venerdì 24 febbraio 2017

Quirra, denuncia-shock: “Dietro tumori e feti deformi 300 tonnellate di veleni” - Pablo Sole



“Ogni settimana arrivavano lunghe colonne di camion. Dopo aver attraversato il paese puntavano verso il Poligono di Quirra, dove i militari avevano già scavato buche mastodontiche imbottite di esplosivo. Ci buttavano dentro il carico dei convogli e lo facevano saltare in aria. Si trattava di armi e munizionamento fino ad allora custodito nei bunker di tutta Italia. E per anni a Escalaplano, il cielo ha portato pioggia e polveri sottili. Trecento tonnellate, secondo il nostro consulente Giovanni Battista De Giudici, dell’Università di Cagliari, finite sul paese e sulle campagne circostanti fino ad insinuarsi nelle sorgenti. Le stesse che alimentano l’acquedotto”. Mette i brividi ascoltare la testimonianza che Giuseppe Carboni, l’avvocato che assiste il Comune di Escalaplano nel processo sui veleni di Quirra, ha reso il 22 febbraio a Roma di fronte alla Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito. Ne vien fuori un quadro cupo – coi militari impegnati in una sistematica “opera di occultamento” – e insieme drammatico. “Quando il procuratore Fiordalisi ha fatto visita ad una ragazza con gravi malformazioni – ha raccontato Carboni – si è messo a piangere”.
Il patto di omertà e quelle minacce per nulla velate
 “Quando i militari facevano queste operazioni – ha detto Carboni – non si adottava alcuna misura di contenimento dei danni. Si pensava più ad occultare queste attività. C’era una continua negazione del fatto che si facessero queste cose. Il brillamento di queste armi è stato, per decenni, accuratamente nascosto. Lo conferma anche un’intercettazione ambientale disposta dal procuratore Domenico Fiordalisi (il pm del processo sui veleni di Quirra, ndr) raccolta il 3 marzo 2011. È emerso che non solo erano in corso queste attività, ma alle persone che vi partecipavano veniva chiesto un giuramento di omertà assoluta, anche con la minaccia di licenziamenti”. Ma, come si vedrà più avanti, si arrivò perfino a mettere in guardia chi sapeva sui rischi per la propria incolumità. “Perfino alcuni generali interrogati da Fiordalisi – ha detto Carboni – hanno negato queste attività”. A smentirli, poche settimane fa durante un’udienza del processo, l’ex maresciallo Francesco Palombo, in servizio a Quirra dal 1999 al 2000 come ruspista. “Le buche che scavavo erano profonde 20 metri e larghe 40 – ha dichiarato il militare -. Qui venivano fatti brillare bombe e proiettili, in prevalenza residuati della seconda guerra mondiale. I fumi e le polveri si alzavano per oltre 40 metri e a seconda dei venti venivano trasportati nei paesi adiacenti”. Non solo: ad aggravare la situazione hanno concorso anche le sperimentazioni delle aziende private che a Quirra, dietro il pagamento di un lauto affitto – 50mila euro l’ora, ma il dato risale al 2003 – hanno condotto vari test. “Come il Csm, il Centro sviluppo materiali di Roma, che sperimenta la resistenza alle esplosioni degli oleodotti – ha raccontato Carboni -. Ebbene, quando facevano saltare in aria i tubi, con delle esplosioni enormi, riportavano a galla anche i materiali inquinanti”.
I residui delle esplosioni “raccolti e seppelliti nel poligono. Dove pascolano gli animali”
L’intercettazione citata da Carboni ha come protagonista Mauro Artizzu, ex militare di leva originario di Nuoro che ha prestato servizio a Quirra nel 1997 e tempo dopo si è ammalato di tumore. Secondo le registrazioni, ampiamente riportate dal giornalista Riccardo Bocca su L’Espresso, i brillamenti provocavano esplosioni enormi e nonostante questo rimanevano dei residui poi fatti esplodere nuovamente o sotterrati. “L’area circostante veniva ricoperta da una coltre bianca, simile alla neve. Come se fosse gommapiuma, però era pesante – raccontava Artizzu, intercettato, ad un amico -. I militari la raccoglievano, la mettevano nei fusti che poi venivano sotterrati nel poligono, proprio dove i pastori portavano gli animali a pascolare. Le mucche mangiavano l’erba, poi morivano”. E poi c’era il vento. “Se spirava verso Jerzu, tutta quella roba andava lì, altrimenti verso Villaputzu. E quando pioveva – aggiungeva Artizzu – tutto era assorbito dalle falde acquifere”. In un’informativa trasmessa a Fiordalisi dagli uomini della Mobile di Nuoro, viene detto a chiare lettere che i superiori di Artizzu “lo costringevano a rispettare il segreto su tale attività. In caso contrario – riporta Mariangela Maturi nel libro ‘Silenzio di piombo’ – avrebbe potuto avere delle pesanti ritorsioni che avrebbero messo a rischio la sua incolumità personale”. 
Gli aborti, i bambini senza arti e i il 65% dei pastori morti di tumore
Le polveri sottili che hanno ammantato Escalaplano e le zone adiacenti al poligono – unico giudice: il vento, come scriveva in modo incisivo pochi anni fa il compianto giornalista Giorgio Pisano – hanno causato quel che oggi “è sotto gli occhi di tutti”, ha detto Carboni. “Senza arti, cieca e sorda. Così è nata una ragazza che è scomparsa pochi anni fa dopo aver vissuto per 25 anni in un lettino. Quando il procuratore Fiordalisi l’ha vista, e non mi vergogno nel riportare questo fatto, si è messo a piangere. Ma poi ci sono anche i bimbi nati senza apparato digerente o con patologie che hanno colpito l’apparato genitale. A Quirra il 65% dei pastori è morto di tumore. Ma va anche detto che non è sempre facile, soprattutto per una questione di pudore, documentare aborti e malformazioni. Intanto però stiamo documentando i casi in modo dettagliato e si arriverà all’elenco dei bimbi nati malformati. Più facile – ha aggiunto l’avvocato – avere dati sugli animali. Ad esempio, dalle ricerche è emerso che l’incidenza delle malformazioni sugli animali che pascolano all’interno del poligono è pari al 3,5%, mentre all’esterno si ferma allo 0,025. Questo è già una spia”.

