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mercoledì 20 maggio 2026

Lo spirito sportivo - George Orwell


Su Tribune, il 14 dicembre 1945, George Orwell pubblica un articolo che passerà, così come l’evento da cui prende le mosse, alla storia della cronaca sportiva. Si tratta dell’incontro di calcio fra la Dinamo Mosca e l’Arsenal, uno dei match che la squadra russa giocò in quel periodo in Gran Bretagna, e che si caratterizzarono per un livello di acrimonia e ostilità fra squadre che faceva eco al raffreddamento dei rapporti internazionali già pienamente in corso fra Regno Unito e URSS dopo la temporanea alleanza antinazista. È ragionando su questi incontri che Orwell conia la famosa frase “la guerra senza gli spari”, per descrivere lo spirito sportivo nell’era dell’agonismo e del prestigio nazionalista.

La rubrica Orwell è tradotta in italiano dalla traduttrice letteraria Anna Martini.


Ora che la breve trasferta della Dinamo[1] è terminata, si può dire in pubblico quello che molte persone ragionevoli dicevano in privato, ancor prima che la squadra di calcio arrivasse. Ovvero, che lo sport è un’inesauribile fonte di ostilità, e che se questa visita ha avuto un qualche effetto sulle relazioni anglo-sovietiche, ha potuto soltanto peggiorarle leggermente.

Neppure i giornali sono riusciti a nascondere il fatto che almeno due della quattro partite giocate hanno provocato forti malumori. Durante l’incontro con l’Arsenal, come mi ha riferito uno spettatore, un giocatore inglese e uno russo sono venuti alle mani e il pubblico ha fischiato l’arbitro. La partita di Glasgow, mi informa un altro, è stata un parapiglia fin dall’inizio. E poi c’è stata la polemica, tipica di quest’epoca nazionalistica, riguardo alla formazione della squadra dell’Arsenal. Era davvero una selezione nazionale inglese, come sostenevano i russi, o una semplice squadra di club, come sostenevano i britannici? E la Dinamo ha davvero interrotto bruscamente la tournée per non giocare contro una selezione nazionale inglese? Come sempre, a queste domande ognuno risponde a seconda delle sue predilezioni politiche. Non proprio tutti, però. È stato interessante osservare, quale esempio delle perverse passioni suscitate dal calcio, che il cronista sportivo del russofilo News Chronicle ha seguito la linea antirussa, affermando che l’Arsenal non era una selezione nazionale. Una polemica la cui eco risuonerà per anni nelle note dei libri di storia. Frattanto l’effetto della tournée della Dinamo, nella misura in cui ha sortito qualche effetto, sarà stato di creare nuovo malanimo in entrambe le parti.

E come potrebbe essere altrimenti? Mi sorprende sempre sentir dire che lo sport crea amicizia tra le nazioni, e che se i popoli del mondo potessero incontrarsi su un campo da calcio o da cricket, non avrebbero nessuna voglia di incontrarsi su un campo di battaglia. Se anche non avessimo esempi concreti (le Olimpiadi del 1936, per esempio) che le competizioni sportive internazionali scatenano rancori frenetici, potremmo dedurlo dai principi generali.

Quasi tutti gli sport praticati oggigiorno sono agonistici. Si gioca per vincere, e il gioco ha poco senso se non si fa tutto il possibile per vincere. In un campetto di paese, dove ti scegli una squadra e non c’è di mezzo il patriottismo locale, è possibile giocare per il semplice divertimento e per l’esercizio fisico; ma quando spunta la questione del prestigio, quando cominci a sentire che se tu e un gruppo più esteso non vincete, vi coprirete di vergogna, si destano gli istinti combattivi più feroci. Lo sa chiunque abbia fatto anche soltanto una partitella di calcio a scuola. A livello internazionale, lo sport è praticamente una simulazione di guerra. Ma non tanto è il comportamento dei giocatori ad essere significativo, quanto l’atteggiamento degli spettatori; e, dietro gli spettatori, quello delle nazioni che si scalmanano per queste competizioni assurde, e credono sinceramente – per brevi periodi, almeno – che correre, saltare e prendere a calci una palla siano prove di virtù nazionale.

Perfino un gioco tranquillo come il cricket, che dovrebbe esprimere più grazia che forza, può causare forti malanimi, come abbiamo visto nel caso della polemica sul bodyline[2] e sul gioco troppo duro della squadra australiana che è stata ospite in Inghilterra nel 1921. Il calcio, sport in cui tutti si fanno male e per cui ogni nazione ha un proprio stile di gioco che agli stranieri sembra scorretto, è molto peggio. Peggiore di tutti è la boxe. Uno dei più orribili spettacoli al mondo è un incontro fra pugili bianchi e di colore davanti a un pubblico misto. Ma il pubblico della boxe è sempre disgustoso, e in particolare il comportamento delle donne è tale che, se non erro, l’esercito vieta loro di assistere agli incontri dei suoi atleti. Ad ogni modo, due o tre anni fa, quando la Home Guard e le truppe regolari hanno organizzato un torneo di pugilato, mi hanno messo di guardia all’ingresso della sala, con l’ordine di non lasciar entrare le donne.

In Inghilterra, l’ossessione per lo sport non è uno scherzo, ma passioni ancora più violente si accendono nei paesi giovani, dove l’attività sportiva e il nazionalismo sono sviluppi recenti. In paesi come l’India o la Birmania, alle partite di calcio sono necessari robusti cordoni di polizia per impedire alla folla di invadere il campo. In Birmania, ho visto i sostenitori di una squadra sfondare lo sbarramento di polizia e intralciare il portiere avversario in un momento cruciale. La prima partita di calcio importante giocata in Spagna, una quindicina d’anni fa, terminò in un tumulto incontrollabile. Quando si destano forti sentimenti di rivalità, l’idea di giocare secondo le regole svanisce sempre. La gente vuole vedere una parte esaltata e l’altra umiliata, e dimentica che una vittoria ottenuta tramite l’inganno o l’intervento della folla è priva di senso. Anche quando gli spettatori non intervengono fisicamente, cercano di influenzare la partita incitando la propria squadra ed esasperando gli avversari con fischi e insulti. Lo sport serio non ha niente a che vedere con il fair play. È pervaso da odio, gelosia, vanagloria, disprezzo di ogni regola e piacere sadico di fronte alla violenza: in altre parole, è guerra senza gli spari.

Invece di blaterare della innocente e salutare rivalità del campo di calcio e del grande contributo dei giochi olimpici all’unione fra i popoli, è più utile chiedersi come e perché sia nato questo moderno culto dello sport. Quasi tutte le attività sportive che oggi pratichiamo hanno origini antiche, ma tra l’epoca romana e il XIX secolo lo sport non sembra essere stato preso molto sul serio. Perfino nei collegi inglesi il culto dello sport ebbe inizio soltanto sul finire del secolo scorso. Il dottor Arnold, generalmente considerato il fondatore della moderna public school, lo considerava solo una perdita di tempo. Poi, soprattutto in Inghilterra e negli Stati Uniti, le discipline sportive divennero progressivamente attività fortemente finanziate, capaci di attirare enormi folle e di suscitare passioni feroci, e il contagio si diffuse da un paese all’altro. Ad essersi affermati sono soprattutto gli sport più violentemente combattivi, come il calcio e il pugilato. Non ci possono essere molti dubbi sul fatto che tutto ciò sia legato all’ascesa del nazionalismo, cioè alla stravagante abitudine moderna di identificarsi con grandi unità di potere e di vedere ogni cosa in termini di prestigio competitivo. Inoltre, è più probabile che gli sport organizzati si sviluppino nelle comunità urbane, dove l’essere umano medio conduce una vita sedentaria o almeno limitata nello spazio, e ha scarse occasioni di dedicarsi a un lavoro creativo. In una comunità rurale, un ragazzo o un giovane smaltisce molta energia in eccesso camminando, nuotando, tirando palle di neve, arrampicandosi sugli alberi, andando a cavallo e praticando vari sport crudeli verso gli animali, come la pesca, i combattimenti fra galli e la caccia ai ratti con i furetti. In una grande città, se si vuole dar sfogo alla forza fisica o agli impulsi sadici, bisogna indulgere in attività di gruppo. Le gare sono prese sul serio a Londra e a New York, come lo erano a Roma e a Bisanzio: si disputavano nel Medioevo, e probabilmente con molta brutalità fisica, ma non si mischiavano alla politica né erano causa di odii collettivi.

