mercoledì 13 maggio 2026

IL CANE DI MICHELE SERRA E QUEI LUPI DA DIFENDERE - Mario Tozzi

(la Stampa)

 

Come non condividere la disperazione di Michele

Serra e di tutti i “proprietari” di animali di

affezione che hanno visto i loro animali uccisi

in campagna? E come non essere empatici con

chi ha un’attività agricolo-pastorale e sostiene di non

poterne più delle predazioni dei lupi in Appennino? E

come non essere preoccupati per chi semplicemente se ne va a passeggio

in montagna e teme un attacco dai lupi? Nessuna di queste

problematiche è posta correttamente, alcune si basano su presupposti

falsi, e tutte sono frutto di quell’ideologia specista tipica dei

sapiens che li porta a considerarsi «custodi della natura» (!) e al

vertice della piramide dei viventi. Ma tutte meritano una risposta,

anche se scomoda.

Fortunatamente i lupi in Italia hanno approfittato della protezione

che è stata loro accordata negli anni ’70 del secolo scorso e sono

passati da poche centinaia a quasi quattromila in circa mezzo secolo.

Improvvisandosi ecologo, chi vive in campagna e vuole lasciare

liberi i propri cani si lamenta che i lupi sono troppi. Ma la pressione

di una popolazione animale segue leggi ben precise, determinate

dall’ambiente naturale, ignorate evidentemente dalla maggior parte

dell’opinione pubblica, che immagina sempre una crescita demografica

lineare e illimitata, impossibile in natura perché continuamente

frenata da fenomeni diversi. L’andamento reale è correttamente

descritto da una funzione matematica («curva logistica» o

«curva a S») in cui, all’inizio, una popolazione cresce rapidamente,

poi rallenta, si appiattisce diventando quasi parallela all’asse delle

ascisse e infine raggiunge una posizione stabile nel tempo. Lo stesso

discorso vale, ad esempio, per un embrione, che può crescere soltanto

quanto gli è consentito dal volume dell’utero materno.

I lupi, insieme a tanti compagni selvatici, sono in espansione in tutta

Europa grazie a inurbamento, abbandono dei terreni marginali, ritorno

dei boschi, diffusione delle prede e protezione legale. Ma mentre

tutti gli altri animali sono in regressione, il lupo si allarga e prolifica:

semplicemente occupa lo spazio che il territorio concede loro. Prima

delle terribili stragi moderne, i lupi italici arrivavano a 20.000

individui,

senza che si sia mai registrata un’aggressione deliberata a un

solo sapiens. Il fatto è che noi siamo convinti di poter sopravvivere su

questo pianeta senza altri animali che non quelli da compagnia o da

allevamento, e mal tolleriamo ogni intrusione della natura nei nostri

ambienti, a meno che quegli intrusi non si “comportino bene”, cioè

come noi vogliamo. Solo che oggi tutti gli ambienti sono colonizzati

dai sapiens e dunque non c’è più spazio per nessun altro.

Poi c’è la questione degli allevatori, soprattutto di pecore, che lamentano

perdite tanto ingenti quanto false: si calcola che, in tutta Europa,

la predazione da animali selvatici sul bestiame allevato sia pari allo

0,07% (rielaborazione dati Wwf), una percentuale irrisoria. Non solo:

chi vede la sua pecora predata da un lupo ha diritto a un risarcimento e,

volendo, può abbattere dell’80% le già scarse predazioni solo imponendo

recinti elettrificati, cani da guardiania muniti di collari anti-lupo

e la presenza del pastore sul posto. E molte di quelle predazioni non

sono causate da lupi, bensì da cani inselvatichiti dopo gli abbandoni

(specie cani da caccia). Falsi problemi che vengono amplificati per

una ragione di fondo culturale e ideologica.

Da un punto di vista culturale è, purtroppo, sempre lo stesso abisso

che inghiotte i sapiens: quando parliamo di lupo non parliamo di

un essere vivente, ma, di fatto, della proiezione delle nostre paure.

«Quando entrano nella nostra mente i lupi diventano una metafora

del selvaggio e del non civilizzato, come una banda criminale che

vive fuori dalle norme e dalle convenzioni», scrive il biologo Carl

Safina. Perciò reagiamo come se fossimo stati assaltati da una banda

di ladri o entrassimo in conflitto con un’altra tribù, mettendo in

piedi una specie di disprezzo perché anche loro si permettono di andare a caccia. A pensarci bene, un atteggiamento razzista, poco giustificato dal fatto che si tratta effettivamente di un’altra specie. E il lupo è sempre cattivo e bisogna stare attenti.

I lupi sono estremamente utili. Primo, tengono sotto controllo gli ungulati (cinghiali, cervi, daini) con la loro sola presenza. Secondo, ripristinano gli equilibri idrogeologici e territoriali.

 L’esperienza di ripopolamento del Parco di Yellowstone, mutatis mutandis, ha dimostrato che la presenza del lupo, attraverso azioni a

cascata, ha effetti positivi anche sulla vegetazione e addirittura

sulla stabilità delle sponde fluviali, limitando perfino il dissesto

idrogeologico. Il ritorno dei lupi ha liberato le piante all’appetito

pantagruelico dei wapiti, riducendone il numero naturalmente.

Così hanno ripreso a prosperare pesci, anfibi e uccelli e si è arrivati

all’attuale ripristino dell’ecosistema. Che sarebbe indispensabile

nel nostro Paese, sovraffollato di ungulati che provocano una

serie di danni a cascata proprio perché privi di predatori. Ridurre

i lupi non è una buona idea, ma per comprenderlo bisognerebbe

affidarsi alla cultura naturalistica, abdicando al trono di specie

eletta sul quale nessun vivente può issarsi.

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