lunedì 23 aprile 2018

Prima che sia troppo tardi - Paolo Mottana


·         È evidente che ci stiamo rubando la vita, in parte per scelta in parte per coazione in parte per inconsapevolezza.

·         Tutto congiura a strapparci il tempo, a strapparci il corpo, a strapparci il piacere di stare con gli altri. Sempre più soli, sempre più autistici, sempre più prigionieri del nostro mondo straripante di tecnologie inutili (o utili solo a essere meglio sfruttati, da altri o da noi stessi), sempre più atrofizzati e immobili, oppure sempre più di corsa, sempre più sovraffollati di impegni, sempre più disperati, ammalati e esauriti.
·         Non c’è tempo da perdere. Ora o mai più. Non è facile, ovviamente ma dobbiamo provare a capovolgere l’ingranaggio, a incepparlo, a rallentarlo. Dobbiamo fare marcia indietro e sbarazzarci del milione di minchiate da cui ci circondiamo sotto la pressione inarrestabile del marketing dell’idiozia.
·         È dura, lo so. Io per primo sono dipendente da migliaia di apparenti comodità che mi stanno letteralmente prosciugando denari, spremendo il tempo e azzerando la vita sociale concretamente intesa.

·         Provo a indicare misure graduali di disintossicazione e riappropriazione della vita:
  1. ·         Non comprare più alcun oggetto tecnologico che ci “faciliti” la vita. Ricominciamo a riprendere le nostre abilità manuali.
  2. ·         Gradatamente ridurre l’uso delle tecnologie. Buttare quelle inutili(strumenti folli per il lavaggio dei denti o la macinazione dei cibi ecc.). Iniziare diete graduali: un’ora senza guardare il cellulare, poi 2, poi 3. Poi lasciare a casa il cellulare per mezza giornata e così via. Spegnere il computer in progressione.
  3. ·         Ridurre tutte le applicazioni.
  4. ·         La televisione non come abitudine ma come scelta.
  5. ·         Riprendere gradatamente a scrivere su carta. Ogni tanto osare scrivere una lettera a mano. Poi aumentare.
  6. ·         Leggere leggere leggere e rileggere.
  7. ·         Quando si hanno impegni non indispensabili provare a pensare cosa di bello si potrebbe fare in alternativa: andare a trovare un amico o un amante (chiedendo anche a lui di rinunciare al suo impegno, perché sicuramente lo avrà).
  8. ·         Quando si rinuncia al sesso o alla compagnia per un impegno, una volta ogni tanto fare il contrario. Rinunciare all’impegno per il sesso o per la compagnia. Poi sempre più spesso.
  9. ·         Vedersi fisicamente. Ogni volta che ci si può vedere fisicamente senza l’ausilio della tecnologia farlo, per quanto faticoso possa apparire.
  10. ·         Esercitarsi a non fare. Prima dieci minuti. Poi una mezzora. Poi un’ora e così via.
  11. ·         Rivendicare il diritto di dormire, se possibile in compagnia.
  12. ·         Mangiare con calma e bene. Ogni volta che è possibile. Rivendicare il diritto a mangiare con calma.
  13. ·         Aumentare gradatamente il tempo che si passa con figli, amici, amanti, mogli e mariti. Non essere di fretta. Ricavare il tempo cancellando impegni. Specie quelli non strettamente necessari. Migliorare i propri criteri intorno all’assolutamente necessario. Quasi nulla di quello che facciamo è davvero strettamente necessario, se non è per autentica passione.
  14. ·         Evitare compagnie di gente troppo indaffarata. Danno il cattivo esempio.
  15. ·         Evitare compagnie di gente troppo ambiziosa. Fomentano nervosismo.
  16. ·         Evitare compagnie di gente troppo tecnologica. Oltre ad annoiare terribilmente inducono complessi di inferiorità del tutto fasulli.
  17. ·         Cercare persone accoglienti e che sanno dedicarci il tempo necessario.
  18. ·         Essere accoglienti e dedicare il tempo necessario a chi ci piace.
  19. ·         Durante una festa provare a ballare balli lenti, come una volta, solo per il gusto del contatto lento e prolungato. Rimandare il dionisiaco a più tardi.
  20. ·         Decelerare, decelerare, decelerare e, ogni tanto, fermarsi.
  21. ·         Decongestionare, decongestionare, decongestionare e, ogni tanto, non aver più nulla da fare.
  22. ·         Fare atti di bellezza a casaccio, già si sa.
  23. ·         Più abbracci, più coccole, più ospitalità ecc.
  24. ·         Fare cose impreviste solo perché arriva la voglia di farle, sacrificando impegni o attività programmate con ambiziosi, indaffarati o con apparati tecnologici.
  25. ·         Rifiutare impegni non voluti.
  26. ·         Fermarsi in macchina perché abbiamo visto un posto che ci piace, a prescindere.
  27. ·         Scendere dal treno perché abbiamo visto un posto che ci piace, non al volo se possibile.
  28. ·         Scendere dall’autobus non troppo tardi come nel dottor Zivago, quando c’è del desiderio in ballo.
  29. ·         Andate avanti da soli che tanto avete capito e “ancora uno sforzo”!





mercoledì 18 aprile 2018

L'acqua del rubinetto è sicura. Eppure beviamo quella in bottiglia - Viola Rita



L'ITALIA è al terzo posto al mondo, dopo Messico e Thailandia, per consumo di acqua in bottiglia. Un dato che balza agli occhi e che mostra come le nostre scelte possano essere talvolta legate ad una precauzione eccessiva o ad una sfiducia non motivata, visto che l'acqua del rubinetto è quasi sempre buona o ottima, come confermano aziende e le Asl all'interno della rete di controllo idrico. L'eccesso di zelo può essere legato ad un retaggio quasi atavico, dato che nell'immaginario collettivo l'acqua è da sempre rappresentata come simbolo di vita, freschezza e purezza assoluta. E per questo esigiamo una qualità molto elevata, ancor più che per gli alimenti. Tuttavia, l'acqua del rubinetto, cifre alla mano, generalmente non è meno sicura di quella in bottiglia, come spiega Luca Lucentini, direttore del Reparto di Qualità dell'acqua e salute dell’Istituto Superiore di Sanità. Ecco le sue caratteristiche e come ridurre ulteriormente i rischi, già molto bassi.