Non ci possono essere molti dubbi sul fatto che tutto ciò sia legato all’ascesa del nazionalismo, cioè alla stravagante abitudine moderna di identificarsi con grandi unità di potere e di vedere ogni cosa in termini di prestigio competitivo.

Se si volesse accrescere l’immensa riserva di ostilità che esiste in questo momento nel mondo, credo che il modo migliore sarebbe organizzare una serie di partite di calcio fra ebrei e arabi, tedeschi e cechi, indiani e britannici, russi e polacchi, italiani e jugoslavi, ciascuna davanti a un pubblico misto di centomila spettatori. Certo, non voglio affermare che lo sport sia una delle cause principali della rivalità tra nazioni; lo sport su vasta scala è esso stesso, credo, soltanto l’ennesimo effetto delle cause che hanno prodotto il nazionalismo. Comunque è vero che si peggiorano le cose, mandando in campo una squadra di undici uomini con l’etichetta di campioni nazionali a battersi contro una squadra avversaria, assecondando la sensazione che la nazione sconfitta “perderà la faccia”.

Spero, quindi, che non daremo seguito alla visita della Dinamo mandando una squadra britannica in URSS. Se proprio dobbiamo, allora mandiamo una squadra di secondo piano, che sarà certamente battuta e che nessuno possa considerare rappresentativa dell’intera Gran Bretagna. Abbiamo già fin troppe preoccupazioni vere, e non c’è bisogno di crearne altre incoraggiando dei giovanotti a prendersi a calci sugli stinchi fra i ringhi di spettatori inferociti.


[1] Dinamo Mosca, la prima squadra di calcio sovietica ospitata in Occidente. Questa trasferta in Gran Bretagna è un evento leggendario nella storia del calcio post-bellico. (NdT)

[2] Tattica di lancio aggressiva, diretta verso il corpo del battitore, per intimidirlo e fargli male; pericolosa anche perché all’epoca si giocava senza il casco o altre protezioni. (NdT)

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mercoledì 18 febbraio 2026

“Definisce il genocidio a Gaza la guerra più giusta della storia. Ma il Cio ha escluso solo i russi”: la telecronaca della tv svizzera sul bobbista israeliano Edelman

 

Quando alla partenza della pista di Cortina per la gara di bob delle Olimpiadi 2026 si è presentato l’israeliano Adam Edelman, la telecronaca sportiva ha lasciato spazio a un altro tipo di informazione per i cittadini. È successo in Svizzera, non in Italia, dove il telecronista Stefan Renna di RTS (Radio Télévision Suisse) ha dedicato l’intera discesa del bob di Israele a denunciare le posizioni sulla guerra tenute dallo stesso Edelman. Con puntualità e rigore, Renna ha ricordato che il 34enne nato a Boston si definisce un “sionista fino al midollo“ e poi ha citato uno ad uno i suoi commenti sui social a sostegno del genocidio a Gaza. Il più emblematico definisce l’intervento militare israeliano “la guerra moralmente più giusta della storia”. Mentre la discesa proseguiva, il telecronista svizzero ha ricordato anche cosa prevedono le regole del Cio su Milano-Cortina 2026 per quanto riguarda Russia e Bielorussia: “Gli atleti che sostengono attivamente la guerra non potranno competere”. Lo stesso criterio però, ha sottolineato Renna, non viene applicato per gli altri atleti, come Edelman.

La telecronaca di RTS si è subito diffusa anche oltre i confini svizzeri. D’altronde, sono scene a cui in Rai siamo pochi o per nulla abituati. Giusto Alessandro Antinelli, nel post partita tra Italia e Israele dello scorso ottobre, mostrò un fiocco nero sulla giacca per “ricordare i giornalisti morti per raccontare il genocidio”. La stessa parola è stata utilizzata anche dal suo collega svizzero Renna, che ha evidenziato come “genocidio” sia il termine usato dalla commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sulla regione. Poi ha elencato tutte le prese di posizione di Adam Edelman e anche il sostegno manifesto alla guerra a Gaza, a cui hanno partecipato attivamente al fronte anche alcuni suoi colleghi bobbisti, come Ward Fawarsy, presente alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026.

La squadra di bob di Israele si è qualificata per la prima volta ai Giochi. Negli scorsi mesi, i canali social di Edelman e del team hanno raccontato con toni epici la qualificazione, enfatizzando anche molti bobbisti hanno partecipato attivamente all’offensiva su Gaza. Uno di questi è appunto Ward Fawarsy, che viene apertamente sostenuto dallo stesso Edelman: “Uno dei più cazzuti che stanno prestando servizio in prima linea in questo momento è Ward Fawarsy. Mandategli un messaggio di sostegno!”. Edelman, insieme all’israeliano dello skeleton Jared Firestone, si è anche reso protagonista di una presa in giro alla scritta “Free Palestine” trovata su un muro a Lillehammer, in Norvegia, dove i due hanno partecipato alla coppa del mondo.

Tutti fatti ricordati dal telecronista svizzero Renna. A cui ne sono perfino sfuggiti altri. Per esempio, un commento in cui Edelman giustificava l’uccisione di giornalisti e medici a Gaza, sostenendo che “Gaza è l’unico posto sulla Terra dove puoi nascondere ostaggi e ‘identificarti come giornalista’ o sparare razzi da un ospedale e ‘identificarti come un dottore’”. Ma il bobbista ha anche minacciato Greta Thunberg e la Global Sumud Flotilla: “Non vogliamo che sia assassinata. Vogliamo che vada a Gaza a incontrare i suoi amiconi di Hamas. Stesso risultato finale, metodi diversi”. Nel concludere la telecronaca della discesa, Renna ha ricordato il doppiopesismo del Cio. Che concede tutto questo agli atleti israeliani, ma non gli altri. È il caso anche dell’atleta ucraino Vladyslav Heraskevych, skeletonista, a cui il Comitato olimpico internazionale ha vietato di indossare un casco con i volti degli atleti morti nella guerra. Quello era un messaggio politico, vietato dalle regole del Cio. Che però non sono uguali per tutti.

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giovedì 20 novembre 2025

Elogio del tempo lungo, ovvero la lezione dello sport - Patrizio Pacifico

 

Viviamo in un’epoca che ha smarrito la lentezza. Una società che misura tutto in secondi, che pretende risultati prima ancora di iniziare, che confonde la velocità con la competenza e l’urgenza con il valore. Un’epoca in cui ogni gesto deve produrre un ritorno immediato, un effetto visibile, una gratificazione istantanea. Anche lo sport, che per secoli è stato scuola di tempo, di limite e di pazienza, ne è stato travolto. Lo sport del sacrificio – quello che non promette successo ma forma caratteri – è diventato un linguaggio minoritario, quasi incomprensibile. Eppure, mai come oggi ne avremmo bisogno. Ci sono sport che non illudono, che non fanno sconti. Il canottaggio, il pugilato, il ciclismo, la pallanuoto. Sport dove la vittoria è un evento raro, e la sconfitta una compagna quotidiana. Sport che non si praticano per apparire, ma per imparare a resistere. Dove la gloria dura un istante e la fatica occupa tutto il resto. Lì, tra il silenzio dell’acqua, il rumore di un sacco, il respiro che brucia in una salita, sopravvive un’idea antica: che il valore non stia nel traguardo, ma nel percorso. Che la conquista non sia il premio, ma la possibilità stessa di tentare. Che la dignità non nasca dal talento, ma dal lavoro.

