domenica 18 novembre 2018

Liberia, la dittatura delle multinazionali che acuisce la povertà - Moses Uneh Yahmia




A differenza di altri Paesi della regione subsahariana, la Liberia non è mai stata formalmente colonizzata dall’imperialismo europeo. In altre parole, questa nazione dell’Africa occidentale non è stata né militarmente né politicamente occupata da nessuno degli Stati colonizzatori che hanno dato origine a una penetrazione incontrastata di capitali stranieri destinati a un colossale sfruttamento e all’esportazione di materia prima dal suolo e sottosuolo dopo la partizione dell’Africa svoltasi durante la Conferenza di Berlino (1884-1885).
Tuttavia, il sistema sociale della Liberia ha prodotto la contraddizione della “dittatura delle multinazionali” – un saccheggio generalizzato della ricchezza e del popolo da parte di multinazionali straniere appartenenti alle potenze coloniali. Non voglio rinnegare le contraddizioni in quanto sono aspetti reciprocamente opposti che esistono in tutti i fenomeni, siano essi in natura, nella società o nei pensieri umani. Ovunque esistano contraddizioni, la lotta interna degli opposti in quei fenomeni è ciò che genera una nuova fase di sviluppo umano e una nuova forma di contraddizioni, nonché nuovi metodi per risolverli.
Nel nostro studio sullo Stato liberiano, ci sono due aspetti opposti nella contraddizione della dittatura delle multinazionali.  Da un lato, c’è la classe sfruttatrice, che consiste nei proprietari delle multinazionali e i loro alleati nella burocrazia statale. Dall’altro, ci sono le classi sfruttate, che consistono in operai, agricoltori e masse di poveri. I primi sono i principali elementi della contraddizione mentre gli operai, gli agricoltori e le masse di poveri sono l’elemento secondario. E, naturalmente, l’elemento principale di ogni contraddizione è ciò che determina la natura di tale fenomeno, o processo.
L’elemento principale della particolare contraddizione liberiana sfrutta il lavoro e le risorse del Paese ed esporta il plusvalore, stanziandone poco per cambiare la qualità della società al fine di spianare la strada alla produzione industriale di beni e servizi. È a causa di questa ineguale relazione con i mezzi di produzione che la natura della società liberiana è caratterizzata come sottosviluppata, impoverita e arretrata.
Le multinazionali, con il loro capitale internazionale, posseggono le proprietà produttive della Liberia.Hanno acquisito questi strumenti di produzione attraverso le relazioni asimmetriche tra ceto medio e multinazionali. In tale contesto, la classe media ha sposato il capitale straniero non allo scopo di trasformare la patria, ma per esportare e sfruttare le risorse del nostro Paese nella loro varietà più grezza.
Ora, le multinazionali accumulano un enorme plusvalore e, a loro volta, danno briciole ai lacchè locali, una classe media che non fa parte del processo produttivo, ma occupa posizioni nei vari apparati statali. Questa relazione sociale di produzione fu consolidata dalla cosiddetta politica “della porta aperta” di William Tubman dopo la seconda guerra imperialista. Le leggi dello Stato sono elaborate attorno a questo sistema, che molti studiosi progressisti africani chiamano capitalismo neocoloniale.
Questo sistema sociale facilita l’acquisizione dei mezzi di produzione da parte delle multinazionali. Attualmente, come anche in passato, le multinazionali posseggono il ferro, la gomma, l’oro, il legname, i mega hotel, le telecomunicazioni, ecc... Arcelor Mittal, uno dei giganti mondiali dell’acciaio, è qui in Liberia, non produce acciaio ma sfrutta il minerale di ferro esportandolo nel suo stato grezzo verso economie avanzate. Firestone si trova in Liberia dal 1926, coltivando, raccogliendo ed esportando gomma nella sua forma di lattice. Anche Liberty Gold Mining si trova qui. Così come la MNG Gold MiningGolden VeroleumSime DarbyFarmington HotelRoyal Grand HotelBoulevard PalaceLonestar, MTN, Orange ecc, tutti presenti sul territorio.
Nei vari centri di produzione, i lavoratori producono ricchezza chiamata plusvalore. Ricevono somme miserabili in “cosiddetti” salari che non possono soddisfare i loro bisogni primari di beni e servizi (che però contribuiscono a produrre). Il plusvalore prodotto dalle montagne, dal suolo, dalla foresta, ecc. viene sfruttato dai proprietari dei mezzi di produzione, incluso il lavoro degli operai, per accumulare ricchezza attraverso la massimizzazione del profitto privato. Il plusvalore viene esportato invece di essere reinvestitonell’economia liberiana; portando così alla sottoutilizzazione della produttività del lavoro.
Ad un certo punto, l’incentivo del profitto privato porta all’espansione della produzione, cosa che implica l’uso di tecnologie che inquinano l’ambiente. Quando i lavoratori e gli abitanti delle comunità si oppongono, l’esercito viene inviato per annientare la resistenza. Un caso di riferimento è l’inquinamento delle comunità di Kokoya, della contea di Bong, da parte della miniera d’oro MNG e l’apatia delle persone a ribellarsi per timore di rappresaglie da parte dello Stato.
Quando si crea una situazione economica dove si verifica uno spostamento verso il basso della domanda di beni o servizi, portando così al crollo del reddito totale, i lavoratori, la cui manodopera è l’unica merce che produce ricchezza mentre viene consumata, sono colpiti sia dal taglio dei salari che dei posti di lavoro.Quando si contesta questa situazione attraverso gli scioperi, l’esercito viene inviato a sparare ai lavoratori. La rappresaglia avvenuta quest’anno dell’Unità di risposta di emergenza della Polizia nazionale della Liberia contro gli operai in protesta presso la miniera Liberty Gold a Kinjor, nella contea di Grand Cape Mount, è un caso emblematico. I lavoratori chiedevano incrementi salariali e migliori condizioni di lavoro nei siti minerari. Lo Stato ha risposto con violenza e condanne, anche da parte del Capo del Consiglio tradizionale, Zanzan Kawar.
