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giovedì 29 maggio 2025

Cile e Argentina alleati contro i mapuche - Gianni Sartori

 

Militarizzazione del territorio, criminalizzazione della resistenza…a conti fatti non ci sono grandi differenze tra le politiche dei governi argentino e cileno

 

Già nel XIX secolo l’argentino Cornelio Saavedra (a capo della prima Giunta di governo autonomo dopo la “Rivoluzione di maggio”) adottò la strategia di installare forti militari per prendere il controllo dei territori mapuche (Wallmapu). Ponendoli strategicamente a circa cinquanta chilometri l’uno dall’altro. Per citarne alcuni: Temuco, Angol, Chiwaiwe, Traiguén, Collipulli Curaco, Perasco…

In tempi più recenti, risaliva all’ottobre 2021 (governo cileno di Juan Sebastián Piñera Echenique) il decreto per istituire lo stato di emergenza in quattro province di Wallmapu (in seguito ad alcuni sabotaggi presumibilmente opera dei dissidenti mapuche).

Riesumando sistematicamente la strategia delle Basi militari avanzate (Bases Militares Adelantadas), recuperando quelle esistenti e costruendone altre sette. Un modo efficace, si pensava, per scoraggiare ulteriori proteste degli indigeni.

Anche con il governo di Gabriel Boric Font (nonostante in campagna elettorale si fosse espresso contro l’uso delle forze armate in un conflitto interno tra lo Stato cileno e una popolazione espropriata del 95% del proprio territorio ancestrale) le cose non cambiarono di molto. Ad appena un mese e mezzo dalla fine dello stato d’assedio decretato da Sebastián Piñera (28 marzo 2022), il nuovo governo di Boric rioccupava militarmente Wallmapu (16 maggio 2022).

Operazione per la “messa in sicurezza dell’Araucania” che si fondava su tre “pilastri”: Seguridad, Plan Buen Vivir e Comisión Para la Paz y entendimiento. Rafforzando in sostanza l’utilizzo delle Bases Militares Adelantadas e realizzandone di nuove. Una quindicina: tra cui: Lumaco, Capitán Pastene, Mulchén, Contulmo, Victoria, Lonquimay, Tirua, Los Alamos, Los Sauces,Traiguén, Collipulli, Ercilla, Curacautín (in grado di ospitare un centinaio di soldati)…

 Altro “pilastro” per il controllo del territorio mapuche, la Persecución Penal Efectiva a cui si deve la carcerazione di un centinaio di prigionieri politici mapuche.

Come dichiarava Luis Cordero, ministro cileno della Pubblica Sicurezza: “…la Persecución Penal en los hechos de violencia en la macrozona sur es manifiesta.. se han presentado 491 Querellas por parte de este Gobierno y más de 552 Condenas en estos casos”.

Con ampio utilizzo di mezzi blindati e posti di blocco (per non parlare delle “sparizioni” di militanti) per reprimere il dissenso degli autoctoni e proseguire nella spoliazione delle loro terre per interessi pubblici o privati (v. la deforestazione operata da varie multinazionali con il legname inviato per lo più negli USA).

in questa gara tra Cile e Argentina a chi reprime di più i mapuche, si arriva  (febbraio 2025) all’iscrizione nella lista delle organizzazioni terroristiche del movimento Resistencia Ancestral Mapuche (RAM) da parte del governo argentino (quello del “libertario” Javier Milei). Accusando la RAM di essere responsabile degli incendiche hanno devastato le foreste della Patagonia (circa 37mila ettari). In particolare nelle province di Neuquén, Río Negro e Chubut.

Considerando le azioni dirette dei mapuche (frutto anche della legittima disperazione diffusa soprattutto tra i giovani di questa “Prima nazione” umiliata e offesa) come un “attacco alla nostra sovranità” per la ministra argentina Patricia Bullrich. E accusando in particolare la RAM di rappresentare “una minaccia grave e multiforme per la sicurezza nazionale”.

Anche se finora questo “Proteo” sovversivo e sfuggente (sulla cui effettiva consistenza, anche tra i mapuche,permangono molti dubbi) si sarebbe manifestato quasi soltanto nella persona di Facundo Jones Huala (il “Lonko”). Considerato “leader politico e spirituale dei mapuche”, l’anno scorso aveva rischiato la vita con un lungo sciopero della fame e della sete contro la persecuzione subita dal suo popolo.

