domenica 23 luglio 2017

Il bagnante furente - Grig



E’ vero, purtroppo il senso civico non è molto diffuso in Sardegna come nel resto d’Italia.E le cafonate abbondano, senza controlli.
Ma qualche volta il cafone di turno – o la cafona di turno, come in questo caso – trovano chi non sta zitto e spiega com’è fatto il mondo.
Così è accaduto qualche giorno fa sulla spiaggia di Porto Pinetto, nel Sulcis (S. Anna Arresi), quando un bagnante sardo ha scoperto una turista continentale a vuotar il resto di una scatoletta di tonno in mare e poi a sotterrarla sotto la sabbia.
Bravissimo!    Esempio da seguire senza se e senza ma, con la speranza che i cafoni imparino qualcosa.
Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

venerdì 21 luglio 2017

Cybercrimini, allarme dagli esperti: “Social Thiscrush, ragazzi a rischio” - Francesca Mulas

È il nuovo social network dove si ritrovano giovani e giovanissimi, soprattutto 12-14 enni, ed è molto, molto pericoloso: il nuovo strumento per far incontrare i ragazzi si chiama ThisCrush.com, ha appena pochi mesi di vita ma è già stato segnalato come strumento che veicola odio, volgarità, violenza verbale e minacce tra i teenager. L’allarme arriva dall’Osservatorio regionale cybercrime ed è rivolto a chiunque abbia a che fare con ragazzi alle prese con internet.”Abbiamo raccolto la segnalazione di diversi genitori, coinvolti da tempo nell’Osservatorio regionale del Cybercrimine grazie a un corso dedicato a ‘genitori digitali’ per aiutarci a rilevare minacce e comportamenti a rischio dei più giovani su internet”, spiega Luca Pisano, psicologo e psicoterapeuta, consulente per i tribunali di Roma, Cagliari e Tivoli e supervisore dell’Osservatorio.
Dopo la segnalazione degli adulti, gli esperti dell’Osservatorio, istituito da IFOS, Nuovi Scenari, Centro Giustizia Minorile Sardegna, Ministero della Giustizia, Ats Assl Nuoro e specializzato in consulenza e studio attorno a rischi della navigazione in rete, hanno effettivamente verificato che molti ragazzi sardi si stanno registrando sulla piattaforma This Crush, una sorta di bacheca dove si possono ricevere brevi messaggi e ‘crush’, inviti ad avviare una chat personale, anche da anonimi. Ed è proprio la possibilità di scrivere nell’anonimato una delle caratteristiche del sito, che permette di inviare insulti, offese e provocazioni a sfondo sessuale. Alcuni rispondono agli insulti pubblicando su Instagram lo screenshot dei post offensivi letti sul proprio profilo di ThisCrush e le loro repliche ai messaggi diffamatori, e trasferiscono così i messaggi da un social all’altro, rendendo visibili e pubbliche le interazioni offensive.
Abbiamo fatto una breve ricerca per verificare la presenza di ThisCrush tra i ragazzi sardi che frequentano social network: siamo entrati su Instagram da un account personale (Instagram non è accessibile se non dopo registrazione) e da qui abbiamo trovato in un’ora dieci profili di ragazze del Cagliaritano tra i 12 e i 16 anni che hanno collegato l’account Instagram a quello Thiscrush. Il profilo ThisCrush (‘Crushpage’) non è facilmente accessibile ma ci si può arrivare passando da Instagram, dove le ragazze si presentano con nome, cognome, foto e provenienza. Quello che abbiamo letto è sconvolgente: nelle pagine delle giovani compaiono commenti estremamente volgari: “Sei ridicola, hai 12 anni e ti comporti da troia”,”hai il culo e le tette grandi e sei anche bassa?”, “lavori in viale trieste puttana”, “Sei così piccola e carina, datti al porno”, “Che bel culo che hai”, “ma non ti vedi allo specchio quanto cazzo sei troia”, “ti consiglierei di fare dieta perché le cosce tra poco ti scoppiano e non ti starà più la taglia xxl”, “io e un amico vogliamo fare un’orgia con te”, “Fai schifo puttana”, “mi faccio i filmini porno pensando a te”, “tu e la tua amica vi scambiate i perizomi” sono alcuni dei messaggi (non i peggiori, che sono irriferibili) che abbiamo letto nelle pagine delle ragazze, tutti anonimi e tutti visibili a chiunque abbia un account su Instagram.

Da qui l’allarme degli esperti e l’invito ai genitori perché controllino l’attività on line dei figli: “Parlare coi ragazzi e spiegare i pericoli della rete non basta per educarli a un uso consapevole: noi consigliamo di controllare l’attività digitale dei ragazzi. Il suggerimento è quello di iscriversi nei social network e verificare se i ragazzi vengono insultati o minacciati”. Come sottolinea Pisano, la corretta informazione da parte degli adulti non basta: “L’età tra i 12 e i 14 anni è quella in cui non si segue la morale comune o quella dettata dalla legalità ma quella convenzionale: i ragazzini fanno ciò che fanno gli altri, anche contro il parere dei genitori. Dobbiamo poi ricordarci che se anche parlano come noi hanno un modo di ragionare diverso, un diverso sviluppo cognitivo: ecco dove si annida il pericolo, non si rendono conto che certi atteggiamenti sono rischiosi”.
Il portale ThisCrush è registrato come privato, tuttavia partendo dagli annunci pubblicitari presenti sul sito si scopre che sono collegati ad Andrew Gunneson, Michigan (Usa). I termini di servizio sono chiari: il contenuto postato può risiedere nei server del sito o nei server di terze parti; è inoltre specificato che l’account può essere creato solo da maggiorenni o da minori solo con autorizzazione o supervisione dei genitori. Il creatore della pagina sottolinea ancora che non si possono pubblicare contenuti osceni, offensivi, che veicolano odio, minacce o promuovono violenza pena la chiusura dell’account, tuttavia il sito non è responsabile dei contenuti che restano di proprietà dell’autore. Una ricerca più approfondita restituirebbe certamente numeri più precisi, ma dall’Osservatorio regionale sul Cybercrimine hanno stimato che ThisCrush ha già fatto registrare diverse centinaia di ragazzi del Sud Sardegna.
“Ci stiamo interrogando sul perché i giovani siano attratti da uno strumento simile, dato che sanno benissimo che possono ricevere volgarità e insulti – ci spiega ancora Luca Pisano – è una sorta di masochismo virtuale, che io e altri psicologi vediamo simile a quello fisico dei tagli sulla pelle con lamette e coltelli, fenomeno in allarmante crescita. Ragazzi così giovani non tengono conto dei possibili danni: intanto sul piano psicologico, dato che ricevere messaggi umilianti e violenze verbali in un’età in cui si aspettano rassicurazioni e incoraggiamenti può essere devastante per lo sviluppo. E poi per la futura web reputation: immagini e post resteranno per sempre nella rete, anche quando questi ragazzi cresceranno”.

lunedì 17 luglio 2017

Donato, il vigile che vide la mafia a Brescello prima di tutti. E ci ha rimesso il lavoro - Giulio Cavalli


Si chiama Donato Ungaro e oggi guida bus di linea. Non vive più a Brescello, "sono stato abbandonato, semplicemente" racconta al telefono nella pausa veloce tra una corsa e l'altra. Ma non ha rimpianti, quelli no: "sto scrivendo un libro per mettere in fila tutti i fatti che ho vissuto. Quando li racconto ho sempre il timore di non essere creduto". E scrivere, per Donato, è un tarlo a cui non riesce a rinunciare anche se l'ha messo nei guai. Giornalista giornalista, con tanto di esame di stato. Sul pullman 32.

«Nel 1994 vengo a assunto come vigile urbano a Brescello», mi racconta. La Brescello di Peppone e Don Camillo, la Brescello che è diventata notizia nazionale quando un anno fa è stato il primo comune dell'Emilia-Romagna sciolto per mafia: secondo le carte della Prefettura (poi confermate dal governo) a fare da padrone sugli appalti e subappalti pubblici erano i tentacoli della cosca di ‘Ndrangheta guidata da Francesco Grande Aracri che l'ex sindaco Marcello Coffrini non ebbe nessun problema nel descrivere come "una brava persona" che egli stesso aveva "usato per dei lavori a casa mia". «Quando sono stato assunto era sindaco Ermes Coffrini, padre dell'ex sindaco Marcello. Avevo già la passione per il giornalismo e per l'inchiesta e chiesi di avere l'autorizzazione a collaborare con alcune testate. Furono entusiasti. L'8 marzo del 2002 scrissi il mio primo articolo per la Gazzetta di Reggio».

Ma c'era già sentore di mafia?

Sì. Auto rovinate dall'acido. Minacce esplicite. Si diceva che fosse diventata abitudine sparare contro le baracche dei cantieri che non si "allineavano" al volere dei curtensi. E poi c'era Alfonso Diletto (nipote di Grande Aracri, attualmente recluso in regime di 41bis nell’ambito dell’operazione Aemilia nda) che in paese conoscevano tutti per i suoi atteggiamenti. Ricordo in particolare un episodio: un giorno mi strappò davanti alla faccia una multa per divieto di sosta che gli feci. Me lo strappò in faccia, davanti a tutti. Quando poi lo ritrovai a casa sua mi disse che non erano un problema i soldi della contravvenzione ma che non potevo fargli fare una figura del genere davanti alla gente. Per loro contava soprattutto il senso di impunità che dovevano poter esibire. Va detto che, nonostante se ne siano dimenticati in tanti, Brescello è stata teatro di un omicidio di mafia che si inserisce nella guerra tra il clan dei Dragone e i Grandi Aracri. Un omicidio in grande stile, con killer travestiti da carabinieri e addirittura un'auto dei carabinieri, ovviamente finta.

