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mercoledì 29 luglio 2026

Antispecismo è sostenibilità: con Veghu il formaggio sardo è (anche) vegetale - Sara Brughitta

Alla base dei formaggi di Veghu non c’è il latte animale, ma mandorle, anacardi e soia. Si tratta infatti del primo centro di riferimento in Sardegna per la ricerca, formazione, produzione e vendita di formaggi 100% vegetali, ma non solo. Veghu è anche una comunità inclusiva e intersezionale, che guarda al futuro dell’Isola, nell’Isola.

 

Veghu è un microcosmo che per essere raccontato, ha bisogno di uno sguardo (e di una consapevolezza) di insieme. Sono molti gli studi che dimostrano infatti l’effetto devastante degli allevamenti intensivi e, nello specifico, anche quello dell’industria casearia è un settore noto per essere altrettanto impattante a livello ambientale. Emissione elevate di CO2, ricorso a sostanze chimiche e poi c’è la questione del packaging, principalmente con materiale plastico. Infine non va dimenticato il danno causato dalle acque reflue, le acque di scarico.

La Sardegna, con una delle densità ovine più elevate al mondo, ha una lunga tradizione nell’allevamento, parte integrante del patrimonio culturale ed economico isolano. Il tessuto del territorio sardo è composto principalmente da aziende medio-piccole, spesso a conduzione familiare, ma anche qua la crescente consapevolezza riguardo l’impatto ambientale dell’industria casearia e degli allevamenti solleva interrogativi sulla sostenibilità delle pratiche attuali.

In questo contesto è più che mai necessario esplorare strade ecosostenibili che possano ridurre gli impatti, passando anche per la promozione di un’alimentazione più responsabile. Un’opzione meno impattante, ad esempio, può essere offerta dalle alternative vegetali. Marcello Contu, fondatore di Veghu, centro di riferimento per la ricerca, la formazione, la produzione e la vendita di formaggi 100% vegetali, racconta come soluzioni etiche e sostenibili siano possibili e necessarie.

Da quale esigenza nasce il progetto?

La mia attività è nata per soddisfare la mia voglia di mangiare formaggio dopo essere diventato vegano: i formaggi rappresentavano l’ultimo ostacolo da superare. Nel mercato però ho trovato poche alternative, sia dal punto di vista nutrizionale che da quello del sapore. Per questo motivo ho sentito l’esigenza di autoprodurmi del formaggio che fosse in linea con le mie preferenze e necessità.

Il mio è innanzitutto un progetto antispecista, il che implica anche un forte impegno verso l’ecosostenibilità, tema fondamentale per me. In Sardegna parlare di antispecismo può essere a tratti rischioso in alcuni ambienti, ma credo comunque sia importante affrontare queste tematiche quotidianamente. Voglio far comprendere alle persone che l’allevamento intensivo ha un impatto enorme sull’ambiente e in aggiunta quella tipologia di carne non offre alcun beneficio nutrizionale.

Nel Barigadu qual è stata la risposta a un progetto antispecista di formaggi vegetali?

L’accoglienza che ho ricevuto a Bidonì e Sorradile è stata straordinaria sin dal primo giorno. Questi paesi, che affrontano il fenomeno dello spopolamento e sono ritenuti fra i più poveri della Sardegna, sono riusciti a formare una comunità solida. Le statistiche prevedono che tra vent’anni luoghi come il nostro non esisteranno più, ma noi vogliamo sfidarle. La mia azienda, come ogni piccola e media impresa, contribuisce allo sviluppo della comunità attraverso un’economia circolare.

In Europa ci sono poche aziende che producono formaggi vegani, in Sardegna siamo gli unici

Nonostante le proiezioni preoccupanti stiamo lavorando con passione e coerenza, sperimentando il sostegno della comunità. Vogliamo raccontare la nostra storia attraverso i prodotti che offriamo, utilizzando materie prime che rappresentano il nostro territorio. Inoltre stiamo emergendo anche come punto di attrazione turistica: le persone che partecipano ai nostri corsi di formazione scoprono un’area della Sardegna che altrimenti rimarrebbe sconosciuta, un territorio spesso trascurato anche dagli stessi sardi.

Come si svolge la formazione e perché c’è la necessità di avviare dei corsi?

Abbiamo diverse modalità di formazione, una di queste è la nostra academy, che aprirà a inizio 2025; attualmente ci stiamo concentrando sulla formazione in presenza. Avviene in due modi: organizziamo workshop aperti a gruppi di 15 persone, della durata di 3 o 4 ore, condotti sia da noi che da formatori esterni. L’altra modalità è la formazione privata, che è professionalizzante.

Il nostro pubblico è variegato: riceviamo partecipanti che risiedono in Sardegna ma anche provenienti dall’estero. Questo è dovuto al fatto che in Europa ci sono poche aziende che producono formaggi vegani, in Sardegna siamo gli unici. Fin dall’inizio, ci siamo configurati come un centro di riferimento, non solo per la produzione di formaggi ma anche per la ricerca, lo sviluppo e la trasformazione. La nostra sfida principale è stata quella di posizionarci come il primo centro di riferimento in Europa dedicato all’emergente mondo dei formaggi vegetali.


E invece dal punto di vista delle politiche regionali? Avete avuto accesso a qualche bando? 

Vengo da esperienze diverse e ho accumulato una certa conoscenza su ciò che mi circonda. Ricordo bene il 2020, quando avevo solo 35 euro sul conto e la necessità di cercare bandi si faceva sempre più forte. Ho dovuto gestire la mia azienda da solo all’inizio. Nel tempo ho creato una rete di contatti con cui scambio informazioni sui bandi, incontrando altre piccole aziende e imparando di più sulle possibilità che ci sono.

Tuttavia c’è un problema fondamentale: molti di questi bandi richiedono un anticipo di capitale, un ostacolo significativo per le startup. Ci dovrebbe essere maggiore attenzione verso bandi specifici per le aziende, che non richiedano nemmeno un euro di anticipo. Un finanziamento a fondo perduto di 10.000 euro per una startup nei suoi primi passi sarebbe un aiuto enorme, ma spesso ci troviamo davanti a finanziamenti più complessi, che sembrano mascherati dietro promesse di collaborazione e rete.

Cosa significa per un’azienda fare rete?

Spesso rifletto su quanto sia inflazionata l’idea di fare rete al giorno d’oggi. A mio avviso, la rete che resiste nel tempo è quella costruita su relazioni genuine, basate sulla prossimità, sul supporto, sulla collaborazione e sulla cooperazione. Noi stiamo costruendo questa rete da tre anni, nel nostro territorio è fondamentale. Non si tratta solo di partecipare a eventi con l’obiettivo di “fare rete”, ma di costruirla davvero, ogni giorno.

Le persone che partecipano alle nostre attività non solo si fermano da noi, ma soggiornano anche nelle strutture ricettive gestite da amici e amiche del luogo. Hanno l’opportunità di mangiare nei ristoranti locali e acquistare prodotti di aziende del territorio attraverso la nostra rivendita, creando così opportunità di conoscenza e scambio. Per me fare rete è questo.

