giovedì 21 gennaio 2021

Cartoni per bevande, le difficoltà nella catena del riciclo - Antonio Carnevale

 

Il riciclo e la circolarità sono requisiti indispensabili per l’imballaggio ma, nonostante le aziende produttrici di alimenti sembrano impegnate con sempre crescente consapevolezza nell’utilizzo di un packaging sostenibile – parliamo di involucri, scatole e imballaggi facili da riciclare – i numeri non sembrano riservare buone notizie.

Un’economia circolare dipende da catene del valore del riciclo sostenibile, che assicurano che i cartoni vengano raccolti, smistati e riciclati nella pratica e su vasta scala. Una ricerca commissionata da Zero Waste Europe a Eunomia Research & Consulting ha rivelato però che il tasso effettivo di riciclaggio del cartone per bevande in quattro Paesi europei è purtroppo molto inferiore a quello attualmente riportato.

I tassi di riciclaggio dei cartoni per bevande multistrato nel 2020 nel Regno Unito, Germania, Spagna e Svezia – calcolato utilizzando la nuova metodologia di calcolo dell’Unione europea – mostrano infatti che questi materiali plastic free (o quasi), come i cartoni delle bevande, non si dimostrano così sostenibili come promesso.

“Sebbene la plastica sia stata sotto i riflettori per i suoi bassi tassi di raccolta e riciclaggio, questo studio mostra che altri materiali complessi come i cartoni non stanno andando molto meglio”, ha spiegato Joan Marc Simon , direttore di Zero Waste Europe.

Si stima che il tasso di riciclaggio effettivo della Germania sia del 47,8%. Estremamente più basso rispetto a quello attualmente riportato  dall’Alliance for Beverage Cartons and the Environment (ACE) del 75% e del tasso di raccolta dell’87,4% comunicato sempre dall’ACE. Il tasso di riciclaggio stimato del cartone della Spagna è significativamente inferiore al 21,5%, in calo rispetto alla stima di ACE dell’80% contro un tasso di raccolta del 51,2%. Si stima invece che Svezia e Regno Unito abbiano riciclato il 21,9% e il 29,5% dei loro cartoni, meno rispetto alle stime di ACE rispettivamente del 33% e del 36%.

I cartoni per bevande sono particolarmente difficili da riciclare a causa della loro composizione. Sebbene infatti i materiali utilizzati nella realizzazione di un cartone siano tecnicamente riciclabili, la presenza di vari strati, tra cartone, polimeri plastici e alluminio, rende difficile una loro separazione per il riciclaggio e il ritrattamento.

Il rapporto ha anche rilevato altri fattori che hanno avuto un impatto negativo sul tasso di riciclaggio: la difficoltà nell’individuare e separare i cartoni per bevande negli impianti di smistamento dei materiali e la mancanza di impianti idonei per riciclarli al meglio (in Italia sono solamente due), per via delle carenti capacità di elaborazione presso gli impianti di riciclaggio specializzati.

La riciclabilità e la prevenzione della dispersione degli imballaggi nell’ambiente è diventata il principale requisito di sostenibilità per gli imballaggi e sta definendo quali tipi di imballaggi verranno utilizzati nei prossimi decenni. Ma, secondo Simon, “l’UE dovrà sviluppare linee guida e metodologie chiare per garantire una reale riciclabilità”. Cosa fare dunque?

Secondo il direttore di Zero Waste Europe bisognerà muoversi lungo quattro direttive principali. Innanzitutto, “garantire che i produttori di imballaggi complessi pongano la circolarità al centro del processo di progettazione”. Sarà poi necessario mobilitare gli investimenti verso il riutilizzo e il riciclaggio delle infrastrutture e implementare sistemi di raccolta e smistamento efficaci. Infine, spiega Simon, bisognerà “disporre di un’unica etichetta di riciclabilità, affidabile e ampiamente riconosciuta, con attribuzione dipendente dalle caratteristiche del prodotto e dalle tecnologie di raccolta e riciclo attualmente disponibili su scala industriale”.

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mercoledì 20 gennaio 2021

L’avanzata della geoingegneria - Silvia Ribeiro

Il 15 dicembre 2020, SCoPEx [Stratospheric Controlled Perturbation Experiment – Esperimento di Perturbazione Stratosferica Controllata], un progetto avviato dall’Università di Harvard per fare dei passi avanti nella manipolazione del clima per mezzo della geoingegneria solare e finanziato da miliardari e fondazioni private statunitensi, ha annunciato la pianificazione di un esperimento a cielo aperto in Svezia, nonostante l’opposizione globale a questa tecnologia da parte di ambientalisti, popoli indigeni e sostenitori della giustizia climatica. Hanno intenzione di farlo a Kiruna, nel territorio indigeno del popolo Sami.

SCoPEx è uno dei progetti a cui si oppone la campagna globale contro la geoingegneria «Giù le mani dalla Madre Terra!», che ha raccolto l’adesione di 200 organizzazioni di cinque continenti, fra le quali ci sono reti internazionali come La Via Campesina, la Rete Ambientale Indigena, l’Alleanza per la Giustizia Climatica, Amici della Terra International, la Marcia Mondiale delle Donne e l’Alleanza per la Biodiversità in America Latina.

La geoingegneria è un insieme di tecnologie che comportano forti impatti collaterali, ambientali e sociali. Per questo la Convenzione delle Nazioni Unite sulla Diversità Biologica [CBD, dall’inglese Convention on Biological Diversity] ha stabilito nel 2010 una moratoria contro il loro rilascio, con il consenso dei suoi 196 paesi membri. Vengono permessi esperimenti di piccola scala a determinate condizioni, che finora nessun progetto ha soddisfatto. Gli Stati Uniti non fanno parte della CBD. Come SCoPEx, la maggior parte della promozione e della ricerca nel campo della geoingegneria proviene per l’appunto da questo paese.

La geoingegneria solare si propone di riflettere o bloccare parte dei raggi solari che raggiungono la terra, per abbassare la temperatura. Si vuole ad esempio imitare l’effetto delle eruzioni vulcaniche iniettando solfati in nuvole artificiali nella stratosfera. Alla scala che sarebbe necessaria per abbassare la temperatura globale, ciò provocherebbe perturbazione dei monsoni in Asia e siccità in Africa e in America Latina, mettendo a rischio le fonti di acqua e di cibo di due miliardi di persone.[1]

I ricercatori di SCoPex dicono che ora si tratta solo di apparecchiature sperimentali – un grande pallone aerostatico che salirà nella stratosfera, con una sonda che, in esperimenti futuri, sarà in grado di disseminare materiali riflettenti. Il pallone verrebbe fatto salire sopra i cieli del popolo Sami dalla Corporazione Svedese per lo Spazio. Secondo SCoPEx, si è deciso di trasferire in Svezia questo progetto di geoingegneria a causa delle restrizioni legate alla pandemia di Covid-19 negli Stati Uniti.

I ricaercatori affermano che in futuro sperimenteranno con questa apparecchiatura la disseminazione di carbonato di calcio, anche se nel progetto originale prevedono di utilizzare altri materiali come i solfati, che sono la cosa più vicina alla composizione delle nuvole vulcaniche. L’iniezione di solfati nella stratosfera distrugge lo strato di ozono.

La suddivisione degli esperimenti in fasi è una tattica che è stata utilizzata per lo sviluppo di tecnologie ad alto rischio, fra cui le armi e le tecnologie nucleari. In questo modo si sviluppano le componenti necessarie di progetti rischiosi, evitando le normative, la critica e il controllo pubblico finché ogni parte non è pronta. È degno di nota il fatto che anche negli Stati Uniti SCoPEx prevedeva di utilizzare territori indigeni, come per le sperimentazioni di armi atomiche e per altri cosiddetti esperimenti scientifici.