Ma le forze dell'ordine cosa dicevano?

I carabinieri cercavano di convincere la gente a lasciar perdere. Consigliavano di non denunciare. Nel 1997 prende fuoco il garage del mio vicino di casa: sento le urla e scendo per spegnere le fiamme. Arrivano anche i carabinieri. erano evidenti le tracce di cherosene e addirittura anche la strisciata di fiammifero sulla serranda di zinco. Il maresciallo mi chiede se io avevo avuto qualche diverbio con i cutresi in paese e gli rispondo che, da vigile, non tolleravo i loro soprusi. "Allora hanno sbagliato indirizzo, questo era per lei", mi disse. E tutto finì lì.

Tu invece avevi denunciato?

Decine di denunce. Avevo denunciato diverse persone per oltraggio e per minacce. Ma l'aspetto che più di tutti continua a stupirmi è che avevo fatto anche 5-6 segnalazioni per abusi edilizi e di queste segnalazioni non se n'è mai saputo niente. Ne quartiere chiamato "Cutrello" (in quegli anni la comunità vide una forte ondata immigratoria di cittadini cutresi legati all'eccezionale sviluppo edilizio) mi ero reso conto di una palazzina in cui era stata autorizzata la costruzione di 4 appartamenti mentre in realtà ne erano stati fatti il doppio. Il sindaco mi disse di lasciar perdere. Nel 2002 avevo scritto un articolo, con tanto di foto, in cui mostravo anche l'impresa più grande della zona (la Bacchi) che estraeva illegalmente sabbia dal Po. Partì anche un'inchiesta. Qualche settimana dopo mi hanno tagliato le gomme dell'auto. Di Notte. Per ben due volte.

Quando sei stato licenziato?

Il 28 novembre del 2002. Ufficialmente perché, secondo il Sindaco, rischiavo di violare il "segreto d'ufficio". Il mio licenziamento comunque è legato alla mancata costruzione di una centrale elettrica che avrebbe portato al comune qualcosa come 50 milioni di euro oltre alle tasse di concessione (si parlava dai 3 ai 9 miliardi di lire). Scrissi un articolo in cui una dottoressa spiegava che proprio nella zona di Brescello c'era una concentrazione anomala di tumori. Il sindaco si arrabbiò moltissimo. Sulla possibilità di costruzione di quella centrale avevano investito in molti: Claudio Bacchi (titolare della Bacchi) aveva già comprato i terreni agricoli con la promessa che li avrebbero convertiti. Poi Bacchi s'è beccato, con la sua impresa, anche un'interdittiva antimafia dalla Prefettura per contatti con persone di Cosa Nostra e con Grande Aracri.

Possiamo dire che i Coffrini non potevano non sapere che le mafie stavano mettendo le mani sulla città?

Possiamo dire che i Coffrini, padre e figlio, avevano in mano tutte le carte per capire e giudicare. Ma bisogna tenere conto che i Grande Aracri sono clienti proprio dello studio legale Coffrini e abbiamo tutti visto come Marcello Coffrini in video non si faccia problemi nel difendere il boss. In paese i cittadini, passato il rischio della centrale per cui si era anche creato un comitato spontaneo, si sono "dimenticati" del pericolo. ¡E la condizione tipica della colonizzazione: i figli sono compagni di gioco dei ragazzi di Brescello. Addirittura alcuni in paese dicevano che Grande Aracri bisognava lasciarlo in pace perché portava lavoro. E anche il comune godeva di una certa impunità.

In che senso?

Ti racconto un altro episodio: quando sono stato licenziato il mio posto da vigile è stato preso da un dipendentemente comunale che precedentemente guidava lo scuolabus. Dopo qualche mese in paese gira la voce che questo sia dotato di pistola. Per scrupolo vado dai carabinieri e chiedo se gli è stato comunicato che io non ho più in uso l'arma. Mi rispondono che non ne sapevano nulla. Allora faccio una segnalazione in Procura: c'era in giro per Brescello una persona armata che usava una pistola intestata al sindaco e che risultava essere in uso a me. Una cosa gravissima. Roba da galera. Qualche giorno dopo mi arriva una raccomandata dal Comune che mi dice che avevano sistemato tutto. E nessuno è mai stato punito. Nessuno.

Però poi c'è stato lo scioglimento del comune e gli arresti dell'operazione Aemilia. Qualcuno ti ha chiesto scusa?

Nessuno. Tieni conto che io ho perso anche il lavoro con le diverse redazioni con cui collaboravo, come la Gazzetta di Reggio e TeleReggio. Ma il problema è soprattutto politico: qui non ci sono gli anticorpi. Inutile dirlo. Io non sono nemmeno mai stato ascoltato dalla commissione antimafia regionale. Niente. Del resto a Brescello, lo dicono le carte dell'indagine Aemilia, i cutresi spostano qualcosa come 400 voti. Decidi le sorti di un sindaco, con 400 voti. Ma anche fuori da Brescello la musica non è cambiata: quando sono finito a fare l'autista mi è stata affidata la direzione del giornale del Dopolavoro dell'Azienda Trasporto Passeggeri Emilia Romagna, "L'Informatore". Anche qui sono stato licenziato dopo un'intervista a Claudio Fava in cui denunciava la forza delle mafie nella nostra regione. Si dice che l'ordine di licenziarmi sia arrivato direttamente dalla presidenza dell'azienda.

Eppure il tuo licenziamento è stato dichiarato illegittimo, no?

Da tre sentenze. Tre. La prima nel 2010, poi la Corte d'Appello nel 2013 e infine la Cassazione nel 2015. Ma il comune ha fatto un reintegro non regolare: il comune mi ha inviato una raccomandata a mezzogiorno dicendomi che avrei dovuto presentarmi al lavoro alle 7 del mattino dopo. Una cosa ovviamente impossibile e che non rispetta i contratti di lavoro che prevedono un preavviso di almeno 30 giorni. Quando sono arrivati i commissari, dopo lo scioglimento per mafia, ho sperato che ci mettessero una pezza ma niente. Tieni conto che lo scioglimento manda a casa i politici ma rimangono ovviamente tutti i funzionari che quei politici hanno nominato. E anche i sindacati non si sono visti. L'unica che mi è stata vicina è una consigliera comunale della Lega Nord, nonostante le posizioni politiche diametralmente opposte rispetto alle mie. Ora sono qui, ridotto a fare l'autista.

Ma una speranza di avere giustizia?

Dovrei intentare una nuova causata ci ho già rimesso 15 anni della mia vita. Basterebbe annullare il mio licenziamento, come è già avvenuto numerose volte da altre parti. Ma non c'è la volontà. Alla Camera c'è un'interrogazione di Giovanni Paglia a cui il ministro non ha mai risposto.

E quindi?

Quindi scrivo. Sto scrivendo un libro. Racconterò tutto. Ancora.


Cemento Mori - Paolo Biondani

Paolo Biondani ha scritto per L’Espresso attualmente in edicola Cemento Mori, un reportage ragionato e documentato sul nuovo rischio di ulteriore cementificazione che corrono le coste della Sardegna a causa della proposta di nuova legge regionale urbanistica presentata dalla Giunta Pigliaru.
Da leggere, per informarsi.
Nessuno potrà dire che non sapeva…
Gruppo d’Intervento Giuridico onlus


da L’Espresso15 luglio 2017
Cemento Mori.
«Assalto al litorale della Sardegna. Addio legge salvacoste. La giunta vara la controriforma dell’edilizia. Renato Soru insorge:” Il Pd ha tradito”»(Paolo Biondani)
Il Pd di Berlusconi, pardon, il Pdl ha varato nel 2009 il famoso piano casa: più cemento per tutti, senza regole e senza piani urbanistici, sfruttando un sistema di aumenti automatici di volume per la massa dei fabbricati esistenti. Ora la giunta del Pd che governa la Sardegna progetta un inatteso bis, sotto forma di piano alberghi: via libera con un’apposita legge a nuove costruzioni turistiche, ecomostri compresi, perfino nella fascia costiera finora considerata inviolabile, cioè spiagge, pinete, scogliere e oasi verdi a meno di trecento metri dal mare.