Quando il Consiglio di Amministrazione, all’oscuro dei lavoratori, decide di chiudere i centri di produzione a causa del calo dei livelli di profitto, gli operai vengono licenziati e lo Stato non fa nulla nell’interesse delle masse lavoratrici, ma giustifica le azioni delle multinazionali. La Putu Iron Mining Company e la China Union, rispettivamente nelle contee di Grand Gedeh e Bong, hanno chiuso le operazioni, causando la perdita di centinaia di posti di lavoro. Fino ad ora, molti lavoratori non hanno ottenuto le loro indennità e lo Stato non sta facendo nulla per rimediare a questa situazione.
Girano voci che la Lonestar Cell MTN e Orange Liberia, gli unici due fornitori di servizi di telecomunicazione nel Paese, abbiano recentemente minacciato di chiudere a causa di un colossale calo dei loro margini di profitto. Per salvare i cosiddetti investimenti, lo Stato, sotto lo sguardo vigile del presidente George Weah, ha reagito aumentando le tariffe sulle chiamate internazionali di 0,05 centesimi di dollari. I cittadini che comunicano con famiglie, amici e persone care all’estero, saranno molto colpiti.
Il coinvolgimento del Capo Zanzan Kawar nella repressione e negli abusi contro il nostro popolo, deve ora portarci alla conclusione che l’aiuto e il favoreggiamento dell’emarginazione di masse di persone da parte di un segmento della popolazione non dovrebbe mai essere considerato dal punto di vista di dominazione della minoranza americo-liberiana contro la maggioranza dei liberiani nativi. Nel corso della storia del nostro Paese, la sottomissione delle masse da parte della classe sfruttatrice è sempre stata orchestrata dalle due formazioni sociali élite “Nativi e Congau”, solo che per molto tempo la setta sociale “Congau” è stata a capo di tale alleanza. La sottrazione della terra dei nativi nel 1822 non fu fatta senza il consenso dei capi dell’élite nativa. Persino la cessione di manovali a basso costo alla Firestone Liberia negli anni venti fu aiutata e favorita dai capi dell’élite nativa.
Durante la presidenza di Ellen Johnson Sirleaf, una donna di origine americana-liberiana, l’Assemblea Nazionale era dominata dalle cosiddette élites di nativi istruiti. Prima del 2012, la Presidente aveva inviato alla legislatura nazionale 68 accordi di concessione tra il Governo e le multinazionali per una rettifica. L’Assemblea, prevalentemente di nativi e senza un’adeguata e necessaria diligenza, ha convertito in legge tutti gli accordi. Un rapporto di ispezione di Moore Stephen del 2012 ha rivelato che 66 dei 68 accordi erano stati firmati in modo fasullo. Quindi, la formazione delle classi nella società umana non è mai basata su razza, tribù, religione, fasce sociali, ecc.,  sebbene i membri di queste formazioni sociali facciano parte della classe sfruttatrice o sfruttata. Il punto cruciale del dibattito è che la formazione della classi è sempre stata formulata sulla base del rapporto con le proprietà della produzione – ossia quelle che producono la ricchezza della società umana.
Mappa industriale della Liberia. Fonte: Governo della Liberia, 2010. Mappa fornita da Lucie Phillips, IBI International.
Durante la schiavitù, la classe sfruttata era composta da schiavi mentre la classe sfruttatrice era composta dai loro padroni. Durante il feudalesimo, la classe sfruttata era costituita dai servi, mentre la classe sfruttatrice era costituita dai signori feudali. Nell’attuale capitalismo, specialmente nei Paesi capitalisti avanzati, la classe sfruttata è quella operaia o ciò che chiamiamo “proletariato” – coloro che producono ricchezza a vari livelli, ma non svolgono alcuna parte democratica nel modo in cui tale ricchezza viene distribuita. La classe sfruttatrice è la classe dominante o la borghesia – i proprietari dei mezzi di produzione che sfruttano il lavoro degli operai per accumulare ricchezza attraverso i valori in eccesso. Ci sono operai neri e ci sono borghesi neri. Ci sono lavoratori bianchi e ci sono proprietari bianchi delle proprietà di produzione.
Questo è il motivo per cui i leader dei diritti civili come George P. Jackson negli Stati Uniti d’America non hanno limitato la loro lotta all’abolizione del razzismo, ma l’hanno estesa anche al modello di proprietà dei mezzi di produzione e quindi alla lotta di classe – la liberazione del lavoro dallo sfruttamento del capitale. Affrontare solo la questione della razza e ignorare il modello della proprietà della ricchezza e dei mezzi di produzione sarebbe stato come occuparsi dell’effetto e tralasciare la causa.
Allo stesso modo, la lotta per la liberazione africana non si limitava solo a liberare il continente dei colonialisti bianchi, ma voleva anche evitare la creazione di colonialisti neri.
In Liberia, come abbiamo già detto, la classe sfruttata consiste di lavoratori, agricoltori e masse povere, mentre la classe sfruttatrice è costituita dai proprietari delle multinazionali, prevalentemente di proprietà di capitali stranieri.
Nel corso della storia, la Liberia non ha mai davvero prodotto una borghesia indigena. La classe borghese liberiana si trova nella burocrazia statale. Questa classe, formata da liberali elitari che occupano posizioni nei tre rami del Governo, crea leggi favorevoli allo sfruttamento senza ostacoli delle risorse e della classe lavoratrice da parte delle multinazionali. Questo è il motivo per cui diciamo che il sistema sociale ha prodotto la contraddizione della “Dittatura delle multinazionali“.