LEGGI - Io mi bevo l'acqua del rubinetto

• SIAMO AL SICURO
In Italia, siamo fortunati, sottolinea Lucentini, dato che in più dell'85% dei casi attingiamo ad acque sotterranee e solitamente molto protette. L'attuale normativa europea, ben applicata nel nostro paese, inoltre, prevede un controllo costante, con milioni di analisi all'anno, di 50 parametri chimici e microbiologici. “La conformità si registra in più del 99% delle misurazioni – spiega Lucentini – mentre i rari casi in cui non vi è conformità riguardano la presenza di elementi chimici, come l'arsenico, naturalmente contenuti nella falda acquifera e legati alle caratteristiche del nostro territorio, ad esempio all'origine vulcanica di alcuni suoli". Tali elementi non pongono un rischio diretto e immediato per la salute, ma rappresentano degli indicatori di un problema da tenere sotto controllo: anche in passato, prosegue l'esperto, sono state registrate contaminazione chimiche circoscritte, quali l'arsenico, il fluoro e il boro. "Vi sono poi criticità locali legate a parametri cosiddetti emergenti - aggiunge l'esperto - che sono sfuggiti agli ordinari controlli: in alcune falde idriche del Veneto in rari casi sono stati rilevati composti perfluoroalchilici (Pfas), utilizzati ad esempio a livello industriale, un dato che deve spingere alla scelta di una diversa strategia di prevenzione per rafforzare la fiducia di bere aque del rubinetto in tutta sicurezza".

Ma le contaminazioni più pericolose per la salute sono invece quelle microbiologiche, tipiche dei paesi in via di sviluppo, il cui rischio in Italia è pari a zero, chiarisce Lucentini, un punto di forza che spesso sottovalutiamo ma che rende la nostra acqua di rubinetto una risorsa importante e sicura.

LEGGI - I veleni del Pfas, cosa sono e perché minacciano l'ambiente?

• NEGLI APPARTAMENTI
Un elemento su cui porre attenzione riguarda la rete idrica interna delle proprie abitazioni. Colore, odore, sapore, limpidità dell'acqua sono le caratteristiche visibili ed essenziali e, se si rilevano cambiamenti, si può sospettare la presenza di qualche elemento che non va, chiarisce l'esperto. “L'altro rischio – seppure molto basso, sempre sotto l'1% - è rappresentato dalla presenza di piombo (un elemento incolore, insapore e inodore) nell'acqua, un rischio significativo per la salute, dato che è neurotossico per le gestanti (per il feto) e per il neonato”, illustra Lucentini. “Episodi di contaminazione
 possono verificarsi in palazzi piuttosto vecchi, costruiti prima degli anni '60, soprattutto nei centri storici. Se il proprio appartamento è di antica costruzione è bene informarsi sull'età del proprio edificio e su eventuali interventi di manutenzione”. Qualora non vi fossero informazioni e si avesse un dubbio in tal senso, il Ministero della Salute ha diramato le indicazioni per effettuare autonomamente l'analisi, con la cosiddetta stagnazione completa.

LEGGI - Palermo, acqua contaminata in un condominio di via Casalini 

• I FILTRI DELL'ACQUA
Insomma, possiamo stare tranquilli. “La scelta di utilizzare appositi apparecchi per filtrare l'acqua del rubinetto – spiega ancora Lucentini – è personale e dipende dal gusto, dato che lo scopo principale è refrigerare l'acqua, renderla frizzante, eliminare l'odore o il sapore di cloro,
 ridurre la durezza (calcio e magnesio), ma non migliora la qualità, che è già ottima”. Al contrario, sottolinea l'esperto, bisogna stare attenti ai dispositivi che aromatizzano l'acqua. “In questo caso, si rischia di assumere calorie in più – aggiunge l'esperto –. Questi apparecchi sono molto diffusi in America ed iniziano ad essere utilizzati anche in Europa e in Italia” .

Ad eccezione di specifiche condizioni di salute, piuttosto rare, la presenza di calcare, ovvero la durezza dell'acqua non rappresenta un problema, anzi. “È un falso mito quello per cui questa caratteristica non sia buona per la salute – chiarisce Lucentini – al contrario, alcune evidenze hanno mostrato come all'aumentare di questa proprietà diminuisca anche il rischio di malattie cardiovascolari potenzialmente fatali. Mentre l'associazione fra la durezza dell'acqua di rubinetto e i calcoli renali non è provata in alcun modo”.

