domenica 26 marzo 2017

La solitudine che ci spaventa - Penny


Dovremmo insegnare ai nostri figli a non avere paura della solitudine. É uno spazio potente di creatività. Il più grande, forse.
Non dobbiamo spaventarli se si sentono soli, ma spiegar loro che è una condizione della vita, un bisogno e una necessità per l’uomo. Invece raccontiamo storie spaventose in cui i bambini si perdono e rimangono da soli, in cui la salvezza arriva sempre dall’altro.
I bambini imparano a muovere i primi passi, ad afferrare oggetti, a pronunciare parole dentro a esercizi continui di solitudine.
Si concentrano per ore in atti silenziosi.

Dovremmo sollecitare questi momenti invece di richiamarli continuamente a noi, e non dovremmo preoccuparci se ogni tanto si appartano.
In quello spazio immaginano, si ricaricano, progettano, imparano a esserci e non avere bisogno di altro.
Così come insegniamo ai nostri figli a socializzare, dovremmo insegnargli a stare da soli. A perdersi in un mondo in cui si è capaci di bastarsi.
La solitudine non é fuga, ma il tempo della pausa, del silenzio, della contemplazione, del riparo.
E allora quando li vediamo assorti o decisi a starsene da soli, abbiamo il dovere di non richiamarli a noi e lasciarli stare.
Esiste una solitudine buona che serve agli adulti tanto quanto i bambini. Uno spazio in cui immaginare mondi, in cui staccare la spina e fare silenzio.

Quando cerchiamo spasmodicamente l’amore è quella solitudine che non vogliamo affrontare. Il vuoto che ci attraversa e la paura del bosco che ci hanno raccontato. I nostri figli hanno diritto alla solitudine. É attraverso l’esperienza della solitudine che sapranno costruire legami fecondi, e sapranno amare.
E se la solitudine busserà alla loro porta sapranno che uso farne. Forse, meglio di noi.
da qui

sabato 25 marzo 2017

A passeggio in Siberia sul lago Baikal fra turisti e inquinamento - Marina Forti

La costa è una linea azzurrina, lontana. Intorno c’è solo ghiaccio, una distesa che sembra sconfinata. Siamo sul lago Baikal, Siberia orientale: un mare lungo 620 chilometri, largo tra i 20 e gli 80, profondo circa un chilometro e mezzo, la più grande massa d’acqua dolce del pianeta. D’inverno si copre di uno strato di ghiaccio abbastanza spesso da reggere pulmini e jeep. Così, sul lago qui va inteso alla lettera: siamo sopra al lago e lo attraversiamo a bordo di una jeep.
Il ghiaccio è un mondo surreale. Ora bianco, accecante, spruzzato di neve. Ora levigato dal vento, lucido, così trasparente che mette in soggezione: uno specchio nero come gli abissi, con venature bianche che formano disegni astratti. O ancora distese di lastre azzurrine, come cocci di vetro sollevati dalle onde e fissati dal ghiaccio.
La jeep procede tra i bagliori, luce lattiginosa quando è nuvolo, scintillante quando si affaccia il sole. Il silenzio è rotto da brontolii come tuoni lontani, o da un colpo secco: lastre ghiacciate cozzano tra loro, una crepa si apre sulla superficie gelata. Grosse lastre si sollevano e si rinsaldano formando scalini. A volte le crepe diventano veri e propri crepacci in cui si fa strada l’acqua del lago: torneranno a congelarsi in poche ore, ma se la crepa è fresca può essere pericolosa.

Una regione chiave
La jeep, dunque, segue una linea tortuosa, segue tracce di altri veicoli. Perché il ghiaccio è un mondo popolato. Un punto nero in lontananza è una vecchia utilitaria, accanto a una tenda da campeggio piantata sul ghiaccio, dove tre uomini con gli stivaloni di gomma hanno aperto dei buchi e stanno calando le reti. Pescatori di professione, passeranno la notte a controllare che i buchi non si richiudano: si pesca così l’omul, un pesce endemico del lago Baikal, che viene affumicato e venduto in tutti i mercati della regione. In lontananza un altro punto nero, altri pescatori.
Il lago Baikal è inaspettato. Formato da un rift, una faglia tra le catene montuose a nord della Mongolia, è il più antico e profondo del pianeta. È anche il più grande, non per superficie ma per volume, e contiene un quinto delle riserve d’acqua dolce non congelata della Terra.
È una regione chiave per “lo sviluppo economico e sociale tra la Russia orientale e la Mongolia”, leggo nell’Atlante ecologico del Baikal, pubblicato dal Programma dell’Onu per lo sviluppo (Undp). Soprattutto, il lago e il suo bacino rappresentano un ecosistema unico, una nicchia ecologica tra terra e acqua, popolata da circa 3.700 specie di piante e animali di cui molte endemiche, cioè che vivono solo qui: le Galápagos della Russia. Per questo nel 1996 l’Unesco l’ha proclamato “patrimonio dell’umanità”. Il Baikal vanta un’acqua cristallina, tra le più pure al mondo – anche se in ampie zone questo non è più vero: perché la pressione umana sta aumentando anche qui, in una regione considerata tra le più isolate della grande Siberia.
Per la verità, proprio isolato il lago Baikal non lo è stato mai. Certo, ampi tratti della costa sono quasi inaccessibili, in particolare nella parte settentrionale: scogliere a picco sull’acqua e un entroterra di boschi fitti di betulle, pioppi e conifere, la taiga siberiana.