Il programma di questo presunto centrosinistra sardo è di applicare proprio il sistema berlusconiano degli aumenti di volume in percentuale fissa (che premia con maggiori quantità di cemento i fabbricati più ingombranti) a tutte le strutture ricettive, belle o brutte, piccole o enormi, presenti o future, compresi ipotetici hotel non ancora esistenti. Una deregulation edilizia in aperto contrasto con la legge salva-coste approvata dieci anni fa dall’allora governatore Renato Soru e dal suo assessore all’urbanistica Gianvalerio Sanna, cioè con una riforma targata Pd che nel frattempo è stata presa a modello da una generazione di studiosi, architetti, urbanisti e amministratori pubblici non solo italiani.
La contro-riforma odierna è nascosta tra i cavilli del disegno di legge approvato il 14 marzo scorso dalla giunta regionale presieduta da Francesco Pigliaru, il professore di economia eletto nel 2014 alla testa del Pd. La normativa ora è all’esame finale della commissione per il territorio: l’obiettivo della maggioranza è di portare in consiglio regionale un testo blindato, da approvare in tempi stretti, senza modifiche, subito dopo l’estate.
Sulla carta avrebbe dovuto trattarsi della nuova legge urbanistica che la Sardegna attendeva da un decennio per completare la riforma di Soru, con impegni precisi: stop all’edilizia speculativa, obbligo per tutti i comuni di rispettare limiti chiari anche fuori dalla fascia costiera, per difendere tutto il territorio, fermare il consumo di suolo e favorire il recupero o la ristrutturazione dei fabbricati già esistenti.
All’articolo 31, però, spunta il colpo di spugna: «al fine di migliorare qualitativamente l’offerta ricettiva», si auto-giustifica il testo di legge, «sono consentiti interventi di ristrutturazione, anche con incremento volumetrico, delle strutture destinate all’esercizio di attività turistico-ricettive». Il concetto chiave è l’incremento volumetrico: la norma approvata dall’attuale giunta di centrosinistra, proprio come il piano-casa del governo Berlusconi, autorizza aumenti di cubatura del 25 cento «anche in deroga agli strumenti urbanistici» in vigore, compresa la legge salvacoste. Insomma, se siete in vacanza in una spiaggia immacolata della Sardegna, fatevi un bel bagno: potrebbe essere l’ultimo.
Hotel, alberghi, pensioni, residence, multiproprietà e lottizzazioni turistiche di ogni tipo vengono infatti autorizzati non solo a gonfiarsi di un quarto, cementificando nuovi pezzi di costa, ma anche a sdoppiarsi, spostando gli aumenti di volume in «corpi di fabbrica separati». «In pratica si può costruire un secondo hotel o residence in aggiunta al primo anche nella fascia costiera in teoria totalmente inedificabile», denuncia l’avvocato Stefano Deliperi, presidente del Gruppo d’intervento giuridico (Grig), che per primo ha lanciato l’allarme. «Ma non basta: i nuovi aumenti di volume si possono anche sommare agli incrementi autorizzati in passato, ad esempio con il piano casa o con le famigerate 235 deroghe urbanistiche che furono approvate tra il 1990 e il 1992 dall’allora giunta sarda», sottolinea il legale, che esemplifica: «Un hotel di 30 mila metri cubi che deturpa una spiaggia, per effetto dei due aumenti cumulativi del 25 per cento ciascuno, sale quasi a quota 50 mila: per l’esattezza, si arriva a 46.875 metri cubi di cemento».
L’ex presidente della Regione, Renato Soru, spiega all’Espresso di essere «molto preoccupato per la cecità di una classe dirigente che sta mettendo in pericolo il futuro della Sardegna». «Con l’assessore Sanna eravamo partiti da una constatazione pratica», ricorda Soru: «Grazie ad anni di studi e ricerche abbiamo potuto far vedere e dimostrare che più di metà delle coste della Sardegna, parlo di circa 1.100 chilometri di spiagge, erano già state urbanizzate e cementificate. Di fronte a una situazione del genere, in una regione come la nostra, qualsiasi persona di buonsenso dovrebbe capire che i disastri edilizi del passato non devono più ripetersi.
Oggi tutti noi abbiamo il dovere morale e civile di difendere un territorio straordinario che è la nostra più grande risorsa e la prima attrattiva turistica: le bellissime spiagge della Sardegna sono la nostra vera ricchezza, che va conservata e protetta per le generazioni future. Per questo la nostra legge prevede una cosa molto semplice e logica: nella fascia costiera non si costruisce più niente. Zero cemento, senza deroghe e senza eccezioni per nessuno. E in tutta la Sardegna bisogna invece favorire la riqualificazione dell’edilizia esistente, il rifacimento con nuovi criteri di troppe costruzioni orrende o malfatte. Quindi via libera alle ristrutturazioni, alle demolizioni e ricostruzioni, al risparmio energetico. Con regole certe e uguali per tutti, perché l’edilizia in Italia può uscire veramente dalla crisi solo se viene tolta dalle mani della burocrazia e della politica».

A questo punto Soru confessa di essere uscito dai palazzi della regione, alla fine della sua presidenza, proprio «a causa dei continui scontri sull’urbanistica». E dall’altra parte della barricata, a tifare per il cemento, non c’era solo il centrodestra, ma anche «quella parte del Pd che ora è al potere». Da notare che Soru, per eleganza o per imbarazzo, evita di fare il nome dell’attuale presidente, anche se sarebbe legittimato ad accusarlo di tradimento politico, visto che Pigliaru era stato suo assessore ai tempi della legge salva-coste.
Oggi però lo stop al cemento sulle spiagge più belle d’Italia rischia di trasformarsi in un bel ricordo. Gli avvocati del Grig hanno già catalogato «ben 495 strutture turistico-ricettive della fascia costiera che potrebbero approfittare dell’articolo 31. Stiamo parlando di milioni di metri cubi di cemento in arrivo», rimarca Deliperi, evidenziando che il disegno di legge ha una portata generale, per cui si applica anche, anzi soprattutto alle strutture più contestate, quelle che si sono meritate l’epiteto di ecomostri. Come il residence-alveare “Marmorata” di Santa Teresa di Gallura, l’albergone “Rocce Rosse” a picco sugli scogli di Teulada, la fallimentare maxi-lottizzazione turistica “Bagaglino” a ridosso delle spiagge di Stintino, i turbo-hotel “Capo Caccia” e “Baia di Conte” ad Alghero e troppi altri. Il premio percentuale infatti non dipende dalla qualità del fabbricato, ma dalla cubatura: più l’ecomostro è grande, più è autorizzato a occupare terreno vergine con nuove colate di cemento.

Il progetto di legge, per giunta, equipara agli alberghi da allargare, e quindi trasforma in volumi gonfiabili di cemento, addirittura le «residenze per vacanze», sia «esistenti» che ancora «da realizzare», cioè quelle montagne di seconde case che restano vuote quasi tutto l’anno, arricchiscono solo gli speculatori edilizi, ma deturpano per sempre il paesaggio. Con la nuova dirigenza del Pd, insomma, il vecchio piano casa è diventato un piano seconde case, secondi alberghi e seconde lottizzazioni. E tutto questo in Sardegna, la regione-gioiello che tra il 2004 e il 2006 aveva saputo cambiare il clima politico e culturale sull’urbanistica, spingendo decine di amministrazioni locali di mezza Italia a imitare la legge Soru, fermare il consumo di suolo e limitare finalmente uno sviluppo edilizio nocivo e insensato.
Gianvalerio Sanna, l’ex assessore regionale oggi relegato a fare politica nel suo comune d’origine, ama parlar chiaro: «Questo disegno di legge è una vera porcata. La giunta del Pd sta facendo quello che non era riuscito a fare il governo di centrodestra. Le nostre norme, ancora in vigore, favoriscono con incentivi e aumenti di volume solo la demolizione e lo spostamento dei fabbricati fuori dalla fascia costiera dei 300 metri. Questo vale già adesso anche per gli alberghi e i campeggi. Per allargarli e rimodernarli con criterio non c’è nessun bisogno di cementificare le spiagge».
I dati sono allarmanti già oggi. «Le coste della Sardegna sono invase da oltre 210 mila seconde case: appartamenti sfitti, che mediamente restano disabitati per 350 giorni all’anno», enumera Sanna: «Il nostro obiettivo, condiviso da migliaia di cittadini che proprio per questo hanno votato Pd alle elezioni regionali, era di liberare dal cemento, gradualmente e armonicamente, tutta la zona a mare, che è la più preziosa. La nuova giunta sta facendo il contrario. L’edilizia è tornata merce di scambio: il piano casa, che fu giustificato da Berlusconi come rimedio eccezionale contro la crisi dell’edilizia, diventa la norma. La deroga diventa la regola. Così la politica si mette al servizio delle grandi lobby, degli interessi di pochi, a danno della cittadinanza e di tutte le persone che amano la Sardegna».
Quando allude a scambi, Sanna non usa parole a caso. Nella minoranza del Pd rimasta fedele a Soru sono in molti a evidenziare una singolare coincidenza: la controriforma urbanistica sta nascendo proprio mentre gli sceicchi del Qatar, i nuovi padroni miliardari della Costa Smeralda, annunciano l’ennesima ondata di progetti edilizi per super ricchi, per ora bloccati proprio dalla legge Soru. Per ingraziarsi la classe politica sarda, lo stesso gruppo arabo ha comprato dal crac del San Raffaele anche il cantiere fallimentare del nuovo ospedale di Olbia. E ora gli sceicchi sembrano aspettarsi che i politici, in cambio, aboliscano proprio i vincoli ambientali sulla costa.
«Con questa legge vergognosa il presidente Pigliaru sta contraddicendo anche se stesso», commenta amaramente Maria Paola Morittu, la combattiva avvocata di Cagliari che oggi è vicepresidente nazionale di Italia Nostra: «Per smentire la sua giunta, al professor Pigliaru basterebbe rileggere le proprie pubblicazioni accademiche, in cui scriveva e dimostrava che il consumo di suolo è disastroso non solo per l’ambiente, per il paesaggio, ma anche per lo sviluppo economico».
Carte alla mano, l’avvocata di Italia Nostra e il suo collega Deliperi passano in rassegna la successione di leggi edilizie della Sardegna, per concludere che oggi il Pd sardo sta facendo indietro tutta. La buona urbanistica insegna come e dove costruire case sicure in luoghi vivibili senza distruggere il territorio. In Italia se ne parla solo quando si contano le vittime evitabili di alluvioni, frane, valanghe, terremoti e altri disastri che di naturale hanno solo le cause immediate.