• IL WATER SAFETY PLAN
Tuttavia, la qualità della nostra acqua di rubinetto, già elevata, potrebbe esserlo ancora di più. “La normativa italiana (e quella europea) prevede il controllo di 50 parametri – spiega Lucentini–, ma ve ne sono altri che potrebbero essere presi in considerazione per una ancora maggiore sicurezza”. Per questa ragione, dal 2004 l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha realizzato e diffuso un piano di sicurezza dell'acqua, il Water Safety Plan, di cui l'esperto ha parlato nel libro, appena presentato a Milano, “L’acqua del rubinetto. Water Safety Plan: innovazione e sicurezza”, curato da Alessandro Russo e Michele Falcone, rispettivamente presidente e direttore generale del 
Gruppo Capgestore del servizio idrico integrato della Città metropolitana di Milano. Questo piano consiste in un monitoraggio attraverso sonde, più esteso e capillare, che va dalla sorgente fino al rubinetto, seguendo vari step intermedi delle reti acquifere.

Per fare un paragone, prosegue l'esperto, è un po' come avviene nelle moderne feste dei bambini, in cui il gruppo di piccoli partecipanti viene seguito passo passo dagli adulti, dall'arrivo nel luogo del festeggiamento, al gioco, fino alla conclusione e al ritorno dei genitori, onde evitare qualsiasi rischio. “Ad esempio, l'avvento di un incendio e il conseguente uso ingente di schiume può determinare il rilascio di elementi contaminanti, che non rientrano nei 50 parametri analizzati di legge - specifica Lucentini - oppure possono esservi sotto-prodotti della disinfezione delle acque non rilevati. Semplici analisi effettuate in continuo possono fornire una sorta di "elettrocardiogramma" del sistema idrico, segnalando precocemente possibili modifcihe della torbidità dell'acqua, la sua conducibilità (ovvero il tenore salino), il pH o l'eventuale presenza di elementi atipici". In Italia, più di 10 regioni hanno iniziato ad applicare questo piano, che presto diventerà obbligatorio a livello di normativa europea.

• BERE FA BENE
Ma l'importante è bere una buona quantità di acqua, almeno circa due litri al giorno (sia del rubinetto, sia quella in bottiglia, se la si preferisce), anche per "avere le idee chiare", conclude l'esperto: “uno degli organi più ricchi d'acqua del nostro corpo è il cervello – conclude Lucentini – e se non si beve abbastanza possono manifestarsi anche sintomi quali difficoltà di concentrazione, irritabilità e mal di testa”.

lunedì 16 aprile 2018

Tombe fenicie a villa Certosa, in un video la ‘confessione’ di Berlusconi - Pablo Sole




Il 24 luglio 2009 l’avvocato e deputato Niccolò Ghedini è furente. Deve fronteggiare le polemiche divampate dopo la pubblicazione delle registrazioni che la escort Patrizia D’Addario ha effettuato durante i suoi intimi incontri con Silvio Berlusconi. A far imbestialire il penalista non sono tanto i racconti del suo assistito sulle nottate in bianco nel ‘lettone di Putin’, e nemmeno il peana sui benefici dell’autoerotismo che l’allora primo ministro rifila all’accompagnatrice. Ghedini è furente per una questione di tombe. Fenicie. Trovate, racconta sempre l’allora premier alla D’Addario, a Villa Certosa e mai denunciate. “Un’altra storia miserabile – taglia corto l’avvocato -. Mai il presidente Berlusconi potrebbe aver parlato del ritrovamento di trenta tombe fenicie nel suo parco, perché mai nulla di simile si trova o è stato rinvenuto nell’area di villa Certosa”. Anche perché, se così fosse stato, il premier avrebbe dovuto denunciare tutto alla Soprintendenza ai beni archeologici e consegnare i reperti, a meno di incappare in un reato. Rimane il fatto che a parlarne è stato proprio l’ex Cavaliere, illustrando alla D’Addario le meraviglie della magione di Porto Rotondo.
“Sotto qua abbiamo scoperto trenta tombe fenicie… del 300 avanti Cristo”, si vanta Berlusconi. L’allora soprintendente ai Beni archeologici di Sassari Rubens D’Oriano casca dalle nuvole e azzarda: “Vista la natura del luogo, magari hanno dato comunicazione ad organismi superiori per motivi di sicurezza nazionale”. E invece nulla, tanto che l’Osservatorio internazionale archeomafie presenta un esposto-denuncia alla Procura della Repubblica di Roma, al comando generale dei carabinieri e al ministero dei Beni culturali. Che strada abbia preso quella denuncia, non si sa.
La notizia fa il giro del mondo, ripresa da Cnn, Washington Post, El Pais e The Times. Tiene banco per qualche settimana e poi sparisce. Fino a quando, nel dicembre scorso, il fotoreporter Antonello Zappadu viene in possesso di un video girato a villa Certosa nel 2007. Pubblica il filmato sul suo sito ma, incredibilmente, il documento passa sotto silenzio.Si vede un signore che illustra con orgoglio le bellezze della magione a un gruppo di adolescenti curiosi. Quel signore è Silvio Berlusconi, i giovani che lo ascoltano frequentano la scuola media di Olbia e a villa Certosa, racconta Zappadu, li ha portati l’allora (e attuale) sindaco Settimo Nizzi, già medico personale in terra sarda dell’ex Cavaliere prima di essere eletto in Parlamento con Forza Italia.
E che racconta Berlusconi, indicando un macigno granitico nel bel mezzo di villa Certosa? Questo: “Hanno trovato una tomba in un cui erano sepolte due ragazze, dell’apparente età di 16 anni e avevano i loro monili. Abbiamo conservato orecchini – dice toccandosi i lobi – bracciale e anello. Bellissimi, di pasta di vetro, di epoca fenicia”.
Il filmato è stato realizzato con il cellulare da uno degli studenti e dura qualche decina di secondi. “Nel 2007 non era certo comune avere un telefonino con cui si potevano fare filmati di una certa qualità – dice oggi Zappadu – quindi è possibile che Berlusconi pensasse ad una fotografia, non a un video. Quindi ha parlato tranquillamente dei reperti”. Gli stessi che due anni dopo non saranno “mai esistiti né ritrovati”, protagonisti di una “storia miserabile” e responsabili dell’idrofobia dell’avvocato Ghedini. Che forse oggi, a distanza di quasi dieci anni, sarà costretto a tornare nuovamente sull’argomento e smentire il suo assistito. Fino ad allora ci si può solo attenere alle dichiarazioni spontanee del ‘Cicerone-Berlusconi’, che a cascata generano alcune domande. Innanzitutto sul comportamento che tenne l’ex Cavaliere, in qualità di premier. E soprattutto: dove sono oggi quei reperti? Perché il prestigioso ritrovamento – “Se fosse vero sarebbe uno scoop”, dichiarò nel 2009 il docente universitario Piero Bartoloni – non è stato denunciato alle autorità come impongono le leggi? E tutto senza dimenticare che già solo la detenzione di reperti archeologici, anche a distanza di anni dal loro ritrovamento, si configura in sostanza come una perpetuazione del reato. Come dire: la prescrizione, per Berlusconi a volte salvifica, in questo caso non è contemplata.




