martedì 23 maggio 2017

Non trovo lavoro perché sono brutta

Sono una lettrice del Corriere, in particolare il sabato perché mi piace «Io donna», e arrivo a elemosinare due euro per concedermi il lusso di comprarlo. Ho 42 anni, una laurea nel cassetto, sono disoccupata dal 2012.
Il punto è che sono brutta. Ho un viso orribile, deformato dal forcipe con cui mi hanno presa dal grembo di mia madre, ultima di dieci figlie. Un viso che ai colloqui scartano; perché in questo mondo sembra ci sia posto solo per l’esteriorità. Ho esperienza da vendere, idee, e invece guardo mia madre ottantenne e sento solo un senso di vergogna per essere per lei ancora un pensiero e non una gioia. Tante volte ho pensato di farla finita, ma amo maledettamente e paradossalmente la vita, anche se mi ha sempre presa a calci.
Scrivo al Corriere perché vorrei meritare una dignità lavorativa. Perché avrei bisogno, essendo una persona onesta e vera, di non elemosinare due euro per un giornale, ma uscire a testa alta e poterlo comprare. Non è l’Italia, Paese di cui sono orgogliosa, è la gente che vive di pochezza che rovina il mondo.
Con fatica ho comprato molti libri, sono la mia salvezza. Ora dovrei venderli, ora che tra un po’ i due euro mi serviranno per un pezzo di pane. «Sei bella dentro Francé», mi dicono, ma intanto fuori le prese in giro sono coltelli per la mia anima. Anni di volontariato, studi di filosofia... la sofferenza che ti spinge ad andare sempre dove gli altri non arrivano...
Voglio un lavoro. Lo merito, lo merita la mia dignità di persona onesta e leale.
Francesca

mercoledì 17 maggio 2017

Henderson Island: il paradiso della plastica



Per gli scienziati marini che sono sbarcati sulle sue spiagge (fa parte dell'arcipelago Pitcairn dal 1902) è la peggiore dimostrazione di come il comportamento umano possa rovinare un delicato ecosistema. Su quell'isola ci sono infatti 18 tonnellate di plastica, una catastrofe prodotta "anno dopo anno" spiegano i ricercatori della University of Tasmania e Royal Society del Regno Unito che l'hanno visitata. Su quelle spiagge si contano 38 milioni di detriti lasciati dall'uomo: ogni metro quadrato di Henderson ha tra 20 e 670 pezzi di plastica sulla superficie e tra 50 e 4.500 pezzi sepolti poco sotto. La stima è che ogni giorno 3.750 componenti di nuovi rifiuti si accumulino sull'isola con un tasso 100mila volte maggiore rispetto a quello di altri luoghi del pianeta, anche per una questione di correnti.
Quasi trenta anni fa, nel 1988, Henderson - eden per uccelli e terra "pura" ricca di fosfato - fu inserita nella lista dei Patrimoni dell'umanità Unesco. Cinico destino, oggi l'uomo l'ha praticamente uccisa…
…"Sulle spiagge abbiamo trovato bottiglie dalla Germania, contenitori provenienti dal Canada o dalla Nuova Zelanda e tanto altro. Questo ci dice che abbiamo tutti una responsabilità per ciò che sta accadendo. Se in una delle isole più remote e considerate più incontaminate al mondo registriamo questi valori, significa che ormai tutti gli angoli del globo sono già influenzati". Ci sono le tracce di prodotti provenienti da almeno 24 paesi e da tutti e cinque i continenti.
Secondo gli scienziati dovrebbero essere proprio queste isole remote e lo studio dei loro animali a fare da sentinelle per la salute dell'ecosistema marino: "Filtrano l'oceano: se la più inquinata è una delle isole più lontane, questo ci dà l'idea della portata del problema". 
Uno scempio a cui i ricercatori chiedono di reagire immediatamente "Pulire non è più una opzione. L'immondizia totale di Henderson rappresenta solo 2 secondi della produzione totale di plastica del mondo (aumentata di 180 volte negli ultimi 60 anni, ndr). I governi di tutto il mondo devono intervenire con urgenza per ridurre la quantità di questo materiale. Non possiamo più aspettare solo la scienza e i dati, dobbiamo intervenire adesso o sarà troppo tardi".



martedì 16 maggio 2017

Marijuana, Big Tobacco del XXI secolo: il grande business della legalizzazione - Maurizio Ricci



Ne parlano di più - e spesso con entusiasmo - magistrati e poliziotti che industriali e consumatori. Anche in questi giorni, in cui il dibattito in Italia si è riacceso, l'attenzione rimbalza fra commissariati, tribunali e carceri. Ma la legalizzazione della marijuana è molto di più. C'è chi dice che sarà la Big Tobacco del XXI secolo e chi spia, nei segnali che vengono dai paesi in cui la vendita è già legale, la sopravvivenza della cultura libertaria a cui l'hanno associata i baby boomers. In ogni caso, è un boom in attesa di esplodere.

La mutazione genetica del commercio di una droga, ancora ieri, messa al bando, però, è già iniziata. Come quella dei suoi protagonisti. Niente a che vedere con personaggi coloriti e sinistri, come El Chapo. Qui sono tutte persone serissime, molto rispettabili. C'è un medico inglese, che ha dedicato tutta la vita alla ricerca. Un miliardario indiano, pur molto chiacchierato per le sue scorrerie finanziarie. Due canadesi: un piccolo genio dell'elettricità e il presidente di una società di pattinaggio. E un americano di Boston, finito nel gruppo per aiutare un amico. Nessuno di loro accetterebbe di essere definito un boss. Sono i presidenti, fondatori, leader di società quotate in Borsa anche per miliardi di dollari, in testa alle classifiche di chi smercia e tratta, in modo assolutamente legale, marijuana. Se
mai ci sarà, sulle orme di Big Tobacco, una Big Maria, o Big Pot, come la chiamano gli americani, i protagonisti bisognerà cominciare a cercarli qui.

Il più grosso è Geoffrey Guy, il medico inglese alla testa di Gw Pharmaceuticals, che in Borsa vale quasi 3 miliardi di dollari, secondo la classifica stilata da Viridian Capital Advisors. Poi c'è il canadese Bruce Linton, quello della società di pattinaggio, che guida Canopy Growth, quasi 800 milioni di dollari (Usa) di capitalizzazione alla Borsa di Toronto. Il terzo è il miliardario indiano John Kapoor, fino a pochi mesi fa ufficialmente alla guida di Insys Therapeutics, 664 miliardi di dollari di valore in Borsa. E un altro canadese, Terry Booth, una lunga esperienza nell'elettricità e nel software e ora alla guida di Aurora Cannabis, 433 miliardi di dollari (Usa) di capitalizzazione alla Borsa di Toronto. Il più rampante e il più ambizioso, però, è l'ultimo arrivato, Tim Keogh, un allampanato bostoniano, che, frustrato per non essere riuscito ad aiutare con la terapia antidolore un amico malato, ha creato AmeriCann.

