giovedì 23 novembre 2017

The Fico Show e il pifferaio magico Oscar Farinetti: grazie Melinda e un po’ di info utili - Catia Sulpizi

Avete presente la scena finale del film The Truman Show?

Quando Christof (Il Regista che arricchiva il suo prestigio sulla pelle del povero Truman) si rende conto che ormai Truman ha scoperto la verità ed è disposto anche a morire pur di far cessare la farsa, decide di interrompere la tempesta e, parlandogli direttamente dal cielo della scenografia televisiva, cerca di convincerlo che la finta vita del colorato set televisivo è migliore e più vera di quella grigia della vita reale?
Quando Truman, non cadendo nella tentazione sceglie la cruda verità e salutando scherzosamente con un inchino il suo pubblico «Casomai non vi rivedessi… buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!», si avvia determinato a scoprire la verità?
Questo è ciò che ho provato dopo aver partecipato all’anteprima di Fico: un traboccante bisogno di Vero.
Tutto quel cibo patinato, ben confezionato, frutta e verdura dai colori fluorescenti, quell’idea di serra come il meglio che ti potesse capitare nella vita, fabbriche artigianali contadine dove il contadino assume i connotati di un broker più che di un uomo che “puzza” di fatica e soprattutto la totale assenza di profumi del cibo in un posto che vuole essere la meraviglia dell’agroalimentare italiano mi è sembrato veramente un po’ troppo come forzatura per dichiarare l’eccellenza italiana.



Non a caso tempo utile di fuggire sono andata a riprendere fiato dentro l’Osteria la Bottega dove al contrario tutto trasuda di autentico.
E mentre inebrio l’olfatto con la mortadella Pasquini, avvolta in un velo di malinconia per la recente chiusura del salumificio, riunisco le informazioni acquisite durante la visita al colosso e penso per rimanere in tema di maiali “le perle ai porci”, ci è stata data l’opportunità di fare una Grande Cosa Giusta e noi ci siamo ridotti a fare semplicemente una Grande Cosa.
Perché che Fico sia Grande questo è fuori dubbio.
Ma al posto della parola Cosa che ci mettiamo?
Una Grande Crescita per Bologna.
Le parole di Farinetti non lasciano dubbi a tal proposito “L’obiettivo è quello di creare un luogo che attragga 5 milioni di persone, se va male, l’Italia, come meta turistica nel mondo, è prima tra i desideri ma quinta nei numeri. Fico dovrà essere quello che in Francia è il Louvre: qui si deve capire qual è l’arte italiana“.
Con questi numeri le camere vuote degli alberghi, i taxi inattivi e la disoccupazione divengono un miraggio, il prestigio della città aumenta e tutti vissero felici e contenti.
Sul “tutti” mi riservo, ma certo sarebbe stato utile per evitare ai bolognesi la sensazione del “tu vieni a fare il padrone a casa mia” che Fico qualcosa di Bologna la raccontasse al suo interno, dal momento che sei sempre tu Farinetti a dichiarare nella scelta della città “Bologna è considerata una delle capitali gastronomiche d’Italia celebrata da secoli per la sua tradizione culinaria ed enologica, tanto da essere soprannominata “la dotta e la grassa”.
Lo spazio c’era non farlo è scortesia
Una Grande Impresa.
Ma quale Grande! Grandissima, immensa, imponente, smisurata.
FICO Eataly World è il più grande parco agroalimentare del mondo:10 ettari
Fabbrica Italiana Contadina racchiude la meraviglia della biodiversità italiana attraverso:
2  ETTARI di campi e stalle all’aria aperta
8  ETTARI coperti con 40 fabbriche, oltre 45 luoghi ristoro o botteghe e mercato
Aree dedicate allo sport, ai bimbi, alla lettura e ai servizi
6 aule didattiche,
6 grandi “giostre” educative, teatro e cinema
Un centro congressi modulabile da 50 a 1000 persone
Una Fondazione.
Seppur tutto questo nella scelta architettonica e degli arredi non racconti nulla di nuovo (pardonnez-moi mi ero per un attimo dimenticata del piano-cottura ovvero il pianoforte che può essere anche cucina), non si colloca in una scelta stilistica e tantomeno è espressione di una identità ragionata e lungimirante, non sei “green” non sei glamour, non sei futuristico, non sei lussuoso, di certo non sei per la cura del dettaglio, se non fosse per qualche bottega e qualche ristoro che ha dato una buona sterzata nell’allestimento della sua area, per me sei un certo commerciale del cibo. Grande però!.
Riguardo la scelta della sede ci sarebbe poi sempre da chiarire quella questione dell’inceneritore che produce cadmio in quantità di gran lunga superiore alle norme consentite che sorge proprio accanto e che, come espresso da Greenstyle, secondo gli oncologi dell’Associazione Nazionale Medicina Democratica, sviluppa la possibilità di un aumento di malattie tumorali o di aborti spontanei, ma sicuramente tutto il personale di Fico sarà stato messo a conoscenza della possibilità.
Una Grande Idea.
Questo è innegabile, una Grande Idea.
Non a caso in molti sono scesi in campo per attuarla, soldi pubblici e privati, fondazioni, una struttura pubblica il cui recupero, come dichiarato dalla Dott.ssa Primori, sarebbe valso la cifra di 100 milioni di Euro, certe scelte si fanno o per una Grande Idea o per Grandi Interessi.
Per fortuna “noi” l’abbiamo fatte per una Grande Idea.
Incoerente e Incompleta mi permetto la presunzione di aggiungere.
Incoerente:
Gia sull’uscio della porta d’ingresso ho il primo sentore, dove un cartellone recita quello che dovrebbe essere il payoff del tuo essere: “In Europa ci sono più di 1200 varietà di mele…, 1000 in Italia e 200 nel resto d’Europa, per questo abbiamo fatto Fico, Grazie Melinda”
Qualcosa non torna, al consumatore medio o al bambino che legge in maniera semplice che informazione vuoi dare? Che Melinda da sola fa 1000 varietà di mele? Che Melinda è la prescelta poiché è quella che le fa più buone? O che i restanti dei 1000 sono degli sfigati con le mani troppo sporche di terra per entrare nel super Fico?
Perché anche qui lo spazio (e i soldi) per farli stare non dico tutti, ma i meritevoli di grado c’era; è la volontà che a quanto pare è stranamente mancata.
E questa scelta è ancor più bizzarra se si analizza il core business di Fico dove le due parole più ricorrenti sono educazione ed eccellenza.
Educazione che richiama formazione.
Eccellenza che richiama educazione alla qualità.
Ampi spazi per la didattica, per le scuole, ci sono le giostre formative, le fattorie didattiche, il tutto è stato pensato per dar risalto al ciclo produttivo, alla filiera, caro consumatore da oggi non solo avrai l’opportunità di comprare l’eccellenza italiana come fin oggi è stato con Eataly, ma potrai guardare con i tuoi occhi, capire con i tuoi sensori come si produce l’eccellenza italiana.
Devo ammettere che la parte strutturale della produzione, oltre ad essere ben sviluppata è una inedita opportunità di conoscenza.
Ma quello che emerge, anche qui è la volontà non di raccontare il Vero, ma la Favola.
La Favola del fantastico mondo di Farinetti.
Dove tutto è perfetto, standardizzato, senza problemi di cambiamenti climatici, di siccità, di stagionalità, di costi di produzione, di manodopera.
Le stalle perfette, gli animali felici, i processi produttivi impeccabili, ad un certo punto credo di aver visto anche “Heidi che correva felice sui prati”, lo spazio destinato alla mostra del prodotto tirato a lucido, ma poi non chiudi il cerchio o meglio sei coeso nella scelta del prodotto che rappresenta quel ciclo produttivo.
Mi spiace non avrai mai il mio cervello o quello di mio figlio per lobomizzarci e convincerci che l’eccellenza del pollo italiano è Amadori con tanto di panino con cotoletta e Ketchup!
Tu Fico che vuoi fare formazione non pensi che sia più giusto raccontare le razze avicole, magari quelle autoctone, spiegare il loro rischio estinzione e soprattutto dare palcoscenico a chi le alleva con profonda difficoltà per smorzare proprio questo fenomeno di massificazione della scelta?
In fondo anche la scelta imprenditoriale basata sul modello Montano con il Mercato Centrale, dove le botteghe non hanno costi di affitto, bensì riconoscono un fee (30% se non erro nel caso Fico) al beneficiario poteva permettere l’ingresso veramente a molti meritevoli dei soliti Ignoti e invece Fico ha scelto Amadori per rappresentare l’eccellenza.
Dicevamo incompleta.
Per chi è Fico?
Chi sono questi 5 milioni di visitatori?
Quanto costa ad una famiglia visitare Fico?
Tour di visita degli spazi: 1 ora 15 euro a persona.
Giostre per fare formazione e didattica indispensabili per capirci qualcosa: 10 euro a persona.
Corso, workshop, laboratorio (diversamente che siamo venuti a fare se non facciamo nulla): dai 20 euroai 65 euro per fare con Carpigiani il gelato artigianale in 1 ora e mezza.
E i bimbi?
Ti pare che con quello che stanno spendendo i genitori non ci sia una ludoteca attrezzata dove lasciarli a divertire e ad imparare (qui bastava copiare da Ikea!)?
Certo AgriBottega ti aspetta nella sua officina della creatività per dare voce all’arte che c’è dentro ogni bambino: 20 euro a bambino per 2 ore.
La fame incalza, di certo nessuno si è portato i panini da casa, via libera alla scelta che prevede l’eccellenza dell’offerta (non a caso Rossopomodoro per la pizza) e dei prezzi intuisco per linearità (perchè di quelli malgrado abbia più volte chiesto nessuno mi ha saputo dire).
Ultimo giro e si torna a casa, naturalmente non prima di aver bevuto un caffè Lavazza, ed aver acquistato il pollo Amadori, il panettone Balocco, il pomodoro Murri o il tartufo Urbani.
Quando ti ricapita!!!.
A conti fatti la spesa è alta, non ho abbastanza elementi per dire se cara o costosa, ma di sicuro è alta, la proposta formativa non è per tutti i bambini o per tutti i consumatori, ma per quelli che se lo possono permettere.
Come mai dovrebbe essere la cultura.
Una Grande Opportunità.
Si certo per Far…inetti!

mercoledì 22 novembre 2017

vento vento e vento (dal blog di Maria Rita D'Orsogna)

Un mondo 100% rinnovabile si può

Arriva un nuovo studio dalla Lappeenranta University of Technology di Finlandia che conferma che un mondo 100% rinnovabile si puo', che sara' piu' economicamente vantaggioso del mondo fossile che abbiamo ora.  Il loro traguardo e' il 2050, e forse anche prima grazie ai progressi nel campo dello stoccaggio, con l'abbassamento dei costi del solare, e con nuova tecnologia che permettera' di ottimizzare l'approvvigionamento elettrico. 

E prima ancora con forte volonta' politica.

Si stima che nel 2050, con la transzione green, il costo energetico sara' di 52 euros per MWh, in raffronto ai 70 euros di oggi. La transizione non solo abbasera' i costi, ma creera' anche 36 milioni di posti di lavoro.

L'autore principale dello studio e' Christian Breyer, professore di "economia solare" (in Finlandia hanno professori di economia solare!) che dice che occorre fermare tutti gli investimenti in carbone, nucleare, petrolio e gas, e che invece occorre investire in modo pesante nell'infrastruttura rinnovabile.