sabato 14 aprile 2018

Il nuovo tracciato della metropolitana leggera di Cagliari favorisce la speculazione immobiliare, parola di sindaco - Stefano Deliperi



La metropolitana di superficie verso Quartu è il più grande progetto di speculazione edilizia in corso a Cagliari. L’unico percorso che ho visto che si snoda toccando stranamente proprietà è l’autostrada di Capaci, che doveva sfiorare i terreni dei mafiosi”. E ancora, “la metro con questi percorsi potrebbe costarci dieci milioni di perdita d’esercizio l’anno: attraversa terreni dove nulla c’è e nulla può esserci per via del rischio idrogeologico. Ma dopo che ci saranno i binari, si potrà costruire per dare un senso alla metropolitana? … I binari devono essere dove la gente abita o lavora, non in mezzo al nulla: perché serve solo alla speculazione edilizia, nelle aree in cui i treni si muoveranno senza motivo né passeggeri. Il tracciato deve servire il territorio, non gli interessi di chi costruirà”.
E poi, “Da Quartu si sfiorano soltanto Quartucciu e Selargius e si segue un percorso periferico a Monserrato, dove si cambia convoglio: a piedi si fa prima. E poi si deve avere attenzione al versante di Capoterra, Sarroch, Villa San Pietro e Pula: da lì entrano in città 38mila veicoli al giorno, che intasano Cagliari e ai quali è impossibile garantire parcheggio. Non devono arrivare più, ma bisogna offrire vantaggi. Inoltre, vorrei vedere il piano finanziario per la tratta di Quartu: non può reggere … Sono tutti binari morti, tracciati che a un certo punto finiscono. Occorrono gli anelli di collegamento tra le varie linee. Ad esempio, la linea per il Poetto deve ricollegarsi a Quartu: non ha senso dalla spiaggia tornare a Cagliari e poi cambiare linea verso Quartu. Nessuno ci ha pensato”. Non ha usato mezzi termini il sindaco di Cagliari Massimo Zedda nel ruolo di Massi il selvaggio e nel dire che cosa ne pensadel tracciato della nuova linea della Metropolitana leggera dell’area vasta di Cagliari.
Appaltata (gennaio 2018) per 18,8 milioni di euro la realizzazione del progetto per il tratto Piazza Repubblica – Piazza Matteotti, di raccordo con la stazione e la rete ferroviaria, ora si deve decidere il tracciato delle linee di collegamento con l’area vasta. 8 milioni di euro di fondi comunitari e del Fondo per lo sviluppo e la coesione per la sola progettazione. Se n’è occupato un tavolo tecnico convocato dalla Regione autonoma della Sardegna con i Comuni di Quartu S. Elena, Selargius, Monserrato e Quartucciu: l’annunciava felice l’allora indimenticabile assessore regionale dei trasporti Massimo Deiana il 18 aprile 2017, dopo la riunione che aveva sancito il nuovo percorso della linea della metropolitana leggera nell’hinterland.
Il risultato è davvero opinabile. Le preoccupazioni (per usare un eufemismo) del sindaco di Cagliari sono le stesse del collega di Quartu S. Elena, Stefano Delunas, mentre rincara la dose il sindaco di Quartucciu Pietro Pisu: “il percorso della metro massacra il territorio dal punto di vista urbanistico e ambientale e non passa nel centro del paese”.Critiche sulla funzionalità da parte di Italo Meloni, docente universitario di pianificazione dei trasporti: “il tracciato dal punto di vista trasportistico è tortuoso e suscita molte perplessità. L’itinerario non è stato studiato dal punto di vista funzionale: da Quartu a piazza Repubblica 15 fermate. Troppe, chiaro che i quartesi preferiscono utilizzare l’auto o le linee del Ctm 30 o 31”.
Gli unici indignati per le accuse di Massimo Zedda sono il sindaco di Selargius Gigi Concu (“Le accuse del sindaco Massimo Zedda sono prive di qualsiasi fondamento e infamanti nei confronti di tutte le amministrazioni coinvolte nel progetto della metropolitana”) e l’assessore comunale all’urbanistica di Monserrato Gabriele Asunis, già dirigente e assessore regionale all’urbanistica, che afferma: “le aree sulle quali passa il tracciato sono state condivise da tutti i Comuni … Il Comune di Cagliari non ha mai sollevato eccezioni”.
In realtà, pare che volutamente il Comune di Cagliari abbia disertato la riunione cruciale del tavolo tecnico proprio per il dissenso sul percorso. Secondo il sindaco Zedda, “ispiratore del tracciato … è ‘l’assessore all’Urbanistica di Monserrato, Gabriele Asunis, già assessore agli Enti locali nella precedente Giunta regionale’“. Rapidamente ha messo le mani avanti il nuovo assessore regionale dei trasporti Carlo Careddu, olbiese e poco addentro alla vicenda, rendendosi disponibile a consegnare immediatamente tutta la documentazione disponibile sul progetto alla Magistratura per fugare ogni dubbio. Poco ma sicuro, per andare da Cagliari a Quartu e viceversa è abbastanza assurdo passare per Quartucciu, Selargius e Monserrato, allungando non poco il percorso.
Aree non abitate, prive attualmente di utenti. Aree di salvaguardia idrogeologica. Chi sono i proprietari? Non lo sappiamo. Sappiamo, però, che la prevista “linea gialla” della metropolitana, quella che dovrebbe unire “la Linea Blu con il comune di Sestu attraverso la Piana di San Lorenzo”, è prossima a un vero e proprio nuovo quartiere Su Stangioni, finora bocciato dall’Amministrazione comunale Zedda per il pesante impatto ambientale e socio-economico1Un progetto di nuova linea di metropolitana leggera, insomma, utile più a interessi immobiliari che ai cittadini residenti nell’area vasta di Cagliari. Parola di sindaco, conferma del buon senso.

