giovedì 22 settembre 2016

La rivolta dei Lakota Sioux contro «il serpente nero» - Marco Cinque

Una nuova guerra, subdola e silenziosa, è iniziata contro i popoli nativi del Nord America, sia in Canada sia negli Usa: la guerra dell’acqua e del petrolio, dichiarata dalle multinazionali, in particolare dalla compagnia Enbridge, che in nome del progresso e dei profitti sta mettendo a repentaglio la stessa terra, i fiumi e le risorse necessarie per sopravvivere in quei territori.
La realizzazione di un gigantesco oleodotto, il Dapl (Dakota Access Pipeline), definito emblematicamente «serpente nero», che prevede l’attraversamento di quattro stati, tra cui il North Dakota, passerà anche sotto il fiume Missouri e diversi altri corsi d’acqua, minacciando seriamente l’incolumità di milioni di persone, tra cui gli indigeni della nazione Hunkpapa Lakota di Standing Rock.
L’oleodotto è un progetto che costa circa 4 miliardi di dollari e che dovrebbe portare 470mila barili di petrolio al giorno, dai giacimenti petroliferi della parte occidentale del North Dakota fino all’Illinois, dove sarebbe collegato con altre condotte. Le proteste dei Lakota sono iniziate già dallo scorso aprile ed hanno coinvolto diverse altre tribù (Cheyenne, Arapaho, Crow) trasformandosi nel più grande raduno permanente dai tempi della storica occupazione di Wounded Knee, nel 1973. All’allargamento della rivolta, ferma ma pacifica, purtroppo c’è stata una risposta repressiva e violenta da parte della polizia, con pestaggi, arresti indiscriminati di più di 40 nativi e persino l’utilizzo di cani da combattimento aizzati anche contro donne e bambini. Tra gli arrestati spiccano i nomi del presidente tribale Dave Archambault II e quello del consigliere tribale Dana Wasinzi, rei di aver oltrepassato il cordone di sicurezza degli agenti. E’ emblematico il fatto che, ancora oggi, esponenti delle tribù amerindie vengano arrestati per violazione di domicilio della loro stessa terra.
Nella dichiarazione congiunta «No Keystone XL Pipeline Will Cross Lakota Lands», i movimenti indigeni Honor the Heart, Oglala Sioux Nation, Owe Aku e Protect the Sacred, si rivolgono direttamente al presidente degli Stati uniti, Barack Obama: «La Oglala Lakota Nation ha assunto la leadership dicendo «no» alla Keystone XL Pipeline. Ha fatto ciò che è giusto per la terra, per il suo popolo ed ha invitato i suoi leader ad alzarsi in piedi e proteggere le loro terre sacre. E hanno detto che il KXL non deve attraversare il territorio che si estende oltre i confini della Riserva. I loro cavalli sono pronti. Così come lo sono i nostri. Noi siamo con la Nazione Lakota, siamo al loro fianco per proteggere l’acqua sacra, stiamo con loro perché gli stili di vita indigeni basati sulla terra non siano danneggiati da un oleodotto nocivo e tossico.
