venerdì 23 giugno 2017

Il letargo di Andretta - Franco Arminio


Appena sveglio mio figlio mi dice che c’è il sole come se fosse un miraggio. Ho la faccia gonfia per un dente infiammato. Ho la testa piena di cattivi pensieri. Dopo molti giorni davanti al computer ho voglia di andare all’aperto a prendere aria. Vado ad Andretta, il paese più vicino, l’unico che d’estate riesco a raggiungere in bicicletta.
Quindici chilometri senza incontrare una macchina. Arrivo e parcheggio davanti a un camion di un venditore di frutta. Una voce registrata annuncia la merce in vendita, ma per il momento non accorre nessuno. Passa una macchina con un’altra voce registrata: l’arrotino che fa pure l’ombrellaio. In piedi, nella cornice di una porta, un uomo anziano si sistema l’aggeggio acustico intorno all’orecchio. L’operazione pare più laboriosa del previsto. Mi fermo a osservare. Dall’altra parte della strada c’è una Punto grigia col motore acceso da molti minuti. Un uomo anziano prende il sole in una Volvo. Mi accorgo che il bar in cui sono stato varie volte è privo di nome. Come si chiama? Dico alla signora che sta lavando a terra. Solo bar, mi risponde. Prima di allontanarmi noto l’insegna dei gelati Algida sbiaditissima, si legge solo la parola cornetto. Davanti al bar c’è un uomo col naso mangiato da una malattia e un altro che mi guarda con aria dimessa, sfinita. In mezzo alla strada due donne di mezza età parlano di ospedali e malattie. Per quanto posso capire una delle due ha avuto di recente un lutto.
Noto davanti al bar e poi davanti a un minimarket adiacente dei tavolini rotondi di cemento con intarsi di marmo. Non ci avevo mai fatto caso. Ecco, ce ne sono ancora altri due più avanti. Il proprietario del minimarket mi risponde svogliatamente che li fanno qui.
Incontro uno dei tanti che conobbi ai tempi della battaglia vittoriosa contro la discarica alla fine degli anni novanta. Mi chiede se è mia la telecamera sul cavalletto. Si, è mia, l’ho lasciata sul marciapiedi, cento metri più su. Vado a riprendermela senza timore che qualcuno me l’abbia rubata.
Poco lontano dal bar senza nome ce n’è un altro che si chiama l’Australiano.
Davanti a una porta una bottiglia di plastica piena d’acqua. Se ne trovano tante nei paesi. Non si sa come si sia sparsa la voce che tengono lontani cani e gatti: la bottiglia li distoglierebbe dal fare i loro bisogni. Penso che anche il cosiddetto pensiero magico abbia subìto un evidente impoverimento se questa adesso è la sua più diffusa manifestazione.
Ancora un bar, questa volta è un bar elegante. Dentro ci sono solo due anziani che stanno con le carte in mano, ma senza giocare.
Esco fuori a guardare un po’ d’insegne, è quello che preferisco quando non ho voglia di parlare. Abbigliamento 0-12, Intimo per tuttil’Oasi piante fioriBottega della carne, Digital Miele: niente di particolare.
È il momento dei manifesti funebri.
A Pozzuoli (Na) è venuto a mancare all’età di 69 anni Angelo Acocella.
In America è venuta a mancare all’affetto dei suoi cari Michelina D’Ascoli (vedova Antolino).
A 83 anni in Arisson (Usa) è venuta a mancare all’affetto dei suoi cari Francesca Acocella (vedova Di Guglielmo).
La lista è lunga. Leggo ancora di una donna morta a You Kers (New York) il 23-02-06 e di un’altra morta il 3 marzo 2006 a Toronto all’età di 83 anni.
I manifesti sono in parte oscurati dalla propaganda elettorale di Pasquale Giuditta e Nicola Mancino, Udeur e Margherita.
Incontro Ciccillo, il tenore dilettante celebrato dall’andrettese Vinicio Capossela in uno dei suoi brani. Mi dice che ogni mercoledì va ad Avellino a cantare nella filarmonica, il resto della settimana va sempre in campagna. Per non finire in anticipo nella fossa, mi dice.
Dopo il maestoso campanile c’è un altro pezzo di paese in cui non sono mai stato. Cammino in via Pasquale Stiso, ex sindaco e poeta. Adesso il sindaco è un commercialista. Non ho voglia di vedere e sentire nessun amministratore. Guardo una donna che sbatte un tappeto, un’altra che sbuccia le patate, gesti quotidiani, svolti in un silenzio pulito. Guardo certe case e le vorrei accarezzare, accarezzo le porte di legno, quelle con le vernici di una volta, bisogna conservarle queste porte,  sarebbe bello se qualcuno da qualche parte volesse salvarle, raccoglierle, fare un museo delle porte, quelle col buco per far entrare la gatta ormai sono rarissime.
Torno nel corso, c’è una merceria senza insegna che vende anche i giornali; un negozio di elettrodomestici che vende anche le scarpe e un negozio di alimentari che vende anche elettrodomestici.
Mi fermo in piazza. Non c’è una panchina, la piazza la usano per invertire il senso di marcia e tornare indietro. Qui c’è la farmacia della famiglia Papa. La farmacista è una donna vivace e subito si mette a parlare di politica. Il vecchio farmacista in pensione mi dice che lui non vota per nessuno, lui era socialista. Un altro figlio, che non ha fatto grandi studi, dà una mano alla sorella. Un po’ dentro, un po’ fuori, si fuma una sigaretta, saluta chi passa. Nella farmacia entrano in continuazione persone anziane. Antipertensivi e antireumatici i farmaci più venduti.
Torno verso la macchina. Mi siedo un po’ con Carmine, muratore scapolo, che mi dice di avere trentanove anni, ma ne dimostra almeno venti di più. Adesso si sente un ambulante che vende materassi. In un vicolo incontro una persona dall’aria spaurita. È contento che gli chiedo qualcosa. Mi risponde che sta aspettando il bel tempo. È stato una quindicina d’anni di Svizzera, pure lui pare più anziano.
La gente che c’è in giro fa gesti lenti, non c’è nessuna ebbrezza, sembrano davvero i primi passi fuori dal letargo. Si cammina lentamente, si va alla macelleria, si va a comprare la frutta, il pane, la carta igienica. Si esce per sbrinare il cuore nella luce e quello che accade in fondo è ineccepibile.
La terra ruota ad Andretta come a Londra, alla stessa velocità, incurante della velocità che c’è in superficie. Oggi è il ventiquattro marzo, per il momento non è una data memorabile, ma non è detto, fino alla fine del giorno può sempre capitare qualcosa. Il ventitré novembre fino alle sette e mezzo era una domenica qualunque, poi venne il terremoto.
Davanti alla porta del Comune un manifesto che saluta il Papa morto e uno che saluta l’arrivo del nuovo vescovo.
Per terra manifestini con fotografia a colori di un candidato. Mi sembra la foto di un poveraccio, siamo tutti dei gran poveracci. Giovani e anziani, anonimi e illustri. E questa competizione elettorale sembra non riguardare nessuno. La sera anche qui guarderanno i politici alla televisione. Avranno deciso di votare per questo o per quello, ma si ha la sensazione che il paese nel suo complesso non abbia la forza di immaginarsi un futuro. Più che da un popolo adesso un paese è abitato da un campionario di solitudini, una sommatoria di esistenze scoraggiate. Eppure oggi qui sto meglio di come potrei stare altrove. Questa faccia gonfia non è un problema, non devo dimostrare nulla a nessuno, non devo esibire alcun entusiasmo, non devo mostrare efficienza e convinzione.
Mi siedo in piazza a prendere appunti, ma il foglio resta vuoto. Qualche sociologo illustre parla di scomparsa della realtà, parla di dominio della simulazione. Qui mi pare che siamo in una terra di nessuno. La realtà ormai è una cartilagine delicatissima e la simulazione non sa dove appigliarsi. Alle dodici e venticinque si abbassa la serranda della farmacia, è segno che la mattinata è finita.

giovedì 22 giugno 2017

L’oscena caccia ai migranti del Sahel - Mauro Armanino


 Ieri sera, una pattuglia dell’esercito nigerino ha aperto il fuoco su un veicolo che trasportava migranti in provenienza da Agadez e in direzione della Libia via Dirkou. Un migrante è stato ucciso e tre altri feriti. Secondo una fonte degna di fiducia, l’autista, pensando ad un attacco di banditi armati, ha rifiutato di obbedire alle ingiunzioni delle forze di sicurezza che gli chiedevano di fermarsi.
(Air info, Agadez, 13-06-’17).
Dunque la messa in scena sta cominciando a dare i suoi frutti. La caccia ai migranti, equiparati a terroristi di frontiere, contrabbandieri di sabbia e trafficanti di realtà, è una profezia che si autoavvera. Non sono affatto cadute nel nulla le politiche europee di finto contenimento delle migrazioni. Accordi bilaterali, incontri tra ministri, summit di varia entità (G5, G7, G 20), promesse di finanziamenti e piani di sviluppo (dis)integrato, svelano il volto dell’oscenità che li genera. Dai Piani di Aggiustamento Strutturale che hanno fallito, si è passati ai Piani di Rianimazione Umanitaria di cui le cliniche di riferimento sono le Agenzie onusiane e le ONG.
L’Africa che cresce, si sviluppa, ha giovani e futuri consumatori (un mercato unico di un miliardo e 300 milioni, ricordava con serietà il presidente de Niger, Issoufou) per un occidente in crisi irreversibile di crescita. La messa in scena degli aiuti in cambio del controllo sulle migrazioni, rappresenta l’osceno tentativo di esportare le scorie ideologiche e politiche dei fallimenti accumulati nella storia. In Africa ci sono 54 paesi in cerca d’autore e altrettanti burattini che sorridono quando invitati a spartirsi la torta dell’ignominia alla faccia dai poveri che li hanno eletti. Rilasciano interviste, viaggiano e soprattutto hanno i conti in banca nei fiscali paradisi bancari.
L’oscenità è il malaugurio, la sconcezza e l’indecenza. Quanto appunto caratterizza l’orientamento neocoloniale e imperiale dell’occidente con la complicità dei politici locali. La scena è il fondale e allo stesso tempo la rappresentazione di una commedia che ha come finalità la mistificazione della realtà. Una farsa la politica migratoria e quella degli aiuti internazionali mentre armi e menzogna sono esportati con l’avallo del popolo colpevolmente ignaro. Osceni i viaggi, i sorrisi e gli accordi di principio siglati dai complici venduti al sistema di “spogliamento globale” dei poveri. Non se ne trova uno che abbia il coraggio di smascherare la falsificazione delle parole.
“E’ in effetti incontestabile che l’insicurezza e il terrorismo, le migrazioni illegali e il traffico criminale di esseri umani rendono inutili i nostri sforzi per lo sviluppo umano e sociale…”. Così il Presidente del Niger all’inaugurazione della riunione dei ministri africani del commercio la settimana scorsa a Niamey. Mahamadou Issoufou, come altri, ha imparato la lezione a memoria. Da quando attorno alla scena migratoria fioccano milioni e buoni premio per viaggi garantiti tra i potenti, tutti parlano di illegalità. Dalla scena all’oscentà il passo è breve. Lui e altri questo passo l’hanno compiuto. Intanto la regia dello spettacolo è altrove e i biglietti sono a prezzi scontati.

mercoledì 21 giugno 2017

Ma che cosa hanno in testa gli amministratori locali di Orosei? - Grig



Da anni è ben nota la situazione: sulla costa di Orosei (NU) centinaia di ettari di terreni a uso civico, appartenenti al locale demanio civico di cui sono titolari esclusivi tutti i cittadini residenti nel centro della costa orientale sarda, sono stati venduti illegittimamente dal Comune nel corso del tempo.
Sono sorti complessi turistico-edilizi e “seconde case”, spesso gli attuali acquirenti ignorano le vicende degli anni passati.
Le Amministrazioni comunali e il Consiglio regionale hanno tentato le soluzioni più fantasiose e illegittime, venendo sempre fermati da Corte costituzionale e azioni ecologiste, sprecando soldi e tempo, esasperando poi tanti incolpevoli cittadini.
Ignorata la soluzione più semplice e rispettosa di leggi e buon senso: trasferire i diritti di uso civico dai terreni irrimediabilmente compromessi a boschi e coste di proprietà comunale.
Si vuol favorire l’ennesima speculazione immobiliare?      Il tentativo finirebbe ancora male…
Ne parla, bene e con estrema chiarezza, Paolo Merlini su La Nuova Sardegna.
Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

da La Nuova Sardegna, 17 giugno 2017
Hanno acquistato i terreni dal Comune e costruito le loro case a partire dagli anni ’50: ma dal 2005 le aree sono demaniali. (Paolo Merlini)
OROSEI. Mille abitazioni nel litorale di Cala Liberotto, Sas Linnas Siccas e Sos Alinos sono praticamente sotto sequestro da dodici anni. I loro proprietari, in maggioranza nuoresi o dell’interno, possono ovviamente utilizzarle per le vacanze o per abitarci, e continuano a pagare le tasse e i tributi comunali, ma non possono disfarsene, mettendole in vendita o trasferendo la proprietà a un parente stretto; in teoria non potrebbero neppure attuare alcun intervento di restauro degli immobili, destinati dunque a un progressivo degrado. Il motivo? Quei mille cittadini si trovano nell’assurdo giuridico, e anche esistenziale se vogliamo, di essere proprietari di case ma non dei terreni su cui sono state costruite. Terreni che avevano regolarmente acquistato a partire dagli anni Cinquanta e che poi si sono rivelati – molto a posteriori, nel 2005 – gravati da usi civici. In poche parole le case sorgono su terreni che erano e sono ancora un bene della collettività.
Beffati anche gli svizzeri. Avrebbero dovuto informarsi sullo status di quei terreni i cittadini che li acquistarono 30,40, 50 o 60 anni fa? Probabilmente sì, ma il venditore sembrava al di sopra di ogni sospetto. E lo era, probabilmente, almeno per l’epoca. Nella maggior parte dei casi si trattava infatti dell’amministrazione comunale di Orosei, che voleva incentivare il turismo lungo le proprie, splendide coste. Un ente pubblico, dunque, il classico soggetto dal quale comprare un’auto usata a occhi chiusi. E infatti tutto è andato bene per qualche decina d’anni; Cala Liberotto è diventata una delle perle turistiche della costa orientale, le sue spiagge sono tra le mete preferite del turismo internazionale. Seconde case a parte, si pensi al caso dell’hotel Tirreno, per tutti a Orosei l’albergo degli svizzeri (appartiene al gruppo Ferienverein): 70mila presenze l’anno, un fatturato di otto milioni l’anno. “Abusivo” pure questo.
Nasce il consorzio. Cosa hanno fatto dal 2005 (anno del primo accertamento degli usi civici da parte della Regione, al quale è seguito un secondo e definitivo nel 2011) a oggi per risolvere il problema le amministrazioni comunali che si sono succedute alla guida di Orosei? Poco o nulla, a giudicare dal fatto che la situazione giuridica di quei terreni (1253 ettari) non è affatto mutata; autentici pasticci, a sentire il Consorzio Cala Liberotto (la maggior parte delle case “abusive” si trova qui, in un’area di 260 ettari), costituito quattro anni fa dai proprietari delle abitazioni per tentare di risolvere la vicenda dagli aspetti paradossali che abbiamo visto. Ora però il consorzio, presieduto da Francesco Chironi, è intenzionato a far valere le proprie ragioni con il Comune anche in sede giudiziaria.
Lo “scambio” con Biderosa. La soluzione, fra l’altro, dopo anni di tentativi di risolvere il caso Orosei con postille in leggi regionali – volte a “sclassificare” gli usi civici – è sempre stata sotto gli occhi di tutti. Basterebbe infatti che il Comune chiedesse alla Regione di trasferire una parte di quegli usi civici da Cala Liberotto all’oasi di Biderosa, seicento ettari di proprietà del Comune dove non esiste una sola abitazione, grazie al lavoro di tutela dell’ex Ente Foreste, sulla quale gravano vincoli assoluti di modifica dei luoghi. Un passaggio semplice, suggerito anche da una sentinella dell’ambiente come il Gruppo d’intervento giuridico, che segue il problema degli usi civici su scala regionale denunciando gli abusi laddove ci sono. Posto che Cala Liberotto, Sas Linnas Siccas e Sos Alinos sono ormai “compromesse”, almeno sotto il profilo degli usi civici, perché qui è stata concessa e autorizzata la costruzione di centinaia di abitazioni, basterebbe trasferire lo status di demanio all’oasi naturalistica, dando anche più forza alla sua tutela. Ma di giunta in giunta il Comune di Orosei tenta altre strade, collezionando solo fallimenti.