Viviamo in un tempo che teme la fatica come se fosse un errore di progettazione. Il corpo deve essere efficiente, mai stanco. La mente produttiva, mai annoiata. L’attesa è uno scandalo, la costanza una virtù inutile. Ma lo sport, quello vero, si fonda proprio su ciò che la nostra epoca rifiuta: la ripetizione, la disciplina, la lentezza, la noia, la sconfitta. È un paradosso: nella società dell’accelerazione, lo sport è rimasto l’unico luogo dove il tempo torna umano. Dove il progresso si misura in giorni, mesi, anni. Dove ogni gesto è un tentativo di domare il proprio limite, non di eliminarlo. Non è colpa dei giovani se faticano a comprendere questo linguaggio. Li abbiamo educati all’istantaneità, alla logica del risultato, all’idea che ogni desiderio debba avere una soddisfazione immediata. Ma lo sport di sacrificio non si presta a questo schema. È una grammatica dura, fatta di verbi lenti: attendere, ripetere, sopportare, migliorare. È la pedagogia del tempo lungo. E come ogni pedagogia, chiede fiducia. Fiducia nel processo, nel corpo, nel domani. In un mondo che non crede più nel domani, lo sport rimane uno degli ultimi atti di fede laica. Il canottiere che rema nel buio, il ciclista che sale da solo, il pugile che si allena in silenzio, il pallanuotista che ripete lo stesso gesto mille volte: tutti compiono lo stesso rito. Non cercano la vittoria, ma la misura. Cercano il punto esatto in cui la volontà incontra il limite. È lì, in quell’incontro, che nasce l’etica dello sport. Non l’eroismo del vincitore, ma la dignità di chi insiste. Non la retorica del sacrificio, ma la consapevolezza che nulla di vero si costruisce senza sforzo. La fatica non è punizione: è il linguaggio con cui il corpo insegna alla mente la misura delle cose.

Il successo, nel mondo contemporaneo, è spettacolo; la perseveranza, invece, è silenzio. Eppure è nel silenzio che si forma la coscienza. Lo sport non è solo competizione, ma educazione. Non all’obbedienza, ma al rigore. Non alla violenza, ma alla responsabilità. È l’unico spazio in cui il corpo torna ad avere un valore politico, perché insegna la conseguenza. Ogni errore ha un peso, ogni progresso ha un costo, ogni scelta comporta una rinuncia. È una scuola di realtà in un mondo che vive di apparenze.

Il sacrificio sportivo, oggi, è una forma di resistenza. Non è nostalgia, è ribellione. È l’atto di chi decide di dedicare tempo a qualcosa che non produce profitto, visibilità o consenso. È una dichiarazione contro la cultura del risultato, contro l’idea che solo ciò che serve valga. È la difesa di un modo di esistere che non si misura in performance, ma in profondità. Lo sport di fatica è politico proprio perché non ha scorciatoie. È un’educazione alla complessità, un addestramento alla libertà. Perché solo chi ha conosciuto la disciplina può comprendere il senso della libertà.

Ogni atleta lo sa: l’avversario non è un nemico, ma una condizione. Senza avversario, non esiste crescita. Senza fatica, non esiste misura. Lo sport insegna a convivere con il limite, non a cancellarlo. E in questo è più democratico di qualsiasi ideologia: perché restituisce a ciascuno la stessa regola, lo stesso campo, la stessa possibilità di sbagliare. Lì, nell’equilibrio tra forza e fragilità, si costruisce l’etica del corpo e quella della cittadinanza. Chi impara a perdere impara anche a comprendere. Chi impara a sopportare impara anche a rispettare. Chi accetta il tempo lungo dello sport accetta la lentezza della democrazia. Forse è proprio questo che rende lo sport di sacrificio tanto distante dal nostro presente: è un esercizio di attesa. E l’attesa, oggi, è rivoluzionaria. Viviamo nell’immediatezza del gesto, dell’opinione, dell’emozione. Ma senza lentezza non esiste profondità. Senza fatica non esiste libertà. Senza tempo non esiste senso.

Non basta correre. Bisogna sapere dove si va. Non basta vincere. Bisogna capire cosa si è vinto. Non basta allenarsi. Bisogna imparare a resistere. Lo sport non è la negazione della fatica: è la sua educazione. La vittoria non è il traguardo: è la conseguenza. Il sacrificio non è il prezzo: è il significato. E forse, in un mondo che ha smarrito il tempo, l’unica vera rivoluzione è imparare di nuovo ad aspettare.

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giovedì 14 agosto 2025

Vince una ultramaratona di 63 km in sette ore e mezzo. Ma aveva già camminato per 14: l’incredibile storia dal Messico

 

Candelaria Rivas Ramos, una runner trentenne di Chihuahua, in Messico, ha vinto la Canyon Ultra Marathon 2025, un’impegnativa ultramaratona di 63 km, completandola in 7 ore e 34 minuti: un ritmo straordinario su un terreno difficile come quello del canyon. Ma ciò che rende la vittoria ancora più straordinaria è il pre maratona: Rivas Ramos ha camminato 14 ore a piedi per raggiungere la linea di partenza, attraversando le montagne della Sierra Madre a piedi nudi o con i tradizionali huaraches, senza portare con sé nulla di speciale: nessuna sponsorizzazione, nessun allenatore, nessuna attrezzatura specializzata. Nulla di nulla. Un vestito tradizionale e dei sandali.

“Conoscevo già la gara che si svolge qui ogni anno. Non avevo mai partecipato, ma quest’anno sono venuta qui dopo essermi iscritta ad aprile”, ha detto a TVC Deportes. Rivas Ramos ha raccontato di essere stata ispirata a correre l’ultramaratona dopo aver visto i runner della sua comunità tornare dalle gare con una medaglia al collo. Ha anche dedicato la vittoria alla sua famiglia e si è portata a casa un premio di 7.000 pesos messicani (370 dollari). La donna ha anche dichiarato che prima della gara non aveva svolto alcun allenamento. Secondo quanto riportato in Messico, la leggenda del pugilato Canelo Álvarez le avrebbe donato 2 milioni di dollari quando ha sentito la sua storia.

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mercoledì 12 marzo 2025

Il Baskin di Gioia Tauro, un esempio di inclusione - Patricia Iori

 

Nel panorama sportivo italiano, una realtà particolare sta prendendo piede in Calabria, precisamente a Gioia Tauro. Si tratta di una disciplina che promuove l’inclusione, la parità di opportunità e il superamento dei limiti fisici e mentali: il Baskin. Questo sport, che coniuga l’amore per la pallacanestro con un forte impegno verso l’integrazione, ha trovato un palcoscenico ideale proprio in una città che, attraverso il suo impegno e la passione dei suoi cittadini, sta cercando di diventare simbolo di un cambiamento positivo.

La realtà che porta avanti questa iniziativa è la A.S.D. New Basket Tiger, una squadra che, al di là del semplice gioco, è diventata un punto di riferimento per l’intera comunità locale e, in qualche modo, per tutta la Calabria. Il loro obiettivo non è solo quello di praticare sport, ma di trasmettere un messaggio ben più grande, ovvero che tutto è possibile quando si crede nei propri sogni.

Un sogno che prende vita

Il progetto ha avuto origine grazie all’impegno e alla passione di diverse persone, tra cui Giorgia Albo, Valentina Parziale, Ignazio Albo, e Mariangela Giovinazzo. Questi individui hanno unito le forze per far nascere una realtà sportiva che potesse dare voce a chi spesso viene escluso dal mondo dello sport tradizionale. Un elemento fondamentale del loro lavoro è stato, sin dall’inizio, il supporto ricevuto da parte dell’associazione “Gli angeli di pollicino”, un ente impegnato nella tutela delle persone con disabilità, guidato dal presidente Antonio Lo Verso. Questa collaborazione ha dato alla squadra una solida base etica e sociale, ponendo al centro l’inclusione come valore primario.

Giorgia Albo, una delle fondatrici, ha spiegato in diverse occasioni come la creazione della squadra sia nata dalla volontà di dimostrare che lo sport è un linguaggio universale, in grado di abbattere le barriere fisiche e mentali.