Riconoscendo la responsabilità di proteggere Madre Terra, i popoli indigeni non permetteranno che questo oleodotto attraversi le nostre aree protette dal Trattato». A seguito della mobilitazione, la costruzione dell’oleodotto è stata temporaneamente sospesa, in attesa della decisione di un giudice federale. Nel frattempo, la società di costruzione dell’impianto, la «Partner Energy Transfer», ha citato in giudizio diversi manifestanti indigeni, accusandoli di intimidire gli imprenditori e di bloccare i lavori di costruzione.
Inizialmente la rivolta è stata silenziata dai media locali, che in molti casi hanno utilizzato la già collaudata tecnica di criminalizzazione dell’azione intrapresa dagli esponenti indigeni.
Il Governatore del South Dakota, Jack Dalrymple (tra l’altro è anche il consigliere di Donald Trump), ha cercato in tutti i modi di disperdere i manifestanti con posti di blocco e il taglio dell’acqua nei campi dove i dimostranti erano radunati. In seguito è emerso che Dalrymple, assieme ad altri sostenitori del progetto KXL, possiedono quote nella società stessa e che sono quindi in palese conflitto d’interessi.
Dopo diversi appelli, continue marce di protesta e il coinvolgimento attivo di personalità dello spettacolo, tra cui Leonardo Di Caprio e Susan Sarandon, la vicenda è stata finalmente ripresa anche sulla prima pagina del New York Times e su diversi altri media americani e internazionali.
Il 9 settembre scorso, un giudice federale ha però respinto la richiesta dei nativi e delle associazioni ambientaliste, decidendo quindi di far proseguire i lavori dell’oleodotto. Ma, nello stesso giorno, subito dopo la decisione del giudice, è scesa in campo l’amministrazione Obama che, attraverso il Dipartimento di giustizia, ha emanato un decreto che sembrerebbe bloccare i lavori di costruzione nell’area in cui si trova la riserva dei nativi. Ma un articolo di Jafari Tishomingo e M. David, pubblicato sul Counter Current News dell’11/09/2016 ci mette in guardia: «Obama ha solo suggerito di “fermare volontariamente” la costruzione del pipeline per un piccolo tratto del gasdotto proposto, d’accordo con i leaders di Standing Rock coi quali ha parlato. Quindi, perché il governo esagera, se non addirittura mente, su quello che è successo con la Casa Bianca nell’“intervento” di venerdì? Molti dei manifestanti del campo di Standing Rock ritengono che il motivo sia quello di convincere la gente a desistere».
L’efficacia della protesta Lakota risiede nel fatto che essi non si considerano semplici «protestors», cioè manifestanti, ma «protectors», vale a dire protettori che stanno lottando non solo egoisticamente per una causa che li riguarda, ma per la Madre Terra, quindi per tutti noi.
Una delle loro parole d’ordine è Mni wiconi, cioè «L’acqua è vita». Confidiamo che possa continuare ad esserlo.


