domenica 31 maggio 2020

Il caporalato, il caporale e i protettori - Mimmia Fresu

A seconda dei periodi, nei campi occorre maggiore manodopera e occorre averla in tempi brevi; a questo compito provvede il caporale che rifornisce il committente di uomini e mezzi in tempi rapidissimi, andando all’alba a selezionare nei punti di ritrovo stabiliti decine di lavoratori per essere trasportati nei campi e poi riportarti indietro la sera.
Il caporale è un anello importante della catena dello sfruttamento, un’economia parallela al sistema del lavoro nero e dello sfruttamento della manodopera. Uno sfruttatore dentro il sistema di sfruttamento che prende soldi dall’azienda committente e anche dal singolo lavoratore.
Scrive la Flai-Cgil: “Un caporale è un parassita che vive del lavoro degli altri, ed è questo il vero business dell’immigrazione. Sono centinaia e migliaia di persone senza diritti che vivono a ridosso delle campagne, nelle bidonville, che si muovono di provincia in provincia seguendo le campagne di raccolta, nell’indifferenza generale perché fa comodo a tutti, anche all’economia del territorio.”
Un sistema che conviene a tutti, aziende e caporali, anche alla politica, gli unici che ci rimettono sono quelli che si rompono la schiena per 20 euro, dall’alba al tramonto, e le poche aziende oneste che devono fare i conti con la concorrenza sleale di chi risparmia sul costo della manodopera.
Seconda la Flai, il sistema del caporalato è un vero business: usano pullmini da 15-30 posti, fanno 4 o 5 viaggi al giorno compreso il ritorno, 15 euro a persona trasportata, per tre mesi. Quindi, 15 persone X 5 viaggi X 15 € fanno 1.125€ al giorno X 90 giorni= 100mila euro”. Da non trascurare che la platea degli schiavi si aggira sulle 450mila persone; da Sud a Nord, dai pomodori del Salento alle mele del Trentino.
Al netto della sottrazione dei diritti ai lavoratori e del danno erariale e contributivo del lavoro nero, il costo pagato dallo Stato per il caporalato è intorno a 3,5 miliardi di €.
È questa mafia, questa montagna di merda, per dirla con Peppino Impastato, con i cui metodi, nell’Italia del terzo millennio, sono organizzati mezzo milione di schiavi, cio che la destra – Salvini, Meloni e l’isteria sentita in parlamento della Gelmini, la cosiddetta destra moderata – intendono difendere col ricorso alla piazza, se necessario?
La legge 199 contro il caporalato è nata nel 2016, eppure, nell’epoca dei droni che scovano tra le vie della città chi viola i vincoli da coronavirus; dei satelliti intorno al globo capaci di leggere la targa dell’auto; i caporali operano indisturbati, nel reclutamento nei luoghi e ore a tutti noti, lungo tragitti che tutti conoscono, grazie alla copertura di una parte della politica complice e l’altra pusillanime, con i calzoni pisciati.
da qui