giovedì 12 aprile 2018

Mucche al pascolo sul lago dei veleni. A Furtei




A Furtei mancavano solo le mucche al pascolo nell’area contaminata della miniera d’oro dismessa.
Follìa nel disastro ambientale.
Come si ricorda, lo scorso 21 dicembre 2017 i vertici istituzionali della Regione autonoma della Sardegna, degli Enti locali interessati e delle società regionali coinvolte hanno presenziato a Furtei all’avvio (finalmente) dei lavori di bonifica ambientale sui 530 ettaridevastati dall’inquinamento da metalli pesanti determinato dalla locale miniera d’oro dismessa.
Dal 1997 al 2008 sono stati estratti circa 5 tonnellate d’oro, 6 d’argento e 15 mila di rame in lingotti in forma composita, cioè non immediatamente utilizzabile, macinando530 ettari di territorio per una quarantina di posti di lavoro.
Ora inizia la bonifica, sempre a spese pubbliche, così come la realizzazionedella medesima miniera.
Non si ha alcuna notizia di iniziative concrete ed effettive poste in essere dalla Regione autonoma della Sardegna per ottenere il pagamento delle spese per la messa in sicurezza e il ripristino ambientale da parte del Soggetto che rivestiva la qualifica di concessionario minerario, perlomeno mediante l’escussione delle fideiussioni di legge prestate.
Tutti gli importi impiegati o finanziati sono, quindi, fondi pubblici.

La stima del costo complessivo della bonifica ambientale del sito inquinato è pari a 65 milioni di euro.
La Regione autonoma della Sardegnaannuncia di intervenire per la realizzazione degli interventi di bonifica ai sensi dell’art. 245 del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i., con successiva facoltà di rivalsanei confronti del responsabile dell’inquinamento per le spese di bonifica e il maggior danno ambientale subìto (art. 253 del decreto legislativo n. 152/2006 e s,m.i.).
In pratica, se non ha incassato un euro finora, non lo incasserà quasi certamente mai.
C’è quindi ben poco da gioire, a differenza di quanto fanno i vertici istituzionali della Regione autonoma della Sardegna.
Ora c’è quantomeno da sorvegliare l’area contaminata, se non è chiedere troppo.
Gruppo d’Intervento Giuridico onlus




Un lago di cianuro: il pascolo avvelenato delle mucche sarde – Nicola Pinna

In questi giorni di primavera le campagne del Medio Campidano si presentano come un paradiso verde. Erba fresca, cespugli fioriti e pascoli sterminati. Ma nell’isola che si fa vanto delle sue produzioni agricole d’eccellenza, del latte di alta qualità e del formaggio con denominazione controllata, capita di incontrare una mandria di vacche che bruca in mezzo a un lago di cianuro. Nel cuore di una bomba ecologica che rappresenta il più grande scandalo della storia industriale della Sardegna. Dietro la collina di Santu Miali, tra Furtei, Segariu e Guasila, c’è ancora lo spettro di una vecchia miniera d’oro. Di quel sogno che si è trasformato in un incubo rimangono gravi ferite: una montagna sventrata, acque e terreni contaminati e un lago avvelenato. Tutta l’acqua venuta fuori dalle gallerie, dove l’attività è durata pochi anni, ha formato un bacino da cui sarebbe meglio stare alla larga. Un mix di mercurio, ferro, piombo, cadmio e zolfo, ha formato una specie di roccia durissima che ogni giorno cambia colore.  

Dopo quasi dieci anni, la Regione ha progettato la bonifica della collina dei veleni ma qui l’attività agricola non si è mai fermata. Intorno alla miniera ci sono campi di carciofi e di grano e qualche allevatore sfrutta il lago di cianuro come pascolo per le sue vacche. «Gravissimo che chiunque possa entrare in una zona altamente inquinata e nella quale si corrono pericoli così gravi - denuncia l’ex deputato Mauro Pili, che per primo ha fotografato e filmato le mandrie tra i metalli pesanti - Il rischio ovviamente non riguarda solo gli animali ma l’intera catena alimentare».  