La vostra realtà, Veghu, è anche “attivista” su varie questioni sarde.

Io mi dedico a un attivismo che considero esemplificativo, anche perché ho sperimentato diverse forme di attivismo nella mia vita. Attualmente, ciò che mi dà maggiore soddisfazione e benessere è offrire alternative pensate per le persone, evitando la frustrazione e l’angoscia. La nostra proposta non si rivolge solo a vegani, ma anche a onnivori e intolleranti, creando un ambiente inclusivo dove chiunque può assaporare i nostri prodotti e apprenderne il valore.

Non cerchiamo conflitti, piuttosto vogliamo aprire a nuove visioni e prospettive, essenziali per una terra come la Sardegna che ha tanto bisogno di rinnovamento. Noi siamo un’Isola, le cosiddette boccate d’aria arrivano soprattutto durante la stagione turistica ed è tutto strettamente legato all’introito. In questo scenario, spesso la tradizione poi viene utilizzata come qualcosa di performativo, da vendere. Essa però per me non può essere ridotta a un folklore o a una carnevalata, deve essere un elemento vivo che si evolve, altrimenti rischiamo di stagnare. Noi nasciamo anche come evoluzione della tradizione.

In conclusione, quali sono le prossime sfide per Veghu?

Stiamo preparando l’apertura della nostra Academy online per l’inizio del 2025, sarà la prima accademia al mondo dedicata esclusivamente ai formaggi vegetali. A differenza dei corsi online esistenti, spesso parte di percorsi formativi più ampi, la nostra Academy offrirà corsi professionalizzanti strutturati con moduli e test finali. Avrà un corso base obbligatorio e rappresenterà una vera innovazione nel settore. La nostra sfida principale per il 2025 è partire con il primo corso a gennaio. Ci permetterà di eliminare le barriere, consentendo a persone da tutto il mondo di accedere alla formazione, invece di dover viaggiare per due giorni come già fanno alcuni studenti dalla Svizzera e dalla Croazia.

In Sardegna mi trovo immerso in un tessuto vibrante di startup, collettivi informali e progetti affascinanti. Ogni mese scopro una nuova realtà che riesce a catturare la mia attenzione e non posso fare a meno di chiedermi dove sia stata nascosta fino a quel momento. È sorprendente pensare che a pochi chilometri di distanza, potrebbe esserci un progetto in grado di collaborare con noi, condividere la nostra visione e i nostri valori, eppure non lo conosciamo.

Quello che mi colpisce è che spesso queste iniziative non comunicano tra di loro. È un peccato, ci sono così tante realtà diverse e interessanti che coprono ogni settore: dall’illustrazione all’arte contemporanea, dalla cosmesi e oltre. Il mio desiderio è di creare una rete, conoscerci e comunicare, affinché possiamo tutti e tutte trarre beneficio da questo fertile ecosistema creativo.

https://www.italiachecambia.org/2024/10/formaggi-vegetali-vegani-veghu/

giovedì 2 aprile 2026

Lo Stato spende, il privato incassa. La crisi del personale sanitario in cifre - Federico Giusti

La popolazione europea invecchia, i lavoratori attivi diminuiscono  e la Ue è alle prese  con un grave problema ossia la necessità di reperire circa 1,2 milioni tra medici, infermieri e ostetriche.

Il numero di infermieri attivi, ma ormai prossimi alla pensione, sta diventando elevato e l'Italia dovrebbe pentirsi di avere istituito il numero chiuso nelle facoltà universitarie afferenti alla branca di medicina. Gli infermieri italiani sono considerati tra i migliori dei paesi Ue, per questo risultano particolarmente richiesti da nazioni nelle quali gli stipendi sono decisamente più alti e per questo offrono condizioni migliori, risultano decisamente attrattivi.E' fin troppo noto che il personale sanitario italiano debba fare i conti con orari lunghi, carenze di organico, stipendi bassi e elevato stress con migliaia di casi di burnout che si manifestano anche con l' abbandono della professione o la rinuncia al profilo professionale.

Per evitare contenziosi tra i paesi aderenti, la Ue ha messo a punto un'iniziativa triennale per programmi di formazione destinati al settore infermieristico, nel frattempo l'Italia, e non solo lei, deve affrontare il problema della carenza di personale sanitario attratto all'estero da situazioni contrattuali migliori e carichi di lavoro più accettabili.

Stesse politiche nei paesi nordici ove il costo della vita decisamente caro include nell'offerta i costi dell'alloggio, le bollette e qualche biglietto aereo. Difficile competere per l'Italia con la miseria dei salari della PA e del Servizio Sanitario nazionale, difficile colmare il divario economico e al contempo assicurare anche opportunità di crescita economica e professionale.

Non sono notizie nuove, è sufficiente andare in rete per trovare rapporti, studi e relazioni, la classe politica e i dirigenti pubblici dovrebbero almeno conoscere certe situazioni e risolvere, una volta per tutte, le problematicità derivanti dai carichi di lavoro elevati, dalla carenza cronica di personale. Invece di acquisire consapevolezza provano a ridurre i tempi necessari per acquisire i titoli di studio, trasformano le scuole tecniche in apprendistato, limitano le ore di insegnamento e riscrivono i programmi scolastici su diretto suggerimento delle imprese. 

Non capiscono che la eccellenza sta proprio nel sistema scolastico pubblico che invece si accingono a distruggere.

Ed è comunque paradossale che un paese come il nostro importi infermieri dall'estero, da assumere attraverso agenzie interinali e cooperative quando permette alle professionalità di casa propria l'espatrio all'estero, anzi invoglia la fuga verso altri paesi mantenendo bassi i salari.

Colmare le carenze strutturali del sistema sanitario nazionale sembrerebbe una missione impossibile per i governi italiani di qualsivoglia maggioranza politica, perfino chi da anni invoca la precedenza agli italiani sfugge alle proprie responsabilità, se vogliamo offrire una seria alternativa ai giovani neo laureati urge investire e farlo partendo dalle condizioni di lavoro e dai livelli contrattuali e retributivi.

da qui

venerdì 17 ottobre 2025

La Lav contro la norma sul 5xmille: “Dovremmo chiamarlo 4,3xmille, visti i milioni che finiscono nelle casse dello Stato” - Elisabetta Ambrosi

La Lega antivivisezione contesta assieme ad altre componenti del terzo settore il tetto massimo per le donazioni. VITA, la piattaforma al servizio degli attivisti, assieme a 68 organizzazioni, ha lanciato un appello e una campagna

 

“Gli italiani in realtà non versano più il 5 per mille. Dovremmo chiamarlo 4,3 per mille, visti i milioni che finiscono nelle casse dello Stato invece che in quelle delle associazioni. Bisognerebbe che questa presa in giro finisse, anche perché con quei soldi si realizzano progetti essenziali: noi di LAV, ad esempio, in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio finanziamo un ambulatorio di veterinaria sociale per gli animali delle persone che vivono in condizioni di fragilità sociale”. È un commento amaro quello di Gianluca Felicetti, presidente della LAV, verso quella che non esita a definire “una truffa”.