In Sardegna, dopo decenni di edilizia selvaggia, la legge Soru e il conseguente piano paesaggistico regionale – studiato da un comitato tecnico-scientifico presieduto da Edoardo Salzano, un gigante dell’urbanistica – hanno fissato per la prima volta due principi fondamentali: basta cemento a meno di 300 metri dal mare; solo edilizia regolata e limitata in tutta la restante fascia geografica costiera, che di norma si estende fino a tre chilometri dalle spiagge. «In campagna elettorale il Pd guidato da Pigliaru aveva promesso di estendere la legge Soru a tutta la Sardegna, obbligando anche i comuni interni ad applicare i piani paesaggistici», osservano desolati i due avvocati. Passate le elezioni, il vento è cambiato.
In Italia, prima della recessione, venivano cementificati a norma di legge oltre 45 milioni di metri quadrati di terra all’anno. Nel 2015, nonostante la crisi, si è continuato a costruire nuovi appartamenti e capannoni per oltre 12 milioni di metri quadrati (dati Istat). «Con la legge salvacoste la Sardegna ha saputo lanciare un nuovo modello di sviluppo sostenibile», rivendica Soru. Ora la grande retromarcia della giunta seduce le lobby dei grandi albergatori, che organizzano convegni esultanti contro «l’ambientalismo che danneggia il turismo». Resta però da capire se, alle prossime elezioni, la maggioranza dei cittadini sardi si fiderà ancora di un Pd che imita il berlusconismo, col rischio di riabilitarlo.


domenica 16 luglio 2017

Basta vivere di speranze smetto con la ricerca per vendere ricambi d'auto - Massimo Piermattei

Pubblichiamo un estratto della lettera con cui Massimo Piermattei, storico dell'Integrazione europea, ha dato l'addio alla ricerca e all'Università. Alla lettera è seguito su social network e siti specializzati un dibattito virale, che ha coinvolto centinaia di studiosi italiani e dall'estero, sullo stato di salute dell'università italiana e sulle difficoltà che incontra chi ambisce alla carriera accademica in Italia. (da Repubblica del 12-07-2017)

Ciao, sono Massimo. Ero uno storico dell'Integrazione europea, ho 39 anni e ho deciso di smettere con l'Università. Se partecipassi a un gruppo di auto-aiuto, inizierei così. Ma è solo la mia storia. La racconto, sì, anche a scopo terapeutico. Per me stesso, o forse non solo. Ho iniziato a studiare Storia dell'integrazione europea all'università, e fu un colpo di fulmine. Dopo il dottorato ho iniziato a farmi le ossa: un periodo all'estero, un assegno di ricerca, i contratti. Da allora ho scritto due monografie e più di 25 saggi e articoli in italiano e inglese; ho partecipato a seminari e convegni portando in giro per il mondo il nome dell'università per cui lavoravo. Ma non è di questo che voglio parlare. In questi giorni ho trovato la forza di portare a termine un percorso travagliato in cui mi dibattevo da anni. Ho sempre rinviato, nella speranza che qualcosa cambiasse. Ma la svolta non c'è stata, e la scelta si è fatta improrogabile: restare o andar via?

Noi siamo diversi Chi prova a entrare nell'Accademia conosce già le sue regole, scritte e (soprattutto) non scritte. Perciò nessuno può dire: "Io non sapevo". Si accetta liberamente, sperando che i finali amari riguardino gli altri: perché noi siamo diversi, o perché il merito, alla lunga, viene fuori. È vero, il sistema sa sedurti con mille promesse: contratti, pubblicazioni, convegni. Gli anni passano, e quando la speranza inizia a vacillare, ti ripeti: basta ingoiare ancora un po'. E giù appelli, seminari, lezioni gratuite: così l'ordinario di turno appalta gran parte delle ore che gli spettano e per le quali, tra l'altro, è pagato. Lui, non tu.

La costante riduzione di fondi per l'Università, unita alla crescente chiusura del reclutamento, ha fatto sì che i professori ordinari abbiano visto crescere in modo esponenziale il loro potere. Sono come un imperatore che decide, con un gesto del pollice: tu sì, tu no. Certo, ci sono le "lotterie" dei bandi nazionali ed europei, ma siamo appunto nel mondo del gratta e vinci. Le tante riforme varate per premiare il merito hanno finito per danneggiare solo i più deboli. E anche quello sul merito è un ritornello stucchevole: la scarsità di soldi e di posti scatena la guerra tra chi è dentro e chi è fuori e, ancor peggio, tra poveri.

Maestri e orfani Di fatto, per entrare hai bisogno di un "maestro" che ti aiuti a costruire un curriculum spendibile e di un "tutore" che ti faccia passare i concorsi, o comunque ti garantisca posizioni e risorse: due figure che spesso coincidono. Le eccezioni ci sono, ma confermano la regola, e permettono al sistema di giustificarsi: "Vedete? È tutto trasparente". Se non li hai, un maestro e un tutore, sei orfano, e per gli orfani non c'è futuro. Magari qualcuno ti aiuterà per un po', ma finisce lì. E io, da un po' di tempo a questa parte, ero orfano. Circondato da sorrisi al motto "non aderire e non sabotare", che è poi, alla prova dei fatti, un sabotaggio. Ma pilatesco, perché manca il coraggio di dirti: "Per te non c'è posto, fai altro".

Cosa può fare un orfano testardo che voglia comunque provare a costruirsi una carriera? Si dibatte tra i contratti d'insegnamento e le collaborazioni. I primi, in cambio dell'opportunità di tenere un piede dentro e farti chiamare "professore", garantiscono pochi soldi in cambio di un'enorme mole di lavoro (l'ultimo che ho avuto era di 1.500 euro lordi per 60 ore di lezione e una decina di appelli d'esame). Le seconde, oltre a essere tassate in modo clamoroso, portano via tempo ed energie. A perderci, naturalmente, è la ricerca. Il bisogno di soldi spiega tra l'altro la figura del "marchettaro", il fenomeno per cui uno studioso precario scopre un improvviso interesse per un argomento di cui non gli importa nulla, ma se lo studia gli danno 500 o mille euro. Spesso mesi o anni dopo la consegna del lavoro. Il tutto in un contesto umiliante, in cui si aspetta mesi un appuntamento cruciale. E chi sta dall'altra parte finge di non sapere che un intoppo burocratico può avere per te conseguenze devastanti: "Ti avevo detto che l'assegno non sarà rinnovato?".

La retorica della fuga Conosco il ritornello: si può sempre partire, no? Comprendo bene le ragioni di chi lascia l'Italia per l'estero, ma su questo punto ha preso piede una retorica imbarazzante. È passata l'idea per cui se lavori fuori sei bravo; se hai scelto l'Italia sei, come minimo, complice del sistema. Non c'è spazio per l'ipotesi che tu sia rimasto perché non potevi espatriare o per provare a cambiare le cose. Invece sarebbe bello raccontare anche le storie di chi dedica tempo ed energie alle università italiane. Che, se continuano a popolare il mondo di eccellenze, forse così male non sono. Certo, direte: chi non riesce a entrare può sempre giocarsi le sue competenze fuori.

Peccato che i formulari degli uffici pubblici propongano sempre le stesse laconiche opzioni: diploma, laurea, altro. Ecco cos'è il dottorato di ricerca per il mondo del lavoro e per le istituzioni italiane: altro. Un pezzo di carta. Un errore di gioventù. E cosa succede al "giovane" studioso che a quasi 40 anni non ha ancora una prospettiva? Semplice: si trova a un bivio. Se insiste con la carriera, sa che una famiglia la costruirà, forse, molto più in là. Se privilegia la famiglia, le opportunità di lavoro si riducono drasticamente. I figli, poi, una catastrofe.

Quanti sacrifici hanno fatto mia moglie e i miei due bimbi perché io potessi ancora tentare. Chi si occupa di discipline umanistiche è un orfano tra gli orfani. Nel discorso pubblico, ormai da anni, vale solo la "tecnica", la ricerca "vera". E la Storia? Roba per perditempo. Lo studio del passato è scomodo perché mette a nudo il presente, e poi non è pop, non è fatto di anglicismi, slogan, formule. Lungi da me il denigrare la scienza: viva le macchine! Viva i laboratori! (Da qualche settimana, per vivere, vendo ricambi d'auto). Ma il nostro rifiuto della Storia è vergognoso.

