Milano, tra cui un
bambino di 4 anni, cui era stato sommariamente diagnosticato il morbillo.
Oggi noi
sappiamo che il virus era già presente ben prima del 21 febbraio in Lombardia.
Uno studio pubblicato lo scorso dicembre su Epidemics-The Journal of
Infectious Disease Dynamics registra 527 casi di persone con
sintomi di Covid-19 in età tra i 75 e i 78 anni in Lombardia, di cui 38
sanitari, prima della identificazione del focolaio di Codogno. Già nel 2019 il
Covid-19 circolava silente e non intercettato in almeno 222 dei 1506 Comuni
lombardi, dice lo studio coordinato da Danilo Cereda: una notizia che non
risulta particolarmente rassicurante, e che forse sta all’origine della
catastrofe che il patogeno invisibile e sconosciuto ha inferto poi a tutto il
sistema sanitario italiano. Uno tsunami che allora seminò il panico nel mondo.
Se soccombeva l’Italia, un paese dotato di uno dei migliori sistemi sanitari
pubblici al mondo secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che cosa
poteva accadere altrove? Che cosa avrebbe scatenato il nuovo coronavirus nei
paesi del Sud globale, sguarniti di sistemi sanitari degni di questo nome, o
con servizi fatiscenti e scarni di strumenti e risorse umane, malgrado le
vagonate di miliardi di dollari investiti in salute globale negli ultimi venti
anni?
Il sociologo
e filosofo francese Bruno Latour ha scritto che la pandemia ha assunto in
questi anni il ruolo di Socrate, il quale effettivamente si paragonava a un
tafano quando, mischiandosi alla gente nelle piazze di Atene, punzecchiava i
suoi concittadini per svegliarli, persuaderli, rimproverarli. Il virus, con la
cinetica delle sue varianti, è un avvertimento feroce ma inconfutabile che
arriva dalla natura, il cui contrattacco continua a imporre un profondo
ripensamento, anzi un cambio di civiltà. Dopo due anni, è arrivata l’ora di
accorgersene. La posta in palio non riguarda solo il superamento della visione
antropocentrica del rapporto fra esseri umani e natura – non sarà più abitabile
il pianeta alle stesse condizioni di vita che abbiamo conosciuto nel mondo
occidentale – ma anche la necessità di ripartire da una visione di diritto alla
salute come pilastro per la costruzione della società e la definizione di
politiche che mettano al centro la dignità della persona e la cura degli
ecosistemi. Condividiamo lo stesso destino come esseri viventi, pandemia e
crisi climatica sono oggi le matrici di un’unica pedagogia.
Era stata la
grande intuizione del dopoguerra, al momento della costituzione delle Nazioni
Unite, la assoluta centralità della salute. E non a caso:
l’Europa era un ospedale da campo. Il diritto alla salute, quindi, nacque
formalmente diversi mesi prima della Dichiarazione Universale dei Diritti
Umani: il 7 aprile 1948, con l’entrata in vigore dell’Oms. La comunità
internazionale aveva ben chiara un’idea di futuro: per ricostruire vita sulle
macerie ancora fumanti di due guerre mondiali era necessario cominciare dal
diritto primigenio, quello in cui tutti si riconoscono a prescindere dalle
appartenenze e ideologie, il diritto che in un certo senso prepara le
condizioni di accesso e fruizione di tutti gli altri diritti. Il diritto alla
salute poteva a ragione denotarsi come spazio privilegiato di sperimentazione
per una agenda dei diritti tout court, a
partire dal quale le nazioni sopravvissute alle devastazioni di due conflitti
sarebbero state in grado di rimettere insieme i dolorosi frantumi delle
rispettive società. La rigenerazione, allora, ebbe molto a che fare con visioni
forti, e con il loro presidio.