sabato 30 maggio 2020

La tecnologia: soluzione o parte della malattia? - Francesco Fantuzzi



La Zona rossa ci ha offerto, in questi due interminabili mesi, una straordinaria opportunità di mutamento delle nostre modalità di lavoro e di azione. Telelavoro, riunioni on line, lavoro agile dalle proprie abitazioni rappresentano, infatti, non soltanto una modalità essenziale per evitare il contagio, ma anche un fondamentale ripensamento della nostra operatività in chiave ambientale: meno autovetture in giro significa meno CO2 prodotta, polveri sottili, code interminabili, meno impatto sul pianeta, più qualità della vita.
Ma siamo certi che sia tutto così chiaro e lineare? Non sarà forse che anche la tecnologia, quella stessa tecnologia che ora ci offre le soluzioni, sia parte del problema?
Non occorre essere virologi (ma oggi pare lo siano tutti) per cogliere nel cosiddetto spillover, ovvero nel salto di specie, una conseguenza dell’accorciamento delle distanze tra uomo e animali generata dall’inesorabile azione umana sull’ambiente, dove le devastazioni causate dall’avanzamento tecnologico rappresentano una parte rilevante: disboscamenti e urbanizzazioni di vario genere per accogliere le mirabolanti tecnologie del futuro, come il 5G, le cui conseguenze sulla nostra salute non sono state adeguatamente sperimentate.
Come diversi studi testimoniano, è ormai certo un legame tra la diffusione del virus e i livelli di inquinamento, che non a caso sono più pesanti dove i territori sono più antropizzati. L’antropizzazione non è legata soltanto alla presenza di agglomerati urbani con relativa concentrazione abitativa e consumo di suolo, ma anche agli insediamenti industriali e agli allevamenti sempre più automatizzati, senza dimenticare i vari supporti tecnologici per la diffusione di internet.
Ne deriva che, dove è maggiormente presente lo sviluppo tecnologico, è ragionevolmente più probabile l’attecchimento del virus. Come può allora, quella che è essa stessa parte della malattia, rappresentare la medicina?
Possiamo essere certi che le tecnologie siano meri e neutri strumenti o che basti monitorarne e tenerne sotto controllo gli effetti?
La storia recente, purtroppo, ci mostra diversi casi in cui la malattia è stata confusa, non è dato sapere se volutamente o meno, con la soluzione.
Il lavoro a casa può offrire una soluzione per proteggerci dal contagio e ridurre l’inquinamento. Ma se poi, nell’attrezzare le nostre case con la tecnologia adeguata, devastiamo l’ambiente, rischiamo di accorciare ulteriormente le distanze con le specie animali? E se, per diffondere le applicazioni che pare tracceranno i contatti col virus, abbatteremo alberi per renderne possibile lo sviluppo?
Quesiti cui ho cercato di avvicinarmi con un approccio non “complottistico”, col quale ormai si bolla ogni teoria non mainstream, ma improntato a un sano principio di precauzione e prudenza.
Sono pervicacemente convinto che  occorra un cambio di visione del nostro essere e stare sul pianeta, al fine di decolonizzare l’effetto del ricatto del PIL, ridurre i consumi, modificare gli stili di vita che rendano possibile a tutti l’accesso all’acqua, al cibo, alla sanità, alla stessa tecnologia. Quella tecnologia che dovrà essere sempre più lo strumento e non il fine, spesso del profitto di pochi.
Altrimenti, ci farà ammalare ancor più.

