lunedì 16 gennaio 2017

Bayelsa, Nigeria: 1000 riversamenti di petrolio l'anno, accuse infinite all'ENI - Maria Rita D'Orsogna,

"AGIP has continued to pollute a canal within its facility in 
Brass despite several representations by the community and state government" 

Attorney-General e Commissioner for Justice
Bayelsa State Government, Nigeria


“We cannot drink water, we cannot bathe in the river, 
our aquatic life such as fish and animals are dying."

Lettera aperta dei residenti di Bayelsa sull'ennesimo episodio
 di inquinamento AGIP nelle loro comunita'


Filippo Cotalinni, Media Relations Manager at ENI, 
has yet to respond to a request for comments on the incident.



Qualche mese fa il Bayelsa State Government ha rilasciato i dati per l'inquinamento da petrolio nell'anno 2014.

Un totale di 1,000 sversamenti di greggio nel paese in un solo anno.
Zero rimedi.  Zero rimborsi.

Secondo l'Attorney-General e Commissioner for Justice, Kemeasuode Wodu, nessuna delle grandi compagnie ha fatto molto per  migliorare le cose, che la situazione in Bayelsa e' drammatica a causa dei signori del petrolio.

Anche l'ENI/AGIP e' chiamata in causa.

Nel 2015 scoppio' l'oleodotto dell'AGIP presso Clough Creek, Azuzuama.

Morirono in 14 fra cui un membro dello staff del Ministero dell'Ambiente di Bayelsa.

La nostra beneamata, secondo Wodu, evacuo' i corpi dei feriti e dei morti in fretta in furia a Port Harcourt nel vicino Rivers State, per cercare di insabbiare le indagini. Non hanno mai cooperato con le autorita' per far si che ci fosse una investigazione appropriata sull'incidente.

E poi ancora Wodu ricordo' l'enorme sversamento da un'impianto a mare dell'AGIP on localita' Brass il 27 Novembre 2010, che causo' enormi danni all'ecosistema.

Neanche qui gli elegante eredi di Enrico Mattei fecero niente. Niente fecero loro, niente fecero gli enti nigeriani. Anzi, l'AGIP continua a inquinare i canali marini, nonostante le proteste della comunita' e delllo stato di Bayelsa.


Passa neanche un mese, e il 2 Novembre 2016 i residenti di Ekole Creek sempre dello stato di Bayelsa riportano un "massive oil leak" dell'AGIP di Nigeria.

Distrutta la pesca distrutti i campi

Secondo i residenti, il petrolio ha coperto uno strato di circa 5 centimetri sulla superficie dell'acqua dei loro fiumi. Il copione e' sempre lo stesso, pesci morti, spaventati, ed impossibile da catturare sani o da mangiare. Acqua contaminata che non si puo' piu' usare ne per bere, ne par farsi il bagno.

In una lettera aperta, i residenti scrivono

“We cannot drink water, we cannot bathe in the river, our aquatic life such as fish and animals are dying."

Il rappresentante ENI,  Filippo Cotalinni, il loro Media Relations Manager non ha risposto alle richieste di speigazioni o di commenti da parte della stampa di Nigeria.


Siamo nella regione dell'Ogbia dove la Shell rilascia petorlio da un oleodotto nel piu' importante fiume della zona, l'Ekoli. Sono morti in due. Perche' e' successo questo? Secondo Sodaguwa Festus-Omoni, rappresentante dell'area, a causa della scarsa manutenzione di oloeodtto vecchi e corrosi.

Era vecchio di 40 anni. Avrebbe dovuto essere rimpiazzato dopo venti. 
Cioe' venti anni fa. 

Sono dieci anni che accadono queste cose, a Ogbia come a Bayelsa, da parte della Shell come da parte dell'ENI e nessuno fa niente. 