Contemporaneamente, a fine luglio 2024, suo fratello Fausto Jones Huala, ugualmente militante della resistenza mapuche, si toglieva la vita in quello che appariva come un vero e proprio “suicidio di protesta”.

Un gesto di cui la madre dei due militanti ritiene responsabili lo stato cileno e quello argentino.

https://www.infobae.com/politica/2024/08/01/encontraron-muerto-al-hermano-de-facundo-jones-huala-su-madre-dijo-que-fue-un-suicidio/

In genere vestito con abiti tradizionali, Facundo Jones Huala rivendica il diritto alla resistenza anticapitalista anche con l’azione diretta. Condannato a nove anni di carcere in Cile (dopo esservi stato estradato dall’Argentina) per l’incendio di una fattoria (vuota), rigetta con indignazione qualsiasi responsabilità per i roghi delle foreste. “Noi non abbiamo mai attaccato il nostro ambiente naturale. Sostenere che appicchiamo il fuoco alle foreste è solo una menzogna” ha ripetuto in varie occasioni.

In sostanza, le accuse alla RAM sarebbero soprattutto un modo per delegittimare la residenza indigena.

Va poi ricordato che alla RAM “argentina” corrisponde un’analoga organizzazione radicale “cilena”, la CAM (Coordinadora Arauco-Malleco), a sua volta classificata come organizzazione terroristica dal Congresso cileno ancora nel 2022.

Si calcola che attualmente in Argentina vivano circa 145 000 mapuche (dati per difetto, presumibilmente) mentre in Cile sarebbero quasi due milioni.

da qui

lunedì 14 ottobre 2024

Paesi Baschi: A volte correre rende liberi - Gianni Sartori

 

Sette militanti baschi verranno processati per avere – secondo l’accusa – favorito il passaggio della frontiera a un gruppo di migranti durante la Korrika

A sette mesi dai fatti contestati, la mattina del 2 ottobre sette militanti baschi venivano convocati presso il commissariato di Bayonne (Ipar Euskal Herria, Paese Basco sotto amministrazione francese). Ne uscivano soltanto dopo molte ore, nel tardo pomeriggio e dovranno presentarsi in tribunale per essere processati il 25 gennaio 2025.

Le accuse? Aver fornito “aiuto per entrare e per soggiornare in Francia a persone in situazione irregolare” e per aver agito come una “banda organizzata” (un’associazione a delinquere in pratica).

Tale azione umanitaria, definita dai responsabili di “azione civile”, costituisce un reato a tutti gli effetti per la legge francese, in base al CESEDA (il codice per l’entrata e il soggiorno degli stranieri e il diritto d’asilo).

Era stata concordata tra una dozzina di organizzazioni per consentire il passaggio di 36 “esuli” (migranti) confusi tra i partecipanti alla tradizionale corsa podistica basca di marzo, la Korrika (da Irun – Hego Euskal Herria, in territorio spagnolo – a Hendaye – Ipar Euskal Herria, in territorio francese).

Nel comunicato di rivendicazione (in data 28 marzo 2024) veniva stigmatizzata “la politica migratoria repressiva dell’Europa-fortezza che colpisce gli esiliati spingendoli verso le reti criminali di sfruttamento e della tratta di esseri umani”. Richiedendo “l’apertura delle frontiere e in particolare dei ponti come quello tra Irun e Hendaye (il Ponte Santiago nda) per garantire la libera circolazione”.

I sette baschi inquisiti (identificati grazie a un video) provengono da varie organizzazioni della sinistra basca abertzale. Tra cui il sindacato LAB (Langile Abertzaleen Batzordeak), Bidasoa Etorkinekin (un’associazione di aiuto ai migranti), il partito basco EH Bai e La France Insoumise. Mentre una ventina di organizzazioni si erano “autodenunciate” per aver collaborato all’azione di solidarietà, oltre 80 avevano espresso il loro sostegno e indetto una manifestazione davanti al commissariato di Bayonne.