venerdì 29 maggio 2020

Ripartire all’insegna del cemento? - Tomaso Montanari



C come coronavirus: o come cemento? Vuoi vedere che – dopo aver toccato con mano cosa potrebbero essere le nostre città, il nostro Paese, il nostro pianeta se solo allentassimo un poco la morsa del dominio (dis)umano – la nostra prima reazione sarà rovesciare su quella povera natura appena risvegliata una colata di cemento? Sembra questa la strada annunciata in Senato dal presidente del Consiglio evocando «un iter semplificato su un elenco di opere strategiche con poteri derogatori» che fa il paio con la richiesta ultimativa di Renzi di «un piano shock per grandi infrastrutture e cantieri».
Una delle pessime conseguenze della pessima metafora del «siamo in guerra» è che immaginiamo una ripartenza come quella dei Trenta Gloriosi: i tre decenni che andarono dal 1945 al 1973, splendidi per l’economia e letali per l’ambiente.
Possibile non essere capaci di immaginare una ricostruzione che non sia all’insegna del mattone? Perché nessuna forza politica, in queste settimane, ha proposto di ritirare su l’economia nazionale con un mega-piano neokeynesiano di messa in sicurezza del suolo italiano? Sanare il dissesto idrogeologico, sradicare il cemento abusivo, manutenere corsi d’acqua, litorali e boschi. E poi l’enorme capitolo della prevenzione antisismica. Tutti capitoli di spesa per i quali non c’erano mai soldi. Come per la ricerca: oggi tutti si chiedono perché non riusciamo ad avere pronto un vaccino, ma pochissimi ricordano che solo pochi mesi fa si è dimesso il ministro della ricerca, Lorenzo Fioramonti, proprio perché i soldi per la ricerca non c’erano.
E invece niente: cemento, cemento e ancora cemento. In Sardegna, in piena emergenza, la giunta regionale approva (e dieci giorni dopo ritira, travolta dalle critiche) la costruzione di un resort di 8340 metri cubi sul mare, accanto a un nuraghe. «Dovevamo aspettarcelo – ha commentato Sandro Roggio –. Il sentimento della destra sarda (più edilizia = più turisti) era esibito in campagna elettorale. E incoraggiato dallo smarrimento del centrosinistra isolano a guida PD, in gran parte ostile alle norme di tutela paesaggistica del 2006, e fautore di norme (un po’ meno peggio?) che hanno aperto la strada al sempre peggio». Questo è il punto: di fronte alla speculazione edilizia non c’è destra e non c’è sinistra, c’è il partito unico del cemento.
Anche la Toscana un tempo rossa appare oggi color grigio cemento. Il 23 marzo, già in piena pandemia, la Regione pubblica il progetto per un mega-impianto eolico sul crinale dell’Appennino, tra Vicchio e Dicomano, in Mugello: inizia quindi il conto alla rovescia di 60 giorni in cui cittadini e associazioni ambientaliste, tutti reclusi in quarantena, dovrebbero presentare le osservazioni. Di fronte all’indisponibilità del Governo regionale a incontrarli, i comitati dei cittadini hanno scritto: «Possiamo solo sperare che abbiate preso visione dei tanti documenti che dimostrano, dati alla mano, che questo tipo di impianti non risolvono nemmeno in minima parte la difficoltà energetica del paese, e anzi, sottraggono risorse e finanze pubbliche che potrebbero essere investite per migliorare la qualità di vita di un territorio già provato e disagiato come il nostro». Destino vuole che proprio a Dicomano sia la RSA su cui la Procura di Firenze ha aperto un’inchiesta per i quindici anziani morti per coronavirus: quasi ci volesse ricordare che ben altra è la cura di cui abbiamo bisogno. Non nuovo cemento sui crinali, ma nuova umanità nell’accudimento dei più fragili.
Gli esempi si potrebbero moltiplicare, perché non solo il virus non ferma le betoniere, ma rischia appunto di farle girare più veloci. Di fronte al crollo del ponte di Aulla, Matteo Renzi non invoca la manutenzione, o la ricerca delle responsabilità, ma il suo chiodo fisso, lo Sblocca Italia: «Se non ci mettiamo SUBITO a lavorare sui cantieri con il piano shock ‒ presentato ormai da molti mesi ‒ ogni anno andrà peggio. E se non lo facciamo in questa fase di crisi vuol dire che ci vogliamo del male. Apriamo questi benedetti cantieri, subito». Le bozze che girano di quel piano sono davvero da shock: ambientale. Vi si legge, per esempio: «In ogni caso tutti i commissari di cui al presente decreto possono anche esercitare, qualora ne ricorrano le condizioni di urgenza e necessità, i seguenti poteri: in caso di motivato dissenso espresso da un’amministrazione preposta alla tutela ambientale paesaggistico-territoriale, del patrimonio storico-artistico o alla tutela della salute e della pubblica incolumità, la decisione […] è rimessa alla decisione del Commissario che si pronuncia entro 15 giorni, previa intesa con la Regione o le Regioni interessate». È il sogno proibito condiviso dai due Mattei (Renzi e Salvini), e da loro più volte esplicitamente ammesso: ridurre al silenzio le soprintendenze, cioè l’esausta magistratura del nostro territorio. Potrebbe mai passare una legge del genere in questo Parlamento? L’intervista concessa, qualche settimana fa, al Fatto Quotidiano dal viceministro alle Infrastrutture Giancarlo Cancelleri non lascia molti dubbi. All’obiezione: «Voi del M5S siete sempre stati contrari alle grandi opere, e ora volete facilitarle», lo sventurato risponde: «Di fronte a un contesto politico e a un quadro economico totalmente diverso da qualche anno fa, è necessario cambiare l’agenda politica. La priorità adesso è creare lavoro, usando soldi pronti ma fermi». Come dire che ora non possiamo permetterci il lusso di mantenere gli impegni, di rispettare gli ideali, grazie ai quali si è arrivati al potere.
Viene da pensare che ci sia una maledetta linea d’ombra, nella vita pubblica italiana. Quella linea è l’elezione a una carica pubblica: quando la varca, il cittadino subisce una mutazione radicale nel linguaggio, nell’etica, nella scala delle priorità. Perfino nella logica. Non è più un cittadino, ormai: diventa il pezzo di un Potere immutabilmente uguale a se stesso, chiunque lo incarni. E a quel punto, niente: non c’è più modo nemmeno di intendersi con chi è rimasto di là, tra i cittadini comuni. E così, dopo tanti chiari segnali (si pensi alla ferita sanguinante dello Stadio della Roma, e all’incredibile testacoda sul TAV) anche i Cinque Stelle al potere hanno varcato la linea d’ombra. E si sono trovati così in compagnia di destra e sinistra. Un simbolo di questa continuità perfetta è stata la figura di Maurizio Lupi: assessore allo Sviluppo del territorio, edilizia privata e arredo urbano del Comune di Milano nella giunta di Gabriele Albertini e poi ministro delle Infrastrutture dei governi Letta e Renzi. La linea Lupi è quella della Legge Obiettivo di Berlusconi del 2001 che resuscita, peggiorata, nello Sblocca Italia di Renzi (e Lupi, appunto) nel 2014. Il motto delle due leggi era lo stesso: «padroni in casa propria». Parole che volevano solleticare i cittadini, ma che di fatto descrivevano perfettamente le figure di amministratori che si sentono padroni del territorio solo per svenderlo a interessi particolari. Insomma, pare proprio che nemmeno la pandemia abbia la forza di cancellare quella linea d’ombra.
Dobbiamo continuare a seppellirci vivi nel degrado «che qualcuno, neanche a dirlo, / vorrebbe ulteriormente perpetrare con la solita / accoppiata di cemento e asfalto: / con quel grigio da modernariato, / unico colore che il potere / riesce a immaginare». Sono versi di Franco Marcoaldi: drammaticamente più lucidi di ogni analisi politica.

