venerdì 23 giugno 2017

Il letargo di Andretta - Franco Arminio


Appena sveglio mio figlio mi dice che c’è il sole come se fosse un miraggio. Ho la faccia gonfia per un dente infiammato. Ho la testa piena di cattivi pensieri. Dopo molti giorni davanti al computer ho voglia di andare all’aperto a prendere aria. Vado ad Andretta, il paese più vicino, l’unico che d’estate riesco a raggiungere in bicicletta.
Quindici chilometri senza incontrare una macchina. Arrivo e parcheggio davanti a un camion di un venditore di frutta. Una voce registrata annuncia la merce in vendita, ma per il momento non accorre nessuno. Passa una macchina con un’altra voce registrata: l’arrotino che fa pure l’ombrellaio. In piedi, nella cornice di una porta, un uomo anziano si sistema l’aggeggio acustico intorno all’orecchio. L’operazione pare più laboriosa del previsto. Mi fermo a osservare. Dall’altra parte della strada c’è una Punto grigia col motore acceso da molti minuti. Un uomo anziano prende il sole in una Volvo. Mi accorgo che il bar in cui sono stato varie volte è privo di nome. Come si chiama? Dico alla signora che sta lavando a terra. Solo bar, mi risponde. Prima di allontanarmi noto l’insegna dei gelati Algida sbiaditissima, si legge solo la parola cornetto. Davanti al bar c’è un uomo col naso mangiato da una malattia e un altro che mi guarda con aria dimessa, sfinita. In mezzo alla strada due donne di mezza età parlano di ospedali e malattie. Per quanto posso capire una delle due ha avuto di recente un lutto.
Noto davanti al bar e poi davanti a un minimarket adiacente dei tavolini rotondi di cemento con intarsi di marmo. Non ci avevo mai fatto caso. Ecco, ce ne sono ancora altri due più avanti. Il proprietario del minimarket mi risponde svogliatamente che li fanno qui.
Incontro uno dei tanti che conobbi ai tempi della battaglia vittoriosa contro la discarica alla fine degli anni novanta. Mi chiede se è mia la telecamera sul cavalletto. Si, è mia, l’ho lasciata sul marciapiedi, cento metri più su. Vado a riprendermela senza timore che qualcuno me l’abbia rubata.
Poco lontano dal bar senza nome ce n’è un altro che si chiama l’Australiano.
Davanti a una porta una bottiglia di plastica piena d’acqua. Se ne trovano tante nei paesi. Non si sa come si sia sparsa la voce che tengono lontani cani e gatti: la bottiglia li distoglierebbe dal fare i loro bisogni. Penso che anche il cosiddetto pensiero magico abbia subìto un evidente impoverimento se questa adesso è la sua più diffusa manifestazione.
Ancora un bar, questa volta è un bar elegante. Dentro ci sono solo due anziani che stanno con le carte in mano, ma senza giocare.
Esco fuori a guardare un po’ d’insegne, è quello che preferisco quando non ho voglia di parlare. Abbigliamento 0-12, Intimo per tuttil’Oasi piante fioriBottega della carne, Digital Miele: niente di particolare.
È il momento dei manifesti funebri.
A Pozzuoli (Na) è venuto a mancare all’età di 69 anni Angelo Acocella.
In America è venuta a mancare all’affetto dei suoi cari Michelina D’Ascoli (vedova Antolino).
A 83 anni in Arisson (Usa) è venuta a mancare all’affetto dei suoi cari Francesca Acocella (vedova Di Guglielmo).
La lista è lunga. Leggo ancora di una donna morta a You Kers (New York) il 23-02-06 e di un’altra morta il 3 marzo 2006 a Toronto all’età di 83 anni.
I manifesti sono in parte oscurati dalla propaganda elettorale di Pasquale Giuditta e Nicola Mancino, Udeur e Margherita.
Incontro Ciccillo, il tenore dilettante celebrato dall’andrettese Vinicio Capossela in uno dei suoi brani. Mi dice che ogni mercoledì va ad Avellino a cantare nella filarmonica, il resto della settimana va sempre in campagna. Per non finire in anticipo nella fossa, mi dice.