Nel 2022,
dopo quattro decenni di una globalizzazione sfrenata – anch’essa, in fondo, una
guerra – i due sconvolgenti anni di Covid-19 che ci lasciamo alle spalle
portano alla luce i limiti della bufera che chiamiamo progresso, per dirla con
Walter Benjamin, con tendenze di stratificazioni delle disuguaglianze destinate
a incidere, anche geneticamente, nelle future generazioni. Allo stesso tempo,
invocano la necessità di una nuova alleanza terapeutica,
una nuova strategia della cura. Davanti a una malattia che continua a colpire
l’intimità dei corpi, in modalità impreviste ancora da valutare appieno nelle diverse
fasce della popolazione, noi non possiamo reagire limitandoci a consumare e
produrre merci.
Ma cosa sta
succedendo, invece? Il modello privatistico
della salute in Lombardia, che in nome dell’efficienza non ha solo
pervicacemente smantellato dagli anni ‛90 in poi la sanità pubblica sul
territorio, ma ha anche depotenziato il sistema pubblico di laboratori di
sorveglianza – nel 2021 si dava in Lombardia un solo laboratorio
ogni 1,2 milioni di abitanti, contro un laboratorio ogni 500.000 abitanti in
Veneto, secondo un rapporto internazionale – prosegue senza soluzione di
continuità nello spirito e nella lettera della riforma Moratti, nuovo terreno
di aspro confronto. Nella nuova legge sulla sanità della giunta regionale
lombarda sono pervicacemente assenti la centralità della prevenzione, la
programmazione socio-sanitaria territoriale, la tutela dell’ambiente, mentre si
insiste sulla sanità privata, lasciata in piena libertà d’azione; ad essa viene
attribuita la possibilità di “concorrere alla istituzione delle Case e Ospedali
di Comunità” previste e finanziate dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza
(PNRR). La stessa cosa avviene a livello nazionale: mentre si registra un
grande attivismo per assicurare ai soggetti privati l’accesso ai finanziamenti
europei del PNRR, malgrado il generale consenso politico generato da Covid-19
di rafforzare il servizio sanitario pubblico e universalista, nessuna buona
notizia arriva dal fronte del personale del servizio sanitario nazionale (SSN),
che nell’ultimo decennio ha subito un drastico ridimensionamento. Né si
intravede alcun segnale di inversione di tendenza, dati i limiti imposti dal
governo Monti alla spesa corrente che neppure l’impatto di Covid è riuscito a
soppiantare, e data anche la mancata rimozione dei vincoli che limitano le
assunzioni stabili.
Nessuna
speranza. Le assunzioni di medici e infermieri, effettuate ancora in emergenza,
restano a tempo molto determinato e spesso con contratti a cottimo. Le
università, dal canto loro, non hanno ancora adeguato l’offerta formativa alle
esigenze socio-sanitarie della popolazione, con una visione
integrale della salute che comprenda l’ambiente e tutti i suoi determinanti.
Restano invece appiattite a una estrema medicalizzazione, a una visione
specialistica e biomedica che scientemente elude i fondamentali approcci di
promozione della salute, oltre le mere prestazioni sanitarie sempre più
tecnologiche.
Ha ragione
David Quammen quando scrive che non eravamo preparati alla pandemia per
mancanza di immaginazione. E pare proprio che non siamo guariti. Neppure se
rivolgiamo lo sguardo al piano internazionale riusciamo a intravedere un
ravvedimento. In una congiuntura di bassissima marea dell’azione multilaterale,
l’Oms si appresta a negoziare da marzo un nuovo strumento vincolante per
adeguare la governance globale della
salute alla preparazione e risposta alle prossime pandemie, come se queste
fossero ormai un destino. L’idea scaturisce dalla fantasia del presidente del
Consiglio d’Europa Charles Michel, il quale ha lavorato sodo nel 2021 per
incardinare la proposta a Ginevra e per conseguire in poche battute il sostegno
incondizionato del direttore generale dell’Oms e la adesione globale – in parte
forzata – a questa iniziativa europea. Sotto l’impalcatura retorica del
consenso diplomatico si ravvisano tuttavia crepe di realismo non trascurabili.