Non e' la prima volta che si parla di 100% rinnovabile grazie alla volonta' politica, ed e' evidente che quando lo si vuole una strada la si trova.

Lo studio in questione si chiama Global Energy System Based on 100% Renewable Energy Power Sector, ed e' stato presentato al COP23 di Bonn, la conferenza mondiale sul clima. Il COP21 era quell di due anni fa, a Parigi.  

Di mia natura sono sempre scettica con questi obiettivi a cosi lungo termine, ma il punto e' che di queste cose iniziamo a parlare, a volerle, a programmarle. Che sia il 2050 o il 2040 poco cambia, e' in questa direzione che andiamo, e prima o poi ci arriveremo, perche' e' evidente che l'evidenza contro l'energia fossile e' preponderantemente contro il benessere delle comunita' locali e del pianeta.

Intanto, la popolazione cresce. Siamo ora 7.3 miliardi. Entro il 2100 saremo, si prevede, 9.7 miliardi.
La richiesta di energia continua a crescere, grazie al numero di persone su questa terra, ma anche grazie all'aumento dell'armamento tecnologico di ciascuno di noi, e grazie al fatto che con il crescere del benessere in paesi del terzo mondo, ci sara' sempre piu' gente connessa alla rete elettrica.

E' evidente che continuare a fare buchi non e' la soluzione.


Scozia: 99% dell'elettricita' di Ottobre e' arrivata dal vento

La Scozia continua a fare record su record. Nel mese di Ottobre 2017 il 99% della sua elettricita' e arrivata dall'eolico.

Grazie anche all'uragano Ophelia, circa 1.7 milioni di megawatt-ore sono state immesse nella rete elettrica durante i 31 giorni di Ottobre.  Sarebbe stato sufficente per alimentare il doppio delle case di Scozia.

Come e' successo? Ovviamente, grazie al vento, ma anche grazie ad una seria politica di *volere* le rinnovabili in questa area un tempo culla delle trivelle nei mari del nord.  E se Ottobre  e' stato un mese eccezionale, la media annuale e' del 50% circa di energia dalle rinnovabili.

Intanto si moltiplicano i tentativi di stoccaggio di energia a larga scala. Per esempio Hywind Scotland, il primo campo eolico galleggiante a mare inaugurato poche settimana fa e' stato integrato da Batwind, batteria al litio che puo' stoccare un megawatt-ora di potenza. E' stata prodotta... dalla Statol la ditta nazionale petrolifera di petrolio.

Un megawatt-ora non e' tanto ma e' certo un passo in avanti.


28 Ottobre 2017: la Germania genera cosi tanta elettricita' dal vento che la regala

E' stato un fine settimana particolarmente ventoso in Germania quello del 28 Ottobre 2017.

E con Eolo che soffiava a tutta forza, a tutta forza e' andata l'energia eolica del paese.
L'energia elettrica e' stata cosi abbondante che non solo l'energia e' stata regalata, anzi, il gestore ha dovuto pagare i consumatori per prendersela.

I costi sono andati in negativi! Ed e' stato cosi per tutto il giorno, non solo per poche ore.

Di quanta energia si tratta? 39.4 GigaWatt, un record mai raggiunto prima, tanto quanto 40 centrali nucleari. 

Perche' hanno dovuto pagare i consumatori? Perche' purtroppo il reparto stoccaggio dell'energia e' ancora non perfetto e per non fare ingolfare la rete, il gestore paga chi la produce, in modo che viene tolta dalla circolazione in fretta e non si creano intasamenti o sovraccarichi.

Ovviamente e' un problema anche questo, ma e' un problema in positivo, nel senso che mostra solo quanto efficente possa essere l'eolico e che se riuscissimo a migliorare il modo di conservare l'energia, potremmo veramente fare enormi passi in avanti.

So che a molti non piacciono le centrali eoliche, e forse ci sono dei posti in cui vanno in contrasto con la bellezza paesaggistica, o le linee di trasmissione possono essere d'intralcio con la fauna locale. Ma se uno ci pensa bene, in Germania sono state l'equivalente di appunto 40 centrali nucleari!

Il 28 Ottobre e' stato rimarchevole anche per un altro motivo: il 24% di tutta l'energia d'Europa e' arrivato dal vento, la piu' grande percentuale di tutti i tempi per il vecchio contienente.

Il record precedente? E' stato il 7 Ottobre 2017, con il 19%.

Possiamo solo crescere, migliorare. Un giorno sara' cosi' dappertutto e sara' normale. Per adesso, bravi ai tedeschi.