Dopo il maestoso campanile c’è un altro pezzo di paese in cui non sono mai stato. Cammino in via Pasquale Stiso, ex sindaco e poeta. Adesso il sindaco è un commercialista. Non ho voglia di vedere e sentire nessun amministratore. Guardo una donna che sbatte un tappeto, un’altra che sbuccia le patate, gesti quotidiani, svolti in un silenzio pulito. Guardo certe case e le vorrei accarezzare, accarezzo le porte di legno, quelle con le vernici di una volta, bisogna conservarle queste porte,  sarebbe bello se qualcuno da qualche parte volesse salvarle, raccoglierle, fare un museo delle porte, quelle col buco per far entrare la gatta ormai sono rarissime.
Torno nel corso, c’è una merceria senza insegna che vende anche i giornali; un negozio di elettrodomestici che vende anche le scarpe e un negozio di alimentari che vende anche elettrodomestici.
Mi fermo in piazza. Non c’è una panchina, la piazza la usano per invertire il senso di marcia e tornare indietro. Qui c’è la farmacia della famiglia Papa. La farmacista è una donna vivace e subito si mette a parlare di politica. Il vecchio farmacista in pensione mi dice che lui non vota per nessuno, lui era socialista. Un altro figlio, che non ha fatto grandi studi, dà una mano alla sorella. Un po’ dentro, un po’ fuori, si fuma una sigaretta, saluta chi passa. Nella farmacia entrano in continuazione persone anziane. Antipertensivi e antireumatici i farmaci più venduti.
Torno verso la macchina. Mi siedo un po’ con Carmine, muratore scapolo, che mi dice di avere trentanove anni, ma ne dimostra almeno venti di più. Adesso si sente un ambulante che vende materassi. In un vicolo incontro una persona dall’aria spaurita. È contento che gli chiedo qualcosa. Mi risponde che sta aspettando il bel tempo. È stato una quindicina d’anni di Svizzera, pure lui pare più anziano.
La gente che c’è in giro fa gesti lenti, non c’è nessuna ebbrezza, sembrano davvero i primi passi fuori dal letargo. Si cammina lentamente, si va alla macelleria, si va a comprare la frutta, il pane, la carta igienica. Si esce per sbrinare il cuore nella luce e quello che accade in fondo è ineccepibile.
La terra ruota ad Andretta come a Londra, alla stessa velocità, incurante della velocità che c’è in superficie. Oggi è il ventiquattro marzo, per il momento non è una data memorabile, ma non è detto, fino alla fine del giorno può sempre capitare qualcosa. Il ventitré novembre fino alle sette e mezzo era una domenica qualunque, poi venne il terremoto.
Davanti alla porta del Comune un manifesto che saluta il Papa morto e uno che saluta l’arrivo del nuovo vescovo.
Per terra manifestini con fotografia a colori di un candidato. Mi sembra la foto di un poveraccio, siamo tutti dei gran poveracci. Giovani e anziani, anonimi e illustri. E questa competizione elettorale sembra non riguardare nessuno. La sera anche qui guarderanno i politici alla televisione. Avranno deciso di votare per questo o per quello, ma si ha la sensazione che il paese nel suo complesso non abbia la forza di immaginarsi un futuro. Più che da un popolo adesso un paese è abitato da un campionario di solitudini, una sommatoria di esistenze scoraggiate. Eppure oggi qui sto meglio di come potrei stare altrove. Questa faccia gonfia non è un problema, non devo dimostrare nulla a nessuno, non devo esibire alcun entusiasmo, non devo mostrare efficienza e convinzione.
Mi siedo in piazza a prendere appunti, ma il foglio resta vuoto. Qualche sociologo illustre parla di scomparsa della realtà, parla di dominio della simulazione. Qui mi pare che siamo in una terra di nessuno. La realtà ormai è una cartilagine delicatissima e la simulazione non sa dove appigliarsi. Alle dodici e venticinque si abbassa la serranda della farmacia, è segno che la mattinata è finita.

