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sabato 11 aprile 2020

La sorprendente rivincita del cibo cucinato a casa – Riccardo Luna




E’ istruttivo, e persino divertente a volte, vedere con quanta facilità si sbagliano le previsioni sul futuro. Per esempio quella che decretava la fine del cibo cucinato in casa. Ucciso dalle app dei fattorini che ti portano a casa i manicaretti del ristorante in pochi minuti e senza sbattimenti. Non era una cosa che si diceva tanto per dire. Era una cosa fondata sui dati. Intanto il declino del cibo cucinato in casa era un trend iniziato ben prima delle app, a cavallo del nuovo secolo più o meno. Il declino era stato inarrestabile al punto che nel 2017 una delle bibbie del settore, Epicurious, aveva sentenziato “l’abitudine di cucinare a casa sta morendo”.

E l’anno dopo era arrivato un report autorevole a chiedersi “la cucina (intesa come stanza della casa, luogo del cucinare) è finita?”. La causa non erano solo le app di food delivery, quello era stato il colpo di grazia. La vera causa era la nostra vita frenetica: chi ha tempo di andare al mercato, scegliere le cose giuste, tornare a casa, prepararle con cura e possibilmente perizia, e solo a quel punto mangiarle? Avevamo sempre fretta prima, prima del coronavirus; non avevamo mai tempo, e del cibo ci prendevamo solo la parte finale. Qualcuno arrivò a dirmi che in fondo era socialmente più economico e poi si inquinava di meno; ma culturalmente è stato un mezzo disastro. E’ in quegli anni che deve essere nata l’abitudine dell’apericena. 

Poi è arrivato il coronavirus, il tempo si è dilatato, squagliato come un orologio di Dalì, e improvvisamente abbiamo riscoperto il senso e il piacere di cucinare in famiglia. Lo capisci perché nei supermercati da settimane è sparita la farina. Più ancora della farina: il lievito. So di conoscenti che di questi tempi si incontrano di nascosto in strada, senza fermarsi per non dare nell’occhio, e si scambiano una bustina di lievito. Sembrano scene di Breaking Bad, la serie tv su una certa droga, ma questo è piuttosto Baking Bed: siamo tutti lì che facciamo crostate, ciambelloni, paste fatte in casa, pizza e pane. Il pane è il sacro graal di chi cucina, la prova più dura. Invece delle app di food delivery è il momento d’oro delle app di cucina.

A livello globale sta esplodendo una app che è l’Instagram dei cuochi amatoriali: si chiama CookPad, l’ha lanciata un giapponese tempo fa, e invece dei selfie ci sono le foto dei piatti appena cucinati. In quarantena va fortissimo. “Sono tempi duri e bisogna friggere per tirarsi su”, dice Don Pasta, grande cantore dell’epopea del cibo fatto in casa con le ricette di una volta e la materia prima prodotta con amore dai contadini, “i villani” come li chiama lui.

Anche i villani hanno bisogno di aiuto, perché custodiscono un tesoro di conoscenze che non va perduto. Quanto è vero. L’altro giorno anche io ho fatto il pane: il primo era duro come un sanpietrino, il secondo era crudo. Il terzo mi sono impegnato: ho scelto le farine migliori, ho usato il lievito madre, ho fatto tutti i passaggi con calma assoluta, le piegottine, le diverse lievitazioni, l’aggiunta di un farina diversa come diceva la mia app. E alla fine era il pane più buono del mondo. Per farlo ci ho messo più di 24 ore: per una pagnotta, più di 24 ore. Non avevo mai saputo, figurarsi capito, che dietro il pane buono ci fosse tanto lavoro, tanto amore.

Forse per far passare prima questa quarantena infinita dovremmo contare il tempo con le pagnotte. La lentezza può diventare un formidabile vantaggio per ripartire. Rischiamo di diventare più profondi.


mercoledì 7 marzo 2012

gli artigiani che progettano il futuro - Riccardo Luna

Il futuro, secondo Doctorow, è quindi di società come Local Motors: nata a sud di Boston ha progettato e realizzato un auto da corsa con il contributo creativo di migliaia di appassionati. "La Rally Fighter è passata dal progetto al mercato in 18 mesi, il tempo che ai colossi dell'auto a Detroit serve per cambiare le decorazioni di una portiera", ironizza in proposito Anderson. Questa rivoluzione industriale ha molto della cultura fai-da-te degli americani ma con un cuore, anzi un cervello italiano. Non si tratta più infatti soltanto di stampare o tagliare oggetti, ma di renderli intelligenti. E interconnessi. Per fargli fare delle cose. A questo pensa Arduino. Ha un nome da re ma non è una persona, è un microcomputer da 20 euro che ha conquistato il mondo (ce ne sono in giro 400mila ufficiali, con il profilo dell'Italia stampato sul circuito elettronico, più almeno altrettanti clonati in Cina). Lo ha creato nel 2005 un giovane ingegnere ribelle, Massimo Banzi, 42 anni, mentre faceva un corso di interaction design agli studenti della scuola di Ivrea. A cosa serve Arduino? Banalizzando, a far compiere un'azione ad un oggetto: per esempio a farti ricevere un sms quando la tua pianta ha bisogno di acqua. E a moltissime altre cose più importanti. Tutte quelle che puoi immaginare. "Arduino è una piattaforma per il futuro", sintetizza Banzi che all'estero è una vera star, uno dei leader della rivoluzione in corso. Arduino è un progetto aperto, così come la MakerBot, i droni di Anderson, l'auto da corsa di Boston e come tutto quello che fanno i "maker". Vuol dire che sono stati progettati collettivamente, usando la rete, e non hanno copyright. 

Questo è un aspetto cruciale adesso che decine di venture capital si avvicinano a un settore dove intravedono possibilità di guadagno. Adafruit per esempio, è una startup nata in un loft del quartiere di Wall Street e diventata famosa con degli oggetti intelligenti realizzati riciclando le scatole metalliche per mentine Altoid: l'anno scorso ha venduto kit per 5 milioni di dollari. Ma come investire in un'azienda che non brevetta nulla e che anzi, si vanta di condividere tutto? Bre Pettis, che per MakerBot impega 82 persone e ha venduto kit per stampanti 3D fai-da-te per 10 milioni di dollari, avverte: "Chi non condivide i propri progetti, sbaglia". Punto. È anche questa la cultura digitale a cui faceva riferimento Anderson nel suo saggio: la condivisione e la partecipazione applicata alla produzione di oggetti. E se vi sembra una cultura di nicchia, sappiate che sta dilagando. Alle Maker Faire cinque anni fa andavano poche migliaia di persone: ora sono centinaia di migliaia, gli sponsor sono Microsoft, Pepsi Cola e Ford, e da tre anni una edizione molto spettacolare si svolge in Africa. Mentre i FabLab, lanciati dal Mit per replicare laboratori dove produrre facilmente oggetti, sono arrivati in tutto il mondo, persino in Afghanistan e CostaRica. In Italia ne è appena aperto uno, a Torino, si chiama Officine Arduino ed è nato sulla scorta di un FabLab sperimentale varato in occasione degli eventi per celebrazioni dei 150 anni. Nessuno sapeva dire bene cosa fosse quel posto lì, ma c'era tutti i giorni la fila. Le persone facevano cose. I "maker" stanno arrivando.

da qui