L’assessore regionale all’Ambiente, Donatella Spano, ha ricevuto le foto-choc, ha segnalato subito il caso alla Forestale e incaricato gli agenti di allontanare le vacche e trovare il proprietario. «Spero che questa situazione non si ripetesse da molto tempo: in ogni caso credo sia urgente avviare un’indagine - dice preoccupata -. Giusto da qualche mese, comunque, la Regione ha dato il via al progetto di bonifica, mettendo a disposizione un finanziamento di 65 milioni di euro. Nel giro di poco tempo speriamo di riuscire a cancellare una situazione davvero scandalosa». «Ancora una volta i pastori hanno rotto le recinzioni - spiega l'amministratore dell’Igea, la società regionale che gestisce le vecchie miniere - Nella zona comunque, la situazione è sotto controllo, non c’è disperazione di inquinamento, le caratterizzazioni dicono che non ci sono pericoli».  

La ricerca dell’oro nel Centro Sardegna ha fatto ricchi solo gli australiani che hanno perforato la collina di Santu Miali. Agli abitanti di Furtei, Guasila e Segariu è rimasto in eredità un disastro ambientale. La Sardinia Gold Mining (controllata dalla canadese Buffalo Gold Itd, partecipata dalla Regione e presieduta dal 2001 al 2003 dall’ex governatore sardo Ugo Cappellacci,che rinunciò all’incarico perché non c’erano garanzie sul rispetto delle norme ambientali) ha interrotto l’attività alla fine del 2008. E nel 2009 ha portato i libri in tribunale. Decretato il fallimento, gli operai sono stati licenziati e delle bonifiche nessuno si è preoccupato. 

In dieci anni di scavi sono venute fuori meno di cinque tonnellate d’oro, sei d’argento e quindicimila di rame. Nel 1997 erano stati assunti in 110 ma già pochi anni dopo erano solo 42. E così il sogno del nuovo Eldorado si è infranto. «Su questo disastro si aprirà presto un processo, ma per avviare un’indagine abbiamo dovuto presentare decine di denunce - ricorda Stefano Deliperi, presidente dell’associazione “Gruppo d’intervento giuridico” -. Le vacche al pascolo sono l’ultima puntata di uno scandalo che per tanto tempo è stato ignorato. Nella zona della vecchia miniera tanti agricoltori continuano a coltivare nonostante l’altissimo tasso di contaminazione dei terreni e delle falde. Qualcuno qui sta bevendo latte contaminato».  

La grande bellezza - Francesco Gesualdi

Pochi sanno che la brillantezza e l’effetto perla di rossetti, ombretti, smalto per unghie, prodotti per capelli, è dovuta alla presenza di mica, un minerale friabile di aspetto cristallino che in virtù delle sue proprietà luminose, termiche, chimiche, è utilizzato non solo nell’industria della cosmetica, ma anche delle vernici, dell’elettronica, delle automobili. Ancora più esiguo è il numero di quanti sanno che un quarto della produzione mondiale di mica proviene dall’India, stati di Jharkhand e Bihar,  da parte di miniere per il 90 per cento illegali che impiegano una gran quantità di lavoro minorile. Un rapporto appena pubblicato dall’istituto olandese Somo, Global mining mica and the impact on children rights, ci informa che in India i minori impiegati nell’estrazione di mica sono attorno a 22.000, molti di loro sotto i dodici anni. Invece di andare a scuola passano le loro giornate a sminuzzare le scaglie di mica, quando non si calano nei tunnel sotterranei per staccare le lastre e portarle in superficie. Bambini con paghe da schiavi, come d’altronde sono da schiavi quelle dei loro padri, che proprio a causa dei salari miserabili sono costretti a chiedere ai loro bambini di seguirli al lavoro. Ed eccoli là fra le pietre, polverosi,  malvestiti e rachitici i nostri  piccoli produttori di mica che ci permettono di mettere a punto trucchi smaglianti.
Già nel 2016 la Reuters Foundation, aveva pubblicato un servizio che segnalava la loro triste condizione facendo presente che i bambini lavoratori non devono fare i conti solo con la fatica, ma anche con la polvere che compromette i loro polmoni e con gli incidenti talvolta così gravi da provocare ferite e fratture mutilanti se non la morte. L’organizzazione indiana Bachpan Bachao Andolan, attiva contro il lavoro minorile, ritiene che nelle miniere di mica muoiano ogni mese una decina di persone, molte di loro minori.
Il servizio dalla Reuters Foundation indusse varie imprese che utilizzano mica, fra cui l’Oréal, Chanel, H&M), a correre ai ripari formando un coordinamento denominato RMI (Responsible Mica Initiative) con lo scopo di individuare e perseguire strategie comuni di contrasto al lavoro minorile. Ma un anno dopo la Reuters Foundation è tornata nelle zone di estrazione ed ha trovato che poco o niente era cambiato. In un nuovo documento pubblicato nel dicembre 2017, si legge che i bambini continuano a morire nelle miniere fantasma. Ironia della sorte, proprio il Primo maggio a Girihit, stato del Jharkhand, erano morte quattro persone di cui due adolescenti. La mamma di una di loro racconta:
“Quando abbiamo saputo che la miniera era crollata siamo venuti di corsa ed abbiamo scavato con le mani nude per ritrovare Laxmi. Nonostante una gamba rotta, la bambina ce l’aveva fatta a farsi strada verso la bocca d’uscita, ma siamo arrivati troppo tardi: l’abbiamo trovata morta. Aveva dodici anni”.
E i rappresentanti delle Organizzazioni non governative indiane incalzano: “L’RMI ha fatto tante promesse, ma tutte a vuoto”. Le imprese stesse ammettono: “Le iniziative assunte fino ad ora hanno contribuito solo marginalmente a combattere il lavoro minorile perché è mancato lo sforzo collettivo auspicato dall’alleanza”.