Il Baskin

Il Baskin, abbreviazione di “basket integrato”, è una disciplina sportiva che nasce con l’obiettivo di favorire l’integrazione sociale e fisica di persone con disabilità attraverso il gioco del basket. Il regolamento del Baskin, che si differenzia dal basket tradizionale, permette a ciascun partecipante di prendere parte attiva alla partita, adattando le dinamiche di gioco alle capacità individuali. In questo modo, il Baskin non solo facilita la partecipazione di persone con disabilità, ma promuove anche un messaggio forte di uguaglianza e solidarietà.

Un aspetto che distingue il Baskin da altre discipline inclusive è la sua capacità di stimolare la cooperazione tra atleti con abilità diverse. I giochi e le regole sono adattati affinché ogni giocatore, sia esso con una disabilità fisica o mentale, possa contribuire alla partita in modo significativo. Questa caratteristica permette non solo a chi ha difficoltà motorie o cognitive di partecipare, ma anche a chi non è direttamente coinvolto nella gestione di disabilità di acquisire una visione più aperta e tollerante della diversità.

Il campionato interregionale

A settembre scorso, la A.S.D. New Basket Tiger ha compiuto un importante passo nel suo cammino, decidendo di iscriversi al campionato interregionale gestito dall’EISI (Ente Italiano Sport Inclusivi). Questo passo ha rappresentato una sfida significativa, sia per gli atleti che per gli allenatori, ma anche un’opportunità per far conoscere il Baskin a un pubblico più ampio. Partecipare al campionato significa non solo confrontarsi con altre squadre, ma anche portare a termine un processo di crescita collettiva, dove ogni membro della squadra, a prescindere dalle proprie capacità, ha la possibilità di migliorarsi e di condividere l’esperienza con gli altri.

La decisione di partecipare al campionato non è stata presa a cuor leggero. Essere una delle poche squadre calabresi a praticare il Baskin ha comportato delle sfide logistiche e organizzative, ma anche una grande opportunità di visibilità per questo sport che, purtroppo, non è ancora molto diffuso nel sud Italia. La New Basket Tiger ha deciso di affrontare queste difficoltà con determinazione, consapevole del messaggio che sta trasmettendo a tutta la comunità locale. La squadra non è solo una realtà sportiva, ma è anche un simbolo di speranza per coloro che, quotidianamente, lottano contro la discriminazione e le difficoltà legate alla disabilità.

L’integrazione come chiave del successo

Il successo della A.S.D. New Basket Tiger è stato possibile grazie al lavoro di squadra e all’integrazione delle diverse abilità. La filosofia che sta alla base della squadra è chiara: nessuno deve essere escluso, e tutti hanno un ruolo fondamentale. Ogni giocatore, indipendentemente dalla sua condizione fisica o mentale, ha la possibilità di fare la differenza, sia che si tratti di un tiro a canestro, di una difesa ben posizionata o di un assist fondamentale. In questo modo, la New Basket Tiger è riuscita a creare un ambiente sportivo dove la competizione è sana, il gioco è divertente e tutti hanno la possibilità di crescere.

L’inclusione non si ferma solo ai giocatori, ma coinvolge anche l’intera comunità. La presenza della squadra a Gioia Tauro ha fatto sì che molti cittadini, anche quelli non direttamente coinvolti nel mondo dello sport, si avvicinassero al Baskin. L’idea che lo sport possa essere un veicolo di cambiamento sociale ha preso piede, e l’esempio della New Basket Tiger sta ispirando altre realtà locali a seguire lo stesso percorso.

Il futuro del Baskin in Calabria e in Italia

Guardando al futuro, l’obiettivo della New Basket Tiger non è solo quello di crescere come squadra, ma anche di fare da apripista per la diffusione del Baskin in tutta la Calabria e, più in generale, nel sud Italia. L’idea è quella di sensibilizzare le istituzioni locali, le scuole e le altre associazioni sportive affinché il Baskin possa diventare una realtà consolidata. Inoltre, l’augurio è che questo sport possa continuare a diffondersi in modo capillare, portando un messaggio di solidarietà e inclusione che possa superare i confini regionali.

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lunedì 23 settembre 2024

“Non voglio soldi sporchi di sangue”. Calciatore norvegese rifiuta il trasferimento in club israeliano

 

Il calciatore norvegese Ole Saeter ha rifiutato un'offerta di trasferimento da parte del club israeliano Maccabi Haifa, sollevando forti obiezioni morali.

Saeter, 28enne attaccante del Rosenborg, ha dichiarato al canale norvegese TV 2 di non poter accettare l'accordo, nonostante la sicurezza finanziaria che gli avrebbe portato.

“Non voglio che il denaro sporco arrivi sul mio conto. Sarebbe un incubo”, ha affermato Saeter a proposito dell'offerta.

Ha aggiunto che l'accordo avrebbe potuto renderlo “finanziariamente indipendente”, ma il calciatore del Rosenborg ha insistito sul fatto che non poteva rappresentare un Paese i cui valori e le cui azioni erano contrari.

“È un Paese che non ho né la moralità né i valori a cui ispirarmi per rappresentarlo”, ha proseguito.

Saeter ha collezionato 53 presenze con il Rosenborg dal 2021, segnando 32 gol e fornendo 11 assist.

Israele ha affrontato le critiche internazionali per l'offensiva militare in corso a Gaza, lanciata dopo un attacco del gruppo palestinese Hamas il 7 ottobre dello scorso anno.

Nonostante una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che chiedeva un cessate il fuoco, il conflitto è continuato, con quasi 41.300 persone, soprattutto donne e bambini, uccise e oltre 95.500 ferite, secondo le autorità sanitarie locali.

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lunedì 24 aprile 2023

Julia Ituma. La fragilità e il silenzio - Roberto Bertoni Bernardi

  

Non sappiamo come siano andate le cose e neanche c’interessa saperlo, almeno in questo momento. Attendiamo l’evoluzione delle indagini e che ogni tassello della vicenda vada al suo posto. Non ci azzardano a compiere ricostruzioni affrettate e, meno che mai, ci lasciamo andare a giudizi impropri e irrispettosi. La tragedia di Julia Ituma, la giovanissima pallavolista della Igor Novara che se n’è andata qualche giorno fa, precipitando dal sesto piano dell’albergo in cui soggiornava con la squadra a Istanbul, ci ha lasciato senza parole. Anche per questo, per qualche giorno, abbiamo preferito rimanere in silenzio.

Abbiamo preferito aspettare, anche perché non sapevamo rispondere ad alcuna domanda, non avevamo chiaro cosa fosse avvenuto e, a dire il vero, non abbiamo certezze nemmeno ora che abbiamo deciso di affrontare l’argomento. La triste realtà è che non sappiamo nulla, tanta è la tragicità di questa vicenda. E allora possiamo fare una sola cosa: immaginare. Immaginiamo la fragilità, il dolore, la sofferenza di questa ragazza e ci guardiamo bene dal giudicarla. Immaginiamo il suo sentirsi piccola pur essendo diventata grande, applaudita, potremmo dire famosa. Immaginiamo il suo tormento interiore e non diciamo altro, proprio perché ogni parola può essere una pietra e noi non abbiamo alcuna intenzione di scagliare massi contro una vita che non c’è più, contro la normalità stravolta della sua famiglia, delle sue amiche e delle sue compagne di squadra. 

Si pensava che Julia potesse essere l’erede di Paola Egonu, ma ormai questa considerazione non ha alcun valore. E anche solo dirlo, anche solo preoccuparcene, anche solo volerla classificare in qualche modo costituisce una mancanza di rispetto. Ciò su cui sarebbe opportuno riflettere, di fronte a questa storia che non consente di giungere ad alcuna conclusione, è invece quanta apparenza, quanta violenza sotterranea, quanta ingiustizia e quanta fragilità ci sianonella nostra società. E chi irride ragazze e ragazzi che chiedono aiuto, chi si scaglia contro la presenza dello psicologo a scuola, chi continua a esaltare un modello di crescita e di sviluppo dissennato, chi non si ferma davanti a niente e a nessuno, chi punta il dito contro le denunce di questa generazione, sottoposta a uno stress senza precedenti, almeno dal dopoguerra, tutte queste persone non meritano la benché minima considerazione. Compiono, infatti, inutili provocazioni che qualificano chi se ne rende protagonista. 