E ciò che soprattutto rimane inaccettabile è lo spreco di risorse di un'intera generazione. Quante persone ho incontrato in dieci anni; quanti talenti. Quanta rabbia nel vederli appassire.Oggi sono uno di loro. Me ne vado per dignità. Non rinnego quel che ho fatto, perché mi ha fatto crescere come persona e come uomo. Non è una resa, ma un issare le vele per tornare in mare aperto. "Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede". Smetto quando voglio.

venerdì 14 luglio 2017

VACCINISMO DI GUERRA/2 - Alexik

[A questo link il capitolo precedente]
Oggi vorrei parlarvi di come si può creare la leadership per rendere questo decennio la decade dei vaccini…. Paesi donatori, dovete incrementare i vostri investimenti nei vaccini e nell’immunizzazione, anche se state affrontando crisi di bilancio….
Tutti voi, 193 stati membri, dovete fare dei vaccini il focus centrale dei vostri sistemi sanitari, per assicurare che tutti i vostri bambini accedano ai vaccini ora esistenti e ai nuovi vaccini nel momento in cui diverranno disponibili”.
Con queste parole Bill Gates, il 17 maggio 2011, arringava i rappresentanti dei 193 Stati riuniti a Ginevra per l’assemblea annuale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Il fatto potrebbe sembrare bizzarro, e suscitare domande del tipo:
Ma non si occupava di informatica? Perché all’assemblea generale dell’OMS hanno fatto intervenire lui, e non – ad esempio – un premio Nobel per la medicina
E soprattutto, con quale autorità l’uomo più ricco del mondo detta l’agenda e definisce le priorità sanitarie dell’OMS e degli Stati membri?
Suppongo che la risposta sia da ricercare in un vecchio articolo del Sole 24 Ore, che spiegava come la quota del bilancio dell’OMS coperta dai contributi degli Stati membri fosse passata dall’80% del 1970 al 24% del 2010, e come il restante 76% fosse costituito da donazioni volontarie1.
Nel 2010 la Bill & Melinda Gates Foundation (BMGF) aveva versato donazioni volontarie all’OMS per 219.787.513 $, il 9,6% dell’intero bilancio dell’Organizzazione di quell’anno, posizionandosi come secondo donatore dopo gli Stati Uniti.
Una sua creatura, la GAVI – Global Alliance for Vaccines and Immunisation (una partnership fra pubblico e privato che comprende le principali corporations del settore) – aveva versato all’OMS altri 39.106.302 $.
Ulteriori donazioni, molto più modeste, provenivano direttamente da Sanofi Aventis (4.417.959 $), Glaxosmithkline (523.844 $), Pfizer (200.000 $) e Pfizer /Wyeth pharmaceuticals (1.895.000 $), Novartis (500.000 $), rispettivamente il secondo, terzo, quarto e quinto produttore mondiale di vaccini per fatturato 2013.
Il contributo della Gates Foundation era comunque di gran lunga preponderante, e conferiva alla fondazione un peso superiore a quello della maggior parte degli stati membri, soprattutto dei più poveri.
Del resto la fondazione, con 43,5 miliardi $ di patrimonio, pesa tuttora più dell’intera OMS.
E’ da notare come l’OMS non disponga liberamente dei finanziamenti privati, perché si tratta in genere di fondi finalizzati al sostegno di progetti specifici scelti dai donatori stessi.
In pratica i donatori finanziano l’OMS giusto perché apponga il suo logo a legittimazione dei loro stessi progetti.
Margaret Chan, ai tempi in cui era Direttrice generale dell’OMS, espresse in modo chiaro il livello di sostanziale privatizzazione e di subalternità della massima autorità mondiale in materia di salute: “il mio budget è altamente destinato, per questo viene diretto verso quelli che io chiamo interessi dei donatori2.
Per capire come si è arrivati a questo punto, occorre riavvolgere di una ventina d’anni il nastro della storia.
Tornare al 1997, anno in cui Bill Gates scoprì di essere buono, e decise di dare origine e sostanze alla William H. Gates Foundation (confluita nel 2000 nella BMGF), votata al ‘miglioramento della salute globale‘.
Era un periodo particolarmente favorevole all’espansione dell’intervento privato nel settore dei cd ‘aiuti allo sviluppo’.
Il muro di Berlino era crollato da qualche anno, e di conseguenza il budget che gli Stati a capitalismo avanzato dedicavano alla cooperazione internazionale si era drasticamente ridotto, dato che non veniva  considerato più così necessario acquistare il consenso delle classi dirigenti del cd ‘terzo mondo’ per distoglierle dall’insano proposito di cambiare schieramento.
Erano altresì crollate, sotto i colpi del Fondo Monetario e dalla Banca Mondiale, le velleità di molti paesi di Asia, Africa e America Latina di creare un proprio sistema sanitario pubblico e universalistico.
Vi era dunque ampio spazio per l’introduzione al suo posto di un modello filantroprico privato, che fingesse di portare soccorso alle vittime delle politiche di aggiustamento strutturale mentre, al contempo, ne condivideva in pieno il fondamento ideologico.
Il fondatore della Microsoft si buttò in questa avventura applicando alla sua fondazione umanitaria le stesse logiche d’impresa sviluppate nell’ impero del software, sia per quanto riguarda gli aspetti gestionali che gli obiettivi da raggiungere.
Coinvolse nel suo progetto filantropico nuovi ‘azionisti’, in particolari suoi simili come Warren Buffets, ‘uomo più ricco del mondo 2008’ secondo la classifica di Forbes, amministratore delegato della Berkshire Hathaway (gigante delle assicurazioni) e genio delle speculazioni finanziarie.
Buffets versò alla BMGF un obolo da 30 miliardi di dollari nel 2006. Di altri donatori miliardari si prevede l’arrivo in seguito al “the Giving Pledge”, l’iniziativa lanciata dai Gates per convincere ricchi filantropi (sembra fossero già 141 alla fine del 2015) a devolvere parte delle loro fortune verso cause caritatevoli.
E’ una carità ‘business friendly’, non in contrasto con le dinamiche che minano la salute dei popoli, come il saccheggio delle loro risorse, i conflitti istigati da appetiti stranieri, la distruzione delle economie di autosussistenza ad opera delle multinazionali dell’agroindustria, la fuga dalle campagne che rigonfia gli immensi slums delle periferie urbane.
E’ una carità che rafforza proprio queste dinamiche, come nel caso del sostegno dei Gates, dei Rockfeller, dei Bono alla Green Revolution 2.0, ovvero la ‘soluzione’ Monsanto alla fame nel mondo.
E’ una carità che si sostituisce al concetto di giustizia sociale, e si abbatte come una bomba finanziaria sulle politiche degli Stati e delle istituzioni internazionali, condizionandone gli obiettivi, deviando la ricerca, indirizzando l’informazione.
Nelle parole di Arundhati Roy, essa rappresenta solo una piccola percentuale dei profitti, “ma una piccola parte che si misura in miliardi. Sufficiente per decidere le priorità del mondo, comprare le politiche dei governi, determinare i programmi universitari, finanziare ONG e attivisti. Quei soldi danno [a Bill Gates e alla consorte Melinda] il potere di plasmare il mondo come vogliono”.
E difficilmente i loro voleri possono divergere dagli interessi che rappresentano, dall’ideologia che li pervade, dalla visione verticistica e tecnocratica che pretendono di applicare indifferentemente al business dei computer o alla salute mondiale.
L’ottica tecnocratica  agisce per schemi semplificati, come il sistema binario dei software.
Formula risposte semplicistiche per problematiche complesse, quali la malattia e la cura, che vengono avulse dal loro contesto sociale e ambientale.
Produce ‘soluzioni’ tecniche per obiettivi molto specifici, senza curarsi dell’impatto generale sui sistemi su cui vengono calate (ovviamente dall’alto). Soluzioni tecniche che diventano dogma, escludendo, attraverso strategie fortemente aggressive, ogni possibile alternativa ed obiezione.
Fra le soluzioni tecniche, i vaccini sono una delle principali passioni dei Gates, da utilizzare massivamente nella lotta alle malattie trasmissibili presenti e future, secondo metodologie standardizzate da attuare in ogni paese del mondo, a prescindere da ogni analisi sulla loro necessità o utilità in un determinato contesto.
I vaccini sono una tecnologia estremamente elegante. Sono poco costosi, sono facili da consegnare ed è dimostrato che proteggono i bambini dalle malattie. Alla Microsoft abbiamo sognato delle tecnologie così potenti e allo stesso momento così semplici“.
Certo, nell’ambito della lotta alle malattie trasmissibili, è ‘più costosa e più difficile da consegnare’ l’accessibilità per tutti alle reti di distribuzione dell’acqua potabile, ai sistemi fognari e di depurazione, ad abitazioni salubri, a presidi sanitari pubblici e diffusi, in grado di intervenire sulle priorità dei territori.
Obiettivi possibili solo con un rafforzamento del settore pubblico. Ma sarebbe una contraddizione in termini se il filantrocapitalismo volesse rafforzare ciò che il capitalismo tenta di distruggere.

L’idea di partnership fra pubblico e privato promossa dalla BMGF funziona diversamente, sul  modello della Global Alliance for Vaccines and Immunisation (GAVI).
GAVI è una fondazione di diritto svizzero con sede a Ginevra, nata nel 2000 grazie alla forte volontà dei Gates e ad uno stanziamento da parte della BMGF di 750.000.000 $, a cui si aggiunsero contributi della Federazione Internazionale delle Industrie Farmaceutiche (IFPMA), della Banca Mondiale, della US Agency for International Development (USAID), del Programme for Appropriate Technology in Health (PATH).
La GAVI è partecipata, oltre che dalla BMGF, da paesi donatori e da paesi riceventi aiuto, dalle multinazionali farmaceutiche, dalle istituzioni internazionali (OMS, UNICEF, Banca Mondiale).
La partnership pubblico/privato all’interno della GAVI funziona così:
Le istituzioni pubbliche mettono la maggior parte dei soldi (19.252.000.000 $ nel 2015).
I donatori privati mettono un’altra parte dei soldi (4.290.000.000 $ nel 2015)3.
Le industrie farmaceutiche li incassano.
Nell’ambito della GAVI i donatori ricchi cofinanziano le campagne di immunizzazione di un gruppo scelto di paesi poveri.
Sostengono la ricerca delle case farmaceutiche per lo sviluppo di vaccini che non avrebbero una forte domanda sul mercato, garantendo l’acquisto futuro del prodotto.
In cambio, le case farmaceutiche si impegnano ad adeguarsi a determinati standard qualitativi e di prezzo. All’industria produttrice restano i brevetti e i profitti.
L’obiezione secondo cui i donatori potrebbero, con gli stessi soldi, finanziare la ricerca sui vaccini dei centri di ricerca pubblici, per poi metterli a disposizione del mondo a prezzi bassissimi, non trova particolare ascolto4.
E il prezzo comincia ad essere un problema. Dal 2001 al 2014 i vaccini previsti dal programma di immunizzazione dell’OMS sono aumentati da 6 a 12, con un incremento fino a 68 volte del prezzo dell’intero pacchetto per i paesi esclusi dall’aiuto del GAVI.
Per Médecins Sans Frontières, la causa degli aumenti è da ricercare nella proprietà dei brevetti da parte di un ristretto gruppo di industrie5.
Ma Bill Gates ha liquidato personalmente l’appello di MSF per un abbassamento dei prezzi, dicendo che esso avrebbe potuto dissuadere le aziende farmaceutiche ad impegnarsi nella ricerca e sviluppo sui prodotti salvavita per i paesi poveri6.
Insomma, per il filantrocapitalismo, il prezzo di mercato è un dogma indiscutibile, impermeabile a qualsiasi considerazione etica.
La GAVI non serve a calmierarlo, ma a garantire alle imprese farmaceutiche mercati di sbocco.
Le mancano, però, gli strumenti per ampliarli a dismisura, sfruttandone tutte le possibilità di espansione.
Per questo ci vuole un’autorità superiore che imponga una forte accelerazione delle coperture vaccinali in tutto il mondo.
Per questo ci vuole l’OMS.  (Continua)
(*) Tratto da Carmillaonline.