Alcuni
governi del Sud globale denunciano le sfide irrisolte nella loro gestione di
COVID-19, difficoltà che rimandano alla annosa questione della loro
impossibilità di finanziamento dei sistemi sanitari pubblici – il solo
realistico baluardo contro il contagio. In Nigeria, ad
esempio, la spesa sanitaria pro-capite è aumentata da meno di un dollaro a 7
dollari nel 2021, ma le condizionalità dei presiti della Banca Mondiale impediscono
al governo nigeriano di programmare un rilancio dell’ancora fragile servizio
pubblico. La lotta al virus deve invece passare per la ricetta che la comunità
internazionale dello sviluppo si ostina a somministrare, il private sector leveraging, cioè la facilitazione
agli attori della sanità privata, sulle spalle dell’accresciuto debito
pubblico. L’evidenza empirica lo dimostra senza equivoci: i sistemi sanitari
più deboli sono nei paesi costretti a pagare il servizio del debito ai paesi
ricchi. Nel 2019 si contavano 64 governi ingabbiati nella morsa
debitoria e vincolati a spendere più in servizio del debito che per
investimenti in salute pubblica. Il debito è il loro virus incurabile. Più
pagano, più il debito incalza: un peso cresciuto dal 35% al 65% nell’ultimo
decennio, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI, 2019).
La
cancellazione del debito sarebbe il loro vero vaccino. Se si estinguessero i
pagamenti di 76 paesi a basso reddito dovuti nel solo 2020 – primo anno
pandemico – si libererebbero 40 miliardi di dollari, 300 miliardi se si
contasse anche il 2021. E invece che succede? In un rapporto di inizio 2021 il
FMI ha previsto l’introduzione di misure di austerity in 159 paesi entro la
fine del 2022: l’equivalente di una pandemia finanziaria che si abbatte su 6,6
miliardi di persone, ovvero l’85% della popolazione mondiale. Un’iterazione che lascia senza respiro, destinata
com’è a stratificare vecchie e nuove disuguaglianze. E poi c’è la
questione del mancato accesso ai vaccini e il persistere dell’apartheid
sanitario, una ferita profonda di questo tempo, nonché l’espressione più
abrasiva del disfacimento di ogni vera cooperazione internazionale tra gli
Stati.
La caparbia
resistenza di un manipolo di paesi – Unione Europea, Svizzera, USA e Gran
Bretagna – contro la moratoria dei diritti di proprietà intellettuale (non solo
brevetti, ma anche know-how, dati clinici e segreti industriali) per ampliare
l’accesso alla conoscenza scientifica e permettere la decentralizzazione della
produzione dei rimedi contro il Covid paralizza da un anno e mezzo ogni
negoziato all’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc). La possibilità di
sospendere i monopoli della conoscenza è prevista dallo stesso trattato
fondativo dell’Omc, ma risulta impossibile utilizzare questo dispositivo del
diritto internazionale nel contesto pandemico perché secondo l’Occidente
l’oligopolio farmaceutico non può essere messo in discussione, anche se –
stando ai rapporti più accreditati – il pubblico finanzia la ricerca in campo
farmaceutico in larghissima misura, anche prima di SARS-CoV-2, non solo
direttamente ma tramite agevolazioni fiscali e incentivi di varia natura. Non è
quindi un azzardo intellettuale parlare di appropriazione privata della
ricerca pubblica favorita dai governi, ai quali invece
spetterebbe negoziare le migliori condizioni per difendere la salute delle loro
società. Ne danno evidenza due notizie di questi giorni. La prima
riguarda l’indagine a Bruxelles sull’eccessiva familiarità della presidente
della Commissione con il CEO della Pfizer Albert Bourla, a fronte della
persistente opacità sulle clausole contrattuali che l’Europa ha stipulato con
le aziende farmaceutiche per l’acquisto dei vaccini (solo l’Italia ha speso 24
miliardi di dollari!). La seconda notizia ci porta in Sudafrica, dalla azienda
Afrigen Biologics and Vaccines, che con il supporto della Oms è riuscita, a
replicare il vaccino mRNA di Moderna con un processo di ingegneria inversa. La
società civile sudafricana sta in allerta; sarà da vedere se Moderna avrà
davvero la faccia tosta di sfidare il paese africano per rivendicare diritti
esclusivi su un vaccino totalmente finanziato dall’operazione Warp Speed dall’amministrazione Trump (anche se
omette di esplicitarlo nelle documentazioni brevettuali ufficiali in USA).