Versicoli quasi ecologici - Giorgio Caproni

Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.

martedì 20 giugno 2017

Il tempo del vaccinismo di guerra - Alexik


Sui vaccini credete agli scienziati ! Non ai cialtroni!”.
Da qualche mese questo messaggio ci viene ripetuto come un mantra da tutta la compagine renziana, dai vertici del dicastero della salute, da esponenti della classe medica e da gran parte del giornalismo e opinion makers nostrani.
Ma all’indomani della entrata in vigore del decreto Lorenzin diventa più che mai una ‘questione di necessità ed urgenza’ capire, in tema di vaccini, il cialtrone chi è.
Certo, io non mi permetterei mai di pensare che sia un cialtrone chi impone la vaccinazione forzata,  da effettuarsi in pochi mesi, di 816.836 bambini e ragazzi, con 8 vaccini supplementari da sommare ai quattro precedentemente obbligatori,  mandando nel delirio le ASL e le segreterie scolastiche che dagli asili alle superiori dovranno controllare la documentazione vaccinale (cioè i libretti vaccinali, le autocertificazioni, le prenotazioni alla ASL, oltre a tutti i casi di esenzione e di ricorso) per bambini e ragazzi dai 6 mesi ai 16 anni, tenendo conto che la popolazione in tali fasce d’età è di circa 8 milioni di persone.
Non mi permetterei mai di pensare che sia un cialtrone chi trasforma i presidi in poliziotti,  obbligati a denunciare i genitori che non vaccinano abbastanza i loro figli, o a vietare ai bambini  ipovaccinati l’accesso ad asili e materne, escludendoli dalle classi e dai contesti relazionali ed affettivi che magari fino all’anno prima frequentavano….
Non mi permetterei mai !
Perchè questi – sia pur dolorosi – provvedimenti sono indispensabili per far fronte alle terribili epidemie che dilagano nella penisola o incombono sull’italica stirpe.
E poco importa se bisognerà radiare dall’ordine i medici dissenzienti, mettere a tacere ogni voce critica tramite una violentissima campagna denigratoria, imporre TSO, trattare alla stregua di criminali, untori e potenziali assassini i genitori che non intendono obbedire !
Perché il fine ultimo è la salvezza nazionale, a fronte dell’attacco simultaneo da parte di miliardi di invisibili, multiformi e microscopici nemici. A cominciare dal morbillo, i cui eserciti virali hanno già da tempo assalito le estremità occidentali d’Europa.
Il ministro Lorenzin lanciò l’allarme all’inizio dell’invasione, il 22 ottobre 2014, davanti alle telecamere di “Porta a Porta” (min.36): “solo di morbillo a Londra, cioè in Inghilterra, lo scorso anno (2013) sono morti 270 bambini per una epidemia di morbillo molto grave”.
Esattamente un anno dopo, il 22 ottobre 2015, il ministro ribadiva a Piazza Pulita che  “Di morbillo si muore, in Europa!… c’è stata una epidemia di morbillo a Londra lo scorso anno (cioè nel 2014), sono morti più di 200 bambini …”.
La Lorenzin, a cui non sfugge nulla, ne sapeva più che i londinesi, ai quali quei 270 bambini morti di morbillo nel 2013, sommati ai 200 dell’anno successivo, proprio non risultavano.
Infatti i dati del Department of Health di sua maestà britannica parlavano, per il 2013, di n. 1 decessi per le conseguenze del morbillo a livello nazionale. La vittima in questione non era un bambino ma un 25enne, morto per una polmonite acuta. Nessun decesso, invece, per fortuna, nel 2014.
Ora, io non ce l’ho con la Lorenzin, poveretta, ma – che diamine ! –  almeno quelli del suo entourage di ‘luminari’ dell’Istituto Superiore di Sanità non avrebbero potuto dirle qualcosa ?
Anche perché se non le dicono niente quella persevera, come nell’intervista rilasciata al Messaggero il 21 luglio 2016, dove ribadisce: “in Gran Bretagna tre anni fa c’è stata una epidemia di morbillo – dovuta proprio al fatto che molti avevano rinunciato al vaccino – che ha causato la morte di centinaia di persone”.
Insomma, non solo per il ministro ci sarebbero stati in UK centinaia di morti mai esistiti, ma l’origine di tale ecatombe andrebbe ricercata nella scarsa copertura vaccinale, addebitabile alla nefasta propaganda dei biechi no-vax.
A questo proposito è però interessante leggere il rapporto redatto dai diretti interessati del UK Department of Health:
Nei primi tre mesi del 2013, c’è stato un incremento a 587 casi di morbillo, nonostante il livello di copertura da parte del vaccino trivalente MMR (per parotite, morbillo e rosolia, ndr) non sia mai stato così alto, con il 94% dei bambini fino ai 5 anni che ne avevano già ricevuto due dosi. 
I casi di morbillo risultavano distribuiti in tutta l’Inghilterra, con i numeri più alti nel nord ovest e nel nord est”.
In pratica, non era vero che la copertura vaccinale fosse bassa. Al contrario, era altissima, ma ciò nonostante, l’epidemia si era sviluppata ugualmente.
Anche il rapporto del ministero della salute britannico puntava il dito contro il calo delle vaccinazioni generato, alla fine degli anni ‘90, dalla paura del MMR, rilevando come fossero maggiormente colpiti dal contagio i ragazzi nati proprio in quegli anni, cioè la fascia di età che nel 2013 aveva dai 10 ai 16 anni.
Ma successivamente, i dati definitivi sui casi di morbillo accertati nell’intero anno non mostravano queste abissali differenze per fasce d’età: 711 ammalati nel 2013 in Inghilterra dagli 0 ai 9 anni, 769 dai 10 ai 19.
Londra, dove le vaccinazioni MMR dei bambini arrivavano solo al 87%, era stata colpita dal morbillo meno del nord ovest e del nord est del paese. Complessivamente, fra gli 8 milioni e seicentomila londinesi, gli ammalati di morbillo nel 2013 furono 192 (lo 0,0022% della popolazione) e 59 nel 2014.
In tutta l’Inghilterra, 108 malati necessitarono di ricovero ospedaliero, e 15 subirono complicazioni quali polmoniti, infezioni dell’apparato respiratorio, meningiti e gastroenteriti.
Con tutto il rispetto per le persone ammalate e per il morto, gli effetti dell’epidemia non potevano essere paragonate a quelli delle grandi catastrofi.
Più grave, invece, la situazione in Romania, dove il morbillo ha contagiato, da gennaio 2016 a fine marzo 2017, 3400 persone, con 17 morti.
Anche in questo caso l’Ufficio regionale europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità, gran supporter delle vaccinazioni di massa, ha esortato ad innalzare in tutta Europa la copertura del MMR oltre il 95%, esortazione immediatamente ripresa dal nostro ministero della salute e dalla stampa tutta.
Nessuno dei nostri maestri del giornalismo ha però sentito l’esigenza di scomodarsi per andare a verificare sul posto le caratteristiche dell’epidemia, magari accompagnato dai colleghi rumeni, che hanno fatto sull’argomento degli interessanti reportages.
Sulla Gazeta de Nord-Vest, in una corrispondenza del 9 marzo da Rătești, un villaggio del distretto di Argeș dove si è verificato un focolaio, una dottoressa dice: “E ‘una situazione più sfavorevole, la madre non è a casa, i bambini sono allevati dalla nonna. Si tratta di una situazione sociale difficile. Qui abbiamo una comunità dove abbiamo 35 casi di morbillo accertati.
Codruţa Simina, giornalista di Press One, è autrice di una corrispondenza da Măgura, frazione di Bocșa, nel distretto transilvano di Caraș-Severin, dove si è verificato uno dei focolai, e la morte di un bambino.
La corrispondenza è del 14 maggio scorso, e rileva come il contagio continui come prima. Descrive come a Măgura i bambini giochino a piedi nudi su strade sterrate, tra la sporcizia, perchè il municipio non le fa pulire. Descrive la scarsa scolarizzazione, l’indifferenza delle autorità sanitarie nella prevenzione, monitoraggio e cura.
Il fatto è che quando parlano di epidemie, né l’OMS, né le nostre autorità sanitarie si curano di indagare le condizioni socioeconomiche, igieniche, nutrizionali, l’accessibilità ai farmaci e ai servizi sanitari, dei contesti dove il virus si inserisce. O di chiedersi se è più facile passare dal morbillo alla polmonite quando si vive in abitazioni umide e malriscaldate, e poi morirne per le difficoltà di accesso agli antibiotici.
L’unica causa dell’epidemia e dei morti risulta essere la mancanza di vaccinazioni di massa, non la miseria.
L’unica soluzione prospettata è la vaccinazioni di massa, non il superamento di quelle condizioni di marginalità.
Davanti all’emergenza rumena, il nostro ministro della salute ha colto l’occasione per rilanciare l’indiscutibilità delle vaccinazioni forzate anche in Italia, seppure le condizioni di miseria presenti in posti come Rătești o Măgura qui da noi siano molto più limitate che in Romania. Per ora.
Questo fatto mi induce un dubbio ed una preoccupazione.
Negli ultimi tempi il ministro Lorenzin e la sua crociata sui vaccini sono state fatte oggetto di numerosi attacchi.
Qualcuno ha tirato fuori anche la corruzione a suon di rolex.
Ipotesi che non mi trova d’accordo.
Se la questione fosse così semplice, sarebbe semplice anche la soluzione.
Basterebbe organizzare un crowdfunding.
Della serie: il rolex te lo regaliamo noi, basta che non ci imponi le tue politiche sanitarie deliranti.
Comincio a temere però che la spiegazione sia un’altra.
Non è che nella sua ‘estrema lungimiranza’, la Lorenzin stia tentando in qualche modo di preparare il sistema immunitario di gran parte della popolazione italiana alle condizioni di miseria crescente, prodotte dalle politiche sociali, abitative e del lavoro, che da anni, in maniera bypartisan, questa classe politica e i suoi mandanti economico/finanziari stanno continuando a infliggerci? (Continua)
 NOTA
Ringrazio per le dritte sulla Lorenzin e l’epidemia londinese Paolo Bellavite, professore associato di Patologia Generale, Università degli studi di Verona. Il contenuto del suo documento ‘Scienza e vaccinazioni. Aspetti critici e problemi aperti‘ sarà uno dei testi che ci accompagneranno nelle prossime puntate di ‘Vaccinismo di guerra’ … proprio perchè è bene credere agli scienziati e non ai cialtroni.
(*) Tratto da Carmilla on line.

domenica 18 giugno 2017

Viaggiare, ascoltare, sentire la terra - Franco Arminio


Si potrebbe pensare che l’immiserimento della natura abbia riflessi anche sull’immiserimento della lingua. Oggi le immagini, le parole, i ritmi non sono più suggeriti dalla Natura, ma dalla Rete. E così abbiamo una lingua e una politica che sa di chiuso. Bello sfuggire alla tentazione dello sguardo apocalittico sull’Italia di oggi. Bello cercare i luoghi che non sono stati riempiti, i luoghi che non interessavano a nessuno, quelli poveri, impervi, fuori mano. In questi luoghi l’Italia si dà ancora. E allora ti puoi stupire guardando il muso delle vacche nel bosco di Accettura, guardando un vecchio in un orto del Salento o un contadino che ara in un pomeriggio sardo. Il viaggio in Italia va fatto senza ansie di compiacimento o di denuncia. Andare in giro, guardare come cambiano città e paesi, Torino oggi è molto diversa da come era negli anni settanta, l’Aquila è una città doppia: la città dei monumenti e quella delle rovine. E doppia è anche Taranto, città di mare circondata dalla città dell’acciaio. Nel guardare l’Italia tenere insieme l’occhio di Leopardi e quello di Pasolini, il Pasolini che teneva insieme Casarsa e Caravaggio, quello che scrisse  nel 1959 La lunga strada di sabbia, un viaggio costiero da Ventimiglia a Trieste, un atto di amore verso un’Italia dalle cento province non ancora devastata dal “genocidio culturale” che ha prodotto il paesaggio italiano che attraversiamo adesso.
Non mi piace l’Italia costruita negli ultimi decenni, quella delle città, ma anche quella dei paesi. Mi irrita vedere tante case sparse nelle campagne. E non mi piacciono neppure i paesi imbellettati, quelli con le pietre finte, quelli che non sono paesi, ma trappole per turisti.
L’Italia che cerco è quella che sa di Italia e di altrove. Penso ad Aliano, ai suoi calanchi che mi fanno pensare all’oriente. Mi piace molto l’Italia ionica. Mi piacciono i paesi che hanno un residuo arcaico, un nodo che non si è fatto rovistare dalla modernità incivile.
Sto male negli areoporti, tutta quella gente che crede di andare chissà dove, non mi piacciono neppure i silenziosi viaggiatori della freccia rossa, l’Italia che fila dritta e ignora il canto, ignora che la vita prende spazio quando sbaglia, quando s’incaglia.

Mi piace incontrare i vecchi dei paesi. Sto bene quando li ascolto. Non credo di avere più strada e più di futuro di loro. Il mio secondo è sempre in bilico, nessun attimo in me ha una fiducia assoluta, è come se dovessi ogni giorno patteggiare col tempo un altro poco di tempo. Nel mio girare per l’Italia non perdo mai di vista il corpo. È il corpo che guarda, è il corpo che prende avvilimenti ed euforie, è il corpo che incontra gli altri o li sfugge.
Mi piacerebbe vivere in un’Italia in cui la maggioranza sia fatta di percettivi e non di opinionisti. Non mi piace l’Italia che si è seduta sui divani, quella che guarda la televisione, che va in pizzeria, che tiene il bicchiere in mano davanti al bar, l’Italia dei giovani che prendono la notte a branchi, i giovani che mettono in posa compagnie che non hanno, vicinanze che non ci sono.
Gli Italiani che amo sono quelli che mettono assieme poesia e impegno civile, malinconia e ardore, indugio e frenesia. Abbiamo bisogno di creature rivoluzionarie, non di manovali del rancore. Non mi piacciono gli scoraggiatori militanti, i luminari del disincanto, i piromani dell’entusiasmo. Mi fa schifo il sentire stitico, il rimanere rigidi perfino nel calarsi.
Non credo al centro, non credo ai potenti, ai famosi. Credo che il successo sia una forma di sventura, che rovina la pace e la lingua. Mi interessano i paesi e le persone arrese. La resa che non sa di rassegnazione, ma qualcosa che somiglia alla disperazione senza sgomento di cui parla Giorgio Caproni.
Abbiamo bisogno di un’Italia attenta alle cose che coltiva, attenta a quello che accade nelle scuole, negli ospedali. Un’Italia che sa ammirare e sa essere devota, alta e libera, e non laida e meschina.
Credo che non dobbiamo aspettare niente, non dobbiamo aspettarci niente. Nessuno ce la regala l’Italia che vogliamo. Bisogna andare avanti in quello che c’è, sentire la terra sotto i piedi, sapere che ovunque c’è aria e ci sono gli alberi, e c’è tanto da guardare.
A me più di tutto danno fiducia questi due gesti: guardare e camminare. Mi pare che possiamo accedere a una qualche forma di grazia fino a quando possiamo guardare e camminare.
Abbiamo bisogno di immettere un po’ di sacralità nella nostra immiserita compagine civile. Non si può andare avanti col gioco del consumare e del produrre. La letizia può arrivare solo dall’amore e dall’immaginazione, viene quando non esci ai caselli stabiliti, ma ti apri all’impensato, sfuggi anche ai tuoi progetti, alle tue mire. Essere umani in un tempo autistico e vorticoso è un mestiere molto difficile. Non ci sono rotte definite, te le devi costruire attimo per attimo, devi cucire e strappare nello stesso tempo, devi capire che stiamo guarendo e stiamo morendo, stanno accadendo le due cose assieme.