domenica 19 febbraio 2017

L’EUROPA HA DECISO: L’ITALIA AVRA’ NON 1 MA 7 DEPOSITI DI SCORIE NUCLEARI - Gianni Lannes



Gli euroburocrati che decidono il destino del popolo italiano pensano che italiane ed italiani siano soltanto carne da macello, al massimo cavie per esperimenti non autorizzati dalla gente, ma che comunque vanno in onda sulla nostra pelle di esseri socialmente disuniti.

Dopo aver affondato impunemente per decenni centinaia di navi dei veleni e migliaia di container zeppi di scarti pericolosi delle industrie tedesche, francesi, elvetiche, olandesi  eccetera - sempre a Bruxelles si sono detti: perché scontentare Piemonte, Lazio, Campania e Basilicata, che si terranno per sempre le scorie. E non fare una sorpresa alla Sardegna?
 
«Il Deposito Nazionale sarà costituito da una struttura di superficie, progettata sulla base degli standard IAEA e delle prassi internazionali, destinata allo smaltimento a titolo definitivo dei rifiuti radioattivi a bassa e media attività».

E’ quanto è scritto a pagina 30 dell’audizione Sogin Spa, ovvero «Atto del Governo n° 58 (Gestione combustibile nucleare esaurito e rifiuti radioattivi)».
Dunque, la prima menzogna del Governo italiano è che non ci sarà un unico deposito nazionale. Infatti, per i rifiuti nucleari più pericolosi, ad alta attività o se preferite di terza categoria, è previsto un deposito di smaltimento geologico, vale a dire, nelle profondità della terra.



In passato, lo Stato italiano ha nascosto una quantità consistente di scorie nucleari, ben 350 metri cubi provenienti dalla centrale atomica militare di Pisa (Camen, già Cresam infine Cisam) nella miniera di Pasquasia in Sicilia (chiusa inspiegabilmente, seppure produttiva), dove ha operato l’Enea per un esperimento in materia di confinamento di scorie nel sottosuolo.
E’ sufficiente esaminare il primo inventario nazionale sulla contabilità nucleare redatto dall’Enea nel 2000 e successivamente dall’Apat, per appurare che dei 700 metri cubi sfornati dal reattore RTS 1, gestito dallo Stato Maggiore della Difesa, mancano oggi all’appello appunto 350 metri cubi. 

I depositi di rifiuti nucleari realizzati recentemente dalla Sogin - a Trino, Saluggia, Bosco Marengo, Borgo Sabotino, Garigliano, Trisaia - non sono “confinamenti temporanei” o momentanei, anche se le autorità, gli esperti di regime unitamente agli ambientalisti venduti al miglior offerente, lo vogliono far credere a tutti gli ingenui. Il settimo deposito di superficie sarà impiantato in Sardegna. "Tanto i sardi si vendono in cambio di qualche posto di lavoro, e poi sono già imbottiti di scarti radioattivi che dai vasti poligoni militari sono fluiti nel ciclo biologico", hanno pianificato dall'alto quelli che comandano a casa nostra, beninteso per conto terzi.
  
Altra menzogna di Stato: la quantità di scorie da allocare nel predetto sito sardo. L’ultimo inventario nucleare dell’Apat tra rifiuti e combustibile irraggiato, indica una quantità complessiva di 26.137 metri cubi. La Sogin, invece, ne ha già stimato 90 mila metri cubi. Qual è la reale provenienza di ben oltre 60 mila metri cubi di scorie atomiche? La risposta è scontata: l’Europa.

Basta una semplice ricerca e due minuti di tempo per appurare che dietro le due direttive Euratom (2009/71 – 2011/70) si nascondono nientedimeno che i soliti profittatori internazionali. La Svizzera, ad esempio, non fa parte dell'Unione europea, ma detta legge in materia di spazzatura nucleare, dopo aver già inondato il nostro Paese, con la sua incontenibile immondizia chimica e nucleare.


Agli scettici, a parte il decreto legislativo del 4 marzo 2014, emanato da Napolitano,  si raccomanda la lettura di un illuminante documento dell’Enea stilato ad uso del Governo italiano, licenziato espressamente il 3 febbraio 2014 per le Commissioni riunite Ambiente e Industria Senato della Repubblica si legge:

«All’art. 3 comma 6 vengono fissate le condizioni alle quali sono soggette le spedizioni, importazioni ed esportazioni di rifiuti radioattivi e di combustibile nucleare esaurito che possono essere smaltiti anche in Paesi Terzi con i quali siano vigenti specifici accordi sotto l’egida della Comunità. Infatti la Direttiva riconosce esplicitamente i possibili benefici di un approccio “dual track”, tendente ad affiancare alla creazione di un deposito nazionale anche un deposito geologico multinazionale condiviso, che possa essere incluso nei programmi di gestione dei rifiuti radioattivi nei vari Paesi Europei. Per quanto riguarda i rifiuti ad alta attività, l’ENEA aderisce all’Associazione privata “ARIUS” (Association for Regional and International Underground Storage, con sede in Svizzera) dalla sua creazione nel 2002, della quale ha anche detenuto per qualche tempo la presidenza e partecipa ai lavori di ERDO-WG (European Repository Development Organisation – Working Group). Tale gruppo ha la proprietà del concetto di deposito consortile europeo condiviso per quelle nazioni che, essendo dotate di modesti inventari di rifiuti nucleari, troverebbero di difficile gestione ed antieconomica la collocazione di tali materie in un deposito definitivo nazionale. La Direttiva, anche per il lavoro di sensibilizzazione svolto da ARIUS presso la Commissione Europea, considera questa opzione anche in caso di destinazione verso Paesi terzi esterni all’Unione, previo accordo con la Comunità (Ch.1 Scope, Definitions and General Principles, art.4, punto 4). Si ritiene necessario sottolineare che l’adesione dell’Italia alla costituzione del consorzio ERDO (European Repository Development Organisation) per lo sviluppo di un deposito geologico profondo regionale condiviso in ambito europeo è una opzione importante sia dal punto di vista politico, che dal punto di vista dell’accettabilità sociale; prevede una strategia ed una decisione a livello istituzionale, anche alla luce di quanto avvenuto in Italia con l’esito del referendum che ha, di fatto, sancito la chiusura del programma nucleare nel nostro Paese e, quindi, il proprio inventario dei rifiuti radioattivi rimarrà nei prossimi anni pressoché stabile».

Esaminando una miriade di carte ufficiali (Governo, Sogin, Enea, Unione Europea, Iaea) è facile rendersi conto che dietro a tutto si profila un unico intento, mascherato a parole dalla sicurezza ambientale, vale a dire, il profitto economico a tutti i costi quel che costi.

Dagli anni ’50 non è cambiato nulla, sempre a prendere ordini dagli “alleati” angloamericani. Nel 1959 ad Ispra in provincia di Varese, viene allestito il primo reattore nucleare (impianto di ricerca poi regalato all’Europa): è la premessa per la produzione di energia generata dall’atomo, senza valutare le conseguenze ambientali e sanitarie, sul territorio e da danno della popolazione. Così l’Italia eterodiretta per volere di Washington innalza le sue centrali in luoghi inidonei, con il fine certo di produrre energia elettrica, ma al contempo plutonio, utile per le bombe atomiche. Latina con il reattore a grafite e uranio. Trino Vercellese e Garigliano alimentate dall’uranio arricchito. Nel 1980 giunge anche Caorso, in mezzo al Po, un impianto che funziona con gli stesso combustibili del Garigliano. Nel frattempo, dal 1963 è attiva anche la centrale nucleare militare, ovviamente segreta del Camen, oggi Cisam, ed una miriade di reattore nucleari di ricerca: università di Palermo, Milano, Padova, Pavia. L’Italia non aveva e non ha una politica ecologica  di smaltimento della spazzatura nucleare. Non a caso - attesta la banca dati internazionale Iaea - nel 1967 inabissa i primi 23 metri cubi di scorie nucleari, consentendo in seguito ad alcuni Stati europei che vanno per la maggiore (Germania, Francia, Svizzera, ad esempio) di inabissare nel Mediterraneo di tutto e di più.

A metà degli anni '60 il Governo italiano realizza in Basilicata il primo cimitero nucleare, mascherandolo con un centro di ricerca, prima del CNEN, poi dell'ENEA. Alla Trisaia, a parte l'Itrec, ha operato attivamente l'Eni con una fabbrica di combustibili nucleari in società con un'azienda del governo inglese, ossia l'UKAEA. Le 86 barre dell'Elk River cedute da Washington - 20 soltanto riprocessate - sono ben altra cosa cosa, ovvero il ciclo uranio-torio. L'Eni ai magistrati ha sempre negato la produzione di plutonio alla Trisaia. Ma a luglio del 2013, in un'operazione quasi segreta, sono stati portati via da questo centro atomico in Lucania, ben 20 chilogrammi di uranio e plutonio, poi imbarcati su una nave diretta negli Stati Uniti d'America. Obama al recente vertice europeo di fine marzo ha ringraziato i maggiordomi della repubblichetta delle banane, per la cessione gratuita del materiale strategico. Appunto: quanto plutonio è stato prodotto dalle 5 centrali nucleari italiane? A proposito mister Napolitano, dove è finito?

Ma chi si è arricchito realmente con l'affarone dell'atomo nel belpaese? Vediamo un pò: prevalentemente società nordamericane e inglesi: General Electric, Westinghouse, Abb, Ukaea, Eni, Enel, Fiat. A pagare in termini economici nonché di perdita di salute è soltanto la popolazione, che non ha avuto benefici di alcun genere. Infatti l’attività di decomissioning viene finanziata dall’ignaro contribuente italidiota attraverso la componente A 2 della tariffa elettrica (la bolletta della luce). Lo hanno stabilito il Decreto interministeriale 26 gennaio 2000, la legge 83 del 2003 e il decreto interministeriale 3 aprile 2006.