Il potere dello Stato è esercitato nell’interesse delle multinazionali anche se gli apparati (esecutivo, legislativo e giudiziario) sono stati istituiti democraticamente dagli operai, dagli agricoltori e dalle masse povere per agire nel loro interesse. Paradossalmente, quando i lavoratori resistono al loro sfruttamento da parte delle multinazionali, il potere statale invia il corpo armato a schiacciare queste azioni di classe. Quando il popolo ha protestato contro il Golden Veroleum per aver dissacrato i loro santuari tradizionali nella contea di Sinoe, lo Stato ha inviato l’Unità di risposta alle emergenze per frenare violentemente l’azione delle masse rurali.
La realtà è che gli individui che occupano i vari apparati dello Stato, indipendentemente dal fatto che siano “Nativi” o “Congau”, dipendono dalle multinazionali per la loro sopravvivenza economica. Parte del plusvalore sfruttato dalla ricchezza prodotta dai lavoratori è pagata al Governo sotto forma di tasse e affitti. Invece di utilizzare tali fondi per cambiare la qualità della società liberiana (istruzione, sanità, infrastrutture, ecc.), vengono dirottati verso gli enormi stipendi e benefici dei burocrati.
Il budget dell’ufficio del presidente è di 21 milioni di dollari per l’anno fiscale 2018/2019, mentre non vi è una quota per migliorare l’istruzione tecnica e professionale nel Paese. Un ministro dell’Esecutivo prende circa 7.800 dollari, oltre ad altri benefici mensili. Non è un segreto che un legislatore dell’Assemblea guadagna più di 14.000 dollari, oltre ad altri compensi. Lo stesso si può dire della magistratura! In tutto ciò, la Liberia rimane la cittadella dell’analfabetismo, delle malattie e della povertà – condizioni, che riproducono gli altri segmenti della classe sfruttata (agricoltori poveri nelle comunità rurali e masse povere nei centri urbani).
La contraddizione della “dittatura delle multinazionali” è in vigore da quando il Paese è stato inserito nell’ordine capitalista neocoloniale, sebbene ci siano stati cambiamenti minuscoli. Questi cambiamenti sono avvenuti solo relativamente a chi occupa gli apparati del potere statale/burocratico. Ciò ha lasciato irrisolte le contraddizioni sociali. Così, le colpe della crisi sociale in Liberia sono state continuamente fatte ricadere sulla leadership disonesta e corrotta, sulle divisioni tribali e religiose, sull’analfabetismo di massa delle persone, ecc…
Ma queste sono solo alcune contraddizioni nate e sviluppate come risultato della continua esistenza e sviluppo della dittatura delle multinazionali, che è la contraddizione principale, o comunque peculiare, nella società liberiana. Una volta che questa contraddizione viene risolta, la società liberiana potrebbe entrare in una nuova fase di sviluppo socioeconomico.
Come vale per ogni contraddizione, il continuo dominio dell’aspetto principale va di pari passo con la lotta dell’opposto, che è il polo secondario. È questa lotta degli opposti che porta a un salto nel processo di sviluppo. Con questo, il cambiamento quantitativo si trasforma in cambiamento qualitativo. Gli sfruttati diventano sfruttatori mentre gli sfruttatori diventano sfruttati. Questo passaggio dal principale al secondario e dal secondario al principale è una semplice logica dialettica. Nulla è definitivo. Tutto è in costante movimento, sempre in evoluzione, tutto nasce e scompare.
Nel contesto liberiano, la “dittatura delle multinazionali” è sempre stata alimentata da regimi reazionari emersi dalla classe dominante, ma la lotta di tutti i segmenti della classe sfruttata si è sempre rivolta contro queste forze nella classe al potere e in un modo o nell’altro ha portato alla trasformazione della quantità in qualità. Questo “salto” nel processo di sviluppo fu sperimentato il 12 aprile 1980 quando le masse sostennero in modo schiacciante il rovesciamento militare dell’oligarchia decadente del Partito True Whig. Un altro salto è avvenuto il 24 dicembre 1989, quando la gente accolse l’insurrezione di Charles Taylor contro il despota Samuel K. Doe e successivamente l’espulsione di Charles Taylor nel 2003 da parte di due forze ribelli.
Ma queste lotte non hanno portato a una vera e propria nuova fase di sviluppo in cui le persone hanno preso possesso delle proprietà della produzione e sviluppato le forze produttive a vantaggio di tutti. Il cambiamento si è riflesso solo in relazione al cambiamento di coloro che occupano il potere statale, mentre i rapporti di produzione rimangono gli stessi – un monopolio straniero sui mezzi di produzione.
Questa distorsione nel processo di sviluppo è dovuta solo alla mancanza di un partito rivoluzionario che comprenda il cambiamento quantitativo nella posizione delle masse e della classe sfruttatrice, un partito che finora non ha individuato la giusta leadership innovativa e creato programmi per concentrare la lotta contro le diverse forze reazionarie e costruire un ampio fronte unito per guidare una trasformazione sociale.
Alcuni intellettuali riuniti sotto l’etichetta di “Forze progressiste”, sono emersi negli anni ’70 per svolgere un ruolo rivoluzionario di avanguardia, ma sono stati schiacciati prima dalle forze combinate della classe sfruttatrice nel 1980 con l’orchestrazione del colpo di stato militare, poi, nel 1984, quando Samuel K. Doe, con il sostegno di elementi reazionari interni ed esterni, bandì i due partiti progressisti dalla partecipazione alle elezioni generali del 1985.
Infine, l’annientamento delle forze progressiste è culminato nel 1989, quando ogni sforzo per far avanzare la rivoluzione d’avanguardia è stato sabotato da alcune potenze globali che avevano interesse nella Guerra Fredda nonché collegamenti con la maggior parte delle multinazionali in Liberia. Questa mancanza di un’avanguardia rivoluzionaria che faciliti il passaggio dalla quantità alla qualità, ha portato all’emergere di diversi regimi reazionari, incluso il Governo dell’attuale presidente George Manneh Weah. Il nostro dovere ora è di non ripetere i fatali errori della nostra storia!
Lottare o morire – Non c’è una terza via!
*Moses Uneh Yahmia è uno studente di Scienze politiche ed economiche presso l’Università della Liberia.