Su questa
geopolitica sanitaria si combatte con multiformi vicende una guerra strutturale
sulla gestione della conoscenza che da decenni semina morti, una patologia
dalla quale neppure Covid-19 è riuscito a immunizzare il mondo. Si tratta di un
crinale di tensione del tutto speculare alla roboante minaccia del ricorso alle
armi che si traduce nella stessa desolante iterazione di violenza e morte.
Quella che registriamo oggi in Ucraina, a pochi giorni dall’invasione russa.
Nel tempo di una pandemia non ancora risolta, in mezzo allo scriteriato
agitarsi di una comunità internazionale allo sbando, ci mancava solo il sibilo
delle armi per dissipare e uccidere ogni speranza di uscirne migliori.
mercoledì 19 gennaio 2022
Si illudono di tornare come prima - Guido Viale
È ormai un’armata Brancaleone quella che dovrebbe traghettarci nella
transizione ecologica. Il Governo Draghi? Forse è il peggiore di tutti quelli che l’hanno
preceduto, se non altro perché di fronte alle aspettative che ne hanno promosso
e accompagnato il varo, il tonfo è ancora più evidente. Come se a due
anni dallo scoppio della pandemia che Draghi era stato chiamato a combattere –
e ad attenuarne le conseguenze – non si fosse ancora capito che essa è
destinata a durare a lungo, forse per sempre, anche se con alti e bassi
dovuti al continuo ripresentarsi di nuove varianti (anche per il nulla di fatto
per arginarla a livello mondiale) o alla sempre più probabile comparsa di altri
virus.
La pandemia avrebbe potuto e dovuto insegnare che per convivere con essa
non servono né misure estemporanee, né l’attesa messianica di sconfiggerla con
dei vaccini, peraltro improvvisati – e per questo rischiosi – e
dimostratisi tutt’altro che efficaci, a meno della loro non prevista e non
programmata ripetizione a scadenze sempre più strette. Il fatto è
che per conviverci bisognava e bisogna imparare e abituarsi il più in fretta
possibile a uno stile di vita diverso, a produrre beni e servizi differenti, a
ri-orientare tutte le nostre istituzioni. Innanzitutto, a mettere al centro le
future generazioni. Se sono loro (la NextGenerationEU, che finora ha fatto da
alibi a uno sperpero irresponsabile dei fondi del PNRR) i destinatari di quei
denari, l’obiettivo doveva essere non farle vivere in stand by a
tempo indeterminato. Al primo posto si doveva mettere la scuola e
l’istruzione: requisire spazi pubblici e privati per avere più aule a
disposizione (in attesa di costruirne di nuove); distribuire borse di studio e
strumenti didattici, anche informatici; assumere insegnanti (che ci sono) e
garantir loro un trattamento dignitoso; utilizzare i bus turistici – in gran
parte inutilizzati – per portare a scuola in sicurezza gli studenti (e non
solo), precostituendo gestione e struttura di un servizio pubblico di trasporto
locale che funzioni anche quando sarà diventato difficile o impossibile
continuare ad usare l’auto (sia convenzionale che elettrica) come si fa oggi. E
poi, moltiplicazione dei presidi sanitari territoriali, interventi
tempestivi sui contagiati prima che un ritardo li trascini in ospedale;
assunzione dei (pochi) medici e infermieri ancora disponibili, allargando
immediatamente le maglie della loro formazione. E poi, ancora, investimenti
massicci e rapidi solo su fonti rinnovabili e sulla necessaria
infrastruttura, ma anche contenimento dei consumi energetici superflui: era
ovvio che il mercato dei fossili si sarebbe rivelato sempre più turbolento
(come peraltro quello delle materie prime, o dei microchip e chissà di che
altro…).
Ma si doveva anche prevedere che ci sarebbero stati meno viaggi aerei, meno
turismo internazionale, meno fiere, mostre ed eventi in presenza, con la
necessità urgente di offrire, a chi era impegnato nelle tante attività
connesse, delle alternative di impiego, di riqualificazione, di conversione
produttiva. E questo, in molti altri settori, per prevenire le crisi
aziendali con progetti di riconversione, senza “inventarli” all’ultimo minuto.