Uno dei sette accusati, Eñaut Aramendi del sindacato LAB, ha spiegato che tutte le domande poste dagli inquirenti si basavano sul video della corsa, diffuso pubblicamente. Aggiungendo che “non sono soltanto sette persone che verranno giudicate, ma sette militanti di una ventina di organizzazioni”. E quindi, attraversodi loro “sono migliaia di persone aderenti a queste strutture che verranno incriminate. In quanto società dobbiamo interrogarci: siamo d’accordo con quello a cui assistiamo quotidianamente? Se per portare queste tematiche nel dibattito pubblico dobbiamo andare in tribunale, ebbene ci andremo”.

“E comunque – aveva concluso – io quel giorno ho visto solamente gente che correva“.

Amaia Fontang, portavoce di Etorkinekin (una federazione di associazioni di volontariato) ricordava che “qui, nel Paese basco i nostri militanti non nascondono di aiutare i migranti. Quando vediamo persone sperdute al margine della strada, li portiamo al centro Pausa (un centro d’urgenza per l’accoglienza a Bayonne nda). Rammaricandosi comunque che questa vicenda venga a cadere “in un momento politico assai inquietante (al ministero degli Interni è stato nominato Bruno Retailleau nda) per i difensori dei diritti fondamentali dei migranti. La politica di estrema destra portata avanti dal governo sulla questione migratoria ci preoccupa”.

Fatalmente l’episodio ha rinfrescato il dibattito in merito al cosiddetto “reato di solidarietà” aperto in Francia ancora nel 2017 dalle azioni umanitarie di aiuto ai migranti dell’agricoltore Cédric Herrou.

da qui

lunedì 9 gennaio 2023

Turismo e colonialismo a braccetto nei territori Saharawi - Gianni Sartori

Anche la pratica del surf e una scorpacciata di ostriche – nel loro piccolo – possono contribuire a rinsaldare il dominio di Rabat sui territori rivendicati dalla Repubblica Araba Democratica dei Saharawi.

La discussa tesi – evocata dal sottoscritto in svariate occasioni (vedi l’alpinismo in Pakistan) – per cui turismo e colonialismo spesso vanno a braccetto, riceve un’ulteriore conferma.

Questa la notizia. In quel di Dakhla un ristorante in prossimità all’Atlantico avrebbe raggiunto il rango di “paradiso marocchino delle ostriche”.

Se può lasciare indifferenti la notizia che la nuova gestione avrebbe “convertito” al consumo di ostriche l’affezionata clientela (ormai oltre il il 50% dei clienti consumerebbe, a testa, almeno 20 ostriche a pasto in alternativa al pesce) quello che sconcerta è altro.

Ossia che perfino la rivista Jeune Afrique – in quello che a prima vista sembrava un articolo promozionale – parli di Dakhla come di una località marocchina a tutti gli effetti. Dandolo per scontato. E invece Dakhla – se la geografia non è un’opinione – si trova nella Penisola del Rio de Oro ossia in territorio saharawi.*

Il locale in questione serve almeno 500 piatti di ostriche al dì (circa 2000 nei fine settimana) in ogni periodo dell’anno (tranne che nel Ramadan) e con il suo allevamento rifornisce di ostriche un buon numero di altri ristoranti.

Oltretutto l’attuale proprietario sarebbe originario del Morbihan (in Bretagna, ma si può?). Viveva a Marrakesh, ma si è innamorato della “laguna di Dakhla assai pescosa grazie a una falda pratica preistorica” che garantisce la temperatura ottimale per l’allevamento delle ostriche. Torna alla mente la questione della risorsa ittica, una delle poche a disposizione della Repubblica Araba Democratica dei Sahrawi (l’altra è costituita da fosfati). Risorsa attualmente saccheggiata dal Marocco, fino a qualche tempo fa anche con la benedizione dell’Unione Europea (grazie ai voti presumibilmente comprati).

Ma i turisti? Quelli che vi fanno scalo (definiti “amanti degli scatti allo iodio”, con riferimento, presumo, ai selfie con piedi nell’acqua e Oceano sullo sfondo) sarebbero per lo più, oltre che marocchini benestanti, europei e statunitensi dediti al surf. E qui, senza bisogno di aggiungere altro, il cerchio si chiude.

* nota 1: Insediato da secoli nei territori conosciuti come Sāqiyat al-ḥamrāʾ (Saguia el Hamra) e Wādī al-dhahab (Rio de Oro) il popolo saharawi rivendicava il diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza già negli anni trenta del secolo scorso.


da qui