Infatti, se da un lato gli italiani amano sempre di più il 5 per mille, perché sentono il mondo dell’associazionismo vicino, più della politica, dall’altro la legge sul 5xmille ha un problema, perché prevede un tetto massimo di denaro da destinare alle associazioni, che oggi però viene abbondantemente superato. Il che significa che la quota che eccede quel tetto, pari quest’anno a 79 milioni, viene data allo Stato e letteralmente tolta dalle tasche delle associazioni. Le quali, tra l’altro godono di aiuti pressoché nulli.

È per questo che VITA, la piattaforma al servizio del Terzo settore, insieme a 68 organizzazioni tra le più rappresentative del Terzo settore italiano ha lanciato un appello e una campagna, dal nome “5 per mille, ma per davvero”, affinché la presidente del Consiglio e il Parlamento si adoperino per togliere il tetto al 5 per mille, oggi fissato a 525 milioni di euro. “Secondo i dati dei redditi 2024 rispetto al 2023”, spiega Stefano Arduini, direttore di VITA, “gli italiani hanno versato la cifra di 603,9 milioni di euro (a fronte di 676 miliardi di entrate fiscali), una quota record, mentre cresce il numero di contribuenti che indica un codice fiscale per il 5 per mille: 17,9 milioni di cittadini (42,2% dei contribuenti) con un incremento di ben 714.000 firme rispetto all’anno precedente. Restano fuori dunque 79 milioni di euro, anche questa una cifra mai raggiunta prima, visto che il precedente record era di 27,9 milioni di euro (dati 2023 sul 2022)”. Sommando tutti gli extratetto dal 2006 ad oggi arriveremmo a oltre 560 milioni di euro, “come se una edizione del 5 per mille fosse stata cancellata con un colpo di spugna, all’insaputa di gran parte dei contribuenti italiani”, aggiunge.

Ma a cosa serve il 5 per mille, che dall’anno della sua introduzione, nel 2006, ha consentito aiuti per 8,735 miliardi, che arrivano alle oltre 90.000 organizzazioni iscritte all’elenco? Questo strumento consente a migliaia di soggetti sociali, ma anche università e amministrazioni comunali, di coprire bisogni sociali, scientifici e culturali che altrimenti rimarrebbero scoperti. Il 5 per mille finanzia progetti che non sarebbero finanziati in nessun altro modo. Ad esempio, l’AIRC, l’associazione italiana di ricerca sul cancro, con il 5 per mille finanzia borse di studio di giovani ricercatori sulle varie tipologie di tumore. “Il cinque per mille”, prosegue il direttore di VITA, “è un meccanismo unico per due motivi: il primo è che è la migliore realizzazione del principio di sussidiarietà in ambito fiscale in quanto rende il cittadino libero di indirizzare una quota delle sue tasse a organizzazioni che ritiene meritevoli. La seconda è che è uno strumento di partecipazione civile fondamentale. Soprattutto in un momento storico in cui vota meno del 50% degli aventi diritto”.

I promotori della campagna ci tengono a specificare che la mobilitazione non è contro nessuno, anzi mira piuttosto a costruire un’alleanza responsabile per il bene comune fra le istituzioni, la politica, il Terzo settore e i singoli cittadini, visto che, tra l’altro, le associazioni coprono tutto lo spettro etico-politico. “Parlamento e governo hanno l’opportunità di rafforzare questa alleanza, facendo una scelta semplice, giusta e condivisa”, affermano i promotori, che si dicono cautamente ottimisti vista l’apertura di alcuni componenti del governo. “Il punto resta però sempre quello delle risorse: 79 milioni di euro non sono poi così tanti, ma cresceranno, e per questo quello che noi chiediamo non è aggiungere fondi ma togliere il tetto, altrimenti ci ritroveremmo sempre allo stesso punto. Pensi che se tutti indicassero il 5 per mille arriveremmo a un miliardo”, spiega Arduini.

Ma quali sono, oltre il 5xmille le agevolazioni di cui godono le associazioni ormai care agli italiani? Fa una piccola panoramica Gianluca Felicetti, presidente della LAV. “La prima legge sul volontariato del 1991 prevedeva facilitazioni ma su base regionale, in questo modo si è creata però una situazione paradossale per chi, come noi, è un’associazione nazionale con sedi sparse in quasi tutte le regioni. Inoltre, abbiamo delle facilitazioni fiscali sui lasciti testamentari, non paghiamo cioè le tasse come accade normalmente”. Non molto, a fronte di un problema enorme che è il costo del lavoro. “Gli enti del terzo settore”, continua Felicetti, “hanno il contratto collettivo nazionale del lavoro del commercio, un paradosso per chi fa volontariato: da tempo noi chiediamo un contratto collettivo nazionale per il terzo settore con le sue specificità”. Sempre Felicetti fa infine notare un’ultima cosa, ovvero il fatto che le associazioni spesso e volentieri tolgono allo Stato molti costi. “Ad esempio, in Umbria stiamo comprando un grande rifugio per animali vittime di maltrattamento e sfruttamento, ospitiamo anche animali confiscati dallo Stato in seguito a reati per i quali, in teoria, lo Stato avrebbe un costo vivo che noi gli sottraiamo. Anche questo, dunque, andrebbe tenuto presente”.

da qui

giovedì 8 maggio 2025

No Expo 2015: dieci anni dopo avevamo ragione noi

(Laboratorio Politico Off Topic)

In questi giorni le cronache mainstream celebrano il decennale di Expo2015, magnificando il ruolo fondamentale avuto per il rilancio di Milano come metropoli globale e lo sviluppo dell’attuale modello di città, ricordando al tempo stesso il “grande pericolo” scampato il Primo Maggio 2015 quando i No Expo “presero in ostaggio la città”.. A sostegno di queste affermazioni si elencano dati, dal loro punto di vista emblematici, del “rinascimento meneghino”: aumento esponenziale del turismo, incremento significativo dei prezzi per i soggiorni alberghieri, incremento quasi del 50% del numero di bar e ristoranti, aumento considerevole delle offerte di alloggi di lusso (che siano case in vendita o appartamenti per affitti a breve), flussi senza precedenti di investimenti immobiliari dall’estero.