Per non parlare delle armi…
Il covid ha offerto l’occasione di una prova generale di un’effettiva
conversione verso un assetto sociale e produttivo che un futuro non lontano
renderà ineludibile; perché molte delle attività che si cerca in tutti i modi di tener in
piedi per sostenere il PIL (stella polare di tutti i provvedimenti di questo
governo, ma anche di quelli di gran parte del resto del mondo) non sono in
grado di reggere l’impatto della crisi climatica a cui andiamo incontro.
Questa opportunità non è stata né percepita né colta come tale dalle forze
politiche in campo – ecologisti e verdi compresi – e meno che mai da Draghi che, proprio
perché osannato (finora) sia in patria che a livello internazionale,
rappresenta visivamente tutti i limiti e i difetti dell’establishment globale.
È cinquant’anni che si parla di una crisi climatica sempre più vicina e
sempre più grave quanto più si persevera nell’ignorarla: a parole o di fatto.
Ma il ceto politico e imprenditoriale che governa il mondo non si è mai
veramente interrogato sugli scenari futuri che quella crisi avrebbe portato con
sé, confidando, al più, nella geoingegneria per combatterla, come oggi
confida nei vaccini per “disfarsi” dell’”inconveniente” covid, senza mai
vedervi una prima, anche se parziale, manifestazione del disastro incombente.
Continua ad agire – o a far finta di agire – come se tutto potesse continuare
(anzi, riprendere) come prima. Mentre il covid continua a infierire
senza che nemmeno i medici-scienziati, quelli che lo commentano giorno per
giorno in Tv e sui giornali, sentano il bisogno di andare al di là delle
speranze, sempre più flebili e problematiche, riposte in un vaccino a cui viene
affidato il compito di farci riprendere il trantran di sempre.
giovedì 12 agosto 2021
Che fine fanno cani e gatti comprati durante la pandemia
Qui “recuperiamo gli animali acquistati durante il lockdown”, osserva un po’ malinconica Carole Retrou,
che gestisce il rifugio Chamarande (nella regione francese dell’Essonne), parte
della Società francese per la protezione degli animali (Spa). Il rifugio è
ormai pienissimo e la responsabile ha spiegato all’Afp che già a maggio del
2021 avevano ricevuto il 23 per cento di animali in più rispetto al 2019, che
era già stato un anno record, e tra loro i gatti sono aumentati del 48 per
cento.
Diciassette persone, tra cui due veterinari, si occupano di 200 animali,
per lo più cani e gatti: i cani dormono in due per gabbia e le gabbie sono
dentro aree recintate dove possono uscire, ma il centro è ormai pieno, osserva
Retrou, e per il momento non può accoglierne altri. Con un nota di disappunto
la responsabile osserva che negli ultimi due anni le persone hanno comprato
animali da compagnia per avere qualcosa da fare, ma ora che riprendono le
vacanze, tocca al rifugio occuparsi di quelli abbandonati. Nel parlamento
francese è ferma dall’inizio del 2021 una legge che dovrebbe vietare le vendite
di animali online, aiutando così le adozioni dai rifugi, e quelle dagli
allevatori.
Il 31 luglio 2021 dal canile comunale dovevano arrivare otto giovani animali
altrimenti destinati all’eutanasia, e i rifugi della Spa si sono aiutati a
vicenda per sistemarli in famiglie adottive che l’associazione seleziona
accuratamente. I cuccioli trovano più facilmente una sistemazione. Gli adulti,
che appena arrivano passano la visita veterinaria per possibili malattie e per
eventuali cure, sono meno ricercati. Del resto, in tutta la Francia tra il 1
maggio e il 23 luglio sono stati raccolti dalla Spa 11.335 animali abbandonati,
oltre il 7 per cento in più rispetto allo stesso periodo nel 2019, e come in
altri paesi il 60 per cento degli abbandoni è avvenuto in autostrada.
