giovedì 19 ottobre 2017

Il turismo come modello produttivo - Militant


Tutti siamo stati, siamo e saremo sempre più turisti, anche se ci piace raccontarci come viaggiatori, escursionisti, scopritori, eccetera. Inutili e sottilmente reazionarie le intemerate contro “i turisti” o, peggio ancora, contro il turismo “low cost”, protagonista dell’imbarbarimento progressivo delle nostre città d’arte. Posto il freno dunque a certo facile moralismo, va però rilevata la funzione a dir poco epocale che sta assumendo il turismo come modello economico, produttivo, geopolitico e relazionale. Da decenni si sente dire che il turismo sarebbe “il nostro petrolio”, la risorsa inesauribile che dovrebbe arricchire le nostre tasche e il nostro Pil. Non solo non è così, ma le due cose sono in diretta contrapposizione. Un conto è avere il petrolio, un altro intercettare i flussi turistici globali. Un conto è avere industrie, altro conto è specializzarsi nella ricettività alberghiera. Un conto è produrre automobili, altro è sfornare pizze. In altre parole: un conto è l’autosufficienza economica, altro la dipendenza dai suddetti flussi turistici. Anche a parità di Pil, la prima garantisce una certa quota di indipendenza politica, mentre la dipendenza economica si traduce inevitabilmente in subalternità sistemica. Per dirla con un esempio: in Italia si producono 1,1 milioni di automobili, mentre se ne immatricolano circa 1,8 milioni l’anno.
E’ un dato, quello della produzione, in costante discesa: secondo uno studio della Unioncamere, «in Italia, le attività industriali dell’Automotive contribuivano per il 3% del valore aggiunto nazionale nel 1990, per il 2,4% nel 2007 e per il 2% nel 2012, ultimo anno rilevabile. La distribuzione, nello stesso periodo, è scesa dal 3,7 al 2,7%. In Germania, invece, l’Automotive ha aumentato il suo contributo all’economia con le attività industriali che salgono al 9% e la distribuzione stabile sul 2%». Quelle 700mila automobili in più – quasi il 50% del mercato! – che servono a soddisfare la domanda nazionale devono essere acquistate dall’estero. In Germania si immatricolano ogni anni circa tre milioni di automobili (3.2 milioni nel 2015), ma se ne producono più di 5,5 milioni (5,7 milioni sempre nel 2015). Nel settore capitalisticamente più rilevante di ogni produzione economica “matura”, l’Italia è costretta a dipendere per quasi la metà del proprio fabbisogno dall’estero, la Germania ha invece la forza non solo di “controllare” il proprio mercato, ma anche di influenzare con la propria forza produttiva i mercati (dell’automotive, in questo caso) internazionali. E stiamo parlando del confronto tra la prima e la seconda industria manifatturiera d’Europa, non fra un gigante produttivo e un paese della periferia capitalista!
E’ in corso una progressiva suddivisione specialistica tra paesi all’interno dell’Unione europea. Alcuni rafforzano il proprio ruolo produttivo, altri stanno tragicamente incentivando la propria propensione turistico-ricettiva. Il confronto tra Italia e Germania è in questo senso sempre più calzante. Nonostante a livello turistico i due paesi si assomiglino molto più di quello che possa credersi (per flussi, numero di turisti, siti Unesco e via dicendo), in Germania non è in corso alcuna sostituzione produttiva, cosa che invece è in atto in Italia. I motivi sono molti, a partire dalla gabbia economica europeista che desertifica industrialmente i territori a scarsa produttività relativa per concentrare la produzione in quelli economicamente competitivi. Il problema è che invece di ragionare sulle contromisure, le classi dirigenti nazionali stanno incoraggiando questa selezione competitiva che lascia alla Germania le industrie e all’Italia la carbonara. Il gioco non è a somma zero, come cercano di presentarlo: un Pil in crescita per il turismo non ha la stessa equivalenza di un Pil in crescita grazie alla produzione industriale, sia in termini occupazionali che in termini politici.
Le differenze non finiscono qua. Anche rispetto al mercato del lavoro, un conto è avere operai impiegati nei settori della trasformazione manifatturiera, un altro è avere operai (opportunamente ridefiniti dalla più stravagante terminologia post-moderna) impiegati nel settore turistico. Non serve scomodare il marxismo per capirlo, basta leggere Michele Boldrin, liberista di primo pelo, che non avendo incarichi amministrativi si lascia sfuggire pezzi di verità altrove bollati come anti-sistema: «Chi se ne frega se il turismo è da record! Il turismo è un settore marginale ed a basso valore aggiunto nel sistema economico italiano: hai presente cosa siano i salari medi nel settore turistico? Perché continuare a diffondere questa bufala del turismo che dovrebbe portare ricchezza? Il turismo porta ricchezza per pochi, lavori miserabili per alcuni e scempio delle città storiche e degli ambienti naturali».
E’ un’evidenza empiricamente riconosciuta da milioni di precari iper-sfruttati nel settore turistico. Salari da fame (soprattutto se paragonati alle competenze richieste, a cominciare dalla conoscenza delle lingue), contratti inesistenti, caporalato mascherato, autosfruttamento, cottimo, eccetera. La ragione del basso valore aggiunto e dell’inutile valore aggregato che produce il settore turistico ha però una ragione strutturale, non deriva cioè dalla tracotanza padronale. Il turismo, in questo senso speculare al settore dell’export, non ha la necessità di confrontarsi con la domanda nazionale di beni e servizi. E’ totalmente orientato alla soddisfazione di una fascia di mercato sostanzialmente internazionale. Non produce beni che devono essere rivenduti nel paese, interpolandosi così con una dinamica salariale che tiene in conto della necessità sistemica di assorbire la produzione nazionale. “Produce” beni e servizi rivolti al mercato internazionale. Che i lavoratori del paese non possano assorbire – comprando – ciò che producono non interessa più, perché quei beni non sono destinati a loro. Questo il motivo per cui non si instaura nessun circuito virtuoso tra aumento della produzione e aumento degli stipendi. Al contrario, la produzione (turistica, o export oriented) aumenta proprio al calare degli stipendi. Una dinamica improbabile nel capitalismo novecentesco, ma che diviene centrale nel capitalismo liberista globalizzato attuale.
Ci sarebbe infine la questione – pure determinante – della completa rovina paesaggistica, culturale, ambientale, urbanistica, ecologica, umana, dei centri ricettivi del turismo globale. Ogni città d’arte, ma più in generale ogni ambiente “unico”, viene piegato, deformato e standardizzato dalle e sulle esigenze della ricettività turistica. Non è tanto il patrimonio fisico a incorrere nel progressivo disfacimento, quanto il patrimonio umano di chi vive nei suddetti centri. Le città vengono ridefinite sugli interessi di chi ne dispone turisticamente, producendo lo svuotamento dei centri e della periferia consolidata, l’esclusivizzazione dei servizi e degli spazi, il ricollocamento della popolazione residente e dei suoi interessi al di fuori dei percorsi turistici ma che, essendo al tempo stesso fuori dalla catena del valore da questi generata, viene di fatto esclusa da qualsivoglia processo di arricchimento e di inclusione. A tutto questo è impossibile e a dir poco reazionario rispondere con il “numero chiuso”, mantra agitato dall’intellettualità liberista di fronte a qualsiasi processo di “massificazione” sociale. Il numero chiuso si tradurrebbe immediatamente in numero chiuso per i poveri, lasciando i centri storici alle scorribande dell’upper class internazionale che è la prima responsabile del decadimento delle città d’arte. E’ impossibile allora risolvere il problema dentro l’attuale logica capitalista neoliberista, perché non è un problema di “gestione” o “contenimento” ordinato dei flussi, quanto spezzare l’economia del turismo, che si presenta sempre più come paradigma economico attraverso cui regolare le relazioni produttive tra le classi.