Nel 1999 lo Stato ha inventato la Sogin un eufemismo, il cosiddettodecommissioning, inserendola nel portafoglio del ministero del tesoro. Nel 2010 la Corte dei Conti ha bocciato la gestione Sogin, oggi in nettissimo ritardo sulla tabella di marcia. In ogni caso, le ecomafie di Stati e le multinazionali del crimine ringraziano lo Stato tricolore. Tanto pagano sempre i "fessi". A proposito Matteo Renzi, che ne sarà della centrale nucleare della Difesa, in riva al Tirreno in quel di Pisa?




http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2011:199:0048:0056:IT:PDF

http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2009:172:0018:0022:IT:PDF

http://www.world-nuclear.org/info/nuclear-fuel-cycle/nuclear-wastes/international-nuclear-waste-disposal-concepts/

http://www.fanr.gov.ae/En/MediaCentre/News/Pages/UAE-Nuclear-Regulator-hosts-Radioactive-Waste-Management-Workshop-for-the-Middle-East-and-North-Africa-.aspx

http://www.iaea.org/INPRO/4th_Dialogue_Forum/DAY_4_2_August-ready/3._-_Kickmaier_INPRO_Forum_Aug_2012.pdf

http://www.nirs.org/mononline/nm746_48.pdf

http://www.world-nuclear.org/info/Nuclear-Fuel-Cycle/Nuclear-Wastes/Radioactive-Waste-Management/

http://www.enea.it/it/produzione-scientifica/pdf-volumi/RDSSintesi200911I.pdf

http://www.arius-world.org/pages/pdf_2008/WM_08_paperSAPIERRCMcC.pdf

http://www.arius-world.org/pages/pdf_2006_7/05_Braunschweig_11_2007%20.pdf

http://www.arius-world.org/pages/pdf_2006_7/B-EurUP-March%202006.pdf

http://www.arius-world.org/pages/pdf_2006_7/D-Bulletin%20of%20Atomic%20Scientists%20publication-in%20Press.pdf

http://www.arius-world.org/pages/pdf_2006_7/02-Las%20Vegas%20IHLRWM,%20Apr30-May4-2006.pdf

http://www.arius-world.org/pages/pdf2005/ICEM-1329-Stefula-McCombie.pdf

 http://www.arius-world.org/pages/pdf2005/IAEA_Safety_Conference-Tokyo-October.pdf

http://www.arius-world.org/pages/pdfs_pub/Dubrovnik%202004%20SAPIERR.pdf

http://www.sapierr.net/

http://www.earth-prints.org/bitstream/2122/1142/1/Amorino-Quattrocchi.pdf


http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2014/04/leuropea-ha-decretato-che-litalia-avra.html

sabato 18 febbraio 2017

La carne che costa poco ha un prezzo altissimo per animali e lavoratori - Stefano Liberti

È il grande rimosso del nostro tempo. Gli allevamenti intensivi – i capannoni dove gli animali sono rinchiusi, fatti ingrassare, trattati con antibiotici per evitare che si ammalino, infine inviati alla macellazione – sono qualcosa che nessuno vuole vedere. Paradossalmente, mentre cresce il consumo di carne al livello globale, aumenta la distanza fisica e anche cognitiva tra noi esseri umani e gli animali di cui ci nutriamo.
Eppure, quella animale dovrebbe essere una delle questioni più dibattute del mondo contemporaneo, con le sue enormi implicazioni morali, ma anche ambientali ed energetiche. Oggi, nel mondo due animali su tre sono allevati in questo modo. Il sistema non è sostenibile: le bestie rinchiuse nei capannoni devono essere nutrite. Milioni di ettari di terreno servono alla produzione di cereali e legumi per i mangimi, e sono sottratti alla coltivazione per l’alimentazione umana. Secondo le stime di Tony Weis, professore all’università di Western Ontario, il meccanismo allevamenti-colture per la produzione di mangimi occupa oggi un terzo delle terre arabili.
L’allevamento intensivo è nato nel 1923 negli Stati Uniti quasi per caso: la signora Celia Steele, di Oceanview (Delaware), ricevette per errore 500 pulcini invece dei 50 che aveva ordinato. Non volendo disfarsene, pensò di chiuderli in un capannone, li nutrì con mais e integratori e gli animali resistettero all’inverno. Replicò l’operazione e diventò milionaria. Negli anni settanta un agricoltore del North Carolina, Wendell Murphy, applicò il metodo di Steele ai maiali. Seguirono le mucche, i conigli, i tacchini. Negli Stati Uniti, ci sono circa 70 milioni di maiali rinchiusi nei capannoni.
E in Italia? Secondo le cifre dell’anagrafe zootecnica italiana, sono otto milioni, l’80 per cento dei quali ripartiti tra Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna. Nella sola provincia di Brescia ci sono 1.286.418 suini, circa ventimila più dei residenti. Nessuno li vede, perché nessuno li vuole vedere.

L’indagine dell’associazione Essere animali è la più completa mai condotta in Italia. Si tratta di un lavoro clandestino, fatto di appostamenti, di accessi notturni, di inviati sotto copertura. Le immagini che ne sono scaturite, di cui presentiamo qui una selezione, sono inquietanti. I maiali sono ammassati in spazi minuscoli, le scrofe sono imprigionate nelle cosiddette gabbie di gestazione, che gli impediscono ogni movimento. I polli “allevati a terra” (come si legge sulle etichette delle uova) vivono in capannoni sovraffollati privi di contatto con l’esterno. Gli uccelli non riescono a stare in piedi sulle proprie zampe perché sono letteralmente “gonfiati” con mangimi e ormoni. Tutto ciò non è un’eccezione, ma la prassi. Ed è una prassi del tutto legale.
Lontani di riflettori, questi animali risultano invisibili. Sono pura e semplice materia prima. Ma anche coloro che lavorano in questi capannoni sono invisibili: la grande maggioranza della manodopera negli allevamenti intensivi è costituita da immigrati, per lo più indiani, sottoposti a turni massacranti e a mansioni che molti di noi non accetterebbero. Questo è il sistema di sfruttamento e di sofferenza alla base della produzione intensiva di carne. Quel sistema che l’industria non vuole mostrare, ma che noi fingiamo di ignorare, felici di ottenere carne a basso costo il più spesso possibile.