Negli Stati Uniti, Mona dovrà presto trascorrere un giorno o due alla
settimana da sola a casa, aspettando il ritorno di Hannah e Richard. Adottata
lo scorso marzo, non ha mai conosciuto separazioni così lunghe. Ma Hannah
Peternell, 26 anni di Brooklyn, non è preoccupata. “È già successo che sia
rimasta sola per più di un giorno. Probabilmente è annoiata, questo è chiaro,
ma può farcela”. E se il suo datore di lavoro la costringesse a tornare in
ufficio cinque giorni alla settimana? “Cambierei lavoro”, risponde decisa. Il
bassotto Tinto, residente nell’Upper West Side, a Manhattan, non è stato
adottato durante la pandemia. Ma era ormai abituato al fatto che
nell’appartamento ci fossero, sette giorni su sette, i genitori e tre figli.
“Era sabato tutti i giorni”, ricorda Rosaria Baldwin, la padrona di casa. Tanto
che il primo fine settimana in cui Tinto si è ritrovato con solo le due figlie
della famiglia, “era depresso, infelice”, dice, dispiaciuta. Ora che la casa
sta tornando al silenzio precedente alla pandemia Rosaria sta per adottare un
secondo bassotto, “così avrà compagnia”.
Per gli altri, soprattutto animali che hanno vissuto solo la pandemia, la
transizione non è sempre così facile. Molti proprietari non hanno fatto seguire
al loro giovane cane un corso di addestramento. “Alcune persone prendono un
cucciolo e pensano che sarà come il loro cane d’infanzia, che sapranno come
fare”, osserva Hannah Richter, addestratrice di cani. E un anno dopo, a volte,
“si rendono conto di avere problemi che diventano più evidenti perché gli
animali sono diventati adulti, e sono un più difficili da educare di un
cucciolo”. Ma anche i proprietari devono fare la loro parte osserva Richter. “È
abbastanza facile per me addestrare un cane”, ha detto con un sorriso. “Ma
convincere il cliente a educarlo è molto più difficile.”
Nel rifugio sulla 110ª strada a East Harlem, dopo l’ondata di adozioni
dello scorso anno, è arrivato il contraccolpo. Oggi c’è molta meno domanda,
afferma Katy Hansen, responsabile dellacomuncazione dell’associazione Animal
care centers (Acc).
Peggio ancora, molte famiglie stanno riportando i loro cani al centro, non
per la stanchezza dovuta alla pandemia, assicura la signora Hansen, ma a causa
di risorse insufficienti, dopo un anno finanziariamente difficile. “Stanno davvero
faticando, hanno perso la casa o si trasferiscono in un posto dove c’è già un
animale”, dice Hansen, che sottolinea anche che i proprietari immobiliari di
New York hanno la reputazione di essere spesso ostili a animali di compagnia.
Per diminuire il flusso dei ritorni, l’organizzazione ha messo in atto
iniziative per fornire cibo ai proprietari o pagare le cure veterinarie. L’Acc
offre anche case affidatarie temporanee, “una soluzione a breve termine per le
famiglie che attraversano una crisi”, spiega Katy Hansen, con l’obiettivo di
riavere l’animale in un secondo momento. L’anno scorso, i rifugi Acc hanno
ospitato, in media, solo cento animali (cani, gatti e conigli). Oggi sono
cinquecento. “Le persone sono vaccinate, stanno più a loro agio, sono eccitate
all’idea di uscire”, osserva Katy Hansen, “ora è il momento perfetto per
adottare un cane”.
In Italia le associazioni come l’Ente nazionale per la protezione degli animali propongono
anche l’adozione a distanza per sostenere i volontari e gli animali accolti nei
rifugi.
lunedì 31 maggio 2021
Tre mosse per avventurarci di nuovo fuori - Arthur C. Brooks
Molti anni fa ho conosciuto una donna che aveva vissuto quel genere di esperienza tipica di un romanzo fantastico. Da giovane aveva avuto un grave incidente d’auto, che le aveva provocato una lesione alla testa. Aveva poi trascorso un periodo di totale amnesia, seguito da mesi di convalescenza. Dopo essersi ripresa, non è stata più la stessa. I rapporti con la sua famiglia si sono indeboliti; ha tagliato i ponti con alcuni vecchi amici, facendosene di nuovi; ha viaggiato per mezzo mondo; i suoi interessi e i suoi gusti sono cambiati; è diventata più estroversa e meno timida; e ha smesso di dare troppo peso a quello che gli altri pensavano di lei.