Mario Galati 2017-08-31 21:49
Il ruolo assegnato all'Italia nella divisione internazionale del lavoro e la conseguente deindustrializzazione risale all'accordo multifibre del 1974. All'Italia veniva assegnato il settore del tessile e alla Germania e all'Inghilterra quello degli altri settori industriali, automobili, mezzi di produzione per Germania, ecc. Negli anni '80 si esaltava il nuovo rinascimento dei nuovi Michelangelo e Leonardo che "creavano" stracci, modelli di sedie, scarpe. Il meraviglioso made in italy. Poi si è continuato su questa falsa riga con l'esaltazione del turismo. Mentre avviene ciò che è efficacemente descritto nell'articolo, si prendono per i fondelli gli italiani, o meglio, i lavoratori, invitandoli a convertirsi in un popolo di servi. Basta vedere come stanno nei paesi dove si vive solo di turismo, tra i paesi più arretrati del mondo, costretti a servire l'idiotismo turistico dei paesi ricchi, all'interno di un rapporto di tipo coloniale. La gente è talmente stordita dalla propaganda da non capire la necessità di un'ossatura economica forte, soltanto all'interno della quale il turismo potrebbe avere una valenza diversa (come il riportato esempio della Germania. Ma anche alcune zone italiane). Una volta un compagno, mio amico, si trovava a un dibattito con personalità politiche, in Calabria. Quando chiese cosa è previsto per la zona ionica nel sistema produttivo calabrese, si sentì dire: "Niente, turismo.". Riferendomi il fatto, mi fece notare l'equivalenza tra "Niente" e "Turismo" della risposta. Turismo uguale niente.

