martedì 23 maggio 2017

Non trovo lavoro perché sono brutta

Sono una lettrice del Corriere, in particolare il sabato perché mi piace «Io donna», e arrivo a elemosinare due euro per concedermi il lusso di comprarlo. Ho 42 anni, una laurea nel cassetto, sono disoccupata dal 2012.
Il punto è che sono brutta. Ho un viso orribile, deformato dal forcipe con cui mi hanno presa dal grembo di mia madre, ultima di dieci figlie. Un viso che ai colloqui scartano; perché in questo mondo sembra ci sia posto solo per l’esteriorità. Ho esperienza da vendere, idee, e invece guardo mia madre ottantenne e sento solo un senso di vergogna per essere per lei ancora un pensiero e non una gioia. Tante volte ho pensato di farla finita, ma amo maledettamente e paradossalmente la vita, anche se mi ha sempre presa a calci.
Scrivo al Corriere perché vorrei meritare una dignità lavorativa. Perché avrei bisogno, essendo una persona onesta e vera, di non elemosinare due euro per un giornale, ma uscire a testa alta e poterlo comprare. Non è l’Italia, Paese di cui sono orgogliosa, è la gente che vive di pochezza che rovina il mondo.
Con fatica ho comprato molti libri, sono la mia salvezza. Ora dovrei venderli, ora che tra un po’ i due euro mi serviranno per un pezzo di pane. «Sei bella dentro Francé», mi dicono, ma intanto fuori le prese in giro sono coltelli per la mia anima. Anni di volontariato, studi di filosofia... la sofferenza che ti spinge ad andare sempre dove gli altri non arrivano...
Voglio un lavoro. Lo merito, lo merita la mia dignità di persona onesta e leale.
Francesca

mercoledì 17 maggio 2017

Henderson Island: il paradiso della plastica



Per gli scienziati marini che sono sbarcati sulle sue spiagge (fa parte dell'arcipelago Pitcairn dal 1902) è la peggiore dimostrazione di come il comportamento umano possa rovinare un delicato ecosistema. Su quell'isola ci sono infatti 18 tonnellate di plastica, una catastrofe prodotta "anno dopo anno" spiegano i ricercatori della University of Tasmania e Royal Society del Regno Unito che l'hanno visitata. Su quelle spiagge si contano 38 milioni di detriti lasciati dall'uomo: ogni metro quadrato di Henderson ha tra 20 e 670 pezzi di plastica sulla superficie e tra 50 e 4.500 pezzi sepolti poco sotto. La stima è che ogni giorno 3.750 componenti di nuovi rifiuti si accumulino sull'isola con un tasso 100mila volte maggiore rispetto a quello di altri luoghi del pianeta, anche per una questione di correnti.
Quasi trenta anni fa, nel 1988, Henderson - eden per uccelli e terra "pura" ricca di fosfato - fu inserita nella lista dei Patrimoni dell'umanità Unesco. Cinico destino, oggi l'uomo l'ha praticamente uccisa…
…"Sulle spiagge abbiamo trovato bottiglie dalla Germania, contenitori provenienti dal Canada o dalla Nuova Zelanda e tanto altro. Questo ci dice che abbiamo tutti una responsabilità per ciò che sta accadendo. Se in una delle isole più remote e considerate più incontaminate al mondo registriamo questi valori, significa che ormai tutti gli angoli del globo sono già influenzati". Ci sono le tracce di prodotti provenienti da almeno 24 paesi e da tutti e cinque i continenti.
Secondo gli scienziati dovrebbero essere proprio queste isole remote e lo studio dei loro animali a fare da sentinelle per la salute dell'ecosistema marino: "Filtrano l'oceano: se la più inquinata è una delle isole più lontane, questo ci dà l'idea della portata del problema". 
Uno scempio a cui i ricercatori chiedono di reagire immediatamente "Pulire non è più una opzione. L'immondizia totale di Henderson rappresenta solo 2 secondi della produzione totale di plastica del mondo (aumentata di 180 volte negli ultimi 60 anni, ndr). I governi di tutto il mondo devono intervenire con urgenza per ridurre la quantità di questo materiale. Non possiamo più aspettare solo la scienza e i dati, dobbiamo intervenire adesso o sarà troppo tardi".



martedì 16 maggio 2017

Marijuana, Big Tobacco del XXI secolo: il grande business della legalizzazione - Maurizio Ricci



Ne parlano di più - e spesso con entusiasmo - magistrati e poliziotti che industriali e consumatori. Anche in questi giorni, in cui il dibattito in Italia si è riacceso, l'attenzione rimbalza fra commissariati, tribunali e carceri. Ma la legalizzazione della marijuana è molto di più. C'è chi dice che sarà la Big Tobacco del XXI secolo e chi spia, nei segnali che vengono dai paesi in cui la vendita è già legale, la sopravvivenza della cultura libertaria a cui l'hanno associata i baby boomers. In ogni caso, è un boom in attesa di esplodere.