 

Tornando a Julia, noi non possiamo fare altro che inchinarci di fronte alla sua storia, manifestare solidarietà e affetto ai suoi cari e augurarci di non dover mai più scrivere un articolo del genere. Ci auguriamo che lo sport possa essere un antidoto alla debolezza e al senso di frustrazione e di sconfitta che pervade tanti, troppi ragazzi e ragazze. Speriamo che l’agonismo non prevalga mai sulla dignità umana e sul doveroso rispetto per il prossimo. E ci affidiamo al silenzio, alle lacrime, alla dolcezza, alla comprensione e alla totale sospensione di ogni giudizio. Non spetta a noi, non ne abbiamo alcun titolo e, sinceramente, per quanto ci interessi sapere come siano andate effettivamente le cose, crediamo che in questo caso anche parlare di verità sia un po’ forzato.

L’unica verità è che abbiamo perso una ragazza splendida, prim’ancora che una campionessa: forse perché non abbiamo saputo ascoltarla, capirla, starle vicini quando ne avrebbe avuto bisogno. Ci siamo fermati in superficie, come troppo spesso ci accade, in questa società in cui non c’è alcuna attenzione nei confronti degli ultimi, di chi rimane indietro, dello strazio e della sofferenza altrui. Abbiamo costruito un paradigma per cui un atleta, maschio o femmina che sia, non può permettersi di avere dei cedimenti. Non lo accettiamo, lo riteniamo indegno. Abbiamo smesso di porre l’essere umano di fronte al fuoriclasse. Abbiamo introiettato un’idea robotica delle persone e continuiamo a riempirci la bocca di termini come “competizione” e “merito”. Poi accade l’irreparabile e ci scopriamo nudi, senza tuttavia rinunciare a dire la nostra, a sparare il titolo a effetto in prima pagina, a pubblicare il commento pensoso e fuori luogo. 

Cara Julia, noi di parole crediamo di averne spese fin troppe. Possiamo solo salutarti con un commosso addio.

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giovedì 13 ottobre 2022

CAGLIARI CALCIO, DINAMO SASSARI E MOLTO ALTRO: LO SPORT IN SARDEGNA - Omar Onnis

  

Lo sport professionistico, nel mondo odierno, ha risvolti sociali, culturali e politici notevoli. Il suo peso economico è consistente, intrecciato com’è col mondo della finanza e degli affari e, più in generale col potere. Gli sport di maggiore successo sono ormai l’emblema stesso della globalizzazione. Toccano ogni angolo del pianeta, coinvolgono direttamente milioni di praticanti, interessano la stragrande maggioranza dell’umanità. 

Lo sport produce identificazione. La produce da prima che esso fosse assoggettato alle regole del profitto. Gli sport maggiori, nati e diffusi tra la seconda metà del XIX secolo e i primi del XX, in parallelo con l’affermarsi dello stato-nazione borghese, furono precocemente usati come strumento di consenso e di costruzione delle appartenenze nazionali. I passatempi un tempo circoscritti a fasce sociali piuttosto definite divennero rapidamente pratiche di massa, sfruttate da chi deteneva il potere economico e/o politico a proprio vantaggio. 

Nel secondo dopoguerra, gli sport si svilupparono e diffusero ulteriormente, tanto nella loro pratica amatoriale quanto nelle loro massime espressioni agonistiche. La retorica del dilettantismo virtuoso contro il professionismo venale persistette per qualche tempo (nel tennis, per esempio; più a lungo nelle Olimpiadi), fino a cedere davanti alla realtà di attività sempre più organizzate e dispendiose, richiedenti investimenti adeguati alle necessità pratiche e logistiche, nonché alla crescente remunerazione degli atleti e delle figure di servizio (allenatori, preparatori, selezionatori, intermediari, dirigenti e impiegati delle federazioni, ecc.).  

Col crescere della popolarità dello sport, in alcuni casi il processo di identificazione sfuggì al controllo dei proprietari e delle organizzazioni istituzionali e assunse i connotati della contrapposizione sociale, o della rivendicazione politica e/o territoriale. Gli esempi sono molti, qui basterà ricordarne due relativamente recenti: l’ostensione della ikurrina, la bandiera basca, da parte dei due capitani delle squadre di calcio dell’Athletic club di Bilbao e della Real Sociedad di Donostia-San Sebastián, il 5 dicembre 1976, a regime franchista ancora vigente (l’uso pubblico di bandiere che non fossero quella del Regno di Spagna era vietato, così come quello delle lingue diverse dal castigliano); l’esperienza della cosiddetta “democrazia corinthiana”, ossia l’epopea calcistica della squadra brasiliana del Corinthians, gestita direttamente e collettivamente dai giocatori, nel periodo della dittatura in Brasile, alla fine degli anni Settanta e ai primi anni Ottanta del Novecento.

Oggi i maggiori sport professionistici sono una voce consistente delle economie statali, muovendo fatturati ingenti. La sola Serie A di calcio in Italia ha un valore stimato di più di 3 miliardi di euro; e non siamo ai livelli più alti, in ambito internazionale. La sola compagine del Real Madrid (il club calcistico dal valore più alto al mondo, seguito dal  Manchester United) ha il medesimo valore dell’intera serie A italiana. Per farci un’idea più precisa, parliamo di una cifra che equivale grosso modo all’intero bilancio della sanità sarda. Se guardiamo alle cosiddette franchigie professionistiche negli USA, i valori salgono ulteriormente. Una franchigia di fascia più alta nell’NBA (basket) ha un valore di più di 5 miliardi di dollari. Questi sono solo i valori stimati delle società sportive, senza considerare tutto l’indotto: i servizi accessori alle pratiche sportive, l’abbigliamento e le attrezzature, la logistica (trasporti di merci e di persone), ecc. Nel suo insieme, dunque, lo sport muove quantità impressionanti di denaro, a livello globale. Non sembra ci sia più molto spazio per gli aspetti romantici e le connotazioni extra-sportive. Tuttavia questo è vero solo in parte. Trattandosi di fenomeni di massa, di portata così cospicua, è inevitabile che ancora oggi implichino, sia pure indirettamente o senza un preciso intento in tal senso, ulteriori significati e valori. 

Anche in Sardegna lo sport ha da tempo una dimensione di massa e in diverse discipline esprime realtà professionistiche, o comunque di alto livello. L’isola ha anche prodotto scuole sportive eccellenti. Basti ricordare la pesistica e la boxe, l’hockey su prato, la pallamano, il tennistavolo, il calcio femminile, il judo, la stessa atletica leggera: tutti ambiti in cui si è creato, nel tempo, un insieme di fattori umani, organizzativi, culturali che hanno prodotto risultati eccellenti, a volte a livello internazionale. Anche nel rugby, gioco di squadra molto di nicchia nell’ambito italiano, in Sardegna si sono create alcune realtà di base consolidatesi negli anni, pur non accedendo mai ai massimi livelli agonistici. Venendo agli sport di squadra più seguiti, il discorso non può che focalizzarsi sulle realtà più importanti e che hanno raggiunto i risultati più significativi. Le glorie nell’ambito della pallavolo ci sono state, ma sono restate più fugaci, rispetto a basket e calcio. Nondimeno, il volley è ancora una disciplina molto praticata e con molto seguito. Basket e calcio godono in Sardegna di un ruolo privilegiato in virtù dei successi delle due compagini maggiori, la Dinamo Sassari e il Cagliari calcio. Due società diventate, sia pure in tempi non coincidenti, simbolo dell’intera isola, con una tifoseria ampia e radicata, ben più consistente del mero seguito cittadino della maggior parte delle squadre di pari livello in ambito italiano. 

La vicenda del Cagliari, specie relativamente all’epopea di Gigi Riva e compagni, con lo scudetto del 1970, ha intersecato una fase nodale della nostra storia recente: l’industrializzazione, i movimenti sociali e culturali tra anni Sessanta e Settanta, la repressione del banditismo, il fallimento del Piano di Rinascita. La stessa riscoperta e risemantizzazione dei quattro mori deve moltissimo ai successi del Cagliari di Gigi Riva. L’auto-rappresentazione di sé delle persone sarde ha trovato in quelle vicende calcistiche un forte catalizzatore. 