Nel mondo anglosassone lo chiamano il "cannabusiness". Non solo è in Borsa: gli hedge fund fiutano l'affare. Tribeca, il fondo che nel 2016 ha battuto, come rendimento, tutti gli altri al mondo, ha appena investito in Cann Group, coltivatore australiano di marijuana. E, se volete le notizie sul web il Marijuana Business Daily segue il settore a ciclo continuo. Naturalmente, bisogna fare distinzioni: se uno dicesse a Geoffrey Guy che tratta "erba" storcerebbe il naso e forse firmerebbe una querela. Perché queste società esistono, sono legali, stanno sul mercato in quanto i loro prodotti hanno un uso medico, fino ad un attimo fa l'unico consentito. Sia le medicine antiepilessia di Guy, che quelle per i malati di tumore e di Aids di Kapoor si basano su marijuana priva di componenti psicoattivi: è inutile provare a fumare l'Epidiolex o il Syndros. Ed è possibile che Gw o Insys restino nel mercato medico. Ma gli altri si stanno preparando a cavalcare un'onda di consumi. Siamo all'anno zero.

Fra il 2017 e il 2018, fumare marijuana per lo sfizio di fumare marijuana diventerà legale, sia pure con norme assai diverse, per centinaia di milioni di persone: dall'Uruguay, al Canada, a metà Stati Uniti. L'Uruguay l'ha legalizzata da anni, ma solo da luglio la si potrà comprare in farmacia. Sarà un mercato regolato in modo assai stretto, almeno nelle intenzioni. Prezzo fisso (1,30 dollari a grammo), quantità razionata (10 grammi a settimana), qualità garantita (componente psicoattiva fra il 3,3 e l'11%). In Canada, la legalizzazione partirà un anno dopo: chiunque sia maggiorenne potrà comprare marijuana a uso ricreativo nei negozi di liquori o altri negozi specializzati, secondo regole dettate a livello statale. Negli Usa, i referendum che hanno accompagnato l'elezione di Trump hanno fatto scattare una legalizzazione a largo raggio, scadenzata secondo i diversi Stati. Il più grosso, la California, aprirà la vendita nell'estate 2018. Il paradosso è che la marijuana resta proibita a livello federale, ma metà degli Stati ha deciso di autorizzarne la vendita e l'uso.

Non si parla di Big Maria per caso. In Canada, gli esperti calcolano che il mercato legale farà sparire 7,5 miliardi di dollari dalle tasche del crimine organizzato. Nel 2015, il giro d'affari della marijuana medica in California è stato appena inferiore ai 3 miliardi di dollari. Secondo la società di ricerche Arcview, il fatturato dell'erba legale in tutti gli Usa è stato di 7 miliardi. Con la legalizzazione a tappeto, ci si aspetta una impennata: 22 miliardi di dollari nel 2020, 50 miliardi nel 2026. Metà del giro d'affari americano delle sigarette di Big Tobacco. E i protagonisti si attrezzano. Canopy Growth, la società di Bruce Linton, produce nella sua serra grande quanto otto campi da calcio, vicino alle cascate del Niagara, più marijuana di chiunque altro. I concorrenti di Aurora Cannabis, l'azienda di Terry Booth, stanno costruendo, però, una serra grande il doppio, 16 campi da football, dentro l'aeroporto di Edmonton, nell'Alberta. Produrrà 100 tonnellate di erba l'anno. Ma è qui che entrano in gioco Tim Keogh e AmeriCann. Sempre di serre, data la latitudine, si parla, ma la megaserra in costruzione nel Massachussetts è un quarto più di Edmonton, 20 campi da football. Quella annunciata da GFarms in California, dieci volte più piccola, è quasi una minimpianto. Questo gigantismo è il prologo della nascita di un oligopolio della marijuana, poche grandi aziende unite in un patto di ferro, come Big Pharma o Big Tobacco, Big Maria, appunto? Secondo John Hudak e Jonathan Rauch che, al tema, hanno dedicato un apposito studio per l'autorevole Brookings Institution ("Worry about bad marijuana - not dollari. Applicando lo stesso parametro all'Italia, dove, dallo scorso luglio, il progetto di legalizzazione della marijuana è in Parlamento, si arriva a circa 7 milioni di potenziali fumatori. In buona misura, adolescenti. Per scoraggiare i più giovani, dicono Jacobi e Sovinsky, bisognerebbe quadruplicare il prezzo con le tasse. Ma in Italia, la marijuana legale a 40 euro al grammo significherebbe ridare spazio al mercato nero. Da questo punto di vista, il parametro più difficile da individuare, nel dossier della marijuana legale, è proprio il prezzo: troppo alto riapre il mercato ai criminali, troppo basso rischia di favorire l'uso da parte dei consumatori più deboli. Ma il prezzo è l'elemento chiave del dossier anche perché dipende dalle tasse: la legalizzazione, per il fisco, è un affare non da poco. Negli Usa come in Italia. Ipotizzando una tassa del 25 per cento (quella americana, non il 75 per cento che in Italia si applica ad alcool e tabacco) il fisco italiano incasserebbe fra mezzo miliardo di euro e un miliardo e mezzo. A cui, però, bisogna aggiungere, sottolineano gli economisti favorevoli alla liberalizzazione, i risparmi nelle operazioni di polizia contro la criminalità e, soprattutto, lo svuotamento delle carceri, dove oggi, un terzo dei detenuti è costituito da spacciatori. Il risparmio, per l'Italia, secondo gli studiosi, sarebbe fra 1,5 e 2 miliardi di euro l'anno. Big Marijuana") non è una ipotesi credibile. Il mercato farmaceutico è regolato in modo rigido dalle agenzie governative con cicli di investimento fra ricerca, brevetto, esaurimento del brevetto, finanziariamente assai costosi. Un'occhiuta vigilanza pubblica sui prodotti è improponibile per la marijuana a uso ricreativo. Ma Hudak e Rauch non credono neanche che possa affermarsi il modello di business di Big Tobacco: troppo diversificata l'offerta (dalla serra a chilometri zero alla farmacia all'azienda media a quella grandissima) per consentire il consolidamento in due-tre giganti come per le sigarette. A meno che non si vada verso regolamentazioni e controlli troppo stretti - che, aumentando le barriere all'entrata favoriscono le concentrazioni - il panorama della marijuana, dicono con qualche ottimismo i due studiosi, sarà largamente decentrato, come decentrata Stato per Stato è la normativa che sta entrando in vigore…