(*) ripreso da «il manifesto» del 14 settembre

martedì 20 settembre 2016

La battaglia di Marco: dal disagio psichiatrico al riscatto

(di Monica Magro)

Camminare come terapia, anche per le malattie psichiatriche. Un esempio è Marco Francesco Simbula, 32 anni di Villacidro, anni fa colpito da un grave disturbo psichiatrico, oggi studia per diventare un operatore socio-sanitario. Lui, insieme ad altri, è stato uno dei primi a sperimentare il percorso di “Sentieri in libertà”: il trekking sui Tacchi dell’Ogliastra (leggi quiideato da Alessandro Coni,direttore del dipartimento di salute mentale e dipendenze della Asl di Sanluri. “Il mondo per me non esisteva più, ero destinato a bruciarmi, non avevo più rapporti sociali, non mi godevo più neanche un bicchiere d’acqua. I nostri genitori ci hanno dato la vita, la malattia ci toglie tutto, non ci lascia niente”. Lo descrive così il tunnel nel quale Marco è finito 14 anni fa, all’età di 18 anni. Poco importa conoscere il nome della patologia perché “chiunque abbia vissuto un’esperienza di malattia psichiatrica sa bene quanto sia difficile“. Quattordici anni fa Marco era un ragazzo come tanti, ha vissuto delusioni sentimentali e affettive che hanno portano a un malessere. “Ma non capivo cosa mi stesse succedendo, non ero più io, non realizzavo di avere un problema – racconta Marco – la malattia ti fa vivere in un mondo che non è più normale, è come prendersi in giro da soli. Sono stato malissimo, nell’immensa solitudine e nella nullità, senza autostima”.
Eppure “il disturbo psichiatrico non lo puoi nascondere, si vede, imbarazza, ti tremano le mani, sei spaesato, e uscire da quel tunnel è difficile  – sottolinea Marco -. Occorre affrontare la malattia in tempo, con le persone giuste”. Solo sotto consiglio della sorella, il 32enne ha deciso di farsi aiutare, pur non sapendo di essere affetto da un disturbo psichiatrico: “Per me era normale il disordine nella testa e non capivo cosa potesse darmi uno psichiatra”. Così ha deciso di affidarsi a un’equipe di medici e ha capito che “i rapporti sociali cambiano la vita, e inizi di nuovo a vivere, meno pastiglie, meno gocce, più vita”.
Da una seduta con uno psichiatra una volta alla settimana, dopo qualche mese ha accettato di iniziare una terapia di gruppo dove ogni partecipante racconta a i suoi problemi, un percorso durato anni, durante il quale ha dovuto superare numerosi ostacoli. “L’equipe di medici mi ha permesso di esistere. Ho dovuto stringere i denti, ma prima ancora è stato necessario capire che dovevo fidarmi di loro”. Mentre racconta il disagio, nelle sue parole si percepisce un senso di gratitudine nei confronti di chi, come il suo psichiatra che ora definisce ‘un fratello, uno zio’, gli ha dato l’opportunità di rimettersi in gioco. Ma dopo la fiducia nei confronti degli operatori, ha capito che un ruolo fondamentale nella sua vita lo hanno avuto i rapporti sociali, attraverso il volontariato.
“La buona volontà di aiutare gli altri mi ha dato tante soddisfazioni, mi  ha permesso di alzarmi la mattina e mi ha fatto andare a letto la sera – spiega – così mi sono riappropriato dell’indipendenza e della lucidità”. Dalla malattia psichiatrica, Marco oggi è tornato a essere la persona che era prima di entrare nel vortice di pensieri e sensazioni che lo costringevano a vivere un mondo distorto. Dopo anni di volontariato, dove ha riscoperto il piacere di avere un contatto con la società, oggi è impegnato mattina e sera. Nella prima parte della giornata lavora come giardiniere, mentre nel corso della serata studia per diventare un operatore socio-sanitario. Conduce una vita normale che si suddivide tra lavoro, studio, uscite con gli amici e progetti per il futuro. “Gli studi costano, io oggi sono un ragazzo indipendente e mi sento benissimo”. I suoi sogni sono gli stessi della maggior parte dei suoi coetanei. “Vorrei concludere quanto prima gli studi per trovare un lavoro e arrivare alla totale indipendenza – dice – e poi penserò anche a una compagna”. Ma ha anche dei consigli per chi vive in questo momento la malattia che lui è riuscito a sconfiggere. “Non mollate, dovete capire che la vita continua – sottolinea – cambierà, sta cambiando. Aprite la finestra e guardate fuori, là c’è ancora il mondo e quello è solo l’inizio di una trasformazione. Fidatevi degli specialisti, delle persone che stimate. Fatevi prendere per mano da loro”.

