martedì 23 gennaio 2018

Serifou non ricorda più le sillabe - Lino Di Gianni

Serifou ha dimenticato tutte le sillabe, nelle vacanze di Natale. Succede sempre così, con le cose delicate. Basta interrompere le attenzioni e qualcosa si arresta. Il suo amico Moussa invece, molto più giovane, adesso è lanciato nella lettura delle frasi, e non si stanca di mettere a posto le schede, per riguardarle. Quando uno non sa leggere, tutte le parole nuove deve tenerle a mente.
Serifou ha due bambini da seguire, una di nove anni con grosso handicap di udito. Lui l’ha portata qui per farla operare, per avere una vita migliore per tutta la famiglia, per curarsi le ossa della gamba che hanno una grave malattia.
Nelle ore in cui c’è Serifou arrivano anche molti altri rifugiati, sono contenti di venire, dicono. Io cerco di capire chi legge sillabe, chi legge parole, chi ha la mente agile. Ad esempio un ragazzo molto giovane, completamente analfabeta, lo sguardo pesante e indolente, nel tentare di ricordare le lettere dell’alfabeto. Uso il gioco del Tris per vedere le capacità logiche, e incredibilmente batte tutti segnando i suoi tre simboli alla lavagna: ha elaborato una strategia per cui si procura, contemporaneamente due possibilità di vincita. E vince contro tutti, anche contro di me.
Mi piace vedere quando chiedo a qualcuno di far da maestro a un suo compagno: si parlano in Bambarà e si prendono molto sul serio.
Nelle due ore successive, gruppo totalmente diverso, livello più elevato di studi, qualcuna laureata, qualcuna scuole superiori: diverse donne della Romania che tentano di conciliare i lavori di cura della famiglia con i loro spazi di studio.
Mi sembrano chiuse, tra di loro, queste persone dei paesi dell’Est: forse hanno paura di essere invischiate in amicizie che non desiderano. Eppure si sente che per loro la cultura e la conoscenza della lingua sono ancora valori importanti, anche per non essere inchiodate al ruolo di operaie nel settore più nocivo della locale fabbrica di motoscafi di lusso, quello delle resine. O di parrucchiere oppure di badanti.
Queste donne corrono da tutte le parti, si sposano giovani e fanno figli, e con la volontà stanno dietro a tutto, vere impalcature e sistema nervoso delle migrazioni. Qualcuna dice per amore, qualcuna per cercare lavoro, ma quando hanno un figlio è per lui che faticano e sperano.

lunedì 22 gennaio 2018

Lunga vita alle cose.Tremano i mercanti - Francesco Gesualdi

La notizia è del 28 dicembre ed è di quelle destinate a fare storia, non tanto per la sua rilevanza penale, quanto per i suoi risvolti culturali, economici, ambientali. Di scena è la Procura di Nanterre che ha deciso di aprire un fascicolo a carico di Epson, Brother, Canon e HP, multinazionali di apparecchiature informatiche sospettate di obsolescenza programmata.
Una pratica largamente in uso in tutto il mondo ma che in Francia è proibita dal 2015, con pene che possono arrivare fino a due anni di reclusione. E dire che nel 1932, tale Bernard London aveva proposto di renderla obbligatoria per legge, come strategia per rilanciare i consumi durante gli anni della grande depressione.
Dal latino obsolescens, traducibile come invecchiamento, perdita di funzionalità, l’obsolescenza programmata consiste nel progettare oggetti con tempi di vita predeterminati. Una vera e propria dichiarazione di guerra nei confronti dei consumatori lanciata per la prima volta da un gruppo di imprese produttrici di materiale elettrico che per assicurarsi la vittoria non esitò ad allearsi in un cartello denominato Phoebus. L’atto di nascita avvenne il 23 dicembre 1924 in un sontuoso hotel di Ginevra dove si incontrarono i dirigenti delle principali imprese mondiali di lampadine. Constatato che le vendite languivano a causa di lampadine capaci di durare fino a 2.500 ore, decisero di accordarsi su modelli che non durassero oltre le 1.000 ore. Un patto di ferro che impegnava ogni impresa a  test preventivi di cattiva qualità prima del lancio di ogni nuovo prodotto.
Il caso fece scuola e l’obsolescenza programmata si estese a molti altri settori, ciascuno con le proprie strategie di usura e di scoraggiamento alla riparazione. Ora utilizzando metalli ad arrugginimento precoce, ora cerniere di facile inceppamento, ora batterie di breve durata nascoste in alloggiamenti sigillati. Quanto alle stampanti, l’associazione francese Hop, da cui la Procura di Nanterre ha preso spunto, ha denunciato che la turlupinatura più frequente si annida nei microprocessori. Molti di loro arrestano il sistema dopo un numero di fotocopie troppo basso, quando nelle cartucce c’è ancora il 20 per cento di inchiostro.