giovedì 16 novembre 2017

Pastorale emiliana - Giovanni Iozzoli


Da qualche tempo si è riacceso il conflitto nel comparto carni modenese. O meglio: riemerge la situazione di cronico malessere che cova da almeno due decenni sotto le ceneri, sbottando rabbia e mobilitazione. Quando parliamo di questo territorio – l’angolo di provincia compreso tra Castelnuovo, Castelvetro, Spilamberto, Vignola – stiamo parlando di un pezzo importante del Pil italiano, circa tre miliardi di euro, realizzati da 179 aziende, 5000 addetti, con 8 milioni di quintali all’anno di carni fresche lavorate e salumi: una macchina produttiva potente che importa dagli allevamenti del nord Europa 200 camion di suini macellati ogni giorno – la materia prima che, lavorata in loco, rifornirà tutti i grandi marchi nazionali ed esteri.
Il monoteismo del prosciutto regna sovrano, in questi luoghi; tra i miasmi degli stabilimenti aleggia un vago sentore calvinista – impresa e denaro come manifestazioni della benevolenza divina. Un maialino bronzeo troneggia nella piazza centrale di Castelnuovo Rangone – omaggio a se stessa, di una comunità sobria, laboriosa e danarosa, che vede il suino come metafora della vita.
Quello che è successo, negli ultimi vent’anni in questo comparto, è la nota accelerazione globale di mercati, merci e processi produttivi, che si è abbattuta drasticamente su un distretto che un tempo si sentiva vincente per qualità e specializzazione: concorrenza sempre più feroce, prezzi al ribasso, qualità a picco e pressione sempre più distruttiva sul lavoro vivo. Appalti, sub appalti, spezzettamenti, la filiera che si slabbra e si allunga come un verme. Migliaia di lavoratori, principalmente stranieri, collocati nei gironi via via più degradanti del lavoro in appalto, tra cooperative spurie, terziarizzazioni, consorzi fittizi creati dalle stesse imprese appaltatrici – ovviamente nei segmenti produttivi dove regnano fatica, nocività, rischio per la salute. Insaccati, polpettoni, prodotti precotti e surgelati di ogni ordine e grado: tutto passa dalle mani di queste migliaia di pseudofacchiniquasialimentaristi, dalla salute spesso compromessa – abbondano problemi muscolo scheletrici, polmoniti, ferite da taglio, perché qui le lavorazioni più essenziali si fanno ancora di gomito e coltello.
Ma quella del distretto carni non è la solita minestra avvelenata del panorama italiano – cooperative che non sono cooperative, facchini che non sono facchini, contratti che non sono contratti. Non è solo una storia di appalti fasulli, elusione fiscale e capannoni della logistica persi nelle nebbie brumose della campagna padana. No, qui si sta parlando di un palcoscenico rinomato, dove va in scena ogni giorno la farsa dell’eccellenza agroalimentare italiana: un concentrato di bugie, affarismo, arroganza e retorica tricolore – straprovinciale e global, allo stesso tempo.
Il distretto carni rappresenta la vetrina delle scelleratezze italiane degli ultimi due decenni, un esempio della svalorizzazione del lavoro, della mortificazione operaia. E delle viltà, delle complicità, della subordinazione della politica e del sindacato, della retorica del primato dell’impresa come valore unanimemente condiviso. Perché questi territori, nell’immaginario, amano rappresentarsi come i luoghi dell’eccellenza alimentare, il richiamo ancestrale e fasullo alla terra, alla genuinità della tradizione, al mangiar sano, al mulino bianco e al vivere comunitario.
Tutta fuffa, tutto marketing. In questo comparto (come ovunque) la risorsa essenziale non è la genialità imprenditoriale o il retaggio di mestiere: il fattore chiave è il lavoro vivo, le braccia, l’intelligenza e la disperata disponibilità indotta dalla miseria. Si, la miseria, la vecchia, cara indispensabile miseria, altro che eccellenze: perché solo la miseria può indurre migliaia di nuovi schiavi a rinchiudersi in capannoni e celle frigorifere a rifilare, disossare, tagliare – ballando, a salario pieno, intorno alla soglia di povertà. La miseria è il miglior motivatore professionale, la leva perenne di ogni intrapresa economica. Industria 4.0? Da queste parti si preferiscono ingredienti antichi e tradizionali: sfruttamento, gerarchia, ricatto e sottomissione. Un tempo, per i locali, l’industria norcina fu davvero elemento di elevazione sociale: macelli, laboratori e fabbriche furono tra i templi del compromesso sociale emiliano. Oggi non c’è tempo per favole rassicuranti. Sei euro lorde all’ora, una settimana a casa l’altra lavorare 60 ore – anche 12 ore filate, fino a pisciarsi addosso o mangiare in piedi come i cavalli. E a ogni cambio appalto si sfoltiscono i ranghi dei sindacalizzati e dei riluttanti.
È una storia di pervicace illegalità, quella del distretto carni. Un morto ammazzato nel 2001 (fanno capolino anche i soliti servizi segreti), pestaggi, minacce, auto bruciate, criminali di ogni risma che attraversano la vita, e spesso i cancelli, di aziende prestigiose. Una pastorale emiliana (e segnatamente modenese) dove molti attori diversi continuano immutabilmente a cantare la loro parte – incassando milioni o sputando sangue -, comunque seguendo una partitura criminale efficace, per quanto tremendamente precaria. Il giorno che qualcuno si decidesse ad applicare (almeno un po’) le leggi della Repubblica, il mito dell’eccellenza agroalimentare italiana crollerebbe miseramente – e questo vale per tutta la cigolante catena nazionale, dai raccoglitori di pomodori del foggiano a questi strani facchini ghanesi, cinesi, filippini e albanesi, le cui mani callose (senza retorica) custodiscono il buon nome e la credibilità del marchio made in Italy che finisce sulle tavole di mezzo mondo. E allora, vediamoli, i protagonisti di questa moderna pastorale di provincia.
I PADRONI
Qualcuno è di nobile schiatta imprenditoriale, qualcuno è diventato un global player, qualcuno è un artigiano arricchito, qualcuno ha la mentalità truce del macellaio che sorveglia il negozio: tutti devono correre al ritmo spietato della concorrenza, che significa spremere lavoro e abbassare costi, pretese e qualità. Negli anni 90 hanno venduto tutti l’anima al diavolo, anche se oggi si ostinano a firmare protocolli etici. Aumentare i margini intensificando lo sfruttamento, è l’unica arma rimastagli. Sanno fidelizzare la gente, pagando in nero gli accoliti per scagliarli contro i lavoratori in appalto. Pagano anche giornalisti, pubblici funzionari, eserciti di consulenti, finanziano iniziative pubbliche, civiche, sportive, foraggiano sindaci costantemente distratti, rispetto alle brutture sociali che amministrano. Non sono mai stati soli, nella continua opera di evasione, elusione, violazione di norme e contratti. Queste pratiche non sono invenzione estemporanea di qualche imprenditore spregiudicato: mamma Confindustria veglia su tutti loro e non si è mai dissociata da nessuno dei suoi prosciuttai.
LE CENTRALI COOPERATIVE
Prendono le distanze dal sottobosco malavitoso, per tutelare il buon nome della “vera cooperazione”. Ma se il termine cooperativa è diventata una parolaccia è anche colpa loro, delle loro omissioni e complicità. Del resto i grandi gruppi cooperativi ufficiali hanno da tempo “marchionnizzato” le loro relazioni interne e i rapporti sindacali. Le cooperative spurie sono solo il bordo sfrangiato e impresentabile di un mondo geneticamente modificato, che comincia già dietro i banconi della Coop. Non è un caso che il Ministro del Lavoro nell’epoca del Jobs Act, venga da quella giungla.
LE COOPERATIVE SPURIE
Le mafie hanno scoperto questo mondo negli anni 90 e se ne sono innamorate. Costruire aziende cooperative, riciclare, vincere finti appalti, infilare al lavoro i picciotti in semilibertà. E finalmente entrare a testa alta, senza estorsioni, dentro i circuiti ufficiali del settore, insediarsi legittimamente in territori floridi, sottraendosi ai capricci mutevoli del ciclo dell’edilizia. Una volta i gruppi dirigenti di queste cooperative erano composti direttamente da pregiudicati casertani e calabresi. Oggi hanno imparato meglio a usare i prestanome, anche se magari le sedi legali sono gli studi di avvocati specializzati nel 416 bis. Naturalmente non tutte queste cooperative hanno origine e matrice criminale; nell’affare ci si è buttata tanta gente sveglia che da anni alimenta un tourbillon inafferrabile di sigle, consorzi, concordati, fallimenti, spesso riconducibili agli stessi capicordata e alle medesime aziende appaltatrici. Tecnicamente una “cooperativa spuria” è un’associazione a delinquere. Non dovrebbe occuparsene l’Ispettorato del Lavoro.
I SINDACALISTI
Ne sono passati tanti, dentro e davanti quei cancelli. Non si deve essere ingenerosi o qualunquisti, molti danno l’anima per organizzare e dare sbocco alla rabbia sorda della gente – se si va domattina, alle 5, ai cancelli della Castelfrigo o della Alcar, li si trova là davanti, col megafono e la bandiera. Ma tanti sono stati anche i vili, gli imboscati, gli impotenti che allargavano le braccia davanti a ogni abuso, quelli che limitavano la loro funzione alle denunce e agli esposti. Per non parlare di quelli che si sono prestati a fare da consulenti occulti nell’interesse delle aziende. Se avesse incontrato davanti a sé, il muro di un movimento sindacale serio e autorevole, tutta questa metastasi non si sarebbe mai estesa negli anni.
I QUESTORI
Hanno messo le forze di polizia al servizio delle aziende, a presidio della santa continuità produttiva, come se la Questura fosse l’Agenzia Pinkerton (che almeno non era pagata dai contribuenti). Se avessero “attenzionato” seriamente il comparto carni, oggi nelle carceri di Sant’Anna dovrebbe esistere un “padiglione cooperatori”. Particolarmente deplorevole il metro e la misura delle scelte di ordine pubblico: perché da queste parti, di solito, non si usano i manganelli contro I presidi sindacali; ma se a farli sono questi lavoratori un po’ scurotti (e si presume, meno tutelati), la celere si sente autorizzata a rompere ogni tabù – e anche qualche testa. Come se a questi proletari non si riconoscesse neanche il diritto minimo di sentirsi pienamente classe operaia.
I PM
Hanno lavorato con foga, nei mesi scorsi, per liberare le aziende dalla morsa dei sindacalisti molesti. L’inchiesta contro Aldo Milani, di quale dispiegamento di uomini e mezzi ha potuto giovarsi? Telecamere nascoste, microfoni, intelligence, agenti provocatori e trame raffinate. Chi ha mai visto un magistrato indagare con la stessa determinazione sul settore carni e le sue derive criminali? In occasione dell’arresto del leader del SI Cobas, la Procura ha ufficialmente esposto anche il suo teorema: lo sciopero e il picchetto, in una certa misura, possono essere inquadrati sotto il profilo criminale dell’estorsione. Bloccare un’azienda per spillare quattrini a un padrone, è un’azione delittuosa. Quando la politica muore, entrano in scena i corpi armati dello Stato (tale è la magistratura, non dimentichiamolo mai), che vanno a prendersi il loro spazio di supplenza e direzione politica, rilasciano proclami a reti unificate, scavalcano l’ectoplasma di amministratori e partiti, stabiliscono in proprio ciò che è lecito fare o non fare, nella Repubblica del Maiale.
I CONSULENTI
Ogni mafia ha bisogno dei suoi colletti bianchi. La mafia delle cooperative – e dei suoi committenti industriali – può contare su una pletora di avvocati, consulenti, commercialisti, facilitatori di ogni tipo. Parassiti ben pagati che studiano giorno e notte il modo per eludere leggi, fisco e contratti. Sono professionisti seri, sobri, abituati al basso profilo; magari vivono in questi stessi territori, dentro villette a schiera senza pretese. Fingono di ignorare quello che succede concretamente dietro le piramidi societarie e le trappole antioperaie che progettano. Probabilmente, per giustificare se stessi, nutrono anche una qualche confusa idea di progresso e di necessità dello stato di cose presenti. Una lumpen-borghesia delle professioni che spiega molto di questo paese, da Sud a Nord.
I DIRETTI
Sono I lavoratori assunti dalle imprese, magari con contratti stabili a tempo indeterminato. Sono quelli che fanno più pena di tutti sul piano morale. Ormai si tratta di minoranze dentro aziende che realizzano i volumi produttivi solo grazie al personale delle finte cooperative. Stanno abbarbicati ai loro lavoretti, al loro minuscolo privilegio, guardando ai colleghi del piano di sotto, come mine vaganti che possono mettere in discussione tutto il baraccone. Sono spesso immigrati anche loro, meridionali piovuti qui nei tristi anni 80, con mutui pesanti e figli precari da mantenere. Entrano a testa bassa, la mattina, davanti ai cancelli presidiati dalle lotte. Sanno che quei loro quasi colleghi hanno ragioni da vendere. “Ma così va il mondo: e meno male che non tocca a me…”. La mancanza di dignità a cui questi padri di famiglia egoisti si sottopongono è la parte peggiore della storia.
GLI AUTOCTONI
Sono commercianti, impiegati, spesso anziani pensionati che nella vecchia industria norcina hanno lavorato duramente e guadagnato onorevolmente. Quando i cortei dei nuovi schiavi del prosciutto passano in centro, li guardano, dalle soglie dei bar e dei negozi e scuotono la testa; pensano che questi nuovi arrivati abbiano poca voglia di lavorare, accampino troppe pretese, reclamino troppi diritti. Intanto gli affittano a caro prezzo stamberghe umide in centro, o vecchie masserie in campagna – perché del facchino “non si butta via niente”, si deve spremerlo in fabbrica e fuori, con metodo e scrupolo.
I POLITICI
Pallide figure che cominciano ad affacciarsi ai cancelli degli stabilimenti in lotta, in vista delle prossime elezioni. Sanno di non contare più niente – dichiarazioni di intenti, tavoli, protocolli – , un vecchio mondo caduto in disuso. Esprimono la pochezza caotica dei tempi: un esponente può esprimere “preoccupazione per i licenziamenti” e un altro può tuonare contro le “illegalità dei picchetti”, magari stando nello stesso partito. I facchini ghanesi o filippini, li guardano con perplessa ironia.
LE ROTATORIE
Sono l’elemento più innocente della zona, non fanno male a nessuno, non possono neanche tanto peggiorare la tragica bruttezza dei luoghi. Chissà com’erano le campagne, qui, un po’ di decenni fa, si fa fatica anche a immaginarlo. Dopo aver infilato capannoni grigi dappertutto, negli anni scorsi, oggi prevale la passione per le rotatorie di ogni ordine e grado. Danno al forestiero l’idea di un moto perpetuo in cui non ci si muove mai davvero. Non servono a niente. Sono buone solo per farci dei blocchi stradali.
GLI SCHIAVI RIOTTOSI
E poi c’è finalmente la contropastorale, il coro stonato e furente di Ahmed, Tashi, Antonu, Chen, Salvatore, Frank e molti altri pirati del prosciutto che, coltello in mezzo ai denti, si stanno lanciando contro le vestigia scassate del modello emiliano. Si ribellano perché non hanno altra scelta. Sono le vittime sacrificali del futuro luminoso che ci attende, i neo-schiavi dell’economia servile 4.0. Perché non c’è sviluppo o rivoluzione produttiva senza un esercito di servi pronti a tutto (è per quello che i ricchi, di solito, sono genuini no border e sostenitori dell’Open Society). Ma questi ragazzotti hanno la testa dura, non sono venuti fin qui per immolarsi sull’altare del Made in Italy, se ne fottono del Gran Biscotto, dei sofficini e del polpettone italiano. Hanno già dato abbastanza. Nel centesimo anniversario dell’Ottobre, stanno imparando a volgere le loro baionette da disossatori verso i generali. In questo momento sono loro l’unica vera eccellenza che esprime il territorio.

martedì 14 novembre 2017

Migliaia di ettari di terreni a uso civico in mano a società immobiliari - Stefano Deliperi