giovedì 22 giugno 2017

L’oscena caccia ai migranti del Sahel - Mauro Armanino


 Ieri sera, una pattuglia dell’esercito nigerino ha aperto il fuoco su un veicolo che trasportava migranti in provenienza da Agadez e in direzione della Libia via Dirkou. Un migrante è stato ucciso e tre altri feriti. Secondo una fonte degna di fiducia, l’autista, pensando ad un attacco di banditi armati, ha rifiutato di obbedire alle ingiunzioni delle forze di sicurezza che gli chiedevano di fermarsi.
(Air info, Agadez, 13-06-’17).
Dunque la messa in scena sta cominciando a dare i suoi frutti. La caccia ai migranti, equiparati a terroristi di frontiere, contrabbandieri di sabbia e trafficanti di realtà, è una profezia che si autoavvera. Non sono affatto cadute nel nulla le politiche europee di finto contenimento delle migrazioni. Accordi bilaterali, incontri tra ministri, summit di varia entità (G5, G7, G 20), promesse di finanziamenti e piani di sviluppo (dis)integrato, svelano il volto dell’oscenità che li genera. Dai Piani di Aggiustamento Strutturale che hanno fallito, si è passati ai Piani di Rianimazione Umanitaria di cui le cliniche di riferimento sono le Agenzie onusiane e le ONG.
L’Africa che cresce, si sviluppa, ha giovani e futuri consumatori (un mercato unico di un miliardo e 300 milioni, ricordava con serietà il presidente de Niger, Issoufou) per un occidente in crisi irreversibile di crescita. La messa in scena degli aiuti in cambio del controllo sulle migrazioni, rappresenta l’osceno tentativo di esportare le scorie ideologiche e politiche dei fallimenti accumulati nella storia. In Africa ci sono 54 paesi in cerca d’autore e altrettanti burattini che sorridono quando invitati a spartirsi la torta dell’ignominia alla faccia dai poveri che li hanno eletti. Rilasciano interviste, viaggiano e soprattutto hanno i conti in banca nei fiscali paradisi bancari.
L’oscenità è il malaugurio, la sconcezza e l’indecenza. Quanto appunto caratterizza l’orientamento neocoloniale e imperiale dell’occidente con la complicità dei politici locali. La scena è il fondale e allo stesso tempo la rappresentazione di una commedia che ha come finalità la mistificazione della realtà. Una farsa la politica migratoria e quella degli aiuti internazionali mentre armi e menzogna sono esportati con l’avallo del popolo colpevolmente ignaro. Osceni i viaggi, i sorrisi e gli accordi di principio siglati dai complici venduti al sistema di “spogliamento globale” dei poveri. Non se ne trova uno che abbia il coraggio di smascherare la falsificazione delle parole.
“E’ in effetti incontestabile che l’insicurezza e il terrorismo, le migrazioni illegali e il traffico criminale di esseri umani rendono inutili i nostri sforzi per lo sviluppo umano e sociale…”. Così il Presidente del Niger all’inaugurazione della riunione dei ministri africani del commercio la settimana scorsa a Niamey. Mahamadou Issoufou, come altri, ha imparato la lezione a memoria. Da quando attorno alla scena migratoria fioccano milioni e buoni premio per viaggi garantiti tra i potenti, tutti parlano di illegalità. Dalla scena all’oscentà il passo è breve. Lui e altri questo passo l’hanno compiuto. Intanto la regia dello spettacolo è altrove e i biglietti sono a prezzi scontati.