Niclas Hallström, dell’organizzazio­ne svedese «What Next?», ha dichiarato alla Reuters: «Questo esperimento non ha significato se non per consentire il passo successivo. È come se sperimentassero il detonatore di una bomba [separato da essa] e dicessero che non può fare nessun danno».[2]

In effetti, l’esperimento in Svezia non ha senso senza la continuazione che lo stesso SCoPEx ammette: nuovi passi avanti per rendere possibile la messa in atto della geoingegneria solare. Più che di un esperimento tecnico, si tratta di una mossa politica per legittimare gli esperimenti di geoingegneria a cielo aperto, come hanno segnalato altri scienziati che conoscono bene la questione, come Raymond Pierrehumbert.[3]

SCoPEx ha costituito anche il proprio comitato consultivo, con accademici statunitensi (sebbene il progetto comporti impatti globali) per simulare che viene consultata la società. 80 organizzazioni hanno denunciato questo comitato come una farsa.[4]

Hallström segnala inoltre che la società svedese chiede cambiamenti reali per affrontare il cambiamento climatico, ma che il progetto di Harvard si colloca al polo opposto, dando l’impressione che con le tecnologie si possa gestire il cambiamento climatico e sia possibile continuare ad utilizzare i combustibili fossili.

Questo è un altro dei problemi della geoingegneria: che funzioni o meno, diventa un alibi per la continuazione del caos climatico e dell’attività delle industrie più inquinanti, che possono persino fare nuovi affari con la geoingegneria.

David Keith, direttore del Programma di Geoingegneria Solare dell’Università di Harvard, ideatore e principale portavoce di SCoPEx, è uno dei più attivi promotori della geoingegneria su scala globale. Parallelamente ha fondato, con finanziamenti di Bill Gates, l’impresa commerciale di geoingegneria Carbon Engineering (per vendere tecnologia di cattura diretta del carbonio dall’aria), i cui principali azionisti sono le imprese petrolifere Chevron, BP e la mega-impresa mineraria BHP Billiton.

Questo è il vero contesto. Dobbiamo fermare gli esperimenti di geoingegneria solare in qualsiasi modo vengano mascherati.

Fonte: «Geoingenieros avanzan sobre territorio indígena», in La Jornada, 19/12/2020.

Traduzione a cura di Camminardomandando.


[1] Si veda «Stratospheric Aerosol Injection (technology factsheetin Geoengineering Monitor, 11 giugno 2018.

[2] Alister Doyle, «Planned Harvard balloon test in Sweden stirs solar geoengineering unease», Reuters, 18 dicembre 2020.

[3] Raymond Pierrehumbert, «The trouble with geoengineers “hacking the planet”», Bulletin of the Atomic Scientist, 23 giugno 2017.

[4] «¡No a la geoingeniería solar y a la participación sin sentido!». Declaración sobre el Experimento de Geoingeniería Solar propuesto y el Comité Asesor del ScoPExin Monitor de Geoingeniería, 31 luglio 2020.

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martedì 19 gennaio 2021

Verso il collasso del petrolio - Nicola Nosengo

 

Lo abbiamo capito tutti, e già scritto in tanti. Non è una crisi passeggera questa, e quando sarà finita ci restituirà a un mondo diverso da quello che abbiamo chiuso fuori dalla porta all’inizio del lockdown. Tra i molti modi in cui la pandemia da COVID-19 sta cambiando il mondo c’è anche la crisi senza precedenti che ha contribuito a creare sul mercato del petrolio. E vale la pena seguirla, quella crisi, anche se le nostre attenzioni sono comprensibilmente monopolizzate dall’emergenza sanitaria e il prezzo della benzina non può essere, oggi, la nostra maggiore preoccupazione. Perché in un modo o nell’altro deciderà gli assetti geopolitici del mondo che verrà, segnerà una svolta nel percorso verso la transizione energetica, e influirà in modo determinante sugli sforzi per limitare il riscaldamento globale (che, ricordiamolo, è anche un fattore che contribuisce a rendere pandemie come questa sempre più probabili). 

Da settimane, i principali indici dei prezzi del petrolio, quelli basati sui contratti di acquisto di Brent (il greggio estratto nel Mare del Nord), e il West Texas Intermediate (dai giacimenti dello stato americano), oscillano tra i 20 e i 30 dollari al barile. Oscillano anche molto da un giorno all’altro, con brusche cadute e risalite. Negli ultimi giorni sono cresciuti di qualche punto grazie all’intervento del presidente USA Donald Trump che prova – per ora con scarsa efficacia – a prendere in mano la crisi. Ma nel complesso siamo ai livelli più bassi toccati dal 1998, quando il prezzo precipitò per qualche mese a causa del tracollo delle economie asiatiche. 

Nemmeno durante la grande crisi finanziaria del 2008 e 2009 aveva sfiorato i 20 dollari al barile, come ora. E quei prezzi, quelli che trovate citati come riferimento sui giornali, riguardano i futures, cioè prodotti finanziari che impegnano a comprare una certa quantità di petrolio entro una scadenza. Per quanto legata a filo doppio alla realtà dei pozzi e delle pompe di benzina, è finanza. Sul mercato reale, fisico, i prezzi sono più bassi, in alcuni casi già a cifra singola. Negli scambi reali tra produttori e raffinatori, il petrolio nordamericano si vende a cifre che vanno da 13 o 14 dollari al barile giù fino a 5 dollari per il greggio di qualità minore. Pochi giorni fa Bloomberg, titolando “Il mercato del petrolio è in pezzi”, raccontava che negli Stati Uniti, per qualche produttore dai costi di produzione particolarmente alti il prezzo è ormai negativo: in pratica pagano i clienti perché si portino via il petrolio che non sanno più letteralmente dove mettere.

La crisi del mercato del petrolio deciderà gli assetti geopolitici del mondo che verrà, segnerà una svolta nel percorso verso la transizione energetica e influirà in modo determinante sugli sforzi per limitare il riscaldamento globale.

La crisi è innescata da due fattori che, secondo quanto i libri di economia insegnano su domanda e offerta, non dovrebbero coesistere. Da una parte, crollo della domanda senza precedenti, perché la pandemia di COVID-19 tiene ferme le economie di mezzo mondo. Dall’altra, eccesso smodato di offerta causato da una guerra di nervi tra i grandi produttori, in particolare Arabia Saudita e Russia. Il risultato è che il mercato è inondato di petrolio che in questo momento nessuno vuole. “Il mondo del petrolio ha conosciuto molti shock in passato, ma nessuno ha colpito l’industria con la ferocia a cui assistiamo oggi” ha scritto l’Agenzia Internazionale dell’Energia. “I paragoni con crisi passate sono inevitabili, ma fuori luogo”. 

Secondo Giuliano Garavini, docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università Roma Tre, e autore lo scorso anno del libro The rise and fall of OPEC in the 20th century, “il precedente più simile è il controshock petrolifero dei primi anni Ottanta. Allora, dopo un decennio di prezzi alti, la domanda calò a causa della recessione negli Stati Uniti, mentre l’offerta aumentò per l’arrivo del nuovo petrolio del Mare del Nord, estratto soprattutto da Gran Bretagna e Norvegia. A quel punto l’Arabia Saudita, stanca di limitare la produzione per stabilizzare i prezzi, decise di inondare il mercato di petrolio e offrire forti sconti”. 