venerdì 17 febbraio 2017

Eatkarus



Uscire dal labirinto della cattiva alimentazione che porta al sovrappeso e all'obesità si può. Gli sforzi da fare sono tanti spesso con pochi buoni modelli da seguire, ma poi sono ripagati dal raggiungimento degli obiettivi. Come quello di riuscire a fare cosa che prima erano impossibili. Ad esempio, in senso metaforico, volare. Perché ci si sente più leggeri, non più appesantiti da zavorre che spesso non sono soltanto fisiche. È questo il messaggio che arriva da un'emozionante video della catena di supermercati tedesca Edeka, famosa per i suoi spot creativi, che ha raggiunto la cifra record di oltre due milioni di visualizzazioni in pochissimi giorni (appena tre) su Youtube. Il video, che si chiama 'Eatkarus' e sposa la parola 'eat' (mangiare), con 'Karus', il mito di Icaro che insieme al padre Dedalo costruì delle ali per uscire da un labirinto, racconta la storia di un bambino, inserito in un contesto di persone obese in cui è ricompresa anche la sua famiglia, che ha il coraggio di cambiare. Molti sono gli sforzi richiesti, affrontati tra lo scetticismo e la derisione: lo si vede provare a volare, con tutto il suo peso, aggrappato a dei palloncini, nel tentativo di provare a imitare un uccellino che ha visto dalla finestra, o arrancare sulla neve per arrivare in cima a una montagna da cui provare a lanciarsi con delle ali. Fino a quando non cambia qualcosa: inizia a mangiare diversamente, comprende che la chiave per stare bene e perdere peso è una sana alimentazione. Dimagrisce, si libera, e finalmente può volare con le sue ali fatte di carta. Lo slogan dello spot e': "Mangia come ciò che vuoi essere". "È un video che scatena una reazione positiva, è delicato, dolce e non accusatorio - spiega Marina Biglia, presidente di Amici Obesi Onlus (www.amiciobesi.it) - parla di leggerezza. Di qualcuno che si è alleggerito anche attraverso l'alimentazione, si è liberato". "Evidenzia che l'obesità è una malattia curabile - conclude Briglia - offre una speranza".

Ma quale celiachia – Chiamatela Roundup


  
SONO ALMENO 12 MILA ANNI CHE L’UMANITA’ MEDITERRANEA SI NUTRE DI FRUMENTO SENZA PROBLEMI. E di colpo, ecco sorgere la “intolleranza al glutine”, con relativo ipersviluppo degli affari relativi a questa “malattia”: paste senza glutine a 5 volte il prezzo delle normali, prodotti bio dove l’etichetta dichiara “senza glutine”, cibi spesso a carico del servizio sanitario nazionale… Il glutine è un veleno? Si deve sospettare del grano geneticamente modificato? Per una volta no. Anche se c’entra il Roundup, il diserbante della Monsanto, specifiamente concepito dalla multinazionale per essere usato in abbondanza coi suoi semi geneticamente modificati (modificati appunto per resistere al diserbante, che uccide tutte le erbacce) .
Come ha scoperto la dottoressa Stephanie Seneff, ricercatrice senior al Massachusetts Institute of Technology (MIT), da una quindicina d’anni gli agricoltori americani, nelle loro vastissime estensioni, hanno preso l’abitudine di irrorarle di Roundup immediatamente prima della mietitura.In questo caso, approfittano delle qualità disseccanti del prodotto, con il suo agente attivo, glisofato. Hanno scoperto che, spargendo tonnellate di glisofato, la resa per ettaro aumenta. Perché? Perchè, prova a spiegare la Seneff, “le brattee protettive si frantumano, la spiga muore, e con l’ultimo sospiro, rilascia i chicchi” che altrimenti resterebbero attaccati nel resti della spiga ancor umida. L’aumento di resa non è enorme, ma è importante per coltivatori stra-indebitati con le banche. Inoltre, il disseccamento facilita la battitura condotta coi giganteschi macchinari industriali (spesso affittati, quindi se li si può usare per meno giorni, si risparmia) e consente di anticipare l’operazione di mietitura. “Un campo di grano matura di solito in modo ineguale; una irrorata di Roundup consente di disseccare ugualmente le zone ancor verdi e quelle già gialle, e procedere alla mietitura nello stesso tempo”, ha spiegato un coltivatore di nome Keith Lewis. E’ dunque l’estrema manifestazione della industrializzazione totale dell’agricoltura americana, nel quadro della violenza generale sulla natura (hanno abolito la rotazione agricola, coltivano sempre le stesse colture da denaro sullo strssso campo, compensando l’impoverimento del terreno con tonnellate di fertilizzanti chimici), hubrys che resterà sempre come lo stigma dell’americanismo quando avrà condotto all’estinzione di questa civiltà. Lo stesso ministero americano dell’agricoltura ha reso noto che, dal 2012, il 99% del grano duro, il 97% del frumento prinaverile, e il 61 % di quello invernale subisce il trattamento al glisofato: il che costituisce un aumento dell’88% per il grano duro, e del 91% per il primaverile rispetto a quanto si faceva nel 1998.