Altrove invece è bordato di villaggi di pescatori, piccoli centri industriali, insediamenti che si aprono al turismo. Tra le montagne ci sono le miniere sfruttate fin dalla Russia degli zar. Ci sono i discendenti delle popolazioni autoctone siberiane e quelli dei colonizzatori russi arrivati a partire dal settecento. La ferrovia transiberiana costeggia il tratto meridionale del lago, nella tappa tra Irkutsk a ovest e Ulan Ude a est: poi si divide, un troncone prosegue in territorio russo fino a Vladivostok, l’altro attraversa la Mongolia diretto a Pechino.
Foreste vergini e villaggi industriali, stupa buddisti e monasteri ortodossi. Lineamenti mongolici e visi europei. La transiberiana e le jeep che corrono sul ghiaccio. Un equilibrio fragile: e forse la trasformazione più drastica è quella che sta arrivando con il turismo.
La pressione sul lago sta aumentando”, mi dice Marina Rikhvanova, biologa, una pioniera dell’ambientalismo in questo angolo di Siberia. La incontro a Irkutsk, città di quasi un milione e mezzo di abitanti, “capitale” del Baikal anche se in effetti si trova a una settantina di chilometri dal lago, sulle sponde del suo unico emissario, il fiume Angara.
Già avamposto di esploratori e commercianti, Irkutsk è diventata un centro industriale nel novecento, in particolare dopo gli anni cinquanta, quando appena a monte della città è stata costruita una diga con un impianto idroelettrico (la diga ha fatto salire il livello del lago di oltre un metro, costringendo a cercare un nuovo tracciato per la transiberiana). In seguito altre dighe sono sorte a valle, e hanno alimentato l’industria pesante: meccanica, aeronautica militare e civile, chimica.

Crescita e problemi nuovi
A monte però il lago è rimasto per lo più isolato, salvo insediamenti minori lungo la transiberiana: piccoli impianti dove si inscatola il pesce, centrali termiche alimentate dal carbone. O la cartiera che nell’ultimo decennio ha provocato proteste arroventate a Baikalsk, cittadina di circa tredicimila abitanti sulla costa meridionale del lago, finché tre anni fa è definitivamente fallita. “Ma ora il turismo di massa sta cambiando tutto”, insiste Rikhvanova.
In effetti negli ultimi anni il turismo è diventato un’attività importante, anche se i dati sono imprecisi: “Ogni fonte ha le sue stime e non coincidono mai, oscillano tra 500mila e un milione di arrivi annui”, dice. Di sicuro un’industria in piena crescita, questo è visibile. E sta portando problemi nuovi.

Per capirlo, torniamo sul ghiaccio. Ma prima bisogna parlare un po’ di Irkutsk con il suo piccolo centro storico, alcuni edifici ottocenteschi sul lungofiume e quelli solenni dell’era staliniana, inframmezzati però a vie di case basse, di legno, nello stile “siberiano”, finestre e cornicioni intagliati come ricami: alcune ben tenute, restaurate di fresco, quasi rifatte; molte invece sbilenche, cadenti, pronte a essere demolite per fare spazio a edifici nuovi e sgraziati.
Come in molte città russe sorprende la densità di teatri, scuole di musica, l’opera, la filarmonica, numerose università. Sorprende la stratificazione storica nei nomi delle vie: viale Lenin e via Karl Marx insieme a piazza Alessandro III (lo zar che si distinse per il suo regime repressivo), tutti egualmente celebrati come tasselli della nazione.
C’è il mercato centrale, grande mercato coperto pieno di prodotti locali, ortaggi e infiniti banchi che straboccano di pesci affumicati – l’omul e altri pesci del lago, aringhe, salmoni – e al secondo piano interi corridoi di negozi di telefonini e piccola elettronica. Fuori, bancarelle dove donne dai tratti asiatici vendono erbe, conserve artigianali, bacche secche. Oppure maglioni e calze di spessa lana mongolica, cappelli, colbacchi. Intorno, invece, decine di piccoli uffici espongono le quotazioni della borsa e offrono di investire i risparmi.