Da lì in poi il prezzo del greggio resta mediamente basso fino alla metà degli anni 2000, quando torna a impennarsi. “Per certi versi somiglia a quello che vediamo ora” continua Garavini. “Siamo in recessione globale e pesante, c’è un nuovo petrolio sul mercato (lo shale prodotto negli stati uniti con la tecnica del fracking), e c’è il rifiuto dell’Arabia Saudita di sobbarcarsi da sola il compito di tenere su i prezzi. Quello che è veramente diverso è che il calo del prezzo degli anni Ottanta ha portato poi a un’enorme espansione della domanda mondiale, si può dire che è stato la benzina della seconda globalizzazione. Oggi è difficile pensare che succeda lo stesso”. 

A causa del crollo della domanda senza precedenti e dell’eccesso smodato di offerta, il mercato è inondato di petrolio che in questo momento nessuno vuole.

Ci arriveremo, ma prima serve capire l’origine della crisi. La tempesta covava sotto le ceneri da mesi, ma è esplosa nel corso di un fine settimana, drammaticamente accelerata dalla diffusione mondiale del nuovo coronavirus. È venerdì 6 marzo quando, a Vienna, si incontrano Alexander Novak, ministro dell’energia della confederazione russa e il suo omologo saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, fratello di quel Mohammed bin Salman (MBS) che di fatto ha in pugno l’Arabia Saudita. Si incontrano alla sede dell’OPEC, l’associazione che riunisce la maggior parte dei paesi produttori di petrolio in Medio Oriente, Africa e Sud America. 

Da tre anni l’OPEC, di cui l’Arabia Saudita è di gran lunga il membro più influente, mantiene una faticosa alleanza con la Russia (ribattezzata OPEC+). L’interesse comune – contrastare la concorrenza dei produttori statunitensi di shale oil – li ha tenuti finora attorno allo stesso tavolo, impegnati a limitare ad arte la produzione in modo da mantenere i prezzi del greggio abbastanza alti da alimentare le rispettive economie. L’obiettivo dell’incontro viennese era decidere cosa fare di fronte alla crisi economica innescata dal nuovo coronavirus. L’Arabia Saudita si presenta al tavolo con la proposta di continuare, anzi inasprire il piano di tagli progressivi alla produzione, in modo da sostenere il prezzo del petrolio anche nel periodo di recessione che si sta aprendo. 

La Russia però non ci sta. Ha l’impressione che i prezzi alti degli ultimi anni abbiano favorito più che altro i produttori americani di shale oil, e vuole provare una strategia diversa: usare la recessione per metterli fuori mercato, forte del fatto che negli ultimi anni Putin ha fatto cassa, e può permettersi di vendere petrolio a prezzo scontato per un anno o due senza battere ciglio. D’accordo con Putin, Novak abbandona la riunione e annuncia che la Russia aumenterà la propria produzione. Ma a sorpresa, l’Arabia Saudita vede e rilancia, anzi fa saltare il tavolo. Nel fine settimana che segue al vertice fallito di Vienna, il regno saudita annuncia che aumenterà la produzione di 2,5 milioni di barili al giorno, il 2 per cento dell’intera produzione mondiale. I maggiori analisti si dividono sul senso della mossa saudita: per alcuni è un chicken game tra due produttori che giocano a chi cede per primo – già che ci sono, mettendo in ginocchio il rivale comune, lo shale oil statunitense, troppo costoso da estrarre per reggere in questo mercato. Per altri, il regno saudita sta invece prendendo atto che il mondo è cambiato. Che la spinta politica per la transizione verso le energie alternative combinata al cigno nero del coronavirus rende il greggio una risorsa destinata a perdere valore nei prossimi decenni. Tanto vale vendere tutto il vendibile prima possibile, e investire i proventi in qualcos’altro. 

Che fosse tattica (guerra di nervi per riaprire la trattativa) o strategia (nuovo approccio di lungo termine al mercato), è possibile che né sauditi né russi avessero del tutto previsto quello che sarebbe venuto da lì a poco. Un grande paese dietro l’altro che entra in lockdown più o meno rigido, compresi giganti economici come gli Usa e giganti demografici come l’India e il Pakistan. Auto ferme e fabbriche chiuse. Le compagnie aeree che, una dietro l’altra, annunciano lo stop dei voli. Nel giro di 15 giorni insomma, come ha scritto il corrispondente di Bloomberg Javier Blas, la guerra dei prezzi tra Arabia e Russia comincia a sembrare il gruppo di supporto in un concerto: famoso per 15 minuti, ma subito messo in ombra da un evento più importante.

La tempesta covava sotto le ceneri da mesi, ma è esplosa con la pandemia, sotto forma di guerra tattica tra Arabia Saudita, Russia e Stati Uniti.

Difficile fare i conti in tempo reale, ma secondo Goldman Sachs la domanda mondiale di greggio, che nel 2019 è stata in media attorno ai 100 milioni di barili al giorno, scenderà almeno per aprile di 20, forse 25 milioni di barili al giorno – e continuerà così finché dureranno i lockdown delle maggiori economie. Per raffronto, dal 1985 si sono registrati solo tre anni in cui la domanda mondiale di greggio è calata, e persino nel 2009, all’apice della Grande Crisi, calò di “appena” 1 milione di barili al giorno. 

I contraccolpi si iniziano a vedere ovunque. I produttori americani di shale, estremamente costoso da estrarre, vanno immediatamente in sofferenza: a quei prezzi lavorano in perdita, e grossa. Per ora continuano a estrarre petrolio, perché poco fatturato è sempre meglio che niente fatturato. Ma vendono a prezzi pericolosamente vicini allo zero e in qualche caso addirittura inferiori, come nel caso del produttore del Wyoming di cui raccontava Bloomberg

Intanto, grandi compagnie petrolifere annunciano lo stop a nuovi investimenti, ovvero alla ricerca e sfruttamento di nuovi giacimenti. Le più grandi raffinerie indiane rimandano indietro parte del greggio che aveva ordinato per questi mesi, e che al momento non vale la pena di trasformare in benzina. 

Manca solo un tassello per completare il collasso del mercato petrolifero: tra poco non si saprà più dove mettere il greggio in eccesso. Entro due o tre mesi si riempiranno le riserve strategiche degli Stati, così come i grandi serbatoi commerciali per l’immagazzinamento di petrolio, concentrati nei grandi porti e comunque accessibili solo ai grandi produttori. Per i più piccoli, i guai arriveranno già tra pochi giorni, tanto che i produttori americani stanno esplorando soluzioni di pura emergenza, come trasformare in serbatori i treni cisterna parcheggiati nelle stazioni. Quando tutti i serbatori saranno pieni, molti dovranno per forza fermare i pozzi e falliranno. E qui si apre un altro problema, perché un impianto petrolifero non è un negozio di cui si può semplicemente tirare giù la saracinesca: fermarlo è una complessa e costosa operazione che può avere un forte impatto ambientale. 

Quando tutti i serbatori saranno pieni, molti dovranno per forza fermare i pozzi e falliranno. E qui si apre un altro problema, perché fermare un impianto petrolifero è una complessa e costosa operazione che può avere un forte impatto ambientale.