L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus, nell’ambito della propria campagna per la tutela delle terre collettive, ha inoltrato (31 ottobre 2017) una nuova specifica istanza ad alcuni Comuni della Sardegnache vedono migliaia di ettari di terreni a uso civico occupati illegittimamenteda Privati e da Società immobiliari per l’adozione delle necessarie azioni di recupero ai rispettivi demani civici (art. 22 della legge regionale n. 12/1994 e s.m.i.) e di razionalizzazione delle terre collettive (artt. 36-41 della legge regionale n. 11/2017).
I Comuni interessati sono San Vero Milis, Narbolia, Cabras, Lotzorai, Alà dei Sardi, Porto Torres, Dolianova, Carloforte, Barumini e Posada. Coinvolta anche la Regione autonoma della Sardegna (Presidenza, Assessorato dell’agricoltura, Agenzia Argea Sardegna, Direzione generale Pianificazione territoriale e vigilanza edilizia) e le strutture del Ministero per i beni e attività culturali (Ministro, Direzione generale Paesaggio, Soprintendenze Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Cagliari e di Sassari) per l’esercizio dei poteri sostitutivi in caso di inerzia comunale e per l’abusivismo edilizio presente nelle terre collettive, informate per gli accertamenti e i provvedimenti di competenza la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari, la Procura regionale della Corte dei conti per la Sardegna e il Commissariato per gli Usi Civici per la Sardegna.
Attraverso un’analisi dei dati pubblici dell’Inventario generale delle Terre civiche, è stato possibile verificare un’ampia casistica di terreni appartenenti ai rispettivi demani civici, ma occupati senza alcun titolo da Privati. In Sardegna sono stati accertati demani civici in ben 236 Comuni sui 377, in altri 120 il provvedimento di accertamento è pronto, ma non è stato promulgato (in 21 Comuni non sono stati riscontrati diritti di uso civico), complessivamente 4-500 mila ettari. Naturalmente anche in tanti altri Comuni sardi si riscontrano analoghe situazioni, da Orosei a San Gavino Monreale, da Portoscuso a Baunei, ma da qualche parte bisogna pur iniziare. Fra i casi più rilevanti vi sono gli oltre 530 ettari di dune boscate di Is Arenas, fra San Vero Milis (la gran parte) e Narbolia, ora intestati alle società immobiliari del Gruppo Is Arenas e ad altre società turistico-edilizie (Villaggio Pineta s.p.a., Sviluppo e Produzione s.p.a.), 55 ettari di bosco e macchia mediterranea di Bricco Nasca, a Carloforte, le decine di lotti nella località costiera di Tancau, a Lotzorai, i circa 150 mila metri quadri intestati alla società estrattiva Industriale Monte Rosè a Porto Torres.
Singolare quanto accaduto sulla costa di Posada: oltre 550 mila metri quadriintestati a una società immobiliare (la Lagare s.p.a.di Como) a Monte Orvile, vennero con autorizzazione regionale con atto del 26 marzo 1964 rogato presso la Prefettura di Nuoro, e poi vennero recentemente (2013) ricomprati dal Comune, dopo varie vicissitudini e rischi speculativi, pur non rientrando nel demanio civico. Sempre a Posada, tanti piccoli lotti risultano occupati da Privati sulla costa di San Giovanni – Sos Palones. E ancora: decine e decine di ettari di pascoli e bosco a uso civico intestati a Privati ad Alà dei Sardi(centinaia di ettari di boschi a uso civico sono stati venduti all’allora Azienda Foreste Demaniali della Regione Sardegna) e ben 12.382.732 metri quadri ceduti in diritto di superficie dal Comune per la realizzazione della centrale eolica della Geopower s.r.l. – Falck Renewables. L’operazione è stata legittimamente autorizzata? I diritti di uso civico dei residenti sono stati tutelati?
Sulle colline e i monti (loc. PillonadorisMonti MannuPadentinoSa Mitza e s’Iixi e altre) di Dolianova risultano parecchi ettari di terreni a uso civico intestati a Privati senza alcuna spiegazione, mentre nel Sinis di Cabras non si contano i terreni appartenenti al demanio civico con intestazione a Privati: da Is Aruttas a Mari Ermi, da Mistras San Giovanni di Sinis, da Funtana Meiga S’Acqua Mala, ad Acqua Durci – Sa Concullia Ogai. Analoga situazione a Mandriola e Su Pallosu, in territorio comunale di San Vero Milis, dove a partire dagli anni ’60 del secolo scorso sono stati alienati illegittimamente a Privati numerosi lotti di terreno ormai edificati sul litorale. Svariati ettari di terreno agricolo appartenenti al demanio civico di Barumini (ma in territorio comunale di Las Plassas) risultano anch’essi intestati a Privati.
Finora non si ha notizia di alcuna attività comunale o regionale finalizzata al recupero dei terreni a uso civico occupati senza titolo da Privati. Chi ci guadagna? Riscontri elettorali, imprese industriali, piccoli e grandi abusi (forse anche di qualche amministratore pubblico), grandi imprese immobiliari. Chi ci perde? Le tante collettività locali sparse in tutta la Sardegna (in tre quarti dei Comuni sono presenti terre a uso civico), a cui vengono sottratti coste, pascoli, boschi senza nulla in cambio. Tutti noi per quanto concerne il valore ambientale dei demani civici. La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari ha aperto in proposito un procedimento penale, esteso anche alla denunciata mancata promulgazione di più di 120 provvedimenti di accertamento di altrettanti demani civici che dormono nei cassetti regionali da 5 anni.
Tuttavia, la recente legge regionale Sardegna n. 11/2017 (artt. 36-41) consente una razionalizzazione e un ritorno alla legalità in tema di usi civici. In proposito, il Gruppo d’Intervento Giuridico onlus ha espresso forte soddisfazione, in quanto sono state sostanzialmente accolti i contenuti della propria Proposta di legge regionale “Trasferimento dei diritti di uso civico e sdemanializzazione di aree compromesse appartenenti ai demani civici. La recente legge regionale prevede interventi esclusivamente finalizzati a ripristino e bonifiche ambientali nei demani civici in assenza di titolo per l’occupazione dei terreni (art. 36), come in varie aree minerarie del Sulcis, viene introdotta la valutazione paesaggistica congiunta con il Ministero per i beni e attività culturali attraverso l’istituto della copianificazione nei casi di permuta e alienazione di terreni a uso civico (art. 37), viene resa permanente la possibilità del trasferimento dei diritti di uso civico in caso di reali benefici per la collettività locale titolare dei diritti (art. 38).
Inoltre, finalmente, l’ipotesi di sdemanializzazione di terreni a uso civico che abbiano perso irreversibilmente le loro caratteristiche morfologiche viene vincolata al trasferimento dei diritti di uso civico in terreni di valore ambientalemessi a disposizione da parte del Comune interessato e dalla Regione (art. 39), così da non impoverire ambiente e patrimonio delle comunità locali nei casi di trasformazioni irreversibili di terreni a uso civico. In questo modo si viene anche incontro ai tanti cittadini che hanno incolpevolmente acquistato dai Comuni e realizzato la propria casa su terreni a uso civico venduti illegittimamente. Anche nei casi di sdemanializzazione e trasferimento dei diritti di uso civico la valutazione congiunta del valore paesaggistico è attuata attraverso l’istituto della copianificazione, mentre vengono previste procedure per la regolarizzazione degli atti di alienazione eventualmente intervenuti.
Un primo importantissimo passo verso la legalità e la corretta gestione di diritti collettivi e di un patrimonio che interessa 4-500 mila ettari di coste, boschi, pascoli, terreni agricoli e quasi tutti i territori comunali dell’Isola. Regione autonoma della Sardegna e Comuni devono finalmente fare la loro parte fino in fondo per garantire diritti collettivi dei cittadini e la salvaguardia ambientale di circa un quinto dell’Isola.



lunedì 13 novembre 2017

Gli sporchi segreti della carne vegetale - Silvia Ribeiro


L’industria della carne è un grave problema per la salute, l’ambiente e per gli animali che sono costretti a vivere tutta la loro vita in condizioni deplorevoli. Per tutte queste ragioni, sempre più persone scelgono di mangiare meno carne o di abbandonare totalmente il suo consumo. Davanti a questa domanda, l’industria dei sostituti vegetali della carne cresce molto rapidamente, ma sono davvero migliori?
Ad esempio, il cosiddetto hamburger impossibile (Impossible Burger) dell’impresa high-tech Impossible Foods, nella quale molti operatori provengono dall’industria biochimica e informatica più che da quella alimentare, è uno dei prodotti di questo fiorente mercato. Lo presentano come completamente vegetale, ma con una salsa segreta che lo fa sanguinare e con un sapore e un colore molto simili a quelli della carne.
L’ingrediente che gli dà questo effetto, la leghemoglobina (abbreviata in inglese SLH o semplicemente heme), è in questo caso un prodotto derivato dall’ingegneria genetica che non è stato approvato come sicuro per la salute umana dall’Agenzia per gli Alimenti e i Medicinali degli Stati Uniti(FDA nel suo acronimo inglese): malgrado ciò, dal 2016 l’azienda lo ha messo sul mercato.
La questione è venuta alla luce per un articolo del New York Times dell’8 agosto 2017, a partire dal quale le organizzazioni Amigos de la Tierra e Grupo ETC hanno ottenuto, mediante la legge di accesso all’informazione, i documenti che l’impresa ha presentato alla FDA, nel tentativo di ottenere la sua approvazione (tinyurl.com).
Secondo quanto ha spiegato Jim Thomas, del Grupo ETC, la FDA ha detto a Impossible Foods che il suo hamburger non raggiunge gli standard di innocuità, e l’impresa ha ammesso di non conoscere tutti i suoi ingredienti. Anche così, lo ha venduto a migliaia di incauti consumatoriL’azienda dovrebbe ritirare dal mercato i suoi hamburger fino a quando la FDA non stabilisce la sicurezza del prodotto e dovrebbe porgere le sue scuse a coloro che sono stati messi a rischio.
La leghemoglobina usata per questo hamburger, è una proteina creata in laboratorio che ne imita una presente nella radice delle piante di soia, ma viene prodotta, all’interno di serbatoi, da microbi alterati mediante la biologia sintetica. Nei documenti presentati dall’azienda alla FDA, l’agenzia ha avvertito che secondo i dati forniti, l’heme, ingrediente chiave dell’hamburger, non rispetta gli standard per lo status di sicurezza generalmente riconosciuti (GRAS, nel suo acronimo in inglese). L’impresa ha ammesso che nel processo di ingegneria genetica per l’heme, si erano generate 46 proteine supplementari inaspettate, nessuna delle quali era stata valutata nel dossier presentato alla FDA. Per evitare che la FDA respingesse la richiesta, l’impresa l’ha volontariamente ritirata, assicurando che avrebbe realizzato nuovi test, che attualmente assicura di aver realizzato con successo – in esperimenti di alimentazione con topi da laboratorio- ma, malgrado questo, lo studio non è pubblico. Anche se l’azienda sostiene che la proteina contenuta nella soia è stata consumata per molto tempo e non sono noti effetti avversi, la versione costruita mediante biologia sintetica, così come le proteine supplementari inaspettate, sono sconosciute e hanno un potenziale allergenico e altri sconosciuti.
Il caso di questo hamburger vegetale sanguinante è significativo dello sviluppo in questo settore. Non si tratta, come si potrebbe pensare, di alternative sostenibili, ma in molti casi sono sostituti con ingredienti che sono stati secreti, in vasche di fermentazione, da microbi o lieviti alterati geneticamente mediante la biologia sintetica: un settore scarsamente o per nulla regolamentato, nel quale non esistono neanche norme di biosicurezza adeguate a questo processo industriale nuovo e per nulla naturale. Altri esempi dello stesso tipo sono i sostituti che imitano il latte vaccino prodotti dall’azienda Perfect Day o gli albumi di Clara Foods, entrambi prodotti con biologia sintetica.
Sono aziende che cercano di approfittare commercialmente delle lacune normative e della critica e della sensibilità di sempre più persone davanti alla produzione industriale di carne e alla crudeltà degli allevamenti, ma senza spiegare che il processo di produzione si basa su tecnologie rischiose, sia in questi che in altri casi, come quelli che producono carne in laboratorio, un’altra avventura di alta tecnologia che implica rischi sulla salute che non sono stati valutati.
Il motore di questo settore industriale è che il mercato dei sostituti dei prodotti animali è enorme e in rapida crescita: il fondatore della Impossible Foods stima che, in pochi anni, sarà di miliardi di dollari. Sicuramente è anche il motivo per cui Impossible Foods ha ottenuto investimenti per 200 milioni di dollari da parte di Bill Gates, Khosla Ventures e anche dal miliardario di Hong Kong, Li Ka-Shing, ai quali questo mese si sono aggiunti ulteriori 75 milioni di dollari dal fondo di investimento sovrano di Singapore (NYT).
La messa in discussione dell’allevamento industriale degli animali è completamente giustificata per una vasta gamma di ragioni, ma non abbiamo bisogno di cambiarlo per un’altra industria nociva e rischiosa. La produzione contadina, agro-ecologica, di pastori e pescatori artigianali, ci offre abbondanti alternative reali, sane e provate.
(Pubblicato sul blog di Silvia Ribeiro, direttrice del Gruppo ETC per l’America Latina, con il titolo Secretos sucios de la carne vegetal e qui con la sua autorizzazione. Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo)