Accanto, le due o tre vie eleganti, con enormi gioiellerie (la regione è nota per la lavorazione di pietre semipreziose) e vetrine con i nomi della moda italiana che potrebbero essere in qualsiasi città del mondo. Tra le insegne ricorrenti, quella gialla di una catena di rivendita di computer e telefonini. O quelle di qualche Burger King, l’americanizzazione del cibo.
Nei weekend si affollano i nuovi mall. Sull’altra sponda del fiume sopravvivono i quartieri dell’era sovietica, con grandi blocchi di edifici residenziali tra cui ora spuntano grandi supermercati. E la stazione ferroviaria, dove gli orologi segnano l’ora di Mosca (la Russia si estende per undici fusi orari, e per non fare confusione l’orario dei treni è sempre quello della capitale).

La strada ufficiale sul piccolo mare
Ora però voltiamo le spalle a Irkutsk, ai ponti sull’Angara intasati di traffico, alle ciminiere e al lungofiume ghiacciato, e imbocchiamo la strada che punta a nord, tra quartieri di casette unifamiliari avvolte nella neve. Per venti, trenta chilometri si estendono nuovi suburbi (il prezzo delle case in città è ormai proibitivo e molte famiglie cercano spazio fuori): ricordano il Midwest americano, solo che qui ogni casa ha il suo recinto. Poi finalmente il panorama cambia. Ecco la steppa gelata, appena punteggiata da piccoli boschi di betulle. Rari gruppi di case, pascoli dove mucche che somigliano a yak cercano erba congelata nella neve.
Infine pieghiamo a est, e raggiungiamo la distesa ghiacciata del Baikal. Una piccola baia con poche vecchie case di legno. La statua di un uomo che guarda il lago, personaggio leggendario della tradizione popolare russa ed eroe di una canzone patriottica. Poi una collinetta su cui sono piantati pali di legno ornati da infiniti nastri colorati, come nella tradizione buddista tibetana che qui si innesta sulla cultura sciamanica autoctona.

Un’altra baia con casette di legno: ma queste sono belle e solide, è un ostello per turisti, uno dei numerosi piccoli alberghi sorti di recente su questa costa. Di fronte infatti c’è l’isola di Olhon, settanta chilometri di scogliere spettacolari e grandi boschi di conifere, che chiude una zona di lago chiamata “piccolo mare”. Qui corre anche l’unica “strada ufficiale” sul ghiaccio: un’autostrada di ghiaccio nero, segnata da paletti, percorsa da automobili, jeep, o ancora più spesso dai vecchi e indistruttibili pulmini dismessi dall’esercito russo.
L’isola di Olhon è uno dei punti “emergenti” del turismo sul Baikal: estivo, con trekking tra boschi e scogliere, e da qualche tempo anche invernale, nella “stagione del ghiaccio” che va da fine gennaio ai primi di aprile, quando numerose agenzie organizzano escursioni più o meno avventurose, weekend sull’isola, trekking sul ghiaccio, fino alla traversata del lago in jeep.
Il “piccolo mare” è affascinante. Dal ghiaccio si leva uno scoglio basso che ricorda il profilo di un coccodrillo. Sull’isoletta di Ogoi, a forma di dorso di drago, c’è uno stupa buddista circondato da nastri colorati che ondeggiano al vento (di costruzione postsovietica). Lungo le scogliere le onde si sono bloccate in strani disegni di ghiaccio, cascate di stalattiti, grotte. In una baia qualcuno ha costruito piccoli stupa di ghiaccio. Un mondo incantato, lucido, bianco e azzurrino – ma tutt’altro che solitario. Nei punti più spettacolari il viavai di pulmini è intenso: in un normale giorno di febbraio ne conto sei o sette fermi presso i faraglioni e i promontori più rinomati, con frotte di turisti cinesi che si fotografano in posa sul ghiaccio.

I primi a rompere il monopolio delle poche agenzie turistiche ufficiali sono stati alcuni giovani che hanno letteralmente inventato un’attività. Come Vladimir (il nome è cambiato, ndr): negli anni novanta aveva lavorato come guida occasionale, mentre studiava all’università; poi nel 2003, con una laurea in tasca ma la prospettiva di un impiego di stato malpagato, ha deciso di mettersi in proprio e fondare la sua agenzia.