Abbiamo bisogno di stare in ginocchio, di pregare, abbiamo bisogno di pensare a Dio, alla morte, alla poesia. Non sono pensieri da poeti, sono pensieri utili per essere buoni cittadini, semplici essere umani che passano il tempo dentro il tempo, che filano la vita per fare un vestito che indosseranno altri.

venerdì 16 giugno 2017

Potrebbero mancare meno di 12 anni - Alberto Castagnola


Introduzione
Ancora dati sui ghiacciai, relativi ai tempi di riduzione di quelli marini nella zona artica e all’aumento del riscaldamento nell’Antartide, dove aumenta la presenza di muschi. Nuovi dati sulla fioritura delle alghe a scala oceanica e sulla riduzione dell’ossigeno nei mari. Uno studio recente prevede che il grado e mezzo di riscaldamento del pianeta possa essere raggiunto entro 12 anni, quindi delineando un panorama molto più anticipato e drammatico di quello nel quale si è finora mosso l’Accordo di Parigi. La minaccia del nuovo presidente americano si è in questi giorni tradotta in scelte concrete anche se finora non ancora formalizzate, mentre alcuni commentatori cominciano a sottolineare i comportamenti ben diversi di Cina e India, che evidentemente hanno cominciato a scoprire i vantaggi anche economici delle politiche rispettose del pianeta. Cominciano ad emergere nuove categorie di eventi estremi, che il peggioramento climatico rende più evidenti: si moltiplicano le frane, si prevedono alluvioni costiere, malattie come le epatiti vengono ormai considerate dei veri flagelli (con Ebola che si riaffaccia in Africa), anche se ancora non si riesce a concepire delle politiche sanitarie che colpiscano almeno alcune delle multinazionali farmaceutiche che traggono rilevanti profitti dai farmaci che riescono a vendere a prezzi elevatissimi in quanto la sola alternativa alla morte per milioni di persone. E poi, anche in Italia si comincia ad accennare alla necessità di eliminare l’uso del carbone, (mentre in Iran disastri minerari continuano a mietere vite umane), però la preoccupazione di salvare gli interessi delle imprese è ancora dominante  e non si parla nemmeno del valore economico delle vite umane salvate e delle spese sanitarie risparmiate.
Clima ed eventi estremi
1.      Intemperie. Quattordici persone sono morte nelle tempeste, nelle alluvioni e nei tornado che hanno colpito il centro-sud degli Stati Uniti il 29 e 30 aprile. Almeno 133 persone sono morte dall’inizio dell’anno a causa delle alluvioni e delle frane in Perù. (Internazionale n. 1203, 5 maggio 2017, pag. 112)
2.      Ventiquattro persone sono morte travolte da una frana in un villaggio nel sud del Kirghizistan, nonostante un ordine di evacuazione emesso dalle autorità pochi giorno prima. La frana ha distrutto sei case. (Internazionale n.1203, 5 maggio 2017, pag.112)
3.      Siccità. Circa 7,7 milioni di persone hanno bisogno di aiuti alimentari urgenti a causa della siccità che ha colpito l’Etiopia. Lo ha annunciato una commissione governativa. (Internazionale n.1203, 5 maggio 2017, pag. 112)
4.      A causa del cambiamento climatico, negli ultimi trent’anni l’estensione e lo spessore del ghiaccio marino artico si sono notevolmente ridotti, denuncia un rapporto dell’Arctic Monitoring and Assessment Programme (AMAP). Nella zona centrale lo spessore del ghiaccio è diminuito del 65%. L’Amap stima che già dal 2040 d’estate non ci sarà più mare ghiacciato. (Internazionale n.1203, 5 maggio 2017, pag.112)
5.      Fioriture mortali. Il cambiamento climatico potrebbe aggravare il fenomeno delle fioriture eccessive delle alghe in mare. Uno studio pubblicato su Nature indica che l’aumento della temperatura dell’oceano può portare ad una intensificazione delle fioriture algali nei mari del Nord America. E’ la prima volta che il fenomeno è previsto su scala oceanica, spiega la rivista. Le fioriture algali si verificano quando un mutamento delle condizioni dell’acqua porta alla moltiplicazione di alcune specie. La fioritura può produrre tossine , in quantità tale da eliminare la vita marina e cambiare il colore dell’acqua. Un fattore che favorisce le fioriture è l’improvviso aumento dei nutrienti, come azoto e fosforo. Un altro fattore è l’aumento della temperatura. Nello studio i ricercatori  hanno analizzato la situazione dell’Atlantico settentrionale e del Pacifico settentrionale, usando i dati delle temperature di superficie del mare, registrate tra il 1982 e il 2016. Hanno così stabilito che esiste un rapporto tra le temperature e il tasso di crescita di due specie di alghe, tossiche per le persone. I loro modelli prevedono che l’aumento delle temperature intensifichi il ritmo di crescita delle alghe e allunghi la stagione della fioritura. Inoltre, poiché l’oceano non si scalda in modo uniforme (alcune regioni si scaldano più velocemente della media, mentre altre si possono anche raffreddare), le fioriture possono verificarsi in zone dove prima non c‘erano e ridursi in altre. (Internazionale n.1203, 5 maggio 2017, pag.112)
6.      Una grave carestia. “Una combinazione fatale di economie in calo, condizioni del tempo negative e guerra sta alimentando una grave carestia in Africa, con i prezzi dei beni alimentari che toccano livelli record in metà del continente” scrive il Wall Street Journal. “I paesi più colpiti ,tra cui il Sud Sudan, la Somalia e la Nigeria, sono sfiancati dalla guerra civile , ma le condizioni stanno peggiorando anche nelle aree più stabili. Negli ultimi sei mesi il crollo del  prezzo delle materie prime ha svalutato del 30 per cento le monete dei paesi dell’Africa centrale e meridionale, facendo salire l’inflazione e abbattendo il potere d’acquisto dei consumatori”. Ad aprile nello Zambia il prezzo del mais è raddoppiato , e il mese prima nella capitale Lusaka otto persone sono morte schiacciate dalla folla che aspettava la distribuzione delle razioni alimentari. “Nell’ultimo anno, osserva il quotidiano, “i prezzi delle materie prime sono risaliti, ma secondo la banca Mondiale restano inferiori di almeno il 50 per cento rispetto al picco del 3013. In alcuni paesi dipendenti dall’esportazione del greggio, come la Nigeria e l’Angola, sono stati presi dei provvedimenti per migliorare la produzione agricola locale e ridurre la le importazioni  pagate con monete deboli. In molti altri paesi, invece , i cittadini sono colpiti duramente”. (Internazionale n.1203, 5 maggio 2017, pag. 116 con grafico dei prezzi dei cereali).
7.      La strategia degli ortaggi. Russia. I pomodori e i cetrioli, due importanti prodotti d’esportazione turchi, hanno fatto le spese delle tensione degli ultimi anni tra la Turchia e la Russia. “Il Cremlino ha ritirato diverse sanzioni contro Ankara, ma i due prodotti continuano a non poter entrare in Russia”, scrive Neue Zurcher Zeitung. Il problema è che quella che in passato era una sanzione legata alla politica estera oggi è diventata una misura protezionistica. “I coltivatori russi hanno chiesto di estendere per altri tre anni il blocco delle importazioni di pomodori e cetrioli turchi. Ankara ha risposto con una tariffa del 130 percento sulle importazioni di grano russo. Dal momento che la Turchia è il secondo acquirente di grano russo dopo l’Egitto, gli esperti prevedono un danno stimato in 1,5 miliardi di dollari nel 2017. Meno delle perdite turche per lo stop di ortaggi”. Ma i veri perdenti sono i consumatori: “Un pomodoro russo costa il 40 per cento in più di uno turco, il cetriolo costa il doppio”. (Internazionale n. 1203, 5 maggio 2017, pag.116)
8.      Nell’Est del Canada, le alluvioni causate dalle forti piogge che hanno colpito il Quèbec, hanno costretto circa duemila persone a lasciare le loro case. Tremila abitazioni in 171 località sono rimaste allagate. (Internazionale n. 1204, 12 maggio 2017, pag. 116)
9.      Il ciclone Donna , con raffiche di vento che hanno raggiunto i 200 chilometri all’ora, ha causato alcuni danni nell’arcipelago di Vanuatu. (Internazionale n. 1204, 12 maggio 2017, pag. 116)
10.  Tempeste di sabbia. Una tempesta di sabbia a Pechino, in Cina, ha causato problemi respiratori agli abitanti e costretto le autorità ad annullare decine di voli. (Internazionale n. 1204, 12 maggio 2017, pag.116)
11.  Con il riscaldamento globale, dagli anni ’80, l’ossigeno negli oceani sta diminuendo più velocemente del previsto. Lo conferma una analisi delle concentrazioni di ossigeno negli oceani tra il 1958 e il 2015 in relazione alle temperature. Le acque più calde assorbono meno gas. Inoltre, il riscaldamento delle acque di superficie e lo scioglimento dei ghiacciai polari modifica la circolazione e stratificazione delle acque, contribuendo alla loro deossigenazione, spiega Geophysical Research Letters. (Internazionale, n.1204, 12 maggio 2017, pag.116)
12.  Il nostro clima: allarme per il 2029. L’aumento delle temperature a livello globale potrebbe superare in pochi anni la soglia del grado e mezzo, scrive il New Scientist. L’obiettivo di contenere il riscaldamento sotto questa soglia è stato fissato alla Conferenza di Parigi del 2015. Secondo uno studio realizzato per il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento climatico (IPCC) le temperature potrebbero salire di 1,5 gradi entro dodici anni se il fenomeno climatico noto come Intercadal Pacific Oscillation (IPO) entrerà in una nuova fase. “L’articolo dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme per i governi”, ha detto Benjamin Henley, uno degli autori dello studio. Il pianeta potrebbe cominciare a riscaldarsi più velocemente se le emissioni di gas serra continueranno a crescere e se L’IPO entrerà in fase di riscaldamento, dopo più di un decennio in fase di raffreddamento. Secondo i ricercatori, questa fase potrebbe essere già cominciata e potrebbe portare al superamento della soglia di 1,5 gradi tra il 2024 e il 2029. Tuttavia la situazione reale può anche rivelarsi meno pessimistica di quella delineata nello studio. Sarebbe infatti possibile  ridurre le emissioni di gas serra, come prevede l’accordo di Parigi. Ma il presidente Donald Trump non si è ancora espresso sugli impegni presi nel 2015 dagli Stati Uniti: non si sa se deciderà di uscire dall’accordo o se vorrà rinegoziarlo. Intanto, in una riunione recente che si è svolta a Bonn, in Germania, la maggior parte dei firmatari ha confermato gli impegni.(Internazionale n.1205, 19 maggio 2017, pag. 112)
13.  Ventiquattro partecipanti a un matrimonio sono morti travolti da un muro durante una tempesta a Bharatpur, nell’ovest dell’India. (Internazionale n. 1205, 19 maggio 2017, pag. 112)                                                               
14.  Siccità. La laguna di Atescatempa, nel sud est del Guatemala, si è prosciugata a causa della siccità in corso nella regione da più di un anno. (Internazionale n.1205, 19 maggio 2017, pag. 112.
15.  Sulle spiagge di Henderson, una remota isola del pacifico, è stata trovata la più alta densità del mondo di rifiuti di plastica. Secondo Pnas, sull’isola ci sono 38 milioni di frammenti. L’isola è disabitata e lontana da insediamenti umani, ma probabilmente si trova in una zona in cui le correnti marine fanno accumulare i rifiuti prodotti altrove. (Internazionale n. 1205, 19 maggio 2017, pag. 111)
16.  Svolta verde in Cina e India. Cina e India sono state a lungo considerate degli ostacoli nella lotta globale al cambiamento climatico. Questa reputazione sembra fuori luogo ora che entrambi i paesi hanno sensibilmente aumentato gli investimenti nelle energie rinnovabili e ridotto la loro dipendenza dai combustibili fossili. Secondo una ricerca pubblicata in occasione del vertice di Bonn sul cambiamento climatico, Cina e India dovrebbero facilmente superare gli obiettivi fissati dall’accordo di Parigi del 2015. Sembra che le emissioni di anidride carbonica della Cina abbiano cominciato a scendere dieci anni prima del previsto. L’India dovrebbe ricavare il 40 per cento della elettricità da fonti non fossili entro il 2022, con otto anni di anticipo. Ognuno dei firmatari dell’accordo di Parigi dovrà ridurre le sue emissioni per scongiurare le peggiori conseguenze del riscaldamento globale, ma i progressi del primo produttore di gas serra al mondo (la Cina) e del terzo (l’India) sono sbalorditivi e meritano di essere celebrati. (…) Ma Cina e India hanno dimostrato che fare la cosa giusta per il pianeta non comporta un grande costo economico e anzi può perfino portare dei benefici. Investendo nell’energia solare ed eolica , infatti, i due paesi hanno contribuito a ridurre il costo delle tecnologie necessarie, al punto che in certi casi le rinnovabili sono più economiche rispetto a fonti inquinanti come il carbone. L’abbandono dei combustibili fossili è stato molto più rapido di quanto prevedevano gli esperti. La Cina ha ridotto il consumo di carbone per tre anni di seguito e di recente ha annullato la costruzione di cento centrali a carbone. In India, il governo ritiene che non sia più necessario costruire centrali a carbone. La vendita di veicoli elettrici in Cina è aumentata del 70 per cento l’anno scorso, grazie agli incentivi del governo. Ovviamente ci sono ancora enormi ostacoli da superare, ma Pechino e New Delhi indicano la strada da seguire.  (Internazionale n. 1206, 26 maggio 2017, pag. 15)
17.  Siccità. Più di 1,4 milioni di persone , tra cui 750mila bambini, sono a rischio a causa della siccità che ha colpito sette province nel sud dell’Angola. L’allarme è stato lanciato dall’Unicef. (internazionale n.1206, 26 maggio 2017, pag. 106).
18.  Siccità. Le autorità della Provincia del Capo occidentale, in Sudafrica, hanno proclamato lo stato di calamità naturale per la peggiore siccità da almeno un secolo. La provincia ha introdotto misure di razionamento dell’acqua. (Internazionale n. 1206, 26 maggio 2017, pag. 106)
19.  La penisola antartica sta diventando più calda e più verde. Analizzando i dati degli ultimi 150 anni, è emerso che da cinquant’anni nella regione c’è stato dell’attività biologica a causa del cambiamento climatico. In particolare è aumentatala crescita dei muschi, scrive Current Biology. (Internazionale n.1206, 26 maggio 2017, pag. 106)
20.  Alluvioni costiere. In alcune località costiere le alluvioni potrebbero diventare più frequenti nei prossimi decenni. Il fenomeno sarebbe causato dall’aumento del livello del mare, dovuto al riscaldamento del pianeta. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Report, saranno particolarmente colpite le regioni tropicali che comprendono anche paesi poveri, i cui governi difficilmente riescono ad aiutare gli abitanti in caso di catastrofi. “Un forte aumento delle alluvioni è previsto nelle isole del Pacifico, in parte del sudest asiatico e lungo le coste dell’India, dell’Africa e del Sudamerica”, scrive Climate Central. Nello studio sono stati considerati gli effetti dell’aumento delle temperature dovuto al cambiamento climatico, ma anche altri fattori, come le maree, le dimensioni delle onde e le tempeste. Per alcune aree, come le isole del pacifico , mancavano i dati, ma i ricercatori sono riusciti comunque a sviluppare delle proiezioni. Secondo lo studio, considerando un aumento di alcuni centimetri del livello del mare, in alcune zone la frequenza delle alluvioni potrebbe raddoppiare (oggi è un episodio ogni cinquant’anni). I ricercatori sostengono che le arre tropicali saranno colpite più di altre perché in questa parte del globo il livello del mare varia meno rispetto alle zone temperate. Le località lungo la costa est degli Stati Uniti potrebbero cavarsela meglio perché sono già dotate delle infrastrutture necessarie ad affrontare il periodico aumento del livello del mare. (Internazionale n.1206, 26 maggio 2017, pag. 106)
21.  Temperature sopra i 30 gradi? A maggio è normale. “Siamo avvolti da un’ondata di calore dai toni normali, in una situazione però anomala che ormai si manifesta da una quindicina d’anni a maggio” spiega Massimiliano Pasqui dell’istituto di biometeorologia del Cnr, “ E quindi viviamo con un lieve anticipo dell’estate meteorologica che ormai è alle porte”. (…) Va ancora peggio in Spagna e nei paesi del Centro Europa, dalla Francia alla Germania fino alla Polonia, con eccessi anche di dieci gradi centigradi. Pasqui aggiunge: “La situazione si avverte più negativamente perché si inserisce in un periodo di siccità che si trascina da un inverno già segnato da scarse precipitazioni”. (…) “Ondate di calore precoci con caratteristiche simili, – prosegue il fisico del Cnr –non sono più una rarità, nelle nostre regioni si registrano da almeno una quindicina d’anni e rappresentano una delle impronte del cambiamento climatico in tutta l’area del Mediterraneo”. Tuttavia, anche se torneremo a respirare aria normale, le previsioni a più lungo termine , pur nella loro incertezza, non promettono niente di buono. “Le elaborazioni in corso – sottolinea Massimiliano Pasqui – fanno emergere la prospettiva di una estate caratterizzata da ondate di calore ristrette nel tempo, ma frequenti nell’arco dell’intera stagione. Questa è l’estate che ci attende: ci dobbiamo abituare a condizioni climatiche anomale, che ormai stanno diventando normali”. ( Corriere della Sera, 30 maggio 2017, pag. 25 cronache).
22.  Così il Vaticano diventerà il primo Stato ad emissioni zero” (…) Monsignor Dario Viganò, capo della Segreteria Vaticana per la Comunicazione, ha ricordato che la Città del Vaticano è lo Stato più piccolo del mondo e ha descritto le scelte, nel suo campo di azione, per la riduzione dell’impatto ambientale: il progetto per una amministrazione digitale del dicastero per la riduzione dei documenti cartacei, la generazione digitale della rassegna stampa, la riduzione dei costi e dell’energia elettrica negli impianti trasmissivi in FM, e lo stesso per l’Onda Corta, e persino la scelta del colore degli armadi, il grigio, “che permette un risparmio del 37% sull’energia per l’illuminazione”. (…) (Corriere della Sera, 31 maggio 2017, pag. 24 cronache)