giovedì 28 maggio 2020

Fuori motocross, rumori e gas di scarico dal Gennargentu! - Grig


Lodevole iniziativa da parte di Marco Melis, sindaco di Arzana (NU).
Appreso da escursionisti che i versanti del Gennargentu, fin sulla Punta La Marmora, erano diventati il palcoscenico circense per scorribande in motocross (come, purtroppo, verificato anche sul Montalbo),  senza pensarci due volte ha emanato il decreto (ordinanza) sindacale n. 9 del 25 maggio 2020, con il quale inibisce sul territorio comunale arzanese “il transito permanente a tutti i ciclomotori, motoveicoli, autoveicoli comunque denominati, fatta eccezione dei mezzi di soccorso e delle forze dell’ordine, lungo le mulattiere, i sentieri e i percorsi in genere, al fine di salvaguardare il patrimonio naturalistico, faunistico e delle attività tradizionali, nonché le attività escursionistiche a bassissimo impatto ambientale”.
Bravissimo.
Auspichiamo che i colleghi sindaci di Desulo e di Fonni seguano presto e adottino analoghi provvedimenti per salvaguardare un patrimonio naturalistico e ambientale che va fruito con intelligenza e buon senso, senza frastuoni e gas di scarico.
Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

mercoledì 27 maggio 2020

Un crimine ecologico - Vandana Shiva





“La protezione delle api è un dovere ecologico, portarle all’estinzione è un crimine ecologico.Una minaccia per le api è una minaccia per l’umanità”

