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venerdì 14 febbraio 2025

La grande ingiustizia climatica che scarica i costi della crisi su chi non l'ha provocata - Andrea Codega


Tre anni fa, durante la COP26 ospitata a Glasgow, il ministro per la Giustizia, le Comunicazioni e gli Affari Esteri di Tuvalu Simon Kofe decide di videoregistrare il proprio intervento in mare: vestito in maniera inappuntabile, in giacca e cravatta, ma immerso dalle ginocchia in giù nelle acque che circondano lo Stato insulare polinesiano.

Da diversi anni, il villaggio costiero Sitio Pariahan, situato nell’arcipelago delle Filippine e a nord della capitale Manila, affonda nel mare di circa 4 centimetri ogni anno. La causa principale è la subsidenza del suolo dovuta all'uso eccessivo delle acque sotterranee, ma a questo problema si sovrappone l’innalzamento del livello dell’oceano che a Tuvalu, come riporta la NASA, è oggi 1.5 volte più veloce della media globale. Le proiezioni indicano che nei prossimi 30 anni il livello dell'oceano che circonda l’atollo di Funafuti, la capitale di Tuvalu, potrebbe salire di quasi altri 30 centimetri, più di quanto ha fatto negli ultimi 30 anni. Le proiezioni guardano al futuro, ma intanto dovremmo occuparci del presente.

Nella mia testa sono queste le due immagini più utili per spiegare e raccontare l’imbuto rovesciato che rappresenta gli effetti del cambiamento climatico odierno: i Paesi che ne soffrono maggiormente gli impatti non sono in alcun modo quelli che contribuiscono alla formazione del fenomeno.

La sommità dell’imbuto è stretta, rappresentata dai pochi Paesi che contribuiscono a produrre la maggior parte dell’inquinamento e del riscaldamento della temperatura media globale; la base è invece estremamente larga e ci rientrano tutti i Paesi del terzo mondo – in particolar modo quelli del Sud globale – che si affacciano sul mare. L’imbuto rovesciato racconta, in maniera emblematica, l’enorme sproporzionalità che caratterizza il mondo odierno, non solo se parliamo di clima e ambiente.

Come conferma anche il giornalista ambientale di Domani Ferdinando Cotugno nel suo podcast Areale, i Paesi più sviluppati hanno ormai “occupato” il 92 per cento dell’atmosfera attraverso il proprio sviluppo. Tra questi, Cina, Stati Uniti e India sono i tre Paesi più inquinanti al mondo: da soli pesano per oltre il 50 per cento delle emissioni annuali di CO₂ globali; la Cina, da sola, apporta circa il 34 per cento dei milioni di tonnellate di CO₂ prodotte.

Questa sproporzione è visibile, ogni anno, anche attraverso l’andamento delle COP, le Conferenze delle Parti sui cambiamenti climatici presiedute dall’ONU: da anni, almeno dalla COP26 di Glasgow in poi, osserviamo le medesime reazioni e analisi non appena si scioglie la seduta. Lo spirito di comunanza e condivisione che aveva guidato la formulazione degli Accordi di Parigi del 2015 – il trattato che regola la riduzione globale delle emissioni di gas serra e stipulato da 195 Paesi firmatari – sembra perdersi a ogni Conferenza che passa.

Mentre i grandi della Terra guardano ai propri interessi e giocano a cambiare le carte in tavola – gli USA sotto la prima presidenza Trump si erano ritirati dal trattato nel 2020, salvo poi rientrarci nel 2021 con Biden –, chi esce costantemente penalizzato è il cosiddetto Terzo Mondo: l’agglomerato di Paesi meno sviluppati dove gli effetti dei cambiamenti climatici sono più tangibili.

Le ultime Conferenze sul Clima sono state progressivamente sempre più stantie e deludenti, distanti dagli obiettivi globali prefissati a Parigi – il contenimento dell’incremento della temperatura media globale a 1.5°C oltre i livelli preindustriali – e dal fornire una voce concreta a chi, già oggi, subisce i danni più feroci del riscaldamento climatico, a chi manifesta e si batte per una giustizia climatica.