Senza avere lo stesso peso mediatico, recentemente la Dinamo Sassari, nel basket, ha in qualche modo raccolto il testimone del Cagliari, conquistando successi e portando la Sardegna su palcoscenici mai calcati prima. Il precedente più significativo dei successi della Dinamo è la vicenda, effimera, della Brill Cagliari, compagine di proprietà di Nino Rovelli, allora proprietario della SIR di Porto Torres, dell’Unione sarda e della Nuova Sardegna, grosso modo negli stessi anni del Cagliari scudettato. Esperimento non riuscito, a livello di continuità e di radicamento popolare, anche per via del rapido declino dell’impero di Rovelli, ma che contribuì a diffondere il basket nell’isola. Il basket è un gioco molto diverso dal calcio, non solo per un fatto di regole e di condizioni di gioco, ma anche per cultura e seguito. Più difficile da maneggiare come instrumentum regni. Resta un gioco seguito e praticato anche nell’isola, più di nicchia rispetto al calcio, ma che può essere a sua volta veicolo di identificazione e di promozione commerciale, come sta dimostrando in questi anni la Dinamo Sassari, soprattutto dall’ascesa nel massimo campionato italiano (2011) e con i titoli conquistati tra il 2014 e il 2019 (uno scudetto, due Coppa Italia, due Supercoppe italiane, un’Europe Cup a livello internazionale).

Cagliari calcio e Dinamo basket sono oggi le due compagini professionistiche rappresentative dell’intera isola. È un aspetto che non manca mai di colpire chi si interessa di queste discipline, tra gli addetti ai lavori come tra gli osservatori e gli appassionati. Non c’è partita del Cagliari e della Dinamo, sui campi e nei palazzetti italiani e extra-italiani, che non veda la  partecipazione (a volte ridotta, a volte decisamente consistente) del proprio seguito, bandiera dei quattro mori rigorosamente presente. Se il senso di identificazione generato dalle due maggiori squadre professionistiche sarde è indubbio, c’è da chiedersi quali siano le componenti di questo processo di identificazione, che immagine della Sardegna veicolino i due club e quale portata abbia, in termini commerciali, culturali e politici, il grande senso di appartenenza delle due tifoserie. Non sono quesiti oziosi. Ribadita la strettissima relazione tra sport, economia e politica, solo con estrema superficialità si può ritenere che in Sardegna tale relazione non sussista. Andrebbe indagata in modo approfondito e interdisciplinare. A cominciare da una corretta collocazione delle realtà sportive sarde nel contesto italiano.

In Italia (anche) nello sport esiste una distanza abissale tra Nord, Sud, Sicilia e Sardegna.

 

Sono gli scudetti conquistati nell’intera storia del calcio italiano. Un’analoga cartina relativa al basket sarebbe quasi sovrapponibile, con Caserta al posto di Napoli e Sassari al posto di Cagliari, per i successi esterni all’area settentrionale. Già quest’immagine restituisce una rappresentazione di divari non solo e non tanto sportivi, quanto soprattutto socio-economici. Non c’è niente di casuale. E forse contestualizzando i successi del Cagliari e della Dinamo in questo quadro è più facile comprenderne il significato sportivo ed extra-sportivo.

Tali successi tuttavia hanno sempre costituito un problema di difficile gestione, per la politica e, nel suo insieme, la classe “dirigente” locale. Se la politica istituzionale ha sempre fatto presto a saltare sul carro del vincitore, cercando di brillare di luce riflessa, ha però sempre fatto poco per sostenere il mondo dello sport in modo serio, pianificato, socialmente emancipativo. Anche i contributi pubblici allo sport di base hanno acquisito più i tratti della coltivazione di sacche clientelari, che quella della promozione sociale. La scarsità di investimenti in infrastrutture è un indice di questa visione solo utilitaristica e di basso profilo. La Regione Sardegna da molto tempo sponsorizza sistematicamente lo sport professionistico, attribuendo ad esso una vaga funzione di promozione territoriale, ma senza mai definirne maggiormente le finalità né valutarne realmente l’impatto. Da un altro punto di vista, le istituzioni pubbliche hanno anche sempre evitato caldamente di attribuire ai successi sportivi un significato troppo politico. Sottolineare i successi, facendone motivo di emulazione e di maggiori ambizioni in altri ambiti, contrasterebbe col luogo comune della perenne arretratezza e inadeguatezza del tessuto socio-culturale sardo e creerebbe qualche dubbio di troppo riguardo la necessità “naturale” di ricevere tutele dall’esterno. Appartenenza va bene, insomma, ma che non diventi motivo di aspettative ulteriori. 

Si è parlato a lungo del senso di riscatto diffuso, generato dai successi del Cagliari di Gigi Riva (e, negli stessi anni, in modo meno profondo e duraturo, dalla Brill Cagliari di basket), in un momento in cui le persone sarde erano considerate generalmente criminali per propria natura, arretrate e incompatibili con la civiltà. Sono noti, anche per le testimonianze dello stesso Gigi Riva, gli insulti di stampo razzista che accoglievano il Cagliari negli stadi del centro-nord Italia. Va sottolineato quanto risultasse contro-intuitivo e perturbante che una squadra rappresentativa di una periferia negletta e arretrata potesse competere, magari vincendo, con le ricche squadre del nord Italia. Tuttavia, le manifestazioni di pregiudizi anti-sardi non sono cessate con la fine dei successi del Cagliari. È un fenomeno ancora attuale, semplicemente derubricato a goliardia da stadio. Non riguarda nemmeno solo la Sardegna e il Cagliari, per altro. Nelle tifoserie settentrionali italiane è diffusissimo il pregiudizio anti-meridionale. L’attenzione mediatica e politica è ultimamente rivolta soprattutto alle manifestazioni discriminatorie più facilmente riconoscibili come razziste, che col tempo si sono diffuse un po’ ovunque, in concomitanza col crescere dell’immigrazione straniera in Italia. Tale fenomeno è direttamente proporzionale all’aumento e alla legittimazione della xenofobia e del razzismo nel discorso pubblico italiano. Alcuni club calcistici sono noti per avere tifoserie particolarmente inclini a espressioni razziste. Persino tra le tifoserie a loro volta oggetto di sfottò razziali (quella sarda e alcune tifoserie del meridione italiano) ha preso piede, almeno marginalmente, qualche episodio del genere, benché mai come manifestazioni di gruppi consistenti, tanto meno di massa. Singolare che tra la tifoseria del Cagliari sia presente un radicato sentimento anti-meridionale e anti-napoletano in particolare, così come capita che tra tifoserie meridionali italiane emerga un certo razzismo anti-sardo. Si tratta di aspetti paradossali, oltre che poco edificanti, del tifo calcistico. In questa sede non è possibile indagarli e nemmeno proporre spiegazioni di alcun genere, ma è giusto tenerli presenti.