Sodaguwa Festus-Omoni dice chiaramente che e' la politica di queste multinazionali di sperare che il silenzio conservi lo status quo. Cioe' qui non si preoccupano nemmeno di dichiarare il tuttapposto, non dicono proprio niente:

“I think it is a practice of these oil majors to cover up. They take it for granted that the people are so ignorant that it will not go anywhere."

Ovviamente fa sempre comodo parlare invece di vandali e di attacchi da parte dei ribelli.

Ma secondo Sodaguwa Festus-Omoni tutto questo disastro di cui non parla nessuno ne in Nigeria ne tantomeno in Europa o negli USA, e' solamente a causa della negligenza da parte della Shell.

Con la scusa del vandalismo, i vecchi oleodotti non vengono controllati, riparati o sostituiti, e .. voila',
petrolio dappertutto. E silenzio.

Anche qui la storia e' la stessa, di fiume essenzialemente distrutto, pesca e usi potabili non piu' possibili, gente con eczemi a causa degli idrocarburi dispersi nel mare.

La Shell dice di ora stare facendo delle indagini.

E infine, il 2017 si apre con la stessa Royal Dutch Shell che ha dovuto chiudere l'oleodotto nigeriano Trans Niger oil pipeline a causa di un incendio in localita' Kpor, in Ogoniland.

Passano qui circa 180,000 barili di petorlio al giorno, greggio che arriva fino al Bonny Export Terminal nel Niger Delta.

La produzione di petrolio dalla Nigeria continua a crollare a causa dei ribelli e di attacchi alle infrastrutture che si sono asusseguiti nel 2016. Ad Agosto 2016 il minimo storico delle estrazioni con circa 1.39 milioni di barili al mese, il valore piu' basso dal 1988.

La Shell non ha avuto alcun commento.

Tutto questo accade lontano.

Ma quel petrolio lo usiamo noi.

L'ENI e' al 30% di proprieta' statale.

Siamo noi.


il bel Danubio blu










domenica 15 gennaio 2017

persone che restano umane

Questo è il momento di alzarsi in piedi - Marco Arturi

L’uomo che vedete nella foto qui sopra si chiama Cedric Herrou e vive a Breil sur Roya, un villaggio al confine con l’Italia, più precisamente con l’entroterra di Ventimiglia (qui l’archivio delle notizie sulle lotta con i migranti nella cittadina della provincia di Imperia). È un contadino ed è sotto processo per avere dato aiuto e ospitalità nei mesi scorsi ad alcune centinaia di profughi (molti dei quali bambini e bambine) costretti, visto l’ormai celebre blocco di Ventimiglia, a tentare clandestinamente il passaggio in cerca di una vita migliore.
È accusato di favoreggiamento e rischia cinque anni di carcere e una sanzione economica pesante. Qualche giorno fa di fronte a un giudice di Nizza ha rivendicato le proprie azioni affermando che è giusto trasgredire le leggi davanti alla disperazione e che continuerà perché “questo è il momento di alzarsi in piedi”.
La notizia, che ha cominciato a fare il giro di mezzo mondo – è comparsa anche sulle pagine del New york times (qui articolo e video, Farmer on Trial Defends Smuggling Migrants: ‘I Am a Frenchman’) – è ignorata dai media italiani per ragioni che sono davvero difficili da spiegare se non mettendo in dubbio la libertà, l’indipendenza e la buona fede della stampa in questo paese, forse condizionata o forse distratta da questioni come il maltempo, le stronzate di Saviano oppure le liti tra Partito democratico e grillini. Sia come sia, pubblichiamo questa notizia per chiedervi di seguire e diffondere una vicenda esemplare in un momento nel quale i migranti vengono dipinti come un’emergenza nazionale e continentale con il chiaro fine di distogliere l’attenzione da altre questioni.
Cedric Herrou non va lasciato solo (il giudizio sul caso di Herrou è previsto per il 10 febbraio), come non vanno lasciati soli i migranti che hanno l’unica colpa di essere nati dalla parte sbagliata del mondo: o stiamo con loro o stiamo con chi è impegnato a diffondere il terrore, l’egoismo e l’intolleranza. E allora sarà troppo comodo dire “non è colpa mia”.