[Traduzione a cura di Elena Intra dall’articolo originale di Moses Uneh Yahmia pubblicato su Pambazuka]

sabato 17 novembre 2018

Il settimo comandamento - Francesco Gesualdi



Il tema è non rubare: un comandamento su cui non sembrerebbe esserci molto da discutere. Nell’accezione comune è l’imperativo a non impossessarsi delle cose altrui. Il mondo ridotto a due soli schieramenti: chi possiede e chi ruba. I primi da tutelare, i secondi da perseguire. Ma nella sua udienza del 7 novembre Papa Francesco ha rovesciato il tavolino e invece di parlare del furto ci ha parlato del possesso. Quasi a volerci dire che a seconda delle condizioni, il possesso può essere la prima forma di tradimento della volontà di Dio. Per partire ci ha ricordato che la dottrina sociale della Chiesa parla di “destinazione universale dei beni” a significare che ”i beni della creazione sono destinati a tutto il genere umano”. E se in questa prospettiva anche la proprietà privata trova la sua funzione e la sua legittimità, Papa Francesco ha precisato che “ogni ricchezza per essere buona deve avere una dimensione sociale”. Sorprendente analogia con l’articolo 43 della nostra Costituzione che impone alla legge di regolamentare la proprietà privata in modo da “assicurarne la funzione sociale e renderla accessibile a tutti”.
Se fossimo riusciti ad interpretare il comandamento di non rubare in forma più estensiva, non come  mera difesa di ciò che individualmente ciascuno ha accumulato, ma soprattutto come difesa di ciò che è proprietà di tutti,l’umanità non si troverebbe a fare i conti con le problematiche ambientali e sociali che oggi ci sovrastano. L’Italia sta ancora facendo la conta dei danni provocati da due settimane di maltempo che hanno distrutto migliaia di ettari di boschi, allagato intere vallate, spazzato via case e strade, spezzato vite umane di ogni età. Il dito è puntato contro la malvagità della natura che senza guardare in faccia a nessuno, abbatte la propria forza contro chi capita. Ma sappiamo che nelle nostre regioni le piogge torrenziali e i venti di tipo monsonico sono il frutto del surriscaldamento terrestre provocato da un eccesso di produzione di anidride carbonica, a sua volta conseguente al furto messo in atto da poche generazioni che nel giro di 150 anni hanno preteso di bruciare ciò che madre terra ci ha messo milioni di anni per produrre. Esito aggravato da un eccesso di cementificazione e di gestione distorta di boschi e agricoltura. In ogni caso tutte conseguenze di un’idea di possesso dove esiste solo l’interesse immediato del suo proprietario sganciato da qualsiasi responsabilità verso la collettività. Così ci stiamo macchiando del peggiore dei furti che è quello di togliere prospettive di vita alle generazioni che verranno.
Papa Francesco ci dice che l’unico modo per uscirne è smettere di considerarci padroni e cominciare a concepirci come amministratori: “Nessuno è padrone assoluto dei beni, bensì un amministratore della Provvidenza”. Che tradotto significa cominciare a prendere consapevolezza che viviamo in un mondo dalle risorse limitate e che dobbiamo amministrarle avendo sempre ben chiaro che oltre a doverne lasciare per le generazioni che verranno, dobbiamo anche permettere ai tre miliardi di impoveriti di uscire rapidamente dalla loro situazione di miseria. Papa Francesco ci ha ricordato ancora una volta che se oggi esiste quasi un miliardo di affamati non è perché non si produce abbastanza cibo, ma perché è distribuito male. In altre parole l’economia mondiale è basata su regole così assurde da avere trasformato un terzo della popolazione mondiale in scarti inutili da qualsiasi punto di vista, un terzo in persone utili solo come lavoratori forzati e un terzo come super consumatori. Questo apartheid sociale può essere superato solo con nuove regole che mettano fine ai furti di dignità che si concretizzano tramite il pagamento ai lavoratori di salari indegni, il pagamento ai piccoli produttori di prezzi infami, l’estromissione dei pastori e contadini dalle loro terre, la fuga dei capitali nei paradisi fiscali, l’imposizione di regole draconiane agli stati indebitati.
Ma l’emergenza ambientale ci ricorda che per riportare l’equità non è più sufficiente concentrarci sulle regole. Serve anche la capacità dei paesi ad alto reddito pro capite di fare un passo indietro rispetto all’uso delle risorse e alla produzione di rifiuti. In altre parole dobbiamo smettere di ripetere come dischi rotti che dobbiamo puntare a crescere e cominciare a dire che dobbiamo produrre, lavorare e consumare in maniera diversa in modo da garantire a tutti di vivere dignitosamente pur utilizzando meno risorse e producendo meno rifiuti. Solo così dimostreremo di avere imparato a declinare in maniera corretta il comandamento di non rubare.