Ai tempi del grande Cagliari dello scudetto, la funzione diversiva dello sport si rivelò ampiamente controbilanciata da un’esaltazione collettiva, i cui esiti non erano facili da governare. Non è forse un caso che quell’esperimento sia stato lasciato morire e non lo si sia ripetuto. Il disimpegno della famiglia Moratti dalle sorti del Cagliari (dopo il 1970) e il contemporaneo indebolimento dell’investimento politico furono piuttosto repentini. Il mondo si trovava allora in un passaggio storico difficile. In parallelo con le istanze di rinnovamento promosse dalle fasce più giovani della popolazione e dal mondo del lavoro e con le apettative generate e subito tradite dalla decolonizzazione e dalle nuove istanze democratiche in America latina, Africa e Asia, prendeva avvio la grande crisi socio-economica che a ondate è arrivata fino al presente (denuncia degli accordi di Bretton Woods da parte dell’amministrazione Nixon, 1971; pubblicazione del Rapporto Meadows sui “limiti dello sviluppo”, 1972; primo choc petrolifero, 1973). Infine, dal 1979, si impose il nuovo paradigma ideologico neo-liberista, promosso dalle amministrazioni Thatcher, nel Regno Unito, e Reagan, negli USA, in larga misura ancora oggi dominante. In Sardegna, in quegli anni, si faceva largo un rinnovamento del pensiero sardista, con la nascita dell’indipendentismo contemporaneo, e maturava una prima rilettura critica della storia sarda recente (con i vari Cicitu Masala, Antoni Simon Mossa, Placido Cherchi, Mialinu Pira e altri ancora). La risposta del rifinanziamento del Piano di Rinascita, nel 1974, non pareva sufficiente a sedare del tutto gli animi. L’identificazione prodotta dai successi del Cagliari era ormai un elemento di disturbo, più che un sedativo sociale. Nello stesso 1976 in cui, in Euskal Herria, si ostendeva pubblicamente la bandiera basca, il Cagliari retrocedeva in serie B. Da quel momento in poi la squadra sarda non sarebbe più riuscita a lottare realmente per i massimi successi, salvo ritagliarsi in qualche momento e a sprazzi un ruolo da outsider. 

Il discorso identitario, in qualche modo connaturato per forza di cose a una compagine rappresentativa dell’intera Sardegna, da allora è stato utilizzato solo saltuariamente e in termini edulcorati, giusto a scopo di marketing, ma mai in senso più direttamente politico. Niente a che fare con quanto accade per esempio in Euskal Herria con l’Athletic club di Bilbao, o col Barcellona in Catalogna, o con le stesse squadre corse (Bastia e Ajaccio) nella vicina Corsica. Non troverete mai una dichiarazione pubblica di dirigenti del Cagliari o di suoi giocatori in merito a questioni sociali, di costume o politiche. Non esiste alcun tratto rivendicativo, che sia di indole nazionalista o di conflitto sociale,  nella comunicazione ufficiale del Cagliari calcio. La stessa lingua sarda è usata pochissimo e di solito molto male. Il calcio resta dunque relegato in un ambito squisitamente economico e promosso esclusivamente come un fattore di distrazione di massa. 

A questa collocazione del fenomeno Cagliari calcio contribuiscono in modo determinante gli stessi mass media, solitamente “voce del padrone”, perciò ben attenti a non associare alle imprese sportive alcuna portata troppo impegnativa. Salvo però sfruttare gli insuccessi come strumento di auto-flagellazione e di debilitazione morale della tifoseria e, di conseguenza, di una larga fetta di popolazione. Solo pochi giorni fa, all’indomani della recentissima, ennesima retrocessione in serie B, la prima pagina dell’Unione Sarda titolava: “La retrocessione di un’isola” (prima pagina del 24 maggio 2022). Non la retrocessione di una squadra mal assemblata e mal diretta, o della sua dirigenza. Non del presidente Giulini, milanese, di estrazione interista, padrone della Fluorsid. L’insuccesso deve essere scaricato sull’intera collettività sarda, come specchio della nostra pochezza storica. L’effetto di questi fatti e di questa retorica non è così blando e insignificante come si potrebbe pensare. Il fallimento sportivo, in questo caso, ha realmente dei risvolti ulteriori, anche solo di immagine. Se essi non risultano apertamente drammatici è dovuto solo allo scarso peso mediatico e politico che il Cagliari ha in Italia e a livello internazionale. Scarso peso a sua volta non casuale né dovuto solo a cause oggettive. Un profilo più alto, più impegnativo, porterebbe con sé alcuni vantaggi, almeno a livello di promozione territoriale, ma anche rischi. Tant’è vero che lo stesso presidente Giulini, come giustificazione dell’ultimo drammatico insuccesso, ha portato il presunto eccesso di ambizione in cui lui e i suoi collaboratori sarebbero incorsi in questi ultimi anni. Un eccesso di ambizione solo retorico e superficiale, senza nerbo né sostanza, come testimoniano i risultati concreti. Tant’è che la tifoseria, sia quella organizzata sia quella spontanea e diffusa, non la pensano affatto allo stesso modo. Ma queste sono questioni che possiamo tralasciare in questa disamina, sia pure rilevandone la consistenza e sottolineando le contraddizioni che segnalano. 

Le cose cambiano se spostiamo lo sguardo dal Cagliari e dal calcio al basket e alla Dinamo Sassari. Quella della Dinamo è una popolarità cresciuta più di recente, per via dei successi conseguiti, e consolidatasi rapidamente in un contesto culturale, sociale e mediatico diverso da quello calcistico. Nel caso della Dinamo Sassari, il discorso dell’appartenenza è decisamente più sfruttato e anche in modo abbastanza efficace. L’uso del sardo è più diffuso e più corretto, il legame con la Sardegna espresso chiaramente in ogni forma e circostanza. Basti pensare alle coreografie allestite in occasione di qualche partita che cadeva per combinazione il 28 aprile (Die de sa Sardigna), cosa che nel calcio non si è mai vista. Lo stesso legame istituito, a livello comunicativo e grafico, tra i giganti del basket (nel senso di uomini di alta statura) e i Giganti di Monte Prama è una trovata comunicativamente efficace. E così per la promozione di eventi o di realtà culturali e/o produttive isolane. Non c’è dubbio che l’immagine della Dinamo Sassari sia volutamente più “identitaria” di quella del Cagliari calcio. Naturalmente, anche dietro questa scelta c’è una precisa strategia di marketing e una ricerca di visibilità. Il distinguersi, l’enfatizzare l’appartenenza a un territorio e a una comunità umana specifica, vengono sfruttati in termini di riconoscibilità, anche all’estero. È un approccio commerciale intelligente, che non a caso viene sostenuto da diversi sponsor locali di primo piano. Beninteso, anche la Dinamo mostra una certa attenzione a non eccedere nella veicolazione di contenuti esplicitamente politici, ma si tratta di una cautela ponderata e in ogni caso  comprensibile.

Il Cagliari è una risorsa importante nel panorama sardo. Potrebbe essere un fattore non solo di identificazione positiva, veicolando valori civici all’altezza dei tempi, promuovendo pratiche virtuose in vari ambiti, compreso quello economico. Basti pensare al settore turistico o a quello delle produzioni locali. Il marchio Cagliari calcio potrebbe essere una testa di ponte, a livello internazionale, per altre realtà isolane. Se solo ci si investisse in modo più intelligente e più sistematico. Cosa che però non può interessare a una proprietà come quella attuale e, più in generale, a qualsiasi proprietà che contempli esclusivamente il lato affaristico della questione. Il che significa che neppure un cambio di padrone, da Giulini a qualche altra figura, magari internazionale (si vocifera di interessamenti cinesi e/o qatarioti), garantirebbe un salto di qualità decisivo. Il modello del Cagliari dovrebbero essere le squadre tedesche o quelle di ambito iberico, possedute in larga misura dalle stesse tifoserie, legate in modo molto stretto al territorio (nell’Athletic di Bilbao storicamente militano giocatori esclusivamente baschi, o di origine basca o, più recentemente, naturalizzati baschi), forti del proprio senso di appartenenza e veicolo della medesima su qualsiasi palcoscenico. Sarebbe necessario un mutamento di paradigma, da società padronale, espressione della borghesia “compradora”, o da giocattolo nelle mani di avventurieri – sardi o no, poco cambia – in cerca di facili affari, a squadra realmente espressione di una comunità e di un territorio, con tutti i risvolti che tale condizione implicherebbe. 

È facile prevedere che tale esito sarà scongiurato con ogni mezzo da tutte le parti in causa, o almeno da chi ha il potere di scongiurarlo. Non per questo verrà meno il tifo per il Cagliari, benché oggi ai minimi termini. La tifoseria del Cagliari è stabilmente, da molti anni, tra le prime dieci del calcio italiano. Ciò significa che la potenzialità esiste. Se non si traduce in termini sportivi proporzionati, non è solo a causa del divario economico tra Settentrione italiano e Sardegna, ma anche per via di volontà ostili a una tale evoluzione.