Salvare di nascosto i rifugiati - Phil Wilmot

Certo, la Danimarca ha una legge sul sequestro dei beni ai migranti, ha diversi gruppi i neonazisti e un insopportabile Partito del Popolo danese. Tuttavia, lontano dalle attenzioni dei “grandi” media migliaia di persone comuni negli ultimi mesi hanno cominciato a disobbedire alle leggi e a fornire ai rifugiati letto caldo, via clandestine per raggiungere la Svezia, indumenti e spesso anche chiavi per una casa. Tutto in modo informale e spontaneo. Si tratta in realtà di strumenti ritagliati dai ricordi della II Guerra mondiale, quando migliaia i danesi portarono di nascosto alla salvezza centinaia di famiglie ebree.
Martedì 18 ottobre, circa cento danesi, vecchi e giovani, stavano in piedi davanti al tribunale cittadino al freddo vento che arrivava dal mare, per mostrare la loro solidarietà a quattro attivistisospettati di avere illegalmente aiutato dei rifugiati ad attraversare il mare dalla Danimarca alla Svezia.
Mentre soltanto due degli accusati sono cittadini danesi, tutti sono membri diMedMenneskeSmuglerne, o “Coloro che fanno entrare di nascosto il loro amico” – un “prodotto” dell’iniziativa con una base più ampia «Benvenuti in Danimarca» che accoglie i migranti e i rifugiati in questo Paese. L’anno scorso, oltre un milione di migranti provenienti da Siria, Afghanistan, Eritrea e da altre regioni instabili, hanno affrontato i rischi di un esodo in Danimarca, e in altre parti di Europa. Molti sono morti durante il viaggio o sono finiti in campi profughi per periodi prolungati. Questa ondata migratoria si correla direttamente alla crescente xenofobia e allo spostamento a destra in atto in molti Paesi europei, compresa la Danimarca.
“Praticamente tutte le organizzazioni di sinistra in Europa hanno trascurato di considerare il flusso dei rifugiati nelle loro agende” ha detto Mimoza Murato, una delle attiviste non-danesi che quel giorno affrontava accuse penali. “Avremmo dovuto essere preparati perché conosciamo il panorama politico”.
Mentre gli accusatori danesi forse non erano d’accordo, il loro caso alla fine è stato rigettato per mancanza di prove sostanziali. I quattro membri di Med Menneske Smuglerne sono stati accolti da applausi trionfali dalle loro coorti di «Benvenuti in Danimarca», fuori dall’edificio del tribunale.
Fornire ospitalità per chi cerca asilo
Quando Trime Simmel, una giovane attivista danese di Aarhus, ha visto alla televisione le masse di migranti che si riversavano nella penisola danese dello Jutland, attraversando il confine tedesco, nel settembre 2015, si è messa in contatto con i suoi amici per capire che cosa potevano fare per provvedere alle necessità elementari per i nuovi arrivati. I migranti venivano scortati dai poliziotti nello Jutaland e quindi i giovani all’inizio hanno programmato di aspettare su un cavalcavia dove potevano lasciar cadere dei pacchi pieni di indumenti caldi, di prodotti per l’igiene e altri articoli essenziali. I migranti, tuttavia, avevano il sospetto di poter essere scortati dalle autorità statali e si sono sparsi nelle foreste, e questo ha reso molto più difficile rintracciarli.
“I giovani residenti nello Jutland telefonavano ai loro genitori per riunire quattro o cinque macchine, in modo che le scarpe e altri articoli simili potessero essere distribuiti – ha spiegato Simmel – Quando gli autisti incontravano i migranti, gli offrivano i pacchi di generi alimentari e chiedevano loro dove volevano andare all’interno della Danimarca”.
Un buon numero di rifugiati decideva di andare a Copenhagen, appena al di là del mare dalla Svezia, dove alcuni avevano già dei familiari.
“Molte persone apolitiche si facevano avanti per aiutare a guidare coloro che camminavano lungo i binari – ha detto Simmel – Molte di queste persone avevano contesti familiari come immigrati e provavano comprensione, ma di solito non erano attivi rispetto a problemi politici”. Una rete di ospitalità informale nota come Venligboerne, che comprende oltre 150.000 membri in tutta la Danimarca, ha contribuito a facilitare gli sforzi dei volontari.