Omettono invece di raccontare quelli che descrivono l’immagine più reale dello stato della città:

o    Expo 2015 S.p.A., a fronte dei finanziamenti pubblici ricevuti per 2.318,7 milioni di euro, ha restituito al pubblico 874 milioni generando, quindi, un debito di 1.445 milioni di Euro (come abbiamo raccontato a suo tempo, quando vennero pubblicati i bilanci);

o    il grande evento green ha dato il via a un nuovo capitolo della cementificazione meneghina e alla deregolamentazione dell’edilizia, con il conseguente disastroso aumento di consumo di suolo, nella vicenda emblematica dell’ex Area Expo che, nonostante fosse stata sottoposta a referendum civico nel 2011 con oltre il 95% di voti favorevoli alla sua trasformazione in area verde a Esposizione conclusa, ospiterà a breve il polo MIND;

o    non meglio è andata sul fronte reddito e lavoro: la povertà ha raggiunto il picco degli ultimi 10 anni, i redditi si sono polarizzati radicalmente, mentre tra il 2018 e il 2023 almeno 400.000 persone hanno lasciato Milano a fronte di 500.000 nuovi abitanti a reddito più alto, in particolare nei quartieri periferici storicamente a reddito più basso i cui abitanti sono dovuti emigrare verso lidi più lontani in fuga dallo scoppio del costo della vita. Mentre sul tema eventi, grazie anche all’accordo dei Sindacati confederali, Expo ha di fatto sdoganato l’utilizzo massiccio del volontariato per le imprese e nel settore culturale

Sono proprio questi numeri a farci dire che, senza alcun dubbio, avevamo ragione noi.

Avevamo ragione noi che, ancora durante la sindacatura Moratti, quando Expo2015 era solo nella fase di candidatura, sostenevamo che una  città a misura di grandi, medi, piccoli eventi (come oggi è diventata Milano) sarebbe stata una città che si sarebbe sviluppata contro i propri abitanti, i loro bisogni primari, che avrebbe espulso a colpi di gentrificazione le classi popolari e gli stessi lavoratori che mandano avanti l’economia della metropoli. Avevamo ragione noi a dire che Expo2015 sarebbe stato il propulsore della privatizzazione della città pubblica a favore degli appetiti di immobiliaristi e fondi d’investimento, che  i Piani di Governo del Territorio favorivano senza soluzione di continuità. Avevamo ragione noi a parlare di “debito, cemento, precarietà” come matrice per identificare l’impatto che grandi eventi e grandi opere hanno sui territori che li subiscono e di Expo2015 come dispositivo per avviare una nuova governance urbana.

L’ultimo movimento unitario del Movimento

Abbiamo animato e attraversato il percorso No Expo da subito, anzi possiamo affermare che il Comitato da cui poi è nata l’Assemblea e la Rete è stato il contesto di formazione del nostro collettivo/laboratorio politico. Abbiamo speso anni a costruire l’ambito collettivo dell’Attitudine No Expo, girato il Paese e l’Europa, scritto contributi e fatto subvertising di famosi giochi (do you remember Expopolis?), con il solo obiettivo di costruire un fronte ampio di lotta e resistenza alle dinamiche che il grande evento voleva imporre alle nostre vite. Abbiamo smontato cantieri nei parchi della periferia ovest, laddove le ruspe targate Expo volevano sperperare 90 mln di fondi pubblici per l’inutile e nemmeno troppo estetica “Via d’Acqua”, fermando lo scempio ambientale nella cintura di parchi dell’Ovest milanese e lo spreco economico. Abbiamo provato con uno dei primi Climate Camp in Italia a salvare i terreni agricoli di Cascina Merlata e dell’est Milano da speculazioni immobiliari e autostrade inutili. E tornando indietro nel tempo rifaremmo tutto e forse di più.

 

Rifaremmo anche la No Expo Mayday del Primo maggio 2015: una delle più importanti manifestazioni di massa dell’ultimo decennio a Milano, criminalizzata per qualche vetrina rotta, qualche auto bruciata e tante scritte sui muri. Ma serviva il “nemico pubblico” e l’occasione era ghiotta per detrattori di varia specie per infangare la legittimità di un percorso che aveva ancora tanto da dire e fare. Se quel giorno sbagliammo fu nel non capire che c’era una rabbia della generazione precaria che andava al di là della nostra voglia di una Mayday che fosse un punto di partenza e non di arrivo.

Ma il movimento No Expo non è morto per la repressione, quanto per una questione squisitamente politica che ci interroga tuttora.. A decretarne la fine, infatti, è stata la mancanza di volontà della grossa parte non antagonista, associativa, cooperativa, civica, che in 8 anni di lotta eravamo riusciti ad aggregare su parole d’ordine radicali e di rottura rispetto alle logiche di Expo, di continuare a stare fuori dal circuito cooptativo che Pisapia aveva apparecchiato e alla cui tavola si sarebbero invece fatti servire – proprio da quei soggetti – Beppe Sala e i soggetti privati, nativi e globali, che avrebbero divorato la città. Ma è stata anche la nostra incapacità, della componente radicale e anticapitalista, di mantenersi coesa e tenere aperta un’opzione politica di rifiuto del “modello Milano”, in nome del diritto alla città, tale da consolidare e far crescere consenso nei suoi confronti. E tutti gli espulsi dalla metropoli post-Expo e pre-Olimpiadi sanno quanto ce ne sarebbe stato bisogno. Di fronte a tutto questo, non possiamo che sorridere amaramente di fronte a chi riduce tutto al fuoco di paglia esploso 10 anni fa, come uno stereotipo e un luogo comune tutto nostro, del “movimento” milanese, fatto proprio anche dall* compagn* più giovani che quegli anni non li hanno vissuti spesso. Ci sembra più una scusa per giustificare uno sfaldamento che non abbiamo saputo fermare e l’isolamento delle collettività venuto successivamente. Perché la stagione No Expo è stata anche questo: l’ultima esperienza politica unitaria vissuta a Milano a livello di movimento.

In ogni caso nessun rimorso

Oggi, a dieci anni di distanza, con una città sempre più cara per il costo della vita e degli affitti, sempre più esclusiva ed escludente, con un modello di sviluppo (immobiliare) finito sotto indagini giudiziarie e con il nuovo grande evento inutile alle porte, le Olimpiadi 2026, le parole d’ordine e le analisi critiche della stagione No Expo non solo sono attuali, ma trovano conferma nei fatti. E ci fa piacere che tante persone, che dieci anni fa prendevano le distanze dai “pericolosi antagonisti” che rovinavano l’immagine di Milano nel mondo, persino qualche Spugnetta del giorno dopo ne siamo sicur*, si stiano timidamente accorgendo della tossicità del “modello Milano” e della sua insostenibilità per fasce sempre più ampie di abitanti. Nel frattempo di “Salvare il Pianeta – Energia per la vita”, come voleva il titolo di Expo2015, non si parla più se non nei goffi e sempre meno credibili tentativi di greenwashing e socialwashing del Sindaco Sala; il cibo è diventato food, spesso junk, per turisti ricchi; il consumo di suolo continua inarrestato e le Olimpiadi 2026 hanno la stessa funzione che ebbe Expo2015: alimentare la macchina predatoria e garantire flussi turistici e, soprattutto, di investimenti immobiliari per un altro lustro, a spese delle città pubblica, della sostenibilità ambientale, delle fasce lavoratrici e del precariato, ma ormai anche di quello che si definiva orgogliosamente “ceto medio”.

