mercoledì 17 ottobre 2018

Un cambiamento irreversibile - Guido Viale



Il cambiamento climatico in corso è il grande assente dalle politiche non solo italiane, ma anche europee e mondiali. Con poche eccezioni lo si nomina solo per non doverne più parlare. C’è un negazionismo esplicito che risorge periodicamente nonostante l’evidenza dei fatti (vedi Trump, ma anche, dietro a lui, l’esercito in marcia dei trumpiani); un negazionismo di fatto che consiste nel parlarne e farne parlare il meno possibile (“i problemi sono altri”… “il problema è la crescita”…); e c’è un negazionismo opportunista che dice tutto e il contrario di tutto (vedi Renzi che, a Parigi, vanta i progressi delle rinnovabili in Italia – che lui peraltro aveva fermato – e subito dopo si adopera per far fallire il referendum contro le trivellazioni). Ma in tutti e tre i casi i negazionisti hanno un denominatore comune, come spiega Naomi Klein in Una rivoluzione ci salveràtutti sanno che una catastrofe è alle porte, ma hanno anche capito che per fermarla bisognerebbe cambiare alle radici l’organizzazione sociale, e non sono disposti a farlo. Non possono farlo, ma non possono nemmeno pensarlo, cioè concepirne e accettarne le implicazioni. Ma attenzione, una pigrizia mentale come questa colpisce spesso anche noi…
Bisogna invece prender atto che il cambiamento climatico sta assumendo un andamento irreversibile. Ce lo dicono innanzitutto i glaciologi: i ghiacciai continuano ad arretrare e non torneranno più come prima; e così le calotte polari. In tutto l’emisfero boreale si sta sciogliendo il permafrost, liberando quantità sterminate di metano (un gas serra 20 volte più potente della Co2). E altro metano viene sprigionato dal riscaldamento dei fondali artici. Non si alzerà solo il livello del mare; cambieranno le correnti marine, a partire da quella del Golfo; e quelle aeree, come El Nino e i monsoni, alterando completamente l’assetto climatico del pianeta e moltiplicando, come già accade, gli eventi estremi destinati a trasformarsi in catastrofi. Mentre nelle aree tropicali e temperate avanza ovunque il deserto. È altamente improbabile che questo processo si arresti o addirittura si inverta per tempo: gli obiettivi fissati al vertice di Parigi sul clima sono insufficienti, ma nemmeno quelli vengono rispettati. Il tempo passa e tutti i cambiamenti in corso stanno subendo un’accelerazione imprevista.  Il mondo in cui vivranno i nostri nipoti, ma forse già i nostri figli, se non anche alcuni di noi, non sarà più quello che conosciamo; sarà molto più ostico e renderà a tutti la vita molto più difficile, e a molti impossibile. E sarà pieno di guerre e conflitti per spartirsi le risorse residue. Le rinunce necessarie a rallentare il disastro (che per molti potrebbero anche rivelarsi vantaggi), quelle che i governi non osano prospettare ai loro elettori, verranno imposte, moltiplicate per dieci, da una natura ormai stravolta.
Gli antidoti ai guasti dell’ambiente rientrano in due categorie generali: mitigazione e adattamento. Per i cambiamenti climatici, finora, si è parlato quasi solo di mitigazione, cioè di riduzione delle emissioni, e solo in campo energetico. Di agricoltura, allevamento e qualità dei suoli, fonti non meno rilevanti del problema, non si parla quasi mai. E si parla ben poco anche di adattamento.
Se ne parla poco, ma si fa molto. Lo aveva illustrato, già quattordici anni fa, un documento del Pentagono: i paesi dell’Occidente (la Cina non veniva ancora presa in considerazione) devono attrezzarsi per far fronte – con la guerra – all’ondata di profughi che i cambiamenti climatici spingeranno all’assalto delle cittadelle benestanti del pianeta. Allora poteva sembrare solo un delirio militarista; ma oggi, di fronte alla costruzione della “Fortezza Europa”, dobbiamo prendere atto del fatto che questo è il modo in cui – consapevole o meno – il negazionismo imperante sia a destra che al centro e a sinistra conta di far fronte alle conseguenze di ciò che non viene fatto in termini di mitigazione. È chiaro che per noi l’adattamento non può essere la guerra; e ciò chiama in causa innanzitutto la questione delle migrazioni: che per i paesi che ne sono la meta sono la manifestazione più vistosa, per ora, delle conseguenze dei cambiamenti climatici. Senza un’alternativa vera e di ampio respiro alla guerra ai migranti, sferrata tanto da Trump – e prima di lui, e in silenzio, da Obama – che dall’Unione Europea, non c’è nessuna possibilità di sottrarsi alla deriva di una politica criminale di portata planetaria. Ma, anche, nessuna possibilità di affrontare sul serio la “sfida” che i cambiamenti climatici in corso imporranno a tutti: una sfida che ha bisogno di un coinvolgimento anche dei migranti, mentre far loro la guerra non fa che accelerare il disastro.
Occorre prospettare un’alternativa che permetta a tutti, migranti e nativi, di non precipitare insieme in un abisso senza ritorno. Alle lotte, alle rivendicazioni e alle buone pratiche per rallentare il deterioramento climatico sia del territorio in cui si vive che dell’intero pianeta, fin da ora vanno affiancate misure, ancora più complesse, per promuovere forme di adattamento diverse dalla guerra ai migranti; misure che in larga misura coincidono con quelle di un approccio più radicale alla mitigazione: non basta chiedere, o “esigere”, meno fossili e più rinnovabili, meno sprechi, meno consumi superflui e meno Grandi opere, affidando al mercato, magari incentivato, il compito di perseguire obiettivi “più avanzati” di quelli già fissati a Parigi e non rispettati. Occorre lavorare, insieme ai migranti, per creare le condizioni di una sopravvivenza comune e di una convivenza solidale in ambienti – climatici, ma non solo – molto più ostili di quelli che abbiamo conosciuto finora. In entrambi i casi – quello di una mitigazione più radicale e quello di un adattamento non competitivo, e non fondato sulla guerra ai migranti – il principale fattore che li accomuna è la resilienza: la capacità di costituire un ambiente che conti sempre meno su risorse attingibili solo su un mercato globale, e solo con il saccheggio del pianeta, e sempre più su risorse fisiche, economiche e sociali locali: cioè su una territorializzazione, ovviamente sempre parziale e in progress, delle attività su cui si regge la vita di una comunità. Tutto ciò non partirà mai dall’alto, dai governi; dovrà essere promosso e sviluppato, se mai lo sarà, dal basso: da movimenti di respiro e portata per lo meno europea, premendo e coinvolgendo innanzitutto le istituzioni a più diretto contatto con le comunità. Dunque, processi in gran parte locali. Ma con tre precisazioni: primo, non si tratta di un ripiegamento su se stessi, di una visione chiusa e regressiva della società: la circolazione dell’informazione offerta dal web a livello planetario e quella libera delle persone – oggi permessa solo a ricchi uomini di affari e ai turisti, ma vietata ai poveri e ai fuggiaschi – possono garantire un’apertura della vita sociale ben maggiore di quella promossa dalla globalizzazione odierna, peraltro già ora compartimentata. D’altronde ci sono beni, produzioni e mercati che non potranno essere territorializzati facilmente né in tempi brevi…
Secondo, la territorializzazione dovrà essere un modello replicabile ovunque. Le migrazioni di oggi, e quelle del futuro, grazie al web e ai mezzi di trasporto, non sono necessariamente per sempre: la partecipazione dei migranti come lavoratori regolari a processi di conversione economica fondati sulla resilienza nei territori del continente europeo può fornire know-how e stimoli per un loro impegno anche nella rigenerazione dei territori e delle loro comunità di origine, che loro conoscono bene. Quel che resta di quelle comunità è tenuto insieme in gran parte dalle donne che hanno lasciato là; il ritorno anche solo di una parte degli attuali migranti, armati di nuove esperienze e nuove competenze, potrebbe contribuire sia a rigenerare i suoli che a rinnovare le regole della convivenza anche nei loro paesi di origine. A condizione che ritorni la pace e che cessi la guerra per non farli entrare in Europa. Rinunciare a una prospettiva del genere significa optare per lo sterminio di miliardi di esseri umani.
Terzo, locale vuol dire “locale” e non “nazionale”. Le dimensioni di un territorio su cui costruire processi di resilienza sono date dalla qualità delle risorse fisiche e umane su cui si può contare; sono dimensioni diverse, che si sovrappongono in misura differente a seconda della risorsa impegnata; non sono date una volta per sempre e non sono ovviamente uguali ovunque; ma in nessun caso, o solo eccezionalmente, possono coincidere con quelle di uno Stato nazione. Perché sono dimensioni definite da processi partecipativi: sia quelli diretti, relativi alla gestione di un bene, di un servizio o di un’attività produttiva, sia quelli negoziali, fondati su accordi di lungo periodo che consentano di sottrarre una produzione o una fornitura alle turbolenze dei mercati globali; entrambi richiedono il coinvolgimento di un’istituzione o di un governo locale, come può esserlo un grande Comune o un’unione di Comuni, base di ogni autentico federalismo.
Questo vale soprattutto per i principali settori coinvolti dalla conversione ecologica: energia, agricoltura, alimentazione, edilizia, salvaguardia del territorio, mobilità e turismo: sono tutti settori in cui il grande, il concentrato, il centralizzato, sottratti a ogni controllo dal basso – l’economia globale di oggi – si contrappongono al piccolo, al decentrato, al distribuito e al partecipato (il processo che fa di una risorsa un bene comune), caratteri irrinunciabili di un approccio che abbia di mira la resilienza. Senza partecipazione, cioè senza il coinvolgimento, anche pratico e non solo a livello decisionale, di una popolazione, o di una sua parte consistente, non si dà conversione ecologica; e questo spiega perché essa è incompatibile con gli attuali assetti globali. La territorializzazione dovrà valere a maggior ragione per la circolazione monetaria: con la convivenza, per un lungo periodo, sia delle valute controllate dalla finanza mondiale, come l’euro, sia di diverse monete locali parallele, di ambito più o meno vasto e più o meno specializzato a seconda delle loro finalità; monete che possono affermarsi soltanto se sorrette da una convinta partecipazione di chi le istituisce e le usa. Non si tratta certo di tornare alle vecchie valute nazionali su cui la popolazione non ha mai avuto alcun controllo né avrebbe potuto o potrebbe più averlo (lo aveva lo Stato nazionale, fino a che esso era il principale strumento di governo in mano al capitale). Solo con una progressiva territorializzazione anche delle funzioni della moneta una comunità può cercare di resistere – certo non senza pesanti costi – alla morsa del debito e a quel controllo da parte della finanza internazionale che ha già strangolato la Grecia, l’Argentina e cento altri paesi. E solo così si può riconquistare una vera “sovranità monetaria” che le permetta di affrontare i compiti della resilienza in campo ambientale.