Por tu bien - Icíar Bollaín

lunedì 15 maggio 2017

costo di mamma

Il sorriso restituito da un figlio ripaga da ogni sacrificio, ma se una mamma dovesse batter cassa per tutte le cose che riesce a fare durante una giornata avrebbe uno stipendio doppio rispetto alla media italiana. Secondo il portale ProntoPro.it, lo stipendio delle madri, se il loro lavoro fosse retribuito, arriverebbe alla bellezza di 3.045 euro netti al mese.
Il portale che offre preventivi per i lavori di professionisti, ha preso in considerazione tutte le attività svolte dentro e fuori casa, "con le relative paghe orarie riconosciute a chi esercita i diversi mestieri al di fuori della famiglia, come lavoratore professionista. È emerso che lo stipendio mensile medio sarebbe pari a quello di chi ricopre cariche manageriali, di medici specializzati e di liberi professionisti".
Con un po' di ironia, si può immaginare una mamma in azione dalle prime ore del giorno con il ruolo di autista privato, richiesto per accompagnare i propri bambini a scuola, in piscina o dagli amici: la retribuzione oraria media per questa professione è pari a 13 euro l'ora…

domenica 14 maggio 2017

Alla fine, a Cagliari, i fenicotteri sconfiggeranno i massoni - Giorgio Todde



Un giornalista di vero talento, Alberto Statera, inventò per Cagliari un definizione eterna. La chiamò città delle tre EmmeMassoneriaMedici e Mattone. Logge, ospedali e imprese formicolano di figli della vedova.
Invece, un medico massone che riuniva in sé le tre Emme, in disaccordo con la definizione di Statera, affermò che Cagliari era la città del sole, del mare e dei fenicotteri.
E ha avuto ragione perché oggi i fenicotteri sono molto più numerosi dei massoni, dei medici e dei costruttori.
Dice Vincenzo Tiana, parroco dello stagno di Molentargius e ostetrico dei fenicotteri, che l’ultimo censimento conta quarantamila esemplari adulti e diecimila pulli. Insomma, anche contando i pulli di medici e massoni, oggi stravincono i fenicotteri.
Però nella nostra città non è sempre stato così.
Quando Helmar Schenk – lo zoologo tedesco che riuscì a far nidificare i fenicotteri al Molentargius e che lasciò la Germania perché là gli alberi erano troppo dritti – iniziò la sua impresa i fenicotteri erano ridotti a pochi esemplari. Allora il popolo dei fenicotteri era inferiore a quello dei massoni che intanto si moltiplicavano secondo le leggi della natura.
Ma Schenk ebbe la meglio e così oggi a Cagliari, naso all’insù, al tramonto si vedono bellissimi stormi di fenicotteri che vanno da uno stagno all’altro. Uno spettacolo che vale il viaggio.
Quel medico aveva ragione e oggi ci sono molti più fenicotteri che massoni. Ma i massoni continuano a nidificare in città. E pure loro valgono un viaggio per vederli quando anch’essi si radunano in stormi la sera.
Che la città nuova abbia la forma di oggi è anche demerito loro, nel senso che la forma illogica dei nuovi quartieri, delle periferie e dell’hinterland è stata in parte decisa dalle Emme che dal dopoguerra in poi hanno inciso profondamente nel governo dei luoghi.
La saldatura delle tre Emme con i governi che si succedevano è difficile da mettere in discussione e la definizione di Statera non è mai stata “smontata”. Ma tante, forse più dei fenicotteri, sono le menti massoniche.
Una mente massonica non ha l’obbligo di iscrizione. E si può essere massoni, fare parte dello stormo, senza essere un adepto del Grande Oriente.
Si è massoni di fatto se si concepiscono i rapporti tra esseri umani, governi e blocchi sociali come rapporti basati sull’affiliazione.
Insomma, si è affermato un sentire massonico fondato sull’appartenenza, su una visione iniziatica del gruppo, sul riconoscimento tra simili, sul “è dei nostri”, sul “gli parlo”, un sentimento talmente infiltrante che pochi possono affermare di esserne esenti. Un sentire, oltretutto, prevalentemente maschile, da spogliatoio dopo calcetto, dove i maschi si incontrano a parlare di roba da maschi.
Il collante è nella tendenza alla confraternita, alla congregazione, sino alla setta. L’esigenza tranquillizzante di appartenere a qualche comunità.
Quando nel rapporto non è importante l’argomento discusso, l’oggetto del ragionare – comunemente chiamato il merito dei fatti – allora diventa fondamentale, appunto, l’appartenenza a un gruppo, a una rete. Ci si riconosce come esemplari della medesima specie attraverso segni, riti e princìpi che precedono la sostanza, il significato delle cose e perfino l’uso della ragione.
Affiliazione, dunque. Non ragionamento. Prima di tutto riconoscimento.
Una roba ancestrale, istintiva. E’ il paleo-cervello, quello delle emozioni, che entra in gioco.
L’opposto della relazione, forma evoluta dei rapporti sociali, attività della corteccia cerebrale. La relazione si sostiene attraverso il ragionamento, senza forme preconcette di accettazione.
Quest’anima massonica è ubiquitaria e può manifestarsi in ogni forma associativa, nei partiti, nelle sette religiose, nei circoli, in ogni confraternita. Ha causato e causa danno nella gradazione del progresso sociale. Lo blocca, lo mummifica, lo priva di una reale parità, di dinamismo, di complessità, amputa la democrazia vera perché crea di fatto un’oligarchia molesta, fondata, lo ripetiamo, sull’affiliazione.
Però la speranza che la capacità di stabilire relazioni prevalga sul sentimento di appartenenza è ancora viva. E molti, tra mille difficoltà e nonostante l’intreccio tra affiliati di ogni risma, riescono mantenere il filo della relazione libera, fondata su ragionamento e critica.
Sarà un processo lento, un’emancipazione faticosa, ma un giorno, finalmente, potremo vedere nel cielo della nostra città solo stormi di fenicotteri.

venerdì 12 maggio 2017

Crolla tunnel sotterraneo in ex fabbrica di plutonio piena di materiale radioattivo - Maria Rita D’Orsogna

Chissà perché certe notizie non sono interessanti, oppure sono troppo interessanti e scomode a chi tira i fili delle decisioni in Italia (e in un paese in cui l’Agenzia Giornalistica Italiana è per il 100 per cento nelle mani dell’Eni, uno ha da pensare…). Il 10 maggio la notizia era un po’ dappertutto sulla cronaca statunitense. Un sito nucleare a Richland, nello stato di Washington e chiamato Hanford Nuclear Reservation, ha visto un tunnel collassare mentre che era pieno di materiale radioattivo proveniente da un sito in cui si processava il plutonio. Erano rifiuti nucleari e radioattivi.
In migliaia sono dovuti scappare (qui lavorano 4.800 persone…). E come poteva essere altrimenti! Molti sono rimasti a casa anche il giorno dopo l’incidente. Non ci sono segnali di rilasci di radiazione nucleare, ma gli esperti indagano ancora usando macchinari che possono fare monitoraggio radioattivo da soli, senza l’intervento dell’uomo. È stato interdetto il transito degli aeroplani in un area di circa mille e cinquecento chilometri quadrati.