Per questo oggi, Primo Maggio 2025, siamo ancora orgogliosamente No Expo e, invitando tutta la nostra comunità politica e la città a ricordarsi degli aspetti progressivi di quella fondamentale stagione di lotta politica, a testa alta possiamo dire: in ogni caso nessun rimorso.

da qui

sabato 7 settembre 2024

Ambiente e salute a Gaza: una catastrofe nella tragedia della guerra - Fabrizio Bianchi

 


È partita nel corso del week end la campagna vaccinale contro la polio a Gaza, nel corso di una tregua che dovrebbe essere garantita da Israele proprio per permettere di somministrare il vaccino a più di 640mila bambini. Le code testimoniano la grande partecipazione della popolazione gazawi. Ma al di là dell'urgente risposta al ritorno della polio, la situazione sanitaria nella striscia è drammatica sotto tutti i punti di vista. 

Da un recente Rapporto dell’agenzia per la protezione ambientale delle Nazioni Unite (UNEP), pubblicato a giugno scorso, sulla situazione ambientale e i rischi per la salute nella striscia di Gaza emergono dati raccapriccianti: da dati satellitari è stimato che le bombe abbiano distrutto il 37% delle abitazioni e ne abbiano danneggiate gravemente il 27%, producendo 39 milioni di tonnellate di detriti di varia natura, circa 107 kg per ogni metroquadro di territorio, con un gravissimo inquinamento di terreni e acque. I sistemi idrici, di trattamento dei rifiuti e igienico-sanitari vengono definiti distrutti o prevalentemente inattivi, con la conseguenza che si aggrava di giorno in giorno la situazione ambientale e crescono a dismisura i rischi per la salute, nell’immediato e sul medio e lungo tempo.

La lettura del rapporto UNEP, che ha come titolo “Impatti ambientali del conflitto in Gaza – Valutazione preliminare”, lascia atterriti: se è possibile, la crudezza dei numeri stampati è anche più forte e tragica delle immagini passate giornalmente dai media.

L’ambiente della striscia di Gaza era già in condizioni difficili prima del 7 ottobre, con una forte pressione sugli ecosistemi a causa dell’alta densità di popolazione, di conflitti ricorrenti, delle condizioni di deprivazione socio-economica, in un’area vulnerabile ai cambiamenti climatici.

Distruzione ambientale e rischi per la salute

Le distruzioni recenti e in corso ad opera delle forze armate israeliane hanno praticamente annullato tutti gli sforzi fatti per migliorare i sistemi di gestione ambientale, specie per dotare la popolazione di impianti di desalinizzazione dell'acqua, di trattamento delle acque reflue, di sviluppo di sistemi a energia solare e per il ripristino della zona umida costiera di Wadi Gaza.

Le macerie contengono materiali e sostanze pericolose: ordigni inesplosi, rifiuti di ogni genere, amianto, polveri, che comportano rischi per la salute umana per esposizioni che più si protraggono nel tempo e più produrranno gravi danni all’ambiente e alla salute. Per questa, ragione è fondamentale abbreviare il tempo per la rimozione, il risanamento, la ricostruzione.

A seguito della chiusura dei cinque impianti di trattamento delle acque reflue, le acque non depurate, che contengono agenti patogeni e sostanze chimiche pericolose, inquinano i terreni, le acque dolci e costiere, e le spiagge, dove cercano di sopravvivere oltre 2 milioni di palestinesi. Acque e terreni sono contaminati anche dai metalli pesanti che sono nei pannelli solari distrutti, e dalle numerose sostanze chimiche contenute nelle munizioni esplose, da aggiungere ai rischi degli ordigni inesplosi, che sono particolarmente gravi per i bambini.

Il sistema di gestione dei rifiuti è collassato, 5 impianti di trattamento su 6 sono gravemente danneggiati: il rapporto UNEP riporta che, già alla fine del 2023, 1.200 tonnellate al giorno di rifiuti si accumulavano intorno ai campi e ai rifugi.

Pur in assenza di dati di monitoraggio, l’aria è valutata gravemente inquinata dagli incendi e dalle combustioni a cielo aperto di legna, plastica e rifiuti.

In questo quadro aumentano a dismisura i rischi di ogni tipo di malattia, che siano acute, croniche, infettive, assai difficili da prevedere e su cui poco possono fare i presidi sanitari d’urgenza tenuti coraggiosamente in piedi dalle ONG, mentre c’è bisogno di riorganizzare un sistema sanitario che sia in grado di affrontare gli impatti della guerra.

Naturalmente al primo posto ci sono i presidi per la cura e riabilitazione, ma sarà importante anche ricostruire la capacità di rilevamento di dati ambientali e sulla di salute della popolazione, indispensabili per la comprensione della situazione e la programmazione di un sistema sanitario in grado di rispondere alle criticità principali post-belliche.

I rischi sono già realtà

Il poliovirus di tipo 2 rilevato a luglio in liquami provenienti dai siti di Khan Younis e Deir Al- Balah e il primo caso confermato di poliomielite in un bambino di 10 mesi non vaccinato a Deir Al- Balah, sono eventi gravissimi, che non accadevano da 25 anni.

Il caso viene presentato in modo superficiale, alludendo al potere risolutivo di una campagna di vaccinazione affidata alla somministrazione per bocca del vaccino Sabin (OPV, basato su virus Polio vivi attenuati), da effettuarsi in una situazione densa di difficoltà, e non priva di rischi. Infatti, esiste una probabilità, seppure bassa, di effetti collaterali del vaccino OPV (in Italia è in uso un piano di 4 dosi di vaccino inattivato di tipo Salk) e tra i fattori di rischio riconosciuti per lo sviluppo di casi gravi di poliomielite ci sono lo stato di gravidanza, l’immunodeficienza, la presenza di ferite o lesioni, condizioni fin troppo frequenti in questo periodo.

La situazione richiede un intervento su larga scala per la vaccinazione urgente, ma ha bisogno di un piano più complesso che contempli richiami vaccinali e attenzione anche agli adulti, che possono infettarsi, sebbene con più bassa probabilità, per via oro-fecale o per contatto con ammalati o portatori sani.

In estrema sintesi, nessun ecosistema è risparmiato dalle conseguenze dirette e indirette della distruzione bellica, gli ambienti marini e costieri, i terreni coltivabili e l’aria. Oltre alle enormi perdite umane dirette, gli effetti sulla salute oggi visibili sono solo la punta dell’iceberg, e ciò che accadrà in seguito è solo approssimativamente stimabile in assenza di un ritorno alla pace.

Il rapporto UNEP conclude con l’appello “al cessate il fuoco per salvare vite umane e ripristinare l'ambiente, per consentire ai palestinesi di iniziare a riprendersi dal conflitto e ricostruire le loro vite e i loro mezzi di sussistenza a Gaza. Un'analisi ambientale, che comprenda la valutazione della contaminazione da munizioni e degli altri inquinamenti legati al conflitto, dovrebbe essere parte integrante della pianificazione della ripresa e della ricostruzione.”