Tratto dal Granello di Sabbia n. 36 di Settembre – Ottobre 2018: “Crisi: 10 anni bastano

lunedì 15 ottobre 2018

La sindaca di Fonni sui bimbi esclusi dalla mensa: “Operazione meschina”




Dopo il sindaco di Samassi Enrico Pusceddu che ieri ha inviato una lettera alla sindaca di Lodi sul caso dei bimbi stranieri esclusi dalla mensa scolastica, ieri sulla vicenda è intervenuta anche la sindaca di Fonni Daniela Falconi, che ha definito ‘meschino’ il provvedimento che lascia fuori dalla mensa del comune lombardo 200 bambini.
“Chi gestisce l’appalto della mensa nel Comune di Fonni – ha scritto Falconi con un post sul suo profilo Facebook – da da mangiare a circa 400 bambini al giorno. Materne, elementari e medie. Quasi 25.000 pasti all’anno. Una spesa per la nostra comunità di circa 270 mila euro all’anno. Una spesa a cui partecipano, come succede ovunque, anche le famiglie. Se una famiglia non paga, per una dimenticanza o perché semplicemente ‘non può’ a nessuno tra funzionari e gestori della mensa verrebbe mai in testa di non dare da mangiare ad un bambino. E a nessuno degli amministratori verrebbe mai in testa di ordinare di non far mangiare un bambino perché non paga. Se una famiglia non può pagare, quella famiglia la prende in carico tutta la comunità. Funziona e funzionerà sempre così. Nei paesi funziona così. Quello che è successo a Lodi non è né di destra né di sinistra. È una cosa meschina.
È una cosa aberrante e squallida. Una cosa disumana e vigliacca che ha colpito la parte più debole e indifesa della società, quella parte che va a scuola per imparare che attraverso la conoscenza si abbattono tutte le differenze e i pregiudizi: i bambini”.

domenica 14 ottobre 2018

Ecco Tancas, il Monòpoli sardo anti smartphone sui versi di Murenu - Andrea Deidda




Il ‘Monòpoli’ sardo si chiama Tancas. Dall’incontro tra Simone Riggio, grafico di Santu Lussurgiu, e una cooperativa ligure nasce la versione isolana del più famoso dei giochi da tavolo. La presentazione in anteprima al Montiferru Play: “Per una mattina 150 bambini hanno dimenticato il cellulare”. Lo scopo è lo stesso del celebre ‘Monopoli’ a cui evidentemente questo gioco si ispira. Dominare il mercato acquistando proprietà terriere, investire e costruire, decretare il fallimento degli avversari e diventare i più ricchi. Il sogno capitalista, in salsa sarda. Se non fosse per un secondo fine, non troppo nascosto: ricordare che quei terreni da conquistare, un tempo erano le terre libere in cui i pastori pascolavano le greggi. Il riferimento è nel sottotitolo del gioco, Tancas, che riporta i versi con i quali il poeta Melchiorre Murenu, noto come ‘l’Omero dei poveri’, definì l’editto delle chiudende del 1820: “Tancas serradas a muru, fattas a s’afferra afferra, si su chelu fit in terra, che l’aian serradu puru”. Parole che mettevano in luce la spregiudicatezza della nascente proprietà privata nelle terre comuni: “Terreni chiusi dai muri, fatti all’arraffa arraffa, se il cielo fosse in terra avrebbero recintato pure quello”.
Per Luigi Cornaglia, presidente di Demoelà la società ligure editrice del gioco “giocare è sì divertirsi ma anche imparare, interagire, mettersi alla prova. Tancas stimola l’interazione e la capacità di contrattazione dei giocatori, raccontando in maniera leggera e moderna il sentire di una comunità, per celebrare la bellezza di un territorio unico al mondo”.
nsomma il giocatore di Tancas aspira a diventare un provetto capitalista ma illuminato: conosce e tutela la cultura. Perché con i suoi soldi, non c’è l’euro e la moneta è “su francu” che ancora oggi vige nel parlato sardo, finanzia i beni archeologici della Sardegna presenti tra le varie caselle del tabellone. Partendo da Su Nuraxi di Barumini ogni volta che passa per il sito di Tamuli di Macomer o per le Domus de Janas di Sorradile versa soldi nel pozzo sacro di Santa Cristina, una sorta di fondo a tutela dei beni archeologici. Lungo il percorso ci sono caselle denominate “Amistade” e “Chentu Concas e chentu berrittas” che raccontano storie, aneddoti, proverbi in sardo. Come nel più famoso dei giochi da tavolo anche in Tancas per andare avanti si utilizzano i dadi e nella versione sarda come nella realtà ci sono il trenino verde la strada statale 131 che consentono di accorciare il percorso tra le varie località della Sardegna: Alghero, Bosa, Santu Lussurgiu, Cagliari, Sant’Antioco, Pula, Arbatax, Fonni per citarne alcune.
“L’idea di realizzare un gioco per la Sardegna l’avevo da tanto tempo – spiega Simone Riggio – ma l’ho messa in pratica quando nel 2016 ho iniziato a collaborare con l’editore di giochi Demoelà che ha sede a Genova. Dopo mesi di duro lavoro siamo riusciti a definire tutti gli aspetti del progetto e arrivare quest’anno alla produzione. In Tancas ci si ritrova in quello che succede nelle varie zone della Sardegna, si ironizza su questa nostra appartenenza sullo sfondo di un amore che tutti i veri sardi provano sconfinato per la propria terra”.
Il gioco, le illustrazioni sono di Dino Sechi, è stato presentato sabato alla prima edizione del Montiferru Play che si è tenuta a Santu Lussurgiu sotto la spinta della consulta giovanile del paese. “La mattina – prosegue Riggio – oltre 150 bambini di diverse scuole della zona hanno partecipato ai tavoli da gioco, a laboratori vari e hanno potuto seguire alcune lezioni di scacchi. Il festival ha riscosso così tanto successo che l’amministrazione comunale e altri enti del territorio hanno già puntato sulla sua seconda edizione, molto vicina alle scuole soprattutto per creare un evento che ha la forza di far dimenticare cellulari nelle tasche o borsette e far recuperare alla gente la gioia di giocare insieme, divertendosi e confrontandosi come ormai capita di rado”.