1.      Da Bill Gates a Big Pharma una pioggia di aiuto. I finanziatori? Sempre più «volontari», Il Sole 24 Ore Sanita’ – N.43 – 15 novembre 2011. Articolo riportato a p. 34 della rassegna stampa della Federazione ordine dei Farmacisti del 16/11/11.
2.      Sheri Fink, W.H.O. Leader describes Agency’s Ebola Operations, The New York Times, 4/09/14. Dichiarazione riportata sul dettagliato dossier: Global Justice Now, Gated Development. Is the Gates Foundation always a force for good?, giugno 2016, p. 48.
3.      Actionaid, L’Italia e l’Alleanza Globale per le Vaccinazioni. Verso un nuovo approccio per la partecipazione italiana al GAVI, la partnership pubblico privata per l’immunizzazione, Aprile 2016, p. 8.
4.      Amit Kumar, Jacob Pulivel, GAVI funding and assessment of vaccine cost-effectiveness, The Lancet, 20 January 2007.
5.      Médecins Sans Frontières,The Right Shot: bringing down barriers to affordable and adapted vaccines, gennaio 2015, p. 6.

giovedì 13 luglio 2017

malata di Sla maltrattata in casa di cura chiede aiuto sul web : 9 persone finiscono ai domiciliari - Alessia Candito

Costretta al silenzio e all'immobilità, condannata a fissare semplicemente la parete di fronte al proprio letto, senza neanche poter chiedere aiuto o pietà, mentre su di lei piovevano insulti e minacce. È stata questa la vita di una malata di Sla, ricoverata presso la casa di cura 'San Vitaliano' di proprietà del Gruppo Citrigno, a Catanzaro, che è riuscita a liberarsi dei suoi aguzzini. Per ordine del gip Barbara Saccà, nove persone tra cui un medico, infermieri e operatori socio sanitari sono finiti ai domiciliari. L'accusa per loro è di maltrattamenti aggravati dall'aver agito per motivi abbietti, ovvero per dispetto o per ritorsione a causa delle continue richieste di assistenza da parte della paziente, abusando dei loro poteri.

"Gli operatori sanitari – si legge nel provvedimento - hanno agito con inciviltà, mancanza del sentimento di umanità e assoluta mancanza di rispetto delle regole dello Stato e in particolare di quelle regole che guidano l'esercizio della professione sanitaria". A stanarli sono stati gli uomini della squadra mobile di Catanzaro e della polizia giudiziaria, coordinati dal procuratore capo Nicola Gratteri, dall'aggiunto Vincenzo Luberto e dal pm Stefania Paparazzo, che hanno preso molto sul serio le denunce che la paziente è riuscita a inviare via email. Senza parenti o amici, la donna ha usato Internet per lanciare quelle 'urla silenziose' che hanno dato nome all'indagine.

Con lettere disperate, ha documentato le quotidiane angherie cui veniva sottoposta dal personale medico e paramedico. Lucidissima, ma completamente paralizzata, regolarmente la paziente era costretta a subire inerme insulti, atti di scherno e gratuite vessazioni. Quando medici e infermieri ritenevano che si lamentasse troppo o a sproposito, disattivavano l'audio del comunicatore o spostavano il monitor del lettore ottico, in modo da impedirle di comunicare.  E per 'puro dispetto' spesso la privavano di connessione a Internet, inibendole le uniche attività che le sono permesse: leggere, fare ricerche on line, comunicare con i pochi che le sono rimasti all'esterno della casa di cura-prigione. Vessazioni tutte confermate dalle intercettazioni ambientali che hanno permesso agli inquirenti di documentare come "negli ultimi tre anni la signora abbia subito con riprovevole cinismo ed insensibilità, comportamenti persecutori, vessatori, a volte aggravati da rabbiosi insulti, posti in essere da parte di alcuni operatori sanitari del centro San Vitaliano". Un 'regime di vita doloroso e mortificante' da cui è riuscita a emanciparsi.

Rooted - Edwin Schaap

giovedì 6 luglio 2017

La materia è utile, perché incenerirla? - A Sud

Quella degli inceneritori è stata una strada sbagliataParole di Ida Auken, ex ministro dell’ambiente danese, dimessosi proprio per la questione inceneritori.
Una strada sbagliata che ha portato il paese nord europeo verso una crisi sistemica di gestione. Secondo Eurostat, la produzione di rifiuti urbani della Danimarca pro capite è la più alta in Europa: 747 kg a persona nel 2013 (rispetto a una media europea di 481 kg). Circa il 60%per cento di questi rifiuti domestici, inclusi i rifiuti organici ad alta potenzialità calorifica, vengono inviati direttamente all’inceneritore più vicino (ufficialmente, solo il 3 per cento viene inviato alla discarica a livello nazionale, ma questo numero non include ceneri e scorie da incenerimento che in quanto “rifiuti speciali” spesso non vengono poi riportati nelle statistiche relative agli urbani, pur derivando da essi).
Questa dipendenza dagli inceneritori ha causato l’impossibilità per la Danimarca di raggiungere gli obiettivi europei fissati dalla direttiva comunitaria per il 2020 (Direttiva quadro 2008/98) tra cui quello del 50% di recupero di materia visto che il paese incenerisce più del 60% dei rifiuti. Motivo per il quale alla Danimarca è stato concesso di adottare il calcolo semplificato, in cui il 50% si computa sulle sole frazioni carta, vetro, plastica e metallo. Ma ora la UE sta discutendo obiettivi ancora più ambiziosi (il 65 o 70%)  e sul totale del rifiuto urbano, ossia senza semplificazioni di calcolo, e questo sta mettendo in forte crisi il sistema danese di gestione dei rifiuti. Per risolvere questa criticità, e riallineare la gestione anche con gli obiettivi della strategia energetica che prevede il 100% di energia rinnovabile al 2015 (mentre dall’ incenerimento viene prodotta energia in gran parte di origine fossile, come dalla componente plastica) il ministero dell’ambiente due anni fa elaborò una nuova Strategia Nazionale (“Denmark without waste”) per abbandonare progressivamente l’utilizzo degli inceneritori favorendo e incentivando il riciclo dei materiali.

Con i suoi 26 inceneritori, il sistema danese dimostra quanto, al di là dell’impiantistica avanzata e di ultima generazione, skyline e piste da sci sulle ciminiere, l’incenerimento dei rifiuti resti una pratica insostenibile, poco redditizia e messa in profonda crisi dagli obiettivi della strategia sulla Economia Circolare, attualmente in discussione a livello europeo.
Tanto che la stessa Commissione Europea, a fine Gennaio ha adottato una Comunicazione sulla Energia da Rifiuto, che mette in guardia contro il ricorso eccessivo all’incenerimento, raccomanda di disinvestire dallo stesso, e chiede di terminare i sussidi alla produzione energetica che, ad oggi, costituisce lo strumento fondamentale (e deteriore, essendo pagato dalla collettività) per garantire l’equilibrio economico dell’incenerimento.
Inceneritori italiani, tra processi, infrazioni e traffico illecito di rifiuti.
Dei 40 impianti di incenerimento italiano – che bruciano rifiuti urbani e speciali, venti sono sotto la lente della magistratura con inchieste in corso per traffico illecito di rifiuti, violazioni della normativa ambientale, incidenti, emissioni sopra i limiti di legge di diossine e metalli pesanti. Per altri 12 impianti sono stati accertati violazioni delle prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale. Alcuni, anche nel recente passato, vennero chiusi, dopo accertamenti della Magistratura, per avere falsificato i dati sulle emissioni. C’ è anche da sottolineare che rispettare un limite non significa comunque rispettare la salute, visto peraltro che alcune sostanze, come il nanoparticolato, non sono attualmente regolamentate,  e che i monitoraggi generalmente non coprono le fasi di accensione/spegnimento per le manutenzioni periodiche, in cui si hanno emissioni ben superiori che in condizioni operative standard.
L’inceneritore di Bolzano non è da meno visto che vanta un processo per emissione di sostanze nocive oltre i limiti di legge dopo l’incendio avvenuto a novembre 2013. La realtà degli inceneritori italiani è costellata di incendi, malagestione, illeciti e costituisce da Nord a Sud del paese, fonte di aumento di ricoveri ospedalieri per gravi patologie.
L’incenerimento dei rifiuti resta una pratica insostenibile, che sottrae la possibilità di recuperare materia in favore del recupero di energia e che non consente di incrementare processi virtuosi di riduzione a monte dei rifiuti secondo i percorsi della Economia Circolare. Che peraltro, sarebbero quelli più efficienti anche dal punto di vista della minimizzazione dei costi e della creazione di indotto occupazionale.