Alla fine della scorsa settimana il prezzo del greggio è tornato a salire un po’, grazie alla Cina che inizia ad acquistare grandi quantità per le sue riserve strategiche, e all’inevitabile tweet di Trump che annuncia di aver parlato con Putin e Bin Salman e di aspettarsi da loro un imponente taglio della produzione. Ma come spesso capita per le dichiarazioni a effetto del presidente americano, la realtà appare subito diversa: i sauditi in particolare si limitano ad auspicare un incontro che metta tutti attorno a un tavolo (OPEC, Russia, Stati Uniti e tutti gli altri) in cerca di una soluzione “equa”: ovvero, o tagliano tutti o non taglia nessuno. Una riunione virtuale aperta a tutti i produttori mondiali è stata annunciata per il 6 Aprile, e subito rimandata al 9 per manifesta impossibilità di trovare un terreno comune da cui partire: russi e sauditi continuano ad accusarsi reciprocamente, Trump definisce l’OPEC “illegale” e minaccia di ricorrere ai buoni vecchi dazi, gli stessi produttori americani non sono tutti d’accordo sull’idea di un taglio globale alla produzione. Intanto, per non sbagliare, il regno saudita continua a caricare a man bassa la flotta di superpetroliere che ha noleggiato a inizio marzo, e che usa come serbatoi galleggianti. E nel frattempo manda milioni di barili in Egitto, dove sono immagazzinati pronti a invadere il mercato europeo. 

Presto o tardi l’eccesso di offerta verrà comunque frenato, o perché Arabia e Russia sospenderanno il braccio di ferro o perché altri paesi saranno semplicemente costretti a smettere di pompare greggio. Il prezzo salirà un po’ ma il crollo della domanda, ormai vero protagonista di questa storia, sarà ancora lì. E l’industria del greggio ne uscirà trasformata. 

Come finirà, e che strada prenderà il mercato dell’energia dopo questa crisi? In questi giorni può capitare di leggere analisi che sostengono, con altrettanta convinzione, che la tempesta sul mercato del petrolio segnerà una brusca battuta d’arresto per la lotta al riscaldamento globale e per la riduzione delle emissioni, o che al contrario porterà un’accelerazione verso la transizione alle fonti rinnovabili

La tempesta sul mercato del petrolio segnerà una brusca battuta d’arresto per la lotta al riscaldamento globale e per la riduzione delle emissioni, o porterà un’accelerazione verso la transizione alle fonti rinnovabili?

La sfera di cristallo non ce l’ha nessuno, ma è vero che questa crisi scatena forze altrettanto potenti in opposte direzioni. Quando l’economia ripartirà e troverà ad attenderla tutto quel petrolio a basso prezzo, molti correranno ad approfittarne. Energia a buon mercato in un momento in cui ci si troverà sul groppone il salatissimo conto della recessione: una tentazione quasi irresistibile, anche per paesi che si erano impegnati sulla riduzione delle emissioni (figuriamoci per gli altri). Lo stesso vale per i consumatori. “Oggi la benzina all’ingrosso in alcuni mercati americani costa 15 centesimi al gallone” segnala Garavini. “Difficile pensare che questo prezzo non generi, alla ripresa, un incentivo a usare auto”. Anche convincere gli automobilisti a lasciare il motore a scoppio per l’elettrico potrebbe rivelarsi, dopo la crisi, ancora più difficile di quanto già non fosse. 

D’altro canto il prezzo basso del greggio, e più ancora l’estrema volatilità che il suo mercato sta mostrando, sono un potente disincentivo a investire in ricerca, estrazione, commercializzazione. Molto semplicemente, a questi prezzi non vale la pena tirar fuori il petrolio dal terreno – giusto Arabia Saudita e Russia possono farlo per un po’, perché hanno abbastanza soldi in cassa e costi di estrazione più bassi. Molti governi e grandi imprese potrebbero convincersi a guardare oltre il breve termine, ad altre fonti di energia che possono garantire ritorni migliori sugli investimenti, e di programmare a lungo termine senza preoccuparsi degli umori dell’autocrate di turno. 

Per guardare in casa nostra, forse non è una sorpresa che la modesta attività italiana di estrazione di petrolio sia stata inserita tra le “attività essenziali” che restano attive anche durante il lockdown. Ma è più che mai lecito chiedersi che senso avrà mantenerla, in un mercato su cui di fatto lavora in perdita. “Per uscire da questa crisi si dovranno investire ovunque grandi risorse” sintetizza Garavini. “Se andranno a pioggia a sostenere il modello attuale, lo stato delle cose subito dopo la pandemia non cambierà molto, ma se andranno in modo mirato su fonti rinnovabili, batterie e reti intelligenti, la transizione energetica potrebbe accelerare molto rispetto a quanto si prevedeva”.

Quando l’economia ripartirà e troverà ad attenderla tutto quel petrolio a basso prezzo, molti correranno ad approfittarne. D’altro canto il prezzo basso e volatilità del greggio sono un potente disincentivo a investire in ricerca, estrazione, commercializzazione.

Qui si apre una lunga serie di “dipende”. Dipende da quanto durerà il lockdown e la recessione che ne seguirà, da come ne usciremo, da quali paesi ne usciranno per primi. Una ripartenza ci sarà, e riporterà vero l’alto sia la domanda di energia sia, almeno un po’, i prezzi del greggio. Ma chi sarà rimasto a venderlo? Quanti governi saranno contenti di dipendere così tanto da Arabia Saudita e Russi? Ce la farà il governo USA a tenere in piedi i produttori di shale? Come ne usciranno Venezuela, Iraq, Iran, Libia, paesi produttori che contano sul petrolio per mantenere la macchina statale e tenere in piedi economie sull’orlo della crisi o già oltre l’orlo? 

Il più importante di tutti i “dipende”, però, riguarda ciò che succederà alla domanda di greggio dopo la pandemia. “Per decenni”, ricorda Garavini, “chi studiava il mercato del petrolio si è preoccupato soprattutto di prevedere il peak oil”, ovvero il momento in cui la produzione avrebbe toccato il massimo per poi iniziare a diminuire, per l’impossibilità di trovare nuove riserve e i rendimenti sempre minori nello sfruttamento di quelle esistenti. Un termine sempre rimandato dalla scoperta di nuovi giacimenti, e recentemente dalla comparsa del fracking. Tanto che a un certo punto si è capito che sarebbe arrivato prima il peak demand, il momento in cui la domanda mondiale toccherà il massimo e poi comincerà a calare, per la spinta generale verso efficienza energetica, riduzione delle emissioni, conversione alle rinnovabili. 

Dopo quella data si continueranno a sfruttare le riserve disponibili, ma gli investimenti si sposterebbero rapidamente su altre fonti di energia. I principali analisti collocavano il peak demand negli anni 30 del secolo, ma il coronavirus potrebbe averla anticipata. “Lo capiremo solo dopo, ma il picco potrebbe essere stato proprio nei due mesi del 2020 prima della pandemia” suggerisce Garavini. La ripresa ci sarà, ma probabilmente graduale. Qualche limitazione agli spostamenti potrebbe restare in piedi per molto tempo o diventare addirittura strutturale. Settori particolarmente assetati di petrolio, come il trasporto aereo, potrebbero impiegare anni a tornare ai livelli pre-coronavirus. E dopo il lockdown ritroveremo intatti tutti i fattori che, già prima della pandemia, facevano intravedere dietro l’angolo una recessione: rallentamento della crescita cinese, Brexit, effetti della guerra commerciale tra USA e Cina. 

Ci si è preoccupati soprattutto di prevedere il peak oil, il momento in cui la produzione avrebbe toccato il massimo per poi iniziare a diminuire; a un certo punto si è capito che sarebbe arrivato prima il peak demand, il momento in cui la domanda mondiale comincerà a calare.

Secondo Garavini, conteranno molto le previsioni del futuro che in questo momento stanno formulando le grandi banche o dall’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), quei ponderosi rapporti annuali in cui si ipotizzano gli scenari del mercato energetico da qui a 50 anni. “In passato si sono spesso rivelate sbagliate, ma hanno lo stesso orientato le scelte, in una certa misura si autoavverano. Se ora quegli scenari smettono di descrivere una domanda di greggio in crescita fino al 2030, tutti dovranno modificare le loro politiche. Un mondo in cui la domanda di greggio cala strutturalmente è un mondo diverso da quello che abbiamo conosciuto finora”. I prossimi mesi diranno se siamo già in quel mondo, e quanto sarà diverso.  