mercoledì 21 giugno 2017

Ma che cosa hanno in testa gli amministratori locali di Orosei? - Grig



Da anni è ben nota la situazione: sulla costa di Orosei (NU) centinaia di ettari di terreni a uso civico, appartenenti al locale demanio civico di cui sono titolari esclusivi tutti i cittadini residenti nel centro della costa orientale sarda, sono stati venduti illegittimamente dal Comune nel corso del tempo.
Sono sorti complessi turistico-edilizi e “seconde case”, spesso gli attuali acquirenti ignorano le vicende degli anni passati.
Le Amministrazioni comunali e il Consiglio regionale hanno tentato le soluzioni più fantasiose e illegittime, venendo sempre fermati da Corte costituzionale e azioni ecologiste, sprecando soldi e tempo, esasperando poi tanti incolpevoli cittadini.
Ignorata la soluzione più semplice e rispettosa di leggi e buon senso: trasferire i diritti di uso civico dai terreni irrimediabilmente compromessi a boschi e coste di proprietà comunale.
Si vuol favorire l’ennesima speculazione immobiliare?      Il tentativo finirebbe ancora male…
Ne parla, bene e con estrema chiarezza, Paolo Merlini su La Nuova Sardegna.
Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

da La Nuova Sardegna, 17 giugno 2017
Hanno acquistato i terreni dal Comune e costruito le loro case a partire dagli anni ’50: ma dal 2005 le aree sono demaniali. (Paolo Merlini)
OROSEI. Mille abitazioni nel litorale di Cala Liberotto, Sas Linnas Siccas e Sos Alinos sono praticamente sotto sequestro da dodici anni. I loro proprietari, in maggioranza nuoresi o dell’interno, possono ovviamente utilizzarle per le vacanze o per abitarci, e continuano a pagare le tasse e i tributi comunali, ma non possono disfarsene, mettendole in vendita o trasferendo la proprietà a un parente stretto; in teoria non potrebbero neppure attuare alcun intervento di restauro degli immobili, destinati dunque a un progressivo degrado. Il motivo? Quei mille cittadini si trovano nell’assurdo giuridico, e anche esistenziale se vogliamo, di essere proprietari di case ma non dei terreni su cui sono state costruite. Terreni che avevano regolarmente acquistato a partire dagli anni Cinquanta e che poi si sono rivelati – molto a posteriori, nel 2005 – gravati da usi civici. In poche parole le case sorgono su terreni che erano e sono ancora un bene della collettività.
Beffati anche gli svizzeri. Avrebbero dovuto informarsi sullo status di quei terreni i cittadini che li acquistarono 30,40, 50 o 60 anni fa? Probabilmente sì, ma il venditore sembrava al di sopra di ogni sospetto. E lo era, probabilmente, almeno per l’epoca. Nella maggior parte dei casi si trattava infatti dell’amministrazione comunale di Orosei, che voleva incentivare il turismo lungo le proprie, splendide coste. Un ente pubblico, dunque, il classico soggetto dal quale comprare un’auto usata a occhi chiusi. E infatti tutto è andato bene per qualche decina d’anni; Cala Liberotto è diventata una delle perle turistiche della costa orientale, le sue spiagge sono tra le mete preferite del turismo internazionale. Seconde case a parte, si pensi al caso dell’hotel Tirreno, per tutti a Orosei l’albergo degli svizzeri (appartiene al gruppo Ferienverein): 70mila presenze l’anno, un fatturato di otto milioni l’anno. “Abusivo” pure questo.
Nasce il consorzio. Cosa hanno fatto dal 2005 (anno del primo accertamento degli usi civici da parte della Regione, al quale è seguito un secondo e definitivo nel 2011) a oggi per risolvere il problema le amministrazioni comunali che si sono succedute alla guida di Orosei? Poco o nulla, a giudicare dal fatto che la situazione giuridica di quei terreni (1253 ettari) non è affatto mutata; autentici pasticci, a sentire il Consorzio Cala Liberotto (la maggior parte delle case “abusive” si trova qui, in un’area di 260 ettari), costituito quattro anni fa dai proprietari delle abitazioni per tentare di risolvere la vicenda dagli aspetti paradossali che abbiamo visto. Ora però il consorzio, presieduto da Francesco Chironi, è intenzionato a far valere le proprie ragioni con il Comune anche in sede giudiziaria.
Lo “scambio” con Biderosa. La soluzione, fra l’altro, dopo anni di tentativi di risolvere il caso Orosei con postille in leggi regionali – volte a “sclassificare” gli usi civici – è sempre stata sotto gli occhi di tutti. Basterebbe infatti che il Comune chiedesse alla Regione di trasferire una parte di quegli usi civici da Cala Liberotto all’oasi di Biderosa, seicento ettari di proprietà del Comune dove non esiste una sola abitazione, grazie al lavoro di tutela dell’ex Ente Foreste, sulla quale gravano vincoli assoluti di modifica dei luoghi. Un passaggio semplice, suggerito anche da una sentinella dell’ambiente come il Gruppo d’intervento giuridico, che segue il problema degli usi civici su scala regionale denunciando gli abusi laddove ci sono. Posto che Cala Liberotto, Sas Linnas Siccas e Sos Alinos sono ormai “compromesse”, almeno sotto il profilo degli usi civici, perché qui è stata concessa e autorizzata la costruzione di centinaia di abitazioni, basterebbe trasferire lo status di demanio all’oasi naturalistica, dando anche più forza alla sua tutela. Ma di giunta in giunta il Comune di Orosei tenta altre strade, collezionando solo fallimenti.