Il 9 giugno 2017 anche il Parlamento Europeo si è espresso contro l’obsolescenza programmata ed ha invitato la Commissione Europea ad adottare tutte le misure che servono per incoraggiare le imprese ad uniformarsi a criteri di robustezza, riparabilità e durata. Una scelta motivata non solo dalla volontà di evitare ai consumatori inutili spese, ma soprattutto di evitare al pianeta inutili saccheggi e contaminazioni. Vari studi hanno dimostrato che allungando la vita degli oggetti si possono ottenere sensibili riduzioni di rifiuti solidi e di anidride carbonica.
Uno dei settori che genera prodotti a vita particolarmente breve è quello dell’elettronica.Fra telefonini, stampanti e computer ogni anno nel mondo si producono oltre 40 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, per la maggior parte classificabili come rischiosi. Una categoria di rifiuti che come denuncia la Laudato sii alimenta un vasto traffico illegale verso i paesi del Sud del mondo. Ma nessun governo ha mai mobilitato il proprio esercito per arrestarlo. Si stima che ogni anno oltre 11 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi salpino illegalmente verso le coste africane e asiatiche, dando luogo a immense discariche a cielo aperto. Una delle più grandi è quella di Agbogbloshie, un’estensione di due ettari posta alla periferia di Accra, capitale del Ghana. La piana, cosparsa di televisori, computer, stampanti e ogni altro tipo di carcassa elettronica, è contornata da una vasta baraccopoli in cui si consuma una tale violenza da essere stata battezzata Sodoma e Gomorra. Molti dei 40.000 abitanti della baraccopoli, bambini compresi, passano le loro giornate nella discarica cercando di recuperare ogni sorta di minerale possibile. E siccome la tecnica per liberare i minerali dalla plastica è il fuoco, tutta l’area è avvolta da una cappa di fumo ripieno di diossina e ogni altro veleno che genera tumori in ogni dove. Da Taranto ad Accra: così il consumo di cose si trasforma in consumo di persone.
Tanti sono i cambiamenti da introdurre per consentire a ogni abitante del pianeta di poter vivere dignitosamente del proprio lavoro svolto in condizioni di dignità, sicurezza e sostenibilità. Ma un modo è anche quello di combattere l’obsolescenza, che prima di essere un attacco alla vita delle cose è un attacco alla felicità delle persone, condannati come siamo alla frustrazione perenne di chi è costantemente incalzato da nuove sollecitazioni. Del resto già nel 1917, Charles Kettering, direttore di prim’ora della General Motors, ci aveva avvertito: “La chiave della prosperità economica è la creazione organizzata dell’insoddisfazione”. Ma l’infelicità è un prezzo troppo alto da pagare sull’altare della crescita. E’ tempo di cominciare a liberarci dall’insoddisfazione cronica pretendendo oggetti fatti per durare ed essere riparati. Ci guadagneremo in salute, sostenibilità ed occupazione.

domenica 21 gennaio 2018

Il prezzo dell’oro amazzonico - Francesco Gesualdi

Il 19 gennaio Papa Francesco sarà a Puerto Maldonado, città a sud del Perù sulle sponde di Madre de Dios, un corso d’acqua proveniente dal versante est delle Ande e affluente del fiume Beni dopo un viaggio di oltre mille chilometri per la foresta amazzonica. Va ad incontrare la Chiesa locale e le popolazioni dell’Amazzonia.