Gli investimenti cinesi
Oggi ha quattro collaboratori fissi e una ventina di jeep, gestisce un ostello a Irkutsk e organizza escursioni per piccolissimi gruppi, dalle visite a Olhon ai “gran tour del ghiaccio”, oppure trekking sui pattini o sugli sci, o addirittura traversate a piedi con campeggio sul lago gelato – oltre, beninteso, ai trekking estivi. Dice che fino a qualche anno fa aveva clienti un po’ di tutto il mondo, ma ormai sono soprattutto cinesi. I suoi concorrenti hanno traiettorie analoghe.
Dimitri (anche questo nome è cambiato, ndr) lavora nel turismo da quando, alla fine degli anni novanta, ha perso il posto in un’azienda energetica dove faceva il venditore: “Allora un turista americano mi ha dato il business plan, l’idea di organizzare escursioni per visitatori stranieri, pubblicizzandomi sul web” (in comune Vladimir e Dimitri hanno un ottimo inglese). Anche lui ha lavorato con clienti americani ed europei, “ma da quando il valore del rublo è sceso, i più arrivano dall’Asia orientale”.
Il loro però resta un turismo di piccoli numeri, per sportivi e spiriti avventurosi. Ben altri investimenti stanno arrivando nella regione del Baikal. Lo scorso ottobre per esempio un consorzio cinese ha annunciato l’intenzione di investire undici miliardi di dollari, insieme a un partner russo, per creare sul lago “attrazioni turistiche, trasporti e infrastrutture di classe mondiale” (world class, qualunque cosa ciò significhi). Già, cinesi. Qualcuno parla di “invasione”, ma è logico: è un grande paese, con una classe media in espansione, soldi da investire, e vicino.

Certo è che il turismo sta già trasformando il paesaggio umano. Kuzhir, al centro di Olhon, dove approdano i traghetti dalla terraferma (d’estate) e l’autostrada di ghiaccio (d’inverno), era fino a una decina d’anni fa uno sperduto villaggio di poche case di legno, con l’unico ufficio postale dell’isola, la scuola elementare e un paio di negozi. Strade sterrate, gelido d’inverno e polveroso d’estate. Ora il villaggio sembra in preda a una frenesia di capitalismo selvaggio.
Molte vecchie case di legno si sono trasformate in ostelli e nuove stanno sorgendo. Le strade restano sterrate, ma sulla via principale sono comparsi un paio di caffè e un’agenzia turistica. In cima all’abitato c’è un supermercato che sembra il vero centro del paese (il reparto degli alcolici occupa un terzo della superficie, con un assortimento di vodka che va dalle bottiglie popolari da pochi rubli alle marche più pregiate per i visitatori).
Forse un’indicazione sul futuro di Kuzhir si può rintracciare a Listviyanka, località sulla costa occidentale dove il lago sbocca nel fiume Angara. Chiamata “la riviera di Irkutsk”, Listviyanka è stata la prima località turistica della zona, con la terrazza di hotel elegante e un po’ démodé che si affaccia sul fiume, e un sanatorio dell’era sovietica arrampicato sulla collina.
Ma si è sviluppata con una successione disordinata di hotel in falso stile siberiano di legno, oppure stravaganti palazzine a forma di faro (ma con pretese di world class), affollati da gruppi di cinesi, o più spesso nuove costruzioni sgraziate, fast food e mercatini di souvenir per i gitanti della domenica.

La crisi ecologica
Piccoli imprenditori del turismo come Vladimir temono “l’invasione” dei cinesi: non tanto dei turisti, che in fondo portano denaro, quanto dei tour operator che progettano infrastrutture, hotel, trasporti e, teme, toglieranno spazio ai piccoli operatori locali come lui. E in sovrappiù, dice, “porteranno plastica e cemento”.
Sta di fatto che intorno al lago Baikal ormai molti parlano di crisi ecologica. Marina Rikhvanova ne parla da vent’anni. Mi spiega che come biologa si era trovata a studiare le mutazioni nel genoma dei microrganismi lacustri presso Baikalsk, cittadina di circa 13mila abitanti sulla costa meridionale, dove la nota cartiera da decenni scaricava tutti i suoi reflui direttamente nel lago: “Allora mi sono resa conto che bisognava fare qualcosa, con urgenza, perché il lago non era più in grado di smaltire quegli scarichi”.
Nel 1995, insieme a un piccolo gruppo di persone, aveva cominciato a pubblicare una rivista su temi ambientali: si chiamava Volna, Onda, e per l’epoca era una novità assoluta. Scrivevano di inquinamento, rifiuti, di qualità dell’aria, “di problemi locali e di temi globali, con notizie da tutto il mondo”. I primi numeri erano ciclostilati, ricorda, poi poco a poco hanno preso una forma più professionale. La pubblicazione si è interrotta nel 2008, dice, ma intanto aveva contribuito a formare una generazione.
Nel frattempo era scoppiato il conflitto attorno alla cartiera di Baikalsk. Quell’anno l’ente di stato per la protezione ambientale aveva cominciato a imporre il rispetto della normativa sugli scarichi, e vietato all’impianto di scaricare nel lago.
La Baikalsk pulp and paper mill, privatizzata dopo la fine dell’Unione Sovietica, ormai era in contravvenzione, e l’ente di stato per la protezione ambientale l’ha citata in giudizio. Ma il conflitto si è trascinato a lungo, con movimenti di cittadini che chiedevano la chiusura e i circa tremila lavoratori della cartiera che se la prendevano con gli ambientalisti. Alla fine la cartiera ha chiuso nel 2009, ha riaperto l’anno dopo grazie a una deroga concessa dall’amministrazione Putin, infine ha chiuso in via definitiva nel 2013, per bancarotta.
A Baikalsk le ciminiere oggi restano visibili, in riva al lago, ma la fabbrica vera e propria non c’è più, smantellata e rottamata mentre l’ultimo amministratore ha ripreso la sua attività in Carelia, la regione di boschi e cartiere che confina con la Finlandia. “Ma il sito industriale non è mai stato ripulito”, osserva l’ecologa, e resta intriso di sostanze tossiche. “Del resto nessuno sa cosa vogliano farne. Corrono voci di investimenti cinesi, ma per farne cosa non si sa. In ogni caso i mezzi d’informazione non ne parlano più”.
I lavoratori? Qualcuno è stato assunto in altre cartiere nella regione, spiega Rikhvanova; qualcuno ha accettato di andare in trasferta a lavorare per una compagnia petrolifera: un mese nel profondo nord, un mese a casa. Qualcuno sopravvive con la pesca sul lago. In paese si vede che molti faticano a superare la crisi. “Altri invece si sono messi ad affittare camere ai turisti”.