I suoi genitori hanno sempre attribuito questi importanti cambiamenti alla
sua “botta in testa”. Ma lei mi ha spiegato che no, la sua lesione non
c’entrava niente. È stato semmai nel momento della convalescenza, lontana dalla
solita routine, che ha messo la parola fine a una lunga fase della sua vita. Ha
avuto un’opportunità unica di stabilire le sue priorità. Ha promesso di non
dare niente per scontato, nella sua nuova vita. Ha fatto a pezzi le sue
convinzioni e i suoi valori, e li ha ricostruiti. E facendolo, mi ha detto, si
è sentita felice per la prima volta in vita sua.
Oggi molti di noi hanno la possibilità di fare qualcosa di simile. Gli
Stati Uniti stanno forse entrando nella fase di declino della pandemia di
covid-19, che per oltre un anno ha interrotto la routine dell’esistenza di
milioni di persone. Nell’attesa, di settimane o mesi, che ritorni qualcosa di
simile alla normalità, dovremmo chiederci come vogliamo che sia la “normalità”.
Poi potremo prepararci a una normalità nuova e migliore di quella che avevamo
dato per scontata fino a un anno fa.
Tutto all’aria
Quando le persone parlano della vita prima del virus, lo fanno per lo più
esprimendo nostalgia per “i bei vecchi tempi” e per ciò che gli manca. In
un recente sondaggio gli intervistati hanno dichiarato
che le cose per le quali si struggono di più sono i viaggi (24 per cento), gli
incontri con i familiari (19 per cento) e quelli con gli amici (16 per cento).
Non ho trovato sondaggi relativi a cosa ci manca di meno, ma alcune
ricerche ci offrono dei suggerimenti. Gli studi hanno dimostrato che diamo meno
valore alla vita se trascorriamo del tempo con persone, o in attività,
demoralizzanti. Passare dei brutti momenti con i capi, i clienti o i colleghi
diminuisce il nostro benessere.
È possibile che prima della pandemia vi siate detti “amo il mio lavoro” e
“amo la mia vita sociale”. Magari eravate sinceri, o forse no. I sociologi
hanno dimostrato da tempo che tantissime persone mentono in continuazione, e ancor più
spesso mentono a se stesse.
Comunque, di sicuro vi pareva opportuno dire di essere felici della vostra
vita. O no? I ricercatori hanno scoperto che se le persone hanno opinioni minoritarie
spesso le tengono per sé o si adeguano alla maggioranza per evitare conflitti.
Probabilmente anche voi vi mentivate per quieto vivere, prima della pandemia.
Ma poi il covid-19 ha mandato tutto all’aria.
Tutti noi desideriamo la fine delle sofferenze umane provocate dalla
pandemia. E in molti, anzi in gran parte, non vediamo l’ora di farla finita con
le limitazioni e i disagi che ha portato con sé. Ma nel profondo, ci sono
probabilmente alcune cose che vi spaventano. Ciascuno di noi, a voler essere
spietatamente onesti, potrebbe fare una lista di attività e relazioni
sgradevoli della vita prepandemia, che abbiamo accettato mentendoci, per
semplice inerzia o per la necessità di andare avanti e d’accordo con gli altri.
Se le vostre relazioni, il vostro lavoro e la vostra vita sono state
sconvolte dalla pandemia, non dovreste sprecare le settimane e i mesi che vi
separano dal momento in cui rientrerete pienamente nel mondo. Avete
un’opportunità unica nella vita di essere totalmente sinceri con voi stessi e
di ammettere che prima non era tutto perfetto. Ecco come potete fare un piano
per non tornare a quella normalità.
Raccogliete i vostri dati personali
Disegnate su un pezzo di carta una griglia di quattro quadrati disposti su due
colonne e su due righe: nella prima colonna scrivete cosa vi piace e nella
seconda cosa non vi piace; nella prima riga indicate il periodo prepandemico,
nella riga sotto il periodo della pandemia.