Tutt’al più sono state assunte iniziative filantropiche, più utili al social washing che all’elevazione umana. La vera sfida è la dignità del lavoro, perché il lavoro minorile scompare da solo se si liberano le famiglie dal bisogno. Un obiettivo che richiede molto di più di semplici azioni di controllo. Come primo passo va benissimo la gendarmeria per escludere la presenza di fornitori illegali nelle proprie filiere produttive. Ma poi servono politiche proattive per garantire la sicurezza dei luoghi di lavoro, le libertà sindacali, il pagamento di salari vivibili. Le imprese, tuttavia, difficilmente si avvieranno spontaneamente per una strada che mal si concilia con la logica del profitto. Lo faranno solo se spinte dai consumatori che nel settore dei cosmetici hanno al proprio attivo già un risultato importante. Nel 2009 venne adottato un regolamento europeo che vieta di sperimentare i cosmetici sugli animali e di vendere cosmetici contenenti ingredienti testati sugli animali. La disposizione fu il frutto di una lunga battaglia della società civile, a dimostrazione che volere è potere. Oggi dobbiamo usare la stessa determinazione per liberare la bellezza da un’altra forma di crudeltà ancora più odiosa. Dobbiamo richiedere a istituzioni ed imprese di adottare tutte le misure che servono,  per garantire la dignità del lavoro e liberare l’umanità dalla vergogna del lavoro minorile. Non farlo sarebbe come dire che abbiamo meno rispetto per la vita di un bambino che quella di un ratto.

martedì 10 aprile 2018

L'inquinamento uccide un capodoglio

nel suo stomaco 29 chilogrammi di plastica - Giacomo Talignani


Aveva persino mangiato un enorme bidone di plastica. E poi sacchi di rafia, sporte di plastica, boe, corde, pezzi di rete e immondizia di ogni tipo. In totale, 29 chili di rifiuti prodotti dagli umani finiti nello stomaco di un singolo capodoglio, ucciso dalla nostra incuria per l'ambiente. A scioccare la Spagna è l'autopsia appena rivelata eseguita su un capodoglio maschio che lo scorso febbraio è stato trovato morto su una spiaggia di Cabo de Palos, nel sud, in piena Murcia. Ed è proprio dalla Murcia lche parte la nuova campagna contro l'inquinamento da plastiche nei mari.
 
Quando l'esemplare lungo 10 metri di questa specie, già a rischio d'estinzione, è stato ritrovato senza vita sul litorale non si aveva idea di quale fosse esattamente la causa della morte. Il Centro faunistico di El Valle, dopo l'esame autoptico, ha scoperto il triste perché: aveva ingerito un'enorme quantità di plastica tale da danneggiare il suo apparato digestivo e causare la sua morte. Un'infezione dell'addome dovuta dai detriti lo ha privato della vita.
 
Davanti all'ennesimo caso di "plasticidio", se così lo si può chiamare, le autorità regionali della Murcia, di concerto con il Ministero dell'ambiente spagnolo, hanno lanciato in queste ore una campagna per tentare di porre un freno all'inquinamento che nella sola Europa, ad esempio, vede finire in mare ogni anno  tra le 150 e le 500mila tonnellate di rifiuti di plastica. La campagna, con l'obiettivo di ripulire le spiagge e sensibilizzare i cittadini sui pericoli da monouso, proporrà anche 19 incontri e conferenze sul tema. "La presenza di plastica nei mari e negli oceani è una delle maggiori minacce alla conservazione della fauna selvatica in tutto il mondo. Molti animali sono intrappolati nella reti o ingeriscono grandi quantità di plastica fino a causare la loro morte come in questo caso" ha affermato Consuelo Rosauro, direttore generale dell'ambiente nel governo della Murcia".
 


Senza un freno, come previsto dalla comunità scientifica, nel 2050 negli oceani ci saranno più detriti di plastica che pesci: già oggi nel Pacifico galleggiano 80mila tonnellate di plastica che occupano un'area grande tre volte la Francia. Delfini, balene e capidogli muoiono per l'ingestione, gli ecosistemi vengono costantemente inquinati da microplastiche e da numerosi metalli pesanti. Le politiche anti-monuso, votate al riciclo, al riuso e all'eliminazione dei sacchetti però, se applicate opportunamente e incentivate dai governi possono portare a cambiamenti positivi, come avvenuto nei mari inglesi dove grazie agli stop imposti i sacchetti di plastica sono diminuiti del 30%.