sabato 17 settembre 2016

la vedetta antincendio - Fiorenzo Caterini

La vedetta antincendio in Sardegna merita la dedica di un articolo tutto per lei, per un motivo molto semplice: perché rischia l’estinzione.
Anni fa, la Regione Sardegna, punta da quella che l’antropologo Placido Cherchi, nel corso di un convegno sugli incendi in Sardegna, nei primi anni del 2000, definì la sindrome di Talos, l’automa di bronzo dell’antica Creta, simbolo della sudditanza psicologica nei confronti della tecnologia, acquistò un costosissimo apparato di telerilevamento degli incendi, con l’ipotesi di sostituire la vedetta “umana”.
Poco tempo dopo la stessa Regione, dopo il collaudo del Corpo Forestale, ricusò quel costosissimo appalto con la motivazione di una scarsa efficienza. La questione finì in una lunga causa giudiziaria non ancora definita e ancora oggi, di tanto in tanto, l’eco di quella contesa rimbalza nei media, con sospetti adombrati di chissà quali interessi politici, con richiami alla famigerata “industria del fuoco”, come se essa potesse essere alimentata dal lavoro dato a qualche vedetta piuttosto che dall’acquisto di apparecchi che costano un occhio della testa.
Ma una cosa, da addetto ai lavori, a prescindere dall’esito di quella causa giudiziaria, me la sento di dire a prescindere.
Che la vedetta “umana”, almeno per il momento, è insostituibile. E credo che lo sarà per molto tempo ancora.
Le vedette sono nella maggioranza operai dell’Ente Foreste (ora Forestas) scelti per la loro conoscenza del territorio. Conoscono ogni località, ogni casolare, strade, terreni, corsi d’acqua, coste, montagne e asperità, nonché i loro riferimenti topografici.
Un giorno la vedetta avvistò del fumo. Mentre la pattuglia si recava sul posto, la vedetta forniva informazioni sull’andamento di quello che stava diventando un vero e proprio incendio. Dal colore si poteva risalire al tipo di vegetazione bruciata, dall’inclinazione della colonna di fumo si poteva prevedere il comportamento che l’incendio stava prendendo, sulla base dei diversi fattori predisponenti, la morfologia del territorio, la tipologia della vegetazione, l’insolazione, il vento.
La pattuglia a tutta velocità, da lontano, vedeva la colonna del fumo che stava crescendo, ma non sapeva quali strade prendere. La vedetta allora gli indicò la strada poderale più breve. La pattuglia trovò la strada sbarrata da un pesante cancello, come si usa in Gallura per non far scappare il bestiame. La chiave del lucchetto, spiegò la vedetta, ziu Antoni la mette sotto la pietra che c’è li vicino.
Ora ditemi quali sistemi elettronici di rilevamento possano sostituire un servizio simile.
Purtroppo l’elemento umano, nella nostra civiltà sempre più virtuale e sempre più dominata dalla tecnologia, sta perdendo valore.
Assumere vedette brave nel loro mestiere “alimenta” il clientelismo e l’industria del fuoco.
Costosissimi, quanto inutili apparati tecnologici, invece no.
Ed infatti le vedette storiche dell’antincendio, quelle che ti sapevano dire che ziu Antoni, in quella data ora, era allo stazzo governando il bestiame e ti poteva dare una mano, un attrezzo, una bottiglia di acqua fresca, una dietro l’altra se ne stanno andando in pensione, e non vengono rimpiazzate perché, si sa, assumere gente costa soldi, e c’è la crisi.
E su focu andendi.
PS: secondo autorevoli fonti interne al CFVA, si precisa che il collaudo del costoso sistema è risultato negativo e la Regione non lo ha preso in carico.

venerdì 16 settembre 2016

In Ogliastra la montagna diventa terapia per il disagio mentale

(di Monica Magro)

Camminare sui ‘tacchi’ d’Ogliastra per superare un disagio mentale. È possibile grazie al progetto ‘Sentieri di Libertà, giunto alla sua terza edizione. Un’iniziativa di montagna- terapia dove non si distingue chi è il medico e chi il paziente, ma semplicemente al centro del laboratorio di psicoterapia c’è la comunità. Attraverso il contatto con il corpo e l’incontro con gli altri il trekking permette alle persone perse nella malattia di riappropriarsi di sé e di abitare un nuovo mondo, riacquistando la dignità persa.
Dal 14 al 18 settembre oltre 200 pazienti proveniente dai centri di salute mentale della Sardegna, con tutte le Asl regionali coinvolte (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia) saranno accompagnati da oltre 100 specialisti tra medici infermieri, psicologi e esperti di montagna. Nessun camice bianco tra un percorso e l’altro tra Jerzu, Tertenia, Perdasdefogu, Ulassai, Gairo, Cardedu, Osini, Ussassai, solo una maglietta rossa con su scritto ‘Sentieri di libertà’. Non solo trekking ma un convegno itinerante che prevede anche dibattiti sui temi inerenti la salute mentale, momenti conviviali e feste per le comunità ospitanti. “Questa iniziativa nasce da un laboratorio di montagna-terapia ideato come volontariato fuori dall’orario di servizio rivolto a 15 pazienti circa, è diventato un progetto culturale perché il gruppo ha prodotto dei libri e si è trasformato in un progetto di psicoterapia di comunità- ha spiegato Alessandro Coni, direttore del dipartimento di salute mentale e dipendenze della Asl di Sanluri che ha ideato il progetto- tutte le Asl della Sardegna saranno presenti a dimostrazione che un progetto così può essere condiviso, e anche con poche finanze si possono organizzare cose importanti”. I protagonisti del progetto (interamente autofinanziato) saranno persone che per tanto tempo sono rimaste chiuse in casa e che nel tempo avevano perso le relazioni con le persone, e che invece ora, sono pronte a comunicare le loro emozioni alle popolazioni ogliastrine durante un concerto.