PICCOLO PARTICOLARE L’IMDUSTRIA DELLA BIRRA NON ACCETTA L’ORZO DA TRASFORMARE IN MALTO SE IRRORATO DI ROUNDUP i piselli e le lenticchie, se irrorate, non hanno parimenti mercato. Invece il grano si può vendere, e dar da mangiare agli esseri umani, oltre che agli animali allevati per la carne e il latte. Che esista una relazione diretta fra il consumo di grano così trattato e la misteriosa “intolleranza al glutine” non è dubbio. E’ stato comprovato da uno studio della dottoressa Senef e del suo collega Anthony Samsel, pubblicato già nel 2013 sulla rivista “Interdisciplinary Toxicology”. Chi è interessato può trovare i particolari (molto allarmanti) dell’interferenza patologica del glisofato nei processi di malassorbilento di minerali, inibizione dei citocromi, nella distruzione dei bio-batteri intestinali e persino nella sintesi della serotonina, senza dire che la celiachia quadruplica il rischio di cancro.




A NOI PROFANI BASTERA’ QUESTA TABELLA DEL TUTTO ELOQUENTE. Ora, è noto che quando in Sicilia il frumento è vicino al raccolto, arrivano nei nostri porti navi granarie delle sei “sorelle”, le multinazionali oligopoliste globali del grani, con i loro carihi: a prezzi stracciati. E’ grano americano, canadese, australiano – probabilmente conservato da più stagioni in quelle navi, dove controlli occasionali hanno rivelato grumi di muffa. Il mistero è come mai queste navi non vengano sistematicamente sottoposte ai controlli dei NAS e della Finanza, per procedere al sequestro, alla distruzione delle granaglie tossiche o muffite. Ciò che farebbe bene alla salute dei celiaci, e punirebbe il trasparente dumping che danneggia i nostri produttori. Il video-giornalista francese (origine portoghese) Paul Moreira ha completato un reportage esplosivo sulle coltivazioni Ogm (e il conseguente spargimento dell’erbicida Roundup) nelle pianure argentine, dove ormai la coltivazione di soya e mais sono tutte geneticamente modificate. “mi ha messo sull’avviso – racconta – un lancio della Asociated Press che segnalava che un numero crescente di bambini nelle zone agricole argentine nasceva malformato. Sul posto, telecamera a spalla, ho trovato cose indicibili. Si continua a ripetere che la cultura estensiva di OGM non presenta rischi per gli uomini? Ma non si dice che il Roundup e simili erbicidi sono sempre meno efficaci, e quindi gli agricoltori ne raddoppiano, o triplicano, la disseminazione per continuare a produrre le stesse quantità di mais e soia. Le sostanze restano duravolmente nelle falde freatiche.

IN UN VILLAGGIO DI VENTICINQUE CASE NEL MEZZO DELLA PAMPA HO VISTO 5 CASI DI BAMBINI DEFORMI E MALATI. Non ho avuto il coraggio di mostrarli tutti, ho ripreso le immmagini della bambina relativamente più bella che abbraccia la mamma. In queste famiglie nascondono i loro bambini, se ne vergognano come fosse colpa loro. Le autorità hanno cercato di dire che si tratta dei frutti di unioni fra consanguinei, poi hanno ammesso – davanti alla mia telecamera – la vera causa. Il gironalista ha prodotto il documentario *Bientôt dans votre assiette (de gré ou de force)” (presto nei vostri piatti, che lo vogliate o no) visibile su youtube. Anche la dottoressa Seneff ha segnalato l’abnorme comparsa di neonati malformati nello stato di Washington , 20 casi negli ultimi tre anni. “Hanno cercato le cause, hanno pesnato a tutto, tranne al glifosato. Non ci hanno pensato, ritenendolko innocuo. Ma ne gettano a tonnellate, e v finisce nei corsi d’acqua. Ci sono studi pubblicati che il glifosato causa l’anencefalia nelle rane (rane nascono senza cervello, ndr.): c’è una chiara connessione, e io ho anche appurato il motivo. Il glisofato blocca la degradazione naturale della’cido retinoico, che si accumula nel feto e è notoriamente la causa dell’anencefalia. …inoltre interrompe gli enzimi citocromo p450, che si accumulano nel fegato… è l’enzima che decompone l’acido retinoico”.
La speranza, conclude la dottoressa, “viene da Cina e Russia. La Russia ha preso una posizione fortissima contro gli Ogm. Putin ha detto: mangiate puro i vostri Ogm, noi non li vogliamo. E vengo adesso da una conferenza a Pechino organizzata dal professor Gu: ha raccolto tutti gli scienziati che hanno compiuto studi su Ogm e Roundup, ed hanno suonato l’allarme; Don Huber, Mae-Wan Ho, Jeffrey Smith, Judy Carman dall’Australia….i cinesi hanno visto che, in rapporto diretto con l’aumento della importazione di soya Ogm al Roundup, sono cresciuti infertilità, autismo, Parkinson. I cinesi possono fare la differenza, se cominciano a rifiutare le importazioni”.