lunedì 9 aprile 2018

Isteria, repressione e devastazione - Movimento No Tap


Ancora fatti spregevoli da parte delle forze dell’ordine sul cantiere di San Basilio. Ancora una volta atti di violenza contro i manifestanti e omissione di soccorso, ancora una volta Tap e Snam ordinano al governo di utilizzare ogni mezzo per portare a termine la loro opera. Ancora una volta, prefetto e questore eseguono gli ordini da regime totalitario, dettati da una multinazionale che sta devastando il nostro territorio. Ancora una volta, chi gestisce le forze dell’ordine sul cantiere viene preso da isteria e non riesce a mantenere il controllo.
Questa mattina, alle prime luci dell’alba, molti attivisti si sono ritrovati presso l’ingresso Eurogarden, sulla provinciale Melendugno San Foca, per provare a rallentare nuovamente i lavori. Sembra ormai, vista l’indifferenza e l’immobilismo della procura e dei politici, l’unico modo per bloccare il malaffare e la corruzione. Ci siamo frapposti tra i mezzi e la strada che porta al cantiere ed abbiamo semplicemente camminato piano, a passo d’uomo. Nessuna violenza se non una passeggiata a rallentare pacificamente i mezzi. Tutto sembrava andare per il meglio, nessun tipo di tensione, la nostra rimostranza stava ottenendo i suoi frutti, ma a quanto pare la nonviolenza non appartiene ai dirigenti delle forze dell’ordine, una delle quali, all’improvviso ha esternato quest’ordine “Ora basta, avete rotto il c…, toglieteli di mezzo”. Così la polizia ha caricato chi era lì inerme con braccia all’aria. Ci sono state manganellate in testa a un nostro attivista che stava riprendendo con il telefonino, e una manganellata sull’orecchio ad un altro che era con le braccia alzate. Al passare dell’ambulanza, di servizio presso il cantiere, è stato richiesto aiuto, ma sempre i dirigenti di polizia lo hanno negato. Solo in un secondo momento, forse per paura di una nuova denuncia per omissione di soccorso, l’ambulanza è stata richiamata indietro, intanto i nostri amici e compagni avevano provveduto a informare il 118 dell’accaduto.
Siamo ancora qui a presidiare il cantiere mentre la dittatura in questo lembo di terra avanza inesorabile nell’immobilismo di chi sarebbe chiamato a controllare.

Il Sahel è l’ultimo cimitero dei sogni - Mauro Armanino



Quello di Lamine, per esempio. Passato dall’Accademia di calcio in Costa d’Avorio e poi in quella del Ghana, si è poi scoperto a giocare a guardia e ladri coi gendarmi algerini. Lui, da centrocampista, si è trasformato in manovale nei cantieri della capitale. Lamine si nasconde alle forze dell’ordine che fanno collezione di migranti da deportare spostandosi al piano superiore del palazzo. Sarebbe in fuori gioco ma né l’arbitro né la moviola funzionano. Stanco di scappare e di vivere di paura come un topo torna nella sua natale Guinea. Si smarca dopo un paio d’anni di controlli biometrici nella difesa delle biopolitiche dell’occidente. Lamine porta la maglietta numero 8 da quando era bambino. Il sogno si trova tutto nella borsa che porta con sé da Algeri. Si trova in mezzo ad abiti smessi da altri migranti partiti in Marocco, in Tunisia o Libia. Ad ognuno il suo sogno numerato. Quello di Lamine porta fortuna e, alla domanda di cosa farà da grande, risponde che farà il calciatore. Ha un buon destro e a diciannove anni spera di giocare in Europa, un giorno.
Chi detiene il potere lo sa. Non c’è nulla di più pericoloso dei sogni inesplosi. Da quello di M.L.King, tradito fino ad oggi nella sua patria, a quello dei palestinesi a cui si spara, senza nessuna indignazione, con pallottole reali per morti reali. Nulla di peggio che un sogno vagante, come una mina, un ordigno confezionato con anni di tentativi messi a tacere dalla sabbia o imbavagliati da reticolati elettronici. Il ’68 aveva solo quello da offrire e, cinquant’anni dopo, ha fallito in tutto meno che nel ritorno della primavera. Il potere non arriva alle radici perché è superficiale e solo può controllare le apparenze della storia. Si tratta del crimine più grande per il quale non c’è amnistia possibile. L’uccisione deliberata di un sogno grida vendetta al cospetto di ogni migrante. Lui che per esportarlo rischia l’unica vita che sua madre gli ha regalato in una notte di stelle. Neppure le carceri nigerine riusciranno a detenere i sogni degli attivisti arrestati a domicilio come misura preventiva. Inutile delocalizzare i sogni e isolarli in prigioni lontane dalla capitale. Sono dei sovversivi senza dimora.
Li mettono nei centri di raccolta e poi li spediscono a casa per sbarazzarsi di loro.Torneranno tutti, non temete. Non riuscirete a fermarli, immobilizzarli, comprarli o metterli al macero. Risorgono dopo due o tre giorni non appena, per distrazione o per scelta, abbandonerete le vostre fortezze impastate di paura. I sogni inventano nuovi cammini e sentieri per ingannare il mondo che credete di governare come un impero di pezza. I sogni d’indipendenza e di liberazione hanno fatto un lungo viaggio nel deserto e, dopo una quarantina d’anni, ancora raccontano quello che accadrà presto. Non ci siete riusciti né con le cannoniere né coi mercati unici. Financo i missionari agivano a loro insaputa per il sistema. Con ritardo hanno scoperto che per vocazione altro non erano che dei fiancheggiatori di sogni. I sogni sono miracoli che accadono nel Sahel e non Organismi Geneticamente Modificabili  da mettere nei supermercati o nelle farmacie che ‘fidelizzano’ i clienti. il cimitero di cui non si parla organizza i sogni dispersi e abbandonati nella sabbia.
Lamine è centrocampista e persegue un sogno che non l’abbandona. A quattordici anni passa un paio d’anni ospite di un’Accademia per giovani talenti in Costa d’Avorio.  Si sposta nel Ghana per perfezionarsi con un’altra Accademia sportiva. Un amico calciatore, poi andato nel Marocco, l’invita a tentare la sorte in Algeria. E’ convocato al centro della panchina di una squadra di quarta divisione. Mette il sogno tra i vestiti della borsa e torna al paese per giocare con la mezz’ala rimasta di riserva. Lamine ha incontrato tanti becchini di sogni e li ha puntualmente dribblati in velocità. Ha un buona visione di gioco e diciannove anni. Lamine è certo di giocare, un giorno, in Europa.
Niamey, Aprile, 2018
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