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lunedì 18 gennaio 2021

Contro ogni pronostico, il Senegal è fra i 3 Paesi al mondo che hanno gestito meglio l’epidemia - Davide Lemmi, Marco Simoncelli

Dakar: risultati del tampone per il Covid-19 entro 24 ore, hotel riconvertiti in unità di quarantena, un progetto all’avanguardia per sviluppare ventilatori a basso costo, campagne di sensibilizzazione estese a livello comunitario, distributori di igienizzante diffusi. Stando alla classifica stilata da Foreign Policy, il Senegal è al secondo posto al mondo come risposta alla pandemia, dietro alla Nuova Zelanda. Un risultato che non è merito del caso, ma viene dal passato.

Il 29 agosto del 2014 uno studente della Guinea Bissau attraversa in macchina la frontiera del Senegal. È un inconsapevole portatore di ebola. Dopo averlo intercettato e testato, grazie alle informazioni fornite da Bissau, le autorità di Dakar decidono di applicare un protocollo di sicurezza senza precedenti. Frontiere aeree e terrestri chiuse, tracciamento di eventuali persone venute in contatto con lo studente, assistendole inoltre con denaro, cibo e consulenze, e il più totale riserbo sull’identità del paziente. Dopo 42 giorni, l’organizzazione mondiale della sanità dichiara, complimentandosi, il Senegal “ebola free”.

È con questa esperienza alle spalle, e quella della lotta per fermare la diffusione dell’Hiv, che quando il 2 marzo del 2020 il Paese registra il primo caso di Covid-19, attiva i suoi protocolli per il contenimento del virus. Nell’arco delle tre settimane successive, Dakar decide di posticipare l’inizio del campionato di basket, impone il divieto di attraccare alle navi da crociera, cerca di trovare un accordo con i rappresentanti religiosi per la sospensione delle celebrazioni, chiude le scuole e restringe al minimo gli accessi aerei. Un iter che porta al 23 marzo, giorno in cui il Presidente senegalese, Macky Sall, impone lo stato di emergenza e il coprifuoco. “Se continueremo a fare finta di nulla il virus si diffonderà ancora di più e in modo più aggressivo”: questa la sintesi del suo discorso.
Dakar giunge a misure simili a quelle italiane meno di due settimane dopo, anche se non si parlerà mai di un vero e proprio lockdown. Ma mentre in Italia i casi totali il 9 marzo, il giorno precedente alla decisione di dichiarare l’intero Paese zona rossa, raggiungevano quota 9.172 e i morti erano già 463, in Senegal, nel giorno delle restrizioni, si contavano 79 casi e nessun decesso. Paesi diversi, situazioni diversi, certo, ma un certo parallelismo si può ritrovare nella distribuzione dei casi. Come in Italia le zone più colpite erano due regioni, il Veneto e la Lombardia, in Senegal la zona più a rischio era, ed è, quella di Touba. Circa un terzo dei contagiati si trovava infatti in quella che è la città santa della confraternita Mourid (un culto sufi musulmano originario del Senegal). Un’area gestita e amministrata dai clerici che talvolta non rispondono all’autorità dello Stato.

Ed è infatti il dialogo con i religiosi uno dei primi punti che la Presidenza di Sall ha cercato di mettere in piedi. In Senegal l’autorità delle confraternite è fuori discussione. Tanto importante da potersi definire Stato parallelo. In questo senso i clerici hanno risposto, in modo diverso, ma con una generale celerità e impegnandosi nella sensibilizzazione e nella diffusione di notizie. Durante i mesi di coprifuoco non sono però mancati i casi di scontri con manifestanti in piazza per la scelta di imporre restrizioni anche alle funzioni religiose – come nel caso di Yoff, quartiere di Dakar.
La velocità con cui ha agito Dakar è stata fondamentale. Secondo le opinioni di diversi esperti il sistema sanitario del Senegal è fragile. Il rapporto tra numero di medici per mille abitanti è di 0,06, mentre sullo stesso numero sono disponibili appena 0,3 posti letto ospedalieri. E questi dati, se considerati nel tempo, comunque mostrano un rafforzamento rispetto al passato, dove gli investimenti sulla sanità pubblica erano nettamente inferiori a quelli privati.

Centrale per il contenimento del virus è stato, ed è tuttora, il COUS, il centro delle operazioni per le emergenze sanitarie, un’organizzazione che coordina le risposte d’emergenza, già entrata in azione nel 2014 con ebola. Il COUS, emanazione del ministero della Sanità, ha nelle prime settimane implementato i posti letto negli ospedali, creato luoghi di quarantena riconvertendo hotel e organizzato cliniche e laboratori mobili per arrivare laddove la carenza di personale sanitario era endemica, come le zone rurali o le province più povere. Un’azione tempestiva, ma che comunque non sarebbe riuscita se fosse stata limitata alla cosa pubblica.

Il coinvolgimento dal basso è stato fondamentale. Diverse associazioni presenti sul territorio hanno lavorato per la sensibilizzazione e la distribuzione di materiale sanificante. È il caso della “Rete delle Bajenus Gokh” (“Zie di quartiere” in lingua Wolof), un’associazione di donne operante a Dakar e in altre città del Senegal che in passato si è occupata di sensibilizzare su educazione sessuale, HIV, assistenza domestica e vaccinazioni. Vista la fiducia che il gruppo aveva acquisito sul campo il ministero della Sanità e dell’azione sociale ha deciso di sviluppare dei programmi coordinati anche sul Covid-19. Ma questo non è l’unico caso. Alla scuola politecnica di Dakar un gruppo di studenti, ricercatori e professori hanno sviluppato un robot, Dr. Car, capace di misurare pressione e temperatura ai pazienti, in modo da limitare i contatti tra personale medico e contagiati. Un impegno trasversale, che ha toccato anche i privati. La casa di moda senegalese Touty ha poi lanciato prontamente uno slogan, “Un/una senegalese, una mascherina”, e un progetto per diffonderne il più possibile l’uso.
Nel parcheggio davanti alla spiaggia di Ngor, controllata dalla gendarmeria perché vietato accedervi, sostano diverse persone. “No, il coronavirus non ci può fare nulla, noi siamo più forti”, l’uomo di mezza età aspetta il proprio turno davanti alla piccola panetteria di quartiere, non indossa la maschera. Come lui in molti non credono nel coronavirus, oppure tendono a mitigarne la pericolosità. La prova che un misto di fake news e informazioni parziali persistono comunque nel Paese. Eppure anche su questo punto molto è stato fatto. A metà marzo il Governo ha infatti emanato una legge draconiana sulla diffusione di fake news. Chi viene scoperto a diffondere notizie false che mettono in pericolo la comunità rischia da 1 a 3 anni di carcere, oltre a una sanzione pecuniaria molto elevata. Anche se nell’effettivo pochi sono stati coloro che hanno subito realmente un giudizio finale, i procedimenti avviati hanno avuto un effetto deterrente. Ma come nel caso della sensibilizzazione, anche, e soprattutto in questo, la legge da sola non poteva bastare.

Ad esempio, dopo la notizia circolata a metà aprile in tutta l’Africa Occidentale, e anche in Europa, di 7 bambini morti a causa dell’iniezione di un vaccino per il Covid-19, per evitare derive istituzioni e privati si sono mossi prontamente creando tra le varie cose l’app Allerte Santé Senegal, fornita di news, statistiche, numeri diretti a laboratori e ospedali, e il forum Sunucity, sviluppato dal politecnico di Dakar.