martedì 17 ottobre 2017

L’arca di Noè, oggi si chiama autonomia - Raúl Zibechi




L’immagine biblica del “diluvio universale” e la costruzione di un’arca da parte di Noè per salvare l’umanità e le altre specie da una distruzione certa, è troppo conosciuta per spiegarla. È sufficiente solo chiarire che si tratta di una parabola presente in diverse culture e che non è patrimonio esclusivo delle religioni che si ispirano alla Bibbia.
Il diluvio è la tormenta, nel linguaggio zapatista, per cui si tratta di un primo parallelismo con le riflessioni dei movimenti anti-sistemici. Proprio come nel racconto della Genesi, ai nostri giorni l’umanità affronta la possibilità della sua scomparsa come conseguenza di un insieme di fattori come il cambiamento climatico e la crisi degli antibiotici, ma soprattutto per la quarta guerra mondiale scatenata da los de arriba contro l’umanità.
Una seconda questione riguarda le ragioni per costruire un’arca. Ossia un rifugio davanti alla catastrofe. Questo è uno dei temi centrali degli attuali movimenti e del dibattito che promuove l’EZLN. Non si tratta di un rifugio al fine di rinchiudersi bensì per proteggersi e continuare a costruire mondi nuovi, continuare a resistere alle aggressioni del capitale e degli stati.
Lo zapatismo ci chiama a organizzarci, un primo e ineludibile passo per affrontare la tormenta/diluvio. A partire da questo passo, possiamo pensare a farne altri ancora, come costruire qualcosa di nuovo e quindi difenderlo nel mezzo della distruzione. Il punto chiave è cosa e come costruire. Di per sé, ne consegue che non possono essere costruzioni identiche a quelle che stanno portando l’umanità alla rovina.
A mio parere, queste [arche] sono le autonomie. Spazi creati e controllati dai diversi abajos per sostenere la vita. Se non siamo capaci di costruire le arche/autonomie, semplicemente non potremo sopravvivere alla quarta guerra mondiale. Sono i modi per tenere lontano i potenti e le loro guardie armate, perché sappiamo che vengono per noi.
Dobbiamo decidere di quali materiali saranno le arche, quale progettazione devono avere, chi vi può entrare. Il punto chiave, quello che ci distingue dall’arriba, è come prendiamo le decisioni. Nel sistema capitalista le prendono una manciata di persone situate al vertice della piramide sociale, i più ricchi e influenti. Tra di noi, le prende la gente comune, los de abajo, uomini e donne semplici.
La terza questione consiste se Noè doveva tener conto o meno della derisione dei suoi vicini, se doveva cercare di convincerli che il diluvio era imminente e le ragioni per cui costruiva l’arca. Se si fosse dedicato a ciò, non gli avrebbero dato né il tempo né le energie per finire il suo lavoro. L’esempio è la migliore pedagogia.
In questo momento, succede qualcosa di simile. Se dedichiamo le nostre energie a discutere all’interno del sistema, che sia in campo elettorale o in qualsiasi altro, che sia per conquistare un qualche governo o per “migliorare” quello già esistente, allora non avremo le forze per costruire qualcosa di diverso. È l’esca che ci mettono davanti per disarmare la nostra capacità di costruzione e quindi, di resistenza.
La creazione del nuovo e la resistenza si nutrono in forma reciproca. La resistenza non può essere di pure idee, ideologica come si dice nei circoli di militanti avvezzi. La resistenza di lunga durata deve includere l’acqua e il cibo (ma di qualità), la salute e un’istruzione a nostra misura, scienza e tecniche appropriate, giustizia comunitaria e difesa degli spazi e dei territori. Se non è così, se si esaurisce nel discorso, è una resistenza che durerà poco, probabilmente tanto quanto durano i discorsi.
Difendersi dai de arriba ma incentrarsi sui de abajoUna volta passata la tormenta, arriverà il momento della ricostruzione, che può essere il momento di espandere i mondi nuovi che già esistono in piccole dimensioni, nelle arche/autonomie che abbiamo costruito e difeso. Nulla è certo, né si tratta di una proposta con pretesa di strategia, ma solo uno sguardo di quanto fanno da qualche tempo una manciata di movimenti anti-sistemici.

110 miliardi di bottiglie di Coca cola - Maria Rita D'Orsogna

Coca Cola produce 110 miliardi di bottiglie di plastica l’anno, circa quindici bottiglie a persona sul pianeta intero, compreso bimbi e anziani. Circa un quinto delle bottigliette di plastica prodotte nel mondo sono di Coca Cola. Il totale, Coca Coca ed altre, è di 500 miliardi di bottiglie, cioè 20mila bottiglie al secondo vendute in ogni angolo del pianeta. Un milione al minuto…
Quanti anni ci vogliono per degradare una bottiglia di plastica? Quattrocento anni.
La Coca Cola da tempo è sotto pressione, tra le altre cose, per ridurre il numero di bottigliette prodotte, ma finora i risultati sono stati poco promettenti: nel corso degli scorsi anni, invece di diminuire, il numero delle bottigliette prodotte è aumentato.
Dove finisce tutta quella plastica? Dove finiscono tutte quelle bottigliette? Ci piace pensare di essere una società attenta, ma se è vero che si cerca di riciclare e di riusare e tante altre belle parole, la triste realtà è che la gran parte di quella roba finisce, se va bene, in discarica, se va male, negli oceani, nei corpi di pesci e uccelli, e, in ultima analisi nei nostri corpi.
Dopotutto se le stime sono che negli oceani nel 2050 ci sarà più plastica che pesci, quella plastica da qualche parte deve pure arrivare. E infatti, non è un caso che la stragrande maggioranza della plastica che si trova sulle spiagge del mondo è proprio costituita da bottiglie di plastica e da loro residui.  E questo è brutto da vedersi certo, ma è un grande pericolo per animali acquatici che li mangiano per sbaglio, che a volte soffocano, che li accumulano nei loro organismi, e che a volte si sviluppano con pezzi di plastica come parte del loro corpo. Per non parlare dei pezzettini più piccoli che poi ce li ritroviamo nei pesci che mangiamo, nel sale marino e pure nell’acqua che beviamo.