domenica 12 novembre 2017

Né austerità, né debiti pubblici - Maurizio Pallante


Crescita e occupazione.
Nelle società che finalizzano l’economia alla crescita della produzione di merci, le industrie non possono non investire sistematicamente in innovazioni tecnologiche che aumentano la produttività, ovvero la quantità della produzione in una unità di tempo. Altrimenti la produzione non crescerebbe e non si raggiungerebbero le finalità poste all’economia. Le tecnologie che aumentano la produttività aumentano l’apporto delle macchine e riducono l’apporto del lavoro umano al valore aggiunto. Di qui è nata la convinzione che le innovazioni tecnologiche riducano i posti di lavoro. Uno dei primi a sostenere questa tesi è stato John Maynard Keynes, che in un suo breve saggio del 1931, intitolato Possibilità economiche per i nostri nipoti, ha scritto: «Noi abbiamo contratto un morbo di cui forse il lettore non conosce ancora il nome, ma del quale sentirà molto parlare negli anni a venire – la disoccupazione tecnologica. Scopriamo sempre nuovi sistemi per risparmiare forza lavoro, e li scopriamo troppo in fretta per riuscire a ricollocare quella forza lavoro altrove».[1]
In realtà l’illustre economista confondeva due fenomeni, uno di carattere tecnico e uno di carattere politico, perché la riduzione dell’apporto del lavoro umano al valore aggiunto causata dallo sviluppo tecnologico può essere gestita in due maniere. Se si decide di mantenere intatta la durata dell’orario giornaliero di lavoro si riduce l’occupazione, ma se si decide di ridurre la durata dell’orario giornaliero di lavoro si può mantenere intatta l’occupazione. Queste decisioni rispondono a valutazioni di carattere politico. La concorrenza ha imposto l’adozione della prima scelta, per cui le innovazioni dei processi produttivi hanno comportato riduzioni dell’occupazione. In controtendenza con questo processo agiscono le innovazioni tecnologiche di prodotto, ovvero l’immissione sui mercati di modelli innovativi dei prodotti in uso, o di prodotti innovativi – si pensi alla telefonia mobile – che mantengono alta la propensione al consumo e offrono nuove possibilità di occupazione. Ma, come ha scritto Keynes, le innovazioni tecnologiche di processo si sono susseguite troppo velocemente, anche nei settori produttivi innovativi, per consentire alle innovazioni tecnologiche di prodotto di assorbire tutta la forza lavoro che espellevano. La riduzione del numero degli occupati fa diminuire il numero delle persone con un reddito in grado di acquistare merci. Pertanto, se le innovazioni tecnologiche di processo non vengono accompagnate da riduzioni dell’orario di lavoro, accrescono l’offerta e contribuiscono a ridurre la domanda. Per evitare che questo squilibrio venga compensato da una riduzione della produzione che innescherebbe una crisi  – la riduzione della produzione comporta una diminuzione dell’occupazione che a sua volta determina una riduzione della domanda, per cui occorre ridurre ulteriormente la produzione – la domanda viene sostenuta politicamente aumentando i debiti pubblici e incentivando i debiti privati con opportune agevolazioni fiscali e monetarie. La finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci implica la crescita dell’indebitamento.
Crescita e debito.
Nel breve periodo l’indebitamento può essere una scelta risolutiva, sia per i bilanci pubblici, sia per i bilanci privati. Il finanziamento in deficit di opere pubbliche o di servizi sociali fa crescere la produzione e l’occupazione, per cui aumenta il gettito fiscale e gli enti pubblici possono ripagare i debiti che hanno contratto. La crescita della produzione conseguente all’adozione di tecnologie più performanti acquistate a debito, fa aumentare la produzione, le vendite e i profitti, per cui le aziende possono ripagare i debiti sottoscritti per acquistarle. La crescita della spesa pubblica e degli investimenti produttivi fanno crescere l’occupazione, per cui le famiglie possono saldare i mutui e i crediti al consumo. Ma può succedere che i debiti non possano essere pagati: dalle pubbliche amministrazioni perché i profitti derivanti dall’incremento della produzione non sono sufficienti ad accrescere il gettito fiscale in misura tale da compensare le spese in deficit; dalle aziende perché l’aumento dell’offerta di merci non è assorbito da un’adeguata crescita della domanda, per cui i profitti non consentono di ammortizzare le spese d’investimento; dalle famiglie se s’indebitano più di quanto lo consenta l’aumento dei loro redditi.
Quando si verificano delle insolvenze, se i creditori sono d’accordo, i debiti possono essere rateizzati con un aumento degli interessi. In questo caso occorrono quote maggiori del gettito fiscale, dei profitti delle aziende e dei redditi familiari per pagare le nuove rate più onerose, per cui diminuisce la domanda. Se invece i debitori non sono in grado di pagare i creditori nemmeno ristrutturando i debiti, le aziende falliscono e alle famiglie vengono pignorati i beni acquistati a credito, mentre lo Stato può risolvere il problema aumentando la richiesta di prestiti ai privati con l’emissione di Buoni del Tesoro, a tassi d’interesse tanto più alti quanto più alto è il livello raggiunto dal debito pubblico e il rischio che i sottoscrittori non possano essere rimborsati.
Di conseguenza il debito aumenta e, poiché aumenta anche il peso degli interessi, si può raggiungere la soglia oltre la quale l’avanzo primario di un bilancio statale – ovvero il saldo positivo tra le entrate e le spese – non è sufficiente a pagare le rate del debito pubblico, per cui per coprire la differenza occorre ridurre le spese o aumentare le tasse, con un effetto depressivo sulla domanda aggregata. Poiché, generalmente, i governi su cui si scarica l’onere di affrontare questi problemi non sono quelli che li hanno creati, i governi che deliberano le spese in deficit usufruiscono del consenso sociale che ne deriva, mentre i governi successivi ne pagano le rate gravate dagli interessi e ne subiscono le conseguenze negative senza esserne stati responsabili. In termini generazionali, le generazioni presenti non pagano tutti i costi di scelte di cui beneficiano, lasciandone una parte da pagare alle generazioni future, che non ne ricevono alcun vantaggio.
A questa iniquità sociale, si aggiunge un aumento dell’impronta ecologica della specie umana sulla biosfera, perché in conseguenza delle spese in deficit aumenta la domanda di merci, aumenta il fabbisogno di risorse naturali da trasformare in merci e da utilizzare nei processi produttivi, aumentano i rifiuti e le sostanze di scarto emesse dai cicli produttivi in qualche matrice della biosfera. E aumentano le diseguaglianze tra i popoli, perché un incremento dei consumi di risorse da parte dei Paesi industrializzati riduce le quantità di risorse disponibili per i Paesi in cui è ancora significativa l’economia di sussistenza. Chi si propone di promuovere una maggiore equità sociale e una maggiore compatibilità ambientale non può non impegnarsi contro l’aumento dei debiti pubblici e per l’adozione di stili di vita che escludano il ricorso ai debiti per comprare più di quanto non consenta il proprio reddito.
I debiti sono l’altra faccia della medaglia della crescita. L’irresponsabilità politica negli anni del boom economico.
La settimana Incom 30 novembre 1962: Tutti contenti a Firenze.[2]
La nuova libreria Feltrinelli a Firenze e il deficit dell’amministrazione comunale
Tutti contenti a Firenze. Il boom della cultura non poteva trovare impreparata la città di Dante e i fiorentini tra tanti supermercati hanno ora anche il supermarket della letteratura. Nella nuova libreria Feltrinelli il cliente si serve da sé, come nei grandi magazzini. Il miracolo economico e le riviste di arredamento hanno portato i libri sullo stesso piano dei soprammobili e ne hanno fatto un elemento decorativo. Una macchia di colore per il soggiorno. Molti si lasciano sedurre dall’etichetta e comprano un libro per la sua copertina, come se si trattasse di una scatola di pomidoro pelati. I libri ormai servono a tutto, tranne che ad essere letti. Tra i clienti ce n’è uno particolarmente soddisfatto: il sindaco La Pira. Forse pensa che qualcuno prima o poi dovrà risanare il deficit del Comune e questo pensiero lo diverte. L’assessore alle finanze Mayer ha rivelato che il deficit ammonta a 44 miliardi. La notizia ha suscitato grande scalpore. L’unico tranquillo e imperturbabile è il sindaco.
Intervistatore «Come sta la faccenda dei debiti del Comune?»
La Pira «Debiti? Ma guardi l’unica responsabilità che io ho è di non aver fatto i debiti adeguati per la mia città. Ne vuole una prova? Milano: al primo gennaio 59 sa quanti debiti aveva? 149 miliardi 350 milioni. Ne vuole ancora? Torino, al primo gennaio 62, sa quanti ne aveva? 164 miliardi (negli anni precedenti erano stati costruiti gli edifici, in seguito inutilizzati, e le infrastrutture, subito smantellate, di Italia 61 per celebrare il centenario dell’unità d’Italia ndr.)».
Intervistatore «Allora 44 miliardi…».
La Pira «Aspetta, aspè… aspè… Roma, al primo 62, sa quanti ne aveva? 357 miliardi (negli anni precedenti erano stati costruiti gli edifici, le infrastrutture viarie e gli impianti per le Olimpiadi del 1960, ndr.). Napoli. Sa quanto? 203 miliardi. Palermo, sempre al primo, 62 miliardi, e così via.».
Intervistatore «Certo che lei è molto informato sui debiti degli altri.»
La Pira «Ma io, io sono ragioniere, sa?»
Intervistatore «Come si può rimediare?»
La Pira «A che cosa?»
Intervistatore «Ai debiti.»
La Pira «Ai debiti? Come ai debiti? Rimediare a che cosa? Scusi i debiti, non è che noi facciamo debiti per feste da ballo, eh?»
Intervistatore «Allora i debiti, ci sono o non ci sono?»
La Pira «Ci sono. Purtroppo sono pochi. Perché noi ne abbiamo soltanto 39 miliardi».
Intervistatore «Ah, soltanto…».
La Pira «Se fa il confronto con Milano 149, Torino…».
Intervistatore «E allora sono una sciocchezza».
La Pira «Una sciocchezza. Io sono responsabile di una sola cosa. Di non aver fatto per la mia città i debiti che le altre città hanno fatto per il loro incremento».
Intervistatore «Grazie».
La Pira «Sono un imbecille».
Ossia è imbecille chi risparmia (commento del giornalista che, in realtà, avrebbe dovuto dire: è imbecille chi non fa debiti).
La crescita progressiva dell’indebitamento pubblico e privato.
Il divario tra la crescita dell’offerta e una crescita inferiore della domanda determinato dagli incrementi della produttività senza riduzioni dell’orario di lavoro, è aumentato progressivamente con l’introduzione dell’informatica e della robotica nelle attività produttive. Per cui è aumentata la tendenza dei governi dei Paesi industrializzati a spendere in deficit per far crescere la domanda, è aumentata la necessità delle industrie di accendere mutui per acquistare le innovazioni tecnologiche che si susseguono a ritmo sempre più serrato, è aumentata la propensione delle famiglie ad acquistare a debito, anche in conseguenza degli incentivi offerti dal sistema bancario: carte di credito, mutui facili, rateizzazioni dei pagamenti.