L’eutrofizzazione del lago
Già, perché Baikalsk si sta trasformando in un centro di vacanze. Alle spalle della cittadina, addossata alle montagne, c’è un complesso per lo sci alpino, con skilift e alberghi e case di vacanze in mezzo al bosco: non grande, ma fa un certo effetto vedere le piste di sci dalla riva del lago.
La presenza umana si intensifica, il turismo si espande, ma intorno al lago mancano impianti di depurazione, osserva Rikhvanova. Il ghiaccio è galantuomo, nasconde tutto: ma d’estate, da qualche anno, presso le zone abitate del lago, le rive si riempiono di minuscole alghe filamentose. È la spirogira, alga considerata indicatore di contaminazione fecale. “Pensate che all’estremo nord del lago c’è una cittadina, Severobajkalsk, che non ha un depuratore: finisce tutto nel lago senza il minimo trattamento”, continua l’ecologa.

Molti restano convinti che il lago si “autodepuri”, e in passato era vero: ma ormai gli scarichi sono troppi. Il dottor Oleg Timoshkin, dell’istituto limnologico dell’Accademia russa delle scienze a Irkutsk, nel 2014 ha testimoniato davanti alla Duma, il parlamento russo, spiegando che scarichi fognari, residui di detersivi e altro provocano una crescita abnorme di microalghe nel lago Baikal, e questa proliferazione priva l’acqua di ossigeno portando a soffocare gli altri organismi viventi: si chiama eutrofizzazione.
Così d’estate sulle rive si accumulano tonnellate di alghe che poi marciscono, insieme a miriadi di lumachine morte. Pare che stiano morendo anche molte delle spugne naturali endemiche. Il dottor Timoshkin e altri ricercatori ormai hanno firmato diversi articoli scientifici sul tema, su riviste russe e internazionali.
Senza contare che una minaccia ancora più drastica incombe sulla Siberia. Questo febbraio sul lago è arrivata un’ondata di caldo che ha lasciato molti a bocca aperta: per alcuni giorni il termometro è salito addirittura sopra lo zero nelle ore più calde, quando la normalità sarebbe stata tra 10 e 15 gradi sotto lo zero. Un anticipo di primavera.

Passeggiata sul ghiaccio
Si può sviluppare il turismo senza uccidere il lago? Rikhvanova parla di piccoli progetti sostenibili, di percorsi ecologici, di conservare la biodiversità. Si tratta anche di trovare alternative per ridare lavoro agli abitanti, dice (poi verrò a sapere che lei stessa, che anni fa ha ricevuto il 
premio Goldman per il suo lavoro a difesa del Baikal, ha usato parte dei 25mila dollari del premio per finanziare alcuni progetti dei cittadini di Baikalsk per creare attività alternative dopo la chiusura della cartiera).
Nel frattempo ha convinto un imprenditore locale a sponsorizzare un impianto pilota di depurazione. Dice che l’atteggiamento pubblico sta cambiando, ormai molti sono consapevoli che il Baikal è in pericolo. Ma i piccoli progetti più o meno sostenibili saranno ben poca cosa di fronte alle annunciate “attrazioni per turisti” e agli alberghi, discoteche, sale divertimenti, fast food e processioni di pulmini sulla riviera.
Eppure il ghiaccio mantiene la sua alterità. Una domenica pomeriggio, a Baikalsk, gruppi di bambini giocano a scivolare sul lago gelato. Poco più in là due donne trascinano un bimbo sullo slittino. Gruppetti di giovani le sorpassano ridacchiando, due ragazzi corrono in bicicletta. Gruppetti di camminatori, zainetti in spalla, tornano verso la costa. A passeggio sul ghiaccio, con la luce obliqua del sole che comincia a declinare dietro un promontorio e un convoglio della transiberiana che passa lento sulla costa.
(*) reportage pubblicato su «Internazionale». La  prima foto è ripresa da Wikipedia.da qui