Il programma. Si inizierà nel corso della serata di mercoledì 14 settembre a Perdasdefogu con la proiezione del documentario ‘Semus Fortes’. Mentre giovedì 15 nel Rifugio d’Ogliastra di Jerzu ci sarà l’anteprima del documentario ‘Sentieri di Libertà’ dell’associazione culturale Lunadigas. Dalla mattina di venerdì 16 settembre entrerà nel vivo l’evento con il trekking in località ‘Sarrala’ a Tertenia. Alle 20:30 dello stesso giorno in piazza Barigau è invece previsto l’incontro con Fausto De Stefani dal titolo ‘Leghiamo i Tacchi all’Everest’. La giornata sarà chiusa alle 21:30 dal concerto di Gavino Murgia & Crazy Not/te’. Sabato 17 settembre ‘Sentieri di libertà’ si sposterà a Gairo per il trekking sul Perd’e Liana. Stessa location, alle 16:30, per il ‘Ballo della montagna’. Mentre alle 21 in località ‘Sa Brecca’, nel territorio di Osini , si terrà la seconda performance dei concerti di ‘Gavino Murgia & Crazy Not/te’. Il progetto si chiuderà domenica 18 settembre dalle montagne al mare con la discesa di tutti i partecipanti nella marina di Cardedu.
In cammino. “Questa è una metafora di ciò che stiamo cercando di fare nelle politiche sanitarie, avere un atteggiamento diverso sulla politica psichiatrica- ha commentato l’assessore regionale alla Sanità Luigi Arru- il simbolo chiaro del tentativo finalizzato al recupero e reinserimento e superamento di una visione che vedeva l’istituzionalizzazione della persona affetta di malattia mentale. Stiamo cercando di promuovere una visione della malattia mentale che abbia un sentiero pieno di messaggi in cui si vede la persona in tutta la sua complessità”. “Cammineremo con loro e vivremo con loro- ha aggiunto Mariangela Serrau, sindaco di Osini e presidente dell’Unione della Valle del Pardu dei Tacchi- speriamo di riuscire tra due anni a coinvolgere tutta l’Ogliastra”.
Un’esperienza unica in Italia per tipologia e numeri di partecipazione e della quale, per questa edizione 2016, hanno voluto far parte lo scalatore di fama mondiale Fausto De Stefani, il secondo alpinista italiano dopo Reinhold Messner ed il sesto al mondo ad aver scalato tutte le quattordici vette superiori agli 8000 metri e il musicista Gavino Murgia. E proprio durante i concerti di Murgia saranno coinvolti i pazienti per la registrazione e la realizzazione successiva di un c’è live. “La presa in carico complessiva da parte della comunità per ridare il valore alla persona ci permette di attivare un percorso, un sentiero di libertà- ha detto Massimo Coa, presidente dell’associazione Andalas che cura la logistica del progetto- recuperando così la dignità della persona, dogliamo dare attenzione alla patologia mentale facendo capire che l’istituzionalizzazione può essere superata favorendo il superamento dello stigma”.
da qui


 
QUI e QUI due canali youtube con interessanti interviste ai protagonisti del trekking