Foreste e incendi, miniere e suolo

1.      Israele, la disfida dello “zaatar”, l’anima dell’anima palestinese. (…) Nell’insalata di controversie, contese e nostalgie territoriali che è il Medio Oriente, lo zaatar (in arabo) o eizov (in ebraico, tradotto issopo) è la pianta simbolo delle pretese politiche e delle dispute in cucina. In questi mesi i prati della Cisgiordania e della Galilea si coprono delle foglioline grigioverdi di quello che corrisponde all’Origanum Syriacum , una varietà di maggiorana. Per i palestinesi il suo profumo diffonde la causa nazionalista, per gli ebrei esalta la liberazione dalla schiavitù in Egitto. E per uno chef israeliano come Maoz Alonim rappresenta la possibilità di ricreare sapori che uniscano invece di dividere: “Da Tel Aviv vado a far la spesa a Nazareth, – spiega il proprietario di Habasta, – perché provo a proporre i piatti della cucina palestinese ai miei clienti che da anni non mettono piede in un villaggio arabo”. Tra marzo e maggio lo zaatar diventa un’altra radice del conflitto che non finisce : i palestinesi vogliono ripetere i gesti vecchi di secoli (piegarsi, strappare, chiacchierare con i compagni di raccolta), le autorità israeliane cercano di proteggere un vegetale a rischio di estinzione con multe fino a 1200 euro e confische ai posti di blocco militari. “La sfida va avanti dal 1977 – scrive il quotidiano israeliano Haaretz – da quando le associazioni ambientaliste riuscirono a trasformare in legge la lista di 257 piante da tutelare. I palestinesi preferiscono non coltivare lo zaatar, replicano che il sapore di quello selvatico è molto diverso. Continuare a raccoglierlo è una protesta contro una norma emanata dagli “occupanti”. (…) (Corriere della Sera, 4 maggio 2017, pag. 19 esteri; con foto e descrizioni della pianta)
2.      Lavoro nero, il carbone che uccide. Strage di minatori nell’Iran del petrolio. Hanno recuperato 35 corpi, hanno salvato 50 operai, ma sotto –a 1,3 chilometri di profondità – ci sono ancora minatori intrappolati. Due giorni dopo l’esplosione nella miniera di carbone di Zemestan-Yurt nella provincia nord-orientale di Golestan, in Iran, i soccorritori sono ancora al lavoro. Le speranze di trovare gli altri 32 operai ancora sepolti dalle macerie sono nulle: il tunnel di due chilometri in cui stavano lavorando mercoledì mattina si è riempito di gas, lo stesso inalato dai compagni che hanno cercato di portarli fuori e ora sono ricoverati in ospedale. Ventuno di loro sono morti nel tentativo di salvare i colleghi. (…) La miniera di carbone, in tal senso, sbatte contro l’immagine di un paese che possiede l’11% delle riserve mondiali di petrolio (il quarto al mondo e tra i principali esportatori globali con 4,3 milioni di barili al giorno) e il 15,8 % di riserve mondiali di gas naturale (secondo produttore con 30mila miliardi di metri cubi). L’Iran ha estratto 1,68 milioni di tonnellate di carbone lo scorso anno, quasi tutte dirette al consumo interno in costante crescita e alla produzione di acciaio. Un settore, quello estrattivo, che non invecchia: sono 68 i minerali presenti nel paese (ferro, oro, zinco, rame), oltre tremila le miniere attive, e 100mila occupati, a cui se ne aggiungono altri 400mila dell’indotto. Una ricchezza che ha fatto dire un anno fa al governo di Teheran che entro il 2025 i nuovi investimenti avrebbero raggiunto i 20 miliardi di dollari. La zona più ricca di carbone è quella montagnosa a nord est , tra la provincia di Mazandaran e quella del Golestan. E’ qui, a 130 chilometri da Teheran la cosmopolita, che lavorano sottoterra in 68 diverse miniere 1200 minatori con mani e volti anneriti e polmoni pieni di gas e polveri. Lunghe giornate di lavoro, pochissima sicurezza, metodi estrattivi tradizionali, e spesso non automatizzati e salari all’osso: 220-240 euro al mese, meno del minimo fissato nel 2016 dalla Corte Suprema a 275 euro mensili. (…) Aumentano feriti e morti, si riduce il controllo statale: dal 2000 al 2014 lo Stato ha ceduto il 70% delle quote minerarie a privati e annunciato a maggio di tre anni fa la cessione di un altro 28%. Nella pratica, una privatizzazione totale che toglie allo Stato il controllo dei luoghi di lavoro , peggiorando ulteriormente condizioni di vita, tasso salariale e sicurezza, lontano dagli occhi delle autorità di Teheran. “La privatizzazione riduce i costi per il governo e li accolla ai lavoratori – spiegava Davoud  Razavi, membro del Consiglio dei lavoratori dei Trasporti ad Al-Monitor – la sicurezza del lavoro nel settore privato è nella pratica sparita”. (Il Manifesto , 5 maggio 2017, pag. 15)
3.      L’annuncio di Calenda: l’Italia dirà l’addio al carbone, centrali chiuse entro il 2030. L’Italia si prepara a dire addio al carbone: da qui a dieci anni, o al massimo entro il 2030, le centrali attive su tutto il territorio nazionale potrebbero chiudere i battenti a favore di impianti più puliti e a maggiore efficienza. E’ la prima notizia emersa dall’intervento sulla Strategia energetica nazionale del ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, alla Camera, nelle Commissioni Attività produttive e Ambiente. (…) Quanto all’addio al carbone, l’obiettivo è possibile e raggiungibile, e per questo potrà essere inserito nella Strategia energetica nazionale che sta prendendo forma. Il passaggio avrà, però, un costo finanziario di almeno tre miliardi. L’abbandono anticipato del carbone rispetto allo scenario “inerziale” cioè di progressiva uscita naturale dal mercato delle centrali diffuse su tutto il perimetro nazionale “credo sia una decisione verso cui dobbiamo andare, ma avendo ben presente i costi”. Vanno cioè considerate le spese necessarie per approvvigionare con un elettrodotto e con il potenziamento delle infrastrutture esistenti, e quelle per creare capacità generativa alternativa da nuove centrali . Senza contare anche i cosiddetti stranded costs, da corrispondere ai proprietari delle centrali nel caso di uscita al 2025, e con impianti ancora non ammortizzati: “Più anticipi il Phase out, più devi pagare”, ha puntualizzato Calenda. Da non sottovalutare, anche il tema delle procedure autorizzative delle nuove infrastrutture, o dei nuovi impianti, su cui – soprattutto dopo la vicenda del gasdotto Tap in Salento – “bisognerà lavorare” (Corriere della Sera, 11 maggio 2017, pag. 37 economia, )
4.      L’indifferenza sommerge la Nubia. Né ritorno né risarcimento. Solo nuovi resort turistici. Così Al Sisi calpesta i diritti di uno dei popoli più antichi d’ Egitto. (…) Dopo l’ampliamento della Diga di Assuan, voluta dal governo egiziano nel 1960 infatti, circa 90mila nubiani hanno dovuto lasciare le loro case. L’innalzamento delle acque ha inghiottito i loro villaggi ma ha messo a rischio anche diversi siti archeologici come Abu Simbel e alcuni templi, salvati poi dall’Unesco. Oggi i nubiani aspettano ancora che il governo mantenga la promessa di ricostruire i villaggi distrutti e risarcire la popolazione. Per il riconoscimento dell’identità di questo popolo lottano da anni gli attivisti dell’associazione Unione Generale dei Nubiani. “ chiediamo che la nostra lingua venga insegnata nelle scuole. Vogliamo tornare alla nostra terra d’origine e avere il diritto di partecipare ai piani di sviluppo della nostra regione”, sono le parole di Muhammad Azmy, presidente dell’associazione. Richieste rimaste però senza esito, nonostante l’articolo 238 della Costituzione egiziana riconosca il diritto al ritorno per i nubiani nella storica terra. (…) “Il governo – aggiunge l’attivista – è pronto ad espropriare circa un milione e mezzo di acri di terra a sud della Diga di Assuan per far sorgere nuovi resort e hotel. Un maxi progetto pensato unicamente per i turisti, che non tiene minimamente conto dei diritti dei nubiani. “Alcuni distretti dell’area sono stati inoltre classificati come zone militari, nonostante fossero occupati da villaggi”, spiega Fatema Emam. Il governo continua quindi a discriminare questa parte della popolazione egiziana. La stretta repressiva di Al Sisi che non riconosce la cultura Nubiana , insieme al progetto di creare un’area per il turismo di lusso su quei territori, potrebbe costringere la comunità a una nuova migrazione, e porterebbe a un ulteriore inasprimento dei rapporti tra gli attivisti e le autorità egiziane. (…) (Il Manifesto, 13 maggio 2017, pag. 8, con foto)
5.      Ama mette a gara la cura del verde (ma solo quello delle sue sedi). Per l’erba alta a Roma, Raggi ammette: Ci vorrà tempo. La Cgil: Bando scandalo. L’emergenza rifiuti , da un lato, che continua a imporre turni e costi extra (due milioni di euro per le pulizie straordinarie dell’ultima settimana) . Il verde pubblico, dall’altro, senza guardiani (anche l’avviso per il reclutamento di volontari è stato ritirato) e senza giardinieri (uno ogni trenta ettari): ieri l’assessora Pinuccia Montanari ha denunciato il secondo attacco al Servizio Giardini di Villa Lazzaroni “ migliaia di euro di danni proprio mentre si stava completando la manutenzione dei parchi come Villa Carpegna, Villa Celimontana, Parco Gino Cervi e Colle Oppio”. E poi c’è Ama, sempre in affanno ma sempre attenta, letteralmente, al proprio giardino: con l’ultimo bando pubblicato, un milione 125mila euro per tre anni, la municipalizzata intende infatti appaltare il servizio di “manutenzione delle aree verdi come aiuole, siepi, alberature, manti erbosi di pertinenza o ad uso aziendale “ cioè nelle disponibilità dell’azienda come nel caso degli uffici della sede centrale di via Calderon de la Barca. “L’ennesimo appalto esterno, l’ennesimo spreco” denunciano i sindacati, che nel merito, trattandosi del verde e cioè di un settore che un tempo rientrava nelle competenze aziendali, notano anche il paradosso. (…) (Corriere della Sera, 14 maggio 2017, pag. 3 cronaca di Roma)
6.      Il patrimonio verde del pianeta è il 9% più grande di quanto stimato, scrive Science. E’ quanto emerge dalla prima mappatura delle aree aride realizzata dalla Fao usando dati satellitari di Google Earth. A partire dalle immagini di più di 210mila appezzamenti grandi 0,5 ettari si è stimato che le superfici aride coperte da alberi sono tra il 40 e il 47% in più del previsto. (Internazionale n.1205, 19 maggio 2017, pag. 112)
7.      La crisi delle ciliegie. Gelo e piogge tropicali sui raccolti, produzione in calo e prezzi in salita con aumenti fino al 500 per cento. Le ciliegie Ferrovia, quelle più grandi e pregiate, per ora sono salve. Per le Bigarreux e le Giorgia, invece, si contano i danni. Che portano a inevitabili rincari nella spesa dei consumatori. Puntuali come le lamentele , per i quali, invece, i prezzi alla produzione sono sempre troppo bassi. La colpa, da una parte, è dei commercianti all’ingrosso che, secondo Coldiretti, tendono ad allargare sempre più i margini, e dall’altra del clima, che tra maturazione sempre più precoce e temporali di stampo tropicale finisce per danneggiare i raccolti. Le capitali delle ciliegie in Italia sono due : Vignola, in provincia di Modena, al Nord, e Conversano, in provincia di Bari, al Sud. A Vignola la straordinaria gelata di un mese fa (con temperature anche di 4 gradi sotto zero) ha avuto effetti soprattutto sula sapidità dei frutti. Ma se nei prossimi giorni – come previsto dai meteorologi – si verificherà l’atteso aumento delle temperature, la Coldiretti emiliana prevede una buona annata sia per qualità che per quantità. Le gelate di un mese fa , invece, hanno avuto effetti evidenti in Lombardia: con il raccolto azzerato, a Bagnaria (Pavia) è stata annullata la Sagra in programma per l’11 giugno. Anche in Puglia il maltempo dell’ultimo week end con nubifragi e maestrale, ha fatto scattare l’allarme. E gli effetti avranno eco nazionale: con le sue 47mila tonnellate la provincia di Bari è la prima in Italia per la produzione di ciliegie (34% del totale nazionale): in pratica una ciliegia italiana su tre è barese. (…) (Corriere della Sera, 23 maggio 2017, pag. 25 cronache)
8.      Moderati arabi. Il saccheggio delle risorse del Sahara occidentale è incessante, anche se ritenuta illegale dall’Onu e dall’Alta Corte di Giustizia d’Europa. Nessuno potrebbe acquistare prodotti provenienti dalla terra Sahrawi. Al furto perpetrato  dal Marocco e dai suoi potenti alleati, la resistenza oppone la denuncia e la solidarietà mondiale: due navi cariche di sabbia rubata sono bloccate in Sudafrica e alle isole Baleari. (Il Manifesto Alias, 27 maggio 2017, pag.10)