Dal 2000 al 2016 il rapporto tra debito e prodotto interno lordo nei Paesi dell’Unione Europea è salito dal 60,2 all’83,5 per cento. Dal 1995 al 2016, in Italia è salito dal 116 al 132 per cento, in Francia dal 55,8 al 96 per cento, nel Regno Unito dal 45,2 all’89,3 per cento, in Germania dal 54,8 al 68,3 per cento, in Spagna dal 61,7 al 99,4 per cento, in Grecia dal 99 al 179 per cento. Più forti gli aumenti in Giappone, dove ha raggiunto il 228 per cento, e negli Stati Uniti, dove alla fine degli anni settanta si attestava intorno al 30 per cento e nel 2016 aveva raggiunto il 104 per cento del prodotto interno lordo, pari a 20.000 miliardi di dollari, a cui vanno aggiunti altri 3.125 miliardi di debiti contratti da singoli Stati e municipalità. Secondo i dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale alla fine del 2015 il debito globale ha raggiunto il valore di 152.000 miliardi di dollari, pari al 225 per cento del valore monetario della produzione di merci a livello mondiale, che si è attestato a 77.302 miliardi di dollari. Circa i due terzi del debito complessivo, pari a 100 miliardi di dollari, sono costituiti da debiti privati: delle famiglie, per accrescere i loro consumi, e delle aziende, per effettuare investimenti finalizzati ad aumentare la produttività. I dati differenti forniti dall’Institute for International Finance, riportati dal quotidiano della Confindustria, Il Sole 24 ore, oltre a confermare la scarsa attendibilità dei dati su cui si fondano le scelte economiche, sono ancora più impressionanti: a gennaio 2017 il debito mondiale avrebbe raggiunto 215.000 miliardi di dollari, pari al 325 per cento del valore della produzione di merci, di cui 70 – un terzo – accumulato negli ultimi 10 anni.[3]
In Italia il debito pubblico eccede i valori degli altri Paesi europei ed è secondo solo alla Grecia, in conseguenza della decisione, presa nel 1981 dall’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e dal governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, di vietare alla Banca d’Italia di acquistare i titoli del debito pubblico rimasti invenduti, per evitare il rischio d’inflazione. Il risultato fu un forte innalzamento degli interessi. In dieci anni il debito pubblico raddoppiò, salendo dal 60 per cento del Pil nel 1982 al 120 per cento nel 1993. Nel 2015 il valore del prodotto interno lordo italiano è stato di 1.645 miliardi di euro, il valore del debito pubblico di 2.173 miliardi di euro, pari al 132,3 per cento del Pil; la somma degli interessi pagati sul debito pubblico è stata di 70 miliardi di euro, pari al 4,3 per cento del Pil (dati della Banca d’Italia).
La globalizzazione.
Il divario tra l’aumento dell’offerta di merci e un più contenuto aumento della domanda è stato accentuato dalla globalizzazione, ovvero dall’estensione dell’economia di mercato a livello planetario, in particolare alla Cina e all’India, dove vivono 2,6  miliardi di persone – il 37 per cento della popolazione mondiale – alla Russia, al Brasile e al Sud Africa. L’apertura di quei mercati vastissimi era indispensabile per ridare slancio alla crescita economica dei Paesi di più antica industrializzazione – Stati Uniti, Unione Europea, Canada e Giappone – e ha consentito alle società multinazionali di trasferire i loro impianti in Paesi dove i costi della manodopera e le tutele sindacali sono molto inferiori, gli orari di lavoro più lunghi, le legislazioni ambientali molto più permissive. I costi di produzione più bassi e il più intenso sfruttamento dei lavoratori hanno fatto crescere la produzione e i loro profitti, ma l’occupazione nei Paesi di più antica industrializzazione è diminuita, facendo diminuire la domanda, che è aumentata nei Paesi in cui sono state delocalizzate le aziende, ma non in misura tale da assorbire gli incrementi dell’offerta, a causa dei livelli retributivi più bassi.
L’aumento della disoccupazione, soprattutto giovanile, nei Paesi europei e la concorrenza esercitata dai costi e dalle tutele sindacali inferiori in Cina e in India, hanno ridotto la forza contrattuale dei lavoratori. Di conseguenza le loro retribuzioni sono diminuite costantemente. Il sociologo del lavoro Luciano Gallino ha scritto che «tra il 1980 […] e il 2006, la quota dei salari sul Pil nei paesi che formavano a inizio periodo la UE a 15 è scesa di circa 10 punti, dal 68 a 58 per cento», accentuando la diminuzione della domanda e aumentando le differenze tra una minoranza sempre più ricca e una percentuale sempre più ampia di popolazione sempre più povera.[4]
La crisi dei mutui subprime.
La dinamica costituita da una crescita della produzione di merci che comporta una crescita dell’offerta sistematicamente superiore alla crescita della domanda, creando un divario che si cerca di ridurre aumentando progressivamente l’indebitamento pubblico e privato per sostenere la domanda, prima o poi è destinata a innescare una crisi da sovrapproduzione. Così è avvenuto con i mutui subprime, a febbraio del 2007 negli Stati Uniti. Le banche americane concedevano mutui per l’acquisto di case a clienti che esse stesse avevano classificato nella categoria dei subprime, i meno affidabili, perché erano falliti, o erano stati pignorati, o non pagavano con regolarità bollette e rate di prestiti. Per il fatto di essere ad alto rischio, i mutui subprime erano gravati da tassi d’interesse superiori a quelli di mercato. Con quei finanziamenti le banche contribuivano a tenere alti i prezzi e la domanda nel settore dell’edilizia, evitando che entrasse in crisi. A metà degli anni novanta il 25 per cento dei mutui fondiari erano subprime.
Quando ha iniziato a crescere il numero dei mutui non pagati, le case che le banche pignoravano e mettevano in vendita hanno fatto crescere l’offerta più della domanda, per cui i prezzi del settore edile sono crollati. Sapendo che questo sarebbe stato l’esito inevitabile della vicenda, gli istituti di credito si erano tutelati trasformando i loro crediti nei confronti dei clienti subprime in obbligazioni subordinate, che avevano rendimenti molto elevati proprio perché quei mutui erano stati concessi a tassi d’interesse superiori a quelli di mercato, ma erano molto rischiose perché garantite – si fa per dire – dai mutui stessi e non dall’istituto di credito. Questi titoli d’investimento, che vengono definiti derivati, non pagano l’interesse se le rate del mutuo non vengono pagate e, in caso d’insolvenza, non possono essere ceduti. La conseguenza è la perdita dei capitali investiti dai risparmiatori che li hanno acquistati convinti di vederli fruttare senza fare nulla, come Pinocchio nel Campo dei Miracoli.[5]
Secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, la crisi scoppiata nei primi mesi del 2007 e culminata a settembre del 2008 con la bancarotta di una delle principali banche del Paese, la Lehman Brothers, è costata quasi 9 milioni di posti di lavoro e poco meno di 19.200 miliardi alle famiglie. La crisi dell’edilizia che ne è seguita si è propagata rapidamente a tutti gli altri comparti produttivi, provocando una recessione più grave, più estesa e più duratura di quella del 1929. Per fronteggiarla ed evitare il crollo del sistema creditizio, che avrebbe avuto pesantissime ripercussioni sulle attività economiche e produttive, gli Stati hanno sostenuto le banche con enormi contributi di denaro pubblico. Negli Stati Uniti, in seguito al fallimento della Lehman Brothers il presidente Barak Obama ha fatto ricorso a un prolungato quantitative easing, che ha fatto crescere il debito pubblico di 9.300 miliardi di dollari e il rapporto tra debito e prodotto interno lordo dal 65 per cento a più del 100 per cento. Una conferma del fatto che la finalizzazione dell’economia alla crescita richiede un incremento costante dei debiti pubblici.
Distinguere l’austerità dal buongoverno.
A dieci anni dal suo inizio la crisi economica non è ancora stata superata del tutto, anche se non incide su tutti i Paesi industrializzati con la stessa intensità. I modi di affrontarla sono stati due, opposti nelle scelte, ma accomunati dalla stessa finalità di far ripartire la crescita: l’austerità e l’incremento della spesa pubblica in deficit. L’austerità è stata scelta dalla destra e si fonda sull’assunto che per far ripartire la crescita occorre prima di tutto ridurre i debiti pubblici, tagliando le spese e/o aumentando le entrate, in modo da ridurre l’entità degli interessi da pagare e recuperare denaro per gli investimenti. In linea di principio non si capisce per quale ragione una scelta di questo genere debba rientrare nella categoria concettuale dell’austerità, mentre sembra più attinente a quella del buongoverno. Eliminare dall’agenda politica la realizzazione di grandi opere pubbliche che le aziende private, sulla base di accurati studi di mercato eviterebbero di fare, non è una rinuncia, ma una scelta ispirata a criteri di saggezza.[6] Risponde a criteri di saggezza anche la riduzione delle spese militari, che invece non viene nemmeno presa in considerazione. Basta pensare che solo il costo del casco del pilota di un aereo da combattimento F35 costa 2 milioni di dollari, quanto occorre per ristrutturare energeticamente due grandi edifici scolastici, riducendo del 70 per cento i loro consumi di combustibili fossili, la spesa di denaro pubblico necessaria a pagarli e le emissioni di anidride carbonica. Sempre nella categoria del buongoverno rientra la riduzione degli sprechi che si può ottenere utilizzando tecnologie che accrescono l’efficienza nell’uso delle risorse, mentre la riduzione degli enormi privilegi retributivi di alcune categorie sociali ha anche le connotazioni dell’equità sociale. Queste scelte non rendono austera la vita a nessuno.
Si può definire correttamente austerità la scelta di ridurre il debito pubblico solo se le spese pubbliche che vengono ridotte comportano peggioramenti nelle condizioni di vita di categorie sociali che già hanno poco. Sostanzialmente, se si tagliano le spese dello Stato per i servizi sociali, se ne aumentano i costi per gli utenti riducendo al contempo le prestazioni, si privatizzano i servizi pubblici. A maggior ragione se questa austerità mirata va a colpire famiglie in cui vivono persone che non trovano lavoro, o lo hanno perso a causa della globalizzazione, o fanno lavori precari, dequalificati e poco pagati.
In Italia questo compito è stato affidato a Mario Monti, un economista accademico inserito con ruoli di alta responsabilità nelle istituzioni finanziarie internazionali e nelle strutture associative imprenditoriali, più volte commissario europeo, nominato il 9 novembre 2011 senatore a vita dal Presidente della Repubblica e incaricato il 13 di formare un governo tecnico che il 16 novembre aveva già prestato giuramento. Impossibile non pensare che non fosse un disegno preordinato. E dal momento che non ebbe una gestazione istituzionale, è facile immaginare dove l’abbia avuta.[7]
Presentato dai mass media come colui che avrebbe salvato il Paese dalla gravissima crisi economica e finanziaria che lo attanagliava, il 4 dicembre Mario Monti predispose in un decreto, denominato in coerenza con la sua fama, «Salva Italia», una manovra finanziaria anticrisi che prevedeva un aumento delle tasse, una riduzione delle spese statali per i servizi pubblici, una forte riduzione della spesa pensionistica. Nel decreto venne reintrodotta la tassa sulla prima casa, con un’aliquota più alta di quella precedente e con un aumento delle rendite catastali. Fu aumentata la tassa rifiuti confermandone la parametrazione sulla superficie delle abitazioni, per cui in realtà si configurava come un’integrazione della tassa sulla casa. Venne aumentata l’IVA ed eliminata la riduzione dell’aliquota sui generi alimentari. Furono ridotti i trasferimenti dallo Stato agli Enti locali, che erano autorizzati a introdurre delle addizionali ad alcune tasse statali per compensare la diminuzione dei loro introiti.[8]