Dalla tecnologia alle arti visive: molti sono scesi in campo per promuovere una comunicazione semplice e diretta a tutti, anche a chi non ha un accesso internet. È il caso dei graffiti. Arte diffusa in tutto il Senegal che trova a Dakar il suo centro. Il primo aprile sui muri dell’università di Fann e su quelli dell’ospedale di Guadiawaye sono apparsi diversi murales che raffigurano artisticamente la realtà durante la pandemia e promuovono l’utilizzo di maschere, gel sanificante e distanza fisica. Ovvero un corretto comportamento sociale per fronteggiarla.
Ed è così che arriviamo a oggi. Il Senegal conta più di 14mila casi, oltre 10mila guariti, quasi 300 decessi e un trend che si attesta sui 30 nuovi contagiati al giorno. Una situazione non certo rosea, ma che senza gli interventi fatti avrebbe potuto degenerare, come in altri Paesi del mondo. A riprova ci sono i dati diffusi dalla ricerca fatta da People and Data. Stando alle percentuali, tutto il lavoro di sensibilizzazione e campagna mediatica ha portato l’83% delle persone a indossare regolarmente le mascherine, e l’80% della popolazione ha seguire le notizie della diffusione del virus tramite i media ufficiali.

Oggi la sfida si espande e abbraccia altri temi. Le conseguenze sociali ed economiche sono infatti enormi. La prima categoria a essere investita è quella delle donne. Stando ai dati forniti dal Ministero della donna, della famiglia e dello sviluppo sociale sul suo sito, prima delle restrizioni il 60% delle donne in Senegal aveva subito violenza di genere. Oggi quel dato potrebbe essere ancora più alto. “È una delle mie più grandi preoccupazioni. Abbiamo una situazione in cui intere famiglie sono state rinchiuse e bloccate nelle loro case. Oggi la mancanza di denaro provoca tensioni”, sono queste le parole di Khardiata Ndoye Pouye, dell’ufficio “Diritti delle donne” dell’Ong sudafricana. Spostando il focus su un discorso puramente economico, il 44% delle donne ha risentito della perdita totale delle attività rispetto al 33% degli uomini. Anche se i dati non tengono conto del lavoro informale, bacino forzato di posti di lavoro per le donne.

Ma la crisi abbraccia più categorie, travalicando i confini di genere. In generale tutta l’economia senegalese ha risentito in modo massivo della perdita della stagione turistica. Senza considerare tutta la parte sommersa e informale collegata a essa, il settore alberghiero e della ristorazione hanno perso complessivamente circa 150 milioni di euro, mentre trasporti e commercio più di 160. A completare un quadro in cui gli interventi del Governo sono stati relativamente pochi, c’è il calo del 30% delle rimesse, che rappresentano il 10% del Pil della nazione.
Una situazione quindi a livello di guardia, e in questa condizione di crisi la corruzione – che negli ultimi anni era migliorata, raggiungendo il 66° posto al mondo per percezione (dati di Transparency) – potrebbe riacutizzarsi. Il rischio è che in una situazione di fragilità complessiva il Senegal possa trovarsi impreparato sul mercato, cedendo a interessi stranieri e privati. In questo senso, per motivi diversi, Pechino e Parigi sono attenti osservatori del continente africano, e in particolar modo del Senegal. Il primo ha una lunga storia coloniale e di penetrazione economica nel Paese, mantenendo da sempre stretti legami politici con lo stesso. Il secondo è invece un suo fresco creditore, e suo primo investitore. Nonostante in passato la Cina abbia puntato più sull’Africa Orientale e su quella australe, come dimostrano i debiti contratti dai vari Paesi, l’accordo con Dakar sulla beat road del 2018 è un passo importante e unico nella regione. Le nuove esigenze sanitarie potrebbero quindi portare Pechino a puntare ancora di più su Dakar e sugli investimenti infrastrutturali del Senegal.

Il prezzo di tutto ciò potrebbe essere pagato dall’ambiente. Dakar è il centro di una già dilagante speculazione edilizia e i nuovi progetti della città e del Paese non lasciano presagire un’inversione di tendenza. Le autorità hanno infatti programmato la costruzione di un nuovo porto a Sud della città e nuove arterie ferroviarie per facilitare il trasporto delle merci. Piani di sviluppo che, se da una parte risolvono problemi legati al traffico o puntano alla crescita del Paese, in realtà non ne garantiscono uno sviluppo omogeneo. A dimostrazione di ciò la crisi di un settore trainante come quello ittico, causata dalle flotte di pescherecci cinesi al largo delle coste, che depauperano il fondale e aree che storicamente erano sempre state di pesca senegalese, per cui nessuno fa niente.

In un circolo vizioso, da questo tema dipende la pace sociale. Fino a oggi Dakar è stata sempre considerata un’eccezione in una regione sconvolta dai problemi legati al banditismo, allo jihadismo, alla desertificazione e all’instabilità politica ed economica. Insieme a Ghana e Costa d’Avorio, era considerata uno dei tre motori dell’Africa Occidentale. La pandemia e gli effetti economici connessi a essa, se non affrontati in modo estensivo e comunitario, potrebbero minare alle basi quanto è stato creato con impegno fino a oggi, dando un’ulteriore spinta all’emigrazione e quindi alla perdita irreparabile di capitale umano necessario alla stabilità della nazione.

https://thevision.com/coronavirus/senegal-gestione-epidemia/

sabato 16 gennaio 2021

Inquinamento, CoVid-19 e clima: un bilancio ecologico sociale del 2020 - Off topic lab


 

Il 2020 è stato un anno tremendo per i nostri polmoni, soprattutto in Lombardia. Da un lato la pandemia di COVID-19, malattia che colpisce le vie respiratorie, e dall’altro il livello di inquinamento dell’aria. La Lombardia ha raggiunto un triste primato globale, diventando una delle zone con il più alto numero di morti COVID-19 per abitanti (240 decessi per 100.000 abitanti). Conseguenza di una complessità di fattori demografici e territoriali, tra cui non si può certamente ignorare la dimensione ecologica. Parallelamente il rapporto sulla qualità dell’aria 2020 dell’Agenzia Europea per l’ambiente conferma che l’Italia è uno dei paesi europei dove si muore di più (quasi 70.000 i decessi nel 2018), la Lombardia e in particolare Milano come una delle aree più inquinate del continente. I dati ARPA del 2020 su Milano evidenziano un trend negativo rispetto agli anni scorsi, con un aumento sia delle medie annuali di particolato (PM10, PM2.5) che dei giorni di sforamento.


L’impatto dell’inquinamento sulla diffusione di Covid19 

L’esposizione all’inquinamento atmosferico è associato al diffondersi di malattie cardiovascolari e respiratorie. Allo stesso tempo la preesistenza di queste malattie sono state identificate come fattori di rischio di morte nei pazienti COVID-19, pertanto l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico può esacerbarne la virulenza. Diversi studi nell’ultimo anno si sono concentrati sulla correlazione tra diffusione di COVID-19 e inquinamento e i risultati sembrano confermare altre precedenti ricerche che indicano un ruolo potenziale per l’esposizione al particolato nel peggioramento dell’impatto delle malattie respiratorie (dalla SARS al RSV).

In particolare uno studio, pubblicato sul Cardiovascular Research Journal, ha stimato che circa il 15% dei decessi in tutto il mondo dovuti a COVID-19 potrebbe essere attribuito all’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico. In Europa la percentuale è di circa il 19%, in Nord America del 17% e in Asia orientale del 27%. Un’altra ricerca pubblicata su Science Advances ha stimato che un aumento di solo 1 microgrammo al m3 della media di PM2.5 è associato a un aumento statisticamente significativo dell’11% del tasso di mortalità COVID-19 negli Stati Uniti. Simili studi sono stati condotti in InghilterraOlanda e Italia.