sabato 13 ottobre 2018

Redbox puntata 5 - Natalino Balasso

Il Nobel di sabbia attribuito al Sahel - Mauro Armanino




Quello della letteratura è stato annullato per corruzione. Gli altri Nobel, invece, hanno premiato, come di consueto, coloro che hanno apportato ‘notabili benefici all’umanità nel suo insieme’. Dopo quello della chimica e quello della letteratura, sospeso a tempo indeterminato, è stata la volta del Nobel della pace. Beninteso, queste attribuzioni non sono da prendere troppo sul serio. Basti pensare alle scelte, dettate dalle geopolitiche, che confermano e rafforzano i poteri del momento. Esattamente come la Corte Penale Internazionale, strumento ideologico per eliminare personaggi scomodi sullo scacchiere politico regionale. Vero che a volte si fa del proprio meglio per riesumare valori che ancora si ritengono umani. È il caso del menzionato Nobel per la pace, che ha premiato chi lotta a suo modo contro la violenza fatta alle donne. Denis Mukwege, dottore che ‘ripara’ le donne che hanno sofferto violenza carnale, e l’attivista yazida Nadia Mourad, che ha sofferto in prima persona anni di schiavitù sessuale da parte dei membri di Daesh.
Il Nobel del Sahel è passato sotto silenzio perché è di sabbia. Un Nobel riconosciuto per i meriti accumulati sul campo dello sviluppo umano mancato. Questo Nobel il Sahel lo ritiene come acquisito anche senza una giuria che lo valuti. Va da sé, come un’evidenza. Il Sahel si conferma un reale paradiso che evidenzia la funzionalità delle crisi all’aiuto umanitario e dell’aiuto umanitario alle crisi. Siamo tra coloro che apportano ‘notabili benefici alla causa umanitaria nel suo insieme’. Produciamo sfollati, rifugiati, ostaggi, clandestini, frontiere e gruppi armati. Invitiamo al contempo ad operare coloro che, in questi differenti campi, apportano soluzioni e altri problemi. Il nostro Nobel è di sabbia, come si conviene allo spazio che abbiamo organizzato così perché chiunque lo voglia qui si trovi bene. Persino i droni armati, ultimi arrivati nella fiera armata di gruppi, sottogruppi e forze regolari, si trovano a casa loro e hanno un aeroporto a parte, circondato da fili spinati di sabbia. La guerra non avrà fine finché ci saranno loro ad operare.
Il Nobel ha cominciato ad essere funzionante nel 1901 ed è solo adesso, ad oltre un secolo di distanza, che ci si è accorti di noi. Nobel e Sahel hanno in comune la sabbia. Entrambi frutto di compromessi, interessi e cioè di commerci transfrontalieri. I Nobel premiano infatti le invenzioni, le scoperte e in genere quanto può arricchire le conoscenze umane in particolare per l’opera in favore della pace. Questo ed altro lo si trova nel Sahel. Inventiamo malattie altrove scomparse o mai esistite e, senza darlo a vedere, scopriamo quanto può arricchire le agenzie umanitarie e le organizzazioni non governative, nazionali e soprattutto internazionali.D’altra parte chi ha istituito e dato il nome al Nobel, lo stesso Alfred Nobel, ha prima inventato la dinamite e la balistite, polvere che non fa fumo per l’esplosione. Qui da noi, invece di fumo c’è polvere in quantità e gli esplosivi, di fattura artigianale, sono posti ai bordi delle strade nel caso passino convogli militari. Dunque il Nobel in questione è nato anch’esso come una forma di riparazione per i danni creati dagli esplosivi.
La Fondazione Nobel gestisce il progetto e fu voluta da Nobel attraverso quanto previsto dal suo testamento che data del 1895. A metà del Novecento la Banca di Svezia decise di istituire il riconoscimento per l’economia, cosa non prevista dal testamento citato. Il Nobel per la pace è consegnato ad Oslo, in Norvegia. Il Nobel di sabbia non trova un luogo fisso di consegna perché nel Sahel, a parte l’immutabilità del fiume Niger, delle miniere di oro, uranio, carbone, gas, petrolio, e dei politici, il resto va via col vento. Forse è anche per questo che diventa problematico attribuircelo. Cambiano i paesaggi e dove prima si trovavano città e imperi si trovano adesso operazioni militari che di loro portano i nomi. Le vie carovaniere di un tempo,  portatrici di ricchezza e novità, sono controllate da gendarmi in cerca di migranti definiti irregolari dalle agenzie di pesca. Il Sahel si propone per un Nobel di sabbia alla memoria di coloro che, dalla sabbia, sono stati incoronati per sempre.

martedì 9 ottobre 2018

Turismo: l'industria più pesante (e paradossale) del nostro tempo - Annamaria Testa



Viviamo (e chissà se ce ne siamo davvero accorti) nell’età del turismo. È la più importante industria del nostro tempo, ed è la più inquinante: produce CO2 e consuma territorio. Alimenta un indotto gigantesco: c’è la produzione di aerei, navi, treni e auto e pullman, che senza turismo subirebbe una forte flessione.
C’è la costruzione di strade e aeroporti. Di alberghi, villaggi e seconde case e campi da golf e piscine. C’è la fabbricazione di arredi e suppellettili e biancheria per alberghi e seconde case.  E c’è la produzione di souvenir e di skilift, di sci, scarponi e costumi da bagno, di ciabatte e zaini e valigie e cappellini e creme solari… poi, c’è tutta l’editoria dedicata, su carta e in rete. Ci sono Google Maps e Tripadvisor.
IL 10 PER CENTO DEL PIL MONDIALE. Senza calcolare l’incalcolabile indotto, il turismo internazionale vale 1522 miliardi di dollari (Wto – Organizzazione Mondiale del commercio, 2015). Il turismo locale vale molto di più: 7600 miliardi di dollari nel 2014, il 10 per cento del pil mondiale.
SPAGNA E ITALIA. In Spagna, prima meta turistica al mondo, il turismo vale oltre il 15 per cento del pil e dei posti di lavoro. In Italia vale il 10,2 per cento del pil e l’11,6 per cento dell’occupazione (dati 2015). In Costa Rica (ve ne ho parlato di recente) il turismo arriva a impiegare il 27 per cento della forza lavoro (e, grazie alla tutela del paesaggio, regala un futuro diverso all’intera nazione).
LA GIOSTRA CHE CI MUOVE. Insomma, il turismo è una giostra su cui buona parte della popolazione mondiale è salita (o salirà tra breve), nei ruoli più o meno intercambiabili di viaggiatore o turista, o spettatore, o lavoratore del turismo. È un fenomeno globale, pervasivo e relativamente recente.
C’è un’enorme letteratura sui luoghi del turismo, c’è un’ampia produzione di scritti sul marketing e la promozione turistica. Ma i ragionamenti sul turismo in sé, come nuovo stile di vita, sistema e comportamento condiviso, sono scarsi e frammentari.
VOLENTEROSE ILLUSIONI. Con Il selfie del mondo (Feltrinelli), Marco D’Eramo ci aiuta a capire come la giostra funziona, che cosa la muove e che cosa può romperla. Soprattutto, ci dice che la giostra è fatta di specchi, e che si fonda sul paradosso. Per questo, parlando di turismo, Il selfie del mondo ci parla di noi e dei nostri desideri, delle nostre illusioni e (infine) della nostra buona volontà.
UN NOBILE PIACERE. In passato la gente non si muoveva se non era obbligata a farlo. Nel Cinquecento, solo i figli dei nobili viaggiano per piacere e formazione. Nel Settecento, “aver visto il mondo” diventa obbligatorio per un gentiluomo, a cui si consiglia di andare in giro con un blocco da disegno. Nasce così la categoria del “pittoresco”: ciò che salta all’occhio, è esotico ed è facile da dipingere.