mercoledì 15 febbraio 2017

La ricerca sul cancro è sotto attacco negli Stati Uniti - Marina Forti*



L’apparenza è quella di una disputa scientifica, ma a ben vedere ha risvolti molto politici. Nella prima settimana dell’era di Donald Trump un’organizzazione scientifica degli Stati uniti, l’American chemistry council (Consiglio americano della chimica) ha lanciato una campagna contro una delle istituzioni scientifiche affiliate all’Organizzazione mondiale della sanità. Si tratta dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, Iarc nell’acronimo in inglese.
Ed è un attacco senza mezzi termini. “Le monografie della Iarc sono responsabili di infinite notizie fuorvianti circa la sicurezza del cibo che mangiamo, i lavori che facciamo e i prodotti che usiamo nelle nostre vite quotidiane”, ha dichiarato il presidente dell’associazione statunitense, Cal Dooley, in un comunicato. Una delle attività della Iarc, che ha sede a Lione in Francia, è infatti quella di identificare le sostanze che possono provocare il cancro negli esseri umani: composti chimici, farmaci, sostanze con cui veniamo in contatto nella quotidianità o nella vita professionale o per stile di vita.
Per farlo, l’agenzia ha sviluppato un metodo fondato sulla revisione sistematica delle informazioni disponibili nella letteratura scientifica internazionale: quindi le sue valutazioni si basano su un bacino estremamente ampio di dati e studi, rivisti e valutati da un “gruppo di lavoro” e discusse in seminari interni.
Guardare chi è chi
Così, quando la Iarc pubblica una monografia su una certa sostanza, è l’esito di studi e revisioni durati mesi se non anni. E negli ultimi quarant’anni la Iarc ha individuato un migliaio di sostanze classificabili come “probabili” o “possibili” agenti cancerogeni. Ora però l’associazione statunitense accusa l’Agenzia internazionale di “persistenti deficienze scientifiche che provocano confusione e decisioni politiche male informate”.
Di fronte ad accuse così gravi è sempre utile guardare chi è chi. L’American chemistry council è un’organizzazione finanziata dall’industria chimica statunitense. E la sua campagna ha tra l’altro un obiettivo preciso, che si chiama glifosato, un erbicida tra i più diffusi sul mercato, brevettato negli anni settanta dalla multinazionale statunitense Monsanto. Due anni fa la Iarc ha catalogato il glifosato come sostanza “potenzialmente carcinogena”, cosa che in teoria dovrebbe portare a vietarne o almeno limitarne la vendita e l’uso. Per il momento l’ente europeo per la sicurezza del cibo (European food safety authority) si è limitato a raccomandare ai paesi membri di limitare l’uso del glifosato (per esempio, nel verde pubblico, giardini, scuole, campi sportivi), e l’Italia è per ora il solo paese dove il governo ha accolto la raccomandazione e decretato limiti molto stretti all’uso di glifosato.
Una decisione europea però incombe, anche perché nel 2012 è scaduta l’autorizzazione al glifosato e ora si procede per proroghe successive (l’ultima scadrà alla fine di quest’anno). L’ente europeo aspetta tuttavia che l’Agenzia europea per la chimica completi il suo studio sull’impatto del glifosato sulla salute umana e sull’ambiente.
Dunque c’è una divergenza nelle valutazioni dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro e dell’ente europeo, su cui si è acceso un dibattito in ambito scientifico che ha coinvolto studiosi ed epidemiologi (per esempio in commenti come questo). La posta in gioco sarà un mercato multimiliardario, considerato che il glifosato è presente in circa 750 prodotti per l’agricoltura e per il giardinaggio. Un ampio fronte di organizzazioni ambientaliste e per la salute ha lanciato una raccolta di firme per chiedere che l’Unione europea metta al bando il glifosato.
Questo però significa anche che la campagna dell’American chemistry council non è poi così innocente. L’associazione statunitense ha addirittura lanciato un sito web per attaccare la Iarc (in cui riprende tra l’altro dichiarazioni del capo dell’ente europeo per la sicurezza del cibo, Bernhard Url, il quale in un’audizione al parlamento europeo, alla fine del 2015 aveva accusato l’Agenzia di Lione di fare “una scienza da facebook” – anche allora a proposito del glifosato). L’associazione americana chiede che gli Stati Uniti, principali finanziatori della Iarc, taglino i loro fondi.
La Iarc ha risposto accusando l’industria chimica di usate una tattica simile a quella usata dall’industria del tabacco. Vale la pena di ricordare che tra gli sponsor dell’American chemistry council si contano Bayer, DuPont e Monsanto, le maggiori aziende chimiche mondiali. Come “scienza di parte” non c’è male.
(*) Ripreso dalla rivista «Internazionale». Marina Forti ha un suo blog: www.terraterraonline.org/blog/ovvero «Terra Terra – cronache da un pianeta in bilico». (db)

lunedì 13 febbraio 2017

Un bar israeliano serve birra alla spina palestinese. Poi accade quanto tristemente prevedibile - Roni Kashmin



I proprietari del Libira Brewpub nella parte bassa di Haifa volevano solo dare ai loro clienti la possibilità di assaggiare una birra palestinese della fabbrica di birra Shepherds Brewery di Ramallah, proponendola per un mese. Non avrebbero mai immaginato che sarebbe diventata una patata bollente politica e che avrebbe provocato reazioni rabbiose. In effetti, la scorsa settimana, c’è stato un numero sempre maggiore di chiamate in linea per boicottare in toto il loro stabilimento.

“Non vogliamo nessuna birra fatta con sangue ebraico!!!” ha scritto un tale in un post, maledicendo i proprietari e chiamando al boicottaggio del pub. Altri commenti comprendono “Tutti i proventi vanno al terrorismo”, e, “Fammi sapere quando smetti di vendere questa birra così penserò a tornare.”