La mutazione genetica del commercio di una droga, ancora ieri, messa al bando, però, è già iniziata. Come quella dei suoi protagonisti. Niente a che vedere con personaggi coloriti e sinistri, come El Chapo. Qui sono tutte persone serissime, molto rispettabili. C'è un medico inglese, che ha dedicato tutta la vita alla ricerca. Un miliardario indiano, pur molto chiacchierato per le sue scorrerie finanziarie. Due canadesi: un piccolo genio dell'elettricità e il presidente di una società di pattinaggio. E un americano di Boston, finito nel gruppo per aiutare un amico. Nessuno di loro accetterebbe di essere definito un boss. Sono i presidenti, fondatori, leader di società quotate in Borsa anche per miliardi di dollari, in testa alle classifiche di chi smercia e tratta, in modo assolutamente legale, marijuana. Se
mai ci sarà, sulle orme di Big Tobacco, una Big Maria, o Big Pot, come la chiamano gli americani, i protagonisti bisognerà cominciare a cercarli qui.

Il più grosso è Geoffrey Guy, il medico inglese alla testa di Gw Pharmaceuticals, che in Borsa vale quasi 3 miliardi di dollari, secondo la classifica stilata da Viridian Capital Advisors. Poi c'è il canadese Bruce Linton, quello della società di pattinaggio, che guida Canopy Growth, quasi 800 milioni di dollari (Usa) di capitalizzazione alla Borsa di Toronto. Il terzo è il miliardario indiano John Kapoor, fino a pochi mesi fa ufficialmente alla guida di Insys Therapeutics, 664 miliardi di dollari di valore in Borsa. E un altro canadese, Terry Booth, una lunga esperienza nell'elettricità e nel software e ora alla guida di Aurora Cannabis, 433 miliardi di dollari (Usa) di capitalizzazione alla Borsa di Toronto. Il più rampante e il più ambizioso, però, è l'ultimo arrivato, Tim Keogh, un allampanato bostoniano, che, frustrato per non essere riuscito ad aiutare con la terapia antidolore un amico malato, ha creato AmeriCann.

Nel mondo anglosassone lo chiamano il "cannabusiness". Non solo è in Borsa: gli hedge fund fiutano l'affare. Tribeca, il fondo che nel 2016 ha battuto, come rendimento, tutti gli altri al mondo, ha appena investito in Cann Group, coltivatore australiano di marijuana. E, se volete le notizie sul web il Marijuana Business Daily segue il settore a ciclo continuo. Naturalmente, bisogna fare distinzioni: se uno dicesse a Geoffrey Guy che tratta "erba" storcerebbe il naso e forse firmerebbe una querela. Perché queste società esistono, sono legali, stanno sul mercato in quanto i loro prodotti hanno un uso medico, fino ad un attimo fa l'unico consentito. Sia le medicine antiepilessia di Guy, che quelle per i malati di tumore e di Aids di Kapoor si basano su marijuana priva di componenti psicoattivi: è inutile provare a fumare l'Epidiolex o il Syndros. Ed è possibile che Gw o Insys restino nel mercato medico. Ma gli altri si stanno preparando a cavalcare un'onda di consumi. Siamo all'anno zero.

Fra il 2017 e il 2018, fumare marijuana per lo sfizio di fumare marijuana diventerà legale, sia pure con norme assai diverse, per centinaia di milioni di persone: dall'Uruguay, al Canada, a metà Stati Uniti. L'Uruguay l'ha legalizzata da anni, ma solo da luglio la si potrà comprare in farmacia. Sarà un mercato regolato in modo assai stretto, almeno nelle intenzioni. Prezzo fisso (1,30 dollari a grammo), quantità razionata (10 grammi a settimana), qualità garantita (componente psicoattiva fra il 3,3 e l'11%). In Canada, la legalizzazione partirà un anno dopo: chiunque sia maggiorenne potrà comprare marijuana a uso ricreativo nei negozi di liquori o altri negozi specializzati, secondo regole dettate a livello statale. Negli Usa, i referendum che hanno accompagnato l'elezione di Trump hanno fatto scattare una legalizzazione a largo raggio, scadenzata secondo i diversi Stati. Il più grosso, la California, aprirà la vendita nell'estate 2018. Il paradosso è che la marijuana resta proibita a livello federale, ma metà degli Stati ha deciso di autorizzarne la vendita e l'uso.