“Se l’ape sparisse dalla faccia della terra, all’uomo resterebbero solo quattro anni di vita”- Maurice Maeterlinck, The Life of the Bee[1]

Negli ultimi cinquant’anni i prodotti agrotossici sono stati diffusi ovunque e stanno portando le api verso l’estinzione. Le scelte che l’umanità ha di fronte sono chiare, operare per un futuro senza veleni che salverà le api, i contadini, il nostro cibo e l’umanità oppure continuare a servirsi di veleni in agricoltura, mettendo a repentaglio il nostro futuro comune, procedendo alla cieca verso l’estinzione grazie all’arroganza con la quale si pensa di poter sostituire le api con l’intelligenza artificiale e i robot.
“Le api robotiche potrebbero impollinare le piante in caso di una apocalisse di insetti”, riporta un recente titolo del Guardian, che riferisce come gli scienziati olandesi “credono di poter creare sciami di droni simili alle api per impollinare le piante quando i veri insetti saranno estinti”.[2] [3]
“In quindici anni prevediamo una crisi in cui non ci saranno abbastanza insetti al mondo per l’impollinazione e la maggior parte delle nostre vitamine e dei nostri frutti non ci saranno più”, ha detto Eylam Ran, amministratore Delegato di Edete Precision Technologies for Agriculture. La sua azienda afferma che “il suo impollinatore artificiale può incrementare il lavoro delle api e, in ultima analisi, sostituirle. Il sistema rispecchia il lavoro dell’ape da miele, iniziando con una raccolta meccanica del polline dai fiori e terminando con una distribuzione mirata che utilizza i sensori Lidar, la stessa tecnologia utilizzata in alcune auto a guida automatica”.[4]

Ma non ci sono sostituti per la biodiversità dell’ecosistema e per i doni delle api. Ogni cultura, ogni fede ha visto le api come maestre – capaci di dare, di creare abbondanza, di creare il futuro delle piante attraverso l’impollinazione, e di contribuire alla nostra sicurezza alimentare e al nostro benessere.
La generazione di semi di oggi si trasforma in quella successiva solo grazie al dono offerto dall’impollinatore. Le ricerche di Navdanya hanno dimostrato che più del 30 per cento del cibo che mangiamo è prodotto da api e impollinatori.
L’economia della natura è un’economia di dono. In ogni tradizione l’ape è stata esemplificata come maestra del dono. I testi buddisti sottolineano che da una moltitudine di esseri viventi, le api e altri animali impollinatori prendono ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere senza danneggiare la bellezza e la vitalità della loro fonte di sostentamento.
Per gli esseri umani, agire alla maniera delle api è una manifestazione di vita compassionevole e consapevole.
San Giovanni Crisostomo ha scritto: “L’ape è più onorevole degli altri animali, non perché lavora, ma perché lavora per gli altri” (12ª Omelia). Nella tradizione islamica, il 16° capitolo del Corano si intitola “L’Ape”.  Questo capitolo è noto per essere la rivelazione di Dio. Nella tradizione indù, c’è una meravigliosa citazione nella scrittura Srimad Mahabhaghavatam che recita: “Come un’ape che raccoglie miele da tutti i tipi di fiori, i saggi cercano ovunque la verità e vedono solo il bene in tutte le religioni”.
Assieme come specie diverse e culture diverse e attraverso un’agricoltura e un’alimentazione ecologica senza veleni, rigeneriamo la biodiversità dei nostri impollinatori e ripristiniamo la loro sacralità. Abbiamo il potere creativo di fermare la sesta estinzione di massa e la catastrofe climatica senza la necessità di false soluzioni tecnocratiche.