BRUTTI E TANTI. Il turismo si espande a metà Ottocento, con la sbalorditiva diffusione dei mezzi di trasporto, e suscita nei nobili turisti tradizionali enorme fastidio per i “nuovi” e “brutti” e “tanti” turisti borghesi. Questi hanno mete che oggi ci sembrano stravaganti. A Parigi visitano le fogne, le prigioni e (lo racconta Marc Twain) l’obitorio.
RIVOLUZIONE TURISTICA. Ma la rivoluzione turistica mondiale si verifica nel secondo dopoguerra: si passa da 25,3 milioni di viaggiatori internazionali nel 1950 al miliardo 186 milioni del 2015 (dato WTO). Il turismo non solo si globalizza grazie ai voli low cost, ma si specializza irreggimentando pubblici diversi (anziani, congressisti, studenti, fedeli in visita ai luoghii sacri…). E, scrive d’Eramo, si ingarbuglia (ingarbugliando anche noi) in una serie di paradossi disturbanti.
PRIMO PARADOSSO: IL TURISMO FUGGE DA SE STESSO. Ogni meta desiderabile perché “autentica” ed “esclusiva” smette gradualmente di esserlo man mano che si trasforma in meta turistica. E poi, più un luogo “va visto”, meno diventa possibile vederlo, perché… è pieno di turisti.
SECONDO PARADOSSO: L’AUTENTICA FINZIONE. I turisti ricercano l’autenticità, ma la individuano solo se è evidenziata, quindi “messa in scena”, quindi ostentata e inautentica. Questo fatto porta al terzo paradosso.
TERZO PARADOSSO: LA TRADIZIONE INVENTATA. Per esempio, il Palio di Siena viene medievalizzato nel 1904. E i mercati “tipici” come il Mercado de San Miguel a Madrid finiscono per vendere solo ciò che i turisti si aspettano di poter comprare.
QUARTO PARADOSSO: L’ENTROPIA TURISTICA.  il turismo alimenta l’economia delle città e dei territori, ma la omogeneizza distruggendo le basi economiche su cui si fonda l’identità di quelle città e di quei territori. Nel Chiantishire i casolari diventano ville, nel centro delle città le botteghe diventano negozi di souvenir. I piccoli centri come San Gimignano si trasformano in un parco a tema.

QUINTO PARADOSSO: IL TOCCO LETALE. Il tocco dell’Unesco è – scrive D’Eramo — letale. Preservando le pietre e gli edifici, l’etichetta di Patrimonio dell’Umanità, anche se attribuita in perfetta buona fede, museifica i luoghi, li sterilizza, costringe gli abitanti all’esodo svuotando i centri urbani.
SESTO PARADOSSO: IL FALSO È VERITÀ. L’inautentico turistico è un autentico (e dunque rimarchevole) segno del nostro tempo. Basti pensare al caso di Lijang, città turistica cinese interamente ricostruita, (oltre 20 milioni di turisti nel 2013). O al caso di Las Vegas. Due insediamenti che raccontano una verità proprio nel loro essere fenomeni del tutto artificiali
SETTIMO PARADOSSO: FARE IL TURISTA È UN LAVORO DURO. Le persone si assumono volontariamente il compito di eseguirlo mentre sono in ferie, cercando di sfruttare con la massima efficacia il poco tempo disponibile. Un dettaglio rivelatore: quelli che dicono “ho fatto il Brasile, l’anno prossimo farò l’Asia centrale”. Che fatica…
OTTAVO PARADOSSO: “LOCALE” È DAPPERTUTTO.  Parliamo di gastronomia. Si moltiplicano le sagre enogastronomiche: in Italia sono oltre 34.000, più di quattro a comune. Abbiamo 1515 sagre della polenta e 1040 sagre della salsiccia, 5790 sagre del tartufo, 156 sagre della lumaca e 171 della rana… e si moltiplicano anche i ristoranti etnici, perché i turisti amano gustare di nuovo i sapori incontrati in vacanza. Ma la “cucina etnica” è come la “musica etnica”: ingredienti tradizionali riarrangiati per un pubblico globale.
NONO PARADOSSO: NESSUN TURISTA VUOLE SENTIRSI TALE. Preferisce considerare se stesso un “viaggiatore”, e riversare il proprio disprezzo su qualcun altro che si comporta più “da turista”. La catena del disprezzo classista è forte: lo svago delle masse, che è recentissimo, ha ricevuto dagli intellettuali più critiche in dieci anni di quante il tempo libero degli aristocratici ne abbia ricevute in duemila anni.
UN VIAGGIO TRA FENOMENI. Il testo di Marco D’Eramo è a sua volta un viaggio. Cioè un percorso tra fenomeni, luoghi, idee, dati, idiosincrasie, intuizioni e contraddizioni, e mille storie sorprendenti. Ma, proprio come capita nei viaggi materiali, anche procedendo di pagina in pagina l’autore entra in contatto con prospettive inaspettate e ne esce cambiato. E con lui noi, che l’abbiamo seguito leggendo.

C’È DEL BUONO, TUTTAVIA. La chiave del cambiamento di prospettiva sta in una serie di domande semplicissime: …e se il turismo fosse animato dal movente positivo dell’essere curiosi del mondo? E se non si trattasse d’altro che di una pratica di automiglioramento (self improvement)corporeo, emotivo e intellettuale? Del resto, in quale altra occupazione che la renda più felice potrebbe una sterminata massa di esseri umani investire il suo tempo libero?
C’è qualcosa di commovente, scrive D’Eramo, nella fiducia che andare a visitare una città, un monumento, un paese possa aprirti la mente, renderti migliore.
NOSTALGIA, FORSE. Eppure, la bistrattata figura del turista forse non durerà per sempre. Potremmo perfino cominciare a coltivare, nei suoi confronti, una specie di nostalgia. Il cambiamento del lavoro, che diventa sempre meno stabile, può cambiare l’idea stessa di “vacanza”. E lo sguardo turistico che cerca il nuovo, l’autentico e l’inaspettato, forse si appannerà dopo aver già visto in rete tutto ciò che merita di essere visto.