venerdì 16 novembre 2018

Lo Stato himalayano del 100% biologico - Isabella Troisi



Nell’India Nord Orientale, tra le montagne dell’Himalaya, c’è un piccolo Stato che nel giro di quindici anni è riuscito a convertire la propria agricoltura ad un modello 100 per cento biologico. Il Sikkim è riuscito a dimostrare al mondo che passare ad una agricoltura interamente biologica è possibile. Navdanya, l’associazione fondata circa trent’anni fa in India dalla Vandana Shiva, ha contribuito a questa transizione e, assieme al primo ministro del Sikkim, Pawan Kumar Chamling, ha annunciato di voler avviare un progetto per un Himalaya al 100 per cento biologico. Il Sikkim ha dimostrato che una transizione verso sistemi agroalimentari interamente biologici è possibile ed è per questo che  la FAO, il WORLD FUTURE COUNCIL e IFOAM ORGANICS INTERNATIONAL hanno insignito il Sikkim del prestigioso Future Policy Award, premio dedicato alle migliori politiche globali per l’agroecologia.
L’esperienza del Sikkim dimostra che il cammino verso l’Agroecologia può avere successo solo se riesce a coinvolgere i territori, le comunità e chi da sempre lavora, rispetta e conosce la terra: i contadini. Un modello che è ora pronto ad essere esportato in tutto il mondo. Il Sikkim dimostra che è necessario partire dalla valorizzazione delle potenzialità e risorse delle realtà locali. In quest’ottica, Navdanya International e l’Associazione Culturale i Sardi a Roma (ACRASE, Maria Lai) in collaborazione con la Regione Autonoma della SardegnaSardigna Terra Bia, FASI (Federazione Associazioni sarde in Italia) e il Mercato Contadino dei Castelli Romani hanno deciso di organizzare, nelle giornate del 17 e 18 Novembre, presso la Città dell’Altra Economia a Roma, il Festival “CIBO PER LA SALUTE – MANDIGU PRO SA SALUDE”, un evento dedicato al cibo genuino e chi lo produce.

Dalla Rivoluzione Verde in poi, si è affermato, come un mito quasi indiscusso, che sfamare la crescente popolazione mondiale senza il ricorso alla chimica e all’agricoltura industriale sia impossibile. Lo stato del Sikkim, con la conversione di più di 75 mila ettari di terreni agricoli dal convenzionale al biologico, si pone come prova concreta di come tale conversione sia non solo praticabile ma anche vantaggiosa: con il passaggio all’agricoltura biologica le aziende agricole sono risultate del 20 per cento più produttive rispetto a quelle convenzionali. La ricetta vincente del Sikkim è stata di combinare ingredienti semplici ma efficaci. Tra le misure adottate, spiccano il divieto di vendita di agenti chimici con previsione di severe sanzioni per le inadempienze, l’investimento sull’educazione ecologica delle future generazioni e il sostegno statale ai costi delle Certificazioni di Biologico per i primi tre anni.
Navdanya, che da anni con la fondazione dell’Università della Terra e la creazione in India di oltre 120 banche dei semi, promuove nel concreto sistemi di produzione agroecologici, ha contribuito a questo processo offrendo gli strumenti per la formazione degli agricoltori e dei responsabili istituzionali del settore agricolo. Con la recente pubblicazione del “Manifesto Food for Health: Cibo per la salute”, un documento programmatico che vuole porsi sia come strumento di divulgazione dei limiti e dei rischi dell’industria agroalimentare, sia come base di partenza per una mobilitazione sociale, Navdanya International ha dato inizio alla Campagna Food For Health (Cibo per la salute).
I cittadini e gli abitanti della terra iniziano a rivendicare il diritto e l’accesso ad un cibo che sia sano, locale, genuino, naturale, tracciabile e libero da veleni. La condivisione di conoscenze e saperi/sapori provenienti dai territori, è un primo passo per creare l’alternativa  per  dimostrare che esistono alternative concrete all’agricoltura intensiva ed industriale. Dal Sikkim, all’Italia, dai contadini himalayani ai contadini del Lazio e della Sardegna, i fatti parlano chiaro: un’altra agricoltura, biologica, locale, biodiversa, sana, buona per le persone e per l’ambiente è possibile e la chiave per il cambiamento risiede nelle conoscenze di chi lavora la terra, nel valorizzare e promuovere le pratiche ecologiche territoriali, nella riscoperta di modi altri per nutrirsi e produrre.