martedì 26 maggio 2020

Aspettando Godot - Mauro Armanino



Un’opera degna del miglior Samuel Beckett. I benefattori globali e alcuni agenti locali l’avevano annunciato, pronosticato e perfino quantificato. L’impatto del Coronavirus in Africa in generale e nel Sahel in particolare sarebbe stato oltremodo devastante. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, aveva infatti affermato, in una intervista ai microfoni di Radio France Internationale (RFI) et France 24, che secondo lui, erano necessari almeno 3 mila miliardi di dollari e un’azione concertata a livello internazionale per evitare una ecatombe in Africa, dove una propagazione del virus, poteva condurre a milioni di morti e persone infettate. Nella stessa prospettiva aveva saggiamente invitato, in un solenne appello, a ‘un cessate il fuoco immediato, dappertutto nel mondo’ al fine di preservare, a monte della furia del Covid-19, i civili più vulnerabili nei Paesi in conflitto.
Il movimento verso la pacificazione è stato in buona parte disatteso, buon esempio in Libia e in Siria ma soprattutto dai mercenari e dai commercianti d’armi. In effetti, secondo l’ultimo rapporto dall’Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace ( SIPRI) di Stoccolma, le spese militari hanno superato la somma di 1.900 miliardi di dollari. Il presidente del Niger, da parte sua, in un’altra conversazione esclusiva con RFI e France 24, affermava di dar ragione ad Antonio Guterres sulla possibilità di milioni di morti a causa dell’epidemia in Africa. Per questo motivo, il capo di Stato chiamava ad un nuovo ‘Piano Marshall’ da parte della comunità internazionale con lo scopo di aiutare i Paesi del continente ad affrontare l’inedita crisi sanitaria. Qui nei Paesi del Sahel, che una nota confidenziale del Ministero degli Esteri francese,  a causa del Covid-19, avrebbero dovuto affossarsi, stiamo ancora aspettando Godot.
Da 83 000 a 190 mila persone potrebbero morire di Covid-19 in Africa e da 29 a 44 milioni potrebbero essere infettati nel primo anno della pandemia se le misure di confinamento alla pandemia falliscono. Questo è il risultato di un nuovo studio dell’Ufficio Regionale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Questa ricerca si basa sui modelli di previsione operata su 47 paesi dell’Africa, dove la popolazione totale è di un miliardo di abitanti. Secondo un altro modello provvisorio operato dall’OMS, i casi di Coronavirus potrebbero passare da qualche migliaio a 10 milioni in sei mesi anche se Michel Yao, capo delle operazioni di urgenza per l’OMS Africa, ha dichiarato giovedì che si trattava di una proiezione che potrebbe cambiare. Aspettando Godot la nostra Africa inizia a deconfinare e in particolare nel Niger, dopo aver riaperto i luoghi di culto martedì, è stata tolta anche la misura che isolava la capitale Niamey dal resto del Paese e per il coprifuoco, è ormai del tutto soppresso. Quanto all’Africa, a tutt’oggi secondo le cifre fornite dal Centro di Prevenzione delle malattie dell’Unione Africana (CDC), il continente contava 78 613 casi confermati di Covid-19 e 2 642 decessi dovuti alla malattia. L’Africa del Sud è il Paese più colpito, seguito dall’Egitto e dal Marocco. Gli altri Paesi stanno ancora  aspettando Godot.
Nella splendida opera di Beckett, Godot, sconosciuto personaggio importante, arriverà quasi certamente domani e tutta l’opera gira attorno ad un’attesa che rimane tale. Godot rappresenta proprio l’attesa allo stato puro e senza sconti o scorciatoie, l’attesa di un possibile che rimane sulla soglia. Così è per il Covid-19 in Africa, verrebbe da dire. Si sono proiettati, come anche in altri casi, sul continente immaginari che, dopo aver dipinto il continente in perenne stato di abbandono e disperazione, si incastonavano a pennello nell’idea di catastrofe annunciata. Non è così perché, nella nostra nave di sabbia non si confina  né la povertà né la speranza. Entrambe nascono dallo stesso grembo di cui l’Africa ha saputo, almeno finora, conservare il segreto. Aspettiamo da venti mesi padre Pierluigi e il suo compagno di sventura Nicola Ciacco, tenuti in schiavitù da falsi combattenti in cerca di denaro, da qualche parte nel vicino Mali. Si aspetta l’acqua per bere e per lavarsi le mani e poi mantenere le poche distanze possibili che possono avere i passeggeri dello stesso veliero che naviga nella sabbia. Si aspetta il Dio a parte che capi di stato, comuni cittadini e migranti bloccati dai confinamenti invocano ogni giorno. Germaine, una parrucchiera disoccupata da mesi, assicura che, da quando si dice che il virus viaggia assieme al vento, ogni mattina, appena sveglia, comincia a danzare.
Niamey, 16 maggio 2020