martedì 2 ottobre 2018

Il numero chiamato non è disponibile - Mauro Armanino



Una voce di donna risponde esattamente così. Dopo aver composto il numero dell’amico ostaggio la voce di donna aggiunge che la chiamata sarà notificata. È dal passato lunedì 17 settembre alle 22 ora locale che  si ripete la stessa risposta automatica femminile. Si tratta della compagnia telefonica Moov, attiva, assieme ad altre nel Niger e dintorni. Come altre fa promozioni di vendita e promette abbuoni ogni martedì e venerdì. Solo che il cliente è stato preso come ostaggio un lunedì, nessun premio, abbuono o sconto. In questo Moov, nella sua pubblicità, aveva visto giusto. Moov No Limit, si erano definiti, senza limiti. Nel nostro Sahel, da tempo ormai, i limiti sono stati superati. Traffici, commerci, terrorismo, bande armate dal sapore ‘comunitario-etnico’e risposte ancora più armate. E, infine, la definizione di criminali attribuita ai migranti irregolari, illegali, clandestini e dunque da insabbiare da qualche parte nella storia odierna del Sahel. Il numero che avete chiamato non è disponibile. La vostra chiamata sarà notificata, conclude la voce di donna con la stessa convinzione. Il numero chiamato non è disponibile da quasi due settimane.
No limit, senza limiti. Eppure la penetrazione della telefonia mobile è passata al 45, 54 per cento nel 2017, contro il 38, 63 per cento del 2016. Moov, compagnia dell’’Arabia Saudita opera in vari Paesi dell’Africa Occidentale e Centrale.  Il Benin, Il Burkina, la Costa d’Avorio, il Gabon, La Repubblica Centrafricana, il Togo e il Niger. Non è bastato ciò per raggiungere l’ostaggio, malgrado un’antenna che la compagnia Moov aveva installato proprio nel villaggio di Bomoanga. Infatti è stato possibile comunicare, in tempo reale, il rapimento del missionario, ad amici e autorità. A volte, dunque riemergono i ‘limiti’, proprio quando non si vorrebbe ci fossero. Oggigiorno la comunicazione è necessaria e in particolare nelle zone lontane dalla città e poco servite da strade accettabili, specie nella stagione delle piogge. Il cellulare unisce, lega, permette cose impensabili fino a pochi anni fa. Tutto ciò non è bastato. Preso assieme al cellulare che per qualche momento ancora lo rendeva accessibile a vicini e lontano. Una bella invenzione il telefono, non c’è dubbio. La risposta automatica ha cominciato subito dopo e non si è ancora fermata. Il numero che avete chiamato non è disponibile.
Passano i giorni e la voce non cambia, reitera lo stesso principio e promette che la chiamata sarà notificata. C’è da supporre che la persona cercata sia opportunamente informata delle chiamate. Le quattro compagnie telefoniche operanti nel Niger, almeno in questo, fanno la stessa politica. Orange, Airtel, Niger Telecom e Moov coprono almeno una parte dell’immenso territorio desertico del Niger. Si sa che poi basta poco, per interrompere la comunicazione. Un guasto, la batteria scarica, un furto e, più semplice ancora, l’abbandono del cellulare. Questo, la donna della risposta automatica non lo sa e forse neppure le interessa. La chiamata sarà comunque notificata e questo dovrebbe bastare anche al cliente più esigente. Di colpo la voce di ritorno sparisce, non c’è risposta umana. Neppure lo squillo di chiamata esiste più. Il silenzio, doveroso e ancora più sincero, lascia il posto ad una voce registrata in francese e poi in inglese, lingua franca universale. La registrazione femminile continua insinuando che è del tutto possibile lasciare un messaggio vocale, solo dopo il segnale acustico. Difficile credere che, in queste condizioni di cattività, il cliente sia lasciato libero di ricevere messaggi vocali degni di questo nome. Di gran lunga meglio il silenzio.
Il numero non è disponibile perché il proprietario del numero, opportunamente registrato per motivi di sicurezza, è assente. Chiamate in assenza, lasciare un messaggio, le notificazioni cadono nel vuoto e così i messaggi vocali. Le tecnologie più sofisticate naufragano nell’inedito rapimento di colui a cui il numero era stato affidato per comunicarsi. Moov non ha limiti prevedibili ma si trova ad agire con le risposte automatiche, preconfezionate in tempi normali. Da due settimane ormai il numero ha cessato di funzionare e il telefono, con pazienza, si trasforma in una colomba.