mercoledì 14 settembre 2016

una lettera di Roald Dahl

A sette anni, Olivia, la mia figlia maggiore, prese il morbillo. Ricordo che mentre la malattia faceva il suo corso leggevo spesso per lei mentre era a letto, e non ero particolarmente preoccupato. Poi un mattino, quando ormai stava guarendo, ero seduto sul suo letto e le stavo mostrando come fare degli animali con dei nettapipe colorati. Quando ha provato a farne uno lei, mi sono reso conto che le sue dita e la sua mente non si coordinavano e lei non riusciva a fare niente. «Ti senti bene?» le chiesi. «Mi sento assonnata», mi rispose. Nel giro di un’ora aveva perso conoscenza. Dodici ore dopo era morta. Il morbillo si era trasformato in una cosa terribile chiamata encefalite morbillosa, e non c’era niente che i dottori avrebbero potuto fare per salvarla. Questo accadde nel 1962, ma persino ora se una bambina col morbillo finisse per sviluppare la stessa reazione di Olivia, non ci sarebbe comunque niente che i dottori potrebbero fare per lei. D’altra parte, oggi c’è qualcosa che i genitori possono fare per assicurarsi che ai loro figli non accada una simile tragedia. Possono far vaccinare dal morbillo il loro bambino. Nel 1962 non potevo fare una cosa del genere per Olivia perché all’epoca non era stato ancora messo appunto un vaccino affidabile contro il morbillo. Oggi ogni famiglia ha a disposizione un vaccino valido e sicuro: tutto quello che dovete fare è chiedere al vostro medico di somministrarlo. Ancora oggi le persone non pensano che il morbillo sia una malattia pericolosa. Ma lo è, credetemi. A mio parere, i genitori che oggi rifiutano di far vaccinare i loro figli mettono le loro vite in pericolo. In America, dove vaccinarsi è obbligatorio, il morbillo e il vaiolo sono stati spazzati via. Qui in Regno Unito, visto che molti genitori si rifiutano di far vaccinare i figli – che sia testardaggine, ignoranza, o paura – abbiamo ancora circa centomila casi di morbillo ogni anno. Di quelli, più di 10 mila malati avranno qualche effetto collaterale di vario tipo. Almeno 10 mila svilupperanno infezioni alle orecchie o ai polmoni. Circa 20 moriranno. PENSIAMOCI BENE.
Ogni anno in Gran Bretagna circa 20 bambini moriranno per il morbillo. E allora quali sono i rischi che corrono i vostri figli se verrano vaccinati? Sono quasi inesistenti. Ascoltatemi. In un posto con circa 300 mila persone ci sarà solo un bambino ogni 250 anni che svilupperà seri effetti collaterali dal vaccino contro il morbillo! È circa una possibilità su un milione. Penso che ci siano più possibilità che vostro figlio si soffochi con una tavoletta di cioccolato che di ammalarsi seriamente a causa del vaccino contro il morbillo. E allora per quale ragione al mondo vi state preoccupando? È davvero criminale non far vaccinare vostro figlio. Il momento ideale per farlo è a 13 mesi, ma non è mai troppo tardi. Tutti i bambini in età scolare che ancora non sono stati vaccinati contro il morbillo dovrebbero pregare i loro genitori di farlo il prima possibile. A proposito. Ho dedicato due dei miei libri a Olivia, il primo era James e la pesca gigante (James and the Giant Peach). All’epoca era ancora viva. Il secondo è Il GGG (BFG), dedicato alla sua memoria dopo che era morta per il morbillo. Troverete il suo nome all’inizio di questi due libri. So quanto sarebbe felice se potesse sapere che la sua storia ha aiutato a risparmiare un bel po’ di malattie e morte tra gli altri bambini.