Ad Hanford si produceva plutonio per armi, dal 1943 fino alla metà degli anni Ottanta. Il plutonio della bomba di Nagasaki è stato fatto qui, presso il Plutonium Uranium Extraction Plant, anche noto come Purex. Il sito è stato poi dismesso, ed oggi è ancora contaminato: ci lavorano ancora centinaia di persone per completare la bonifica che si pensa sarà conclusa nel … 2060!
Martedì 9 maggio, alcuni lavoratori hanno visto della terra semi-sprofondata. Ed è arrivata l’emergenza. Circa otto metri di tunnel sotterraneo erano collassati.
Quello che c’è a Hartford, per quanto monitorato, sorvegliato, studiato nei minimi dettagli e aggiornato è pur sempre un relitto di un’altra era. Non sappiamo bene come gestire questi impianti di altri tempi perché non ci sono punti di riferimento. Cosa fare? Quanto terranno le infrastrutture? Dove mettere tutto quello che resta?
L’edificio in questione si estendeva per dieci metri sottoterra ed era chiuso da venti anni. È pure fortemente inquinato. Nella zona ci sono ben 177 siti di stoccaggio di rifiuti nucleari degli anni 1940.
E in Italia? Siamo sicuri che tutti i buchi fatti per il petrolio dell’era post guerra non perdano? Siamo certi che tutte le piattaforme sotto la superficie del mare non lo stanno contaminando con perdite più o meno grandi? E quello che costruiamo adesso? Siamo assolutamente sicuri che quello che facciamo al sottosuolo non stia stuzzicando le faglie sismiche? Quanti “rifiuti” ha riversato l’Eni in giro per l’Italia?
Non è meglio un pannello solare sulle case di tutti?

mercoledì 10 maggio 2017

Dalla Germania 40 milioni per ampliare la fabbrica di bombe di Domusnovas - Piero Loi



Mentre nell’Isola si discute dell’ampliamento della Rwm Italiaa Berlino si tiene l’annuale assemblea degli azionisti della Rheinmetall, il colosso tedesco degli armamenti che controlla la società attiva in Sardegna. Proprio da Berlino, grazie alla Fondazione Finanza Etica di Banca Etica, intervenuta all’assemblea con il giornalista-ricercatore Mauro Meggiolaro, arrivano notizie sull’ampliamento degli stabilimenti dell’Iglesiente in cui vengono prodotte le bombe utilizzate dai sauditi nella guerra dello Yemen. Il ceo della Rheinmetall Armin Pappenger ha, infatti, dichiarato che sono previsti “15-20 milioni nel 2017 e altrettanti nel 2018 per l’ampliamento della fabbrica di Domusnovas-Iglesias”.
Insomma, circa 40 milioni di euro in due anni per far fronte alle sempre più ingenti commesse ottenute dalla Rwm Italia. L’ultima delle quali – già autorizzata dal governo italiano – ammonta a 411 milioni, come si evince dall’ultima Relazione annuale in materia di armamenti depositata in parlamento dalla Presidenza del Consiglio dei ministri a fine aprile. Una cifra record, che ha fatto balzare la Rwm Italia al terzo posto tra le aziende italiane del settore della Difesa per valore delle autorizzazioni rilasciate nel 2016 dal governo. Dell’ordine si conosce la quantità di armamenti richiesti: poco meno di 20mila bombe (tra Mk82, 83 e 84) e la provenienza geografica del committente, che – stando alla relazione annuale della stessa Rheinmetall – appartiene alla regione denominata MENA (Middle East – North Africa). Ma non è dato sapere di quale stato si tratti. Visto il consolidato rapporto commerciale tra Rwm e sauditi, quelle bombe potrebbero essere destinate proprio alla monarchia degli Al Saud. A precisa domanda di Meggiolaro, il ceo Pappenger risponde: “Non possiamo dire se le bombe prodotte in Sardegna andranno ai sauditi”.
L’assemblea degli azionisti Rheinmetall fa emergere anche un’altra notizia: esisterebbe un progetto per la realizzazione di una fabbrica di munizioni targata Rwm Italia in Egitto. A rivelarlo è sempre Pappenger, che ha precisato: siamo ancora a livello di discussioni preliminari.
Le dichiarazioni di Pappenger vengono definite incredibili dal senatore M5s Roberto Cotti: “Per questi signori l’azienda, con la produzione di bombe in Sardegna, risponde ai bisogni essenziali delle persone. E, infatti, hanno precisato: ‘esportiamo dall’Italia perché i sauditi ci chiedono proprio quelle bombe’. Ma quali persone? Forse le migliaia di vittime civili yemenite che hanno perso la vita a causa dei bombardamenti dell’Arabia Saudita?”.
Anche Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana Disarmo interviene sull’assemblea degli azionisti Rheinmetall: “Come dimostrato dal “Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen”, trasmesso il 27 gennaio scorso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, le bombe esportate ai sauditi sono utilizzate per bombardare lo Yemen, in una guerra che non ha alcuna legittimazione dal punto di vista del diritto internazionale e che ha generato oltre seimila morti tra i civili, di cui mille bambini”.