- Ne avevamo parlato anche qui su Il Bo Live a inizio agosto: Striscia di Gaza: un'emergenza (anche) sanitaria 

“Cambiano gli scenari di guerra ma non cambia la sostanza e la smisurata ipocrisia di chi rifiuta la colpa o non si assume responsabilità

Nel libro di Tiziano Terzani “Lettere contro la guerra”, di recente ristampa, è scritto: “Che differenza c’è fra l’innocenza di un bambino morto nel World Trade Center e quella di uno morto sotto le nostre bombe a Kabul? La verità è che quelli di New York sono i «nostri» bambini, quelli di Kabul invece, come gli altri 100.000 bambini afghani che, secondo l’UNICEF, moriranno quest’inverno se non arrivano subito dei rifornimenti, sono i bambini «loro». E quei bambini «loro» non ci interessano più.”

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martedì 11 giugno 2024

Il tempo del bastone - Anna Lombroso


Per chi non l’avesse capito è finito il tempo della carota.

Adesso è il tempo del bastone e ce lo siamo meritato.

Avete fatto male a credere che l’austerità, lo stato di emergenza perenne,  l’imposizione di permessi di esistere avessero soltanto un significato economico o repressivo o tutti e due, possiedono  anche una severa qualità morale e  punitiva che contribuisce tra l’altro a determinare una selezione manichea tra buoni meritevoli e cattivi da discriminare, criminalizzare e mettere ai margini, anche perché macchiano la reputazione del Paese la cui sovranità è stata già delocalizzata e che, per colpa loro, rischia di non essere assorbito nell’impero in declino,  nemmeno come espressione geografica.

Il manutengolo europeo mandato a completare il golpe, peraltro  avviato da anni,  grazie alla provvidenziale  pandemia, e la cui indole multitasking, da mozzo del Britannia a liquidatore fallimentare fino a becchino, viene  quotidianamente esaltata per legittimare l’occupazione in regime di esclusiva  di tutte le alte cariche dello Stato, Presidente del Consiglio, Presidente della Repubblica e dunque anche  del Csm, si è incaricato generosamente anche di svolgere quello di Gran Maestro, in tutti i sensi, aspirando a diventare il vertice della loggia dell’Occidente carolingio  morente, come si augurano quelli che lo candidano per la successione della cancelliera,  ma anche con una funzione educativa spietata come è giusto  che sia per guidare una popolazione sventata e dissipata, cinica e corrotta.

E difatti i suoi ragazzi ponpon esultano sui media e in rete quando fa il castigamatti degli inessenziali, degli indolenti, degli improduttivi e dei miserabili attentatori del decoro e del prestigio della Nazione che ostacolano la sua missione con attitudini e comportamenti deplorevoli.

Dopo averci restituito, in veste di maggiordomo dei 19 che contano, la  credibilità di inservienti, affittacamere, osti, e anche le mezze stagioni, oltre al  lustro ai corpi intermedi, partiti promossi a ago della bilancia della governabilità, sindacati perseguitati da vili antagonisti che possono far finta di voler recuperare ruolo e mandato, adesso si prodiga per  valorizzare il mandato morale della cultura di impresa, della missione etica e responsabile di chi traina lo sviluppo e che deve contrastare l’indole parassitaria dei lavoratori che pretendono troppo, dei cittadini che hanno voluto troppo, degli italiani che imbrogliano troppo con i mezzucci vergognosi, le astuzie miserabili e a disonestà cialtrona che hanno nel codice genetico.

Che pacchia per la stampa ufficiale col Sole 24 Ore in testa denunciare   gli ultimi scandali che dovrebbero far impallidire i dati sull’evasione fiscale, lo smantellamento della rete di controlli sulla rintracciabilità delle operazioni bancarie sospette, le nuove frontiere della semplificazione applicate al sistema degli appalti, la manutenzione di strade e autostrade, la collusione di enti di controllo e vigilanza con imprese criminali, gli assassinii in fabbrica, il mantenimento surrettizio di norme che garantiscono immunità e impunità anche in forma retroattiva per una gamma estesa di reati di soggetti eccellenti, con qualche incursione nelle malefatte più pittoresche di amministratori infedeli, con l’esclusione di governatori e assessori alla Sanità, doverosamente risparmiati da governo centrale e media.

Eccoli in solluchero a somministrarci i numeri delle vergogne popolari. Tra il primo maggio e il 17 ottobre indagini a   tappeto condotte dai Carabinieri del Comando Interregionale “Ogaden”, con giurisdizione sulle Regioni Campania, Puglia, Abruzzo, Molise e Basilicata, insieme al Comando Carabinieri Tutela del Lavoro (dirottato su questa trincea più spettacolare delle inadempienze dei titani delle piattaforme, dei controlli sui requisiti di sicurezza nei cantieri, o sul caporalato) hanno rivelato oltre 4.839 irregolarità a carico del  Mondo di Mezzo del reddito di cittadinanza, popolato di nullatenenti con Ferrari, vacanzieri che se la spassavano in barca, proprietari di più appartamenti, “ma anche la titolare di un autonoleggio con 27 auto e il proprietario di una scuola di ballo… e c’è stato anche chi si è inventato di avere dei figli risultati inesistenti”.

Così siamo stati informati che il nemico in casa ha rubato dalla cassetta dell’elemosina di Stato,  con un danno per  l’erario  di quasi 20 milioni di euro “indebitamente percepiti”.

Ma non basta, dopo un anno dalla piena operatività della piattaforma per la cessione dei crediti e degli sconti in fattura dei bonus edilizi, “alle Entrate si è accesa la spia del rischio frodi”,  tanto che l’Agenzia in poco tempo ha fatto emergere “800 milioni di crediti inesistenti”, a dimostrazione, che come constata amaramente il Direttore delle Entrate, Ruffini, “quando lo Stato stanzia risorse ingenti, in forma diretta o meno, c’è sempre chi cerca di approfittarne”.

E come dargli torto a pensare ai casi illustri dalla Fiat, all’Ilva, dall’Alitalia, alle banche, dal Mose alla Metro di Roma, quando le risorse pubbliche hanno coperto falle, riempito voragini scavate dal malaffare, cementando insieme al disonore, all’incapacità, alle frodi anche la memoria di cittadini e funzionari onesti che “se l’erano cercata”.

In anni passati quando la sociologia era una disciplina approssimativa e arbitraria almeno quanto la statistica, ma faceva ancora uso dell’indagine storica per diagnosticare i mali presenti, qualche esperto della materia spiegò come soprattutto nel Mezzogiorno, il familismo e il clientelismo, fino ad arrivare ai fenomeni di abusivismo, avessero un connotato difensivo. Ceti marginali rispetto agli standard di crescita e di partecipazione del Paese, ricorrevano a espedienti illeciti per ottenere quello cui avrebbero avuto diritto: accesso a graduatorie per i posti di lavoro, per un tetto, autorizzazioni negate che si ottenevano in cambio di favori o mazzette, di qualche pollo o di qualche fiasco di vino.