E la Coca Cola? Beh, grazie a varie campagne di sensibilizzazione, nel Regno Unito, promosse da Greenpeace e da altre associazioni, la Coca Cola ha annunciato che utilizzerà plastica reciclata per il 50 per cento delle loro bottigliette entro il 2020.
È una soluzione? Certo che no! La metà di 110 miliardi di bottiglie sono 55 miliardi di bottiglie ed il 2020 è troppo lontano. La Coca Cola è un ente colossale e può fare molto, molto di più di queste mosse di facciata.
E noi? Beh, noi possiamo essere attenti che ogni santa bottiglietta venga riciclata nel modo più opportuno, possiamo raccogliere lo schifo che vediamo in spiaggia, possiamo essere consapevoli, possiamo scrivere alla Coca Cola, e possiamo scegliere di trovare alternative alle bottigliette di Coca Cola e di qualunque altro contenitore di plastica per quel che possiamo.
Quanti anni ci vogliono per degradare una bottiglia di plastica? Quattrocento anni, sì 400.
da qui

lunedì 16 ottobre 2017

Venezia e il certificato cinese - Paola Somma



Qualche mese fa, il centro storico di Vienna, che nel 2001 era stato incluso dall’Unesco tra i siti patrimonio dell’umanità, è stato declassato a sito a rischio, perché deturpato da un nuovo complesso edilizio alto sessanta sei metri. La notizia non ha destato grande scalpore, né le istituzioni locali sembrano molto preoccupate. Come ha detto il rappresentante dell’ente per la promozione del turismo, “ci dispiace, ma siamo tranquilli, perché la decisione non avrà ripercussioni sul numero di turisti in arrivo”.
Ancora più sprezzanti nei confronti delle valutazioni dell’Unesco sembrano le autorità di Liverpool, il cui porto mercantile, che era stato dichiarato patrimonio dell’umanità nel 2004, in quanto “supremo esempio di porto commerciale ai tempi della più grande influenza globale della Gran Bretagna”, è stato retrocesso nel 2012 nella categoria dei siti a rischio, a causa del progetto di valorizzazione dei suoi sessanta ettari di superficie con una serie di enormi costruzioni “ispirate alla architetture di Shanghai”.
Il nostro scopo, è di creare una world class destination, ha detto il presidente di Peel Group, la società di investimento immobiliare che ha acquisito la proprietà dei terreni. Chi viene a visitare la città, ha aggiunto, “non viene a vedere il certificato dell’Unesco appeso alla parete del mio ufficio… viene a vedere una città dinamica e vibrante e… comunque non possiamo sospendere i progetti di sviluppo, perché significherebbe inviare un messaggio sbagliato agli investitori, perdere posti di lavoro e metterci a rischio di costose vertenze legali con i developers”.
Diversamente da Vienna e Liverpool che, dopo avere usato il brand Unesco per le loro campagne di marketing, sono disposte a rinunciarvi per non scoraggiare gli speculatori finanziari e immobiliari, Venezia è riuscita nell’impresa di conservare il marchio di qualità Unesco e di disattenderne tutte le raccomandazioni.
La risoluzione del luglio 2016, con la quale l’Unesco sollecitava il governo italiano e il comune di Venezia ad adottare misure concrete per mitigare i problemi che attanagliano la città e la laguna e preannunciava che, in assenza di sostanziali progressi entro il 1 febbraio 2017, avrebbe considerato l’eventualità di porre Venezia nella lista dei siti a rischio, suscitò, oltre che l’attenzione della stampa di tutto il mondo, l’immediata reazione del sindaco Brugnaro che dichiarò “ne abbiamo le scatole piene … siamo stufi di critiche aristocratiche”. Poi, però, il sindaco ci ha ripensato, e ha deciso di trasformare la minaccia  da problema in opportunità. A un anno di distanza, dobbiamo riconoscere che l’operazione gli è riuscita perfettamente: si è fatto dare molti soldi dal governo, ha portato avanti una serie di progetti che vanno nella direzione opposta da quella auspicata dall’Unesco ed ha ridicolizzato l’organizzazione internazionale.

L’Unesco aveva identificato quattro principali fenomeni che stanno distruggendo la città e la Laguna – turismo, grandi navi, grandi opere, moto ondoso – e per ognuno di essi ci chiedeva concreti interventi, cioè l’adozione di un piano per ridurre la sproporzione tra la quantità di turisti e la popolazione residente; la proibizione per le grandi navi passeggeri e commerciali dell’entrata in Laguna; la sospensione dei progetti di nuove grandi opere infrastrutturali, in primis l’ampliamento dell’aeroporto e il porto offshore; l’introduzione, e l’osservanza, di limiti al traffico acqueo, sia in termini di velocità che di tipo di scafi.
Su tutti i quattro punti l’amministrazione è intervenuta, come dice il sindaco, “con fatti e non chiacchiere”. Per quanto riguarda il turismo, il comune, prendendo atto che la domanda è in crescita costante, da un lato si adopera per aumentarla ulteriormente, ad esempio sollecitando e stipulando accordi con i tour operators cinesi, dall’altro continua ad ampliare l’offerta ricettiva con la costruzione di migliaia di nuovi posti letto, spalmati in tutto il territorio comunale secondo una zonizzazione che prevede per ogni tipologia di turista la localizzazione adeguata alla sua capacità di spesa. Quindi i molto, molto ricchi andranno nelle isole della laguna privatizzate e sottratte ai cittadini normali; i semplicemente ricchi al Lido e nei palazzi lungo il Canal Grande; i mediamente dotati di denaro nella parti della città più discoste da san Marco e dalle grandi attrazioni; i low budget infine, attorno alla stazione di Mestre e sulla gronda lagunare.
E siccome l’Unesco non chiedeva misure scoordinate, ma un piano, il comune ha adottato il DMP, “Destination Management Plan della destinazione turistica Venezia e Laguna”, per il triennio 2016-2018. Si tratta di uno strumento inventato dalla regione Veneto (che ha individuato nel suo territorio tredici destinazioni turistiche) che, di fatto, altera il sistema pianificatorio.
Da un lato, al DPM, che diventa il principale strumento di “gestione strategica del territorio in funzione dello “sviluppo, gestione e marketing del turismo e della sua economia”, viene demandata”l’individuazione delle decisioni strategiche, organizzative e operative attraverso le quali deve essere gestito il processo di definizione, promozione e commercializzazione dei prodotti turistici espressi dal territorio veneziano al fine di generare flussi turistici di incoming equilibrati, sostenibili e adeguati alle esigenze economiche degli attori coinvolti”.
Dall’altro il DPM, essendo adottato dagli “attori pubblici e privati che partecipano all’”Organizzazione di gestione della destinazione turistica”, presieduta dal comune di Venezia e della quale fanno parte affittacamere e albergatori, commercianti ed esercenti, artigiani ed industriali, esclude da ogni decisione relativa al territorio chiunque non eserciti un’attività economica legata al turismo.Per i cittadini che non beneficiano del business turismo (e che potremmo chiamare i “senza turismo”) sono previsti solo aumenti di tasse e tagli di servizi.