Perdita di biodiversità    
1.      La rivincita dell’asino. Il latte, il turismo, le terapie con i bambini, così in dieci anni gli esemplari sono raddoppiati. Dieci anni fa si stavano praticamente estinguendo: oggi sono oltre 59mila. E’ la rivincita dell’asino italiano. Il quadrupede dalle grandi orecchie che da millenni è al servizio dell’uomo. Lo stesso che per via dell’avvento delle grandi macchine agricole stava per estinguersi. “dal 2007 sono aumentati del 90 per cento – dice Roberto Moncalvo, presidente di Coldiretti – e vivono un momento di riscossa che ha salvato dall’estinzione molte razze. Le razze certificate. In Italia quelle riconosciute sono otto. L’asino pantesco (‘u sceccu pantescu), per esempio, dal I° secolo avanti Cristo, è stato un compagno fedele dei contadini di Pantelleria che lo usavano per il trasporto delle uve zibibbo. La razza è stata salvata e reinserita nell’isola dai ricercatori dell’Istituto zooprofilattico e dall’Azienda Foreste Demaniali della regione Sicilia. Oggi ce ne sono 77. In tutto sono 9460 quelli italiani con pedigree: Amiata (2225), Asinara (253), Marina Franca (1186), Ragusano (2914), Sardo (1934), Romagnolo (740), e Viterbese (208). L’onoterapia. “Nuovi usi di interesse sociale ed economico sono una base della salvaguardia delle razze e del loro reinserimento –aggiunge Moncalvo –Tra questi c’è sicuramente l’onoterapia” . La pet-therapy per bambini diversamente abili (ma non solo) che pone proprio l’asino al centro del progetto di relazione e di recupero. Le caratteristiche di questo animale ( la taglia ridotta, la morbidezza del manto, la pazienza e la lentezza di movimento), lo rendono infatti un prezioso partner. “La spinta maggiore però allo sviluppo degli allevamenti –continua Moncalvo – è arrivata dalla produzione lattiera perché è un’alternativa al latte di mucca: ogni anno nascono in Italia 15 mila bambini con allergie a questo tipo di latte”. Una conferma arriva dal nutrizionista Nicola Sorrentino: “Studi universitari hanno dimostrato che il latte di asina è un perfetto sostituto per neonati intolleranti alle proteine del latte vaccino e caprino, poiché il liquido ha una composizione simile a quello materno, è utile per chi non può allattare al seno. Ha qualità antibatteriche perché il lisozima protegge dalle infezioni intestinali. Piace ai bimbi perché ha un alto contenuto di lattosio. Serve a donne in menopausa e ad anziani che soffrono di osteoporosi perché ha un alto contenuto di calcio”. La produzione di questo latte non è semplice. Le asine iniziano a fare cuccioli a circa un anno, hanno una gestazione di dodici mesi e poi producono in media cinque litri di latte al giorno. Un buon esemplare costa sino a mille euro, vive una trentina d’anni nutrendosi persino di sterpaglie e sopporta carichi sino a un terzo dl suo peso. (…) (Corrier della Sera, 1 maggio 2017, pag.29 cronache)
2.      Circa venti esemplari di rinoceronte nero orientale saranno reintrodotti nella prima metà di maggio nel parco nazionale di Akagera in Ruanda, da dove questa specie è scomparsa dieci anni fa. I rinoceronti neri, che secondo l’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura (IUCN) sono gravemente a rischio di estinzione, arriveranno in Ruanda dal Sudafrica. Fino agli anni ’70 almeno 50 esemplari vivevano nella savana del parco di Akagera, ma il loro numero è progressivamente diminuito a causa del bracconaggio. L’ultimo esemplare era stato avvistato nel 2007. (Internazionale n. 1203, 5 maggio 2017, pag. 112)
3.      Per prima volta da 140 anni , un bisonte è nato nel parco nazionale di Banff, nella provincia canadese dell’Alberta. Sedici bisonti erano stati reintrodotti nel parco all’inizio dell’anno. (Internazionale n.1203, 5 maggio 2017, pag.112)
4.      Così si batte la Xylella. Il batterio in Puglia continua a proliferare. Infettati due milioni di ulivi, altri dieci sono a rischio. Ma una nuova varietà di pianta, detta Favolosa, resiste alla malattia. Manca solo il via libera UE. Troppo verdi, quei 400 ulivi, per poter prosperare nel Salento. Con questa segnalazione, fatta dagli olivicoltori, – sempre pronti a notare l’erba (e gli alberi) del vicino – si è scoperto che la Xylella Fastidiosa si può ostacolare con la Favolosa. Una cultiva (o varietà) della pianta, tecnicamente nota come FS-17, quasi assente in Puglia. Quasi, ma non del tutto, Tanto da essere notata, in Agro di Sannicola di lecce, nel giallo degli ulivi secchi colpiti dalla Xylella, l’infezione che impedisce il passaggio dell’acqua attraverso i vasi, a partire dalla chioma, che sta distruggendo gli ulivi pugliesi. Individuata il 13 dicembre 2013 nella zona di Gallipoli, in provincia di Lecce – nelle vicinanza di vivai di piante ornamentali che potrebbero aver portato il batterio patogeno in Puglia – da allora la Xylella si è mossa verso nord, arrivando fino a Ostuni, in provincia di Brindisi, passando anche per quella di Taranto, (Martina Franca). Province in cui, a fine aprile, sono stati individuati altri 229 alberi positivi al batterio. La Xylella ha “percorso” circa 120 chilometri in quattro anni, alla velocità, quindi, di 30 chilometri all’anno. Di questo passo, in altri sette anni sarà raggiunta l’intera Puglia, fino alla provincia di Foggia, passando per la zona degli ulivi secolari di Fasano e quella a più alta densità produttiva di Andria, la capitale italiana dell’olio. (…) E nel frattempo, occorre contenere l’avanzata della malattia attraverso la lotta al vettore, eliminando le erbe spontanee con diserbo meccanico e successivo intervento insetticida sugli ulivi. In pratica il piano di emergenza dell’allora commissario Giuseppe Silletti, che prevedeva l’abbattimento degli alberi malati e che venne bloccato dall’intervento della magistratura”. (…) Lo stop ai tagli. A dicembre 2015, infatti, anche Silletti venne iscritto nel registro degli indagati nell’ambito di una inchiesta della procura di Lecce per i reati di diffusione colposa della malattia delle piante, inquinamento ambientale colposo,  falsità materiale e ideologica. E così stop ai tagli per Xylella. Perché per altri motivi, che nulla hanno a che vedere con l’infezione  trasmessa dall’insetto vettore conosciuto come sputacchina, le eradicazioni proliferano: negli anni 2014 e 2015 l’ispettorato provinciale all’agricoltura di Lecce ha concesso 34mila autorizzazioni . E chissà quanti di quegli ulivi hanno preso la via del Nord per le ricche ville di proprietari disposti a pagare anche diversi migliaia di euro a pianta . “Dopo i 1564 ulivi abbattuti nel 2015, – spiega Silvio Schito, responsabile dell’Osservatorio fitosanitario della Regione Puglia – nel 2016 ne sono stati abbattuti solo 20 e nei primi quattro mesi del 2017 altri 80, dopo lo sblocco del sequestro”. “Due milioni di ulivi malati. I tagli sono ripartiti, ma a rilento. Un po’ perché molti privati si oppongono (e così proliferano i ricorsi al Tar), un po’ per la scarsità di ispettori. “Gli abbattimenti devono essere fatti alla presenza degli ispettori fitosanitari regionali. Che in Puglia  – aggiunge Schito – scarseggiano: solo una diecina nelle province di Lecce, Brindisi e Taranto”, nelle aree denominate “infetta”, “cuscinetto” e “di contenimento”. Nella sola provincia di Lecce, secondo il direttore del dipartimento agricoltura della Regione Puglia, Gianluca Nardone, gli ulivi a rischio sono dieci milioni: 1,2 milioni stando all’ultimo censimento effettuato con l’Università di Bari nel 2015, sono già malati. “ma nel 2016 si è superata la quota di 2 milioni”, aggiunge il professor Martelli. (…) Le varietà resistenti. (…) Il disseccamento degli ulivi, quindi, avanza. Ma non allo stesso modo in tutti gli alberi. “Alcune varietà – spiega Martelli – sono più resistenti. La varietà Leccino si sta mostrando più resistente di Ogliarola e Cellina, tanto che per gli ulivi monumentali si sta pensando a innesti di Leccino sulla chioma degli ulivi Ogliarola.  E’ un idea arrivata dagli agricoltori ed è ottima”. In tal caso, l’eradicazione si può evitare. Ma se mi si chiede se l’abbattimento è indispensabile – conclude Martelli – io dico che le buone pratiche agricole non sono sufficienti, perché non bloccano l’infezione né la sua avanzata, e che l’abbattimento è una pratica richiesta dall’UE. Ma attenzione: l’abbattimento è utilissimo se viene fatto tempestivamente , appena individuato un nuovo focolaio, se c’è un ulivo malato tra tanti sani. Ma in provincia di Lecce, dove quasi tutta l’area è infetta, è ormai troppo tardi” . La soluzione Favolosa. Ancora più resistente del Leccino appare la varietà Favolosa. La cui scoperta, da parte del professor Giuseppe Fontanazza, all’epoca direttore dell’Isafom del Cnr di Perugia, risale a una trentina di anni fa. La selezione Favolosa venne brevettata dal Cnr , con licenza esclusiva ceduta a tre vivai in Umbria (Agricola Faena), Puglia (Oliveti d’Italia) e Sicilia (Vivaio Russo). La scoperta del 2017, – fatta dai ricercatori del Cnr con i colleghi dell’Università di Bari e del Centro ricerca Basile Caramia di Locorotondo – e presentata dal Cnr a Roma lo scorso maggio, è che la Favolosa risulta la varietà più resistente alla Xilella. Una speranza per gli ulivi pugliesi, a patto che le varietà resistenti possano essere reimpiantate anche nelle zone infette. Allo stato attuale c’è il veto della Ue. Che si spera possa cadere presto. (…) (Corriere della Sera, 8 maggio 2017, pag.26 cronache, con mappe e statistiche).
5.      Jane Goodall, la signora delle scimmie. “Si, gli scimpanzé ci somigliano sotto diversi punti di vista. Ma la maggiore differenza è il nostro sviluppo mentale. Noi siamo gli esseri più  dotati intellettivamente che abbiano mai camminato su questa Terra . Allora perché la stiamo distruggendo?” (…) E’ la fondatrice del Jane Goodall Institute, che ha sedi in tutto il mondo., e del “Roots and Shoots “ (Radici e germogli), programma per ragazzi che è iniziato nel 1991 in 12 scuole della Tanzania e oggi coinvolge 150mila gruppi in 98 paesi. Ha scritto una trentina di libri ed è messaggero di pace delle Nazioni Unite. (…) (Corriere della Sera, 10 maggio 2017, pag. 13)
6.      Quarantuno megattere sono state ritrovate morte sulla costa est degli Stati Uniti, dal 1 gennaio 2016. Non si conoscono ancora le cause di questo aumento della mortalità delle balene. (Internazionale n.1204, 12 maggio 2017, pag. 116)
7.      Il governo norvegese ha autorizzato l’abbattimento di un branco di circa duemila renne per bloccare la diffusione di un’encefalopatia che porta alla morte degli animali. (Internazionale n. 1204, 12 maggio 2017, pag.116)
8.      Riserve naturali. L’inquinamento acustico è presente anche nelle riserve naturali degli Stati Uniti, scrive Science. L’intensità dei suoni è doppia rispetto al livello naturale del 63 per cento delle aree protette ed è dieci volte più alta nel 21 per cento. Il rumore è prodotto principalmente dalle auto nelle strade, dalle infrastrutture e dalle attività minerarie e di sfruttamento delle risorse, ma può essere ridotto da opportune misure già disponibili. L’inquinamento acustico altera il comportamento della fauna selvatica e ha effetti anche sulla vita delle piante, per esempio modificando il modo in cui gli animali che le mangiano disperdono i semi o interferendo con gli spostamenti degli insetti impollinatori. (Internazionale n. 1204, 12 maggio 2017, pag. 116)
9.      Cinquanta persone sono state ricoverate in ospedale dopo essere state attaccate da uno sciame di vespe in un tempio buddista in Sri Lanka. Internazionale n. 1205, 19 maggio 2017, pag. 112)
10.  Battaglia per il pesce. “Se c’è qualcosa che i pescatori di Malta temono più di un pesce spada di tre metri che si dimena è la crescente attenzione delle autorità europee per le quote di pescato nel mar Mediterraneo”, spiega Politico. Questa vicenda apparentemente oscura e trascurabile “si sta trasformando in un duro scontro politico tra l’Europa meridionale e quella settentrionale. “Le tensioni sono nate dopo che a marzo i capi di Stato e di governo dell’Unione riuniti a Malta, hanno lanciato un progetto per tutelare le risorse ittiche del Mediterraneo attraverso un uso più severo delle quote. Finora Bruxelles aveva evitato di imporre quote di pescato nell’Europa meridionale, mentre questo strumento è molto comune nei mari settentrionali”. Ma l’aumento costante del pescato ha fatto cambiare idea a Bruxelles. Decisivo è stato l’atteggiamento della Francia, che in passato ha sempre osteggiato le quote insieme alla Spagna e all’Italia, mentre ora si è schierata con gli ambientalisti che vogliono proteggere il Mediterraneo. Le nuove misure potrebbero provocare uno scontro anche tra grandi e piccoli pescherecci. “Il sistema previsto per il pesce spada, per esempio, impone ai governi nazionali di assegnare le quote in base alla quantità di pesce pescata in passato. Questo significa che le grandi imbarcazioni copriranno buona parte delle quote”. (Internazionale n.1205, 19 maggio 2017, pag. 116)
11.  Animali e piante. Villa Pamphili regno per alieni. (…) E si è scoperto che Roma e la sua provincia, sono una delle aree più “invase” da specie aliene. Quelle vegetali spontanee sono ben 1649, tra le quali quelle che possono essere considerate specie aliene sono 243(14,7%). E a Roma sono ben di più gli animali : 203, pari all’87, 5 per cento delle 232 specie aliene rilevate in tutta la regione. Ci sono poi oltre cento specie aliene occasionali, di cui cioè è stata segnalata la presenza a seguito del ritrovamento spesso di un singolo esemplare, probabilmente mantenuto in cattività, sfuggito o rilasciato. Si tratta di uccelli e rettili, ormai molto comuni come animali d’affezione, che comprendono perfino pitoni, serpenti a sonagli, testuggini azzannatrici. Non male come compagnia…Durante la passeggiata ieri avvistati, tra gli altri, Parrocchetti Monaco, e Parrocchetti dal collare, effetti del Punteruolo rosso sulle palme storiche e la diffusione dell’Ailanto. (Corriere della Sera, 25 maggio 2017, pag.19 tempo libero)
12.  Strage di pecore e capre, bufera sulla Fluorsid di Giulini. Sette arresti, otto ettari sequestrati. Tutto è partito da una segnalazione del servizio veterinario della Asl di Cagliari. Era da un po’ di tempo che gli allevatori della zona di Macchiareddu, nell’hinterland del capoluogo regionale sardo, si ritrovavano a contare pecore e capre morte senza alcun apparente motivo. Un mistero. Ma anche qualche sospetto. Gli animali pascolavano infatti in una zona poco distante da uno stabilimento specializzato nella produzione di fluoro e derivati, la Fluorsid , azienda di proprietà del presidente del Cagliari Calcio Tommaso Giulini. I veterinari del servizio sanitario nazionale, fatte le analisi ed escluse le patologie più comuni, hanno presentato un esposto alla Guardia Forestale, corpo di polizia della regione Sardegna che vigila sulla violazione delle norme di tutela ambientale. E’ partita così l’inchiesta che pochi giorni fa è sfociata in sette arresti, disposti dalla Procura di Cagliari, per associazione a delinquere, disastro ambientale e inquinamento. (…) L’inchiesta ha portato alla luce criticità molto serie. Dalle analisi è emersa una grave contaminazione dell’aria per effetto della dispersione di polveri nocive, , altamente concentrate, provenienti dallo stabilimento Fluorsid, “una grave contaminazione del suolo” e “una contaminazione delle falde acquifere con metalli pesanti”. In quest’ultimo caso si parla di valori anche tremila volte superiori a quanto consentito. Il gip contesta anche “lo sversamento di rifiuti pericolosi e di fanghi acidi nella laguna di Santa Gilla”. Cioè in una delle zone umide più note del Mediterraneo, tutelata da vincoli nazionali e da norme UE. (…) Tre giorni fa, poi, la Guardi di Finanza ha sequestrato una cava a Monastir, piccolo paese a pochi chilometri da Cagliari. All’interno sarebbero stati gettati cemento e altri scarti di lavorazione provenienti dalla Fluorsid. Il territorio sotto monitoraggio si è quindi allargato , da Santa Gilla arriva sino al litorale di Portoscuso. Insomma, un disastro che, se confermato, sarebbe di proporzioni enormi. (…) (Il Manifesto, 23 maggio 2017, pag.5)
13.  Auto e bracconieri: così spariscono i lupi in Italia. Il Wwf: in sei mesi già trovati 53 animali morti, ma soltanto il 6 % è deceduto per cause naturali. “la specie è a rischio: il 53% è stato investito, il 32% ucciso da armi da fuoco, veleno o tagliole”. (Corriere della Sera, 25 maggio 2017, pag. 24 cronache)
14.  Le volpi che vivono nelle zone urbane dell’Inghilterra sono quadruplicate negli ultimi vent’anni a causa della distruzione del loro habitat. Secondo il gruppo animalista The fox project, a Londra ci sono 18 volpi per chilometro quadrato. Secondo le stime, in Inghilterra ci sono circa 150mila volpi. (Internazionale n. 1206, 26 maggio 2017, pag.106).
15.  Noi guardiani delle balene. Sono otto le specie di cetacei presenti nel Santuario Pelagos, istituito il 25 novembre ’99 con un accordo tra Italia, Francia e Principato di Monaco. Si estende su un tratto di mare di 90mila chilometri quadrati , tra Toscana, costa francese continentale, Corsica e Sardegna. Le otto specie protette (capodogli, balenottere, stenelle striate, globocefali, delfini grampo, tartarughe, ecc.) sono minacciate da errori umani. (Corriere della Sera, 28 maggio 2017, pag. 25 cronache)
16.  Il ritorno della vipera. In Italia vivono cinque tipi di vipere, che sono specie protette: l’Aspide, la più diffusa dalle Alpi alla Sicilia; la Berus o Marasso, piuttosto aggressiva; la vipera dal Corno, il cui veleno è il più pericoloso; la Ursinii, meno velenosa, diffusa sul Gran Sasso, e la vipara Walser, da poco scoperta nelle valli a sud del Monte Rosa. Il loro morso è mortale solo in rari casi (non si registrano decessi da molti anni), perché se mordono non sempre inoculano tanto veleno, specie se hanno da poco colpito un altro animale. “Anzi a volte non lo inoculano affatto (è il “morso secco”) – spiega Edoardo Razzetto, biologo e curatore del Museo ci Storia naturale di Pavia – perché il veleno è prezioso, non lo sciupano” E soltanto il 20% dei casi di avvelenamento in Italia necessita di essere trattato con il siero. (…) “In realtà un problema che in Italia non si pone. Non c’è rischio di carenza di siero – spiega Davide Lonati, responsabile del Centro Nazionale Antiveleni a Pavia – : sul nostro sito gli ospedali trovano sempre lo stato delle scorte e dove reperirle” (…) (Corriere della Sera, 30 maggio 2017, pag. 25 cronache)