Non si parla di Big Maria per caso. In Canada, gli esperti calcolano che il mercato legale farà sparire 7,5 miliardi di dollari dalle tasche del crimine organizzato. Nel 2015, il giro d'affari della marijuana medica in California è stato appena inferiore ai 3 miliardi di dollari. Secondo la società di ricerche Arcview, il fatturato dell'erba legale in tutti gli Usa è stato di 7 miliardi. Con la legalizzazione a tappeto, ci si aspetta una impennata: 22 miliardi di dollari nel 2020, 50 miliardi nel 2026. Metà del giro d'affari americano delle sigarette di Big Tobacco. E i protagonisti si attrezzano. Canopy Growth, la società di Bruce Linton, produce nella sua serra grande quanto otto campi da calcio, vicino alle cascate del Niagara, più marijuana di chiunque altro. I concorrenti di Aurora Cannabis, l'azienda di Terry Booth, stanno costruendo, però, una serra grande il doppio, 16 campi da football, dentro l'aeroporto di Edmonton, nell'Alberta. Produrrà 100 tonnellate di erba l'anno. Ma è qui che entrano in gioco Tim Keogh e AmeriCann. Sempre di serre, data la latitudine, si parla, ma la megaserra in costruzione nel Massachussetts è un quarto più di Edmonton, 20 campi da football. Quella annunciata da GFarms in California, dieci volte più piccola, è quasi una minimpianto. Questo gigantismo è il prologo della nascita di un oligopolio della marijuana, poche grandi aziende unite in un patto di ferro, come Big Pharma o Big Tobacco, Big Maria, appunto? Secondo John Hudak e Jonathan Rauch che, al tema, hanno dedicato un apposito studio per l'autorevole Brookings Institution ("Worry about bad marijuana - not dollari. Applicando lo stesso parametro all'Italia, dove, dallo scorso luglio, il progetto di legalizzazione della marijuana è in Parlamento, si arriva a circa 7 milioni di potenziali fumatori. In buona misura, adolescenti. Per scoraggiare i più giovani, dicono Jacobi e Sovinsky, bisognerebbe quadruplicare il prezzo con le tasse. Ma in Italia, la marijuana legale a 40 euro al grammo significherebbe ridare spazio al mercato nero. Da questo punto di vista, il parametro più difficile da individuare, nel dossier della marijuana legale, è proprio il prezzo: troppo alto riapre il mercato ai criminali, troppo basso rischia di favorire l'uso da parte dei consumatori più deboli. Ma il prezzo è l'elemento chiave del dossier anche perché dipende dalle tasse: la legalizzazione, per il fisco, è un affare non da poco. Negli Usa come in Italia. Ipotizzando una tassa del 25 per cento (quella americana, non il 75 per cento che in Italia si applica ad alcool e tabacco) il fisco italiano incasserebbe fra mezzo miliardo di euro e un miliardo e mezzo. A cui, però, bisogna aggiungere, sottolineano gli economisti favorevoli alla liberalizzazione, i risparmi nelle operazioni di polizia contro la criminalità e, soprattutto, lo svuotamento delle carceri, dove oggi, un terzo dei detenuti è costituito da spacciatori. Il risparmio, per l'Italia, secondo gli studiosi, sarebbe fra 1,5 e 2 miliardi di euro l'anno. Big Marijuana") non è una ipotesi credibile. Il mercato farmaceutico è regolato in modo rigido dalle agenzie governative con cicli di investimento fra ricerca, brevetto, esaurimento del brevetto, finanziariamente assai costosi. Un'occhiuta vigilanza pubblica sui prodotti è improponibile per la marijuana a uso ricreativo. Ma Hudak e Rauch non credono neanche che possa affermarsi il modello di business di Big Tobacco: troppo diversificata l'offerta (dalla serra a chilometri zero alla farmacia all'azienda media a quella grandissima) per consentire il consolidamento in due-tre giganti come per le sigarette. A meno che non si vada verso regolamentazioni e controlli troppo stretti - che, aumentando le barriere all'entrata favoriscono le concentrazioni - il panorama della marijuana, dicono con qualche ottimismo i due studiosi, sarà largamente decentrato, come decentrata Stato per Stato è la normativa che sta entrando in vigore…