sabato 29 settembre 2018

Lisbona si ribella al dominio del turismo - Gianfranco Ferraro



Inquilini sfrattati da un giorno all’altro, un mercato immobiliare – tra affitti e prezzo delle case – ormai completamente impazzito, preda della speculazione di fondi immobiliari e di capitali stranieri che hanno trovato nella capitale portoghese la nuova torta da dividersi, un turismo di massa che sta cancellando le vecchie botteghe e i ristorantini di quartiere che hanno fatto per anni di Lisbona e del Portogallo una strana eterotopia tra Europa e Atlantico, per sostituirli con lounge bar, fast food e bed & breakfast che, grazie alle piattaforme online, stanno svuotando la città dei suoi naturali abitanti per fare dei quartieri semplici tendopoli turistiche.
È accaduto tutto in poco più di due anni, ma gli abitanti di Lisbona stentano ormai a riconoscere la propria città, consegnata al mercato della gentrificazione che, come un parassita, vende la città per poi svuotarla di quella stessa forma di vita che era stata pubblicizzata. Un tempo minimo, forse neanche sufficiente per metabolizzare quello che accade e per proporre una resistenza: è così che solo oggi diverse associazioni e sigle riescono a organizzare la prima vera manifestazione di piazza per il diritto all’abitare, con uno slogan preciso: “L’abitazione non è un affare. Lottiamo per le nostre case, per le nostre vite”.
Una manifestazione rigorosamente “apartitica”, come viene specificato in un comunicato degli organizzatori, tra cui la storica associazione Habita, particolarmente vicina in questi anni, con sportelli e con picchetti, ai cittadini sfrattati dei centri storici, così come a quelli dei quartieri popolari e delle baraccopoli che circondano la capitale portoghese, e tra le promotrici, l’anno passato, della Caravana pelo direito à habitação di cui ci ha parlato Luca Onesti. Un lungo corteo, dal vecchio quartiere, ora al centro di una spietata gentrificazione, di Intendente, sino a Cais do Sodré, l’affaccio sul fiume nei pressi della Câmara Municipal (il Municipio della città).
Lisbona vive un’agonia simile a quella che ha colpito le grandi capitali e le città d’arte: se a Venezia c’è – vicino ad una delle ultime antiche librerie della città – un orologio che conta impietosamente il numero dei residenti del centro storico, e a Berlino appena dieci anni era ancora possibile scegliere in quale quartiere vivere, per Firenze, Parigi, Praga, Barcellona, dove la sindaca Ada Colau è stata eletta proprio grazie alle sue battaglie per il diritto alla città, e adesso anche per Napoli, il turismo ha assunto i tratti della grande industria pesante del XXI secolo. Un turismo dai caratteri predatori che cancella la vita delle città in molti modi: aumentando esponenzialmente il prezzo delle abitazioni e riempiendo i luoghi pubblici di tutta una borghesia incolta ed estranea ai luoghi, che, per i pochi spiccioli richiesti ormai dalle compagnie low cost, riesce ancora a catapultarsi da un posto all’altro d’Europa al solo scopo di comprarsi, di fatto, il prossimo selfie da mostrare su facebook.
Lisbona entra in questo mercato immobiliare e turistico globalizzato grazie alle misure della Troika, che, dieci anni fa, ha di fatto costituito il Portogallo in un suo protettorato, grazie soprattutto all’appoggio incondizionato del precedente governo  di centrodestra di Passos Coelho e del presidente della Repubblica Cavaco Silva – e nonostante una storica mobilitazione di massa dei portoghesi – i quali hanno eseguito senza colpo ferire gli ordini di Bruxelles e del FMI, adottando una politica di selvaggia liberalizzazione del mercato immobiliare, e investendo in modo massiccio sulla presenza turistica.
Poco o nulla, in realtà, è cambiato dopo l’avvicendamento governativo che ha portato alla guida del Paese il nuovo leader del Partito Socialista António Costa, sindaco di Lisbona negli anni precedenti, sostenuto da una coalizione che comprende anche, per la prima volta dopo il 1975, la sinistra radicale del Paese: il Partito Comunista guidato dall’anziano segretario Jerónimo de Sousa, e il Bloco de Esquerda, guidato da Catarina Martins, un partito questo che nasce dalla giunzione tra troskisti e tutta una serie di realtà della sinistra che non si riconoscono nel Partito Comunista.
Con un capitombolo politico che ha – insieme – salvato la sua segreteria e lo ha portato alla guida del Paese, Costa ha scelto, dopo le elezioni del 2015, di spostare decisamente a sinistra l’asse politico del Portogallo, rompendo con gli schemi di bilancio previsti dai governi precedenti: il risultato è stato una politica di graduale ridistribuzione del reddito, con provvedimenti sulle pensioni e sui concorsi pubblici particolarmente apprezzati dopo gli anni di crisi, e una impennata del Prodotto interno lordo che negli ultimi anni ha fatto dell’economia portoghese la grande scommessa vinta delle politiche di austerity europee oltre che l’unica del bacino meridionale con indici sistematicamente positivi.
Una crescita che ha trascinato l’attuale ministro dell’Economia, Mario Centeno, al vertice dell’Eurogruppo e che ha portato indubbi vantaggi elettorali al Partito socialista, ormai vicino al 40%, percentuale che lo renderebbe autonomo per la formazione di un governo, in previsione delle elezioni europee del 2019 e politiche del 2020, come anche in realtà agli alleati, Pcp e Bloco de Esquerda, che hanno visto stabilizzarsi il loro monte voti elettorale intorno al 10% ciascuno.
A questo panorama nazionale, corrisponde a Lisbona un’alleanza elettorale tra Partito socialista e Bloco de Esquerda che ha portato alla sindacatura della città il socialista Fernando Medina, quarantenne rampante e pupillo di Costa. Una sindacatura che però non solo non ha impedito la guerra di tutti contro tutti del mercato immobiliare, ma che al contrario ha proseguito lungo le linee tracciate in precedenza, rinunciando a qualunque politica di gestione e di controllo. È solo di pochi mesi fa lo scandalo che ha coinvolto – e costretto alle dimissioni nonostante una strenua difesa da parte del suo partito – il giovane leader del Bloco Ricardo Robles, vereador (assessore) della città, e al centro di un drammatico conflitto di interessi a causa di un palazzo in pieno centro storico venduto dalla sua famiglia sull’onda della speculazione che colpisce la città. Ed è di poche settimane fa anche la notizia della chiusura al pubblico di uno degli storici luoghi di incontro per generazioni di giovani e meno giovani portoghesi, il miradouro di Santa Catarina, meglio conosciuto come Adamastor, per via della statua che lo domina, e che rappresenta la figura mitica raccontata da Camões nei Lusiadi. La causa? Il fastidio provocato dalla presenza di “popolo basso” e di giovani per i clienti di un lussuoso hotel a cinque stelle di recente costruzione. Una causa nascosta con vari slalom verbali dall’amministrazione cittadina, che si nasconde dietro la necessità generica di “recupero dello spazio pubblico”.
Luoghi pubblici interdetti ai cittadini, palazzi storici comprati dal miglior acquirente, anziani – emblematico il caso del quartiere di Castelo – costretti di fatto a spostarsi nell’estrema periferia della città, senza alcun contatto con il mondo in cui sono vissuti per anni. Certo, le città cambiano, e sono sempre cambiate. Cambiano i progetti e le visioni, come testimonia una recente, bella mostra sui “futuri” di Lisbona, ospitata dal Museo della Città e che raccoglie i diversi progetti che nei secoli successivi al grande terremoto del 1755 hanno cambiato il suo volto. Eppure, non sembra un bel futuro quello che si prospetta oggi per la capitale portoghese: manca una visione, che non sia quella di una industria immobiliare privata e turistica che spinge il Pil e sembra così legittimata a permanere come la principale industria del Paese. Questo, mentre tutto l’interno del Portogallo raccontato da Saramago nel suo Viaggio è praticamente abbandonato al suo destino, con paesini al limite del raggiungibile, abitati da (sempre meno) anziani e dove le forme di vita che hanno prodotto tra i migliori vini e formaggi d’Europa, completamente privi di un sostegno statale necessario per poter competere sul mercato internazionale, si vanno rapidamente estinguendo.
Certo, la Lisbona decadente di qualche anno fa, con edifici in rovina e interi quartieri abitati da anziani, non si poteva dire priva di problemi: la piccola e media borghesia portoghese, per prima, si è andata spostando nei quartieri-bene della periferia, lasciando al suo destino il centro della città. Oggi questo centro appare, come appariva Berlino negli anni scorsi, un cantiere a cielo aperto: palazzi puliti, piazze rinnovate, appartamenti comprati, a volte da stranieri, e subito affittati come b&b a volte rinunciando a quel minimo contatto umano tra inquilino e proprietario che passa per la consegna delle chiavi (l’ospite trova le chiavi dentro una cassetta la cui apertura avviene attraverso un codice consegnato via mail), immobili investiti dai capitali di pensionati francesi, italiani, inglesi e tedeschi, attratti spesso solo dalle misure di detassazione previste dal Memorandum della Troika, e poi sempre, pervasiva, incombente, la folla del turismo mordi e fuggi che evita accuratamente di mischiarsi con l’asprezza della città e che distrugge, giorno dopo giorno, quello che era il fascino della capitale portoghese: la quiete, popolata e multiforme, di una collina quasi dimenticata dallo scorrere secolare del suo fiume, il Tago.

La manifestazione di oggi cerca quindi di mettere un punto fermo: un dito sulla piaga di una città che sta perdendo l’anima, e che sembra ormai completamente impotente di fronte all’ultimo maremoto che l’ha travolta (un recente documentario porta, non a caso, il titolo di “Terramotourism”). Si poteva fare diversamente, forse ancora si può, seppure in parte, qualcosa. Perché almeno Lisbona non si consegni definitivamente al destino di tutte le nostre città turistiche: “un guscio vuoto, un fondale di teatro”, come ha scritto recentemente Marco D’Eramo in “Il selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo” (Feltrinelli, 2017). E sulla stessa linea questo inquietante ospite che invade neppure tanto lentamente la città, simile al Nulla della Storia infinita, è stato diagnosticato da uno degli intellettuali più riconosciuti tra la nuova leva di scrittori portoghesi, Valerio Romão: “Tutto quello che è vivo e libero dev’essere ricondotto alla logica del parco di divertimenti tematico. Sino a che, di intere città, restino solo gli edifici – rinnovati e silenziosi – e una manciata di figuranti pagati per passare come locali”.
È contro questo destino che la manifestazione di oggi, con migliaia di persone in piazza, ha segnato il primo momento di discontinuità, e forse l’inizio di una battaglia tutta portoghese, ma la cui sfida è globale, per il diritto alla città e all’abitare, uno dei diritti più mistificati e disconosciuti dalle politiche economiche di questo primo quarto di secolo.