martedì 9 maggio 2017

Sardegna sempre più anziana, nel 2050 il 40% sarà over 65



Sardegna sempre più avanti con gli anni: nel 2050 il 40% dei residenti avrà oltre 65 anni. Sono le previsioni di Anap Pensionati Confartigianato sui dati Istat. Fra 33 anni la popolazione passerà dagli attuali 1.658.138 abitanti a 1.365.896. In questo stesso arco di tempo gli over 65 saliranno dai 366.681 di oggi a oltre 553.070 mila (incidendo per il 40,5% del totale). L’aumento sarà di circa 186.389 unità. Sulla base di queste previsioni demografiche l’età media nell’Isola si alzerà dai 46 ai 54,1 anni, contro una media italiana (prevista) di 50,1 anni. Attualmente la Sardegna registra una delle età medie più alte in Italia (a livello nazionale è di 44,7 anni): la prima è la Liguria con 48,7, seguita da Friuli-Venezia Giulia (46,9) e Toscana (46,5). Quella più ‘giovane’ è la Campania con 42,1 anni
. A livello provinciale l’età media più alta si trova a Carbonia-Iglesias e a Oristano con 47,2 anni; segue il Medio Campidano con 46,5 e Nuoro con 45,7. La provincia con più over 65 è Oristano con il 24,8% di anziani, cioè 40.134 persone. Segue Carbonia-Iglesias con il 23,8% (30.252 anziani) e il Medio Campidano con il 23,4% (23.449 anziani). A livello nazionale guida Savona (28,7%) seguita da Trieste (28,6%) e Genova (28,4%). “I dati ci mostrano una situazione di progressivo invecchiamento della popolazione sarda – sottolinea Paola Montis, presidente Anap Pensionati Confartigianato – accompagnata anche da una crescita dell’incidenza delle demenze senili e delle disabilità”. Le strategie: “Per questo – precisa Montis – è sempre più necessario sostenere e accompagnare, attraverso percorsi studiati ad hoc non solo coloro che sono affetti in prima persona da disturbi cognitivi, ma anche chi si occupa quotidianamente della loro assistenza, a partire dai familiari”.

piccole muraglie italiane

"I sassi sono come gli uomini. Tutti possono essere buoni. Basta saperli vedere: allora te lo dicono loro in quale posto devono stare". Carmelo Brugnara ha 71 anni e fa vino a "Maso Spedenàl", in val di Cembra. Da quasi sei decenni costruisce muri a secco per evitare che le vigne, aggrappate alla montagna trentina, vengano giù. Ha cominciato a tenere su il mondo da bambino perché è nato in un luogo "dove c'è sempre stato niente di tutto". "Per mangiare - dice - devi prima fare pulizia. Togli i sassi dalla terra e li metti in ordine per non perderla. La posizione delle cose: è questa, da sempre, che decide chi ce la fa e chi no". Non ha mai aperto un libro ma ha ascoltato molto suo padre, che prima guardava il suo. Così è andato a occhio e solo oggi si rende conto di aver costruito decine di chilometri di muri a secco, disegnando uno dei paesaggi rurali più straordinari del pianeta. È un'anonima ma irripetibile opera d'arte, cruciale sia per il paesaggio che per l'economia delle Alpi.

Non è un reperto da museo. I muretti costruiti con i sassi, dal Giappone alla Gran Bretagna, dall'Himalaya alle Ande, dopo i decenni dell'abbandono rivivono un'insperata stagione di consapevolezza collettiva. "All'improvviso - dice il regista Michele Trentini, che sabato prossimo presenterà il documentario "Uomini e pietre" - anche i ragazzi capiscono che la bellezza conta. Anzi: che è decisiva per il destino di ogni comunità". Cipro, Grecia, Italia, Francia, Svizzera e Spagna a fine aprile hanno candidato la "tecnica dei muretti a secco in agricoltura" a patrimonio immateriale dell'umanità tutelato dall'Unesco. Il sì italiano è teso a salvare i terrazzamenti e le millenarie barriere di divisione che segnano il profilo naturale del Paese: in Liguria e nel Salento, lungo la costiera di Amalfi e sull'Etna, a Pantelleria e in Toscana, su tutto l'arco alpino e nel cuore dell'Appennino. Questo tesoro sembrava consegnato alla rovina e alla nostalgia. Contadini, architetti, imprenditori, scienziati e promotori del turismo, lo rilanciano in tutto il mondo quale modello avanzato di uno sviluppo nuovo, capace di generare lavoro e ricchezza senza consumare la natura. La commissione Unesco visiterà i muretti a secco italiani fino all'anno prossimo, la decisione di accoglierli tra i beni essenziali della civiltà è fissata per il 2019…

sabato 6 maggio 2017

Galera a chi ripopola il deserto - Andrea Ortu

Proprio così: quattro anni di carcere a testa e circa 30 mila euro di multa in totale per i sei giovani madrileni che si sono messi in testa ripopolare i ruderi di un villaggio demolito ed abbandonato nel 1968. È la pena che, con tutta probabilità, cadrà sulle spalle dei sei infrattori della legge, denunciati direttamente dalla Giunta di Castilla-La Mancha con l’accusa di aver occupato un suolo pubblico senza autorizzazione, di averne cambiato la destinazione d’uso generando cubature edilizie – che, dopo il verdetto, dovranno essere smantellate e smaltite a spese loro, – di aver violato, in sintesi, gli stretti vincoli che incombono sul parco naturale sul quale sorgevano le rovine di Fraguas, questo il nome del borgo abbandonato in provincia di Guadalajara (nella foto).
Se la legge fosse uguale per tutti, tutti noi ci dovremmo indignare di fronte a tale scempio ai danni della natura, e per l’affronto sfacciato alle regole del vivere civile che lo Stato deve garantire. Ma, in Spagna come altrove, la legge è uguale per nessuno, cioè diversa per tutti, perché fa le bizze, è volubile e si posiziona in base al portafogli e al peso politico di chi ne è soggetto.
Dunque, se cambia la destinazione d’uso di un terreno da agricolo ad urbanistico, e poi risulta che quel terreno appartiene ad una banca o al politico di turno, la legge non interviene. Come non interviene quando si costruiscono grattacieli in riva al mare (vedi Benidorm o moltissime altre realtà della costa iberica), mentre sì lo fa se ad alzare (nel rispetto delle tecniche e dei materiali tradizionali) un tetto su un rudere di 20 metri quadri, per giunta già esistente, sono sei figli di nessuno in fuga dalla città.
Certo, ma è una riserva naturale, e la legge dice che non ci puoi piantare le patate, però sì ci puoi far entrare le motoseghe e la dinamite per estrarne legna, permettere esercitazioni militari o anche lasciare libertà ai cacciatori di sfogarvisi con cani e doppiette. Questo dice.
Ma la cosa più assurda di tutte è che la provincia di Guadalajara, insieme a tante altre zone della Spagna interna, sono considerate dei veri e propri deserti demografici, estesissime aree con tassi di popolazione inferiori a quelli della Lapponia, per intenderci, cioè con meno di 8 abitanti per kilometro quadrato. E per far fronte a questa desolazione antropica, provando disperatamente ad invertirne la tendenza, fioccano iniziative multimilionarie finanziate dall’Unione Europea e dalla stessa Giunta di Castilla-La Mancha, con programmi di ripopolamento di villaggi abbandonati, affidamento gratuito o quasi di terreni per uso agricolo, facilitazione di interventi pubblici o privati col fine di ripristinare il vincolo che, fino a qualche decennio fa, teneva uniti uomini e natura.
In attesa del giorno del giudizio (che quando si tratta di comuni mortali arriva sempre puntuale, mentre se ad attenderlo sono i ricchi e i potenti accumula ritardi su ritardi o non arriva mai), Jaime, Isabel, Lalo, Juan, Josune e altri sovversivi invasori di Fraguas praticanti la pericolosa eresia dell’indipendenza alimentare ed energetica (non sarà mica questo che temono le istituzioni..?), cercano solidarietà su Change.org per chiedere alla Giunta di ritirare la denuncia. Con la mia, si è arrivati a depositare 61.719 firme.
E a queste si sono aggiunte le firme di Isidro, Rafa e Vicente, i più accaniti e motivati difensori delle ragioni dei ragazzi, tra i pochi superstiti che, mezzo secolo fa, vennero obbligati dal governo di Franco (a cambio di una misera ricompensa), ad abbandonare i luoghi della loro infanzia, case e campi che soltanto nei loro sogni sarebbero un giorno ritornati alla vita. Così come il piccolo cimitero di Fraguas dove, a distanza di cinquant’anni, sono riapparsi i fiori sulle lapidi dei suoi defunti abitanti, e dove la miopia delle istituzioni vuol far seccare i sogni e le speranze di chi ha osato confondere il legittimo con la legge.
Andrea Ortu
(Intervento pubblicato anche su https://quadernispagnoli.wordpress.com/ )
da qui