Energia o materia?
A parità di materiale, l’energia recuperata con incenerimento è inferiore a quella risparmiata riciclando lo stesso materiale. Il riciclo è quindi da 2 a 5 volte più efficiente del recupero energetico e questo fattore determina un vantaggio economico diretto, oltre a un migliore uso delle risorse e a un vantaggio ambientale.
Quindi, per motivi energetici ed economici, è urgente programmare la conversione dei sistemi di raccolta rifiuti verso il massimo riciclo. Conversione che comprende la riprogettazione dei prodotti per ridurre i materiali non riciclabili immessi a consumo, oppure le plastiche miste, difficilmente recuperabili.
Ad esempio, se la media di produzione di residuo secco indifferenziato si riducesse a 75 kg per abitante all’anno, un obiettivo già raggiunto da molti Comuni italiani, sarebbe sufficiente una capacità di smaltimento di 4.5 milioni di tonnellate. I 40 impianti di incenerimento hanno una capacità totale di circa 8 milioni di tonnellate.
Raggiungere questo obiettivo consentirebbe un uso razionale delle risorse, riutilizzando le materie per nuovi prodotti, e un sensibile risparmio di energia.
I distretti che hanno seguito con coerenza i percorsi Rifiuti Zero, proprio grazie alla assenza di inceneritori, come la Provincia di Treviso, già oggi producono solo 50 kg/ab.anno di rifiuto indifferenziato residuo, e si sono posti l’obiettivo di arrivare a 10 kg nel 2023. Cosa possibile in quanto non hanno sul loro territorio la rigidità di un inceneritore da alimentare con i tonnellaggi previsti dal “business plan”.
Pertanto, la materia è più preziosa dell’energia.

[Nota di approfondimento a cura di A Sud, Energia per L’Italia, Ugi Colleferro e Zero Waste Europe] 


mercoledì 5 luglio 2017

intervista a Serge Latouche


(di Didier Harpagès)

Una volta lei ha detto al suo psicoanalista: «Non ero discepolo di nessuno, ma avrò dei discepoli!». Pensava al mestiere di insegnante che ha fatto in modo singolarmente innovativo? Eravamo nel «dopo maggio ’68» e lei abbatteva una serie di barriere che molti suoi colleghi tentavano di rialzare. Ci faceva un corso straordinario che apriva moltissime porte. Alle parole del «maestro» seguivano dibattiti ricchi e stimolanti in cui c’era sempre un atteggiamento critico. Insomma lei non era soporifero! Ha mai fatto una riflessione critica sul ruolo del pedagogo e più in generale sul posto che l’insegnamento deve avere nella società?
In effetti nel maggio ’68 la questione della pedagogia veniva sollevata un po’ dovunque nel mondo della scuola. Si trattava di mettere in discussione il rapporto insegnante-allievo, i corsi tradizionali e il baronato. Questi problemi mi hanno sempre appassionato. Avevo fatto già una piccola esperienza di insegnante in Africa e nel Laos e il mio interesse per la psicoanalisi mi ha portato a interrogarmi sui rapporti maestro-discepolo e insegnante-allievo. In quel momento uscivano anche molti testi freudo-marxisti, come quelli di Wilhelm Reich, o I ragazzi felici di Summerhill [1], importantissimo all’epoca, che metteva in discussione l’insegnamento tradizionale. Non sono arrivato a conclusioni definitive né a una teoria precisa in fatto di pedagogia, ma tutto questo mi ha posto interrogativi che mi hanno seguito durante tutta la mia vita di insegnante. Il problema del transfert, ben noto in psicoanalisi, aveva ovviamente richiamato la mia attenzione. Sono stato sempre colpito da una certa analogia tra il rapporto tra analista e paziente e quello tra maestro e allievo. Lo vivevo mentre cercavo di analizzarlo, di tenerne conto e di ricavarne degli orientamenti nell’insegnamento. Penso d’altronde che nel corso della mia carriera non ho sempre insegnato allo stesso modo. All’inizio vedevo i miei studenti un po’ come cavie per tentare nuove forme di rapporto insegnante-allievo, sforzandomi di rompere la relazione classica. Verso la fine sono tornato saggiamente a un rapporto più tradizionale, avendo capito i limiti delle esperienze innovatrici.
Nel senso che rimetteva in qualche modo una distanza tra lei e gli studenti.
Sì, una distanza, ma senza arroganza e senza cercare di abusare del potere che inevitabilmente ha il maestro, il «soggetto che si suppone sappia» come diceva Lacan, sugli allievi.
Aveva discussioni con i suoi colleghi sull’argomento?
A Lille, negli anni che hanno seguito il ’68, non ero il solo a cercare delle formule nuove. Ho tenuto per diversi anni corsi liberi a Paris VIII – eravamo ancora a Vincennes – ed era fuori discussione fare lezioni tradizionali. L’insegnante doveva ascoltare gli studenti e la cosa a volte creava delle derive. È vero che il maestro è nella posizione del «soggetto che si suppone sappia». Dunque si deve prendere sul serio, credere nel suo ruolo, sapere che si trova in una posizione gerarchica dominante, ma non considerarsi onnipotente perché è a sua volta qualcuno che impara. Invece, l’idea che sia lo studente a dettar legge a lezione non ha senso. A Vincennes alcune lezioni si trasformavano in discussioni da bar. Dopo un po’ la cosa non interessava più nessuno.
Il corso di epistemologia che lei teneva all’Università di Lille negli anni settanta era incentrato sulla critica dell’economia. Per meglio fustigare l’insieme del discorso economico, lei si appoggiava alla psicoanalisi e all’antropologia, ma criticava anche le diverse teorie chiamate in causa. L’economia politica classica era messa in discussione dal marxismo, di cui però lei cominciò rapidamente a segnalare la perversa tendenza economicistica, distinguendo tra il giovane Marx e il Marx maturo. E questa messa in discussione costante portava a un discorso coerente e strutturato. Pensa di essere dotato di una predisposizione psicologica all’esercizio della critica oppure pensa semplicemente che il suo lavoro intellettuale, la sua riflessione filosofica, siano le uniche fonti del percorso libertario da cui deriva il suo pensiero critico?
È difficile stabilire quale sia la parte giocata dalla personalità e quale quella giocata dalla riflessione intellettuale nel risultato finale. Un mio libro di cui si è parlato poco e che non ha avuto un grande successo, Le Procès de la science sociale, per me è stato una tappa importante[2]. È in qualche modo il mio «discorso sul metodo». Sono stato molto influenzato dalla psicoanalisi. La psicoanalisi ci dice, secondo la formula di Lacan, che il reale è l’impossibile. Non si accede direttamente al reale, si accede ai sintomi, e la loro analisi permette di smascherare qualcosa del reale. Questo in qualche modo coincide con la concezione della teoria critica della Scuola di Francoforte, secondo la quale la conoscenza del reale si raggiunge attraverso la critica dell’ideologia. L’ideologia fa costantemente da schermo tra noi e l’accesso al reale. Gli uomini, come diceva Pareto, costruiscono dei discorsi giustificatori, delle derivazioni, che sono il risultato della loro realtà ma che al tempo stesso la mascherano. Io credo che si acceda alla realtà con la critica del discorso giustificatorio e che questa critica permetta di avere un effetto di disvelamento della realtà. Ho tentato di sistematizzare questo approccio in quel piccolo libro, giocando sulla parola «processo», al tempo stesso messa in discussione e movimento. Il discorso dell’economia politica è il discorso dell’ideologia della borghesia dominante. Rivela qualcosa del capitalismo ma contemporaneamente lo maschera. La sua critica non può essere soltanto una critica logica, come quella che Marx ha tentato di fare. La psicoanalisi e l’antropologia forniscono una dimensione estremamente importante per il disvelamento e permettono di non ricadere, come ha fatto Marx, nella trappola di quello che aveva denunciato (leggi anche Decrescita con Marx, ndr). […]
Alcuni esperti scientifici fanno un lavoro prezioso denunciando gli effetti del degrado dell’ambiente sulla nostra salute. Ma molto spesso non collocano questa problematica all’interno di un contesto economico e sociale, come se in qualche modo volessero rinunciare alla critica.
Probabilmente ciò è dovuto alla specializzazione del ricercatore, che si concentra su un campo specifico e di conseguenza non ha una visione globale. Gli scienziati spesso sono così, non vogliono vedere quello che succede al di fuori del loro settore. Ma se si pensa al fatto sociale totale di Marcel Mauss non si può dire che lo stesso avvenga nella stessa misura nelle scienze sociali. Invece la specializzazione degli economisti permette di oscurare il resto e di trascurare le interdipendenze.