lunedì 25 maggio 2020

La povertà ha un nome, Karim - Penny


La povertà ha un nome proprio. Karim Bamba (leggi Morto bimbo 10 anni, schiacciato mentre cercava vestiti, ndr). È il nome di un bambino di dieci anni. Un bambino che nella nostra Italia, dentro a una nostra città camminava scalzo.
Riuscite a immaginarlo mentre rovista nei cassonetti, dove ci sono i nostri scarti. Dove ci sono i pantaloni o le magliette di nostro figlio, quelle che non gli piacciono più. Fa effetto vero? E fa paura essere parte di questa società in cui i bambini muoiono e lo fanno in povertà, in cui se nasci povero rimani povero.
Camminava scalzo, lo ripeto, perché rimanga e mi rimanga bene impresso. Non correva a perdifiato nei prati una sera di maggio, no, lui camminava sull’asfalto, impilava sacchetti lasciati lì da noi, per salirci sopra e vedere se riusciva a trovare qualcosa per sé o i suoi fratelli.
Quando ho sentito la notizia mi sono chiesta se lui era uno di quelli perso per strada dalla didattica a distanza, mi sono chiesta perché facciamo finta che la povertà infantile non esista, perché non ci occupiamo degli ultimi e permettiamo che accadano certe cose.
La scuola non basta, ma la scuola si accorge, dentro alla scuola una maestra avrebbe saputo se una sua famiglia era in certe condizioni. La scuola non può tutto, ma può accogliere, fare in modo che i bambini siano e restino bambini. Trovare un paio di scarpe, ad esempio. Anche se non è sufficiente, è già qualcosa.
Karim era conosciuto in città, così ho letto, la famiglia era seguita dai servizi sociali, gli stessi servizi sociali su cui spesso scagliamo pietre ma in cui vengono effettuati solo tagli. Paghiamo tutto e paghiamo il prezzo più alto, la morte di un bambino. Paghiamo i tagli alla sanità, i tagli alla scuola, i tagli ai servizi alla persona, i tagli al sociale, ai centri socio-educativi. Noi tagliamo risorse sempre.
I bar questa settimana hanno riaperto, pure i parrucchieri, i ristoranti, le spiagge e forse, potremo andare in vacanza. Notizie belle. L’economia ritorna a girare e io non posso che esserne felice però, nella stessa settimana, una sera di maggio è morto un bambino e non riesco a passare oltre come se fosse solo un brutto capitolo della storia.
Aveva dieci anni, viveva in una delle nostre città, aveva il torace schiacciato e le gambe a penzoloni. Non credo avesse un tablet per collegarsi, e credo non gliene importasse niente di essere bravo in italiano e in matematica. Forse, sarebbe stato valutato con un voto insufficiente per non aver fatto lezione o forse no, io lo spero, spero che la scuola si sia accorto di lui e abbia cercato di fare il possibile.
Karim cercava dei vestiti, questa era la sua preoccupazione.
Era scalzo. E questo ci dice tutto su di lui. E su di noi. Italia 2020. La povertà infantile ha un nome proprio, Karim e l’età di un bambino di dieci anni.