Di vitale importanza per il clima globale e custode di biodiversità e altri valori inestimabili, la ricchezza dell’Amazzonia è anche causa del suo declino. Dagli anni sessanta del secolo scorso le imprese possono penetrare al suo interno e portarsi via ciò che desiderano. Fra esse quelle minerarie ansiose di prendersi ferro, carbone, bauxite e molti altri minerali di cui il sottosuolo amazzonico era e continua ad essere ricco. Anche nella foresta attorno a Puerto Maldonado arrivarono le imprese estrattive attratte dalla presenza di oro. E se inizialmente il loro interesse era limitato ai giacimenti a maggior concentrazione, col tempo capirono che il prezioso minerale si trovava diffuso in tutta l’area, per recuperarlo bastava setacciare la zona. Un compito arduo e costoso, ma le imprese sapevano come fare per garantire i profitti per se e scaricare i costi sulle spalle di altri. Proposero alla popolazione locale di trasformarsi in cercatori d’oro con l’impegno a rivendere alle imprese proponenti tutto ciò che trovavano. Così nacque la figura del minatore artigiano, imprenditore di se stesso che per mettere insieme qualche grammo di oro è disposto allo sfruttamento di se stesso e dei propri figli considerato che il 20% dei cercatori d’oro sono minori.

La notizia della nuova formula occupazionale si sparse per tutto il Perù e Puerto Maldonado venne presa d’assalto da migliaia di forestieri attratti dalla fortuna dell’oro. La legge imporrebbe ad ogni minatore di iscriversi in un apposito registro, ma sono sconsigliati dal farlo perché non conviene alle imprese. Per loro l’economia illegale è più vantaggiosa: possono evadere il fisco ed evitare ogni altro obbligo sociale e ambientale richiesto dalla legge. In conclusione a Puerto Maldonado si è strutturato un sistema di reclutamento in nero che impone ai malcapitati perfino di rinunciare al proprio nome. Per cancellare ogni traccia di sé, si fanno chiamare col soprannome imposto dal caporale: smilzo, cileno, gatto selvatico e qualsiasi altro nomignolo che la fantasia può partorire. Loro ci mettono il lavoro, l’organizzazione l’attrezzatura, le sostanze chimiche e quant’altro serve alla perlustrazione.
  
Padre Xavier Arbex, che da anni si dedica ai minatori irregolari, parla di condizioni indicibili non solo per gli orari estenuanti e per il rischio di malattie e infortuni, ma per la possibilità di perdere la vita stessa. Non pochi, infatti, scompaiono, inghiottiti dalla foresta, forse solo per avere minacciato di autodenunciarsi alle autorità competenti. Purtroppo al dramma sociale si aggiunge quello ambientale per lo sversamento nei fiumi e nel terreno di montagne di olio esausto usato dalle imbarcazioni, di montagne di mercurio usato per l’amalgama dell’oro, di montagne di detriti prodotti durante l’esplorazione: un paio di tonnellate per ogni grammo di oro. Ed è proprio la questione ambientale a generare conflitti con le imprese minerarie non solo in Amazzonia, ma nell’intero Perù, considerato che l’attività estrattiva è diffusa in tutto il paese.

Secondo produttore al mondo di argento, zinco, rame e sesto di oro, il Perù conta 50mila concessioni minerarie estese su 21 milioni di ettari, il 14% del suolo nazionale. E se contribuiscono al 15% del prodotto interno lordo e al 60% delle esportazioni, il loro contributo all’occupazione è piuttosto modesto mentre è alto l’impatto ambientale per l’avvelenamento delle acque con metalli pesanti e la contaminazione dell’aria con polveri sottili. Ogni anno in Perù si contano centinaia di conflitti e di proteste popolari contro le imprese minerarie non solo per gli attentati alla salute, ma anche per i contenziosi legati alla terra. In un paese in cui i titoli di proprietà sono molto aleatori, le imprese hanno buon gioco a produrre documenti artefatti che permettono di sottrarre abusivamente terra ai contadini.