Por tu bien - Icíar Bollaín

lunedì 15 maggio 2017

costo di mamma

Il sorriso restituito da un figlio ripaga da ogni sacrificio, ma se una mamma dovesse batter cassa per tutte le cose che riesce a fare durante una giornata avrebbe uno stipendio doppio rispetto alla media italiana. Secondo il portale ProntoPro.it, lo stipendio delle madri, se il loro lavoro fosse retribuito, arriverebbe alla bellezza di 3.045 euro netti al mese.
Il portale che offre preventivi per i lavori di professionisti, ha preso in considerazione tutte le attività svolte dentro e fuori casa, "con le relative paghe orarie riconosciute a chi esercita i diversi mestieri al di fuori della famiglia, come lavoratore professionista. È emerso che lo stipendio mensile medio sarebbe pari a quello di chi ricopre cariche manageriali, di medici specializzati e di liberi professionisti".
Con un po' di ironia, si può immaginare una mamma in azione dalle prime ore del giorno con il ruolo di autista privato, richiesto per accompagnare i propri bambini a scuola, in piscina o dagli amici: la retribuzione oraria media per questa professione è pari a 13 euro l'ora…

domenica 14 maggio 2017

Alla fine, a Cagliari, i fenicotteri sconfiggeranno i massoni - Giorgio Todde



Un giornalista di vero talento, Alberto Statera, inventò per Cagliari un definizione eterna. La chiamò città delle tre EmmeMassoneriaMedici e Mattone. Logge, ospedali e imprese formicolano di figli della vedova.
Invece, un medico massone che riuniva in sé le tre Emme, in disaccordo con la definizione di Statera, affermò che Cagliari era la città del sole, del mare e dei fenicotteri.
E ha avuto ragione perché oggi i fenicotteri sono molto più numerosi dei massoni, dei medici e dei costruttori.
Dice Vincenzo Tiana, parroco dello stagno di Molentargius e ostetrico dei fenicotteri, che l’ultimo censimento conta quarantamila esemplari adulti e diecimila pulli. Insomma, anche contando i pulli di medici e massoni, oggi stravincono i fenicotteri.
Però nella nostra città non è sempre stato così.
Quando Helmar Schenk – lo zoologo tedesco che riuscì a far nidificare i fenicotteri al Molentargius e che lasciò la Germania perché là gli alberi erano troppo dritti – iniziò la sua impresa i fenicotteri erano ridotti a pochi esemplari. Allora il popolo dei fenicotteri era inferiore a quello dei massoni che intanto si moltiplicavano secondo le leggi della natura.
Ma Schenk ebbe la meglio e così oggi a Cagliari, naso all’insù, al tramonto si vedono bellissimi stormi di fenicotteri che vanno da uno stagno all’altro. Uno spettacolo che vale il viaggio.
Quel medico aveva ragione e oggi ci sono molti più fenicotteri che massoni. Ma i massoni continuano a nidificare in città. E pure loro valgono un viaggio per vederli quando anch’essi si radunano in stormi la sera.
Che la città nuova abbia la forma di oggi è anche demerito loro, nel senso che la forma illogica dei nuovi quartieri, delle periferie e dell’hinterland è stata in parte decisa dalle Emme che dal dopoguerra in poi hanno inciso profondamente nel governo dei luoghi.
La saldatura delle tre Emme con i governi che si succedevano è difficile da mettere in discussione e la definizione di Statera non è mai stata “smontata”. Ma tante, forse più dei fenicotteri, sono le menti massoniche.
Una mente massonica non ha l’obbligo di iscrizione. E si può essere massoni, fare parte dello stormo, senza essere un adepto del Grande Oriente.
Si è massoni di fatto se si concepiscono i rapporti tra esseri umani, governi e blocchi sociali come rapporti basati sull’affiliazione.
Insomma, si è affermato un sentire massonico fondato sull’appartenenza, su una visione iniziatica del gruppo, sul riconoscimento tra simili, sul “è dei nostri”, sul “gli parlo”, un sentimento talmente infiltrante che pochi possono affermare di esserne esenti. Un sentire, oltretutto, prevalentemente maschile, da spogliatoio dopo calcetto, dove i maschi si incontrano a parlare di roba da maschi.
Il collante è nella tendenza alla confraternita, alla congregazione, sino alla setta. L’esigenza tranquillizzante di appartenere a qualche comunità.
Quando nel rapporto non è importante l’argomento discusso, l’oggetto del ragionare – comunemente chiamato il merito dei fatti – allora diventa fondamentale, appunto, l’appartenenza a un gruppo, a una rete. Ci si riconosce come esemplari della medesima specie attraverso segni, riti e princìpi che precedono la sostanza, il significato delle cose e perfino l’uso della ragione.
Affiliazione, dunque. Non ragionamento. Prima di tutto riconoscimento.
Una roba ancestrale, istintiva. E’ il paleo-cervello, quello delle emozioni, che entra in gioco.
L’opposto della relazione, forma evoluta dei rapporti sociali, attività della corteccia cerebrale. La relazione si sostiene attraverso il ragionamento, senza forme preconcette di accettazione.
Quest’anima massonica è ubiquitaria e può manifestarsi in ogni forma associativa, nei partiti, nelle sette religiose, nei circoli, in ogni confraternita. Ha causato e causa danno nella gradazione del progresso sociale. Lo blocca, lo mummifica, lo priva di una reale parità, di dinamismo, di complessità, amputa la democrazia vera perché crea di fatto un’oligarchia molesta, fondata, lo ripetiamo, sull’affiliazione.
Però la speranza che la capacità di stabilire relazioni prevalga sul sentimento di appartenenza è ancora viva. E molti, tra mille difficoltà e nonostante l’intreccio tra affiliati di ogni risma, riescono mantenere il filo della relazione libera, fondata su ragionamento e critica.
Sarà un processo lento, un’emancipazione faticosa, ma un giorno, finalmente, potremo vedere nel cielo della nostra città solo stormi di fenicotteri.