La misura che scaricò più pesantemente sulle classi popolari il costo della riduzione del debito pubblico fu la riforma delle pensioni. Dall’anno successivo sarebbe stata innalzata progressivamente l’età pensionabile, fino a raggiungere i 67 anni entro il 2022, e riparametrata al ribasso l’entità delle pensioni col passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo.[9] A 5,5 milioni di titolari di pensioni superiori a 920 euro mensili venne bloccata l’indicizzazione al costo della vita. Nessuna limitazione fu invece applicata alle pensioni privilegiate di parlamentari, consiglieri regionali, dirigenti statali e delle aziende partecipate dallo Stato. Dalle misure finalizzate a risanare il bilancio pubblico furono escluse le imprese, cui venne ridotto il carico fiscale diminuendo le tasse sul costo del lavoro e l’imposta regionale sulle attività produttive. E vennero escluse le grandi opere, per le quali il governo s’impegnava a trovare 40 miliardi di euro tra risorse pubbliche e private. Appena le misure di risanamento del bilancio statale a spese delle classi sociali subordinate furono applicate, le destre tolsero il loro appoggio al governo e il Presidente della Repubblica sciolse anticipatamente le Camere.
Alle elezioni politiche che si svolsero nel febbraio del 2013, la percentuale più alta dei voti – il 25,56 per cento – fu raccolta dal Movimento 5 Stelle, un raggruppamento politico che si presentava per la prima volta, caratterizzandosi come alternativo a tutti i partiti esistenti. Il partito fondato dall’ex-presidente del Consiglio per continuare la sua opera di salvezza del Paese, ottenne appena il 9,1 per cento dei voti e cominciò subito a sbriciolarsi. La sua opera di salvezza non portò frutti né in termini di rilancio dell’economia, né in termini di crescita dell’occupazione, che anzi continuò a diminuire, né in termini di riduzione del debito pubblico. In compenso lasciò il retaggio di una diffusa e profonda sofferenza sociale. Nel 2012 il prodotto interno lordo diminuì del 2,4 per cento rispetto al 2011 e nel 2013 di un ulteriore 1 per cento rispetto al 2012. Il tasso di disoccupazione, che nel 2011 era stato dell’8,4 per cento, nel 2012 salì al 10,7 per cento. Tra i giovani (15-24 anni) crebbe di 6,2 punti percentuali, arrivando al 35,3%, con un picco del 49,9% per le giovani donne del Mezzogiorno. Il tasso di occupazione scese di due decimi di punto rispetto all’anno precedente e ai minimi dal 2000, attestandosi al 56,8%. Nel 2013 il tasso di disoccupazione aumentò ulteriormente, raggiungendo il 12,2 per cento. Tra i giovani arrivò al 42,24 per cento. In valori assoluti il numero dei disoccupati fu di circa 3,3 milioni di persone.
Nel Regno Unito il primo ministro conservatore David Cameron nei cinque anni del suo primo incarico, dal 2010 al 2015, tagliò la spesa sociale dal 23 al 21 per cento del prodotto interno lordo, creando uno scontento sociale che pagò nel 2006 con la sconfitta al Referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea. Un Referendum che aveva promosso egli stesso, convinto di vincerlo e di rafforzare col sostegno del consenso popolare la sua scelta di restare, mentre gli strati sociali penalizzati dalla riduzione delle spese sociali, dalla disoccupazione e dalla precarietà sul lavoro, videro nella scelta di restare una continuità con le scelte di politica economica e sociale che avevano peggiorato le loro condizioni di vita. Il primo ministro subentrato in seguito alle sue dimissioni, Theresa May, esponente dello stesso Partito Conservatore, nel discorso d’insediamento dimostrò di aver capito la lezione impegnandosi a cambiare strada rispetto al suo predecessore: «Il Referendum ha fatto emergere una nazione spaccata in due, in cui vi sono i ricchi e i poveri, gli ignoranti e gli istruiti, gli avvantaggiati e gli svantaggiati dalla globalizzazione […] Chi nasce povero vive in media nove anni di meno, le donne guadagnano meno degli uomini, chi frequenta la scuola pubblica ha meno possibilità di chi studia in una scuola privata. […] Sotto la mia guida il Partito Conservatore si metterà al servizio della gente comune, dell’ordinary working people». Non deve essere stata molto persuasiva se undici mesi dopo, alle elezioni politiche anticipate che aveva voluto nella convinzione di rendere più ampia la maggioranza risicata del suo partito in Parlamento, invece di rafforzarla l’ha persa perdendo 12 seggi, mentre il Partito Laburista, tornato a sinistra sotto la guida di Jeremy Corbyn dopo la svolta a destra di Tony Blair, ne ha guadagnati 30 presentando un programma politico contrario all’austerità, che ha fatto presa soprattutto tra i giovani.
Le iniquità sociali e l’incompatibilità ambientale dei debiti pubblici.
Per superare la crisi, la sinistra non geneticamente modificata ha scelto di seguire la strada indicata da John Maynard Keynes, il più importante economista del novecento, che non era di sinistra, ma un liberale scettico sulle capacità autoregolatrici del mercato nelle fasi in cui il suo normale funzionamento s’inceppa. Nelle società pre-industriali le crisi erano causate dalla scarsità della produzione agricola che poteva verificarsi di tanto in tanto in conseguenza di eventi meteorologici eccezionali. Nelle società industriali sono causate invece dalla sovrabbondanza dell’offerta di merci. Se l’offerta di merci eccede la domanda espressa dal mercato e rimane in parte invenduta, le aziende devono ridurre la produzione e licenziare una parte dei loro dipendenti. I dipendenti licenziati rimangono senza reddito, per cui la domanda diminuisce, le aziende devono ridurre ulteriormente la produzione e licenziare altri dipendenti. Per arrestare questa spirale, Keynes, infrangendo il caposaldo del liberismo, sostenne che gli Stati dovevano aumentare la spesa pubblica indebitandosi. Non sarebbe bastato che spendessero di più aumentando il prelievo fiscale, perché in questo modo sarebbe aumentata la domanda pubblica, ma sarebbe diminuita quella privata. Per far crescere la domanda aggregata occorreva che gli Stati commissionassero opere pubbliche e potenziassero i servizi sociali oltre le capacità di spesa consentite dalle loro entrate. L’aumento della domanda statale in deficit avrebbe rimesso in moto le attività produttive e avrebbe fatto crescere il numero degli occupati, che con i loro redditi avrebbero fatto crescere ulteriormente la domanda, le attività produttive e gli occupati. L’aumento dei profitti e dei redditi avrebbe aumentato il gettito fiscale e gli Stati avrebbero potuto pagare le rate dei prestiti contratti per rimettere in moto l’economia. Perché aspettare la riduzione dei debiti pubblici per recuperare il denaro necessario a effettuare gli investimenti, come sostiene la destra, mentre l’aumento dei debiti pubblici consente non solo di riavviare molto più in fretta il ciclo economico, ma anche di ridurre la sofferenza sociale invece di acuirla, di migliorare le condizioni di vita degli strati sociali più poveri invece di peggiorarle? Anche da un punto di vista economico è più vantaggioso ridurre il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo aumentando il prodotto interno lordo invece di ridurre il debito.
La maggiore equità di questa strategia sostenuta dalla sinistra rispetto a quella dell’austerità sostenuta dalla destra è comunque finalizzata, come quella della destra, a rilanciare la crescita economica e i suoi effetti si limitano alle generazioni attuali dei Paesi sviluppati e di quelli che si stanno sviluppando sul loro modello. Ma se aumenta la produzione di merci grazie alla spinta che il sistema produttivo riceve dai debiti pubblici e privati, aumenta il fabbisogno di risorse e di energia, aumentano le emissioni di anidride carbonica e l’effetto serra, aumentano le sostanze di scarto che si accumulano nella biosfera, aumenta il consumo di concimi di sintesi che riducono la fertilità dei suoli, si accelera la diminuzione della fauna ittica negli oceani. Si aggravano tutti i fattori della crisi ambientale, si lascia alle generazioni future un mondo impoverito di risorse e inquinato, aumentano le sofferenze che la specie umana infligge alle altre specie viventi e che, in conseguenza dei legami che connettono tra loro tutte le forme di vita, ritornano come sofferenze sulla specie umana. Specialmente sui popoli poveri e sulle classi sociali più povere dei popoli ricchi. La ricerca di una maggiore equità limitata alle generazioni attuali della specie umana, a scapito delle generazioni future e delle altre specie viventi finisce paradossalmente con aumentare le iniquità che si propone di ridurre.
Ciò di cui i keynesiani di oggi sembra non si rendano conto è che rispetto agli anni trenta del secolo scorso il rapporto tra tecnosfera e biosfera è completamente cambiato: la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera è passata dal valore di 270 parti per milione, in cui si era stabilizzata da 800 mila anni fino all’inizio del secolo scorso, alle 410 parti per milione registrate all’inizio di questo secolo, innescando una mutazione climatica di cui si stanno appena sperimentando le prime conseguenze; l’overshoot day, il giorno in cui l’umanità arriva a consumare tutte le risorse rinnovabili che la biosfera genera in un anno, è sceso al 2 di agosto; negli oceani galleggiano masse di poltiglia di plastica vaste come continenti; i ghiacci dell’Artico si sono ridotti del 38 per cento dal 1979 a oggi, la popolazione mondiale è passata da 2 a 7 miliardi; la fertilità dei suoli agricoli è diminuita; la fauna ittica è stata dimezzata. I margini di espansione dell’economia che c’erano negli anni in cui Keynes ha elaborato la sua teoria non ci sono più. E non ci sono nemmeno i margini per una stabilizzazione nella situazione attuale. Per non andare incontro al collasso, l’umanità deve ridurre la sua impronta ecologica.
Per una riconversione economica dell’ecologia.
Chi pone come obbiettivi al suo impegno politico la compatibilità ambientale e un’equità sociale estesa alle generazioni future e alle altre specie viventi, non può non valutare positivamente la scelta dell’Unione europea di porre dei limiti ai debiti e ai deficit pubblici degli Stati aderenti, deliberata a  Maastricht nel 1992. Senza entrare in una valutazione di merito sui valori stabiliti, rispettivamente il 60 e il 3 per cento dei prodotti interni lordi, né sulle successive misure adottate per renderli vincolanti, perché richiederebbero una trattazione specialistica che esula da queste riflessioni, la riduzione dei debiti pubblici, che alcuni economisti ritengono controproducente per superare la crisi economica, è indispensabile per contrastare l’aggravamento della crisi ecologica.[10] Può darsi che i valori fissati a Maastricht non siano stati calcolati col dovuto rigore scientifico, può darsi che le procedure d’infrazione per gli Stati che non li rispettano implichino un cedimento di parte della sovranità nazionale, può darsi che l’inserimento in Costituzione del pareggio in bilancio sia inopportuno, ma se gli Stati  spendono ogni anno più di quanto incassano col prelievo fiscale attivano un surplus di domanda che consente al sistema produttivo di continuare a produrre quantità crescenti di merci, per cui tutti i fattori della crisi ecologica continueranno ad aggravarsi: le emissioni di anidride carbonica e le loro concentrazioni in atmosfera continueranno a crescere, il consumo delle risorse rinnovabili continuerà ad eccedere la capacità di rigenerazione annua della biosfera e l’overshoot day ad anticipare progressivamente, la fertilità dei suoli e la biodiversità continueranno a ridursi, le masse di poltiglie di plastica che fluttuano in tutti gli oceani continueranno ad estendersi e le popolazioni ittiche continueranno a diminuire, le quantità di rifiuti e le malattie mortali causate dall’inquinamento continueranno ad aumentare, l’acqua scarseggerà sempre di più, le tensioni internazionali e le guerre per il controllo delle materie prime necessarie alla crescita si accentueranno.