Rimane ancora da approfondire la possibilità che il particolato possa essere utilizzato dal virus come carrier, ovvero da vettore di trasporto. Un recente studio italiano ha confermato la presenza di RNA di Sars-Cov-2 su campioni d’aria della provincia di Bergamo, ma essendo solo tracce, non si tratta di virus attivi in grado di essere infettivi, soprattutto all’aperto dove sono soggetti ad agenti atmosferici deterioranti.

Non possiamo affermare che con situazioni climatiche e di qualità dell’aria diverse e migliori la diffusione della pandemia sarebbe stata meno violenta e drammatica in Lombardia, ma sicuramente il virus Covid19 ha trovato condizioni ideali per proliferare, oltre che una situazione generale che vede le persone esposte a elevate concentrazioni continuative di polveri sottili maggiormente sensibili a patologie dell’apparato respiratorio.

L’impatto di Covid19 sulla diffusione dell’inquinamento

Il lockdown di Marzo-Aprile 2020 è stato un periodo interessante da analizzare per quanto riguarda l’impatto antropico sull’ambiente; il calo sensibile (ma non totale) del trasporto automobilistico, marittimo e aereo ha portato a una significativa riduzione delle emissioni di inquinanti atmosferici.

A livello Europeo nell’agglomerato urbano di Milano sono state rilevate le più alte riduzioni di NO2 e PM10. Sia i satelliti del progetto Copernicus che le centraline sul territorio (indipendentemente dalle condizioni metereologiche) hanno rilevato riduzioni del 60% ai valori pre-lockdown e del 30% se confrontato con la media dei 3 anni precedenti. 

Anche le concentrazioni di PM10 sono state complessivamente più basse. Le valutazioni sul particolato sono più complesse poichè le concentrazioni possono variare in relazione a una serie di fattori: le condizioni metereologiche; le emissioni di particolato primario da fonti antropiche; le emissioni da fonti naturali che sono altamente variabili da un anno all’altro; le emissioni di gas precursori da fonti diverse. Tenendo comunque conto di questi elementi si è registrata una riduzione variabile dal 10% al 20% attribuibili al lockdown.

Nell’ambito urbano il fattore determinante della riduzione degli inquinanti è stato il crollo del traffico veicolare su strada che a Milano ha raggiunto un picco del -70% a fine marzo 2020. Ennesima conferma che la riduzione di numero di macchine, a prescindere dall’alimentazione, che invadono la città è obiettivo urgente e primario. Durante le misure di blocco introdotte a fine ottobre invece il traffico è tornato a livelli normali e, la concomitanza con accensione dei riscaldamenti e la sospensione di qualsiasi misura anti-smog, ha portato il tasso di inquinamento oltre soglia, soprattutto nel mese di Novembre.

Milano: 2020 in peggioramento

Nonostante il lockdown primaverile, il 2020 probabilmente segnerà un’inversione di tendenza rispetto alla serie degli ultimi anni che vedeva diminuire la quantità media di particolato e dei giorni di sforamento. Preoccupa la media di PM2.5 (più pericoloso del PM10) che sale a 24 microgrammi/m3, il limite UE è di 25. Mentre sono ben 89 i giorni in cui almeno una centralina Arpa a Milano ha superato la soglia limite di 50 microgrammi/m3, un vero record se consideriamo i 69 dell’anno scorso e il limite a 35 imposto dalla UE.

Ma i record della città più “green” d’Italia non si ferma qui. Una ricerca di Legambiente stima per la città di Milano 568 morti in più all’anno attribuibili ai soli effetti dei motori diesel con emissioni fuori norma e che contribuiscono a dare a Milano il triste primato di seconda città in Europa (dopo Bucarest) per impatto economico dell’inquinamento e delle patologie connesse sulla spesa per welfare e sistema sanitario, con un’incidenza di oltre 2800€ per abitante. Un dato che diventa ancora più inquietante se proiettato su base nazionale, dove si stimano nel 2018 oltre 60.000 decessi annui dovuti all’inquinamento con un’incidenza di 20 milioni di euro in termini di perdite per il Paese. Dati che hanno più volte portato la UE e la Corte Europea di Giustizia ad avviare procedure di infrazione e sanzioni, cui Governo ed Enti Locali hanno sempre risposto con provvedimenti parziali, insufficienti e che, soprattutto, non hanno minimamente inciso in termini strutturali sul modello di mobilità, riscaldamento, consumo di suolo e allevamenti intensivi.

In sottofondo gli effetti antropici sul clima concorrono a un peggioramento della situazione. Rispetto alla temperatura media annua, dal decennio ’60-’70 a oggi a Milano c’è stato un incremento di ben 3,3°.  L’inverno ’19-’20 a Milano è stato il più caldo degli ultimi 123 anni, segnando un aumento della media stagionale di 3.5° rispetto agli ultimi 30 anni. Le precipitazioni cumulate tra gennaio e febbraio sono state di soli 37mm, contro una media di 110mm. Situazione che trova conferma anche nei mesi autunnali. Sotto la media sono stati settembre (56 mm) e, soprattutto, novembre, con soli 4.8 mm di pioggia in tutto il mese. Ottobre è stato più piovoso della norma (134.5 mm), ma urge sottolineare che circa il 60% circa delle piogge si è concentrato in due singole giornate, in linea con l’aumentare di eventi meteorologici estremi.

Proprio nel pieno della seconda ondata dell’epidemia si sarebbe dovuto incentivare per un cambio di rotta radicale, considerando di avere ancora davanti almeno 3 mesi di condizioni climatiche tipiche per la stagnazione degli inquinanti dell’aria, ma anche i mesi tradizionalmente peggiori per l’insorgere di infezioni alle vie respiratorie e diffusione di virus influenzali.

Invece le politiche di facciata hanno prevalso: l’assenza di un reale piano di mobilità alternativa e il blocco di qualsiasi misura anti-smog (Area B e C in primis) per ben 3 mesi (e probabilmente continueranno a gennaio) hanno esposto maggiormente i nostri polmoni al crescente inquinamento e quindi anche a Covid19.

Politiche ambientali e greenwashing

A livello governativo la cosiddetta “svolta green” si è tradotta in una serie di provvedimenti (bonus rottamazione, bonus biciclette, bonus monopattini, ecobonus ristrutturazioni), che piacciono ai contribuenti-consumatori (che possiedono il cosiddetto potere d’acquisto) ma che portano con sé limiti, contraddizioni o effetti nulli ai fini di ridurre i livelli di inquinanti.

Aumentare la classe energetica degli edifici contribuisce sicuramente a ridurre la produzione di polveri sottili da riscaldamento, ma si scontra con il fatto che parallelamente lo Stato continui a finanziare con i contributi per le energie rinnovabili e sostenibili il passaggio a fonti energetiche quali il metano che, seppur meno inquinante dei derivati del petrolio, resta comunque sempre un combustibile fossile e genera residui da combustione inquinante. Questo mentre ormai in molti paesi l’uso di GPL, metano o altre fonti fossili per il riscaldamento e gli usi domestici è stato completamente bandito e nazioni poste a latitudini molto meno soggette a irraggiamento solare dell’Italia hanno visto da anni uno sviluppo massiccio e diffuso dell’utilizzo di pannelli solari e fotovoltaici sia da parte di singoli che di complessi condominiali. Peggio ancora il “bonus rottamazione”, che è stato dato anche a chi si limitava a cambiare auto inquinanti e vecchie con mezzi nuovi, a minori emissioni, con il risultato di incentivare l’acquisto di auto diesel di nuova generazione, comunque nocive e impattanti sulla qualità dell’aria (tanto è vero che nel Regno Unito ne sarà vietata la vendita dal 2030). 