giovedì 23 marzo 2017

La frontiera del riciclo, energia dai liquami - Antonio Cianciullo

L'economia circolare applicata all'acqua. Una ricetta in grado di recuperare materie prime preziose dagli scarti idrici, riducendo malattie tropicali, dengue, colera, salvando centinaia di migliaia di vite, creando posti di lavoro. È la proposta contenuta nel rapporto curato dal Wwap (il World water assessment programme dell'Unesco) e reso noto in occasione della Giornata mondiale dell'acqua che si celebra oggi.
Lo studio parte dall'aggiornamento di dati già noti (nel 2012 nei Paesi a reddito medio e basso sono state 842 mila le vittime dell'acqua contaminata e dei servizi igienici inadeguati) ma rovescia la prospettiva aggiungendo un senso economico positivo a una scommessa che finora era stata vista come un costo da pagare per evitare un danno: le acque reflue non più solo come elemento di possibile contaminazione sanitaria e ambientale ma come fonte di materie prime.
Grazie agli sviluppi delle tecnologie di trattamento, alcuni elementi nutritivi - come fosforo e nitrati - possono essere recuperati dai reflui fognari e dai fanghi per venire trasformati in fertilizzanti. Secondo le stime Onu, il 22% della domanda globale di fosforo, un minerale già eccessivamente sfruttato, potrebbe essere soddisfatto attraverso il trattamento dell'urina e degli escrementi umani. Paesi come la Svizzera hanno già approvato leggi sull'obbligatorietà del recupero di elementi nutritivi come il fosforo.

E dagli scarti liquidi si può estrarre anche energia: "Le sostanze organiche contenute nelle acque reflue", si legge nel rapporto, "potrebbero essere utilizzate per la produzione di biogas, che potrebbe quindi rifornire di energia gli impianti di trattamento dei reflui, agevolando così la loro trasformazione da impianti ad alto consumo di energia a impianti a consumo zero o addirittura produttori netti di energia. In Giappone il governo si è prefissato l'obiettivo di recuperare il 30% dell'energia da biomassa ricavabile dalle acque reflue entro il 2020. Ogni anno la città di Osaka produce 6.500 tonnellate di biosolidi ricavati da 43 mila tonnellate di fanghi di depurazione".
Oggi questo fiume di risorse liquide non solo viene sprecato ma spesso si trasforma in inquinamento, perché l'80 per cento delle acque reflue non è trattato. L'eccesso di sostanze nutritive (azoto, fosforo e potassio) provenienti dall'agricoltura intensiva e i solventi e gli idrocarburi prodotti dalle attività industriali accelerano così l'eutrofizzazione delle acque dolci e degli ecosistemi marini costieri.
Utile dal punto di vista economico- ecologico, il recupero delle acque diventa poi indispensabile se si guarda al trend dei consumi…

martedì 21 marzo 2017

Che vuoi che sia un po’ di glifosato - di Patrizia Gentilini*

Per l’Europa il glifosato – il noto erbicida della Monsanto – non è cancerogeno. A leggere i titoli di alcuni “grandi” media non è neanche dannoso. In realtà, perfino l’Echa, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (tra i cui dipendenti molti hanno lavorato per l’industria chimica…), non solo ha riconosciuto che provoca seri “danni agli occhi” ed è “tossico con effetti duraturi sulla vita in ambienti acquatici”, ma ha comunque fornito un parere senza considerare l’esposizione alla sostanza. Al momento della sua immissione sul mercato, ricorda l’ematologa Patrizia Gentilini, il glifosato era stato propagandato come una molecola assolutamente sicura, nociva solo per le “erbacce” che disseccava, immediatamente degradabile, che non comportava rischi di alcun tipo né per l’ambiente né per le persone. Il parere formulato dall’Echa, per altro, ha considerato anche studi (non pubblicati) dell’industria produttrice. Come ha prontamente replicato l’Agenzia per la ricerca sul cancro, questo non inficia la classificazione di “cancerogeno probabile”. Due cose sono certe. La prima: dietro questa molecola (strategica anche per la produzione di Ogm) continuano a muoversi interessi enormi (è l’erbicida più venduto al mondo e in Italia), specie ora che la Monsanto sta per confluire nella Bayer. La seconda: oggi la battaglia contro il glifosato è diventata il simbolo di una lotta più ampia contro l’agricoltura industriale di cui tutti dovremmo occuparci, a cominciare dalla nostra spesa quotidiana