L’uomo che si vuole uccidere e i passanti che lo tengono stretto: l’umanità non è morta - Giulio Cavalli

A Londra degli sconosciuti hanno convinto un aspirante suicida a desistere dal gettarsi da un ponte. Poi sono stati quasi un’ora allacciati aspettando che arrivassero i soccorsi. Da sconosciuti a indispensabili, per non farsi vincere dalla disperazione.



La foto è stata pubblicata dal gruppo facebook Spotted Portsmouth ma siamo a Londra. Lunedì mattina. L'uomo sul bordo del ponte aveva deciso di suicidarsi, gettandosi, ma è stato intercettato da alcuni passanti che l'hanno convinto a desistere. In quei momenti in cui l'istinto suicida decide di fare un' inversione a u e tornare sui suoi passi scattano meccanismi troppo complessi per starci dentro una generalizzazione e di lui, di quell'uomo ad un passo dall'abisso, in tutti i sensi, non sappiamo nemmeno il nome.

Quello che sappiamo è che dopo averlo salvato sono rimasti lì, con lui, ad aspettare per quasi un'ora ad aspettare che arrivassero i soccorsi. Guardateli: un gruppo di perfetti sconosciuti avvinghiato a un uomo che si tiene sul bordo delle sue disperazioni. E quello che colpisce, osservandoli, è la forza ostinata con cui si stringono come se avessero un milione di anni di cose da raccontarsi, secoli di familiarità. Dalla recinzione del ponte sbuca una mano che lo tiene addirittura per la cintura dei pantaloni, qualcuno rimane inginocchiato abbracciandogli i polpacci, in posizione di preghiera laica confidando che non arrivi il ripensamento di un ripensamento. Un altro lo abbraccia, mica per tenerlo, sussurrandogli qualcosa.

Le parole che sarebbero da scrivere qui sono quelle che si stanno scambiando sottovoce quei due. Le parole di due sconosciuti che in un istante diventano salvato e salvatore, sicuri di essere già una cicatrice che rimarrà, uno per l'altro, comunque vada a finire. Robert Green Ingersoll scrisse: «Le mani che aiutano sono più sante delle labbra che pregano». Quelle mani allacciate sono un inno alla vita.

Trattate le persone come se fossero ciò che dovrebbero essere e aiutatele a diventare ciò che sono capaci di essere.
Lo diceva Goethe e, di questi tempi, è da tenere bene a mente. Sempre in tasca.

venerdì 5 maggio 2017

la solita merda al sole


Lo Stakanov dei Rossomori tra Regione e Consorzi. Per mille euro al giorno - Pablo Sole
 21 dicembre 2016  
Pensava di potersi finalmente godere delle meritate vacanze. E invece no. Il 7 dicembre, nelle stesse ore in cui il suo assessore presentava dimissioni irrevocabili al presidente della Regione Francesco Pigliaru, il perito agrario Francesco Putzolu – fino ad allora addetto di Gabinetto di Elisabetta Falchi, in quota Rossomori – firmava un contratto di collaborazione con il Consorzio di bonifica della Sardegna meridionale. Per 16.700 euro. Ovvero poco meno di mille euro al giorno, visto che l’incarico è stato autorizzato fino a Capodanno. Potrà pure sembrare una cifra fuori mercato, ma va detto che sarà un lavoro snervante e al limite della resistenza umana, visto che Putzolu è pure un funzionario dell’assessorato regionale all’Agricoltura e dovrà prestare i suoi servigi al Consorzio “al di fuori del normale orario di servizio”, scrive il direttore generale dell’assessorato regionale al Personale Giuseppina Meddenel documento che dà il via libera alla collaborazione. Peraltro, il primo tentativo di cooptazione risale al maggio scorso ma non se ne fece nulla: bisognava informare i sindacati. Il passaggio è stato perfezionato a giugno e un mese dopo è stato chiesto il nullaosta agli uffici regionali, giunto il 18 novembre scorso. Infine, nel giorno delle dimissioni della Falchi, la firma tra l’ormai ex addetto di Gabinetto dell’assessore e il Consorzio.
L’avvocato e il consulente
Ad individuare Putzolu, politicamente impegnato coi Rossomori, è il commissario del Consorzio di bonifica Carlo Augusto Melis Costanominato per via diretta dalla giunta Pigliaru per coordinare la fusione dei consorzi della Sardegna meridionale, del Cixerri e del Basso Sulcis grazie al suo profilo “di alta professionalità”. Il compito però dev’essersi rivelato alquanto gravoso e dunque Melis Costa, che sulla carta ha a disposizione decine di dirigenti, ha chiesto aiuto a Putzolu. Senza alcuna selezione: “C’è urgenza”, scrive nei documenti, citando il nutrito curriculum del neo consulente. Forse memore del fatto che quest’ultimo, tra il 2014 e il 2015, è stato nominato sempre dalla giunta regionale commissario del Consorzio di bonifica del nord Sardegna su proposta dell’assessore Falchi, la stessa che poi chiamerà il funzionario/perito agrario nel suo staff. La scelta cade su Putzolu perché “come si evince dal curriculum, è in possesso dei necessari requisiti di qualificazione professionale”. Ed è proprio nella veste di commissario del Consorzio di bonifica del nord Sardegna che Putzolu, avendo urgente bisogno di un avvocato, si rivolge per via diretta ad un legale cagliaritano. Si chiama Carlo Augusto Melis Costa, che per quell’incarico incassa 5mila euro.
L’esperienza nei consorzi? Nove mesi. Grazie alla politica
Per Putzolu l’esperienza nel Logudoro – da maggio 2014 a febbraio 2015 – si rivela preziosa poche settimane fa, il 7 dicembre appunto, quando firma il contratto con Melis Costa in virtù “del curriculum e dell’esperienza maturata – si legge in delibera – nella gestione dei consorzi di bonifica”. Sarebbe interessante vederlo, questo curriculum. Solo che non si trova: nessuna traccia sul sito della Regione e nemmanco mezza riga sul portale del Consorzio di bonifica della Sardegna meridionale, che pure ha deciso di avvalersi della sua comprovata professionalità. Si sa però che in passato Putzolu si è occupato di: serre fotovoltaicheammodernamento delle imprese agricolevalorizzazione economica delle forestevalore aggiunto dei prodotti agricoli. “Ma alla fine degli anni ’90, su incarico dell’allora assessore regionale all’Agricoltura Antonello Paba, ho lavorato al Consorzio di bonifica della Sardegna meridionale”, puntualizza Putzolu.
Una questione di opportunità
Certo è che la cooptazione di un funzionario dell’assessorato all’Agricoltura al Consorzio di bonifica dovrebbe suscitare in chi di dovere qualche interrogativo. In relazione, quantomeno, alla sua opportunità. Per una semplice ragione: si parla proprio dell’assessorato (dove Putzolu lavora) che sulla carta dovrebbe sovrintendere al funzionamento e alla gestione dei consorzi (dove Putzolu presterà consulenza). Controllore e controllato? Pari sono.