Via le grandi navi dal bacino di San Marco”, mentre la richiesta dell’Unesco era “via le grandi navi dalla laguna”, è poi l’astuto slogan al cui riparo il comune continua a promuovere progetti per nuovi scavi e nuovi terminal in laguna e a slogan e annunci pubblicitari, come l’operazione “onda zero”, si riducono anche le misure per contenere il moto ondoso.
Su tutti questi fronti, e soprattutto su quello delle grandi opere infrastrutturali, il sindaco ha anche abilmente negoziato con il governo Renzi, con il quale ha firmato, il 26 novembre 2016, il cosiddetto patto per Venezia che destina circa quattrocento cinquanta sette milioni di euro per “il rilancio della città”. Un successo che Brugnaro ha commentato cosi: “il progetto per questa città lo abbiamo delineato chiaramente e parla dello sviluppo delle sue infrastrutture: porto, aeroporto, ferrovie, connettività e fibra ottica, perché se riparte Venezia possiamo dare il segnale che può ripartire l’Italia. Venezia si è rimessa in moto, adesso ha bisogno di persone lungimiranti che vogliano investire”.
Dopo di che il sindaco ha messo tutto in un dossier, è andato a Parigi per “dettagliare i progressi per la rivitalizzazione della città” e l’Unesco, riconoscendo “i progressi ed i risultati raggiunti”, ha rinviato ogni decisione. Al ritorno dalla vittoriosa spedizione e giustamente fiero del risultato, il sindaco ha annunciato che nel gennaio 2018 Venezia ospiterà in palazzo Ducale un grande evento, per inaugurare l’anno del “turismo cinese in Europa”, al quale interverranno le maggiori autorità politiche cinesi ed europee, oltre a delegazioni di tour operator. L’iniziativa ha avuto l’immediato plauso del presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, che è venuto a Venezia per congratularsi e, abbracciando Brugnaro, ha detto: vorrei vedere meno acciaio e più turisti cinesi.
Non sappiano se l’Unesco figura tra gli invitati alla cerimonia in palazzo Ducale. Sappiamo però che l’assessore al turismo si è recata in missione promozionale in Cina e che stiamo lavorando per ottenere la cosiddetta “welcome chinese certification”, cioè il riconoscimento di destinazione chinese tourist friendlyPer i cittadini è una consolazione sapere che se mai dovessimo perdere il marchio Unesco ci rimarrebbe il certificato cinese, ma siamo fiduciosi che il nostro sindaco smart riuscirà a cumularli.