L’industria mineraria è in ripresa in tutta l’America Latina e ovunque si registrano i contraccolpi di un’attività organizzata per il beneficio di pochi a danno di molti. Spesso gli unici a recepire il grido di dolore dei poveri sono i gruppi ecclesiastici, che per svolgere un’azione più incisiva a sostegno del ripristino dei diritti calpestati, si sono coordinati in una rete continentale denominata Red Iglesia y minéria. In vista della visita del Papa in America Latina, la Rete gli ha inviato una lunga missiva in cui riepiloga gli abusi sociali e ambientali sofferti dalla popolazione a causa dell’attività mineraria. La speranza è che la sua presenza e il suo magistero possano suscitare senso di responsabilità nelle imprese e nei governi.

sabato 20 gennaio 2018

I piedi nella sabbia, a sud della Libia - Mauro Armanino

C’è lei, la sabbia, di cui siamo creature. C’è lei, la polvere, che si rifugia nelle borse, nelle scarpe e soprattutto negli occhi di coloro che poco sanno del grande SUD. C’è lei, l’acqua salata, delle lacrime e del mare che le inghiotte come fa la notte col tramonto della civiltà che si spegne accanto al pozzo. L’ultimo, battezzato ESPOIR è controllato dai militari che spiano i punti di ristoro dei viaggiatori di sabbia. I pozzi armati sono l’ultimo ritrovato nel variegato panorama del deserto. L’acqua è detenuta perché illegale.
Ci siamo noi, sconosciuti fino a qualche mese fa, al SUD della LIBIA, e d’improvviso ricercati per interposta persona. Terra di mezzo per la ‘spartenza’ di quanti, incoscienti e pazzi e profeti, si azzardano a indossare la sabbia, la polvere e infine il mare come padrini dell’umana arroganza. Corteggiano i muri, disabitati, delle rive che si ‘sguardano’ senza vedersi. Ci sono loro, nomi, volti, storie e follie da esportare agli stolti che pensano di salvarsi senza lacrime di perdono. Hanno sepolto i loro documenti per non tornare indietro.
Ci sono le bandiere degli eserciti e delle multinazionali dell’estrazione della fecondità della terra. Strade che le carovane hanno dimenticato e quelle che i mercanti e i contrabbandieri inventano ogni notte. Si fanno prove quotidiane di occupazione coi droni armati e le piste di atterraggio per le operazioni militari. Ci sono i bambini che giocano con la vita senza contare i giorni del calendario buttato viaCi sono le elezioni truccate e confermate dagli osservatori internazionali. Ci sono i rifugiati riportati indietro dalla prigioni della Libia.
Ci sono loro, i vulnerabili scoperti dal servizio della CNN sugli schiavi africani che tanto ha scandalizzato. Come se nessuno sapesse o fosse per pura fatalità che migliaia di persone erano imprigionate e vendute e comprate dal mondo umanitario che solo quello attende. Arrivano i nostri coi viaggi di salvezza in aereo e meno male che c’è il Niger, appena sotto il Sud della Libia. Dare lavoro alle ONG e pagare gli onerosi affitti per le case adibite a spazio di transito o meglio di attesa. Tra non molto si troveranno in un altro paese.
C’è la stabilità garantita e fragile dell’assedio che il vento organizza ogni mattina. Le frontiere sono l’invenzione più spudorata della civiltà occidentale. I valli romani al confronto sono giardini recintati per passare le ferie in tranquillità. Oggi sono un grande business perché si creano, si vendono e soprattutto si difendono dai viaggiatori senza biglietto di ritorno. A sud della Libia c’è la frontiera dell’Italia e dell’Europa che conta i secoli del passato e i giorni del futuro. La civilizzazione e la demografia vanno assieme.
Ci sono coloro che viaggiano senza sapere. Messi da parte durante i controlli della polizia e della dogana. Migranti, li chiamano, o potenziali irregolari, illegali, criminali che osano sfidare il destino e dare l’assalto al cielo. Li derubano dopo averli prima perquisiti e poi detenuti in attesa di espulsione. Cose d’altro mondo e inconcepibili solo fino a qualche anno fa. Tutto si è deciso altrove coi soldi e le politiche che hanno fabbricato la clandestinità. Cittadini si diventa ma uomini e donne si nasce per diritto di abitabilità terrena.
Qui, a Sud della Libia, stiamo coi piedi per terra, anzi, nella sabbia. Vi facciamo credere di aver vinto la battaglia senza colpo ferire. Soldi, ricatti, commerci e minacce. Immaginatelo pure e venite a controllare i vostri piani di sviluppo coloniale. Avrete l’impressione che tanto, alla fine, vi ringrazieremo per le vostre elemosine umanitarie. Manderete fotografi, giornalisti e ministri per tagliare il nastro di una conquista senza vincitori. Quando meno lo aspettate torneranno tutti, gli assetati del deserto, i perduti nella polvere e i sepolti nel mare. Verranno portando in silenzio la dignità che ci avete rubata.
Niamey, gennaio 017