Il 15 marzo 2017 l’Echa, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche, ha dichiarato che il glifosato – il noto erbicida della Monsanto – non è cancerogeno e non provoca mutazioni genetiche, riconoscendo tuttavia che provoca seri “danni agli occhi” ed è “tossico con effetti duraturi sulla vita in ambienti acquatici”.
Conclusioni quindi abbastanza simili a quelle cui già l’Efsa nel novembre 2015 era pervenuta dichiarando che “improbabile” che il glifosato fosse cancerogeno. La decisione dell’Echa era nell’aria e non ha quindi destato troppa sorpresa, ma è comunque interessante analizzarla in dettaglio. Va ricordato che al momento della sua immissione sul mercato il glifosato era stato propagandato come una molecola assolutamente sicura, nociva solo per le “erbacce” che disseccava, immediatamente degradabile, che non comportava rischi di alcun tipo né per l’ambiente né per le persone. Già il fatto che ora se ne riconosca una tossicità duratura per l’ambiente acquatico la dice lunga sulle rassicurazioni a suo tempo fornite.
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Del resto è innegabile che glifosato e il suo metabolita Ampa siano le sostanze più presenti nelle acque superficiali e profonde della Lombardia – l’unica regione che sistematicamente le ricerca. Le molecole tuttavia sono ampiamente presenti anche nelle acque di Toscana ed Emilia Romagna dove solo negli anni più recenti sono state ricercate. In Emilia Romagna su venti campionamenti esaminati nel 2016 solo tre rientrano nel limite di 0,1µg/l e le peggiori situazioni si sono riscontrate nel canale Fossatone a Cesenatico  con  1 ,2 µg/l di glifosato e a Ravenna dove l’Ampa raggiunge 6,1 µg/l.
Il recente parere formulato dall’Echa ancora una volta  ha considerato anche studi non pubblicati, non sottoposti a revisione e condotti dall’industria produttrice e – comunque come ha prontamente replicato la Iarc (Agenzia per la Ricerca sul Cancro) questo non inficia la classificazione di “cancerogeno probabile“(2A) del marzo 2016 dalla stessa Iarc.
Inoltre, come ammette la stessa Echa, il parere è basato “esclusivamente sulle proprietà dannose della sostanza. Non tiene conto della possibilità di esposizione alla sostanza e quindi non tratta dei rischi di esposizione”. Questa  affermazione è veramente paradossale perché non può essere considerato rassicurante il fatto che il glifosato non induca in modelli sperimentali il cancro o mutazioni genetiche, senza che sia stata valutata l’esposizione prolungata e “a piccole dose” quale quella cui sono sottoposti non solo gli agricoltori, ma anche i consumatori dal momento che il glifosato si ritrova ormai comunemente anche negli alimenti.
Di fatto sono proprio queste  esposizioni a rappresentare un rischio per la salute delle persone, specie delle frange più vulnerabili quali donne in gravidanza e bambini, che quindi non sono stati tenuti in alcun conto. Non va infine dimenticato che alcuni membri della commissione dell’Echa presentano potenziali conflitti di interesse avendo lavorato anche per l’industria chimica.
Comunque, a parte l’effetto cancerogeno, sono purtroppo molti altri i rischi per la salute umana correlati alla molecola: in particolare nella formulazione commerciale agisce anche come interferente endocrino e può influenzare l’apoptosi in cellule placentari umane. Secondo un altro recente lavoro il glifosato, rappresenta un fattore di rischio anche per la celiachia e numerose altre patologie attraverso modificazioni del microbioma intestinale (in particolare di  lactobacilli e bifidobatteri). Si indurrebbero così infiammazione, malassorbimento, allergie alimentari, intolleranza al glutine, diminuita sintesi di vitamine e acido folico.
Una vasta opposizione sociale è già da tempo in atto contro l’uso di questa sostanza: in Italia è presente da oltre un anno una coalizione di quarantacinque grandi associazioni ambientalisti e anche in Europa l’8 febbraio scorso è sta avviata una Ice (Iniziativa Cittadini Europei) di valore giuridico con l’obiettivo di spingere la Ue a vietarla definitivamente. È necessario raggiungere 1.000.000 di firme nei prossimi mesi in tutta Europa e già oltre 400.000 sono state raccolte. Qui si può sottoscrivere, unitamente agli estremi di un  documento di identità.
Dietro questa molecola si muovono interessi enormi, specie ora che la Monsanto sta per confluire nella tedesca Bayer e non va dimenticato cheglifosato è strategico nella produzione di organismi geneticamente modificati (Ogm) quali mais, soia colza resi resistenti all’erbicida, che quindi può essere usato in dosi ancora più massicce.
La battaglia contro il glifosato è comunque ormai chiaramente diventata il simbolo di una guerra più ampia contro l’agricoltura industriale. Fortunatamente sta sempre più emergendo, anche nella comunità scientifica, la necessità di un nuovo concetto di agricoltura in grado di preservare la qualità dei suoli, la salubrità del cibo e quindi della salute umana.
Anche un altro recentissimo lavoro non solo rafforza questo concetto, evidenziando che la sostenibilità ambientale deve improrogabilmente entrare nel calcolo della sostenibilità delle produzioni agricole affinché questa possa essere considerata attuabile e realistica, ma mette anche in seria discussione la necessità, data per scontata dal mondo scientifico, di dover raddoppiare le quantità di cibo entro il 2050 per garantire alimenti a tutta la popolazione mondiale e da sempre invocata per giustificare l’agricoltura industriale.