martedì 13 settembre 2016

Fertility Day. Il giorno del “fragà” - Ascanio Celestini

Il Fertility Day è la giornata della sorca e dell’uccello. Si tratta di una citazione dal Belli, ovviamente. Ma per spiegare questa immagine parto dal passato nel quale il grande poeta ha vissuto.
Aveva poco più di quarant’anni Robert-François Damiens quando piantò un coltellino nel fianco del re di Francia Luigi XV il “Beneamato”. Poi quel re non morì perché l’arma di Damiens era mortale come un coltellino svizzero. Ma mortale fu per lo stesso Damiens «condotto e posto dentro una carretta a due ruote, nudo, in camicia, tenendo una torcia di cera ardente del peso di due libbre»; poi «nella detta carretta, alla piazza di Grêve, e su un patibolo che ivi sarà innalzato, tanagliato alle mammelle, braccia, cosce e grasso delle gambe, la mano destra tenente in essa il coltello con cui ha commesso il detto parricidio bruciata con fuoco di zolfo e sui posti dove sarà tanagliato, sarà gettato piombo fuso, olio bollente, pece bollente, cera e zolfo fusi insieme e in seguito il suo corpo tirato e smembrato da quattro cavalli e le sue membra e il suo corpo consumati dal fuoco, ridotti in cenere e le sue ceneri gettate al vento».
Insomma venne squartato e bruciato e non senza alcuni impedimenti visto che ai quattro cavalli che si usarono per lo squartamento pare che se ne dovettero aggiungere altri due e i boia di Stato aiutarono lo smembramento incidendo coi coltelli i quattro arti. Ce lo ricorda Michel Foucault nelle prime pagine di un suo famosissimo testo. Quello era il tempo delle aristocrazie. Un tempo nel quale il potere era potere sui corpi. Le galere erano spesso un luogo di transito. Non ci buttavano i detenuti per anni e anni come facciamo noi. Per i monarchi le pene dovevano essere visibili sulla carne dei sudditi. Visibili nelle strade. Ti tagliavano una mano, la lingua, ti impiccavano e tagliavano la testa, ti smembravano e ti davano fuoco e tutti vedevano il potere del re!
Poi la borghesia ci ha detto che siamo tutti uguali. Che gli aristocratici non hanno il sangue blu e il loro potere non deriva da alcun dio. Allora è stato lo Stato a occuparsi dei cittadini. I corpi dei delinquenti non sono più stati segnati e ributtati nella società per ribadire il potere dei monarchi, ma nascosti nelle prigioni. Il potere sugli uomini è diventato un potere che vuole dimenticarsi dei corpi e degli uomini, non li vuole considerare. Ultimamente è arrivato il mondo nuovo, quello presente, che torna a occuparsi dei corpi come merce. Tipo quella pubblicità che per far vendere un silicone per muratori, invece di far vedere un cantiere con manovali rumeni sudati e grassi, spoglia una bella donna e le fa fare una doccia.
E ci siamo ricordati del corpo: questo magnifico campo da gioco della comunicazione politico-pubblicitaria! “Come si è pensato di ritrarre la donna come corpo-cosa con in mano una clessidra?” si chiede il primo agosto Vanna Iori sull’Huffington Post. Perché il “corpo-cosa” ha funzionato per secoli e possiamo tirarlo fuori dalla cantina per utilizzarlo ancora. Niente idee e ideologie, niente cuore e sentimenti: solo pisellino e passerina.
La donna può essere, come da sineddoche, semplicemente una fica e in quanto tale un oggetto di piacere e un bambinificio. E la ministra Lorenzin (o qualcuno che gli ha scritto le parole che dice) lo ha capito. Da ciò deriva il Fertility Day, cioè il giorno del “fragà”come scrive Giuseppe Gioacchino Belli in una poesia onomatopeica nella quale tra “scenufreggi, sciupi, strusci e sciatti!” tra sonagliere “d’inzeppate a secco!  Igni botta, peccrisse, annava ar lecco” e tutt’e due soffiano come gatti “sempre pelo co’ pelo, e becc’a becco”. E la Gertruda della poesia, per godersela “più a ciccio” diventerebbe “tutta sorca” e il suo partner “tutt’uccello”.
L’inciciature
Che scenufreggi, sciupi, strusci e sciatti!
Che sonajera d’inzeppate a secco!
Igni botta, peccrisse, annava ar lecco:
soffiamio tutt’e dua come du’ gatti.
L’occhi invetriti peggio de li matti:
sempre pelo co’ pelo, e becc’a becco.
Viè e nun vienì, fà epija, ecco e nun ecco;
e daje, e spigne, e incarca, e strigni e sbatti.
Un po’ più che durava stamio grassi!
Ché doppo avè finito er giucarello
restassimo intontiti come sassi.
E’ un gran gusto er fragà! ma pe godello
più a ciccio, ce vorìa che diventassi
Giartruda tutta sorca, io tutt’ucello.