venerdì 12 gennaio 2018

Marco Astorri. La plastica del futuro



Una plastica biodegradabile per pulire il mare dal petrolio - Edoardo Quartale

Marco Astorri, imprenditore bolognese, è ideatore di Minerv Biorecovery, una plastica naturale e biodegradabile, presentata lo scorso giugno a Bologna in occasione del G7 Ambiente. Una nuova tecnologia potenzialmente in grado di mitigare alcuni dei danni ambientali causati dall’uomo, come lo sversamento di idrocarburi in mare. Della scoperta ne ha parlato lo stesso Astorri lo scorso 18 novembre ad Ancona, nel corso dell’evento “21 Minuti Avant-garde. Un’economia sostenibile”, organizzato dalla Fondazione Paoletti.  

“Un progetto cominciato un paio di anni fa, e come tutte le cose rivoluzionarie nato un po’ per caso” - spiega Astorri, che continua - Era il 2015 e stavamo sviluppando l’utilizzo di questo biopolimero in un altro ambito, quello della cosmesi, per cercare di sostituire le particelle di plastica presenti nei cosmetici. Abbiamo così iniziato a sviluppare delle molecole particolari di biopolimero, cercando di capire se fossero in grado di risvegliare alcuni batteri presenti in natura da sempre, soprattutto nei mari. Questi batteri, che di fatto mangiano gli idrocarburi, tra cui il petrolio, non sono tuttavia in grado di risvegliarsi così facilmente. Minerv riesce invece a riattivare questi batteri accelerando l’intero processo e a ripulire il mare dai danni da sversamento nell’arco di circa venti-trenta giorni”.  

Insomma un italiano ha reinventato la plastica, e lo ha fatto proprio nel territorio dove un altro italiano, Giulio Natta, aveva inventato la plastica per come la conosciamo oggi più di sessant’anni fa. Una plastica che non solo non è fatta di petrolio, ma che il petrolio se lo mangia. Un prodotto naturale al 100%, ottenuto a partire da scarti agricoli di realtà limitrofe all’azienda. Bio-on rappresenta infatti un esempio importante di economia circolare nel panorama italiano ed europeo.  
“Siamo partiti dalle barbabietole, per poi scoprire che si poteva fare la stessa cosa con la canna da zucchero, con gli scarti delle patate e della frutta. Scarti non più utilizzabili per l’industria alimentare che venivano dispersi nell’ambiente - spiega Astorri, che continua - Abbiamo dunque sviluppato un processo industriale completamente green, che ha visto l’abbandono della vecchia chimica pesante”. Astorri è infatti convinto che la natura rappresenti il futuro della chimica moderna: “Il fatto che dal dopoguerra l’uomo abbia fatto un uso sbagliato della chimica è un incidente di percorso. Bisogna dunque fare un passo indietro e tornare ad utilizzare gli elementi che la natura ci offre e trasformarli attraverso la chimica”.  

Un’invenzione che appena brevettata ha visto da subito un grande successo. Le aziende petrolchimiche hanno iniziato a bussare alla porta di Bio-on e solo nel 2016 sono state concesse 13 licenze.  

Su questa scoperta si aprono infatti scenari incoraggianti che vanno dalla pulizia dei porti, tra i luoghi costieri più inquinati, alla bonifica dei disastri in mare, dalla pulizia dei terreni all’eliminazione della plastica in mare, con risvolti positivi anche dal punto dell’alimentazione. Si perché oggi sappiamo che la plastica è entrata a far parte della catena alimentare e gli studi più recenti hanno fatto emergere un dato allarmante: entro il 2050 negli oceani si avrà più plastica che pesci. “‘Bio Recovery’ vuol dire proprio questo, rimediare ai disastri dell’uomo con qualcosa di naturale” conclude Astorri.  
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