La COP27 si è tenuta a Sharm El Sheikh, in Egitto, dove il dissenso degli attivisti sarebbe stato impraticabile. La COP28 ospitata a Dubai, nella culla di combustibili fossili che contribuiscono in maniera decisiva al riscaldamento del pianeta, è proseguita sul medesimo solco e così è stato anche con la COP29 di Baku, in Azerbaigian. Lì, poche settimane fa, l’attivismo climatico è stato assente. Le Conferenze annuali sembrano essere lo specchio di un dibattito sul clima che si sta attorcigliando sempre più su sé stesso, distanziandosi dall’obiettivo finale. Se nemmeno la terribile alluvione di Valencia, in uno dei Paesi più avanzati del mondo, riesce a fornire un deciso e comune cambio di passo nella lotta al riscaldamento climatico, che voce in capitolo possono avere i Paesi che già da tempo osservano i suoi effetti più violenti?

Tuvalu, stato insulare del Pacifico di soli 26 km² citato all’inizio della puntata, è uno dei tanti Paesi attorniati dal mare e dove gli effetti del cambiamento climatico saranno più catastrofici: entro il 2050 si stima che la metà delle terre occupate dalla capitale Funafuti saranno sommerse dall’acqua. Sempre nella stessa parte di mondo, le Isole Marshall hanno appena progettato una maglia da calcio progettata per scomparire: si chiama “No-Home 2030” ed è decorata con il numero 1.5, che rappresenta il limite dell’aumento della temperatura media globale e il rischio di scomparsa di questo arcipelago.

L’innalzamento del livello dei mari, insieme agli eventi meteorologici sempre più frequenti e violenti, sono il principale termometro – appunto… – di come il clima stia mutando: oltre alle isole del Pacifico come Tuvalu e le Isole Marshall, a farne le spese sarà anche l’intera area caraibica. Nelle Isole Bahamas, per esempio, si stima che entro il 2050 il livello del mare si potrà alzare di 32 centimetri se il riscaldamento climatico dovesse proseguire come da previsioni.

Il peso di Tuvalu, Isole Marshall e Bahamas sul totale delle emissioni globali prodotte è più che risibile: non si avvicina neanche lontanamente all’1 per cento delle emissioni di CO₂. Il medesimo discorso vale, ancor di più, per l’Africa: è il continente più arretrato al mondo, quello che osserverà la crescita demografica più significativa del secolo in corso e in cui i primi due Paesi per tonnellate di CO₂ prodotte sono Egitto e Sudafrica. Sono due tra i Paesi più avanzati del continente e apportano meno del 2 per cento delle tonnellate di emissioni di CO₂ globali.

La disparità climatica si contraddistingue per un vero e proprio imbuto rovesciato: il 19 Novembre 2000 da questa rappresentazione è nato il concetto di “Giustizia Climatica”, durante il primo vertice denominato First Climate Justice Summit e tenutosi in concomitanza con la COP6 ospitata a L’Aja.

La giustizia climatica sembra un concetto sempre più distante dalla modalità con cui si parla del cambiamento climatico e dall’atteggiamento con cui ogni anno quasi tutti i Paesi mondiali si ritrovano nella Conferenza delle Parti. Da Baku, ad esempio, i Paesi africani sono usciti estremamente insoddisfatti per l’accordo finale: il solo impegno delle nazioni più ricche – quelle che impattano maggiormente sull’inquinamento di gas serra – a destinare almeno 300 miliardi di dollari all’anno ai Paesi in via di sviluppo è distante dalle reali e complesse necessità della crisi climatica.

Emerge, dall’ultima COP29, l’interesse individualista con cui ogni Paese affronta la lotta al cambiamento climatico, con la stessa, apparente indifferenza che – purtroppo – finisce per riversarsi sui singoli cittadini, granelli di un ingranaggio globale attualmente poco efficace e, ancora, drasticamente squilibrato.