Salute globale

1.      Un fegato da proteggere. Nel mondo sono in aumento le morti causate dalle epatiti B e C. E’ un flagello mondiale. Nel 2015, le epatiti virali hanno ucciso 2,34 milioni di persone, quasi quante le tubercolosi (1,8 milioni di morti) e più dell’hiv (1,1 milioni). In prima fila ci sono le epatiti dovute ai virus B (Hbv) e C (Hcv) , che sono all’origine del 96 per cento dei decessi. E mentre la mortalità dovuta a tubercolosi, hiv e malaria segue una curva discendente, quella causata dalle epatiti va nella direzione opposta: nel 1990 le morti erano meno di 890mila, nel 2000 erano salite a 1,1 milioni. Questi dati, pubblicati il 21 aprile in un rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), mostrano che “le epatiti sono un problema di salute pubblica mondiale”, dichiara Gottfried  Hirnschall, direttore del dipartimento hiv e del programma sulle epatiti dell’Oms. L’Organizzazione stima che nel mondo 328 milioni di persone abbiano un’infezione cronica: in 157 milioni di casi dovuta all’Hbv e in 71 milioni all’Hcv.  Il 68 per cento delle persone infettate dall’epatite B si trova in Africa e nel Pacifico occidentale. L’epatite C è diffusa in modo più omogeneo , anche se la portata dell’epidemia varia molto da paese a paese. L’Europa e il Mediterraneo orientale sono le regioni più colpite. Se non curate, le infezioni croniche del virus B e C sono all’origine di cirrosi (720mila morti) e di tumori primitivi del fegato (470mila morti). L’aumento della mortalità è stato messo in relazione ai cambiamenti demografici, (come la crescita della popolazione), o, nel caso delle epatiti C, a cure somministrate in modo sbagliato (riutilizzo di siringhe o aghi come è successo in Egitto) e a iniezioni per endovena di droga con materiale contaminato. Secondo l’Oms nel 2015 ci sono stati 1,75 milioni di nuove infezioni da Hcv dovute a quel 5% di iniezioni di farmaci che non rispettano le regole di sterilità. Spesso l’epatite B viene contratta alla nascita, trasmessa da madre a figlio, o nei primi anni di vita per contatto con bambini infetti. La diffusione di un vaccino contro l’epatite B – che oggi copre l’84% dei bambini nel mondo – ha contribuito a ridurre le infezioni. “Grazie alla prevenzione vaccinale, cominciamo  a vedere generazioni senza epatite B”, si rallegra uno degli autori del rapporto, Yvan Hutin, del dipartimento hiv e del programma sulle epatiti dell’Oms.  Portatori inconsapevoli. Uno dei problemi principali  con le epatiti è che molte delle persone infettate non sanno di esserlo. ”Nel 2015 il 9 per cento dei portatori di Hbv (22 milioni) e il 20% di chi aveva l’Hcv (14 milioni) non sapevano di essere infetti” spiega Hutin. Inoltre nel 2015 solo l’8 per cento delle persone che hanno scoperto di avere l’epatite B (1,7 milioni) e il 7,4 per cento di quelle che hanno saputo di avere l’Hcv (1,1  milioni) hanno cominciato a curarsi. I rimedi efficaci esistono, ma spesso i farmaci costano troppo, soprattutto quelli contro l’epatite C. I nuovi antivirali ad azione diretta per l’Hcv permettono di guarire in due o tre mesi, sono più semplici da usare e meglio tollerati. Ma il loro prezzo è molto elevato, nonostante il principale produttore, la statunitense Gilead, l’abbia abbassato in alcuni paesi. Nel caso dell’epatite B il farmaco più efficace, il tenofovir, usato anche contro l’hiv, costa 48 dollari (45 euro) all’anno. (…) (Internazionale n.1203, 5 maggio 2017, pag. 109)
2.      Il rogo tossico sulla Pontina. Rogo di ecoballe. “Forse c’è amianto”. In fiamme un deposito di plastica a Pomezia. Traffico in tilt, evacuate case e scuole. L’invito a chiudere le finestre in 21 comuni. E’ un sito di stoccaggio e di smaltimento dei rifiuti speciali. In Italia sono oltre mille gli impianti a rischio sui quali vigila il ministero. (Corriere della Sera, 6 maggio 2017, pag. 10-11) – Incendio di Pomezia, sui tetti c’era amianto, scuole chiuse nell’area, vietata la raccolta di ortaggi e il pascolo di animali (Corriere della Sera, 8 maggio 2017, pag. 20 e, poi, sullo stesso giornale, gli articoli del 9,10,11 e 13 maggio; approfondimenti su Il Manifesto, 10 maggio 2017, pag. 1 e 5)
3.      Cosa rischiamo? Vaccinarsi protegge noi stessi ma anche gli altri.Eppure la copertura è scesa sotto la soglia di sicurezza per “l’immunità di gregge”, e il morbillo è in aumento. Sette domande e sette risposte di esperti (Corriere della Sera, 12 maggio 2017, pag. 6, con date e zone colpite; per approfondire : “la guerra dei vaccini: proteggono dalle malattie e salvano milioni di vite, ma suscitano paura e diffidenza. Combattere la disinformazione è difficile: quali sono davvero i rischi dei vaccini? L’inchiesta di una delle più importanti riviste scientifiche del mondo. (Internazionale n. 1204, 12 maggio 2017, pag.46-54) e il rapporto dell’Accademia dei Lincei reperibile su http://www.lincei.it /files/documenti/ivaccinidef12 maggio2017.pdf
4.      Salute a rischio. “Quale sarà l’impatto del cambiamento climatico su di me?” , è la domanda che il climatologo John Abraham si sente fare più di frequente. Le persone si interessano a questo aspetto più che alle cause del riscaldamento globale, scrive il Guardian. Secondo Abraham , il cambiamento climatico sta già influenzando la salute delle persone a livello globale. Per questo un rapporto del Medical Society Consortium, che fa il punto sulla situazione negli Stati Uniti, secondo Abraham contiene indicazioni utili anche per gli abitanti di altri paesi. Alcune fasce di popolazione, come i bambini, gli anziani, le persone con malattie croniche , quelle con un reddito basso e le donne in gravidanza, risentiranno del problema più di altre. Secondo il rapporto, sulla costa ovest gli abitanti dovranno preoccuparsi soprattutto di incendi, ondate di calore e inquinamento. Sulla costa est potrebbero diffondersi anche malattie portate dalle zanzare e dalle zecche. Il cambiamento climatico avrà ripercussioni sulla qualità dell’aria, prolungando la stagione delle fioriture e peggiorando la situazione di chi soffre di allergie. Inoltre, la maggiore umidità potrebbe favorire lo sviluppo delle muffe. Con il passare del tempo le conseguenze del cambiamento climatico sulla salute si aggraveranno, spiegano gli esperti in medicina che hanno scritto il rapporto. Abraham ne consiglia la lettura a tutte le persone interessate a capire come il cambiamento climatico influirà sulla vita quotidiana. (Internazionale n.1204, 12 maggio 2017, pag. 116)
5.      L’agenzia francese per la sicurezza alimentare (Anses) raccomanda di ridurre la contaminazione degli alimenti dovuta agli oli minerali presenti in molti imballaggi. Questi oli (Mosh e Moah), derivati del petrolio, si trovano soprattutto in imballaggi di carta e cartone riciclati, inchiostri e adesivi. (Internazionale n.1204, 12 maggio 2017, pag. 115)
6.      Recordati, la ricetta di Andrea? E’ rara. Ci sono più di seimila patologie poco diffuse, non trattate. E solo trecento vengono curate con prodotti disponibili. E’ questo il settore dove punta il gruppo milanese . (Corriere della Sera L’economia, 15 maggio 2017, pag.34)
7.      Epidemia di colera, già 115 vittime. Le autorità yemenite a Sana’a, la capitale dello Yemen dal settembre 2014 in mano ai ribelli Houthi, hanno dichiarato ieri lo stato di emergenza per l’epidemia di colera che sta colpendo il paese devastato da due anni di guerra: sono 115 i morti dal 27 aprile al 13 maggio. ”Il numero dei decessi ha superato i tassi normali e il sistema sanitario è incapace di contenere questo disastro sanitario e ambientale”, scrive in un comunicato il Ministero della Salute Houthi. Secondo l’Onu, 8600 persone sono state infettate dal virus in 14 delle 21 provincie yemenite. Un’ epidemia terribile in un paese con i servizi sanitari collassati: meno del 45% degli ospedali yemeniti è funzionante, fa sapere l’Oms e l’afflusso di medicinali è crollato del 70%. I dati non stupiscono: L’Arabia Saudita, a capo della coalizione sunnita  che ha attaccato lo Yemen nel marzo 2015, ha imposto un durissimo blocco aereo che impedisce l’arrivo regolare di aiuti, pressoché introvabili. A ciò si aggiungono i raid che hanno distrutto cliniche gestite da ong internazionali e la scarsità di carburante per distribuire gli aiuti alla popolazione. Due terzi degli yemeniti non ha accesso all’acqua potabile, le condizioni igieniche sono drammatiche. E arriva così la seconda epidemia di colera in meno di un anno. (Il Manifesto, 16 maggio 2017, pag. 8; il Corriere della Sera, stesso giorno, riporta 180 morti e 11.000 casi registrati a pag. 9)
8.      L’inquinamento in casa nostra. In questi giorni il grave inquinamento causato dall’incendio e relativa nube tossica su Pomezia è stato evidenziato dai media, Questo allarme è giustificato. L’inquinamento dell’ambiente esterno è la più importante causa di morti premature : 4 milioni ogni anno nel mondo, ben più di quelle causate da tumori, malattie cardiovascolari e altre cause. Il cittadino si sente inerme di fronte all’inquinamento e può solo sperare nelle iniziative di chi lo governa. L’Italia non è messa bene, perché insieme alla Polonia , è il paese più inquinato d’Europa. Novantamila morti all’anno e non si fa abbastanza per migliorare, tanto che di recente è stata notificata dall’Unione Europea l’ennesima procedura di infrazione. Meno noto, e ancor meno affrontato, è l’inquinamento dell’aria in abitazioni ambienti lavorativi e scolastici: un killer non meno letale, che causa 3,3 milioni di morti ogni anno. Trascorriamo la maggior parte del tempo in luoghi chiusi e li percepiamo come accoglienti e salubri. Sono invece assai numerose le sorgenti inquinanti: fumo di camini e stufe, detergenti e insetticidi, mobili, colle e vernici, fotocopiatrici, indumenti puliti a secco, e soprattutto il fumo di tabacco. Agiscono immettendo nell’ambiente sostanze dannose come formaldeide, benzene, naftalene, ammoniaca, polveri, muffe, spore e acari. (…) Corriere della Sera, 14 maggio 2017, pag. 53)
9.      L’Oms ha proclamato una nuova epidemia di ebola. Nel nord della Repubblica democratica del Congo, la prima a colpire il paese dal 2014. Tre persone sono morte dal 22 aprile nella provincia del Basso Uele. Tra il 2013 e il 2015 una epidemia di ebola in Africa occidentale ha causato undicimila vittime. (Internazionale n.1205, 19 maggio 2017, pag. 112)
10.  Anche con l’hiv si allunga la vita. Grazie ai progressi della medicina e ai nuovi farmaci la speranza di vita delle persone affette da hiv in Europa e in Nordamerica si avvicina a quella del resto della popolazione. Analizzando i dati di 88.504 pazienti sieropositivi che hanno cominciato il trattamento con gli antiretrovirali tra il 1996 e il 2010, i ricercatori dell’Università di Bristol hanno rilevato una più bassa mortalità durante i primi tre anni di terapia tra chi l’aveva cominciata dopo il 2008. Secondo le stime, un ventenne che ha cominciato gli antiretrovirali nel 2010 vivrà in media dieci anni di più di chi li ha presi per la prima volta nel 1996, raggiungendo così una speranza di vita di 78 anni, molto vicina a quella dei coetanei sani. Buona parte del merito va alle nuove formulazioni antiretrovirali, più efficacie e con meno effetti collaterali, scrive The Lancet. Oggi una persona siero positiva su tre ha più di cinquant’anni. Ma un caso di hiv su otto rimane non diagnosticato. (Internazionale n. 1205, 19 maggio 2017, pag. 111)
11.  Nel 2040 la tubercolosi resistente ai farmaci potrebbe rappresentare circa un terzo di tutti i nuovi casi della malattia in Russia, annuncia The Lancet malattie infettive. Questa forma di tubercolosi, particolarmente difficile da curare, potrebbe diffondersi anche in India, Filippine e Sudafrica. (Internazionale n. 1205, 19 maggio 2017, pag.111)
12.  Gioventù bruciata. Secondo le stime dell’Oms, ogni anno nel mondo muoiono 1, 2 milioni di adolescenti per cause in gran parte prevenibili. Più di due terzi dei decessi avvengono nei paesi a basso e medio reddito dell’Africa e dell’Asia sudorientale. La principale causa di morte nella fascia di età tra i dieci e i diciannove anni sono gli incidenti stradali, che nel 2015 hanno causato 115mila morti. Seguono le infezioni respiratorie, i suicidi, le malattie con diarrea, gli annegamenti. Tra i ragazzi ha un peso notevole la violenza interpersonale, mentre per le ragazze incidono molto le complicazioni legate alla maternità. (Internazionale n.1205, 19 maggio 2017, pag.111)