venerdì 12 maggio 2017

Crolla tunnel sotterraneo in ex fabbrica di plutonio piena di materiale radioattivo - Maria Rita D’Orsogna

Chissà perché certe notizie non sono interessanti, oppure sono troppo interessanti e scomode a chi tira i fili delle decisioni in Italia (e in un paese in cui l’Agenzia Giornalistica Italiana è per il 100 per cento nelle mani dell’Eni, uno ha da pensare…). Il 10 maggio la notizia era un po’ dappertutto sulla cronaca statunitense. Un sito nucleare a Richland, nello stato di Washington e chiamato Hanford Nuclear Reservation, ha visto un tunnel collassare mentre che era pieno di materiale radioattivo proveniente da un sito in cui si processava il plutonio. Erano rifiuti nucleari e radioattivi.
In migliaia sono dovuti scappare (qui lavorano 4.800 persone…). E come poteva essere altrimenti! Molti sono rimasti a casa anche il giorno dopo l’incidente. Non ci sono segnali di rilasci di radiazione nucleare, ma gli esperti indagano ancora usando macchinari che possono fare monitoraggio radioattivo da soli, senza l’intervento dell’uomo. È stato interdetto il transito degli aeroplani in un area di circa mille e cinquecento chilometri quadrati.

Ad Hanford si produceva plutonio per armi, dal 1943 fino alla metà degli anni Ottanta. Il plutonio della bomba di Nagasaki è stato fatto qui, presso il Plutonium Uranium Extraction Plant, anche noto come Purex. Il sito è stato poi dismesso, ed oggi è ancora contaminato: ci lavorano ancora centinaia di persone per completare la bonifica che si pensa sarà conclusa nel … 2060!
Martedì 9 maggio, alcuni lavoratori hanno visto della terra semi-sprofondata. Ed è arrivata l’emergenza. Circa otto metri di tunnel sotterraneo erano collassati.
Quello che c’è a Hartford, per quanto monitorato, sorvegliato, studiato nei minimi dettagli e aggiornato è pur sempre un relitto di un’altra era. Non sappiamo bene come gestire questi impianti di altri tempi perché non ci sono punti di riferimento. Cosa fare? Quanto terranno le infrastrutture? Dove mettere tutto quello che resta?
L’edificio in questione si estendeva per dieci metri sottoterra ed era chiuso da venti anni. È pure fortemente inquinato. Nella zona ci sono ben 177 siti di stoccaggio di rifiuti nucleari degli anni 1940.
E in Italia? Siamo sicuri che tutti i buchi fatti per il petrolio dell’era post guerra non perdano? Siamo certi che tutte le piattaforme sotto la superficie del mare non lo stanno contaminando con perdite più o meno grandi? E quello che costruiamo adesso? Siamo assolutamente sicuri che quello che facciamo al sottosuolo non stia stuzzicando le faglie sismiche? Quanti “rifiuti” ha riversato l’Eni in giro per l’Italia?
Non è meglio un pannello solare sulle case di tutti?