(la Stampa)
Come non condividere la disperazione di Michele
Serra e di tutti i “proprietari” di animali di
affezione che hanno visto i loro animali uccisi
in campagna? E come non essere empatici con
chi ha un’attività agricolo-pastorale e sostiene di non
poterne più delle predazioni dei lupi in Appennino? E
come non essere preoccupati per chi semplicemente se ne va a passeggio
in montagna e teme un attacco dai lupi? Nessuna di queste
problematiche è posta correttamente, alcune si basano su presupposti
falsi, e tutte sono frutto di quell’ideologia specista tipica dei
sapiens che li porta a considerarsi «custodi della natura» (!) e al
vertice della piramide dei viventi. Ma tutte meritano una risposta,
anche se scomoda.
Fortunatamente i lupi in Italia hanno approfittato della protezione
che è stata loro accordata negli anni ’70 del secolo scorso e sono
passati da poche centinaia a quasi quattromila in circa mezzo secolo.
Improvvisandosi ecologo, chi vive in campagna e vuole lasciare
liberi i propri cani si lamenta che i lupi sono troppi. Ma la pressione
di una popolazione animale segue leggi ben precise, determinate
dall’ambiente naturale, ignorate evidentemente dalla maggior parte
dell’opinione pubblica, che immagina sempre una crescita demografica
lineare e illimitata, impossibile in natura perché continuamente
frenata da fenomeni diversi. L’andamento reale è correttamente
descritto da una funzione matematica («curva logistica» o
«curva a S») in cui, all’inizio, una popolazione cresce rapidamente,
poi rallenta, si appiattisce diventando quasi parallela all’asse delle
ascisse e infine raggiunge una posizione stabile nel tempo. Lo stesso
discorso vale, ad esempio, per un embrione, che può crescere soltanto
quanto gli è consentito dal volume dell’utero materno.
I lupi, insieme a tanti compagni selvatici, sono in espansione in tutta
Europa grazie a inurbamento, abbandono dei terreni marginali, ritorno
dei boschi, diffusione delle prede e protezione legale. Ma mentre
tutti gli altri animali sono in regressione, il lupo si allarga e prolifica:
semplicemente occupa lo spazio che il territorio concede loro. Prima
delle terribili stragi moderne, i lupi italici arrivavano a 20.000
individui,
senza che si sia mai registrata un’aggressione deliberata a un
solo sapiens. Il fatto è che noi siamo convinti di poter sopravvivere su
questo pianeta senza altri animali che non quelli da compagnia o da
allevamento, e mal tolleriamo ogni intrusione della natura nei nostri
ambienti, a meno che quegli intrusi non si “comportino bene”, cioè
come noi vogliamo. Solo che oggi tutti gli ambienti sono colonizzati
dai sapiens e dunque non c’è più spazio per nessun altro.
Poi c’è la questione degli allevatori, soprattutto di pecore, che lamentano
perdite tanto ingenti quanto false: si calcola che, in tutta Europa,
la predazione da animali selvatici sul bestiame allevato sia pari allo
0,07% (rielaborazione dati Wwf), una percentuale irrisoria. Non solo:
chi vede la sua pecora predata da un lupo ha diritto a un risarcimento e,
volendo, può abbattere dell’80% le già scarse predazioni solo imponendo
recinti elettrificati, cani da guardiania muniti di collari anti-lupo
e la presenza del pastore sul posto. E molte di quelle predazioni non
sono causate da lupi, bensì da cani inselvatichiti dopo gli abbandoni
(specie cani da caccia). Falsi problemi che vengono amplificati per
una ragione di fondo culturale e ideologica.
Da un punto di vista culturale è, purtroppo, sempre lo stesso abisso
che inghiotte i sapiens: quando parliamo di lupo non parliamo di
un essere vivente, ma, di fatto, della proiezione delle nostre paure.
«Quando entrano nella nostra mente i lupi diventano una metafora
del selvaggio e del non civilizzato, come una banda criminale che
vive fuori dalle norme e dalle convenzioni», scrive il biologo Carl
Safina. Perciò reagiamo come se fossimo stati assaltati da una banda
di ladri o entrassimo in conflitto con un’altra tribù, mettendo in
piedi una specie di disprezzo perché anche loro si permettono di andare a caccia. A pensarci bene, un atteggiamento razzista, poco giustificato dal fatto che si tratta effettivamente di un’altra specie. E il lupo è sempre cattivo e bisogna stare attenti.
I lupi sono estremamente utili. Primo, tengono sotto controllo gli ungulati (cinghiali, cervi, daini) con la loro sola presenza. Secondo, ripristinano gli equilibri idrogeologici e territoriali.
L’esperienza di ripopolamento del Parco di Yellowstone, mutatis mutandis, ha dimostrato che la presenza del lupo, attraverso azioni a
cascata, ha effetti positivi anche sulla vegetazione e addirittura
sulla stabilità delle sponde fluviali, limitando perfino il dissesto
idrogeologico. Il ritorno dei lupi ha liberato le piante all’appetito
pantagruelico dei wapiti, riducendone il numero naturalmente.
Così hanno ripreso a prosperare pesci, anfibi e uccelli e si è arrivati
all’attuale ripristino dell’ecosistema. Che sarebbe indispensabile
nel nostro Paese, sovraffollato di ungulati che provocano una
serie di danni a cascata proprio perché privi di predatori. Ridurre
i lupi non è una buona idea, ma per comprenderlo bisognerebbe
affidarsi alla cultura naturalistica, abdicando al trono di specie
eletta sul quale nessun vivente può issarsi.
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