Vorrei tornare su una questione importante ma delicata affrontata nella conversazione con Daniele Pepino. Su temi come l’uscita dall’euro, la rilocalizzazione, la difesa dell’attività contadina, il ritorno a un certo protezionismo – temi che una sinistra antiliberale, antiproduttivista e anticapitalistica potrebbe ragionevolmente fare propri – si nota che convergono i punti di vista di forze politiche xenofobe, conservatrici e reazionarie di estrema destra, che hanno inserito quei contenuti nei loro programmi. Sicuramente da parte di tali forze c’è parecchio opportunismo e la loro è una strategia soltanto di bassa politica ed elettoralistica. Ma come ha detto Frédéric Lordon: «A forza di farci rubare le idee dal Front National ci ritroveremo senza niente!». Che cosa devono fare gli obiettori di crescita su questi argomenti per evitare la confusione e il discredito? Non è indispensabile una certa pedagogia per distinguere, ad esempio, la sovranità delle nazioni e dei loro capi dalla sovranità del popolo? Oppure, non è necessario chiarire che una moneta comune sarebbe preferibile, in nome di questa sovranità, alla moneta unica?
La frase di Frédéric Lordon è divertente e rivelatrice. Sì, lui si ritroverà senza niente, ma noi no. Il problema sta nel fatto che il programma dei neokeynesiani viene ripreso dal Front National. Il nostro invece esprime soprattutto il rifiuto della crescita e dunque va molto più lontano, in quanto presuppone un cambiamento di paradigma. Senza dubbio la destra riprende alcune nostre idee, e si può capire, perché la cosa risponde ad aspirazioni reali. Del tipo: bisogna uscire dalla disoccupazione! Ma dalla disoccupazione non si uscirà con le ricette neoclassiche o neokeynesiane tradizionali. C’è bisogno di una rottura, ma non per far ripartire la macchina crescita-occupazione, bensì per promuovere un’economia più o meno stazionaria che separi la creazione di posti di lavoro dalla crescita del PIL. Noi abbiamo sempre detto che l’obiettivo non è di impadronirsi dello Stato così com’è, nazionalista, chiuso, ma di procedere sulla strada dell’autogoverno, e questo di certo non è l’obiettivo del Front National. D’altra parte, noi possiamo essere favorevoli alla riappropriazione del mercato interno, ma non per ripiegamento nazionalista, estremamente pericoloso, ma al contrario per distruggere la concezione dello Stato-nazione come luogo esclusivo del rifugio e dell’identità. Allo stesso modo, la riappropriazione della moneta per noi non vuol dire riproporre una moneta nazionale con tanto di Banca centrale. Si tratta al contrario di riappropriarsi della moneta in quanto bene comune del popolo, di cui il popolo controlla la creazione e l’utilizzazione. La riappropriazione indubbiamente pone problemi enormi, ad esempio quello del rapporto tra generazioni. In quanto riserva di valori, la moneta permette agli anziani di vivere grazie ai contributi sociali dei giovani. È evidente che questioni del genere non possono essere risolte con meccanismi finanziari ma devono basarsi su decisioni democratiche.
Personalmente sono convinto però che la riappropriazione della moneta non debba tradursi in una rottura dei legami culturali con i nostri vicini europei. Uscire dall’euro non sarebbe abbandonare l’Europa?
Affatto! Perché se rifiutiamo questa Europa economica e monetaria rifiutiamo anche la Francia del nazionalismo. Vogliamo ritrovare le regioni, ma non per farne degli Stati-nazione in miniatura, che sarebbe riprodurre in peggio i difetti del nazionalismo, come sfortunatamente fanno i nostri amici baschi e catalani. Sarebbe peggio perché il  nazionalismo di minuscoli Stati non avrebbe la forza di uno Stato potente in grado in qualche modo di resistere alle multinazionali, e perché la cosa non risolverebbe in nessun modo il problema della distruzione dello Stato. Dunque è necessario uscire dal paradigma dello Stato e riappropriarsi dell’autogoverno, il quale in un certo senso non ha limiti. Intendiamoci, la democrazia deve essere locale ma al tempo stesso senza frontiere: non c’è nessuna ragione di mettere barriere identitarie alle frontiere della Bretagna, della Francia, della Germania e anche dell’Europa. Esiste un’identità culturale europea così come esiste un’identità culturale bretone o francese: bisogna concepire un meccanismo di osmosi. Al contrario, se c’è una cosa che non bisogna abolire è la frontiera monetaria, che bisogna invece moltiplicare. Le monete locali sono indispensabili, perché una moneta europea in presenza di leggi sociali, ambientali e culturali diverse distrugge le specificità. E le specificità sono essenziali, perché permettono il dialogo e l’arricchimento reciproco. L’omologazione distrugge ogni forma di diversità e di dialogo. L’ultima cosa da fare è creare una moneta unica. Si possono utilizzare monete di conto comuni per facilitare gli scambi, ma la moneta unica è la volpe nel pollaio, è la concorrenza di tutti contro tutti. […]
Ho notato un’ambivalenza di alcune sue analisi, dovuta molto probabilmente alla complessità della realtà sociale. Ad esempio, lei ritiene che nella situazione attuale si debba sostenere lo Stato, sperando al tempo stesso che emergano nuove iniziative che vadano nel senso del suo superamento e della sua eliminazione. Insomma lei sostiene che non bisogna rinunciare alla democrazia rappresentativa, anche se la creazione di un contropotere sarebbe la benvenuta. La tradizione non deve essere rifiutata ma modernizzata. Bisogna combattere il potere ma non prenderlo. La pensa così per prudenza, per rifiuto del manicheismo? Equesto approccio non la porta in fin dei conti ad adottare un metodo dialettico che vuole superare le contraddizioni apparenti?
La risposta sta nella domanda. Bisogna tenere presente che la tradizione occidentale è fondamentalmente basata sulla logica formale aristotelica, che spinge in certo qual modo verso una forma di pensiero manicheo. Io penso che la realtà sia complessa, come lei dice, e che soprattutto nell’azione concreta dobbiamo tenere conto di questa complessità. Le cose non sono bianche o nere, e con la realtà bisogna giocare d’astuzia. L’esempio dello Stato è molto interessante perché non si può essere totalmente contro lo Stato, non si possono prendere i propri desideri per la realtà, bisogna conviverci. Oggi abbiamo un nemico temibile che è l’oligarchia mondiale, e questo nemico è talmente potente che il male (lo Stato) che può difenderci contro di esso diventa un bene. Anche se lo Stato-nazione è condannato e condannabile, è ancora in una certa misura un bastione contro la privatizzazione totale e la distruzione di quello che resta dello Stato sociale. Da questo punto di vista, pur combattendolo e puntando a superarlo, bisogna appoggiarvisi. Bisogna combattere su due fronti e non irrigidirsi in una posizione dogmatica. Dobbiamo usare il male per ricavarne del bene, ed è per questo che la tematica del contropotere è importante. Quello che ha prodotto il movimento amerindiano in America Latina è una rivoluzione nella rivoluzione. Le parole del subcomandante Marcos il 1° gennaio 1994 furono: «Noi non vogliamo prendere il potere, perché sappiamo per esperienza che se prendessimo il potere saremmo catturati dal potere. Non vogliamo prendere il potere, ma vogliamo che il potere ci ascolti e agisca secondo i nostri interessi». Certo si deve sperare che il potere sia più democratico e più sensibile alle rivendicazioni, ma anche di fronte a un potere fascista non bisogna rinunciare. Così è stato in Bolivia, dove nella guerra dell’acqua dell’aprile 2001 i manifestanti hanno fatto pressione su un governo di destra e hanno ottenuto l’annullamento di un contratto di privatizzazione dell’acqua. Non si ha mai un potere ideale, una cosa del genere non esiste. Pensiamo all’autogoverno. Una delle poche esperienze storiche che abbiamo è quella dell’Atene del v secolo a. C., che ha sempre fatto sognare Castoriadis. Eppure non era l’ideale. Funzionava più o meno perché Pericle aveva confiscato buona parte del potere a proprio vantaggio. E poi le cose sono precipitate.
Ma l’esercizio di un contropotere non è ancora più esaltante dell’esercizio del potere? La gente di San Cristóbal non si è trovata in una situazione del genere?
In realtà i membri dell’esercito neozapatista hanno il potere a livello locale e si trovano in una duplice condizione, perché il potere locale è al tempo stesso un contropotere rispetto al potere nazionale. L’autogoverno implica che si sia contemporaneamente potere e contropotere, in modo che le persone che prendono le decisioni siano nel mirino di quelle che le controllano. A San Cristóbal si applica la formula «comandiamo ubbidendo». In realtà il potere è sempre tentato dall’abuso di potere. «Ogni potere corrompe e il potere assoluto corrompe assoltamente», diceva Montesquieu. Il problema deriva dal fatto che quelli che sono al potere si prendono troppo sul serio, si appropriano di ciò che deve essere soltanto una funzione. Invece di esercitare il potere lo possiedono. […]

[1] Cfr. Alexander Sutherland Neill, I ragazzi felici di Summerhill. Il piacere di educare e di essere educati, Red, Milano 1990 (ed. or. 1960).
[2] Cfr. Serge Latouche, Le Procès de la science sociale. Introduction à une théorie critique de la connaissance, Anthropos, Paris 1984.
[3] Cfr. «Revue Francophone du développement durable».

In questo articolo, stralci di una conversazione di Didier Harpagès con Serge Latouche, la cui versione completa è raccolta in L’economia è una menzogna, edito Bollati Boringhieri (che ringraziamo). Il libro contiene altre due conversazioni con Latouche, una di Thierry Paquot e una di Daniele Pepino. Altri articoli di Latouche sono leggibili qui.
© 2012 Serge Latouche e © 2014 Bollati Boringhieri editore