“Tutto è iniziato con due nostri messaggi su Facebook”, dice Leonid Lipkin, uno dei tre proprietari del Libira, che si trova sulla Hanamal Street, aperto tutti i giorni. “Uno era un post sul fatto che ospiteremo birre del birrificio Shepherds Brewery di Ramallah, e il secondo un post che abbiamo condiviso da quella fabbrica di birra – sulla festa della birra in corso a Ramallah. L’ho lasciato così com’era, senza entrare in nessuna questione politica”.

Birre provenienti da fabbriche di birra diverse sono spesso presenti nel bar di Haifa, spiega Lipkin, che si tratti di birra dalla Cisgiordania, o dalle colline della Giudea in Israele, o dall’estero. Fa tutto parte di un approccio aperto che si è sviluppato in una precedente incarnazione di Libira, conosciuto anche sotto quel nome.

Lipkin: “Ho pensato che sarebbe stato bello, come parte del concetto di luogo, offrire una selezione sempre diversa di birre provenienti da altri birrifici. E’ pure interessante assaggiare una birra diversa ogni volta, e ho pensato quanto questo fosse importante, e così naturale – un buon modo per conoscere i dintorni. Lo stesso genere di cosa può accadere con il cibo di luoghi diversi, attraverso la conoscenza della cultura e dei costumi altrui, così come per mezzo della birra che fanno. Fa tutto parte della stessa immagine.

“Quando abbiamo aperto il nuovo posto, non c’era dubbio che avremmo continuato la tradizione di una selezione di birre da birrifici ospiti, e così abbiamo fatto fin dall’inizio. Oltre alle nostre cinque birre, abbiamo sempre offerto diverse varietà di altri produttori di birra in Israele e all’estero.”

Tra le birre che offre il pub di Lipkin ci sono prodotti di fabbriche di birra come Srigim nella valle di Elah, sud-ovest di Gerusalemme; Dancing Camel a Tel Aviv; BrewDog in Scozia (“un vero modello”); e birre dalle birrerie Taybeh e Shepherds, “capita che entrambe si trovino in qui luoghi noti come ‘i territori’ o ‘Palestina’ o ‘Autorità palestinese'”, come dice lui.

Una volta, osserva con una certa ironia, doveva andare a Tel Aviv per bere birra prodotta dalla Taybeh Brewing Company – anche se dice di avere avuto un lungo legame personale con i suoi proprietari. Taybeh è un villaggio a maggioranza cristiana che si trova a nord est di Ramallah, e la sua fabbrica di birra ospita un Oktoberfest.

“Taybeh e Shepherds – sono entrambi birrifici dei nostri vicini e, se fanno buona birra, non vedo quale sia il problema nel berla. In realtà, credo che tutti noi dovremmo avere un interesse naturale verso le persone che ci stanno intorno, soprattutto a Haifa, con la sua popolazione mista di ebrei e arabi”, continua Lipkin. “Per quanto riguarda queste fabbriche di birra nel territorio dell’Autorità Palestinese, è un po’ triste, senza con questo voler entrare in politica. Perché, chi fa la birra? I cristiani. E si può immaginare che sia come trovarsi tra l’incudine e il martello”.

Senza speculare ulteriormente sul motivo per cui i produttori di birra nei territori dovrebbero essere bersaglio di tante critiche, aggiunge: “Mi sembra così naturale e ovvio voler conoscere i propri vicini di casa, che non dovrebbe nemmeno esserci bisogno di una spiegazione. E sì, lo stesso vale per qui, quando alcuni dei vicini di casa sono arabi “.

Tuttavia, per alcuni di coloro che hanno lasciato commenti nei post di Libira sull’offerta di birra Shepherds, i palestinesi sono apparentemente nemici, prima di tutto.

“Sostenete il nemico e siete fieri di farlo! Siete il peggio del peggio!” sbraitava uno. “Continuate a sostenere la Palestina,” protestava un altro. “Chiunque vende birra dalla AP dovrebbe essere boicottato da Israele”, ha scritto un altro ancora.

Come se questo non bastasse, commentatori arrabbiati hanno anche fatto in modo di dare alla fabbrica di birra una stella (su cinque) divalutazione e hanno aggiunto un tag (in ebraico): “Boicottaggio Libira.” La posizione del pub ha cominciato a risentirne.

Eppure, nonostante tutto, Lipkin sembra essere abbastanza tranquillo (“Anche se commenti razzisti e di incitamento continuano ad arrivare”).

“Ovviamente, non è piacevole e naturalmente mi riferisco ai feedback su Facebook,” dice. “Ma solo per coloro che sapevo per certo che avevano dato un punteggio basso al pub solo a causa dei recenti eventi e non perché ne avessero una brutta esperienza. Eppure, mi piacerebbe mantenere una valutazione obiettiva”.

Come è possibile conoscere le ragioni che stanno dietro le varie valutazioni? “E’ facile a dirsi, e non solo per i tempi, ma perché i commenti inviati con queste recenti valutazioni lo indicano direttamente – puoi vedere il pregiudizio. Sono pieni di incitamento e razzismo o, nel migliore dei casi, pura spazzatura. Quando vedi qualcosa tipo, ‘Non bere la birra fatta col sangue degli ebrei’ – dai! E sai che ti dico? Se avremo meno clienti che la pensano così, non ne saremo veramente dispiaciuti – l’aria nel posto sarà più fresca”, dice Lipkin, prendendosi appena una pausa per respirare aria lui stesso.

“Noi di solito al Libira amiamo tutti i nostri clienti, ma non abbiamo bisogno che tutti vengano qui. E i clienti cosa vogliono? Non si lasciano toccare da queste reazioni, quindi continueremo a fare le cose nel modo in cui vogliamo”.

Traduzione Simonetta Lambertini-invictapalestina.org