Molti di noi hanno cominciato a chiedersi, nel corso dell’ultimo anno, cosa
ci manchi del periodo precedente e cosa odiamo di questo attuale. Ma per quanto
riguarda la vostra felicità, le domande più pertinenti sono: “Cosa non mi
piaceva di prima della pandemia e non mi manca?” e “Cosa mi piace dei tempi di
pandemia, e mi mancherà in seguito?”.
Riflettete seriamente sui risultati che escono incrociando il cosa e il
quando dei diversi quadrati, e promettete di essere completamente onesti,
specialmente per quanto riguarda ciò che non vi manca del prepandemia. Indicate
tutte le interazioni quotidiane malsane, le relazioni improduttive e le
abitudini di vita che vi rendevano infelici. Non accontentatevi delle cose
facili, come rimanere bloccato nel traffico. Andate più a fondo, come per
esempio gli amici con cui andavate sempre a bere, ma che erano inesorabilmente
arroganti e negativi.
Fate una lista di cose da lasciarvi alle spalle
Alcune delle cose che non vi piacevano prima della pandemia potrebbero essere
immutabili, per esempio fare il pendolare. Cominciate a scrivere una lista di
cose del genere, e ragionate sul vostro margine di autonomia. Magari per alcuni
di voi potrebbe avere senso cominciare a cercare un nuovo lavoro dove vi
piacerebbe vivere – magari trasferendovi in una città che amate – lasciando il
luogo dove vivevate prima della pandemia.
Lasciarsi alle spalle le persone può essere più difficile. Ma in realtà
tutti noi abbiamo relazioni che, in fondo, non sono vantaggiose per nessuno. Al
lavoro e in altri contesti, ci sono persone che tirano fuori il peggio di noi,
ci offendono, o ci demoralizzano. Se la pandemia è stata una pausa gradita,
dovreste chiedervi se possa diventare definitiva. Questo momento è il migliore
per farlo.
Fate una lista di cose da conservare
Questo esercizio non dovrebbe riguardare solo gli aspetti negativi. Ricordatevi
della seconda colonna: le cose che vi piacciono della vita durante la pandemia,
e che vi mancheranno quando non ci saranno più. Pensate a come potreste
integrarle nella vostra vita in futuro. Forse avete smesso di viaggiare per
lavoro e vi è piaciuto passare il vostro tempo a casa. Se è così, cominciate a
pensare ora a come riorganizzarvi per diminuire gli spostamenti, prevedendo in
futuro di coniugare incontri di persona e virtuali. Forse avete sviluppato la
vostra dimensione spirituale, state leggendo molto, o avete cominciato a
cucinare, e vorreste continuare a farlo. È possibile, ma tocca a voi impegnarvi
perché ciò accada. Frequentate regolarmente un luogo di culto; organizzate un
gruppo di lettura; fissate in agenda delle serate in cui invitare delle persone
a cena.
Nella sua Poesia delle partenze (Poetry of departures), il poeta britannico Philip Larkin parla di un uomo che ha lasciato una vita che
non gli piaceva.
Qualche volta senti dire, di quinta mano, / Come un epitaffio: / Ha piantato tutto quanto /E se l’è squagliata, / E sempre la voce suona / Certa
che tu approvi / Quella mossa ardimentosa, / Purificatrice, primordiale.
Questo avventuriero senza paura non deve essere una persona di cui sentite
parlare di quinta mano. E neppure di seconda mano, come nel caso della mia
amica. Potete scegliere: essere il soggetto di questa poesia, che compie una
“mossa ardimentosa, purificatrice, primordiale”, oppure il narratore, ammirato
ma per niente convinto di voler cambiare le cose. Se mai avete desiderato
piantare tutto e squagliarvela, oggi è il vostro momento. Approfittatene.
(Traduzione di Federico Ferrone)
La traduzione della poesia di Philip Larkin è di Vanna Gentili, tratta da
Poesia moderna e contemporanea (Le Pagine 2002)