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venerdì 4 agosto 2023

Clima negato. L’Atlantico inghiotte la sua prima isola al largo di Panama

 

Gardi Sugdub viene divorata dal Mar dei Caraibi. I 1.300 abitanti si sono mossi già dagli anni Novanta per traslocare sulla terraferma. Ma le autorità ritardano. La denuncia di Human Rights Watch, raccontata da Lucia Capuzzi su Avvenire.

 

L’Isola del granchio, e il suo mare ora se la inghiotte

Gardi Sugdub, nella lingua del popolo Guna che la abita, vuol dire ‘isola del granchio‘. «Il Mar dei Caraibi trangugia, un boccone alla volta, quest’isoletta grande quanto cinque campi da calcio con i suoi 1.300 abitanti, tutti indigeni del popolo Guna». Una parte di questi nativi del litorale settentrionale di Panama si rifugiarono là dopo la Scoperta-Conquista sulla rotta di Cristoforo Colombo, quando gli europei invasero l’Istmo centramericano, per sfuggire a schiavitù, abusi e malattie importate. E là, in questo frammento di un arcipelago di 350 isolette di fronte a Gunayala, la costa dei Guna, sono riusciti a difendere la propria autonomia e stile di vita. Fino ad ora.

La nuova minaccia questa volta viene dallo stesso oceano che per secoli ha alimentato i Guna, ed ora è diventato avversario. Colpa del riscaldamento globale che provoca l’aumento del livello dei mari mettendo a rischio la sopravvivenza delle terre che galleggiano a pelo d’acqua.


Gardi Sugdub affoga

Gardi Sugdub è una di queste. Solo il suo cuore centrale ha un’altezza che sfiora a malapena il metro. Il resto non ha scampo. Anche stando alle previsioni più ottimistiche del ‘Panel on climate change’, e secondo i dati del ministero dell’Ambiente di Panama, entro il 2050 questo tratto di Mar dei Caraibi crescerà di 0,27 metri. «I bambini non hanno luoghi dove giocare, non c’è posto per costruire altre case per i giovani che si sposano. Non abbiamo più spazio per vivere», dice Magdalena Martínez, 72 anni, nel rapporto-inchiesta appena pubblicato da Human Rights Watch (Hrw). La donna è stata fra le prime a dare vita già negli anni Novanta al Comitato di vicini che ha guidato la comunità verso una scelta dolorosa quanto inevitabile: il ricollocamento.


Dall’isola del granchio alla valle dei nespoli

Un’idea pioniera in America, dove Gardi Sugdub è tuttora il primo caso in fase di attuazione. La svolta nel 2010 quando, anche grazie all’aiuto dell’Ong svizzera ‘Dispacement solutions’. I residenti hanno individuato e ripulito sulla terraferma di Gunayala un luogo adatto, donato loro da altri nativi Guna. Negli anni successivi, grazie a un accordo con il governo, quest’ultimo si è impegnato a costruire un ospedale, una scuola e 300 abitazioni e a fornire le infrastrutture di base – acqua potabile, sistema fognario, rete elettrico ­– per favorire il trasferimento. Isperyala, ‘la valle dei nespoli’, così si chiama la nuova terra degli abitanti di Gardi Sugdub sarebbe dovuta essere inaugurata il 25 settembre. Ma purtroppo non accadrà. I ritardi sui lavori: la clinica e l’edificio scolastico che dovevano essere attivi dal 2014 sono ancora a metà. Il resto non va molto meglio. E la nuova data, promessa dall’esecutivo per il febbraio 2024, difficilmente sarà rispettata.


Sull’isola vivono 1.300 indigeni Guna

Nel frattempo, il mare continua a ingoiare brandelli di Gardi Sugdub. La scuola locale, con 653 studenti, è al massimo della propria capacità. E nemmeno i doppi turni risolvono il problema. I ragazzi suppliscono alla mancanza di postazioni regolari sistemandosi sul pavimento o sui cornicioni. In caso di forti venti o piogge, inoltre, le lezioni vengono sospese per il rischio di inondazioni. Le famiglie estese condividono gli stessi locali e l’affollamento fa sì che le malattie si propaghino velocemente. È stato così con il Covid e ora con la tubercolosi. Mentre il mare, sempre più invasiva, si infiltra nei tubi idrici, rendendo l’acqua non potabile favorendo infezioni. Ma i Guna di Gardi Sugdub, però, non cedono. In gioco non c’è solo il loro presente e futuro ma quello di centinaia di altre comunità nel mondo.