1.      L’”annus horribilis “ del morbillo, casi già triplicati rispetto al 2016. (…) E invece, giusto per parlare di casa nostra, dall’inizio del 2017 fino allo scorso 7 maggio, sono 2224 i casi di morbillo segnalati di cui 200 riguardano operatori sanitari. Quasi quanto quelli dell’intero 2013, (2258) e molti di più di quelli registrati negli ultimi anni. Un’ondata epidemica elevata, che sta colpendo molti adulti con conseguenti ricoveri e complicazioni. Lo dicono i dati del Sistema di sorveglianza integrata Morbillo e Rosolia, elaborati dal Ministero della salute e dall’ISS. Nel 2014 sono stati infatti 1965 i casi segnalati, 258 nel 2015 e 857 nel 2016. La maggior parte delle persone colpite (89%) non era vaccinata. (Corriere della Sera Salute, 21 maggio 2017, pag. 45)
2.      Con la carne rossa cresce la mortalità. Rischia di sconvolgere le nostre abitudini alimentari lo studio appena pubblicato sul British Medical Journal che associa il consumo di carni rosse a un marcato aumento di mortalità. La ricerca è stata condotta da studiosi del National Cancer Institute in sei Stati Usa e due aree metropolitane (Detroit e Atlanta) su 536.969 cittadini tra i 50 e 71 anni di età, seguiti per oltre 15 anni. Durante quest’arco temporale 128.574 sono deceduti (con una mortalità maschile quasi doppia rispetto a quella femminile). Il consumo di carne rossa (manzo, agnello, maiale) è stato associato a un aumento della mortalità del 26%, in particolare per tumori, malattie cardiovascolari e respiratorie, diabete, patologie renali ed epatiche croniche. L’eccesso di mortalità era strettamente legato al contenuto di nitrati , nitriti e ferro eme (presente negli alimenti di origine animale) delle carni rosse, e la spiegazione  potrebbe risiedere in alterazioni dei meccanismi di stress ossidativo che regolano anche l’invecchiamento cellulare promossi da queste sostanze. I dati, con i limiti comuni a tutti gli studi epidemiologici, sono scientificamente molto forti per l’ampiezza della popolazione considerata e la durata dello studio, e sono ulteriormente rafforzati dal rilievo che l’alimentazione a base di carni bianche si sia accompagnata a una mortalità nettamente inferiore. Ai risultati di questo studio si aggiungono poi altre considerazioni: le pubertà sempre più precoci legate agli ormoni presenti nelle carni, l’antibiotico-resistenza causata dall’uso indiscriminato di antimicrobici, le recenti denunce su allevamenti e macellazione, le ricadute ambientali. Oggi in molti paesi moderni come l’America il consumo di carne  per persona supera i 110 chili all’anno, oltre 10 volte di più di quanto non fosse secoli fa. (Corriere della Sera, 23 maggio 2017, pag. 20 cronache)
3.       EcoX continua bruciare. Tutti i giorni nuovi focolai. (…) (Corriere della Sera, 24 maggio 2017, pag.5 cronaca di Roma)
  1. Cibo indigesto. I paesi dell’Europa dell’est protestano perché nei loro mercati le multinazionali alimentari vendono prodotti con ingredienti diversi da quelli usati per l’Europa occidentale. Kiwi maturi al punto giusto, banane senza ammaccature. In un supermercato di Vienna un ungherese capisce subito di essere in Austria : qui si viene trattati meglio rispetto al negozio della stessa catena a Budapest. Nella capitale austriaca è facile comprare muesli biologico, sale di fiume australiano o papaie, che nella capitale ungherese , 250 chilometri più a est , sono introvabili. I consumatori austriaci hanno più soldi per i prodotti ricercati rispetto a paesi vicini come l’Ungheria o la Repubblica Ceca. Ma per capire cosa irrita davvero gli abitanti di questi paesi bisogna girare le confezioni ed esaminare l’elenco degli ingredienti: alcune multinazionali vendono gli stessi prodotti in Europa occidentale e in quella orientale, ma con ingredienti diversi. Da test comparativi effettuati nella Repubblica Ceca, in Slovacchia e in Ungheria emerge che, quando ci sono differenze, in genere penalizzano i paesi orientali: meno pesce nei bastoncini, meno frutta nell’aranciata, e biscotti con meno burro e più olio di palma. A volte tutto si spiega con la differenza di prezzo, ma in altri casi lo stesso prodotto a est costa addirittura di più. Tra gli scaffali del supermercato si ha la sensazione che la cortina di ferro non sia scomparsa del tutto. (…) Le aziende alimentari hanno precisato che la composizione dei prodotti cambia in base ai gusti locali. Ma in un sondaggio dell’ispettorato agroalimentare di Praga, il 77 per cento dei 1019 intervistati non dava credito a questo argomento. Anzi, l’88 per cento si diceva infastidito  dalle differenze nella qualità dei cibi. (…) (Internazionale n.1206, 26 maggio 2017, pag.109)
18.  L’allergia non ha età. Le allergie non insorgono solo durante l’infanzia, anche gli adulti e gli anziani possono svilupparle. Tra le cause, le prolungate stagioni dei pollini e l’inquinamento. Contrariamente a quanto si crede, l’allergia non è un disturbo che si manifesta solo quando si è piccoli. Farmacologiche, cutanee o respiratorie, le allergie possono scatenarsi all’improvviso. “Anche se sono più frequenti tra i bambini, le allergie colpiscono sempre più spesso gli adulti e le persone anziane”, spiega Isabelle Bossè, presidente del sindacato francese degli allergologi, purtroppo però “mancano studi epidemiologici” (…) Nel frattempo il numero delle persone allergiche aumenta. Tra il 20 e il 25 per cento dei francesi (16-18 milioni di persone ) è allergico, rispetto al 2-3 per cento del 1970, secondo i dati dell’Associazione Asthme & allergies. Gli specialisti chiedono più studi e molti parlano di epidemia. L’Oms stima che nel 2050 il 50% della popolazione occidentale soffrirà di qualche allergia. Ma di che si tratta esattamente? L’allergia è una reazione immunitaria eccessiva dell’organismo a una sostanza estranea, di solito naturale, un “allergene” (acari, pollini, animali, alimenti, farmaci, muffe) Sono sostanze inoffensive, ma in alcune persone provocano le reazioni di difesa all’origine dei sintomi allergici: starnuti, naso che cola, irritazioni, occhi che bruciano, reazioni cutanee o digestive e così via. L’allergia può assumere forme diverse, dal raffreddore da fieno alla dermatite fino all’asma allergica o all’anafilassi. L’asma colpisce ormai più del 10 per cento dei bambini e circa il 6% degli adulti. Ancora poco conosciuti, i meccanismi delle allergie cominciano però a chiarirsi. Scoperta nel 2003 dall’equipe di Jean-Philippe  Girard, dell’istituto di farmacologia e di biologia strutturale, l’interleuchina-33 (Il-33) che si trova nei polmoni, nella pelle, nello stomaco e nella parete dei vasi sanguigni viene liberata durante un’aggressione (allergeni, virus) per stimolare le difese immunitarie. Il legame tra l’interluchina -33 e l’asma è stato stabilito nel 2005. “Da allora sono usciti più di 500 studi sull’argomento,” precisa Girard, “Forme ridotte della proteina funzionano come potenti attivatori delle cellule all’origine delle reazioni allergiche, “ rivelava uno studio del 2014, pubblicato su Pnas e diretto da Corinne Cayrol, ricercatrice dell’equipe di Girard. Queste forme ridotte si sono rivelate trenta volte più potenti della forma originaria dell’Il-33 e amplificano il segnale di allarme del sistema immunitario. Chiusi in casa. Come spiegare questa epidemia? L’allergologo Perrick Hordè parla di “inquinamento verde” per i pollini (cipresso, betulla, olivo, ecc.). Le stagioni polliniche durano sempre di più, probabilmente a causa del riscaldamento globale, afferma la rete di sorveglianza aerobiologica francese. Ci sono molti altri fattori, soprattutto di carattere genetico, ma non sono da sottovalutare lo stile di vita e l’ambiente interno degli edifici, che è da cinque a dieci volte più inquinato dell’esterno, e i numerosi inquinanti possono amplificare l’effetto degli allergeni. Un problema, se si considera che le persone trascorrono circa l’ottante per cento del loro tempo in spazi chiusi  e le persone anziane anche di più. Così, quasi inesistenti negli anni ottanta, le forme severe di allergia aumentano e riguardano circa il 20 per cento di chi soffre di una allergia respiratoria. (…)  (Inter nazionale n. 1206, 26 maggio 2017, pag. 104)
19.  La battaglia contro le malattie rare mai sconfitte. Sindromi sconosciute, ne sono affetti circa un milione di cittadini italiani al di sotto dei sedici anni di età. Con un gruppo di cari amici, spiega Federico Maspes ho creato la Fondazione Hopen, un nome (Hope, speranza + Open , aperto) scelto dal nostro esperto di comunicazione Francesco Bruti. Aggreghiamo le famiglie dei bambini senza diagnosi, le aiutiamo nelle attività burocratiche, nel sostegno legale, le indirizziamo nel primo laboratorio per malattie genetiche rare senza diagnosi, aperto al Bambin Gesù dal Professor Dallapiccola e dal dottor Bartuli. Anche gli spazi ricreativi “Tutti in cucina”, “Tutti in fattoria” e “Tutti in gioco”, sono progetti Hopen , che contemporaneamente marca stretta la scienza e gli strumenti. Da sei mesi il progetto MSD di Telethon è impegnato a dare una diagnosi precoce a 400 ragazzi nei centri genetici di Monza, Roma e Napoli, coordinati dal Tigem di Pozzuoli. “Ma soprattutto – annuncia Maspes – Hopen è nella rete di Swan ((Syndromes Without A Name) Europe. La sede di roma si è aggiunta a quelle di londra, Parigi, Madrid. I sistemi sanitari nazionali non gestiscono un registro delle persone senza diagnosi, vogliamo togliere dal limbo i minori affetti da malattie non diagnosticate, dunque siamo orgogliosi di rappresentare una grande potenzialità”: (…) (Corriere della Sera, 28 maggio 2017, pag. 5 cronaca di Roma)
20.  Bombe e colera silenzio di morte sullo Yemen. (…) Almeno 4mila civili hanno perso la vita come risultato diretto del conflitto in Yemen, di questi più di 1300 sono bambini. Per due milioni di ragazzini l’anno scolastico si è fermato al 2015. Oltre tre milioni di persone sono state costretta a fuggire dalle loro case, troppo spesso senza sicurezza. Statistica che è raddoppiata nell’ultimo anno. (…) Dallo scorso settembre, in 18 diversi governatorati, come una valanga, 49mila casi sospetti di colera e 242 morti dichiarati hanno ulteriormente inasprito la già precaria situazione sanitaria dello Yemen, dove  i corpi vengono lasciati per le strade per giorni, nel mezzo di intensi combattimenti. A questa si aggiungono focolai sempre più violenti di malaria e scabbia. (…) (Il Manifesto, 30 maggio 2017, pag. 9)