sabato 14 ottobre 2017

Passeggiare di notte migliora la qualità della vita – Andrei Away


Ti è mai capitato, dopo una giornata lunga e dai ritmi serrati, di andare a dormire e renderti conto di aver vissuto in apnea? “Che diavolo ho fatto oggi?” ti chiedi fissando il soffitto. Il lavoro, gli impegni pomeridiani, la spesa, la coda alla posta, i figli. A quel punto non ti resta che chiudere gli occhi e prepararti a ricominciare da capo. Domani. Con il suono della sveglia.
Lo so che funziona così un po’ per tutti, almeno in Occidente. Ma alla lunga rischi di perdere la rotta, di dimenticare chi sei e cosa vuoi. Sai solo che ci sono delle cose da fare, e le fai. Il tempo passa lo stesso, però, e forse non te ne rendi conto. Ed è proprio il tempo, il tuo tempo, il nocciolo della questione. Se ci pensi bene, è l’unica vera ricchezza che possiedi.
In quel momento della giornata, quando in casa tutti dormono, può essere una buona idea resistere al richiamo del cuscino. Infilati un paio di scarpe comode ed esci a fare due passi.
Prenditi tempo per pensare. Mentre sei alle prese con gli impegni quotidiani la tua mente è impegnata sulla performance, sulla soluzione dei problemi immediati. Non certo sul senso della vita! È importante, di tanto in tanto, chiederti se stai bene. Bene per davvero. Se sei soddisfatto di te stesso e cosa puoi fare per esserlo ancora di più.
Prenditi tempo per NON pensare. Respira, ascolta il suono dei tuoi passi, senti l’aria sulla pelle e i suoni della notte intorno a te. Non è una stronzata new age. Lascia la tua mente libera di vagare o di soffermarsi su ciò che vuole, senza preoccuparti di dover pensare a qualcosa, risolvere qualcosa, prevedere qualcosa.
Ripercorri  la tua giornata: chiediti se è successo qualcosa su cui avresti voluto soffermarti, ma non ne hai avuto il tempo. Se qualcosa è andato storto e perché. Soprattutto, cerca di individuare il momento più bellodella giornata. Ce n’è sempre uno, anche nei giorni più nefasti: un gesto gentile da parte di uno sconosciuto, una fetta di focaccia calda, l’aver azzeccato la chiave del cancello al primo colpo…
Goditi la solitudine. Lascia a casa il telefono. Siamo sempre in mezzo agli altri, sempre raggiungibili e chiamati a comunicare in modo veloce e spesso superficiale. Il che può essere positivo, per qualcuno, ma se non smetti mai di comunicare, dove troverai qualcosa di nuovo da dire? Almeno ogni tanto è bello essere in controtendenza e non condividere, non postare.
Allena i tuoi sensi, immagina storie. Guardati intorno: ombre dietro le finestre, una donna che passeggia col cane, una coppia che discute in macchina, la luce accesa in un negozio chiuso. Che vicende si nascondono dietro questi piccoli particolari? Di storie ne senti tante, fatte e finite, spesso banali e tutte uguali. Inventane di tue ogni tanto: sarà come viaggiare senza muoverti dalla tua città.
Guarda le cose da un altro punto di vista: il punto di vista del buio e della lentezza. Il punto di vista dell’outsider, che cammina per strada mentre tutti sono spalmati sul divano o si grattano sotto le coperte. È un esperienza che saprà dare i suoi frutti domani, quando sarai di nuovo con gli altri, immerso negli sbattimenti quotidiani. In quei momenti ricordati che non sei solo una macchina da lavoro: guardati da fuori, come se stessi passeggiando di notte.
Dormi meglio al tuo rientro: rilassati, la tua giornata ora è davvero finita. Ripensa ancora al momento più bello, se ne hai voglia, o continua a immaginare perché quel negozio avesse la luce accesa a quell’ora. Riposati, che domani si ricomincia da capo, col suono della sveglia. Potevi andare a dormire un’ora fa, ma a questo non ci pensare!

giovedì 12 ottobre 2017

L’INCHIESTA CHE FA TREMARE (ANCHE) IL TAP - Elena Gerebizza

Lunedì 11 settembre alcuni più grandi giornali europei, tra gli altri The Guardian(Regno Unito), Süddeutsche Zeitung (Germania) e Le Monde (Francia), hanno pubblicato l’inchiesta della rete di giornalismo investigativo OCCRP Azerbaijani Laundromat. Il reportage racconta delle 16mila operazioni bancarie realizzate da quattro società registrate nel Regno Unito, ma controllate da offshore anonime, che hanno fatto transitare in Europa circa 2,5 miliardi di euro che secondo i giornalisti sarebbero riconducibili a businessman e al governo dell’Azerbaigian.
Le operazioni bancarie – il database completo è scaricabile qui – sono avvenute tra il 2012 e il 2014. Oltre all’acquisto di beni di lusso – immobili, gioielli, automobili, vestiti di alta moda, al pagamento di tasse universitarie e spese dentistiche – comprendono anche il pagamento di parcelle da centinaia di migliaia di euro a giornalisti e politici europei.
Tra questi, il tedesco Eduard Lintner, ex parlamentare e sottosegretario di Stato della CSU (alleato della CDU di Angela Merkel). Fino al 2010, Lintner è stato vice-presidente del Comitato per i diritti umani e membro del Comitato monitoraggio dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa.

Nel 2009 ha fondato la Società per la promozione delle relazioni tra Germania e Azerbaigian (GEFDAB), con sede a Berlino, una delle diverse realtà che svolgono attività di lobby pro-Azerbaigian nate negli stessi anni in diversi paesi europei. Secondo le informazioni pubblicate da OCCRP, tra il 2012 e il 2014 Lintner avrebbe ricevuto 758.500 euro da due delle quattro società monitorate, la Metastar Invest LLP e la Hilux Services LLP. Il politico tedesco ha dichiarato alla  Suddeutsche Zeitung che i soldi sarebbero stati versati dalla Association for Civil Society Development in Azerbaijan (ACSDA), un’organizzazione non governativa guidata da Elkhan Suleymanov, parlamentare di Baku e membro dell’assemblea parlamentare del consiglio d’Europa (PACE).
Tra il 2012 e il 2014, le stesse società avrebbero versato 425mila euro su due conti correnti intestati a Kalin Mitrev, delegato dal governo della Bulgaria a rappresentare il suo Paese nell’esecutivo della Banca  Europea per la ricostruzione e lo sviluppo (EBRD).Mitrev sarebbe al centro di un’indagine aperta dall’esecutivo di Sofia  in seguito alla pubblicazione dell’inchiesta sul The Guardian.
Anche sua moglie,  Irina Bokova, direttore generale dell’Unesco e  candidata nel 2016 a Segretario Generale dell’Onu, qualche anno fa sarebbe finita nell’occhio del ciclone fa in seguito all’acquisto di proprietà immobiliari a New York, Londra e Parigi per importi superiori alle sue entrate per diversi milioni. Gli acquisti sarebbero avvenuti tra il 2012 e il 2014, come denunciato dalle inchieste della rete di giornalismo investigativo bulgara Bivol.