Attivisti come Simmel sentivano che questa crisi offriva l’occasione di allontanarsi dai tipici doveri di un attivista di incontri e dimostrazioni, e di fornire un servizio diretto. L’afflusso dei rifugiati dava uno strattone alle loro coscienze.
“Proprio come mio nonno, dovetti decidere da quale parte della storia volevo stare – ha detto Simmel – I politici ci demonizzavano perché mettiamo fotografie su Facebook di migranti che venivano aiutati, ma anche i danesi durante la II Guerra Mondiale furono demonizzati e considerati trasgressori della legge [perché aiutavano gli ebrei]”.
Far rivivere una tradizione di far entrare di nascosto i rifugiati
La Danimarca è stato l’unico Paese in Europa che ha ridotto le dimensioni delle sue forze armate all’inizio della II Guerra Mondiale, e tuttavia è stata senza dubbio tra le più operative a opporsi all’occupazione tedesca. Poco dopo un’invasione notturna della Danimarca, il 9 aprile 1940, lo studente diciassettenne di Slagelse, Arne Sejr, divenne frustrato a causa della passività danese verso il dominio straniero. Tornò a casa da scuola e usò la sua macchina da scrivere per stampare 25 copie dei suoi “Dieci Comandamenti per i Danesi”. L’ultimo di questi diceva: “Proteggerai chiunque venga inseguito dai tedeschi.”
I giovani danesi componevano in modo nascosto dei volantini di questo tipo nel corso dell’occupazione tedesca. Gruppi come l’Associazione della Gioventù Danese guidato dal professore di teologia Hal Koch e il Club Churchill ad Alborg sabotavano regolarmente le autorità tedesche, a volte distruggendo i veicoli che trasportavano armi e munizioni. Le comunità cristiane facevano circolare messaggi contro l’occupazione tedesca per mezzo delle loro prediche. Questo provocò l’uccisione di Kaj Munk, che era tra gli ecclesiastici più espliciti che sostenevano l’autogoverno danese.
Fra tutte le tattiche impiegate, i danesi dell’epoca della II Guerra Mondiale sono forse ricordati soprattutto per aver efficacemente fatto entrare di nascosto, attraverso il confine, in Svezia i rifugiati ebrei. Nel corso di pochi mesi, nel 1943, 7.220 ebrei – quasi l’intera popolazione ebraica della Danimarca – riuscirono a scappare in Svezia con l’aiuto dei loro compagni danesi. Soltanto 472 furono catturati all’inizio di ottobre durante i raid dei nazisti.
“All’inizio, usavamo questa storia del servizio diretto ai rifugiato, come nostra motivazione” ha detto l’organizzatore di «Benvenuti in Danimarca», Søren Warburg. Fornire un letto caldo, una via clandestina per la Svezia, indumenti caldi e una chiave per una casa: queste sono tattiche letteralmente ritagliate dai ricordi della II Guerra mondiale e appiccicate all’attuale contesto della migrazione in Europa. Anche mentre l’attuale governo della Danimarca si è reso intenzionalmente sgradevole ai richiedenti asilo politico, i danesi stessi – rafforzati da una storia di sindacati e di organizzazione di comunità – stanno fornendo i servizi che i loro rappresentanti eletti nello stato sociale, si rifiutano di concedere.
Riflettendo sull’aiuto danese ai rifugiati ebrei, la portavoce di «Benvenuti in Danimarca», Line Søgaard ha detto: “Avevamo la sensazione che qualcosa di storico stava accadendo di nuovo”. Secondo lei, cinquecento danesi hanno inizialmente risposto all’invito all’azione e hanno formato gruppi di lavoro, che si focalizzano sia su una campagna politica che sui servizi diretti”.
Navigare in solidarietà
Dato che Copenhagen è situata circa venti miglia al di là dello Stretto di Öresund da Malmö, in Svezia, i membri della comunità che voleva aiutare i rifugiati a cercare i membri delle loro famiglie, o degli amici, decisero di agire. Raccolsero una lista di quasi cento nomi di proprietari di barche e organizzarono il trasporto dei migranti come pubblico atto di sfida.