Versicoli quasi ecologici - Giorgio Caproni

Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.

martedì 20 giugno 2017

Il tempo del vaccinismo di guerra - Alexik


Sui vaccini credete agli scienziati ! Non ai cialtroni!”.
Da qualche mese questo messaggio ci viene ripetuto come un mantra da tutta la compagine renziana, dai vertici del dicastero della salute, da esponenti della classe medica e da gran parte del giornalismo e opinion makers nostrani.
Ma all’indomani della entrata in vigore del decreto Lorenzin diventa più che mai una ‘questione di necessità ed urgenza’ capire, in tema di vaccini, il cialtrone chi è.
Certo, io non mi permetterei mai di pensare che sia un cialtrone chi impone la vaccinazione forzata,  da effettuarsi in pochi mesi, di 816.836 bambini e ragazzi, con 8 vaccini supplementari da sommare ai quattro precedentemente obbligatori,  mandando nel delirio le ASL e le segreterie scolastiche che dagli asili alle superiori dovranno controllare la documentazione vaccinale (cioè i libretti vaccinali, le autocertificazioni, le prenotazioni alla ASL, oltre a tutti i casi di esenzione e di ricorso) per bambini e ragazzi dai 6 mesi ai 16 anni, tenendo conto che la popolazione in tali fasce d’età è di circa 8 milioni di persone.
Non mi permetterei mai di pensare che sia un cialtrone chi trasforma i presidi in poliziotti,  obbligati a denunciare i genitori che non vaccinano abbastanza i loro figli, o a vietare ai bambini  ipovaccinati l’accesso ad asili e materne, escludendoli dalle classi e dai contesti relazionali ed affettivi che magari fino all’anno prima frequentavano….
Non mi permetterei mai !
Perchè questi – sia pur dolorosi – provvedimenti sono indispensabili per far fronte alle terribili epidemie che dilagano nella penisola o incombono sull’italica stirpe.
E poco importa se bisognerà radiare dall’ordine i medici dissenzienti, mettere a tacere ogni voce critica tramite una violentissima campagna denigratoria, imporre TSO, trattare alla stregua di criminali, untori e potenziali assassini i genitori che non intendono obbedire !
Perché il fine ultimo è la salvezza nazionale, a fronte dell’attacco simultaneo da parte di miliardi di invisibili, multiformi e microscopici nemici. A cominciare dal morbillo, i cui eserciti virali hanno già da tempo assalito le estremità occidentali d’Europa.
Il ministro Lorenzin lanciò l’allarme all’inizio dell’invasione, il 22 ottobre 2014, davanti alle telecamere di “Porta a Porta” (min.36): “solo di morbillo a Londra, cioè in Inghilterra, lo scorso anno (2013) sono morti 270 bambini per una epidemia di morbillo molto grave”.
Esattamente un anno dopo, il 22 ottobre 2015, il ministro ribadiva a Piazza Pulita che  “Di morbillo si muore, in Europa!… c’è stata una epidemia di morbillo a Londra lo scorso anno (cioè nel 2014), sono morti più di 200 bambini …”.
La Lorenzin, a cui non sfugge nulla, ne sapeva più che i londinesi, ai quali quei 270 bambini morti di morbillo nel 2013, sommati ai 200 dell’anno successivo, proprio non risultavano.
Infatti i dati del Department of Health di sua maestà britannica parlavano, per il 2013, di n. 1 decessi per le conseguenze del morbillo a livello nazionale. La vittima in questione non era un bambino ma un 25enne, morto per una polmonite acuta. Nessun decesso, invece, per fortuna, nel 2014.