Cerchie di amministratori e notabili erano diventate un corpo intermedio che negoziava, trattava, con il voto di scambio o il traffico di favori, permessi, finanziamenti, trasferimenti di impiegati pubblici e militari, alcuni restando nei paesi d’origine, altri diventando la dirigenza della pubblica amministrazione, dei ministeri, dei corpi dello Stato nella Capitale, accreditando una lettura che trova ancora dei seguaci in chi si preoccupa che nell’Esecutivo attuale si sia formata una cosca lucana influente e inviolabile.

È perfino banale dire che per estensione la stessa lettura si può dare della nascita e del consolidamento del fenomeno mafioso, del suo dominio determinato non solo dal regime della paura, dell’intimidazione  del ricatto, ma anche dal sistema di “protezione” e ascolto messo in atto, come unico referente per i bisogni della povera gente. E in ragione di ciò mai davvero contrastato dai regimi e dai poteri forti interni ed esterni,  interessati a questa funzione di mediazione che dirottava malessere e dissenso in aree del Paese condannate a un’emarginazione compensata da assistenzialismo arbitrario e briciole discrezionali distribuite come elemosine nell’ambito di grandi operazioni speculative, e da una tolleranza elargita per comportamenti illegali considerati un effetto fisiologico della inferiorità antropologica, sociale e culturale di una intera geografia della nazione.

Si vede proprio che aveva ragione quel comandante dei carabinieri che in occasione di una indagine sull’infiltrazione della ‘ndrangheta profetizzò che quello che non era Calabria, Calabria sarebbe diventato.

Ma la colpa non è delle ‘ndrine che battono la concorrenza con le imprese legali insinuandosi nei settori cruciali, che anticipano le tendenze del business indisturbate, che si appropriano di aziende e comparti sofferenti imponendo le loro leggi di mercato indistinguibili da quelle dettate da esecutivi che hanno aggirato il Parlamento e che hanno l’intento dichiarato di rimuovere lacci lacciuoli, demolire le rete dei controlli, cancellare la possibilità di esercitare il controllo e la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali.

La colpa è di chi ha fatto diventare tutto il Paese la Calabria dell’Europa, una propaggine pigra e indolente dei territori parassitari del Mediterraneo, da criminalizzare  punire per il suo superstite e deviato istinto di sopravvivenza, per la sua ribellione a leggi tante severe, indebite e ingiuste da istigare all’inosservanza e a un sviluppo così iniquo e disuguale da ispirare trasgressione e ribellione.

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lunedì 10 giugno 2024

I “migranti” sardi della salute, ventimila partenze all’anno

La maggior parte sono donne con problemi oncologici o cardiaci

Liste d’attesa che superano abbondantemente i 30 giorni previsti dai protocolli medici e nel luglio scorso, in un solo mese, 15 pazienti del Businco sono andate a fare l'intervento di tumore alla mammella a Milano.

Negli anni della pandemia oltre 15mila sardi sono partiti per curarsi, si stima che nel 2023 la quota salirà a 20mila.

Numeri sempre più in aumento: cinque anni fa l'11% delle donne sarde operate di cancro al seno sono andate fuori regione, nel 2022 la percentuale è salita al 19,1% (secondo le rilevazioni Agenas).

Secondo gli ultimi studi sulla mobilità passiva, in Italia la maggior parte dei migranti per la salute (il 63%) è rappresentata da donne che hanno in media 45 anni, partono principalmente dal Sud e dalle Isole, in particolare per problemi oncologici e cardiaci.

In base ai dati ufficiali forniti dalla Regione, dalla Asl di Cagliari sono volati nella Penisola 4.503 pazienti; da quella di Sassari 3.550; dalla Gallura 2.666; dal Nuorese 1.423; dalla Asl di Oristano 1.234; da quella del Sulcis 928; dal Medio Campidano 606; dall'Ogliastra 474.

Renato Pischedda, nuorese, ex operatore del 118, è il responsabile dell'associazione Svs-Viaggi per la salute, nata due anni fa, prima in Italia, per offrire un servizio «a tutti coloro che per motivi di salute devono andare in strutture sanitarie dentro e fuori dall'Isola, gestendo per conto del paziente tutti gli aspetti necessari a raggiungere la legittima speranza di guarire». Per dire, si aiuta chi deve compilare tutti i documenti necessari per avere il rimborso in base alla legge regionale 26 del 2011, si anticipano le spese a chi non è in grado di sostenerle, si cercano e si acquistano i biglietti aerei o navali, si accompagna chi non ha nessuno, si mette a disposizione il taxi sanitario. «Siamo una sorta di patronato per i migranti sanitari», prosegue Pischedda, «l'obiettivo è quello di aprire più sedi, la prossima, entro fine anno, sarà a Quartu, grazie alla collaborazione di Domu Mia, inoltre, abbiamo vinto una gara a Genova e ci hanno assegnato due locali, dove inaugureremo un centro servizi a 360 gradi per chi viaggia».

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mercoledì 8 maggio 2024

Stretta sui medici che ‘prescrivono troppo’, fondi ai farmacisti per fare lo stesso. Accade solo qui - Pina Onotri

 

L’articolo 32 della Costituzione recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Mai enunciazione fu più disattesa. Sempre più cittadini rinunciano alle cure e coloro che possono sono costretti a rivolgersi al privato per poter effettuare prestazioni che, nel pubblico, non è semplice ottenere: per una visita cardiologica, infatti, il tempo medio di attesa stimato, nel Servizio Sanitario Nazionale, è di circa 400 giorni, per un’ecografia addominale 600 giorni, per una ecografia mammaria quasi 500 giorni e per una tac polmonare circa 300 giorni.

E questo nonostante i medici applichino quanto previsto dal “Piano Nazionale liste d’attesa”, inserendo sulla prestazione richiesta un codice di priorità, in base al quadro clinico del paziente, per indicarne i tempi di esecuzione che vanno dalle 72 ore a 120 giorni. Questo, in campo medico, si chiama appropriatezza: fare la cosa giusta, al momento giusto, con i tempi giusti.

Nonostante i codici di priorità, le liste d’attesa si allungano sempre più. Semplicemente il Servizio Sanitario pubblico non riesce più a rispettarli, neanche per i malati oncologici. In questi giorni, l’Usb Sanità di Cagliari denuncia che l’attesa per una visita di radiologia oncologica è lunghissima e 194 malati di cancro sono in attesa di una risonanza per poi sottoporsi ai conseguenti trattamenti medici e di radioterapia. E così un po’ in tutta Italia.

Qual è la soluzione messa in campo? Un decreto in arrivo per costringere i medici a tagliare del 20% la richiesta di esami diagnostici e strumentali. In pratica un decreto taglia prestazioni. Non riesco a garantirle? Elimino alla fonte la domanda. Ho spiegato poc’anzi cosa si intende in campo medico per appropriatezza. Invece per i burocrati, che ormai amministrano la medicina, essere appropriati significa spendere poco e stare al sotto di una media matematica.