“All’inizio non pensavamo che nessuno sarebbe stato perseguito – ha detto Søgaard – Ci sono veri trafficanti di esseri umani che potrebbero essere perseguiti, ma invece i capi dicono che noi siamo quelli che tradiscono la nazione”.
Salire di nuovo sulla barca non è una cosa facile per i rifugiati che sono sopravvissuti all’attraversamento del Mar Mediterraneo. “Molti dei migranti che abbiamo aiutato a raggiungere la Svezia di solito ci mandavano messaggi audio dopo che erano sollevati per il fatto di aver raggiunto i membri della loro famiglia” ha detto Søgaard.
“C’era questa sensazione che stessimo continuando l’eredità della II Guerra mondiale di assistenza ai rifugiati, che avevano cominciato alcuni membri della nostra famiglia. Eravamo rimasti attaccati al nostro senso della morale e dell’etica anche quando la legge contro l’uscita clandestina dei migranti è sbagliata”.
Attraversare il mare non era, tuttavia, l’unico modo di raggiungere la Svezia. Calle Vangstrup, uno degli altri quattro attivisti che affrontano accuse penali, lavorava con i membri del suo movimento per fornire assistenza ventiquattro ore su ventiquattro alle stazioni di Rødby, Padborg e a quella centrale, tre importanti punti di incontro da dove i migranti che di solito non parlano danese o che non sono in grado di capire il sistema dei trasporti, potrebbero partire per la Svezia in treno.
“C’erano gruppi di persone che erano disponibili ad aiutare secondo la legge e quelli che volevano infrangerla (che proibisce l’assistenza durante il trasporto al di là del confine)” ha detto Vangstrup. “Fortunatamente, gli svedesi sono più aperti in questi giorni, al contrario che durante la II Guerra mondiale quando spesso rimandavano indietro gli ebrei fatti entrare di nascosto e mettendoli di nuovo a rischio”.
Vangstrup crede che i membri dei gruppi nazisti danesi e il Partito del Popolo danese, populista, sono stati quelli a vedere Med Menneske Smuglerne nel notiziario e che li hanno denunciati alla polizia. “Come socialista e come essere umano penso che non dovrei godere di così tanti diritti quando i rifugiati non ne hanno nessuno” ha detto Vangstrup.
Anche se la polizia ha compiuto indagini che hanno provocato accuse contro Vangstrup e i suoi amici attivisti, la polizia non sempre ha perpetuato quella xenofobia che caratterizza la crescente ideologia politica di destra della Danimarca.
Durante la II Guerra mondiale, migliaia di poliziotti furono arrestati dalle autorità tedesche: la polizia danese sviluppò la reputazione di essere inaffidabile e spesso deliberatamente trascurava gli atti di sabotaggio compiuti dai giovani danesi contro gli occupanti. Questo tipo di umanità tra la polizia è riemersa durante il recente flusso di migranti in Danimarca. “Molte persone chiedevano alla polizia che cosa potevano fare per aiutare i rifugiati” ha detto Line Søgaard. “La polizia non sapeva neanche in che modo consigliare le persone, e quindi alcuni guardavano dall’altra parte quando i trasportatori continuavano il loro lavoro”.
Dopo che i quattro attivisti accusati di traffico di esseri umani sono stati assolti dalle accuse, hanno parlato a una conferenza stampa, incoraggiando chi aiuta direttamente i migranti e i rifugiati, a continuare il loro lavoro.
“Non siamo neanche un gruppo estremista” ha detto Line Søgaard. “Diciamo soltanto le stesse cose che dicono i gruppi come l’Onu [circa la crisi dei migranti]. Tuttavia c’è ancora opposizione ai nostri sforzi”. Alla fine della giornata, i cosiddetti trafficanti di esseri umani stavano proprio aiutando altre persone che avevano bisogno di un passaggio dovunque andassero.
“Tutti abbiamo diritto alla sicurezza e a un posto sicuro per noi e i nostri figli – ha continuato – Non possiamo soltanto chiudere i confini e vivere una vita confortevole”