Ora, io non ce l’ho con la Lorenzin, poveretta, ma – che diamine ! –  almeno quelli del suo entourage di ‘luminari’ dell’Istituto Superiore di Sanità non avrebbero potuto dirle qualcosa ?
Anche perché se non le dicono niente quella persevera, come nell’intervista rilasciata al Messaggero il 21 luglio 2016, dove ribadisce: “in Gran Bretagna tre anni fa c’è stata una epidemia di morbillo – dovuta proprio al fatto che molti avevano rinunciato al vaccino – che ha causato la morte di centinaia di persone”.
Insomma, non solo per il ministro ci sarebbero stati in UK centinaia di morti mai esistiti, ma l’origine di tale ecatombe andrebbe ricercata nella scarsa copertura vaccinale, addebitabile alla nefasta propaganda dei biechi no-vax.
A questo proposito è però interessante leggere il rapporto redatto dai diretti interessati del UK Department of Health:
Nei primi tre mesi del 2013, c’è stato un incremento a 587 casi di morbillo, nonostante il livello di copertura da parte del vaccino trivalente MMR (per parotite, morbillo e rosolia, ndr) non sia mai stato così alto, con il 94% dei bambini fino ai 5 anni che ne avevano già ricevuto due dosi. 
I casi di morbillo risultavano distribuiti in tutta l’Inghilterra, con i numeri più alti nel nord ovest e nel nord est”.
In pratica, non era vero che la copertura vaccinale fosse bassa. Al contrario, era altissima, ma ciò nonostante, l’epidemia si era sviluppata ugualmente.
Anche il rapporto del ministero della salute britannico puntava il dito contro il calo delle vaccinazioni generato, alla fine degli anni ‘90, dalla paura del MMR, rilevando come fossero maggiormente colpiti dal contagio i ragazzi nati proprio in quegli anni, cioè la fascia di età che nel 2013 aveva dai 10 ai 16 anni.
Ma successivamente, i dati definitivi sui casi di morbillo accertati nell’intero anno non mostravano queste abissali differenze per fasce d’età: 711 ammalati nel 2013 in Inghilterra dagli 0 ai 9 anni, 769 dai 10 ai 19.
Londra, dove le vaccinazioni MMR dei bambini arrivavano solo al 87%, era stata colpita dal morbillo meno del nord ovest e del nord est del paese. Complessivamente, fra gli 8 milioni e seicentomila londinesi, gli ammalati di morbillo nel 2013 furono 192 (lo 0,0022% della popolazione) e 59 nel 2014.
In tutta l’Inghilterra, 108 malati necessitarono di ricovero ospedaliero, e 15 subirono complicazioni quali polmoniti, infezioni dell’apparato respiratorio, meningiti e gastroenteriti.
Con tutto il rispetto per le persone ammalate e per il morto, gli effetti dell’epidemia non potevano essere paragonate a quelli delle grandi catastrofi.
Più grave, invece, la situazione in Romania, dove il morbillo ha contagiato, da gennaio 2016 a fine marzo 2017, 3400 persone, con 17 morti.
Anche in questo caso l’Ufficio regionale europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità, gran supporter delle vaccinazioni di massa, ha esortato ad innalzare in tutta Europa la copertura del MMR oltre il 95%, esortazione immediatamente ripresa dal nostro ministero della salute e dalla stampa tutta.
Nessuno dei nostri maestri del giornalismo ha però sentito l’esigenza di scomodarsi per andare a verificare sul posto le caratteristiche dell’epidemia, magari accompagnato dai colleghi rumeni, che hanno fatto sull’argomento degli interessanti reportages.