Il commissario-avvocato nomina un consulente del suo studio (e dirigente pd). Ma gli uffici bloccano tutto -Pablo Sole
 17 gennaio 2017

La collaborazione tra il Consorzio di bonifica della Sardegna meridionale e il perito agrario Francesco Putzolu, funzionario dell’assessorato regionale all’Agricoltura ed ex addetto di Gabinetto dell’assessore Elisabetta Falchi, rischiava di passare alla storia come il più breve rapporto di lavoro negli annali dell’amministrazione regionale. Firmato il contratto il 7 dicembre, l’incarico è stato revocato (leggi)ventuno giorni dopo per “incompatibilità”. Ma c’è chi è rimasto a lavoro ancora meno: chiamato per via diretta al Consorzio di bonifica del Cixerri con delibera del commissario straordinario Carlo Augusto Melis Costa tre giorni prima di Natale, il consulente Efisio Demuru non ha nemmeno avviato il rapporto di lavoro, malgrado ci fosse anche la determina a contrarre il pagamento (guarda). Venti giorni dopo la delibera, la dirigente Patrizia Mattioni ha annullato gli atti in autotutela. Una vicenda-fotocopia rispetto al caso Putzolu, con qualche particolare curioso in più: Demuru, noto politico del Pd, ha lavorato nello studio legale di chi lo ha ingaggiato, vale a dire Melis Costa.
La cooptazione senza selezione e l’annullamento in autotutela
Il 22 dicembre il commissario, nominato dalla giunta Pigliaru per la fusione tra i consorzi della Sardegna meridionale, del Cixerri e del Basso Sulcis, firma una delibera con la quale chiama Demuru. Che, “contattato per le vie brevi – si legge nel documento (guarda) – ha manifestato piena disponibilità”. Melis Costa gli dà l’incarico di effettuare una “ricognizione multistrato del personale” dietro un compenso di 2.500 euro. Ventiquattrore dopo vengono adottati gli atti amministrativi del caso, con il via libera alla prestazione di Demuru senza alcuna selezione, “considerato il modico valore dell’affidamento e l’urgenza”, scrive nella determina di proposta di affidamento (leggi) la responsabile del procedimento Barbara Banci. In prima battuta, il definitivo via libera arriva dalla dirigente dell’area amministrativa del Consorzio del Cixerri, Patrizia Mattioni, il 23 dicembre. È la medesima dirigente che, evidentemente dopo attenta analisi, il 12 gennaio annulla tutti gli atti.
L’affidamento diretto? Illegittimo. E la politica non può sostituirsi agli uffici
Scrive Mattioni che il procedimento è doppiamente viziato. Da un lato il commissario Melis Costa, la cui nomina è prettamente politica, non poteva indicare in delibera il nome del consulente cui affidarsi e sostituirsi quindi alla parte amministrativa, visto che “sulla base di riesame – scrive la dirigente (guarda) – il contenuto della delibera integra in primo luogo un ‘atto gestionale’ di esclusiva competenza della dirigenza”. Insomma, Melis Costa poteva sì richiedere l’aiuto di un consulente, ma spettava agli uffici individuarlo secondo le modalità di legge e non ad personam. Da qui un secondo elemento: il professionista esterno non può ottenere l’incarico con affidamento diretto. Il 12 gennaio dunque, la firma della determina che annulla tutto il procedimento.
Efisio Demuru è un notissimo esponente del Partito democratico. Già assessore ai Lavori pubblici e presidente del consiglio comunale di Capoterra, attuale componente dell’assemblea nazionale del partito, già Capo di Gabinetto della presidenza della Provincia di Cagliari con Angela Quaquero (ora nel Consiglio di indirizzo del Teatro Lirico di Cagliari in rappresentanza della Regione), è risultato il più votato della lista Pd (2.862 preferenze) alle elezioni tenute il 3 aprile scorso per la Città metropolitana di Cagliari. Dal 2006 al 2010 ha inoltre lavorato per l’Ups, l’Unione delle province sarde.
Nel curriculum firmato nell’ottobre del 2014 e pubblicato sul sito istituzionale del comune di Capoterra (guarda), si legge che Demuru da luglio 2013, abbandonata la poltrona in Provincia, è consulente dello studio legale Asteras. A fondarlo è stato il professionista che il 22 dicembre scorso ha chiamato Demuru al Consorzio con affidamento diretto: Carlo Augusto Melis Costa. Questa informazione basilare però non è presente nel curriculum che Demuru presenta al Consorzio di bonifica del Cixerri (firmato nel giugno 2016). Compare una consulenza per il Consorzio Iris, il cui responsabile scientifico è l’esponente del Pd Chicco Porcu. È possibile che la collaborazione tra Demuru e Asteras si sia interrotta, anche se nella pagina Linkedin del politico il rapporto di lavoro risulta attivo e c’è perfino un rimando al sito istituzionale di Asteras.
Un’ultima curiosità: in tutti i documenti il consulente viene indicato come “dottor Efisio Demuru”. Ma lo stesso consulente non ha mai dichiarato, in alcun curriculum, il conseguimento della laurea. Si tratta probabilmente di un errore di quanti hanno redatto gli atti, non attribuibile a Demuru, che ha sempre indicato come titolo di studio il diploma di maturità classica conseguita al liceo Dettori di Cagliari.