venerdì 28 settembre 2018

Redbox puntata 3 - Natalino Balasso

Assenze nella città di sabbia del Sahel - Mauro Armanino



La città di sabbia non ha un nome proprio. I nomi degli scomparsi della città sono scritti sulle pareti di sabbia. Li custodisce in silenzio dopo qualche settimana passata nel vento. Tornano indietro per nostalgia e di norma nei giorni di festa. Lunghe carovane colorate di polvere, camion perduti nella tempesta, velieri in cerca di un porto e mercanti di conchiglie. Tutti assenti all’appello del sindaco della città che si ostina a chiamarli uno per uno, col nome di famiglia, ogni mattina all’alba. Poi la città di sabbia si mette in movimento. Escono prima i bambini che improvvisano tornei di calcio tra un pozzo senz’acqua e una canna. Seguono le donne che vanno lontano a cercare la sorgente e si mettono a vendere scatole di conserva scadute ai primi passanti ancora sonnolenti. Tocca in seguito ai muratori, agli imbianchini e ai sarti che passano in giro con la macchina da cucire sulla testa e sbattono le forbici per attirare i clienti. I barbieri, come dappertutto, aprono tardi la porta del negozio, solo dopo averlo spazzato con cura. Le osterie, i ristoranti e l’unico hotel della città chiudono per mancanza di turisti e di orologio.
Il registro di nascita, di battesimo e di matrimonio non è aggiornato perché le pagine sono sparite in meno di un mese. I luoghi di culto sono visitati almeno una volta la settimana e le ditte telefoniche continuano a fare affari d‘oro. Una chiamata costa un occhio della testa, specie se internazionale, con il prefisso che cambia ogni due giorni. La biancheria dura quanto basta per arrivare a fine serata. I pochi tessitori artigianali ancora in attività organizzano sfilate di moda al lume di candela o quando c’è la luna piena.Si passa la sera a sfogliare calendari, vecchie riviste sportive e a raccontare storie che accadranno l’anno seguente. Alcuni organizzano serate teatrali, quiz con proverbi e, sempre sulla sabbia, redigono la lista dei diritti non ancora rispettati. Un tribunale provvisorio si occupa dei casi di trasgressioni delle leggi in vigore nei confronti delle donne. Non esistono prigioni o matrimoni riparatori. Ogni reato di una certa importanza è punito con lavori di pubblica utilità. Tra questi  c’è la tinteggiatura delle pareti esterne della città di sabbia. Altri invece sono invitati a riscrivere i nomi degli scomparsi.
Questi ultimi sono i cittadini onorari della città. Migranti perduti, donne incinte, madri che attendono i loro figli, amanti che mai si sono incontrati e quanti passati a fil di spada. I loro nomi sono scritti a mano sulle fondazioni della città e solo dopo una rara giornata di pioggia germogliano per qualche ora. A questi si aggiungono, scortati da giovani donne e bambini vestiti a festa, gli ostaggi rapiti per denaro o per sbaglio. La loro cittadinanza è considerata precaria e limitata nel tempo. Mesi, anni, settimane, giorni o secoli. Tutto dipende dalle circostanze o, con maggiore probabilità, dalla direzione del vento. Li hanno portati via nel complice sonno e poi bendati per immaginare il mondo differente. Sono scortati da un’altra parte e, quando infine arrivano nella città di sabbia, non ricordano nulla dell’accaduto. Il riscatto arriva in tempo o quando già soggiornano in città da qualche giorno. Profittano delle ferie per visitare i propri cari e fare il viaggio a ritroso. Si ritrovano tra loro e, malgrado l’età, giocano a nascondino nei giardini pubblici non custoditi. Occasionalmente parlano sottovoce dei loro rapitori e della vita che non sospettavano essere così  distratta.
Loro, invece, arrivano assieme come in processione. La città si dilata per accoglierli. Si tratta dei bambini mai nati che portano, ognuno, un fiore di sabbia appena colto. Sono gli unici ad occupare l’intera piazza che, d’altronde, porta il loro nome per un’intera giornata lavorativa. Tra loro si conoscono e formano un grande cerchio che si apre in continuazione per accogliere i nuovi arrivati. L’appello è rinviato al giorno seguente e quando tutto è pronto cominciano a cantare in silenzio l’unica canzone che hanno imparato a memoria prima di nascere. Assomiglia al suono di una brezza leggera.

mercoledì 26 settembre 2018

Quando è triste essere un bambino - Christopher Brauchl



E’ un momento triste per essere un bambino. Chi lo avrebbe pensato soltanto pochi anni fa? Considerate la Siria, lo Yemen, il Sud Sudan e gli Stati Uniti, tanto per nominare soltanto alcuni dei luoghi dove per i bambini prevale la tristezza.
La guerra è iniziata in Siria cinque anni fa. Oltre 6,1 milioni di Siriani sono fuggiti dalle loro case. Immaginate che cosa vuol dire essere un bambino, senza casa in un paese che si chiama patria, sentendo le bombe che distruggono i quartieri dove prima giocavi, che distruggono la casa da dove sei appena fuggito, la casa in cui hai lasciato i tuoi amati giocattoli e gli animali di pezza. Sei uno dei 2,5 milioni di bambini che si sono dovuti spostare fin dall’inizio della guerra in Siria. Sei triste perché conoscevi qualcuno che era tra i 500.000 siriani che sono stati uccisi fin da quando è cominciata la guerra. Il 14% delle persone uccise negli scorsi 5 anni sono stati bambini come te. Forse puoi trovare conforto nel fatto che fai parte della più grande popolazione  dislocata  nel mondo intero. I bambini sono inclini a pensare che fare parte di qualcosa di grande è qualcosa di cui essere fieri. Non è vero. E se cerchi la tristezza, puoi andare in Yemen.
In Yemen si vive in un paese che ha la più grossa emergenza di sicurezza alimentare in tutto il mondo. Secondo i funzionari delle Nazioni Unite, nel 2017 c’erano 18 milioni di persone in Yemen bisognose di assistenza su una popolazione di 28 milioni. Quel numero comprende centinaia di migliaia di bambini. E’ un momento triste per essere bambini quando si riflette su che cosa è accaduto il 9 agosto 2018. Quello è stato il giorno in cui uno scuola bus che portava degli studenti a fare una gita scolastica, è stato distrutto da una bomba fabbricata negli Stati Uniti dalla Lockeed Martin, venduta all’Arabia Saudita dal governo degli Stati Uniti e trasportato sullo scuola bus su un aereo da guerra della coalizione guidata dai Sauditi. La coalizione comprende gli Stati Uniti. Sono starti uccisi quaranta ragazzi di età compresa tra i 6 e gli 11 anni. 79 persone sono state ferite, di cui 56 bambini. E’ stato un giorno molto triste essere un bambino in Yemen.
E’ un momento triste per essere un bambino se sei nato nel Sud Sudan. Secondo l’agenzia dei rifugiati dell’ONU, 17.600 bambini del Sud Sudan sono fuggiti dal paese fin dallo scoppio della guerra civile in Sudan nel 2013, lasciando lì i loro genitori. Per alcuni dei bambini la loro tristezza è migliorata. Secondo l’agenzia dell’ONU, 433 minori non accompagnati che sono fuggiti in Uganda senza i loro genitori, sono stati riuniti con loro. Rimangono, quindi, all’Agenzia dell’ONU per i rifugiati, soltanto 99,342 casi aperti di tentativi di riunire le famiglie, famiglie che comprendono, in parte, bambini tristi.
E’ un periodo triste essere un bambino se si è un bambino negli Stati Uniti i cui genitori speravano di trovare asilo negli Stati Uniti d’America per andar via da condizioni pericolose nel paese dal quale erano fuggiti. Proprio come i 17.600 bambini che hanno lasciato il Sud Sudan con i propri genitori, anche voi siete stati separati dai vostri genitori quando siete entrati negli Stati Uniti. E’ triste essere un bambino che arrivando negli Stati Uniti non viene separato dai genitori, ma è tenuto in condizioni squallide che non sarebbero tollerate se fossi altro che il figlio di qualcuno che cerca asilo. E’ stato triste che quando tua madre ha detto a uno dei funzionari dell’immigrazione che tuo fratello di un anno aveva bisogno di cibo solido, le è stato risposto che non viveva in un albergo a sette stelle e le è stato detto se preferiva avere un figlio mingherlino o un figlio morto. E’ triste essere un bambino quando un Senatore degli Stati Uniti che visitava un centro di immigrazione dove sono tenute le persone che cercano asilo, riferisce che: “Ci sono bambini da soli…ragazzine di 12 anni che vengono portate via dal resto delle loro famiglie e vengono tenute separate. O ragazzini. Stanno tutti sdraiati sui pavimenti di cemento dentro delle gabbie. Non c’è nessun altro modo di descriverlo.” E’ triste essere un bambino in un paese dove, in riposta a un ordine del tribunale che le famiglie che il governo ha separato vengano riunite, e che alla fine di luglio, 700 famiglie non erano state ancora riunite e il governo aveva difficoltà a chiarire dove si trovavano.
E’ triste essere un bambino in Siria. E’ triste essere un bambino in Yemen. E’ triste essere un bambino nel Sud Sudan. Può essere triste essere un bambino negli Stati Uniti. E’ triste che, a causa degli adulti, ci siano così tanti posti che rattristano i bambini.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://www.counterpunch.org/2018/08/24/when-its-sad-to-be-a-child
Originale: Counterpunch
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