Vendesi paese. Il Niger nel mercato - Mauro Armanino





Vendiamo le migliori cipolle del Sahel. Per imparare a piangere più in fretta quando occorre. Vendiamo carne di ottima qualità, troppo cara per le famiglie povere dei quartieri della capitale Niamey. Nel mentre si progetta di costruire una delle macellerie con le celle frigorifere più importanti della regione. Vendiamo la sabbia a chiunque voglia installarsi, con garbo, nello spazio saheliano. Del vento neppure a parlarne: arriva gratuito e dunque si offre a prezzo scontato, secondo le circostanze. E’offerto a cittadini e residenti occasionali quasi a ogni stagione dell’anno. Il turismo, lui pure in vendita, è stato spazzato via dalla storia dei rapimenti di occidentali e dai gruppi armati del Nord del paese che della non pace hanno fatto il loro business.
Vendiamo migranti ai migliori acquirenti della piazza. Agenzie umanitarie, ONG improvvisate al momento, associazioni, club amatoriali, giornalisti d’inchiesta, ricercatori, antropologi, autisti, commercianti all’ingrosso e al dettaglio, militari e strateghi. Tutti in cerca di loro, meglio se irregolari, illegali e clandestini: saranno meglio apprezzati dal mercato. Gli specialisti di diritti umani, quelli per curare i traumi post migratori, gli addetti al rimpatrio, gli assistenti sociali, i salvatori del deserto col telefono giallo-sabbia e infine coloro che denunciano gli abusi nei campi di detenzione.
Ad ognuno il suo tornaconto e i fondi per alleviare le conseguenze delle politiche migratorie. Un mercato senza fine, se mettiamo insieme gli addetti ai controlli del territorio.
Vendiamo agli interessati la nostra posizione strategica. Nel cuore del Sahel, appena sotto la Libia contesa e divisa per convenienza, l’Algeria che deruba e espelle migranti, rifugiati e affini, e financo del Mali che è come l’autostrada della cocaina, delle armi e dei gruppi armati. La Nigeria che grazie a Boko Haram trova argomenti sempre attuali per aggiungere armi e capitali alle sue truppe. Il Burkina Faso che esporta il tradimento della rivoluzione e ai confini col Niger c’è una terra di nessuno da occupare. Gli esperti militari fanno incontri, piani, progetti e domandano finanziamenti per intervenire. Tanto finché c’è guerra c’è speranza che tutto cambi affinché tutto rimanga come prima. Siamo una garanzia di stabilità in un contesto friabile, minaccioso e dunque idoneo a rassicurare gli investitori occidentali e cinesi del Sahel.
Vendiamo con consumata perizia le nostre frontiere. Milioni di euro per formare i nostri addetti ai controlli. Ora si stanno organizzando persino strutture mobili che, nel deserto di sabbia e di sassi, potranno catalogare, individuare, classificare e schedare per sempre coloro che oseranno passare le frontiere senza il permesso di farlo. L’Olanda con 4 milioni di euro e la Germania con 6 hanno recentemente promesso di finanziare le compagnie mobili per il controllo delle frontiere (CMCF). La lotta alla criminalità e quella alla migrazione irregolare sono equiparate, assimilate e infine soldati. Il finanziamento del progetto si inscrive nel quadro delle azione dell’Unione Europea nel Niger come gesto politico ‘forte e inequivocabile’.
Vendiamo, infine, quello che mai dovremmo vendere. La dignità di un popolo di sabbia che meriterebbe ben altro che l’ultimo posto nell’indice di sviluppo umano. Vendiamo la politica, la sovranità, l’economia, la storia e il futuro dei figli nati in questa porzione di mondo. Vendiamo ciò per cui altri hanno dato la vita, per quanti hanno creduto in un Paese più eguale, per chi, anche solo per una stagione, ha sperato che la storia prendesse un’altra direzione. Vendiamo persino Dio a coloro che sono persuasi di sapere meglio di Lui cosa significhi essere credenti. Vendiamo ai commercianti di turno le parti migliori della Costituzione che riconosce in ogni cittadino il depositario della sovranità. Vendiamo, senza battere ciglio, quanto rimane della giustizia che una volta sembrava spuntare dalle indipendenze.
L’unica realtà che non si può vendere nel Paese è la sofferenza dei poveri perché non ha prezzo.