Il diverso percorso intrapreso dalla Dinamo Sassari, se può essere giudicato più efficace e intelligente, appare però ancora in divenire e tutto da verificare nei suoi ulteriori esiti. Senza dimenticare che comunque il basket è uno sport meno popolare del calcio e che gode di una copertura mediatica notevolmente – benché ingiustificatamente – inferiore.

A proposito di auto-rappresentazione e di appartenenza, va segnalata l’esistenza, da qualche anno, della Federatzione Isport Natzionale Sardu (FINS), nata con l’obiettivo di promuovere la creazione di rappresentative isolane nei vari sport. Primo tra tutti il calcio, gioco per cui esiste già e si è già esibita una rappresentativa nazionale sarda, chiaramente in un ambito di semi-riconoscimento internazionale. Non potendo aderire alla FIFA (l’organizzazione di tutte le federazioni statali mondiali), la Natzionale aderisce alla CONIFA (Confederation of Indipendent Football Associations), la federazione delle rappresentative dei popoli senza stato. È un esperimento, chiaramente, che ha senza dubbio finalità politiche. Ma è anche il tentativo di colmare una sorta di vuoto nell’auto-rappresentazione della comunità sarda (quella residente e quella della diaspora), sempre desiderosa di riconoscimento. Come testimonia il fatto che non ci sia manifestazione sportiva o di spettacolo in cui non sventoli almeno una bandiera dei quattro mori, e non solo in Italia. Anche su questo sarebbe necessaria una riflessione strutturata, non condizionata da pregiudizi né ideologicamente vincolata.

Nel complesso, a parte i due casi maggiormente significativi del Cagliari e della Dinamo, è l’intero movimento sportivo sardo a meritare una maggiore attenzione in termini di analisi e di studio. Anche lo sport di massa è il frutto della complicata “modernizzazione” dell’isola. Come tale, presenta risvolti molteplici, spesso contraddittori, ma di non poca rilevanza. Un approccio multidisciplinare e decolonizzato, anche in questo caso, potrebbe fornirci molte indicazioni utili sulla nostra storia recente e sul nostro presente….

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sabato 30 aprile 2022

Il ripescaggio della Nazionale campione di diritti umani - Alessandro Ghebreigziabiher

 

Cari amici pallonari,
calciofili di professione, tifosi della prima ora o affezionati fan di vecchia data della rotolante sfera, auspicabilmente all’interno della porta avversaria.
Sono qui a offrirvi una seppur dolce amara compensazione per il dolore e lo scorno dovuti all’ennesima mancata qualificazione alla fase finale del torneo planetario.
Dovete sapere che secondo un'indagine del Guardian i lavoratori migranti a basso salario in Qatar pare abbiano pagato circa 1,5 miliardi di dollari in tasse, forse sino a 2 miliardi, tra il 2011 e il 2020, malgrado sia del tutto illegale. Queste persone, le quali risultano provenienti in gran parte da Bangladesh e Nepal, costituiscono quasi un terzo della forza lavoro straniera del Qatar, circa due milioni, e in genere pagano tasse da mille sino a tremila dollari. Ciò significa che con stipendi medi di 275 dollari al mese sono costrette a lavorare per almeno un anno solo per pagare l’iniqua imposta di assunzione.
In molte occasioni gli immigrati hanno dovuto ottenere un prestito per pagare tale dazio e impossibilitati a restituirlo entro i termini si ritrovano obbligati a lavorare a tempo indeterminato, in una delle tante forme di schiavitù moderne oggigiorno tollerate.
Ciò nonostante, ogni anno centinaia di migliaia di persone, pur conoscendo tali rischi, partendo da situazioni addirittura peggiori e senza via di scampo, decidono di imbarcarsi in tale orribile viaggio verso lo sfruttamento o perfino la morte.
Difatti, secondo un recente rapporto sui lavoratori immigrati schiavizzati nei paesi del Golfo, tra cui lo stesso Qatar, si legge che ne muoiono ogni anno sino a diecimila. Il più delle volte i motivi dei decessi vengono archiviati come cause naturali e arresto cardiaco, ma la realtà confermata dalla relazione ci racconta di persone esposte quotidianamente a un’enorme quantità di rischi, tra cui calore e umidità, inquinamento atmosferico, superlavoro e condizioni di lavoro abusive, cattive pratiche di salute e mancata sicurezza sul lavoro, stress psicosociale e ipertensione.
Ebbene, si dà il caso che la maggior parte di questi lavoratori, tra i più poveri al mondo, siano stati impiegati nelle sopra citate, disumane condizioni insieme ad altri cittadini dell’Asia meridionale e africani, nella costruzione degli impianti e delle strutture che ospiteranno i prossimi mondiali di calcio tra novembre e dicembre 2022.
Indi per cui, essendo noi altri stati esclusi come nazione dal grande spettacolo calcistico costruito letteralmente sulla sofferenza e il sangue della gente più povera al mondo, per una volta possiamo considerarci relativamente innocenti.
Per tale ragione, do per scontato che la notizia di un possibile nostro ripescaggio ai danni dell’Iran – valutata a posteriori e consapevoli di codesto scandalo – dovrebbe trovarci indifferenti.
Ma che dico?
Fieri e fermi nel rimandare al mittente ogni nostro possibile reinserimento nella competizione.
Anzi, nel qual caso potrebbe addirittura trasformarsi in una favorevole occasione per far luce sull’orrendo sfruttamento di cui sopra.
Già mi immagino i giornali di tutto il mondo dopo la conferenza stampa dei dirigenti della federazione: la nazionale italiana di calcio rifiuta ufficialmente il posto lasciato vacante dagli iraniani per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sulle disumane condizioni di lavoro dei cittadini immigrati in Qatar e in tutto il Golfo.
Caspita, in un possibile scenario del genere mi viene da pregare, più che sperare, che l’Iran o chi per lui vengano estromessi a nostro favore…

da qui

sabato 14 marzo 2020

l'altezza dei giocatori di basket


Il Coronavirus ha fermato il campionato NBA, causando notevoli disagi economici a tutti coloro i quali lavoravano nelle arene americane. Con le gare cancellate niente introiti e niente stipendi, ma alcuni cestisti ed alcune Franchigie, sono scese in campo per aiutare queste categorie di lavoratori.
Kevin Love ha infatti donato 100.000 dollari ai dipendenti dell’arena dei Cavs, stesso identico importo anche per Giannis Antetokounmpo, il quale ha devoluto la cifra ai dipendenti dell’arena dei Bucks come rivelato in un messaggio social: “le persone che lavorano per semplificano la mia vita, quella della mia famiglia e quella dei miei compagni di squadra.  Io e la mia famiglia ci impegniamo a donare 100.000 dollari allo staff del Fiserv Forum. Insieme possiamo farcela!”. La stessa idea è venuta anche a Williamson, questa ‘formula’ si sta diffondendo a macchia d’olio nella NBA.

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lunedì 24 febbraio 2020

Tunita gioca a pallone



Ha “invaso” letteralmente il campo e il cuore di tutti questi giocatori, tanto da essere adottata a mascotte di tutta la squadra. Loro sono i calciatori messicani dell’Atlético de San Luis e questa è la storia della piccola Tunita, il cagnolino randagio che ha rubato i riflettori durante un’importante partita.
Era lo scorso venerdì 17 quando l’Atlético San Luis si scontrava con il Cruz Azul Fútbol Club. Nel bel mezzo del macht, l’ala destra Germán Berterame nota la presenza di un cane in campo. Lo prende dunque delicatamente in braccio e lo porta fuori dal terreno di gioco.
Ma la storia non finisce qui. Il sabato successivo, il club messicano lancia un messaggio sulla sua pagina Facebook per chiedere informazioni su dove si trovasse il cucciolo, già denominato il “più grande fan” della squadra.
In un batter d’occhio, dopo una grande mobilitazione da parte dei fan, il San Luis ha ritrovato Tunita e lo ha adottato!
Questo lunedì, il club ha pubblicato un video che mostra tutta la storia di Tunita con San Luis:
“Vi presentiamo il nostro nuovo rinforzo”, scrivono sul profilo. E, insomma, benvenuto nuovo peloso!