* Oncoematologa a Forlì, Patrizia Gentilini fa parte del Comitato Scientifico Isde e di Medicina democratica ed è tra i primi firmatari di questo appello Siamo angosciati. Il grido dei medici. 

lunedì 20 marzo 2017

parla Douglas Tompkins











La Tompkins Conservation si è impegnata a realizzare la più grande donazione di terreno nella storia: 4,4 milioni di ettari, trasformati in parchi nazionali.
È stato certamente uno dei sogni di Douglas Tompkins e della moglie Kristine McDivitt, quello di realizzare una delle aree protette più grandi al mondo, per fermare la perdita di biodiversità. E con quest’ultimo gesto, la fondazione Tompkins Conservation ha raggiunto lo scopo. Il 15 marzo scorso ha infatti donato al Governo cileno 4,4 milioni di ettari di terreno, che serviranno a realizzare 5 nuovi parchi nazionali. Tre volte la dimensione del parco di Yosemite e di Yellowstone messi insieme.
Si tratta della più grande donazione di terreno da parte di un ente privato ad un paese. “Avrei voluto che mio marito Doug, il quale sogno ha ispirato l’accordo di oggi, fosse qui in questo giorno memorabile”, ha dichiarato Kristine McDivitt Tompkins. “So che se Doug fosse stato qui oggi, avrebbe affermato che i parchi nazionali sono la più grande espressione di democrazia che una nazione possa realizzare, proteggendo i capolavori di una nazione per tutti i suoi cittadini”.
I parchi nazionali sono la più grande espressione di democrazia che una nazione possa realizzare.
Una donazione storica, che servirà ad estendere l’area protetta del Pumalin Park e del Patagonia Park e di espandere la superficie di protezione per altri tre parchi. “Stiamo lasciando in eredità al paese la più grande creazione di aree protette della nostra storia”, ha detto il presidente della Repubblica Bachelet, dopo la firma dell’accordo…




domenica 19 marzo 2017

allacciare le scarpe - Giulio Cavalli

Ogni anziano che incontrate in giro per la città ha un'intera biblioteca nella pancia. Se riuscissimo a rinnamorarci della memoria i nostri anziani sparsi nei mercati, quelli che faticosamente risalgono le scale di un ufficio postale e quelli che sorridono commossi ad ogni bambino che incrociano sul marciapiede sarebbero i tesori delle nostre città, da raccontare nelle guide per chi viene da fuori. Forse per questo il piccolo gesto di William Harris, un autista di bus nella verdissima Cork che in terra irlandese ha deciso fermare il bus, alzarsi dal suo posto di guida e scendere per allacciare le scarpe a un'anziana signora è un'impresa minima che profuma della cura e della storia dei tempi. E fa bene al cuore.

La foto l'ha scattata Clara Ní Bhriain, una studentessa universitaria che, pubblicandola su Facebook, ha voluto sottolineare come quel piccolo gesto le abbia svoltato la giornata: Clara racconta che l'autista ha avvisato l'anziana di avere le scarpe slacciate e, dopo avere capito che la signora era troppo instabile per riuscire a chinarsi, "ha spento la vettura ed è sceso". L'immagine di William accovacciato sotto la gamba sottile della signora e la mano di lei che gli tiene la spalla come appoggio e per gratitudine è la fotografia della cura. Del prendersi cura come coraggio di inginocchiarsi per accarezzare le fragilità degli altri, di chi sa bene quanto conti trovare il tempo per occuparsi delle persone, più che per le cose.
Ci vorrebbero convincere che la gentilezza e la premura per gli altri siano gli effetti di una molliccia debolezza che non funziona con i nostri tempi. Ci vorrebbero fare credere che con l'avanzare delle difficoltà e della disperazione ci salveremo solo se impareremo a essere più egoisti. Ci dicono, in molti, che non bisogna farsi distrarre troppo dai bisogni degli altri per risparmiare energie da dedicare a noi e, al massimo, a quelli più vicini a noi. In un tempo in cui il federalismo più pericoloso sembra essere quello delle responsabilità (schiere di persone preoccupate dal fatto che il proprio quartiere sia tranquillo, che il proprio condominio non abbia troppe beghe o addirittura che semplicemente il proprio pianerottolo risulti in ordine) un autista che ferma il bus per rivendicare il dovere di prendersi cura è un esploratore della felicità.

Quando il bus è ripartito, racconta Clara, la signora ha mandato al bus un bacio soffiato con la mano. In quel bacio c'è il lato migliore del mondo.