giovedì 15 novembre 2018

La California ingoiata dalle fiamme - Maria Rita D’Orsogna


Una delle città rase al suolo si chiama Paradise. drammaticamente ironico, no? Finora oltre 31 morti, oltre duecento dispersi, trecentomila evacuati, settecento chilometri quadrati di terra in fiamme, dall’oceano fino a San Francisco.
È stata una delle estati più calde della California del sud. Per la città di Los Angeles il luglio più caldo di sempre, con una media giornaliera di 31 gradi in alcune località interne e di 25 al mare. Questo vuol dire medie sul giorno e sulla notte, che per qui sono numeri elevati.
È autunno ora: sempre in California nelle settimane fra ottobre e novembre ci sono venti e clima secco, sterpaglie dall’estate che è facile che prendano fuoco. Ma adesso è tutto più intenso, grazie al clima che cambia. Appunto, l’estate è più calda, l’umidità minore, i venti più forti. E poi c’è da considerare che nel corso degli anni sono aumentati i residenti, si costruisce sempre di più in zone boschive. Ed ecco qui il risultato: basta un nonnulla per scatenare incendi rapaci.
Dei venti principali incendi della storia della California, quindici sono stati registrati fra il 2000 e oggi. Un anno fa accadeva esattamente la stessa cosa.
La stagione degli incendi inizia prima e finisce più tardi, le temperature aumentano, la primavera arriva prima. Non c’è più il ciclo degli incendi di un tempo. La pioggia arriva sempre di meno. E c‘è un fenomeno che da queste parti chiamano “negative rain“; cioè piove cosi poco, che sarebbe meglio che non piovesse per niente. La scarsa pioggia infatti causa la temporanea apparenza di verde, erba e sterpi, che però seccano subito e alimentano incendi alla grande; e quindi invece di poca pioggia è meglio zero pioggia, dicono gli esperti.
Gli incendi di questi giorni, il Woolsey di Malibu e il Camp Fire di Butte County nel nord della California, sono considerati fra i più violenti della storia di questa terra e non sono neanche stati spenti.
Uno deve pensarci bene: 300.000 sfollati, come una intera cittadina di medie dimensioni in Italia: tutta Malibu è stata sfollata, pure Lady Gaga e Kim Kardashian sono dovute andare via.
Che fare? Bella domanda. Per prima cosa rendersi conto che i cambiamenti climatici sono veri, causati da noi, e che se non facciamo niente tutte queste saranno storie non di tutti gli anni, ma di tutti i giorni.
https://comune-info.net/2018/11/la-california-ingoiata-dalle-fiamme/

domenica 11 novembre 2018

Dipendenza da web, nell'era 3.0 il 32% dei giovani passa 4 ore al giorno online - Anna Rita Cillis



(da Repubblica.it)

CONNESSI più ore al giorno. Troppe. Per usare le parole di Daniele Grassucci, co-fondatore del portale Skuola.net: "Non è possibile tornare indietro, ma la cosa che possiamo fare è utilizzare gli strumenti tecnologici con una consapevolezza diversa cominciando anche a monitorare quelli che sono gli effetti di un uso non regolamentato ed educato di questi mezzi e riportarli in un alveo corretto. Come accade nel mondo analogico, dove si insegnano ai figli a guardare ai pericoli con le attenzioni del caso, così si dovrebbe fare anche nel mondo digitale". La sua non è una dichiarazione estemporanea ma arriva durante la presentazione dell’ultima ricerca fatta dall’associazione nazionale Di.Te, che si occupa di tecno-dipendenze, realizzate con il supporto del portale per studenti (di cui Grassucci è anche direttore). Un lavoro spalmato su 23.166 giovani (oltre 9 mila i maschi, quasi 14 mila le ragazze) tra gli 11 e i 26 anni, che spalanca le finestre sull’utilizzo che ne fanno gli under-30 delle nuove tecnologie, ripercussioni sulla vita sociale e personale incluse.

• IPERCONNESSI 
Se da una parte non è una novità che i ragazzi  – ma anche molti adulti – vivano iperconnessi, dall'altra sembrano ancora poco fruttuosi gli avvertimenti, i moniti e i consigli fin qui elargiti per arrivare a un uso consapevole di smartphone, tablet pc e altro. Almeno se si prendono come riferimento i  numeri di questo lavoro presentato a poche ore dalla "Seconda giornata sulle dipedenze tecnologiche" che si apre a Roma (Auditorium Massimo) sabato mattina e alla quale parteciperanno, tra gli altri, oltre a Giuseppe Lavenia, psicoterapeuta e presidente dell'Associazione nazionale Di.Te, lo psicanalista Massimo Recalcati e Federico Tonioni, da anni responsabile dell’Ambulatorio sulle dipendenze da sostanze e comportamentali del romano policlinico Gemelli.

• I NUMERI
I ragazzi, dati alla mano sono iperconnessi, soprattutto in alcune fasce di età. In media, rivela la ricerca dell'associazione tra gli 11 e i 26 anni spendono online tra le 4 e le 6 ore il 32,5% degli intervistatiPiù del 17% del campione resta connesso tra le 7 e le 10 ore. Supera le 10 ore quasi il 13% degli intervistati. Entrando nel dettaglio si nota che dagli 11 ai 14 anni circa il 12% delle femmine e il 10% dei maschi dichiarano di passare più di 10 ore al giorno online, la percentuale sale rispettivamente al 35% e al 20% intorno ai 26 anni. In tutte le fasce di età indagate, invece, emerge che controllare lo smartphone con una frequenza di 10 minuti è l'esigenza di circa il 40% dei ragazzi. Dichiara di farlo il 40% delle femmine e il 27,6% dei maschi tra gli 11 e i 14 anni, il 45,4% delle ragazze e il 38, 8% dei ragazzi tra i 15 e i 17 anni, il 46,8% delle giovani e il 38,1% dei loro coetanei dell'altro sesso tra i 18 e i 20 anni. Dai 21 ai 26, invece, iniziano a guardarlo quasi nel 30% dei casi, sia maschi sia femmine, con una frequenza intorno ai 30minuti.