Nell’attuale epoca storica il problema fondamentale che i Paesi industrializzati devono risolvere è l’elaborazione di una politica economica e industriale in grado di conciliare due esigenze apparentemente antitetiche: la riduzione dell’impronta ecologica dell’umanità e l’aumento dell’occupazione in attività utili, non finalizzate alla crescita economica. La strada da percorrere è lo sviluppo di innovazioni tecnologiche che riducono gli sprechi e aumentano l’efficienza nei processi di trasformazione delle risorse in beni, perché, se si riduce il consumo di risorse per unità di prodotto, non solo si riduce l’impatto ambientale, ma si risparmia del denaro con cui si possono pagare i costi d’investimento di queste tecnologie. Si mette in moto un circolo virtuoso che fa crescere la domanda e l’occupazione senza aggravare i debiti pubblici e i debiti privati delle aziende e delle famiglie. L’occupazione che si crea in questo modo non solo aumenta l’equità tra gli esseri umani viventi, ma riduce l’impatto ambientale delle loro attività e rende il mondo più bello e ospitale anche per le generazioni a venire. Le potenzialità di queste tecnologie sono molto più ampie di quanto generalmente si crede. Per svilupparle appieno occorre uno slancio progettuale di portata non inferiore a quello che ha dato avvio alla prima rivoluzione industriale.
L’impegno principale deve essere rivolto alla riduzione degli sprechi e all’aumento dell’efficienza dei processi di trasformazione energetica, che nei Paesi tecnologicamente avanzati può consentire di ridurre del 70 per cento i consumi di energia alla fonte senza comportare una diminuzione dei servizi finali. Ne deriverebbero: una drastica riduzione delle emissioni di anidride carbonica e dell’effetto serra; una drastica riduzione delle tensioni internazionali e delle guerre per il controllo delle fonti energetiche fossili; una drastica riduzione delle spese energetiche dei consumatori finali – famiglie, aziende, pubbliche amministrazioni.[11] E se si spende di meno per avere gli stessi servizi energetici, si può lavorare di meno e dedicare più tempo alle relazioni umane, alla creatività, allo studio disinteressato, alla contemplazione della bellezza.
In Svizzera sono stati realizzati i primi quartieri di abitazioni e servizi in cui le tecniche costruttive e l’efficienza degli impianti consentono di soddisfare i consumi energetici degli abitanti con una potenza continua pro-capite di 2.000 watt, che corrisponde, grosso modo, alla media degli anni sessanta. Attualmente si superano i 5.000 watt, meno della metà della potenza pro-capite negli Stati Uniti, ma ben più della media africana, che è di 500 watt. L’obbiettivo di una società a 2.000 watt, elaborato da alcuni ricercatori del Politecnico di Zurigo, è stato assunto dall’Ufficio federale dell’energia. 2.000 watt corrispondono a un consumo annuo di circa 17.500 kilowattora di elettricità o di 1.700 litri di petrolio. Oggi, la media mondiale è di circa 2.500 watt.
In Italia per riscaldare gli edifici nei mesi invernali si consumano mediamente 200 kilowattora al metro quadrato all’anno (circa 20 litri di gasolio o 20 metri cubi di metano). In Germania non è consentito superare un consumo di 70 chilowattora al metro quadrato all’anno, un terzo della media italiana, ma gli edifici più efficienti, quelli che rientrano nello standard delle «case passive» non devono superare i 15 chilowattora al metro quadrato all’anno e devono essere coibentati in modo così efficiente da non avere bisogno di un impianto di riscaldamento. Se al centro della politica economica e industriale del nostro Paese si ponesse la ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente, con l’obbiettivo di ridurre gli sprechi e le inefficienze al livello dei peggiori edifici tedeschi, i consumi per il riscaldamento si ridurrebbero dei due terzi. Poiché gli edifici assorbono per il solo riscaldamento invernale un terzo dei consumi totali di energia alla fonte, quanta ne brucia tutto l’autotrasporto nel corso di un anno, si ridurrebbero del 20 per cento sia le importazioni di fonti fossili, sia le emissioni di anidride carbonica. I posti di lavoro che si creerebbero attraverso questa decrescita selettiva degli sprechi di energia pagherebbero i loro costi d’investimento con i risparmi che consentono di ottenere.
Un incentivo all’adozione di queste misure in una logica di mercato, senza contributi di denaro pubblico, può essere costituito dall’uso delle forme contrattuali che dovrebbero caratterizzare le energy service companies – esco : società energetiche che pagano di tasca propria i costi d’investimento degli interventi di ristrutturazione energetica che eseguono negli edifici, o negli impianti pubblici di illuminazione, mentre i proprietari degli edifici e degli impianti ristrutturati si impegnano a pagare per i loro consumi energetici la stessa cifra che pagavano prima della ristrutturazione, per un numero di anni fissato al momento del contratto. Per la durata del contratto le esco incassano i risparmi economici conseguenti ai risparmi energetici che riescono a ottenere. Al termine del contratto il risparmio economico va a beneficio del cliente. La durata degli anni necessari a recuperare gli investimenti è inversamente proporzionale all’efficienza ottenuta. La ricerca della maggiore efficienza possibile diventa pertanto l’elemento concorrenziale vincente. Inoltre il cliente è tutelato perché, essendo prefissato contrattualmente il tempo di rientro dell’investimento, se la esco ottiene una riduzione dei consumi energetici inferiore a quella che ha calcolato, incassa meno denaro di quello che ha previsto. Fare bene il lavoro e gestire bene l’impianto è nel suo interesse.
Il circolo economico virtuoso descritto può trovare un volano decisivo in una sorta di patrimoniale energetica sugli immobili, che può essere gestita in due modi. O il proprietario dell’immobile paga la patrimoniale e lo Stato la utilizza per ristrutturarlo energeticamente, restituendo ogni anno al proprietario l’equivalente del risparmio economico conseguente al risparmio energetico fino all’estinzione della tassa pagata, oppure il proprietario dell’immobile, invece di pagare la tassa fa eseguire in proprio la ristrutturazione energetica e incassa direttamente i risparmi, fornendo allo Stato la documentazione delle spese sostenute e dei risparmi annuali ottenuti.
Un altro settore strategico dove l’ammortamento degli investimenti necessari a ridurre gli sprechi si può pagare con i risparmi economici che ne conseguono, senza contributi di denaro pubblico, è la gestione dell’acqua potabile. In Italia le reti idriche perdono mediamente il 65 per cento dell’acqua pompata dal sottosuolo e depurata. I cambiamenti climatici in corso sono caratterizzati dall’alternanza di periodi sempre più lunghi di siccità in estate e di piogge torrenziali in autunno. Di conseguenza, nei periodi estivi di siccità le perdite degli acquedotti stanno creando problemi alla fornitura di acqua nelle aree urbane. La sostituzione delle tubazioni delle reti idriche costituisce pertanto una misura indispensabile non solo per ridurre uno spreco di energia e denaro senza senso, ma anche per continuare a fornire un servizio indispensabile per il benessere e l’igiene di decine di milioni di persone. Invece, pur essendo conosciuta da anni la gravità di questo problema, non si è fatto nulla per risolverlo, mentre si è preferito, incomprensibilmente, finanziare opere di utilità quanto meno dubbia e certamente dannose per gli ambienti, che non consentiranno mai di recuperare gli investimenti effettuati per realizzarle: dal treno ad alta velocità in Valdisusa, agli inceneritori, a strade e autostrade su cui transita un numero irrisorio di autoveicoli, ai gasdotti per aumentare la fornitura di energia che si spreca invece di realizzare le opere edili necessarie a ridurre gli sprechi di energia, alle spese per sistemi d’arma che non hanno una funzione difensiva, ma chiaramente offensiva, sebbene la nostra costituzione ripudi le guerre di aggressione, al pretesto ricorrente di manifestazioni sportive internazionali per realizzare grandi opere che non verranno più utilizzate in seguito. Se si pensa alle spese aggiuntive che si sostengono per occupare militarmente la Valle di Susa allo scopo di imporre la realizzazione di una linea ferroviaria ad alta velocità non giustificata dalle analisi dei flussi di traffico nei prossimi decenni, anche la persona più razionale non può non pensare a un’influenza di forze oscure che incombono sul futuro dell’umanità.
Le stesse dinamiche si verificano nella gestione degli oggetti dismessi. Il recupero e la riutilizzazione dei materiali che contengono è certamente più conveniente economicamente e meno dannosa ambientalmente delle metodologie che vengono utilizzate per renderli definitivamente inutilizzabili: l’interramento e l’incenerimento. Poiché il costo dello smaltimento è proporzionale al peso degli oggetti conferiti alle discariche o agli inceneritori, meno se ne portano e più si risparmia. Ma, per non portare allo smaltimento le materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi occorre venderle. Più se ne vendono e più si guadagna. Affinché qualcuno le compri occorre effettuarne una raccolta differenziata molto accurata che ne consenta il riciclaggio e il riutilizzo. La vendita delle materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi consente pertanto di creare un’occupazione utile; di pagarne i costi con i risparmi conseguiti nello smaltimento e con i guadagni ottenuti dalla vendita, senza contributi di denaro pubblico; per non parlare della riduzione dell’impatto ambientale dei rifiuti, attraverso la riduzione di uno spreco inammissibile tecnologicamente.
La decrescita selettiva degli sprechi è l’unica via d’uscita da una crisi che da troppo tempo genera problemi al sistema economico e sofferenze umane gravissime. L’assurdità della situazione che stiamo vivendo è dimostrata dal fatto che, mentre il numero dei disoccupati ha raggiunto livelli inaccettabili, non si fanno una serie di lavori che sarebbe indispensabile fare per ridurre la crisi economica, ridurre la crisi ambientale e migliorare la qualità della vita. Una società che non fa lavorare chi vorrebbe farlo e contemporaneamente non commissiona i lavori più necessari, che pagherebbero i loro costi con i risparmi che consentono di ottenere, è profondamente malata. E la sua malattia è causata dalla diffusione dell’idea assurda che lo scopo dell’economia sia la crescita del prodotto interno lordo. Prima ce ne libereremo e meglio sarà.