sabato 14 gennaio 2017

Olanda: dal 1 gennaio tutti i treni a vento - Maria Rita D'Orsogna



“Since 1 January, 100% of our trains are running on wind energy,”
Ton Boon, portavoce di NS, il sistema ferroviario olandese
Eccoci qui: tutti i treni d’Olanda sono alimentati dal vento.
La svolta iniziò nel 2015 quando la compagnia energetica Eneco si aggiudicò il bando per collaborare con le NS, il sistema ferroviario d’Olanda, per elettrizzare il trasporto su rotaia. Il target era di arrivare al 100 per cento rinnovabile entro il 2018. Ma le cose andarono meglio del previsto e ci siamo arrivati un anno prima di quanto previsto, grazie al boom dell’energia eolica nel paese.
Una turbina media, spinta da venti medi per un ora, può alimentare il trasporto su treno per 120 miglia. La collaborazione fra NS ed Eneco non è finita perché vogliono migliorare ancora l’efficienza ed arrivare a un calo del costo energetico per passeggero del 35 per cento entro al 2020, se paragonato con il 2005.
Le NS trasportano circa 600mila passeggeri al giorno su circa 5.500 viaggi al giorno, il consumo è di 1.2 miliardi di KW-ore l’anno. L’equivalente del consumo di elettricità in tutte le case della città di Amsterdam: un grande passo in avanti.
Quanta energia eolica si produce in Olanda? Circa 7.4 miliardi di KW-ore l’anno. Al paese necessitano 12.5 KW-ore l’anno. Oltre alla produzione domestica c’è dunque anche energia eolica che arriva dall’estero, importata dal Belgio e dalla Finlandia.
Un altro passo in avanti. E in Italia? Sarebbe davvero difficile *provarci*?, volerlo, tentare, averne voglia? E mentre che tutti vanno tutti via con il vento, noi siamo qui, indietro a guardare e a trivellare.
Qui un approfondimento su come ci si è arrivati a questo 100 per cento di treni green.