lunedì 24 settembre 2018

Ricostruire comunità - Rebecca Rovoletto


Noi interveniamo dopo la primissima fase dell’emergenza – dice Virginia, giovane geologa di origini spagnole – dopo il momento degli aiuti di prima necessità. Dopo che è passata l’ubriacatura delle donazioni, del paternalismo, della propaganda governativa. Dopo. Quando si comincia a dimenticare che oltre 80 mila abitazioni sono state danneggiate, di cui 22 mila in modo irreparabile, che migliaia di persone e famiglie sono rimaste senza casa, sussistenza, piegate dagli eventi, impaurite”.
A sei mesi dal drammatico sisma del 7-8 settembre 2017 che ha investito il Chiapas (e gli stati di Oaxaca e Tabasco), un gruppo eterogeneo di saperi professionali, quasi esclusivamente al femminile, si autoconvoca, sparge la voce, raccoglie adesioni e si costituisce in collettivo. Si chiama Bioreconstruye México Chiapas e, assieme ad altre associazioni, fa parte di un’ampia piattaforma di mobilitazione civile impegnata nella ricostruzione post-terremoto.

Professioniste e professionisti di varie discipline, spogliati del sussiego accademico, decidono di prendersi cura delle zone di San Cristóbal De Las Casas, di Pijijiapan e Tonalà sulla costa del Chiapas, tra le località più colpite. Lo scopo è andare oltre le necessità dell’emergenza e dell’assistenzialismo, per sostenere l’auto-ricostruzione e rafforzare la resilienza delle comunità, in modo che sviluppino una propria risposta immunitaria agli eventi che possono minacciarle, stimolando modi di vita sostenibili nel rispetto e tutela della natura.
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Coordinato da Mariana, architetta permaculturale, il gruppo chiapaneco ha accolto paure, desideri, conoscenze tradizionali. “Prima di tutto bisogna ascoltare: le persone sanno di cosa hanno bisogno, hanno competenze e sapienza, conoscono il loro territorio e il suo particolare linguaggio”. Da questo ascolto si avvia una ricostruzione partecipata assieme alle comunità. Una ricostruzione fisica, ma soprattutto psico-sociale, delle economie, della fiducia. Ci si cura “della casa e del cuore”.

La prima preoccupazione è naturalmente quella di assicurare un “rifugio” permanente. La chiamano casa semilla, la casa-seme, la cellula della ripresa della normalità della vita. Si tratta di un modulo abitativo base, la cui composizione varia a seconda delle esigenze specifiche e delle abitudini locali. Di rapida costruzione, usa materiali del luogo e tecniche bioedilizie: predilige l’argilla al cemento, mattoni crudi, intelaiature in legno piuttosto che armature di ferro, garantendo un alto grado di antisismicità e salubrità alle strutture. Il gruppo accompagna leconsulte comunitarie, la pianificazione e la progettazione con le proprie competenze professionali, scientifiche e umane, assicurando accesso a informazioni e soluzioni integrate a basso impatto. Quando si parla di biocostruzione “È la Pacha Mama il fornitore”, dice Polette, responsabile del Centro dei Diritti Umani Digna Ochoa che sostiene il progetto.
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“Il principio base è coinvolgere le persone in processi partecipati inclusivi non solo sulle scelte, ma anche negli interventi operativi. Tutti i membri delle famiglie contribuiscono. Le scelte rispettano i desideri e le usanze degli abitanti, gli interventi rispettano le tradizioni, le tecnologie, i materiali locali e biologici – continua Virginia – Noi accompagniamo, coordiniamo e facilitiamo questi processi”. Le protagoniste sono le famiglie: il gruppo Bioreconstruye aiuta l’autoformazione che darà loro le competenze necessarie per riprendersi in mano vita e futuro.
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Questo è anche il momento dell’appoggio psicoemotivo, un passaggio delicato e indispensabile, perché è necessario sanar el miedo. Lo si fa con il contributo diartisti, mettendo in scena opere teatrali, dipingendo murales, esorcizzando la paura e l’incertezza raccontandosi con creatività. Assemblee comunitarie fanno emergere le vulnerabilità condividendo le esperienze nei disastri e che cosa significa abitare in territori a rischio.

Ma un rifugio dalle calamità non basta, è fondamentale la ricomposizione delle relazioni sociali. E le molte culture del Messico e dell’America Latina ci insegnano che la strada maestra è attraverso i lavori collettivi che, in questi casi, riguardano la sicurezza, la salute, l’istruzione. Si inizia, ad esempio, dal fogòn comunitario: un laboratorio partecipato da donne dove si insegna loro a costruire una cucina a basso consumo. Una cucina ecologica, che ottimizza e riduce l’uso di legna per cuocere, asciugare e scaldare. Se prima le donne accendevano semplicemente un fuoco di legna, ora imparano come funziona una camera di combustione, come rendere efficiente quel fuoco costruendo un nuovo tipo di cucina, riproducibile poi ad uso privato nelle rispettive abitazioni.

Il lavoro prosegue sostenendo l’autoformazione, di adulti e bambini, con laboratori di agroecologia, di potabilizzazione e monitoraggio della qualità dell’acqua per evitare contaminazioni, di ripristino delle infrastrutture di base, di gestione dei rifiuti. È un approccio olistico e integrale quello che si vuole operare, che tenga insieme tutti gli aspetti della riproduzione della vita e dei luoghi dove questa avviene. Percorsi e processi complessi, ma alla complessità non si può rinunciare.

Bioreconstruye México Chiapas fa parte della rete Bioreconstruye México, che sta operando in varie zone disastrate, oltre al Chiapas: Oaxaca, Morelos, Città del Messico, stato del Messico e Puebla.
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La rete e i gruppi che la compongono sono impegnati anche sul fronte della comunicazione e sul reperimento di risorse. E qui viene la parte davvero difficile. Assicurare che i fondi raggiungano le vittime in regioni in cui i diritti umani sono continuamente violati è un’impresa titanica. Diffusamente in queste zone vengono sottratti gli aiuti alla popolazione da parte dei militari, i quali li ridistribuiscono a loro piacimento. I camion vengono assaltati quasi quotidianamente sia da parte dell’esercito messicano che dal suo volto informale, ovvero da gruppi di narcos e affini.
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La strategia segue il copione che vuole le popolazioni sloggiate dai territori interessati dai grandi appetiti speculativi, come il parco eolico dello stato di Oaxaca o le miniere di Puebla o le mire immobiliari del Distretto Federale e molti altri. Quindi, ben venga un terremoto se contribuisce a spopolare quelle terre.

È in questo scenario di terribile saccheggio che l’auto-ricostruzione, la riappropriazione del territorio, il continuare a presidiarlo vivendolo è fondamentale per preservare corpi, natura, biodiversità, cultura, identità. Il lavoro di Bioreconstruye México Chiapas e della rete Bioreconstruye México è pienamente in corso. Ad un anno di distanza molte casas semmillas sono state realizzate, altre sono in costruzione, i percorsi collettivi comunitari continuano a co-creare prospettive a medio e lungo raggio. Speranza e fiducia rifioriscono dalle macerie e dall’abbandono; donne e uomini, bambine e bambini scoprono e riscoprono conoscenze e capacità che fugheranno per sempre paura, senso di impotenza e rassegnazione.