Il presidente dell’Azerbaijan’Ilham Aliyev
Che cosa c’entra il TAP?
Come segnalato al The Guardian con una lettera firmata anche da Re:Common,  c’è un pezzo che andrebbe aggiunto in questa mega inchiesta internazionale. Manca cioèil quadro degli interessi dell’Azerbaigian, che potrebbero spiegare un dispiego così massiccio di risorse.
Primo, non è la prima volta che sentiamo nominare le quattro società attraverso cui sono transitati i miliardi di euro dell’inchiesta Azerbaijani Laundromat. I loro nomi li avevamo letti in diversi  articoli del The Guardian (2). Si tratta insomma delle stesse società parte dell’indagine per corruzione internazionale e riciclaggio di denaro a carico di Luca Volontè, quelle tramite cui sarebbero transitati i soldi diretti a lui e su cui ha indagato la procura di Milano.
Secondo, proprio tra il 2012 e il 2014 venivano prese a livello europeo diverse decisioni che riguardavano l’Azerbaigian e le future relazioni economiche con i Paesi membri dell’Unione Europea. Ne ha parlato Report con l’inchiesta “Caviar Democracy uscita lo scorso dicembre, che avevamo ripreso anche noi in questo articolo.
Terzo, in seguito alla bocciatura del Rapporto Strasser nell’ambito del Consiglio d’Europa, che riguardava le violazioni dei diritti umani in Azerbaigian, e alla “scelta”del TAP e del resto del Corridoio Sud del gas come “Progetti di interesse comune” dalla Commissione europea, la russa Lukoil ha ricevuto il primo prestito per avviare la seconda fase di esplorazione del giacimento di Shah Deniz in Azerbaigian da parte della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo. Quella dove Kalin Mitrev è uno dei direttori esecutivi (ovvero tra i delegati dei governi che non solo decidono in merito ai prestiti, ma orientano anche le aree di interesse della Banca).

Coincidenze? Può essere. Di certo se Danske Bank ha avviato un’indagine internasulla sua filiale in Estonia dove è transitato il fiume di denaro distribuito poi un po’ ovunque, forse qualche dubbio sulla limpidezza delle transazioni c’è. E se una parte dei soldi versati dall’Azerbaigian nelle quattro società proviene dalla principale banca di sviluppo pubblica del Paese, l’International Bank of Azerbaijan (di cui abbiamo parlatoqui,  allora anche le istituzioni europee dovrebbero porsi alcune domande.
A ottobre infatti sia la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo che la Banca europea degli investimenti si preparano a decidere su due mega prestiti per il Corridoio sud: 2 miliardi per il TAP e 1,5 miliardi per il TANAP. Il governo dell’Azerbaigian è azionista di maggioranza di entrambi i progetti, e sapere che istituzioni pubbliche partecipate dal governo azero versano cifre a sei e più zeri in società anonime sospettate di essere veicoli per riciclaggio di soldi, o corruzione internazionale, non è proprio una bel biglietto da visita.
Per firmare la lettera aperta indirizzata alla Commissione Europea e alle banche pubbliche europee (la BEI e la BERS): qui


mercoledì 11 ottobre 2017

SULLA DETERMINAZIONE E LA RESISTENZA - SAN FERDINANDO (RC)

comunicato di Comitato lavoratori delle campagne – Rete Campagne in Lotta (*) datato 7 ottobre

Ieri, ancora una volta, le persone che vivono nella vecchia tendopoli di San Ferdinando hanno dato prova di grande determinazione, riuscendo a bloccare l’ennesimo tentativo di sgombero messo in atto dalle forze dell’ordine, sostenute da associazioni e sindacati.
Dopo essere stati costretti in fila indiana per ore, sottoposti all’ennesima identificazione forzata – ricordiamo che è da novembre scorso che polizia e carabinieri si dilettano in operazioni di questo tipo nell’area della tendopoli – circondati da un ingente presenza di forze dell’ordine, buona parte degli abitanti si è nuovamente opposto allo sgombero.
“È tanto tempo che lo diciamo! Noi da qui non ce ne andiamo! Non vogliamo tende ma case! Vogliamo i documenti e non il business dei campi sulla nostra pelle!”
Non si vogliono trasferire nell’adiacente fabbrica Rizzo e nella nuove tende poste lì accanto di recente. Allo stesso tempo chi è andato a vivere nella nuova tendopoli racconta quanto segue. “Qui stiamo male, nelle tende dobbiamo dormire in 12 e dopo tante promesse hanno portato solo una cucina, dove possiamo entrare in pochi, mentre qui siamo più di 500 persone! Ci trattano come bestie!”
La giornata si è conclusa con l’accordo che le persone potranno restare lì fino alla fine della stagione, e lasciare il campo tra marzo e aprile.
Questo è stato possibile grazie alla forte consapevolezza e autodeterminazione che queste persone hanno mostrato ieri, così come negli ultimi anni, nonostante le squallide e ripetute accuse portate avanti da qualche sedicente giornalista (evidentemente al soldo del potere) che invece di raccontare quanto accaduto nella giornata di ieri, ha preferito attaccare con illazioni forcaiole e infondate la veridicità del percorso di autorganizzazione di chi vive nella tendopoli e chi da anni sostiene e solidarizza con le loro lotte.
Ancora una volta vergogna!
Nel frattempo le persone continueranno ad organizzarsi e lottare per ottenere quello che vogliono, sempre più consapevoli che solo la lotta paga!
No ai campi di lavoro!
Vogliamo documenti, casa e contratti!
Comitato lavoratori delle campagne
Rete Campagne in Lotta