Come se non bastasse, il Comune di Milano ha aggiunto di suo un budget di 1 milione di euro a fondo perduto come bonus per chi comprava macchine a basse emissioni (anche senza rottamazione). Peraltro il dogma che vorrebbe fosse la motorizzazione elettrica o ibrida a risolvere i problemi di inquinamento è fuorviante, non tenendo conto dei problemi ambientali legati alle attività estrattive e allo smaltimento delle batterie esauste, oltreché della produzione di polveri sottili da attriti e consumo di pneumatici e manto stradale: l’unico modo per affrontare il problema è togliere le automobili private dalle strade e sostituirle con un sistema di trasporto pubblico capillare e l’incremento della mobilità dolce. 

 

Da un lato il Comune si vanta degli interventi a basso costo (qualche migliaio di euro) per interventi di “urbanismo tattico” o piste ciclabili leggere, dall’altro spende centinaia di migliaia di euro per autovetture private. Quanti km in più di piste avrebbe potuto realizzare?

Il “bonus monopattino”, mezzo sostenibile se visto dal lato dei consumi e delle emissioni, risponde però più a logiche di creare un nuovo mercato nella mobilità che a una scelta innovativa e di fare sponda al proliferare di società per il nolo di monopattini nei grandi centri urbani, a loro volta interessate più a raccogliere e profilare i dati degli utenti (come già avvenuto con Ofo, Mobike o altre società della cosiddetta sharing economy) che a rendere migliore l’aria che respiriamo nelle nostre città o potenziare le possibilità di accesso al diritto alla mobilità. Per inciso a tre di queste società sono già state revocate le licenze per inadempienze varie.

A completare il quadro, il provvedimento per accelerare l’avvio e la realizzazione di grandi opere infrastrutturali (tra cui il TAV) che va in senso opposto a quella esigenza di preservare il territorio da devastazioni ambientali che causano distruzione di ecosistemi e biodiversità, favorendo così condizioni per lo svilupparsi e il diffondersi del meccanismo di spill over (alla base anche dell’attuale pandemia Covid-19).

Parallelamente per poco o nulla i vari provvedimenti e decreti hanno impattato sul trasporto pubblico locale, se non creando le condizioni per il prevedibile, nuovo aumento dei contagi a settembre, favorendo la creazione di assembramenti, con la decisione di portare all’80% della capienza teorica il numero dei passeggeri per vettura (autobus o carrozza treni che sia) senza aumentare, se non per un breve periodo, la frequenza delle corse e il numero di mezzi disponibili per le linee urbane, le metropolitane e i treni regionali.

Se poi guardiamo alla Lombardia e a Milano, che non solo sono state le zone più colpite dalla prima ondata epidemica, ma sono anche da anni in situazione di emergenza climatica, le cose sono andate anche peggio, con decisioni finalizzate più a scopi di consenso elettorale o per non scontentare il mondo delle imprese. Regione Lombardia, per quanto di sua competenza in tema di trasporti (Trenord) s’è guardata bene di potenziare l’offerta per evitare il rischio sovraccarico nelle ore di punta.

Che le aziende di gestione del trasporto pubblico locale nell’area del Paese a più alta densità di abitanti e di spostamenti per lavoro, non abbiano saputo organizzare la ripresa di attività lavorative e scuole, nonostante il calo di passeggeri riportato dai conteggi ai tornelli e dal numero di biglietti venduti, conferma purtroppo la mancanza di capacità di programmazione anche dei soggetti politici responsabili.

La Regione continua a rimandare ogni intervento serio sul fronte del mezzo privato e del trasporto su gomma. Le continue deroghe alla messa al bando dei veicoli più inquinanti ne sono emblema, con l’assurdità di consentire di soffocarci di polveri e gas anche ai veicoli Euro 0 purché montino la “scatola nera”. Certo per 10.000 Km all’anno, ma più che sufficienti per produrre tra scarichi, attriti dei pneumatici e polveri da consumo del manto stradali, polveri in abbondanza ad aggravare la salute pubblica del territorio. Parallelamente, ça va sans dire, prosegue ostinata la politica di consumo di suolo con deroghe alle norme urbanistiche (come testimoniato dalla legge , al perimetro delle aree protette e a parco fino al continuo investimento e via libera ad opere viabilistiche e autostradali. Cemento, asfalto, impermeabilizzazione del suolo: fattori che incidono sulla qualità dell’aria direttamente, perché aumenta la produzione di polveri, che indirettamente perché favoriscono il realizzarsi di quelle condizioni climatiche di stagnazione dell’aria e accumulo di gas serra. già oltremodo agevolate dalle condizioni geografiche in cui Milano e la pianura lombarda si trovano. 

Per quanto riguarda la qualità dell’aria il Comune si è mosso a fine anno con il Piano AriaClima che però pianifica interventi significativi solo entro il 2030. Altri 10 anni per allinearsi con gli obiettivi dell’Unione Europa che però risultano essere già oggi anacronistici data la velocità dei cambiamenti climatici, infatti le linea guida dell’OMS sono già da anni molto più restrittive. L’allineamento con le indicazioni dell’OMS sono infatti per ora preventivate solo per il 2050.

Per uno stato di emergenza climatica sociale 

Da circa 2 anni abbiamo promosso una rete dal basso di centraline per la rilevazione del particolato che ad oggi conta circa 14 sensori sul territorio di Milano e 7 sul comune limitrofo di Sesto San Giovanni. Parallelamente ad un lavoro di monitoraggio e autoformazione è necessario attivare momenti di lotta sul territorio. È per questo che a metà dicembre, nel pieno della seconda ondata e delle giornate di sforamento dei limiti di particolato, abbiamo organizzato una critical mass per denunciare l’inquinamento atmosferico e di suolo; per fermare la devastazione ambientale e la cementificazione delle aree verdi urbane e rinaturalizzate; per fermare i grandi progetti di estrazione di valore dal territorio (in primis gli scali ferroviari).

Non possiamo dare fiducia e delegare a una classe politica che in modo trasversale sul terreno del mal d’aria ha fallito o propone soluzioni “di classe” o inefficaci. E il cambiamento non può che partire dalla conoscenza e dalla consapevolezza di quanto accade quotidianamente nelle nostre città e nei nostri territori in termini di qualità dell’aria e nocività che ci circondano.

Dobbiamo andare oltre una visione antropocentrica e un modello estrattivista. E’ necessario che in questo nuovo anno, che speriamo ci porti davvero fuori dalla pandemia di Covid-19, si dichiari lo stato d’emergenza climatica sociale, proclamato dal basso. L’emergenza sanitaria non terminerà con la sconfitta del virus – così come quella sociale ed economica. Da Milano, centro dell’epidemia in Italia, capitale di un modello dove l’accesso a una migliore qualità della vita è condizionato dal reddito; dalla Lombardia, la regione avanguardia in agricoltura e allevamenti intensivi, consumo di suolo, deroghe all’edificazione selvaggia, patria di quell’eccellenza sanitaria azzurro-leghista che si è dimostrata in tutta la sua drammatica disuguaglianza e brutalità in quest’anno: da qui dobbiamo ripartire per sovvertire la rotta.

Pubblicato su Off topic lab, con il titolo completo Inquinamento, CoVid-19 e clima: un bilancio ecologico sociale del 2020

 

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