Sulla Gazeta de Nord-Vest, in una corrispondenza del 9 marzo da Rătești, un villaggio del distretto di Argeș dove si è verificato un focolaio, una dottoressa dice: “E ‘una situazione più sfavorevole, la madre non è a casa, i bambini sono allevati dalla nonna. Si tratta di una situazione sociale difficile. Qui abbiamo una comunità dove abbiamo 35 casi di morbillo accertati.
Codruţa Simina, giornalista di Press One, è autrice di una corrispondenza da Măgura, frazione di Bocșa, nel distretto transilvano di Caraș-Severin, dove si è verificato uno dei focolai, e la morte di un bambino.
La corrispondenza è del 14 maggio scorso, e rileva come il contagio continui come prima. Descrive come a Măgura i bambini giochino a piedi nudi su strade sterrate, tra la sporcizia, perchè il municipio non le fa pulire. Descrive la scarsa scolarizzazione, l’indifferenza delle autorità sanitarie nella prevenzione, monitoraggio e cura.
Il fatto è che quando parlano di epidemie, né l’OMS, né le nostre autorità sanitarie si curano di indagare le condizioni socioeconomiche, igieniche, nutrizionali, l’accessibilità ai farmaci e ai servizi sanitari, dei contesti dove il virus si inserisce. O di chiedersi se è più facile passare dal morbillo alla polmonite quando si vive in abitazioni umide e malriscaldate, e poi morirne per le difficoltà di accesso agli antibiotici.
L’unica causa dell’epidemia e dei morti risulta essere la mancanza di vaccinazioni di massa, non la miseria.
L’unica soluzione prospettata è la vaccinazioni di massa, non il superamento di quelle condizioni di marginalità.
Davanti all’emergenza rumena, il nostro ministro della salute ha colto l’occasione per rilanciare l’indiscutibilità delle vaccinazioni forzate anche in Italia, seppure le condizioni di miseria presenti in posti come Rătești o Măgura qui da noi siano molto più limitate che in Romania. Per ora.
Questo fatto mi induce un dubbio ed una preoccupazione.
Negli ultimi tempi il ministro Lorenzin e la sua crociata sui vaccini sono state fatte oggetto di numerosi attacchi.
Qualcuno ha tirato fuori anche la corruzione a suon di rolex.
Ipotesi che non mi trova d’accordo.
Se la questione fosse così semplice, sarebbe semplice anche la soluzione.
Basterebbe organizzare un crowdfunding.
Della serie: il rolex te lo regaliamo noi, basta che non ci imponi le tue politiche sanitarie deliranti.
Comincio a temere però che la spiegazione sia un’altra.
Non è che nella sua ‘estrema lungimiranza’, la Lorenzin stia tentando in qualche modo di preparare il sistema immunitario di gran parte della popolazione italiana alle condizioni di miseria crescente, prodotte dalle politiche sociali, abitative e del lavoro, che da anni, in maniera bypartisan, questa classe politica e i suoi mandanti economico/finanziari stanno continuando a infliggerci? (Continua)
 NOTA
Ringrazio per le dritte sulla Lorenzin e l’epidemia londinese Paolo Bellavite, professore associato di Patologia Generale, Università degli studi di Verona. Il contenuto del suo documento ‘Scienza e vaccinazioni. Aspetti critici e problemi aperti‘ sarà uno dei testi che ci accompagneranno nelle prossime puntate di ‘Vaccinismo di guerra’ … proprio perchè è bene credere agli scienziati e non ai cialtroni.
(*) Tratto da Carmilla on line.