Consorzio di bonifica, un uomo solo al comando. Critiche del collegio revisori - Pablo Sole
 4 maggio 2017 

Direttore generale, quindi responsabile del Servizio tecnico e, ad interim, dei Servizi: amministrativo; agrario; segreteria personale, affari legali e generali. Il Consorzio di bonifica della Sardegna meridionale (CBSM), articolato nei quattro servizi citati (guarda)  è guidato da un unico professionista che ricopre tutti gli incarichi Una posizione – quella di Roberto Meloni – che il collegio dei revisori, quale organo di controllo, ha fortemente stigmatizzato mettendo in risalto l’inevitabile “compromissione del principio di buona gestione aziendale della segregazione delle funzioni”.
Ente tra i più grandi d’Italia, guidato dal commissario straordinario Carlo Augusto Melis Costa con il precipuo incarico di portare a termine la fusione con i consorzi del Cixerri e del Basso Sulcis, il CBSM può contare su circa 180 dipendenti e il bilancio muove ogni anno decine e decine di milioni di euro. Tra i progetti più ambiziosi: la realizzazione della diga di Monte Nieddu, nelle campagne tra Sarroch, Pula e Villa San Pietro. Valore dell’appalto: 83 milioni. Cifre importanti, che andrebbero amministrate – dice la legge – secondo una rigida e rigorosa organizzazione, sostenuta alla base da una netta separazione delle funzioni. È uno dei principi basilari, se non le fondamenta, dell’amministrazione pubblica.
E invece, a sfogliare gli atti del Consorzio ci si può imbattere anche in passaggi come questo: “Il dirigente del Servizio tecnico e direttore generale ing. Roberto Meloni […] sentito il parere favorevole espresso dal Responsabile del procedimento ing. Roberto Meloni […] determina di provvedere…”. Si tratta di un documento (guarda) firmato un mese fa e relativo al già citato appalto multimilionario per la realizzazione della diga di Monte Nieddu.
La nomina di Meloni a responsabile del procedimento dell’appalto di Monte Nieddu è arrivata l’11 ottobre 2016, dopo le dimissioni del collega Nicola Dessì. L’incarico è ufficializzato tramite una lettera, una sorta di ‘comunicazione interna’ – per questo non appare in ‘amministrazione trasparente’ – mai pubblicata e intercettata da Sardinia Post. Nelle due pagine che compongono il documento (guarda), il commissario Melis Costa invita Meloni a svolgere le “funzioni sostitutive” di responsabile del procedimento o “ad individuare un altro dipendente”. Meloni ha ritenuto di dover conservare l’incarico.
Una curiosità: dalla medesima lettera si viene a sapere che il 19 dicembre 2013, il direttore generale (Roberto Meloni) aveva investito il dirigente del Servizio tecnico (Roberto Meloni) del ruolo di responsabile del procedimento, se è vero che come si evince dal curriculum del dirigente (guarda), in quella data occupava già entrambi i ruoli. Parrebbe per così dire un’autoassegnazione. L’atto, malgrado la legge sulla trasparenza fosse in vigore già da cinque mesi, non è mai stato pubblicato. Qualche tempo dopo era arrivata la conferma dell’incarico tramite delibera a firma dell’allora commissario Giovanni Pilia, lo stesso che pochi mesi dopo aveva revocato l’incarico a Meloni resosi conto dell’incompatibilità tra gli incarichi di Rup e Progettista dell’aggiornamento economico.
Motivazione: dicono le norme che “il responsabile del procedimento non può svolgere anche le funzioni di progettista per appalti di importo superiore ai 500mila euro (oggi portato a 1,5 milioni, ndr)”. Spiegava poi Pilia (leggi) che la concentrazione di tutti quei poteri nelle mani di un solo professionista “poteva essere valutata come potenzialmente lesiva della normativa vigente in materia di anticorruzione”. Quel documento non risulta annullato.
Intanto, giova forse ricordare che, oggi, il direttore generale del Consorzio (Roberto Meloni) sovrintende sull’operato del dirigente del Servizio tecnico (Roberto Meloni), che sovrintende sull’operato del responsabile del procedimento per la realizzazione della diga di Monte Nieddu (Roberto Meloni), il quale a sua volta sovrintende sul progettista dell’aggiornamento economico (Roberto Meloni).
Da notare poi che a metà febbraio il commissario Melis Costa aveva esteso ulteriormente i poteri di Meloni (guarda), nominandolo direttore generale di tutti e tre i consorzi interessati dalla fusione. Quell’atto però è stato annullato in autotutela (guarda) pochi giorni fa su indicazione di Federico Ferrarese Ceruti, direttore del Servizio programmazione e governance dello sviluppo rurale dell’assessorato regionale all’Agricoltura.
Sarà un problema di carenza di personale e blocco delle assunzioni, come scrive in una relazione (guarda) la responsabile del Consorzio per la prevenzione della corruzione, Federica Arangino, nel giustificare la totale assenza di rotazione del personale, così come previsto dalle norme anticorruzione. E infatti, secondo quanto appreso da fonti riservate, diversi mesi fa l’Autorità nazionale anticorruzione guidata da Raffaele Cantone ha invitato l’assessorato regionale all’Agricoltura – e il presidente Francesco Pigliaru come rappresentante legale della Regione – ad agire con solerzia, per risolvere al più presto l’anomalia.
Ma la posizione di Meloni non è passata inosservata, come detto, nemmeno a Cagliari. “Osserviamo – scrivono i componenti del collegio dei revisori – che in tal modo il principio di buona gestione aziendale della segregazione delle funzioni risulti inevitabilmente compromesso”. La precisazione è contenuta in calce alla relazione sul bilancio consuntivo 2015 (guarda l’estratto), pubblicata pochi giorni fa e inviata anche agli uffici dell’assessorato regionale all’Agricoltura. Significa, in buona sostanza, che il controllato non può essere anche il controllore.
E non è la prima volta che il collegio fa notare come l’accentramento di tutte le funzioni apicali nella disponibilità di un unico soggetto – Meloni appunto – comprometta “il principio di buona gestione aziendale della segregazione delle funzioni”. Nella relazione sul bilancio preventivo 2016, l’organo di controllo guidato da Piero Maccioni e composto da Andrea Clarkson e Salvatore Angelo Pinna, aveva messo nero su bianco la medesima osservazione. Il documento era poi finito, oltre che sulla scrivania del commissario Melis Costa, appena nominato dalla giunta regionale, anche negli uffici dell’assessorato all’Agricoltura. Era il 26 maggio 2016. A distanza di un anno, la situazione non pare cambiata.