Solo al largo della costa nord di Panama sono 38 le isolette, con una popolazione totale di 28mila persone, che rischiano di dovere traslocare. Per tutti, Gardi Sugdub può essere un modello. Se un esempio da seguire o un clamoroso un fallimento saranno i prossimi mesi a dirlo

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lunedì 17 luglio 2023

Migranti climatici, cresce il numero ma manca una tutela giuridica - Gaia Santone

 


Il 28 luglio 1951 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la Convenzione di Ginevra sullo Status dei Rifugiati, strumento molto importante per la gestione dei flussi migratori. Tuttavia, l’imminente anniversario di tale strumento ci ricorda quanto, dalla sua adozione, i passi avanti siano stati ben pochi. Infatti, a parte il Protocollo Addizionale del 1967, con il quale sono state eliminate la clausola geografica e quella temporale, che limitavano l’applicazione della Convenzione a fatti avvenuti in Europa prima del gennaio 1951, non è avvenuto altro cambiamento nell’ambito di applicazione di tale strumento.

Eppure, con la crescita dei disastri ambientali imputabili al cambiamento climatico, sempre più individui sono soggetti a gravi danni alla loro persona e ai loro beni, e spesso sono costretti a migrare. Migliaia rimangono all’interno del proprio Paese, andando ad ingrandire la già enorme categoria degli sfollati interni, che, peraltro, non è protetta dalla suddetta Convenzione. Altre migliaia invece, abbandonano il proprio Paese per cercare rifugio in altri.

Eppure, la figura del migrante climatico non è riconosciuta a livello internazionale, e questi individui non ricevono adeguata protezione.

Infatti, ai sensi della Convenzione del 1951, il rifugiato è colui che

nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure a chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi.

È evidente come i migranti climatici non ricadano sotto tale definizione. Ciò è anche dovuto al momento di stesura e adozione della Convenzione. Risulta comunque inaccettabile come tale strumento non sia stato modificato per permetterne una maggiore applicazione. Ciò è maggiormente problematico in quanto difficilmente gli Stati aprono le proprie frontiere ai migranti climatici.

La crisi climatica: un fenomeno in aumento

La grande necessità di agire nei confronti del cambiamento climatico è enfatizzata anche dai dati scientifici, che mostrano quante persone abbiano subito conseguenze a causa di disastri ambientali. Non tutti sono colpiti in egual modo: i più poveri e socialmente fragili sono maggiormente a rischio di subire le conseguenze del cambiamento climatico.

Un grande problema però, è quello legato alla difficoltà di calcolo del numero di persone che effettivamente migrano per problemi legati al mutamento climatico. Questa difficoltà sorge anche perché le migrazioni non avvengono mai per una ragione univoca.

Spesso un disastro ambientale può essere l’ultima spinta verso tale soluzione, ma alla base della decisione di abbandonare tutto ciò che si conosce e che si possiede, è una fitta rete di ragioni economiche, sociali e politiche. Inoltre, i disastri ambientali non sono tutti dello stesso tipo: alcuni sono immediati, come incendi e alluvioni, ma altri impiegano anni per formarsi e creare problemi, come la siccità e l’aumento delle temperature.

Eppure, nonostante la grande incertezza, i numeri indicano come le migrazioni e i disastri ambientali stiano continuando ad aumentare. I dati presentati dall’Internal Displacement Monitoring Center (IDMC), mostrano come nel 2020, dei 40 milioni e mezzo di nuovi sfollati interni, 30 milioni e 700 mila persone sono fuggite a causa dei disastri ambientali. Nel 2022 il numero degli sfollati interni che si è mosso a causa di disastri ambientali è cresciuto del 45% rispetto ai dati del 2021, mentre quello di coloro che si sono mossi a causa dei conflitti è cresciuto del 17%.