 Economia e ambiente

1.      La mappa del web asociale. La maggior parte del web è invisibile. Un gruppo di ricercatori del Mit si è avventurato nel deep web, il web sommerso, formato da pagine, siti, e archivi privati non indicizzati e quindi non navigabili con i normali motori di ricerca. L’obiettivo era mappare la sua parte più oscura, il dark web, raggiungibile solo con software particolari, come Tor, che garantiscono l’anonimato e sono usati per sfuggire alla censura e ai controlli. In questo spazio si muovono spesso estremisti, hacker, trafficanti, pedofili, ma non solo. I ricercatori hanno scoperto che l’87 per cento del dark web è privo di collegamenti: solo 7178 siti dei 25.104 esplorati hanno dei link. E’ quindi improprio chiamarlo web (rete) , concludono su ArXiv i ricercatori, interpretando questo isolamento come l’espressione del carattere fondamentalmente asociale di chi crea i siti dark web. Si stima che il web sommerso sia cinquecento volte più grande di quello accessibile con i normali motori di ricerca. (Internazionale n. 1203, 5 maggio 2017, pag. 111)
2.      Il Brasile in mano ai latifondisti. E’ durata 112 giorni l’esperienza di Antonio Costa alla presidenza del Funai, l’agenzia del governo brasiliano che dovrebbe tutelare gli indigeni. Costa si è dimesso il 5 maggio accusando il ministro della giustizia Osmar Serraglio, legato al Partito del movimento democratico brasiliano (Pmdb) del presidente Michel Temer di favorire la lobby agraria e di assegnare incarichi tecnici a politici vicini al governo. L’appropriazione di fondi pubblici e le ingerenze nel Funai fanno parte della stessa offensiva che  ha già dimezzato il budget del ministero dell’ambiente e aperto la strada a un nuovo aumento della violenza nelle aree rurali. Solo nelle ultime tre settimane nove contadini sono stati uccisi nel Mato Grosso e dieci indigeni sono stati feriti nel Maranhao. Il trattore avanza grazie al combustibile fornito dal governo. La lobby agraria non è mai stata così influente, e non ha perso occasione per dimostrare la sua forza e regolare i conti con i suoi avversari. Il deputato del Pmdb Nilson Leitao ha presentato la relazione della commissione parlamentare d’inchiesta sulla Funai e sul catasto agrario. Il documento chiede d’incriminare più di cento persone , tra cui antropologi, leader indigeni, attivisti cattolici e perfino procuratori che difendono la  demarcazione delle terre. Leitao è lo stesso che vuole ridurre i diritti dei lavoratori agricoli e permettere che ricevano una parte del loro salario in vitto e alloggio. Se potessero, lui e i suoi amici cancellerebbero anche la legge che ha abolito la schiavitù nel 1888. Il settore agricolo è vitale per l’economia brasiliana e può aiutare il paese a uscire dalla crisi. Ma per farlo non ha bisogno di schiacciare gli indigeni, devastare le foreste o farsi rappresentare da individui che sostengono idee retrograde sconfitte dal movimento abolizionista. (Internazionale n. 1204, 12 maggio 2017, pag.15)
3.      Dal gas alle piattaforme per solare ed eolico. Il rilancio Eni in versione “low carbon”. “Un percorso di profonda trasformazione che tocca tutti i settori, dall’upstream alla raffinazione e alla chimica, dalla generazione di energia elettrica alle bonifiche”. Con queste parole l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha annunciato nei giorni scorsi gli investimenti programmati in Italia nei prossimi anni. Ventuno miliardi, ha sottolineato l’ad in occasione  della visita del presidente del consiglio Paolo Gentiloni ai laboratori di San Donato Milanese. Risorse che verranno investite tra il 2017 e il 2020 e che vedranno il gruppo del cane a sei zampe impegnato su quattro fronti: l’attività di esplorazione e produzione di idrocarburi, la trasformazione dei settori della raffinazione e della chimica, la transizione energetica basata su gas e sviluppo di fonti rinnovabili (…). Non solo: l’Eni sta studiando di trasformare le piattaforme in via di dismissione per produrre nuove forme di energia rinnovabili, dal mare, dal vento e creare nuovi laboratori di ricerca. Proprio sul fronte delle energie rinnovabili, il gruppo ha identificato e lanciato progetti di generazione di energia da risorse rinnovabili nei propri impianti in Italia, con l’obiettivo di migliorare l’efficienza energetica dell’azienda e raggiungere il traguardo di 220 MW di energia entro il 2020. (Corriere della Sera, 13 maggio 2017, pag. 45 economia;  altre info sulla “transizione” dell’Eni e sulle sue bioraffinerie , sullo stesso giornale, 20 maggio 2017, pag. 50))
4.      Una (nuova) via della Seta per la Cina potenza globale. Nella nostra memoria è un mito: la Via della Seta che ci riporta a Marco Polo . Ora, l’antica rotta delle carovane che dalla Cina arrivavano in Europa attraversando l’Asia e il Vicino Oriente è al centro del piano di diplomazia economica più ambizioso di Pechino. Si chiama “Una cintura, una strada” ed è l’iniziativa di Xi Jinping per costruire una rete globale di infrastrutture lungo le quali far scorrere  i commerci (cinesi anzitutto).  I progetti prevedono investimenti internazionali per 900 miliardi di dollari nei prossimi 5-10 anni; 502 miliardi in 62 paesi entro il 2021, secondo i calcoli degli analisti del Credit Suisse. Questa montagna di denaro servirebbe a costruire porti, autostrade, linee ferroviarie ad alta velocità, reti elettriche soprattutto in paesi in via di sviluppo. Un sogno fatto di ombre cinesi o una realtà già in marcia? (…) (Corriere della Sera, 13 maggio 2017, pag. 15 esteri e 15 maggio 2017, pag. 15, con schema di larga massima del progetto).
5.      Il tallone d’Achille del nucleare francese. Sconcertante vulnerabilità delle vasche di Le Creusot. Nei prossimi cinque anni, 53 reattori su 58 del parco atomico francese raggiungeranno i quarant’anni di attività. Continueranno ad essere utilizzati oltre la durata prevista in fase di progettazione, saranno sostituiti da centrali di nuova generazione o si abbandonerà progressivamente il nucleare? L’edificante storia di una componente fondamentale del dispositivo di sicurezza apre il dibattito sulle scelte future. (Le Monde Diplomatique- Il Manifesto, 15 maggio 2017, pag.15)
6.      Nel 2015 il settore delle banche ombra, cioè le istituzioni finanziarie che agiscono fuori del sistema bancario regolamentato, gestiva attività pari a 149mila miliardi di dollari, il 46 per cento delle attività finanziarie globali, che valgono 321mila miliardi. Gli intermediari creditizi in senso stretto, i cosiddetti Other Financial Intermediaries (OFI), gestiscono 92mila miliardi di dollari. Lo sostiene l’ultimo rapporto annuale sulle banche ombra pubblicato dal Financial Stability Board, (Fsb) un organismo legato al G20 che monitora la finanza globale. (Internazionale n. 1205, 19 maggio 2017, pag. 116)
7.      Messico: il business dell’energia eolica nello Yucatán e altro. I progetti di espansione dell’energia eolica in Messico mettono a nudo  rivelano qual è  la vera matrice della riforma energetica su cui ha scommesso il presidente Enrique Peña Nieto: apertura totale alle imprese private e al capitale straniero, ma nessun aspetto positivo per le comunità locali, mai messe al corrente di progetti i cui effetti peggiori ricadono sui territori dove abitano quotidianamente. Negli ultimi mesi la frontiera dell’eolico si è propagata dallo stato di Oaxaca allo Yucatán. Gli abitanti della cittadina di Kimbilá, come ha riportato Ipsnoticias, sono riusciti a bloccare l’installazione di un parco eolico in un ejido, la terra pubblica assegnata alla popolazione per un utilizzo di tipo comunitario. Il progetto, a carico dell’impresa spagnola Elecnor, che prevedeva la costruzione di circa cinquanta aerogeneradores (le pale eoliche), è stato reso noto di fronte alla comunità solo all’inizio del 2016. Le assemblee realizzate nell’ejido hanno rifiutato, ad ampia maggioranza, un progetto che avrebbe finito per danneggiare una comunità la cui sopravvivenza è basata sulla piccola agricoltura. Di fronte alle proteste rivolte, anche in maniera ufficiale, nei confronti della Procuradoría Agraria, che aveva preso apertamente le parti dell’impresa, la comunità ha rifiutato la cessione della terra per 25 anni a Elecnor, nonostante la multinazionale le avesse provate tutte, compreso un rimborso tra i 500 e i 970 dollari annuali per ettaro di terra. Tuttavia, il potenziale eolico e solare dello Yucatán lo espone al rischio che il cosiddetto modello Oaxaca venga replicato al più presto. Per il 2018 l’obiettivo dello stato è quello di utilizzare quasi il 10% delle fonti di energia rinnovabile. Fin qui non ci sarebbe nulla di male, se non fosse che le energie rinnovabili in Messico vengono anche definite come “non convenzionali” e, grazie a questa mancata specificazione, sono spacciati per progetti di energia pulita tutti quelli che prevedono anche la generazione di energia proveniente dalle centrali idroelettriche. Attualmente, secondo i dati ufficiali in possesso dell’Asociación Mexicana de Energía Eólica, in Messico sono stati edificati almeno 31 parchi eolici, suddivisi in nove stati. Per il Consejo Regional Indígena y Popular de Xpujil, una località ubicata nello stato del Campeche, il processo di sviluppo energetico adottato dal Messico è caratterizzato da molteplici lacune, a partire dall’aspetto giuridico, oltre che dalla scarsa attenzione posta all’impatto ambientale sui territori da parte dell’energia eolica. È proprio sfruttando queste enormi lacune che le imprese cercano di impadronirsi delle risorse naturali di cui fino ad ora hanno beneficiato le comunità per spogliarle di qualsiasi diritto e bene. Lo stato del Campeche, ad esempio, si trova nel bel mezzo di una vera e propria fiesta energética, dove la festa, purtroppo, sarà fatta nei confronti delle comunità se andranno in porto i progetti di cinque centrali solari e di altrettanti parchi eolici, già appaltati ad imprese locali e a multinazionali straniere. Entrata in vigore nel 2014, la contestatissima Ley de la Industria Eléctrica  stabilisce che ogni progetto di sviluppo debba obbligatoriamente prevedere una valutazione di impatto sociale che raramente viene realizzata. Inoltre, della maggiore generazione di elettricità non ne beneficeranno certo le comunità indigene, ma i soliti noti, a partire dalle grandi imprese multinazionali. A tutto ciò bisogna aggiungere che la costruzione dei parchi eolici vìola le norme sancite dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocde), la quale evidenzia l’obbligo di rispettare i diritti umani, ambientali, lavorativi e di trasparenza. In ogni caso, le imprese hanno gioco facile nell’aggirare le leggi. Ad esempio la francese Edf Energie Nouvelles ha effettivamente realizzato le consultazioni richieste presso le comunità, ma non ha mai mostrato pubblicamente i permessi che la autorizzano a costruire tre parchi eolici nel paese. Il cuore del progetto energetico messicano è rappresentato dall’istmo di Tehuantepec, nello stato di Oaxaca, dove proprio Edf Energie Nouvelles ha tra le mani progetti dalla rendita miliardaria, tanto che l’istmo di Tehuantepec è conosciuto anche come l’istmo eolico. Finanziati principalmente dalla Banca interamericana di sviluppo, con il supporto economico proveniente anche da fondi di investimento pubblici olandesi e danesi, secondo il Centro de Recursos Juridicos para los Pueblos Indígenas, i progetti di Edf Energie Nouvelles sono stati contrassegnati dalla totale assenza di garanzie alle comunità loro malgrado coinvolte. Il timore maggiore delle popolazioni, da Kimbilá all’istmo di Tehuantepec, è che vadano in fumo le coltivazioni, il raccolto e l’allevamento del bestiame, che permette loro di sopravvivere. I progetti energetici messicani sono ufficialmente all’insegna dell’energia pulita, ma risultano in realtà sporchissimi perché violano i diritti ambientali, umani e civili delle popolazioni. (La Bottega del Barbieri, 21 maggio 2017)
8.      Si in Svizzera all’addio al nucleare (ma non subito). Non è semplicemente l’abbandono dell’energia nucleare ciò che gli elettori svizzeri hanno deciso con il referendum approvato ieri. Con il 58,2 per cento dei consensi i cittadini hanno detto si a un articolato piano del governo che li impegna entro il 2050 ad aumentare l’elettricità prodotta da fonti rinnovabili, ma anche – e qui sta la novità principale – a ridurre sensibilmente i consumi individuali con l’obiettivo di proteggere l’ambiente. Tutti i maggiori partiti elvetici si erano espressi per il si, ad eccezione dell’Udc, il partito di destra, che nel paese ha la maggioranza relativa e che era il promotore della consultazione. Giunge così a una svolta storica il cammino avviato da Berna all’indomani dell’incidente di Fukushima e che aveva convinto le istituzioni a dire addio all’atomo. Il piano validato dal voto popolare di ieri si articola in tre punti principali: lo spegnimento progressivo (per ciascuno si attenderà il termine del suo ciclo di vita) dei cinque reattori oggi attivi e che coprono un terzo del fabbisogno nazionale di elettricità; l’incentivo ad aumentare il ricorso a fonti “pulite”  (si vuole evitare che il gap venga colmato facendo ricorso a un aumento dei consumi di petrolio e gas); l’impegno a tagliare i consumi individuali del 35% sulla base di quelli registrati nel 2000 anche attraverso forme di efficentamento degli impianti. (…) (Corriere della Sera, 22 maggio 2017, pag. 25 cronache)
9.      Riciclando, riciclando, si guadagna un miliardo. Nel 2016 questo è il valore generato dallo smaltimento ecologico degli imballaggi . (…) Oggi 8,4 milioni di tonnellate di sei materiali d’imballaggio (carta, vetro, plastica, acciaio, legno e alluminio) vengono avviate al riciclo, erano 190mila tonnellate quando è nato il sistema nel 1998. Un incremento importante che ha trascinato anche la raccolta di altre frazioni (come l’organico e gli ingombranti (mobili, materassi, arredi). Nel solo 2016 è stato avviato al riciclo il 67,1% dei rifiuti di imballaggio, superando così gli obiettivi europei attualmente in discussione per il 2025. E’ stata evitata l’apertura di 130 discariche e l’emissione di oltre 40 milioni di tonnellate di Co2. (…) (Corriere della Sera, L’Economia, 22 maggio 2017, pag. 57)
10.  Enel, la centrale geotermica dei record, dalla Toscana all’alta quota delle Ande. “L’ambiente qui è molto ostile. A 4500 metri di altitudine tutto diventa più difficile, ma mettendo a frutto l’esperienza di 100 anni di sfruttamento geotermico di Larderello, siamo riusciti a generare energia elettrica sostenibile e pulita per lo sviluppo della popolazione , a zero emissioni e zero rumore” Simone Villani è “ l’ostetrica” che ha fatto entrare in servizio a fine marzo la centrale geotermica dell’Enel nel deserto di Atacama sull’altopiano andino, in Cile, al confine con la Bolivia. La città più vicina, a 150 chilometri, è  Villani è un ingegnere abituato alle sfide, ha avviato impianti in Canada, El Salvador, Messico e nella Foresta Amazzonica “ma Questa volta è diverso”.  Forse perché è una centrale quasi sul tetto del mondo tra lama e vigogne. Il ceo dell’Enel Francesco Starace, l’ha definito “L’impianto dei record: il primo geotermico in America del Sud, il primo a ciclo binario dell’area, il più alto del mondo”. (…) “Stiamo completando la perforazione dell’ultimo di otto pozzi, – racconta Martino Pasti, responsabile della centrale di Cerro Pabellon – sei sono di produzione, e due per la ri-iniezione del vapore condensato, così restituiamo al bacino geotermico la totalità del fluido estratto, assicurando la disponibilità della risorsa nel lungo termine, con un’alta sostenibilità ambientale. La centrale avrà due unità , la prima è entrata in servizio il 31 marzo scorso, la seconda partirà nella seconda metà dell’anno” A regime produrrà circa 340GWh all’anno, equivalenti al fabbisogno di consumo di quasi 165.000 famiglie cilene. “Abbiamo anche  realizzato una linea elettrica ad alta tensionedi 85 chilometri, -spiega Walter Moro, alla guida di Chile Renewable Energies – che collega l’impianto alla rete di trasmissione. “La linea attraversa i territori di sei comunità indigene. “Abbiamo avuto un ottimo rapporto e nessuna reale difficoltà con le comunità locali – ha riconosciuto Starace – Abbiamo fatto un lungo lavoro con le persone  che abitano la zona” Sono state coinvolte nel progetto attraverso il sostegno alla formazione di mini imprese locali, il supporto allo sviluppo e la donazione dell’accampamento”: Corriere della Sera, 30 maggio 2017, pag. 31 economia)

Riflessioni
Sono molti gli aspetti che richiederebbero un commento, anche  se i testi selezionati contengono quasi sempre i dati e le conoscenze atte a suscitare dubbi o stimolare ulteriori approfondimenti. E non possiamo neanche limitarci ad un’ottica strettamente ambientale. Un testo che sembra essenziale per modificare le percezioni di tutti gli esseri umani riguarda i meccanismi globali e gli andamenti stagionali. Fino a qualche anno fa era d’obbligo specificare che una cosa erano i fenomeni delle variazioni climatiche , individuabili su periodi di tempo superiori a cinque anni, e altra l’alternarsi delle stagioni. Oggi evidentemente la situazione si è aggravata a tal punto che il riscaldamento globale incide in molti paesi, compreso il nostro, anche sul succedersi delle stagioni, ormai non più “normale”. Ancora, sembra siano aumentate in Italia le denunce di danni ambientali: gli eventi negativi avvenivano anche prima , ma oggi forse non vengono più trascurati, magari solo in termini di percezione diffusa, se non di interventi pubblici tempestivi e risolutivi. Un terzo commento riguarda il nucleare , in particolare ciò che sta avvenendo in Svizzera e in Francia. E’ evidente che non è possibile chiudere una centrale nucleare come se fosse un negozio senza licenza, però almeno in Svizzera la popolazione ha deciso la chiusura mentre in Francia i rischi diventano sempre più elevati e non è ancora all’orizzonte alcuna politica pubblica volta ad affrontare il problema della transizione verso fonti energetiche non dannose per l’ambiente. Alcuni articoli riguardano il cibo, e dovrebbero essere letti da tutti con molta attenzione: anche se sembrano riferirsi a paesi lontani, le politiche aziendali sono sempre le stesse e i “veleni nel piatto” stanno aumentando, mentre etichette e pubblicità non si occupano minimamente della salute dei consumatori. Infine, abbiamo inserito due notizie per le quali non è facile cogliere i nessi con l’ambiente : l’esistenza di un dark web completamente nascosto e inaccessibile, di grandi dimensioni e dove si svolgono attività criminali di varia natura, l’esistenza di attività finanziarie di grandi dimensioni che si svolgono di fatto fuori di qualunque regolamentazione pubblica. Il motivo di questo “fuori onda”?. Siamo preoccupati per il fatto che mentre lavoriamo duramente per far emergere la gravità dei danni ambientali, che il sistema economico ancora nega o cancella, parti consistenti dei meccanismi di accumulazione dei profitti  si svolgono al di fuori di ogni possibilità di controllo e con la massima indifferenza per le minacce effettive che gravano sull’umanità.