È quanto sta succedendo ormai da un decennio per la farmaceutica: appena ti trovi al di sopra della media di spesa, le commissioni Asl di appropriatezza prescrittiva te ne chiedono conto, etichettando il medico come iperprescrittore. E peccato che l’algoritmo che decide la media non ha alcuna considerazione della situazione clinica del paziente, delle sue necessità e neanche del disorientamento dei vecchietti che smarriscono ricette e farmaci mentre tu ti rendi colpevole per aver prescritto 13 scatolette di aspirina anziché 12 in un anno.

E’ quello che tra poco accadrà anche per la diagnostica, esami di laboratorio e visite specialistiche con il decreto in arrivo. Un medico per poter mettere la firma su una ricetta ha frequentato un corso di laurea base di 6 anni, almeno 5 anni di formazione post laurea, corsi di aggiornamenti vari e formazione continua ed è tenuto al rispetto delle norme regolatorie e delle buone pratiche. Quindi penso sia più che appropriato, anzi è appropriato per definizione. La valutazione del suo operato dovrebbe essere qualitativa: come curo quella persona e non quanto spendo per curarla.

Ma poi chi giudica se un avvocato, per esempio, è appropriato piuttosto che un ingegnere o un politico? Questo trattamento viene riservato ai soli medici.

Mentre arriva la stretta sui medici e di conseguenza sui pazienti, si finanziano con soldi pubblici le farmacie, dando la possibilità ai farmacisti di valutare chi ha diritto di fare gratuitamente, a carico del SSN, un ecg, piuttosto che un holter pressorio o un holter cardiaco. Si potranno effettuare in farmacia addirittura 3 ecg, 3 holter pressori, 3 holter cardiaci all’anno per soggetto. Penso di non aver mai prescritto ad un mio singolo paziente tutti questi esami.

C’è da chiedersi quali competenze cliniche possano mettere in campo i farmacisti, rispetto ai medici a cui si chiede di essere “appropriati”. È come dire facciamo costruire i ponti agli avvocati o permettiamo agli ingegneri di arringare nelle aule di tribunale.

E, comunque, si sa che prestazioni improprie generano altre prestazioni improprie, che vanno a gravare ulteriormente sul SSN, peggiorando la situazione delle liste d’attesa a discapito dei malati che necessitano di cure e diagnosi e mettendo a rischio la salute dei cittadini. Mentre togliamo la possibilità di prescrivere esami a chi ha le competenze per farlo, la diamo a chi queste competenze non ce l’ha perché non è medico. In quale altro paese al mondo ciò è possibile? Da un lato si opera una stretta con tagli alle prestazioni, dall’altra assistiamo allo sperpero di denaro pubblico.

Non contestiamo certo la scelta di un cittadino a fare un esame diagnostico dove vuole: in ospedale, in un centro convenzionato, in farmacia o anche al supermercato; ma se quell’esame è realmente necessario e viene messo a carico al SSN, e quindi alla fiscalità generale, deve essere prescritto da chi ha le competenze per farlo.

La verità è che dopo 10 anni di tagli alla sanità, circa 37 miliardi, che si sono tradotti in 100 ospedali in meno, decine di migliaia di medici e infermieri in meno ,con il rapporto Pil/ spesa sanitaria più basso di sempre e con il numero di posti letto ospedaliero sempre più ridotto rispetto agli altri paesi d’Europa, il Servizio Sanitario pubblico non riesce più a reggere.La risposta non è certo regalare soldi alle farmacie , ne acquistare prestazioni da privati con risorse destinati al Servizio Pubblico.

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mercoledì 10 aprile 2024

TAV = Mafia. Nuove prove del coinvolgimento della ‘ndrangheta nel TAV Torino – Lione

  

Negli scorsi mesi è venuta fuori, come succede ciclicamente, una polemica bipartisan sulla scritta che svetta sul Musiné all’ingresso della valle che recita TAV = Mafia. Oggi veniamo a conoscenza attraverso una notizia apparsa sul tg regionale che esistono nuove prove del coinvolgimento delle ‘ndrangheta nelle opere propedeutiche al TAV Torino – Lione. Secondo quanto riportato dall’articolo sarebbero nove le persone al centro dell’inchiesta condotta dai militari del ROS e del Comando Provinciale di Torino. Eseguita questa mattina, 4 aprile 2024, un’ordinanza di custodia cautelare in carcere e agli arresti domiciliari, su provvedimento del G.I.P. del Tribunale di Torino.

Le indagini, condotte tra il 2014 ed il 2021 dal ROS Carabinieri e dalla Stazione Carabinieri di Leinì, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Torino, si sono concentrate su un’articolazione territoriale della ‘ndrangheta operante in Brandizzo, Torino e provincia, emanazione delle ‘ndrine Nirta e Pelle originarie di San Luca. Il sodalizio avrebbe operato con sistematico ricorso all’intimidazione nei rapporti con i concorrenti e offerta di protezione a vittime di atti estorsivi, infiltrandosi nell’economia legale del territorio attraverso aziende di edilizia e trasporti, riconducibili al gruppo criminale, che hanno ricevuto, almeno a partire dall’anno 2014, commesse da appaltatori operanti nel settore autostradale e nella realizzazione delle grandi opere, tra cui il Tav, per svolgere lavori di manutenzione del manto autostradale e movimento terra nella provincia di Torino.

Ai domiciliari sarebbe finito Roberto Fantini, fino al 2021 amministratore delegato di Sitalfa, società controllata da Sitaf, concessionaria dell’autostrada dal 2020 nelle mani del gruppo Gavio. Lo stesso avrebbe garantito appalti e commesse alle aziende colluse con la ‘ndrangheta. Ricordiamo brevemente che proprio nel 2021 avvenne il violento sgombero manu militari del presidio di San Didero per installare il fortino-cantiere dell’autoporto che Sitaf ha dato in concessione diretta a se stessa.

In attesa che emergano ulteriori dettagli notiamo come i giornali siano per lo più reticenti a parlare del coinvolgimento di questo sodalizio nel Tav Torino – Lione e parlino genericamente di grandi opere. In altri tempi una notizia del genere avrebbe occupato le prime pagine e non qualche trafiletto della cronaca locale, ma si sa non bisogna disturbare il conducente della malaopera ecocida. Chissà cosa emergerebbe se si approfondissero le indagini su questi settori della criminalità organizzata e sulle grandi imprese del cemento e del tondino colluse invece di sprecare soldi e risorse inventando accuse di associazione a delinquere contro chi difende la valle dalla speculazione, dalla devastazione e dal malaffare?

Per quanto ci riguarda non avevamo bisogno di attendere le indagini per avere consapevolezza delle infiltrazioni della criminalità organizzata, i ciclici tentativi di dare fuoco ai presidi NO TAV sono chiare intimidazioni mafiose. Forse sarebbe ora che anche altri aprissero gli occhi e la smettessero di regalare i nostri soldi a mafiosi e speculatori senza scrupoli.

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