• SEMPRE PIU' DISTRATTI
Tempo speso online ma a discapito della capacità di attenzione, che per gli esperti nel frattempo è drasticamente diminuita. Se fino a qualche anno fa durava anche più di 20 minuti, "oggi potremmo paragonarla a quelle di un pesce rosso, che riesce a stare concentrato per 9 secondi", commenta Lavenia. Con un costo sulla vita di relazione: "Questi comportamenti, in alcuni casi compulsivi e che potrebbero evidenziare un ipercontrollo oltre che un'iperconnesione, hanno un prezzo elevatissimo: aumentano la distanza relazionale fra noi e gli altri.

• VITE ON LINE
La vita offline non è uguale a quella online: nella prima si utilizzano tutti i sensi, si attivano meccanismi psicofisici diversi", rimarca Lavenia. Ma non è tutto: "Anche la capacità di provare sentimenti ne risente. Sì, perché emozioni e sentimento non sono la stessa cosa. La prima è frutto di un momento, mentre il secondo richiede tempo, intuito, capacità di coltivare la relazione e di farla crescere, aggiunge Grassucci "la dimensione digitale non è più trascurabile né etichettabile come solo virtuale: questo concetto, infatti, rimanda a una realtà che non esiste o che è in potenza. Ma, invece, si tratta di una dimensione reale e che ha sue precise caratteristiche nell'ambiente digitale, ha una sua identità e sue modalità di interazione. Dunque, va a modificare le capacità di espressione personale, di relazione, di ascolto di sé e dell'altro. Il problema oggi è prendere consapevolezza che la tecnologia ha le sue dimensioni pervasive che ci hanno portato de facto ad avere una sfera digitale nella quale l'essere umano è immerso per un numero di ore significativo, come si evince dai dati, ed è quasi paragonabile a quelle in cui è immerso nella realtà analogica sensoriale".

LEGGI - Insegnare ai figli ad affrontare lo stress, così crescono in piena autonomia

• QUELLO CHE I FIGLI NON DICONO
Ma quanto raccontano i ragazzi ai loro genitori di quello che fanno in rete? In media - esce dallo studio -  dichiarano di non farlo mai il 18,5% delle ragazze e il 20% dei ragazzi minorenni tra gli 11 e 17 anni. Nella stessa fascia di età, lo fa “ogni tanto” il 30% del campione, mentre solo il 20% coinvolge raramente  mamma e papà su quanto fa sui device. "Questa è una ricerca che abbiamo condotto insieme a Skuola.net su un ampio campione di ragazzi, ma nell'indagine precedente in cui abbiamo intervistato 1.000 adulti tra i 28 e i 55 anni e 1.000 giovani tra i 14 e i 20 anni abbiamo rilevato che nel 38% dei casi la risposta dei genitori ai figli che chiedono loro di parlare è “un attimo”. Spesso, rispondono così perché sono loro i primi a essere affaccendati sul loro smartphone", riprende Lavenia per il quale «si dovrebbe iniziare a riparare a questi momenti che vengono percepiti dai figli come disconferme, disvalore. I ragazzi non si sentono importanti per i genitori e questo li fa chiudere in se stessi. La condivisione, così, verrà sempre più a mancare. Si deve stabilire un momento in famiglia in cui tutti i telefoni e tutti gli strumenti digitali che possono avere una connessione rimangono spenti o silenziosi senza vibrazioni o distrazioni di sorta. In quel tempo si parla, si discute, ci si confronta. Un'altra cosa a cui noi dell'Associazione Di.Te. ci stiamo interessando da tempo sono i Disconnect Day, momenti nelle città in cui per qualche ora le famiglie depositano il cellulare e fanno attività che li riportino a sensazioni legate al corpo e all'ascolto degli altri. Oggi, quest'aspetto è pressochè assente in alcune realtà». Se poi si chiede ai ragazzi tra gli 11 e i 17 anni se i genitori controllano le loro attività online, quasi il 50% di loro dice di no. "L'avvento del digitale ha avuto un'evoluzione molto veloce, bisognerebbe lavorare anche sulla consapevolezza di quelli che sono i rischi di un uso non equilibrato. Sia per i ragazzi sia per gli adulti", avverte Daniele Grassucci.

• CYBERBULLISMO 
La ricerca  ha messo in luce anche un altro dato sul quale riflettere: quasi il 15% del campione ha detto che riceve di tanto in tanto commenti offensivi sulle chat o sui social network, e la stessa percentuale di giovani risponde pan per focaccia a queste vessazioni. Più del 50% dei ragazzi tra gli 11 e i 14 anni, però, non parla ai propri genitori di queste esperienze spiacevoli. Scende di due e quattro punti la percentuale, se si va a leggere i dati relativi rispettivamente ai giovani che hanno tra i 15 e i 17 anni e tra quelli compresi tra i 18 e i 20 anni. "Il cyberbullismo è un fenomeno che ci deve tenere sempre in allerta. Dovremmo fare ancora più prevenzione nelle scuole e ritornare a dare valore al corpo, all'empatia, far comprendere ai ragazzi come stanno quelli che vengono aggrediti con parole di odio o offese. Dovremmo, insomma, ritornare ai sensi, per sensibilizzare. Ma stando così tante ore online i sensi vengono poco allenati, dunque voglio ribadire ancora una volta l'importanza dello strumento del detox tecnologico condiviso in famiglia. Basterebbero 3 ore a settimana per iniziare e il tempo della cena come sana abitudine", dice Lavenia. E un aiuto concreto potrebbe arrivare, per Grassucci "anche dal sistema scolastico che dovrebbe lavorare sull'uso delle tecnologie".