Risulta molto difficile anche fare previsioni in merito ai numeri futuri di migranti climatici, con stime che vanno da 25 milioni a un miliardo di persone che si sposteranno entro il 2050.

La Banca Mondiale ha provato ad evidenziare tre differenti scenari di quella che potrebbe essere la situazione entro il 2050. Il primo vede il movimento di 143 milioni di persone se non ci saranno misure significative per ridurre l’emissione di gas serra e percorsi di sviluppo migliori. Il secondo, solo con percorsi di sviluppo migliori, vede il movimento di un numero tra 65 e 105 milioni di persone. Infine, il terzo scenario vede un numero di migranti climatici tra i 31 e i 72 milioni di persone nel caso in cui si intraprenda una strada significativa in modo tale che il riscaldamento globale non oltrepassi 1.6 gradi centigradi.

Come riportato dal Global Risk Report, per la prima volta nel 2020 i rischi globali in cima alla lista in termini di probabilità erano tutti riconducibili al cambiamento climatico. Il 90% dei disastri avvenuti tra il 1995 e il 2015 sono dovuti al cambiamento climatico. Nonostante l’aspetto naturale di tali disastri, è evidente il contributo dell’uomo attraverso le sue azioni, quali l’eccessiva emissione di anidride carbonica e l’estensiva deforestazione.

Il caso Teitiota v. Nuova Zelanda: un’opportunità mancata

Purtroppo, i migranti climatici non ricevono l’aiuto e il sostegno necessari, come evidenziato dal caso Teitiota contro Nuova Zelanda. Esso è considerato da molti studiosi come una grande opportunità (mancata) per riconoscere maggiore protezione ai migranti climatici. Tuttavia, la decisione del Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha segnato un grande limite, demarcando soglie di rischio e sofferenza troppo alte perché qualcuno ottenga l’aiuto necessario in quanto migrante climatico.

Il signor Teitiota, cittadino della Repubblica di Kiribati, lasciò il Paese in seguito ai disastri ambientali che portarono al declino della qualità di vita. Nel 2007 si trasferì con la moglie in Nuova Zelanda, dove restarono anche dopo la scadenza del loro visto nel 2010. Due anni dopo, l’uomo fece richiesta di riconoscimento dello status di rifugiato, affermando di aver lasciato il proprio Paese a causa delle precarie condizioni di vita dovute al cambiamento climatico.

Una volta esauriti i ricorsi interni, poiché tale status non gli era stato riconosciuto, il signor Teitiota si rivolse al Comitato per i Diritti Umani. Tale organo si espresse mediante lo strumento delle Osservazioni nel 2019, negando di poter affermare che il diritto alla vita del ricorrente fosse stato violato. Tuttavia, alcuni suoi membri allegarono alle Osservazioni delle opinioni individuali dissenzienti, evidenziando come non fossero d’accordo con la decisione del Comitato.

In particolare, risultano importanti quelle del signor Muhumuza, il quale sottolineò come l’approccio adottato dal Comitato avrebbe dovuto essere più sensibile. Egli ritenne che l’organo avesse posto una soglia troppo alta per constatare la presenza di una violazione dei diritti umani. Inoltre, aggiunse come questo fosse controproducente allo scopo della protezione della vita.

In effetti, tale posizione del Comitato risulta particolarmente dibattuta, soprattutto per via delle varie prove fornite dal Signor Teitiota in merito alle gravi condizioni di vita nella Repubblica di Kiribati. Tra queste, la difficoltà di ottenere acqua potabile e le conseguenti malattie, come l’avvelenamento del sangue cui uno dei figli del ricorrente fu esposto.

Nonostante ci siano ancora molti passi avanti da fare, si possono evidenziare alcune note positive. In alcuni Stati, come la Svezia e la Finlandia, è stato formalizzato il riconoscimento del diritto di asilo ai migranti ambientali nella normativa nazionale. Piccoli passi che potrebbero spianare la strada per una maggiore protezione a livello internazionale.

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