giovedì 12 gennaio 2017

Così Correa reprime ecologisti e indigeni - Silvia Ribeiro

Lo scorso 20 dicembre, il governo dell’Ecuador ha iniziato la procedura per sciogliere l’organizzazione Azione Ecologica (AE), che da 30 anni ha una traiettoria ampiamente riconosciuta a livello nazionale e internazionale.Questa misura di estremo autoritarismo e intolleranza alla critica sociale, cercando di silenziare un’organizzazione sociale indipendente, coincide con l’aumento della militarizzazione e della repressione contro il popolo indigeno shuar nella Cordigliera del Cóndor e la denuncia da parte di AE delle violazioni lì commesse. A favore di chi è tanta violenza armata, istituzionale, sociale? È per aprire la strada e difendere gli interessi della Explorcobres S.A. (EXSA), impresa mineraria cinese, che oltre a contaminazione, desolazione e miseria per i popoli indigeni, lascerà all’Ecuador appena delle briciole.
Il popolo shuar non ha lasciato dubbi sulla propria opposizione all’attività mineraria e agli altri mega-progetti nei suoi territori. Come gli altri popoli indigeni, da decenni hanno attivamente resistito all’avanzata delle imprese minerarie e petrolifere. Gli è costato repressione, criminalizzazione e l’assassinio di molti dirigenti. Già nel 2006, gli shuar espulsero gli accampamenti dell’EXSA e di una impresa idroelettrica che si disponeva a rifornirla. Insieme ad altri popoli hanno formato delle reti di popoli contro l’attività mineraria.
Nel 2006 questa forte mobilitazione paralizzò in varie province dei progetti minerari, dando il motivo al presidente Correa, allora in campagna elettorale presidenziale, di affermare che avrebbe “rivisto la politica estrattiva”. Con il processo dell’Assemblea Costituente fu stabilito un Mandato Minerario, in cui fu incluso di mettere fine alle concessioni minerarie che non avessero  avuto processi di consultazione ambientale con i popoli e le nazionalità indigene, che danneggiassero le fonti d’acqua, le aree naturali protette e i boschi, e una moratoria a nuove concessioni. Nonostante ciò, nel decennio trascorso, il governo è andato promuovendo normative che hanno svuotato di contenuto il Mandato Minerario, e invece della moratoria alle nuove concessioni, si è trasformato in un entusiasta promotore dell’attività mega-mineraria, neanche come esecutore, ma come facilitatore dello sfruttamento minerario di imprese straniere (Acosta e Hurtado  http://tinyurl.com/jjce45u).

In questo contesto di crescente impunità, nell’agosto del 2016, la comunità shuar Nankintz, parrocchia di San Carlos Panantza, provincia di Morona Santiago in Ecuador, fu vittima di un violento sgombero da parte di poliziotti e militari, che rase al suolo le loro case e proprietà e uccise animali domestici, lasciando gli abitanti a cielo aperto per aprire la strada all’Explorcobres. (goo.gl/3mLNR9)
Questo sgombero avvenne dopo un ordine giudiziario viziato che non tenne conto della mancanza di una consultazione libera, preventiva e informata di cui hanno diritto i popoli indigeni, secondo quanto stabilito nelle leggi nazionali e nei trattati internazionali sottoscritti dall’Ecuador.
Il popolo shuar non accettò lo sgombero. Il 21 novembre e il 14 dicembre, membri del popolo shuar cercarono di recuperare il territorio a Nankintz, fatto che portò a gravi scontri con la polizia e i militari che proteggono l’impresa mineraria, con vari militari e poliziotti feriti e un poliziotto morto. Fin dal primo conflitto, la Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Amazonia Ecuadoriana, Confenaie, esortò il governo dialogare per evitare nuovi scontri, ma non ci fu accordo, al contrario, il conflitto è aumentato con l’arresto di vari dirigenti shuar e decretando lo stato d’emergenza nella provincia.
Azione Ecologica è l’organizzazione ecologista più conosciuta ed attiva del paese, con una lunga traiettoria di difesa dei diritti della natura e dei popoli, lavorando insieme a numerose organizzazioni comunitarie, di quartiere e di popoli indigeni. Il 18 dicembre, riguardo al conflitto a Morona Santiago, fece un appello per creare una Commissione di Pace e Verità. Spiegava: “noi ecuadoriani ed ecuadoriane scommettiamo sulla pace in armonia con la natura. Ma per ottenere la pace, e che sia duratura, chiediamo un bagno di verità. Abbiamo bisogno di conoscere che cosa è successo nella Cordigliera del Cóndor e in tanti altri territori dove sono stati imposti progetti minerari e di altra indole?” (www.accionecologica.org).
Il 20 dicembre il governo rispose notificando l’inizio della procedura di scioglimento dell’organizzazione, per “diffondere i gravi danni ambientali e all’ecosistema che deriverebbero dall’attività estrattiva” nella Cordigliera del Cóndor e per riferire sulla violazione dei diritti umani delle comunità che vivono in questa zona. Accusa assurda, perché questo è giustamente la missione di Azione Ecologica, che inoltre non ha mai promosso azioni violente e per questo fa un appello a stabilire una Commissione di Pace e Verità.
È la seconda volta che il governo cerca di chiudere Azione Ecologica -nel 2009 decretò la sua chiusura ma dovette fare marcia indietro-, oltre al fatto che l’organizzazione ha subito molestie da parte dei media ufficiali, furti ed altri abusi, anche un attacco sessuale contro un’appartenente al gruppo, per dissuaderli dalle loro attività di denuncia, documentazione e solidarietà.
Centinaia di organizzazioni di tutto il mondo hanno manifestato contro la chiusura di AE e per il rispetto dei diritti e dei territori indigeni. Cinque relatori dell’ONU hanno inviato una lettera al governo sollecitando l’immediata cessazione di queste azioni, che “asfissiano la società civile”.
È assurdo e cinico che un governo che si auto-denomina “rivoluzione cittadina” faccia appello alla chiusura delle organizzazioni le cui critiche non vuole udire. Ed è ancor più grave che a più di 524 anni dalla Conquista, continui ad abbattere a sangue e fuoco i popoli originari del continente.
*Ricercatrice del Gruppo ETC
 Traduzione del Comitato Carlos Fonseca, che ringraziamo