(*) La rete Campagne in Lotta è nata con l’obiettivo di mettere in connessione lavoratori e lavoratrici – prevalentemente stranier* – che lavorano e vivono in diverse aree di produzione agro-industriale italiane, con singol* e collettività militanti. Mettersi in rete per conoscersi e coordinarsi, nell’ottica di sostenere processi di autodeterminazione ed auto-organizzazione che possano portare ad una composizione di vari ambiti di lotta.
La nostra esperienza inizia nell’agosto 2011 dall’incontro di due percorsi. Da una parte l’Assemblea dei Lavoratori Africani di Rosarno (ALAR), costituitasi a Roma in seguito alla nota rivolta di Rosarno (gennaio 2010). Dall’altra i lavoratori e i solidali che avevano preso parte all’altrettanto noto sciopero di Nardò (agosto 2011). Le lotte di Rosarno e di Nardò, come altre prima di loro, hanno in parte fatto emergere le durissime condizioni lavorative e socio-abitative alle quali erano e sono costretti i lavoratori e le lavoratrici delle campagne – ma anche la loro disponibilità alla lotta. La rete, quindi, si è costituita come strumento per rompere il loro isolamento, sostenere le loro spinte alla rivendicazione autodeterminata e portare pratiche di solidarietà concreta su diversi piani – da quello giuridico a quello dello scambio di conoscenze e informazioni, dalla socialità alla discussione politica. Ad oggi, la rete “Campagne in Lotta” è composta da lavoratori e lavoratrici precar*, stranier* e italian*, disoccupat*, singol* o organizzati in collettivi. Il percorso iniziato nell’Agosto del 2011 si intreccia ad altre esperienze di lotta (prima fra tutte quella dei facchini nel settore della logistica) e aspira ad una loro ricomposizione lungo le filiere dell’agroindustria ed oltre.
Nel corso degli anni, come rete abbiamo costruito e praticato interventi puntuali in alcuni territori, soprattutto la Capitanata (provincia di Foggia) e la Piana di Gioia Tauro (provincia di Reggio Calabria), luoghi noti per la produzione di pomodori e di agrumi, rispettivamente. Ma abbiamo stretto contatti e relazioni anche con altri territori, dalla zona del saluzzese (provincia di Cuneo) alla regione del Vulture (provincia di Potenza), dalle province di Napoli e Caserta alla Piana di Sibari (Cosenza). Questo ci ha permesso, oltre che di costruire solide relazioni con alcun* lavorator* (i quali sono diventati parte trascinante della rete stessa) e realtà organizzate, di approfondire la conoscenza dei meccanismi produttivi e di sfruttamento propri del comparto agro-industriale, e di sostenere le rivendicazioni di chi li subisce. Alla totale assenza di diritti per le/i lavoratori/lavoratrici salariat*, nelle campagne si associa una precarietà sociale e abitativa estrema (favorita dalle leggi sull’immigrazione e da altri meccanismi amministrativi di differenziazione) che a sua volta favorisce lo sfruttamento del lavoro riproduttivo. Come spesso accade, questo è svolto principalmente da donne, le quali si occupano di soddisfare a pagamento i bisogni primari dei lavoratori, dalla cucina alla sfera sessuale, nelle grandi baraccopoli come nei casolari abbandonati o nei centri abitati. Allo stesso tempo, le donne che lavorano come braccianti (e che per la maggior parte provengono da Romania e Bulgaria) in molti casi sono costrette ad accettare i ricatti sessuali di padroni e padroncini, e sono quindi sottoposte ad una doppia, brutale forma di sfruttamento.
In questo quadro, istituzioni e parti del terzo settore sono impegnate in un’opera di contenimento, controllo e messa a valore della precarietà esistenziale di alcuni lavoratori/lavoratrici straniere/i, soprattutto se provenienti dall’Africa sub-Sahariana: sono decenni che la marginalità endemica viene gestita come ’emergenza’ attraverso campi e tendopoli, che non fanno altro che riprodurla e per i quali si spendono ingenti somme di denaro pubblico. D’altra parte, la spettacolarizzazione, da parte della macchina militare-umanitaria, dei ‘ghetti neri’ come emergenza occulta la massa, molto più cospicua, di lavoratori e lavoratrici dell’est Europa che ogni anno migra dai propri paesi ed è costretta a subire condizioni di vita e lavoro altrettanto drammatiche, se non peggiori. Chi trae beneficio da questa gestione neo-coloniale e para-carceraria del lavoro bracciantile, a discapito dei lavoratori/lavoratrici e dei piccoli produttori, sono le organizzazioni dei produttori (O.P.) ed i grandi consorzi, che ovviamente sono legati a doppio filo con la grande distribuzione organizzata (G.D.O.).
Vista la molteplicità delle forme di sfruttamento che si registrano in questi ambiti, le pratiche di lotta e rivendicazione che in questi anni abbiamo sostenuto riguardano sia il piano amministrativo (permessi di soggiorno, residenze, diritto alla salute) che quello abitativo (contro tendopoli e ghetti e l’isolamento che producono, a favore di soluzioni strutturali che individuino nei soggetti che maggiormente traggono profitto dal sistema agro-industriale la principale responsabilità per l’alloggio ed il trasporto dei braccianti stagionali), oltre ovviamente a quello lavorativo. L’inchiesta e l’allargamento di collaborazioni e reti, a livello locale, nazionale ed internazionale sono strumenti fondamentali per il rafforzamento e la composizione delle lotte lungo le filiere globali dello sfruttamento.