lunedì 12 giugno 2023

La fine di quale pandemia? - Silvia Ribeiro

 


Il 5 maggio 2023, dopo più di tre anni di pandemia, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato la fine dell’emergenza sanitaria pubblica internazionale a causa del COVID-19. Molte domande rimangono senza risposta, dalle sue origini al perché la maggior parte dei governi ha protetto soprattutto gli interessi delle multinazionali farmaceutiche, tecnologiche e agroalimentari, che hanno tratto i massimi benefici dalla crisi sanitaria. A peggiorare le cose, le cause della pandemia rimangono in
tatte, a partire dal ruolo chiave del sistema alimentare agro-industriale nella generazione di nuove malattie, soprattutto derivate dall’allevamento industriale di suini, pollame e bovini
 (vedi “Gestando la próxima pandemia”).

Nuovi virus e batteri patogeni potenzialmente pandemici continuano a essere generati in queste strutture di allevamento intensivo, a causa del sovraffollamento e dell’uniformità genetica di quegli animali.

Negli ultimi mesi c’è preoccupazione per la diffusione e i nuovi casi di influenza aviaria in America Latina, una regione che era stata in gran parte risparmiata da questa malattia, nonostante la presenza del virus in Nord America dal 2014. Dal 2022, il World Animal Health Information System [Sistema mondiale di informazione zoosanitaria] ha segnalato la presenza di influenza aviaria AH5N1 in 14 paesi dell’America Latina, tra cui Messico, Cile, Ecuador, Uruguay, Panama, Honduras, Argentina, Costa Rica, Guatemala, Bolivia e Venezuela, in allevamenti di pollame e tra gli uccelli selvatici. In Perù, circa 60.000 uccelli selvatici e più di 500 leoni marini sono morti in pochissimo tempo.

Secondo gli esperti dell’Organizzazione Mondiale per la Salute Ambientale (OMSA), che tiene il suddetto registro, ci sono già 30 specie di mammiferi che sono state infettate dall’influenza aviaria, con alti tassi di mortalità. Tra questi ci sono foche, furetti, volpi, puzzole, cani, gatti, capre e maiali. L’espansione geografica e le nuove specie infette sono cresciute così tanto che secondo l’OMSA siamo di fronte a una panzoosi, cioè una pandemia per gli animali (Mongabay, Yvette Sierra, “Gripe aviar: estudios advierten la posibilidad de que el virus H5N1 se transmita entre mamíferos”.

Un dato ancora più allarmante è che nel 2023 sono stati segnalati per la prima volta in America Latina due casi di infezione umana da influenza aviaria, uno in Ecuador e un altro in Cile.

Fino ad ora, la diffusione dell’influenza aviaria ad altri uccelli, mammiferi o esseri umani, era avvenuta attraverso il contatto o il consumo di uccelli che erano malati o portatori del virus. Invece quest’anno è stata accertata una massiccia trasmissione tra i mammiferi, il che apre un nuovo capitolo nella storia di questa malattia. Il caso è avvenuto in un macro-allevamento di animali da pelliccia, in Galizia (Spagna), con migliaia di capi che hanno dovuto essere sacrificati.

Ciò che ha fatto mutare il virus per adattarsi alla trasmissione tra mammiferi sono state proprio le condizioni di allevamento, con sovraffollamento e alta uniformità genetica. Le stesse condizioni che esistono nelle grandi strutture di allevamento industriale al chiuso di maiali, polli e tacchini. E dove ci sono anche operatori umani in contatto permanente con questi animali.

L’influenza suina AH1N1, che ha avuto origine in Messico nel 2009 negli allevamenti di Granjas Carroll (allora di proprietà della transnazionale Smithfield, attualmente di proprietà della cinese WH, la più grande impresa di allevamento di suini a livello mondiale), è stata il prodotto della combinazione di materiale genetico proveniente da un ceppo aviario, due ceppi suini e un ceppo umano, il che ha facilitato il salto adattativo per infettare gli esseri umani e perché il contagio si in seguito si trasmettesse da persona a persona.

Il ceppo dell’influenza aviaria AH5N1 è altamente patogeno, con oltre il 50% di mortalità nell’uomo, una percentuale molto più alta di quella di SARS-CoV-2, il virus della COVID-19.

Non sappiamo se sarà questo ceppo o un’altra malattia zoonotica a poter dare origine a una prossima pandemia. Uno studio cinese pubblicato nel 2020 ha rivelato che erano stati trovati 179 nuovi ceppi di influenza suina negli allevamenti di suini; uno di questi ceppi aveva uno speciale potenziale pandemico ed era già stato trasmesso agli esseri umani.

Quello che sappiamo è che il contesto in cui è emersa la pandemia di covid-19 rimane presente ed è addirittura peggiorato. Ad esempio, per prevenire parte di questo problema – e per affrontare la peste suina africana, una malattia suina che ha decimato oltre il 25% della popolazione globale di maiali – la Cina ha esportato enormi strutture di allevamento suino in Argentina e Brasile, oltre che in altri paesi.


Sappiamo inoltre che la pandemia di debolezza del sistema immunitario delle persone – il più grande rischio di fronte alle infezioni – continua ad aumentare ed è direttamente collegata al cibo cattivo, pieno di agrotossici e a basso valore nutritivo, con cui le multinazionali agroalimentari inondano i mercati. Secondo l’OMS, il 76% delle cause di morte a livello globale sono malattie non trasmissibili. Tra le prime 10 ci sono malattie cardiache, ipertensione, diabete, malattie renali e tumori dell’apparato digerente, tutti legati alla cattiva alimentazione derivata dal sistema alimentare agro-industriale, ai suoi metodi di coltivazione e di allevamento intensivo.

Siamo di fronte a una sindemia: la convergenza della crisi dei sistemi immunitari, la pandemia di controllo chimico, digitale e transnazionale dell’agroalimentare e della salute, la devastazione ambientale che espelle gli animali selvatici dai loro ecosistemi, e non solo. Queste cause devono essere messe in discussione al fine di prevenire nuove pandemie.

Fonte: “Fin de cuál pandemia?”, in La Jornada, 20/05/2023.

Traduzione a cura di Camminardomandando.

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