martedì 10 gennaio 2017

Difendiamo le Terre civiche: firmiamo la petizione contro il nuovo Editto delle Chiudende in Sardegna!

Ormai sta procedendo da tempo la pesante offensiva istituzionale dei vertici della Regione autonoma della Sardegna contro le terre a uso civico: sdemanializzazioni, occupazioni abusive ignorate, mancata dichiarazione pubblica di demani civici accertati sono le principali direttrici di attacco ai danni dei patrimoni collettivi di centinaia di centri piccoli e grandi dell’Isola.
Un nuovo Editto delle Chiudende, come il provvedimento che nella prima metà dell’800 dette inizio alla privatizzazione dei grandi demani collettivi sardi.
L’attuale situazione è descritta puntualmente nell’articolo Diritti di uso civico e demani civici in Sardegna, ecco coma la Giunta Pigliaru vuole realizzare il nuovo Editto delle Chiudende (2 gennaio 2017).
Chi ci guadagna?  Riscontri elettorali, imprese industriali, piccoli e grandi abusi (forse anche di qualche amministratore pubblico), grandi imprese immobiliari (soprattutto lungo la costa orientale).
Chi ci perde?  Le tante collettività locali sparse in tutta la Sardegna (in tre quarti dei Comuni sono presenti terre a uso civico), a cui vengono sottratti coste, pascoli, boschi senza nulla in cambio.   Tutti noi per quanto concerne il valore ambientale dei demani civici.
Nessuna trasparenza regola queste operazioni, per esempio l’ultima legge regionale n. 26/2016 che ha introdotto nuove forme di sdemanializzazione delle terre civiche è stata approvata in quattro e quattr’otto di notte, senza alcuna pubblicità né vergogna.
Su sollecitazione di tanti cittadini – oltre alla campagna permanente legale e di sensibilizzazione – il Gruppo d’Intervento Giuridico onlus propone una petizione popolare al Presidente della Regione autonoma della Sardegna Francesco Pigliaru con richieste semplici e dirette: l’abrogazione della legge regionale n. 26/2016 di sdemanializzazione delle terre civiche (da proporre al Consiglio regionale), la promulgazione dei 123 provvedimenti di accertamento di altrettanti demani civici che dormono nei cassetti regionali da più di 4 anni, l’avvio delle operazioni di recupero delle migliaia di ettari occupati abusivamente.
Bisogna far sentire la propria voce, bisogna far sentire la volontà dei cittadini: firma e fai firmare la petizione in difesa delle terre collettive!

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus