lunedì 31 luglio 2023

L’Emilia-Romagna: da illusorio «modello» a «hotspot della crisi climatica». Quale futuro immaginare? - Wu Ming


Pochi giorni fa si è svolto a Cesena il convegno di Energia Popolare, la «non-corrente» (sic) bonacciniana del Partito Democratico. Tra gli ospiti Romano Prodi, che ha parlato della necessità, da parte del PD, di un «radicalismo dolce». Numerosi gli articoli e i servizi tv – per non dire delle photo opportunities su Facebook e Instagram – dedicati a quest’ennesimo pseudoevento politicante, ovviamente svoltosi in una sala con l’aria condizionata.

Mentre i notabili di Bonaccini – tutti con curriculum ominosi: alfieri della cementificazione, difensori di un’economia ecocida, favorevoli ai rigassificatori e quant’altro – se la cantavano e se l’applaudivano, nel mondo si batteva ogni record di temperatura e aumentava la frequenza di fenomeni estremi e disastri. L’Europa cuoceva a fuoco rapido. Le foreste canadesi bruciavano da mesi. Il fumo faceva tossire persone a migliaia di chilometri di distanza.

In capo a poche ore, sulla stessa Romagna che ospitava il convegno si sarebbe abbattuta, di nuovo, la furia degli elementi. Ma l’aria condizionata dà sollievo, aiuta a non pensare, a continuare col tran tran anche se fuori, letteralmente, si crepa di caldo e le città sono sempre più roventi… anche a causa dei condizionatori.

La mente condizionata della classe dominante

Quello che chiamano «mercato» è un circolo vizioso di stupidità e brevimiranza. Il mercato ha una mente bacata: se gli chiedi la soluzione al problema dell’afa, ti venderà macchine che aggravano il fenomeno, pompando aria calda all’esterno e aumentando consumi di elettricità ed emissioni climalteranti.

La maggior parte di noi ha un’esperienza dell’aria condizionata intermittente, passa da ambienti con ad altri senza, e da spazi chiusi a spazi aperti. Della canicola, quantomeno, se ne accorge. Invece la classe dirigente, a ogni livello, vive in una bolla pressoché interamente condizionata, passa da un ambiente di comfort artificiale all’altro, e crede di poter continuare a farlo. È uno dei fattori che rendono la gravità della situazione non ponderabile, impensabile. Lo ha detto bene un’attivista climatica filippina, Natasha Tanjutco, intervistata dal New Yorker: «No one can make a proper decision from an air-conditioned room».

Bisognerebbe sabotare gli impianti di condizionamento delle sedi istituzionali e dei quartieri generali delle grandi aziende, per vedere l’effetto che fa.

«La Romagna batte l’alluvione»

Il 20 luglio, accanto agli articoli al vuoto pneumatico sul convegno di Energia Popolare, il supplemento bolognese del «Corriere della sera» sparava un titolo che attirava la nostra attenzione: Crescono fatturati e occupati, la Romagna batte l’alluvione: «Ora intervenire sui mutui».

Si parlava di un rapporto di Confindustria Emilia-Romagna. Siamo abituati da tempo all’angustia mentale e all’indolenza intellettuale dei padroni, eppure il titolo ci è parso oltraggioso – viste tutte le persone ancora in ginocchio, rovinate, traumatizzate – e soprattutto idiota, proprio nel senso originario di incompetente, ignorante. Tra noi abbiamo commentato: «La Romagna batte l’alluvione… fino alla prossima pioggia».

Di lì a poco, neanche a farlo apposta, sulla Romagna e sull’Emilia orientale, come in altre parti di val Padana, sono cadute grandinate inaudite, palle di ghiaccio del diametro di 10-15 centimetri hanno devastato le coltivazioni risparmiate dal fango del maggio scorso. È una conseguenza del surriscaldamento dell’atmosfera: l’aria calda rispinge più volte verso l’alto i chicchi di grandine, che continuano a ingrossarsi, e quando finalmente cadono sono enormi.

Oltre alla grandine, tempeste «downburst» – impropriamente chiamate  «trombe d’aria» – hanno colpito diversi centri, tra i quali Conselice, cittadina-simbolo dell’alluvione, scoperchiando tetti, distruggendo automobili, abbattendo decine di alberi e persino tralicci.

«Le prime tre file di ombrelloni»

Nel mentre, poco più a Sud, si abbatteva un’onda definita «anomala». Così la raccontava il 22/07 l’edizione pesarese del Resto del Carlino:

«Mentre la gente prendeva il sole e, a pochi chilometri da lì, in Emilia Romagna, una tempesta di grandine e vento aveva travolto gran parte della regione, si è formato un improvviso cumulo di nubi sempre più scuro, come se stesse per abbattersi sulla spiaggia una tromba d’aria. Raffiche di vento sempre più vigorose hanno cominciato a battere la spiaggia. Poi è stata questione di qualche secondo: un’ondata, o meglio un’improvvisa marea, ha raggiunto le prime tre file degli ombrelloni […] L’evento si è manifestato con intensità diversa un po’ su tutta la riviera, da levante a ponente fino a Senigallia, Portonovo e Ancona.»

Episodio meno anomalo di quanto sembri: rientra nel sempre più frequente susseguirsi di «mareggiate» che in realtà semplici mareggiate non sono. Finora accadeva più spesso d’inverno, quando al mare non c’era nessuno. Stavolta – ma non è la prima – ne hanno fatto esperienza i turisti. Non sono semplici mareggiate bensì manifestazioni di eustatismo, cioè di innalzamento del livello del mare dovuto al suo riscaldamento e al disgelo delle calotte polari.

Lo facciamo notare da anni: svariati studi dicono che entro il 2100 l’Adriatico potrebbe alzarsi di circa un metro e sommergere l’attuale entroterra nord-adriatico. I territori in cui entrerebbe più a fondo sono i polesini veneti e ferraresi, ma è a rischio un’area che va dal nord delle Marche a Trieste.

Il fenomeno è già in corso. Una sua avanguardia è il «cuneo salino», la risalita dell’acqua di mare lungo corsi d’acqua indeboliti da lunghi periodi di siccità. Durante l’estate, l’acqua salata risale il corso del Po di decine di chilometri. Quell’acqua non solo è inutilizzabile per irrigare i campi, ma permea il terreno, mettendo in pericolo la vegetazione e nel tempo contaminando le falde d’acqua potabile.

Non è che l’inizio del problema, perché quella che arriverebbe nei territori non sarebbe semplice acqua, ma una melma altamente infetta e tossica.

Dopo decenni di speculazioni spinte dal turismo di massa, la costa adriatica è pesantemente urbanizzata, cementificata. Passando in quelle aree, l’acqua salata si comporterebbe come quella dei fiumi emiliano-romagnoli esondati nel maggio scorso. Le alluvioni hanno fatto scoppiare le fogne, travolto cassonetti e discariche, trascinato via quantità inimmaginabili di liquami e spazzatura, strappato a case, negozi, magazzini e fabbriche ogni sorta di sostanze chimiche e carburanti. «Consumo di suolo» vuol dire anche questo: sempre più schifezze sono dove non dovrebbero essere.

L’acqua del mare farebbe lo stesso, ma su una scala ben più vasta.

Nelle proiezioni da qui al 2100, la linea di costa recede in modo drastico, cedendo terreno a un Adriatico – questo nelle mappe non si vede – via via più inquinato. Un vasto entroterra reso inabitabile, profughi climatici, scomparsa di terreni agricoli, perdita di falde d’acqua potabile, inquinamento dell’aria, miasmi annusabili a decine e decine di chilometri di distanza… Anche i territori non raggiunti direttamente dalla melma subirebbero conseguenze gravissime.

Accadrà, se non si fa qualcosa prima, qualcosa che non sia un mero rattoppo, un tentativo di prolungare il presente e ritardare l’inevitabile.

Fai il bagno in mare e ti viene la candida

Già oggi, dopo l’arrivo dei fanghi delle alluvioni, in riviera l’Adriatico è una broda infetta. Un’amica farmacista ci racconta che decine di persone le chiedono prodotti contro infezioni genitali e intestinali, tutte insorte dopo il weekend in spiaggia. Altre testimonianze parlano di eczemi ed eruzioni cutanee di vario genere. «Correlazione non è causalità», ma è lecito pensare che la decisione di dichiarare l’Adriatico balneabile sia stata più politica che altro.

Qualcuno ci ha detto che il mare fa schifo al tocco. «Raramente l’ho trovato così sporco», riferisce un amico. Forse dovremmo rovesciare l’assunto: difficilmente lo vedremo ancora così pulito.

La testa nella sabbia

Da qualunque parte lo si guardi, il turismo balneare in riviera non ha futuro, è condannato. Già oggi è tenuto in vita con un meccanismo che pare escogitato da Zeus per punire Sisifo: ogni anno, in vista della stagione, si importano colossali quantità di sabbia – da altri luoghi devastati ad hoc – per ricreare le spiagge consumate.

Su quest’aspetto e altri che riguardano l’erosione delle nostre coste consigliamo l’agile ma denso libretto di Alex Giuzio La linea fragile. Uno sguardo ecologista alle coste italiane (Edizioni dell’Asino, Bologna, 2022).

Giuzio descrive molto bene il convergere di vari processi: la cementificazione e le attività estrattive targate ENI causano subsidenza – abbassamento del suolo – proprio mentre il mare s’innalza. Descrive anche una classe di amministratori che

«davanti all’inevitabilità del problema, anziché ragionare di piani di arretramento gestito, interruzione delle cause antropiche dell’erosione e conversione e decementificazione delle attività turistico-balneari, si sono sempre concentrati a conservare una situazione a misura di turista, limitandosi a ributtare ogni inverno la sabbia perduta per far trovare la spiaggia pronta per la stagione degli ombrelloni.»

Amministratori non solo miopi ma servi dei servi di ENI:

«Nel ravennate, per esempio, le piattaforme “Angela” e “Angelina” di ENI – situate ad appena due chilometri dalla costa – hanno provocato l’abbassamento del suolo di 45 centimetri dal 1984 al 2011, con le spiagge di Lido di Dante, Lido Adriano e Punta Marina che sono letteralmente sprofondate e che sono oggetto di continui ripascimenti finanziati in parte da fondi pubblici e in parte dalla stessa ENI: la potente multinazionale dal 1993 firma infatti un accordo triennale col Comune di Ravenna che prevede il versamento di cifre importanti (nel triennio 2018-2020, l’ultimo disponibile, si trattava di tre milioni di euro all’anno) a titolo di compensazione dell’impatto ambientale della propria attività estrattiva al largo. Tali fondi sono usati soprattutto per costruire e manutenere i pennelli anti-erosione e per ripristinare con i ripascimenti la sabbia perduta […] oltre a questi tre milioni di euro annui, la presenza di ENI nel ravennate significa migliaia di posti di lavoro e altri milioni di euro in sponsorizzazioni per qualsiasi evento culturale e sportivo – dalle stagioni teatrali alle partite di volley e pallacanestro, dai concerti di Riccardo Muti al “mese dell’albero in festa” durante il quale i bambini di tutte le scuole elementari e dell’infanzia piantano nuovi alberi – cittadini e amministratori locali non sono propensi a contestare la potente multinazionale.»

En passant: stante questa subalternità ai combustibili fossili, a chi li estrae e a chi ne incentiva l’uso, non c’era da attendersi alcun dissenso sul rigassificatore a Ravenna. Certo non a livello locale, e nemmeno a livello regionale: Bonaccini il rigassificatore lo volle, sempre volle, fortissimamente volle, tanto da “blindarlo” contro le critiche – comunque poche – circolate nella sua coalizione.

Non rattoppi ma ripristino di ecosistemi

Non si può continuare così. Né si può pensare di ergere dighe o scogliere artificiali pur di tenere in vita il turismo e, in generale, lo status quo.

Giuzio accenna a «piani di arretramento gestito, interruzione delle cause antropiche dell’erosione e conversione e decementificazione delle attività turistico-balneari».

Per convertire l’attuale economia rivierasca è indispensabile partire da una constatazione: quel modello è comunque destinato al tracollo.

Permetteteci, da scrittori, di mediare al rialzo, cioè di prefigurare scenari che i politici non osano o non sono in grado di immaginare. Tanto saranno loro a mediare al ribasso, in nome di una realpolitik sempre più staccata dalla realtà.

La costa adriatica va decementificata e depavimentata il più possibile, per ripristinare gli ecosistemi precedenti all’urbanizzazione – dune e foresta litoranea – e, in alcuni casi, alle bonifiche.

Attuate un po’ ovunque negli immediati entroterra di Friuli, Veneto ed Emilia-Romagna, dalla fine dell’Ottocento a oggi le bonifiche hanno privato quei territori di preziose zone umide, ecosistemi ideali a catturare e immagazzinare carbonio. All’epoca dei prosciugamenti non si poteva sapere, e l’ordine di problemi era un altro, ma oggi si sa, e avrebbe senso invertire la rotta. Del resto, molte bonifiche furono controverse, contestate già all’epoca e oggi ritenute fallimentari. Sul caso ferrarese, si può vedere il bel documentario Dall’acqua ai campi, dai campi al silenzio (2016).

I posti di lavoro – sovente lavoro precario, supersfruttato, sottopagato – nel turismo di massa sarebbero sostituiti da nuovi e meno frustranti impieghi, quelli generati da una grande riprogettazione ecologica del territorio e da un grande recupero, seguito da una cura perenne, degli ecosistemi.

Tutto questo costituirebbe una barriera reale e sensata all’erosione costiera e alla catastrofe ambientale nell’entroterra. Non solo: potrebbe attrarre una nuova curiosità ecologica ed estetica, su cui fondare un “turismo” – urge coniare un nuovo termine – lontano da quello omologato e rapace di oggi.

È un approccio che si può traslare e adattare a tutti i territori minacciati. Alcuni dei quali possono diventare strategici laboratori. È il caso del basso ferrarese, del quale ci siamo più volte occupati, e su cui torneremo.

È chiaro che simili suggestioni vanno contro l’interesse immediato di troppe lobby e potentati economici, contro abitudini diffuse e consolidate, contro la spinta inerziale dell’esistente. Per questo non verranno mai raccolte dall’attuale classe dirigente – locale, regionale, nazionale o europea che sia. Classe dirigente di cui sarebbe d’uopo, e urgente, sbarazzarsi.

La precondizione per sbarazzarsene è saper immaginare un futuro diverso.

I punti di forza erano in realtà punti deboli

La val padana – cuore pompante del capitalismo italiano, nonché area tra le più inquinate, cementificate e surriscaldate d’Europa – è il territorio che subisce nel modo più spettacolare gli sconquassi del caos climatico.

In val padana, l’Emilia-Romagna è la regione più flagellata da eventi «estremi». E non è un caso.

Come abbiamo scritto in articoli precedenti, le attività e produzioni su cui si basano il mitico «benessere» e il mitico «buongoverno» emiliano e romagnolo sono quanto di più tossico e climalterante si possa immaginare. I presunti punti di forza dell’economia di queste parti  – un mix di plastica, motori, cemento e tondino, poli logistici, agroindustria, allevamenti intensivi e turismo di massa – si stanno rivelando punti deboli. Sembravano punti di forza, e si menava vanto del loro successo, perché si tenevano ambiente e clima fuori dal quadro. Ora ambiente e clima sono rientrati con violenza, e l’economia emiliano-romagnola si rivela la peggiore possibile.

Facciamo un solo esempio: la plastica.

La plastica ci sta avvelenando, come ha titolato di recente il New Yorker. Lo fa perché si decompone in micro- e nanoplastiche (MNP) che si disperdono nell’ambiente, raggiungendo gli angoli più remoti del pianeta, infiltrando gli organismi a monte e a valle della catena alimentare. Il mare è pieno di MNP. Tutto è pieno di MNP. Le mangiamo e le beviamo. S’infilano nel nostro cervello e aumentano il rischio di Alzheimer e altre malattie degenerative; sono nei nostri fluidi corporei e mettono a forte rischio la fertilità maschile (andrebbe fatto notare ai fascisti, che si lamentano della «denatalità» e al tempo stesso difendono l’industria della plastica!); sono nella placenta umana, ancora non si sa con quali conseguenze.

Riciclare la plastica non solo è una falsa soluzione, ma aggrava il problema, perché il processo produce ulteriori microplastiche e secondo sempre più ricerche la plastica risultante è tossica e può contaminare gli alimenti con cui entra a contatto.

Come? La «bioplastica»? Ma figurarsi… La bioplastica, o «plastica compostabile», è plastica e basta. Il suo uso è al centro di una grande truffa ideologica. Come ha ben titolato The Atlantic«la plastica compostabile è spazzatura».

L’unica via praticabile è vietare la produzione e l’uso di plastica monouso, superare la cultura dell’usa-e-getta. Poi andranno trovati modi di decontaminare, rimuovere la maggior quantità possibile di plastica dai corsi d’acqua, dai mari, dall’ambiente. Ma prima va fermata la produzione.

A fronte di tutto questo, è accettabile, è all’altezza della situazione e delle sfide del nostro tempo il fatto che in Emilia-Romagna la «Packaging Valley» sia considerata un’eccellenza, un fiore all’occhiello, una realtà da tutelare così com’è, anziché un grosso problema?

Parliamo delle circa duecento aziende situate nel cuore dell’Emilia che fabbricano, citiamo da un entusiasta reportage del Sole 24 Ore,

«apparecchi che dosano e impacchettano sigarette, medicine, saponi, cosmetici, bibite, alimenti, mobili… Tutto ciò che ogni giorno passa tra le nostre mani con una confezione rigida o flessibile attorno».

Produzione incentrata sulla plastica, finalizzata alla diffusione di plastica, fondata sulla cultura dell’usa-e-getta.

Sono le stesse aziende che dal 2019 si sono opposte a una modesta, inadeguata tassa sull’uso di plastica monouso per gli imballaggi, neanche fosse una misura rivoluzionaria, facendone rinviare l’introduzione e infine riuscendo a farla saltare.

Bonaccini, com’è ovvio, stava dalla loro parte.

La destra, la «sinistra» e l’ipocrisia climatica

Il caso di studio dell’Emilia-Romagna dimostra… plasticamente che il problema non sta solo nella destra «negazionista» e nel circolo vizioso da cui essa trae beneficio, ben descritto da George Monbiot sul Guardian:

«Mentre l’impatto dei nostri consumi si fa sentire a migliaia di chilometri di distanza e le persone arrivano ai nostri confini cercando disperatamente rifugio da una crisi che non hanno avuto quasi nessun ruolo nel causare – crisi che può includere vere inondazioni e vere siccità – [le destre] annunciano, senza un briciolo di ironia, che siamo “inondati” o “prosciugati” dai profughi, e milioni di persone si uniscono al loro appello a sigillare i nostri confini […] Quando i governi si spostano a destra, bloccano le politiche volte a limitare il collasso climatico […] Se volete sapere come si presenta un possibile futuro – un futuro in cui si permette a questo ciclo di accelerare – pensate al trattamento dei rifugiati attuali, amplificato di diversi ordini di grandezza. Già oggi, alle frontiere europee, i profughi sono respinti in mare. Vengono imprigionati, aggrediti e usati come capri espiatori dall’estrema destra, che allarga il proprio appeal incolpandoli di mali in realtà causati dall’austerità, dalla disuguaglianza e dal crescente potere del denaro in politica […] Ovunque, possiamo aspettarci che il successo [della destra] sia seguito da una riduzione delle politiche climatiche, con il risultato che un numero sempre maggiore di persone non avrà altra scelta se non quella di cercare rifugio nelle zone sempre più ristrette in cui la nicchia climatica vivibile rimane aperta: spesso proprio le nazioni le cui politiche li hanno cacciati dalle loro case.»

Vero, ma parziale.

Con tutto lo schifo che fa l’estrema destra, e con tutti i pericoli che d’ora in poi ci farà correre, la maggiore responsabilità dell’attuale situazione ce l’hanno il centro e la «sinistra» neoliberali. Sono stati loro a governare la globalizzazione capitalistica climalterante, a farci sprecare tempo prezioso con finte politiche climatiche come l’«Emission Trading», e sono loro a fare greenwashing mentre tutelano gli interessi di multinazionali ecocide e portano avanti i modelli di sempre.

Quanto agli orrori dei respingimenti, dei porti chiusi e delle morti in mare, delle detenzioni e violenze in Libia, l’ideologo di tutto questo è stato Marco Minniti, dirigente del PD, dal dicembre 2016 al giugno 2018 ministro degli interni di un governo italiano di «centrosinistra». È un dato di fatto noto a livello internazionale, tanto che, nel marzo 2019, Minniti fu accolto alla London School of Economics da contestatori e contestatrici con le mani imbrattate di sangue finto.

Tornando alle questioni climatiche, mentre la destra dichiarata se ne fotte in modo esplicito, la «sinistra» è più ipocrita: finge di averle a cuore, ma se ne fotte almeno altrettanto.

Se c’è un luogo dove tale atteggiamento è giunto al suo picco, quel luogo è l’Emilia-Romagna. E se c’è una capitale dell’ipocrisia climatica, quella è Bologna.

Qui da noi si può definire «opera simbolo della transizione ecologica» un’autostrada a diciotto corsie che passerebbe dentro la città, aumentando il traffico urbano – sono stime dei proponenti stessi – di 25.000 veicoli al giorno e facendo da volano a decine di altre opere asfaltizie – allargamenti, raccordi, bretelle, svincoli, parcheggi – a Bologna e nel suo circondario.

Qui da noi il Comune disegna erba e fiori intorno ai cassonetti perché «nessuno abbandonerebbe un sacchetto di rifiuti in mezzo a un prato», mentre si distrugge il verde vero, disboscando e buttando giù alberi ovunque.

Non può durare.

Il vento delle tempeste rimuoverà il velo.

Le lotte dovranno fare il resto.


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domenica 30 luglio 2023

I valori della famiglia – Marco Travaglio

  

È un’infame calunnia che il governo trascuri le famiglie, come potrebbero pensare le 169mila destinatarie dell’sms dell’Inps con il lieto annuncio dell’abolizione del Reddito di cittadinanza, cioè del loro ritorno in miseria, ma con l’indubbia soddisfazione dell’“eventuale presa in carico da parte dei servizi sociali”. L’intera azione dell’esecutivo è improntata alla difesa della famiglia tradizionale: uomo, donna e figli naturali, ma sopratutto cognati. Il “cognato d’Italia”, a riprova del fatto che la categoria fondata da Galeazzo Ciano è andata progressivamente degradandosi, è Francesco Lollobrigida detto Gino, marito della sorella della premier, dunque ministro dell’Agricoltura e Sovranità alimentare. Il vice-cognato d’Italia è il neopresidente di Sport e Salute, Marco Mezzaroma, amico dei Melones-Lollobrigidas, ex presidente della Salernitana, ma soprattutto marito di Cristina Lotito, sorella di Claudio, presidente della Lazio e senatore di FI. Lotito, con la Lazio, vantava fino a poco tempo fa un debito di 1,4 milioni con Sport e Salute: che, se non è stato ancora pagato, potrà essere serenamente discusso tutto in famiglia, fra le mura domestiche.

Il ramo mariti/mogli o compagni/compagne, impazza soprattutto in tv. La prossima stagione televisiva sarà impreziosita, per la prima volta nella storia d’Occidente, da un talk show politico su Rete4 condotto dal compagno della premier, il leggendario Andrea Giambruno; da un talk show politico su Rai3 condotto da Nunzia De Girolamo, moglie del capogruppo Pd al Senato Francesco Boccia; e, sempre su Rai3, da un’ancora misteriosa versione “di destra” di Report (che non è né di destra né di sinistra, avendo fatto incazzare tutti, ma fa niente), affidata a Salvo Sottile, detto Batman, legato alla sottosegretaria leghista alla Cultura Lucia Borgonzoni. Che è un po’ come se in America la Cbs e la Cnn affidassero l’informazione politica alla moglie di Biden e alla compagna del braccio destro di Trump. Poi c’è il mitico compagno di Daniela Santanchè, Dimitri Kunz di Asburgo-Lorena all’insaputa degli Asburgo-Lorena, che rileva le quote del Twiga dalla ministra del Turismo perché non si dica che è in conflitto d’interessi e compra-vende in un’ora una villa in Versilia facendo un milione di plusvalenza in società con la moglie di Ignazio La Russa, presidente del Senato, perché non si dica che è una pippa. E non parliamo di figli, sennò tocca occuparsi di Leonardo Apache La Russa e le colpe dei figli non devono ricadere sui padri (semmai l’inverso, come dimostra il tragico caso di Alain Elkann sul giornale dell’incolpevole John). Alla mala parata, resta sempre l’“eventuale presa in carico da parte dei servizi sociali”.

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sabato 29 luglio 2023

Turisti, in Italia ed Europa è boom: sono troppi? Perché l’«overtourism» è un problema - Valentina Iorio

Amsterdam dice stop alle navi da crociera in centro città, Firenze studia una stretta contro gli affitti brevi. In molte spiagge torna il numero chiuso e nascono nuovi divieti, come quello di «sosta per selfie» scattato ad aprile a Portofino. L’eccesso di turisti sta diventando un problema per molte mete vacanziere, che cercano di correre ai ripari con limiti e nuove regole. Le presenze turistiche sono ormai tornate ai livelli pre-pandemia.

In Italia quest’estate si attendono ben 68 milioni di turisti e 267 milioni di pernottamenti, con una crescita rispettivamente del 4,3% e del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2022, secondo le previsioni di Demoskopika.

Per quel che riguarda più in generale l’Europa, nel 2023 i numeri sono destinati a raggiungere il 98% del picco del 2019, con un contributo del turismo all’economia di 1,44 miliardi di euro contro gli 1,47 miliardi del 2019, secondo le previsioni del World Travel & Tourism Council. Un fenomeno che crea ricchezza ma diventa sempre più difficile da gestire.

COS’È L’«OVERTOURISM»

Dell’eccesso di turismo si discuteva già prima della pandemia: il termine overtourism è stato inserito per la prima volta nel dizionario Oxford nel 2018. E ora, con il boom dei viaggi dopo la pandemia, è riesploso. Un report di Responsible Travel tra le 98 destinazioni al mondo che hanno flussi turistici superiori a quelli che sono davvero in grado di sostenere, cita Venezia, Roma e le Cinque Terre. Ma le realtà italiane, che in determinati periodi dell’anno sono prese d’assedio dai turisti, sono molte di più, come raccontano le cronache.

Stabilire quale sia il giusto equilibrio non è facile, per molti di questi territori il turismo rappresenta una risorsa strategica per l’economia locale. Respingere i turisti quindi può apparire una scelta azzardata. Nel tentativo di trovare una soluzione, molte realtà si stanno dando delle regole per contenere gli effetti negativi che vanno dall’impatto sulla natura, alla mobilità congestionata, alle difficoltà di trovare alloggi.

DALL’ALTO ADIGE ALLA SARDEGNA: TUTTI I LIMITI

L’assessorato al turismo della Provincia autonoma di Bolzano, ad esempio, ha proposto di fissare un tetto massimo ai pernottamenti. Intanto dal 2022 è scattato il numero chiuso, con prenotazione obbligatoria, per accedere al lago di Braies, preso d’assalto dal turismo di massa dopo aver fatto da sfondo alla serie Rai A un passo dal cieloAnche in Sardegna si sta cercando di salvaguardare l’ecosistema delle spiagge prevedendo dei limiti per alcune calette.

Tra i primi casi Baunei, che anche per il 2023 ha confermato un limite di accesso alle spiagge . Anche per la La Pelosa, a Stintino, l’ingresso nel periodo dal 1 giugno al 31 ottobre 2023 è a numero chiuso. Ma queste località non sono le sole ad aver fissato dei paletti. Per quel che riguarda le città d’arte, a Venezia il Comune sta ragionando da tempo sull’introduzione di un ticket di ingresso per limitare i flussi turistici, ma su tempi e modalità l’amministrazione ha cambiato idea più volte. L’ultima ipotesi è di avviare la sperimentazione dal 2024 e solo per alcuni giorni del calendario, quindici o venti, ritenuti particolarmente difficili. Anche per i comuni delle Cinque Terre, in Liguria, c’è l’ipotesi di istituire un numero chiuso per limitare l’accesso ai piccoli borghi. Un limite agli ingressi esiste già per la Via dell’Amore, una strada pedonale a picco sul mare che collega Riomaggiore e Manarola: per accedervi è necessaria la prenotazione. Ad aprile aveva fatto molto discutere il «divieto di sosta per selfie» stabilito da un’ordinanza del sindaco di Portofino per prevenire il sovraffollamento della Piazzetta e del molo durante l’alta stagione.

IL PROBLEMA DEGLI AFFITTI BREVI

Tra gli effetti indesiderati del turismo di massa nei centri storici c’è il proliferare degli affitti turistici brevi, gestiti da giganti del settore come Airbnb che, oltre a essere una delle cause dell’esplosione del costo degli affitti e degli immobili nelle grandi città, rende quasi impossibile trovare casa a famiglie, studenti e lavoratori. Il sindaco di Firenze, Dario Nardella, nei mesi scorsi ha annunciato un provvedimento per il divieto, non retroattivo, di utilizzare immobili con destinazione residenziale per affitti turistici brevi in tutta l’area Unesco del centro storico del capoluogo toscano.

AMSTERDAM E LA CAMPAGNA «STAY AWAY»

Il problema dei troppi turisti è particolarmente sentito nei Paesi Bassi. Di recente il consiglio comunale di Amsterdam ha approvato una proposta per chiudere un terminal per le navi da crociera vicino al centro storico. Il tutto mentre a Venezia c’è chi continua a proporre l’adeguamento del canale Vittorio Emanuele per permettere alle grandi navi di raggiungere l’attuale Stazione Marittima. Non è solo una questione di numeri ma anche di comportamento dei visitatori. Lo sa bene il Comune di Amsterdam, che a marzo aveva avviato una campagna pubblicitaria intitolata «Stay Away», rivolta ai giovani turisti, soprattutto britannici, considerati dall’amministrazione cittadina tra i più molesti, che si riversano in città solo per eccedere con alcol e droghe.

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venerdì 28 luglio 2023

Cinque buoni motivi per scegliere la mediazione civile, anche dopo la riforma Cartabia - Claudia Basciu

 

 La mediazione civile e commerciale in Italia quest’anno ha compiuto tredici anni, e sono stati anni di grande crescita, durante i quali gli operatori del diritto e i cittadini, pur con l’iniziale diffidenza, hanno imparato ad apprezzarne i benefici. Oggi, la mediazione, anche grazie alle integrazioni apportate dalla riforma Cartabia, rimane la scelta più efficace, per chi intende risolvere una controversia in modo positivo e costruttivo per tutte le parti, e lo è per almeno cinque motivi, di cui proponiamo la lettura. - Grig


Fin dalle origini della piccola, lenta ma inesorabile rivoluzione del nostro ordinamento giuridico, avviata con l’introduzione della mediazione civile e commerciale ad opera del d. lgs. 4 marzo 2010, n. 28, tale istituto è stato generalmente vissuto come un mero obbligo, uno dei tanti adempimenti da assolvere nel lungo cammino del cittadino verso la giustizia.  In realtà, la mediazione civile è sempre stata, e oggi lo è più che mai, una preziosa opportunità offerta a tutte le persone che si trovano coinvolte, loro malgrado, in un conflitto e intendono risolverlo in modo soddisfacente, risparmiando tempo, energie e risorse economiche. 
Un’opportunità che va colta, con convinzione, per almeno cinque validi motivi:

1)  La soluzione è nelle mani delle parti, ed è quella giusta. 
Quante volte si sente parlare di sentenze “ingiuste”? Quante volte le persone coinvolte in un processo lamentano di non essere state ascoltate? Quante volte, le stesse persone, pur avendo ottenuto una sentenza favorevole, magari dopo anni di udienze, di liti, di spese, si sentono comunque insoddisfatte per l’esito del giudizio? Infinite. 
L’esito di un processo, come sappiamo, non è mai scontato, non è mai certo e, ahinoi, non sempre garantisce il soddisfacimento di quell’ideale di giustizia al quale si aspira ogni volta che si sceglie di far valere le proprie ragioni davanti ad un giudice.
E allora, che si fa? Si rinuncia a risolvere la questione? Assolutamente no. 
Per fortuna, da tempo il nostro ordinamento ha adottato e, con la recente riforma Cartabia, potenziato, un metodo di risoluzione delle controversie valido ed efficace, la mediazione civile. Si tratta di un metodo rientrante nella c.d. “giustizia alternativa o complementare” come definita nella relazione illustrativa al decreto legislativo 10 ottobre 2022, n. 149, che permette alle persone di trovare una soluzione condivisa al loro conflitto. Una soluzione “giusta”.
In mediazione, infatti, non si sentirà mai parlare di accordo “ingiusto” o iniquo, sarebbe una contraddizione in termini, poiché l’accordo è il risultato del dialogo tra le parti, agevolato dal mediatore, con la fondamentale collaborazione degli avvocati. Le parti sono, in un certo senso, padrone del proprio destino, ossia hanno il potere, la facoltà e la responsabilità di gestire la controversia in ogni aspetto, perfino di ampliarne i confini, sia in senso oggettivo che soggettivo, a differenza di quanto accade nel giudizio ordinario, nel quale l’oggetto è fisso e immutabile. 
Quindi in mediazione le parti porteranno le proprie storie, le proprie emozioni, le proprie esigenze e, naturalmente, le proprie richieste, e queste verranno accolte e ascoltate, con un unico obiettivo comune: un accordo “giusto” per tutti. 

2)I tempi ridotti rispetto al processo.
In Italia, una causa civile, nei suoi tre gradi di giudizio, primo grado, appello e ricorso in Cassazione, dura non meno di sette anni. L’art. 6, comma 1, del d. lgs. 28/2010, nella sua attuale formulazione stabilisce che “il procedimento di mediazione ha una durata non superiore ai tre mesiprorogabile di ulteriori tre mesi dopo la sua instaurazione e prima della sua scadenza con accordo scritto delle parti”. Pertanto, pur considerando l’eventuale proroga concordemente decisa, le parti in mediazione hanno la possibilità di raggiungere un accordo entro un termine massimo di sei mesi.

3) Le conseguenze processuali (negative) in caso di mancata partecipazione al procedimento di mediazione.
Se è vero che scegliere la mediazione è sempre conveniente, è altrettanto vero che non sceglierla può comportare delle conseguenze negative piuttosto rilevanti sotto il profilo processuale.
Innanzitutto, quando il procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale ai sensi dell’art. 5 del d. lgs. 28/2010, il suo mancato esperimento comporta la dichiarazione di improcedibilità della medesima da parte del giudice. 
Ciò significa che, venendo meno un presupposto processuale fondamentale, ossia l’esperimento del procedimento di mediazione, il processo, pur instaurato, non potrà pervenire ad una pronuncia sul merito e il cittadino vedrà preclusa ogni possibilità di far valere le proprie ragioni in giudizio.
Nello specifico, è tenuto preliminarmente a esperire il procedimento di mediazione, chi intende esercitare un’azione relativa a una controversia in materia di: 
– condominio; 
– diritti reali;
– divisione;
– successioni ereditarie;
– patti di famiglia;
– locazione, comodato;
– affitto di aziende; 
– risarcimento del danno derivante da responsabilità medica e sanitaria;
– risarcimento del danno derivante da diffamazione con il mezzo della stampa; 
– contratti assicurativi, bancari e finanziari;
– associazione in partecipazione; 
– consorzio; 
– franchising; 
– opera; 
– rete;
– subfornitura.
Oltre a tale fondamentale presupposto, l’art. 12-bis del d. lgs. 28/2010, introdotto dalla riforma Cartabia, specificatamente dedicato alle conseguenze processuali della mancata partecipazione al procedimento di mediazione, ribadisce la possibilità per il giudice di desumere argomenti di prova nel successivo giudizio, ai sensi dell’art. 116, secondo comma del codice di procedura civile, dalla mancata partecipazione senza giustificato motivo al primo incontro di mediazione (art. 12-bis, comma 1).
Nei casi in cui la mediazione sia condizione di procedibilità, il giudice:
– condanna la parte costituita che non ha partecipato al primo incontro senza giustificato motivo al versamento all’entrata del bilancio dello Stato di una somma di importo corrispondente al doppio del contributo unificato dovuto per il giudizio (art. 12-bis, comma 2);
– nei casi di cui al comma 2, con il provvedimento che definisce il giudizio, se richiesto, può condannare la parte soccombente che non ha partecipato alla mediazione al pagamento in favore della controparte di una somma equitativamente determinata in misura non superiore nel massimo alle spese del giudizio maturate dopo la conclusione del procedimento di mediazione (art. 12-bis, comma 3);
– quando una delle parti è una pubblica amministrazione di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, quando provvede ai sensi del comma 2, il giudice trasmette copia del provvedimento adottato nei confronti di una delle amministrazioni pubbliche al pubblico ministero presso la sezione giurisdizionale della Corte dei conti, e copia del provvedimento adottato nei confronti di uno dei soggetti vigilatiall’autorità di vigilanza competente, come nelle ipotesi di banche o compagnie assicurative (art. 12-bis, comma 4).

4) I costi moderatie gli incentivi fiscali.
Un ulteriore aspetto che rende senza dubbio vantaggiosa la scelta della mediazione civile è quello legato ai costi e alle spese della procedura e, non da ultimo, agli incentivi fiscali, sui quali la riforma Cartabia ha inciso fortemente, ampliandone i confini e prevedendo una più efficace regolamentazione. 
A tale proposito, è utile tenere presente che tutti gli attidocumenti e provvedimenti relativi al procedimento di mediazione sono esenti dall’imposta di bolloe da ogni spesa, tassa o diritto di qualsiasi specie o natura (art. 17, comma 1 del d. lgs. 4 marzo 2010, n. 28) e che il verbale contenente l’accordo di conciliazione è esente dall’imposta di registro entro il limite di valore di centomila euro, in precedenza fissato in cinquantamila euro (art. 17, comma 2 d. lgs. n. 28/2010). 
Inoltre, nell’ipotesi in cui una parte si trovi nelle condizioni di essere ammessa al patrocinio a spese dello Stato, e la materia rientri tra quelle per cui la mediazione è condizione di procedibilità ai sensi dell’art. 5, comma 1 del d. lgs. 28/2010 e ai sensi dell’art. 5-quater, comma 1 ossia nell’ipotesi di mediazione demandata dal giudice la parte non dovrà versare alcuna indennità (art. 17, comma 6).
Oltre ai costi e alle spese ridotti, la mediazione è indubbiamente conveniente anche sotto il profilo fiscale. Innanzitutto, quando viene raggiunto l’accordo di conciliazione, alle parti è riconosciuto un credito d’imposta commisurato all’indennità corrisposta ai sensi dell’articolo 17, commi 3 e 4, fino a concorrenza di euro 600 (art. 20, comma 1) e nei casi di cui all’articolo 5, comma 1, e quando la mediazione è demandata dal giudice, alle parti è altresì riconosciuto un credito d’imposta commisurato al compenso corrisposto al proprio avvocato per l’assistenza nella procedura di mediazione, nei limiti previsti dai parametri forensi e fino a concorrenza di euro seicento (art. 20, comma 1). 

5) Il titolo esecutivo.
L’accordo raggiunto in mediazione, sottoscritto dalle parti e dagli avvocati che le assistono, costituisce titolo esecutivo per l’espropriazione forzata, l’esecuzione per consegna e rilascio, l’esecuzione degli obblighi di fare e non fare, nonché per l’iscrizione di ipoteca giudiziale (art. 12, comma 1, d. lgs. 28/2010). 
Pertanto, nell’ipotesi in cui una delle parti non rispetti le statuizioni dell’accordo, l’altra parte avrà la possibilità di farne valere il contenuto, mettendolo in esecuzione.
Infine, oltre a prendere in considerazione i cinque motivi sopra illustrati, nel momento in cui ci si accinge a scegliere se partecipare o meno a un procedimento di mediazione, è opportuno chiedersi se l’obiettivo che si persegue sia la ricerca a tutti i costi di torti e ragioni, mantenendo vivo un conflitto che toglie energie e pace, oppure sia quello di risolvere il medesimo conflitto in modo costruttivo e sano, per sé stessi e per tutte le persone coinvolte nella vicenda.
Se la risposta è quest’ultima, allora va da sé che è giunto il momento di dare alla mediazione una possibilità.

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giovedì 27 luglio 2023

Enzo Favata viaggia in treno, con i giovani

Mio viaggio in treno per la Puglia con ragazzi vacanzieri a fianco, sullo stesso vagone in prima classe 

Un treno per la Puglia, con ragazzi e Leopardi. 

 

Erano giorni che volevo fare un post su ciò che mi e capitato  in un Treno per il Salento, in Prima Classe dieci giorni  fa, ma la polemica  che imperversa, mi ha motivato a scrivere.

 

Una   strana coincidenza  mi  ha fatto sedere nella posizione in treno  (da cui ho scattato la foto come ricordo indelebile ) probabilmente la stessa di quella di Alain Elkann Interviews , dalla quale ha scritto un report orribile sui   giovani  lanzichenecchi vacanzieri, perdendo l'occasione di scoprire il loro mondo , quello dei ragazzi.

 

A me invece è capitato l'opposto:

Io e Pasquale Mirra  saliamo a Termoli  per recarci in Puglia per due concerti per Bari in jazz e troviamo il Frecciarossa stracolmo anche  in prima classe, ci sediamo di fronte  uno all'altro e di fianco ad un gruppo di adolescenti liceali che vanno verso Gallipoli,  con  la stessa situazione descritta dal giornalista in abito blu : i ragazzi sicuramente saliti in treno molto tempo prima, parlano senza alzare lo sguardo dai telefonini,  mangiando e  bevendo, stando sdraiati sui sedili, insomma fanno il loro mestiere di "ragazzi che vanno in vacanza"

 

 Stessa situazione di tanti ragazzi come me  che 30 anni fa, viaggiavamo  in treno non in prima classe (oggi esistono le promozioni e l'aria condizionata), magari in seconda con finestrini aperti e puzza di treno, quella che ancora oggi ci  ricordiamo.

 

Non ci sono più i tascapane militari, pieni di tutto, ne le Superga che incendiavano i piedi, non ci sono più  giornali sportivi o  politici, ma i ragazzi che vanno in vacanza sono gli stessi.

 

Nel mentre che  io e  Pasquale parliamo di un nuovo brano da suonare, mi capita di buttare lo sguardo sul titolo del libro, che  il ragazzo  con la maglietta bianca sta leggendo "Giacomo Leopardi  I Canti",  resto sorpreso  dalla singolare lettura per un diciassettenne, continuando  a  parlare osservando il gruppo, di fronte a lui vedo un altro amico che  continua a guardare il calcio  sul telefonino, gli altri due si mostrano foto dai telefoni.

 

Passa un ora e la situazione  di fronte a noi è la stessa della foto,    mi viene voglia di chiedere al ragazzo se legge per qualche esame, lui mi risponde con un sorriso  " lo leggo perché mi piace "  replico  " solo Leopardi ?"

e lui " Come tanti altri scrittori, leggo poesie, amo la letteratura "

 

 Il  ragazzo del calcio replica continuando  a guardare rigori  " a noi lo legge spesso è figo, ma non è un secchione , poi con questa storia delle poesie  le ragazze  vanno sempre da lui e noi...zero ", quello a fianco al lettore di Leopardi  dice "A me piacciono i film quelli lenti con delle storie intriganti,  quelli di azione mi annoiano "

 

A quello silenzioso appoggiato al finestrino chiedo "E tu ? "

 "Boh !? Io ascolto musica quella che piace a mio padre" "Quale ?' "Tutta la musica rock, prog, soul, ma anche Maneskin "

 

 Da quel momento si apre la comunicazione, loro guardano curiosi il software  di scrittura musicale su cui stiamo appuntando il nuovo brano, ci raccontano della scuola , della vacanza e delle aspettative di conoscere  ragazze in spiaggia .

 

La nostra stazione Brindisi arriva presto e le tre ore e mezzo sono volate via, in quel vagone di prima classe abbiamo  fatto un viaggio splendido, arricchito da quei ragazzi spensierati  con le loro vite davanti .

Andando via li saluto ed infine faccio  l'ultima domanda al ragazzo  con la maglietta bianca "che vorrai fare  come studi universitari" lui salutandomi  "voglio fare lo scrittore" .

 

In attesa di scendere sto  in piedi di fronte a  delle persone, ma  non riesco a trattenere il mio entusiasmo e dico al signore attempato  davanti a me  "che forza quei ragazzi , uno legge pure Leopardi

 Lui mi risponde sorridendo 

 " portavo l'eskimo e leggevo l'unità, andavo alle manifestazioni " oggi sono un funzionario del Ministero degli Interni  in pensione , chi lo avrebbe mai detto?  Sono di Bologna, ma  ho conosciuto mia moglie proprio in vacanza da ragazzo  in Salento...

Io rispondo sorridendo 

" Alla loro età non avrei mai pensato che sarei diventato un musicista, pensavo a divertirmi "

il pensionato risponde 

"I ragazzi sono come eravamo noi liberi di inventare il proprio futuro, ora lasciamoli fare i ragazzi è il loro tempo ".

 

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mercoledì 26 luglio 2023

Pensi ancora al glifosato? Ma dai…- Silvia Ribeiro

 

Uno studio scientifico pubblicato nel luglio 2023 mostra che l’esposizione al pesticida agricolo glifosato aumenta in modo significativo la possibilità di soffrire di diabete, perché è un interferente endocrino. Esperimenti di laboratorio e condotti su animali hanno dimostrato che può causare iperglicemia e resistenza all’insulina.

Un altro studio pubblicato nel 2023 dalla UC Berkeley School of Public Health ha rilevato una relazione persistente tra obesità infantile e glifosato nella alimentazione. Lo studio ha seguito 480 madri e le loro figlie e figli per 5 anni. Hanno scoperto che il glifosato e il suo metabolita AMPA sono collegati all’infiammazione del fegato e ai disordini metabolici che causano l’obesità infantile. I ricercatori dell’Università californiana segnalano anche che il glifosato può favorire il cancro e altre patologie al fegato, malattie cardiache, diabete e altre complicazioni sulla salute a lungo termine (https://tinyurl.com/4esfu7zx, riportato nella revisione GMWatch 548, giugno 2023).

Questi studi si aggiungono ai più di 1.200 precedenti che hanno mostrano i gravi effetti dell’esposizione e del consumo di glifosato sulla salute, molti dei quali hanno portato l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’OMS a concludere nel 2015 che questo pesticida è cancerogeno per gli animali e probabilmente per gli esseri umani. Il glifosato, una sostanza chimica creata dalla Monsanto negli anni ’70, era già stato classificato come cancerogeno dall’EPA statunitense nel 1985 e in occasioni successive. Da allora, e soprattutto a partire dal 2015, Monsanto-Bayer ha speso molti milioni di dollari per attaccare scienziati, giornalisti e critici, così come per pagare “scienziati” a noleggio per confutare gli studi indipendenti (USRTK, https:// tinyurl.com/bdebytrk ).

Nonostante l’enorme quantità di evidenze e indicatori dei gravi impatti sulla salute e sull’ambiente del glifosato, il 6 luglio 2023 l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha dichiarato di non avere “preoccupazioni critiche” sui rischi che il pesticida rappresenta.

La spiegazione in breve di questa apparente contraddizione con l’OMS è la pesante influenza in EFSA delle imprese transnazionali dell’agro-tossico, come Bayer, Corteva e Syngenta, che lottano per continuare a trarre profitti avvelenando l’ambiente e facendo ammalare le persone. Questa influenza e questo conflitto di interessi nell’EFSA sono stati dimostrati in diverse occasioni. Ad esempio, uno studio del Corporate Europe Observatory (CEO) nel 2017 ha rivelato che quasi la metà degli esperti dell’EFSA ha conflitti di interesse, essendo pagato direttamente o indirettamente dalle aziende proprietarie dei prodotti su cui pubblicano relazioni ( // tinyurl.com/3t26jjb4 ).

Un meccanismo ripetutamente utilizzato dall’EFSA è quello di ignorare gli studi che mostrano impatti gravi, o esprimere conclusioni truccate, che non sono coerenti con il contenuto degli studi analizzati (vedi ad esempio https://tinyurl.com/3ywy8ex9). Nel comunicato ora emesso, la stessa EFSA chiarisce che “una preoccupazione si definisce ‘critica’ quando riguarda tutti (il corsivo nell’originale) gli usi proposti della sostanza attiva in valutazione” , compresi gli usi prima della semina, dopo il raccolto, le diverse forme di uso e consumo, ecc.

Ciò significa che l’EFSA può riconoscere evidenze anche gravissime relative a uno qualsiasi di questi collegamenti, ma dal momento che non si manifestano in tutti i passaggi considerati, non le esprime come una preoccupazione “critica”. Nella sua dichiarazione del 6 luglio, EFSA afferma che vi sono una serie di lacune e dati ancora in attesa di essere verificati, riconosce la potenziale genotossicità delle “impurità” del glifosato, avverte che la valutazione del rischio per i consumatori non è completa e riconosce chiaramente la possibilità, per i prodotti contenenti glifosato, di causare neurotossicità nello sviluppo e danni al microbioma negli animali, nonché danni alla biodiversità. Nonostante tutto questo, sceglie di annunciare di non avere preoccupazioni “critiche” e apre le porte a un’estensione dell’uso del glifosato, decisione che l’Unione Europea deve prendere in considerazione nel dicembre 2023.

Un’ampia coalizione di organizzazioni sociali, ambientali, di consumatori e sindacati europei ha lanciato questo mese il portale Stop Glyphosate, che spiega perché è urgente abbandonare e vietare l’uso del glifosato. Condividono anche nuovi studi scientifici per quel riguarda il suo impatto sulla salute e l’ambiente (https://stopglyphosate.eu/).

Come ha già fatto in altre occasioni, le conclusioni dell’EFSA ora annunciate non sono supportate dal contenuto degli studi sottoposti all’esame (https://tinyurl.com/3ywy8ex9).

A questo proposito, un gruppo di scienziati della HEAL (Health and Environmental Alliance) ha rivelato che 10 degli 11 studi su animali da laboratorio su cui si è basata l’EFSA mostrano l’insorgenza di tumori associati al cancro come linfoma, cancro del fegato e del rene, tra gli altri. (https://tinyurl.com/39pb9ev2). Tuttavia, l’EFSA non lo classifica come una “preoccupazione critica”.

Questo tipo di argomenti fraudolenti sono gli stessi utilizzati dalle aziende agrochimiche di tutto il mondo, così come dai governi degli Stati Uniti e del Canada che tentano di impedire nel T-MEC al Messico, ad altri 20 paesi e diverse decine città di tutto il mondo, di limitare o vietare il glifosato.

*Ricercatrice del gruppo ETC


Fonte e versione originale in La Jornada

Traduzione per Comune-info: marco calabria

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lunedì 24 luglio 2023

Il valore dei corpi in ostaggio - Nicoletta Dentico


Siamo, forse, al di là dell’immaginario da film dell’orrore. Eppure, il sequestro – da due anni – del corpo senza vita della mamma di Franciska Wanjiru da parte del Nairobi Women’s Hospital, perché la famiglia non può pagare le spese ospedaliere, è la rappresentazione plastica di come il profitto riesca a farsi carne, a ucciderci, e poi a impadronirsi anche del corpo senza vita. Più necropolitica ed espropriazione della vita – e di ogni suo simulacro – ai fini dell’accumulazione di denaro di così, ci pare francamente impossibile. Sia chiaro: non si tratta affatto di un caso isolato, e nemmeno di una “specificità” africana, come spiega magistralmente Nicoletta Dentico in questo articolo, a commento dei nuovi studi di Oxfam che fotografano gli effetti perversi della finanziarizzazione della salute nel Sud del mondo. I protagonisti di queste storie, racconta, sono personaggi del calibro di Arif Naqvi, il fondatore del Gruppo Abraaj che ha convinto le istituzioni finanziarie e l’Onu a indirizzare miliardi di soldi pubblici per incentivare i finanziamenti privati. Il tutto, ma guarda un po’, per la realizzazione dell’Agenda 2030, quella che impazza nei progetti della Ue e nelle ricerche interdisciplinari dei nostri figli a scuola. Semplice il mantra di Navqi: finanziando fondi di azionariato privato come Abraaj, il capitalismo agisce da leva per arricchire gli investitori e intanto «porre fine alle sofferenze dei poveri». La favola s’è incagliata nel 2018, quando il gruppo è stato coinvolto in una delle più grandi frodi della storia, con centinaia di milioni di dollari fatti sparire dal Global Health Market Fund, finanziato anche da Bill Gates. Dice: ma a noi che ce ne frega? Si sa che la povertà di quei mondi, lontani, genera da sempre barbarie. Mica possiamo farci carico degli orrori di tutto il pianeta, abbiamo già sotto gli occhi le loro piaghe, con tutti quei barconi… Neanche per sogno, perché gli ospedali privati raccontati da Oxfam sono foraggiati dalle istituzioni finanziarie europee per la cooperazione allo sviluppo, ma anche dalla Banca Europea per gli Investimenti e la International Finance Corporation, il braccio privato della Banca Mondiale. Il 56% degli investimenti europei è destinato a ospedali privati e a una miriade di provider (privati) che operano tramite intermediari finanziari del comparto sanitario. Le operazioni, in crescita dopo la pandemia, si articolano in una invisibile trama di intermediari finanziari, perlopiù fondi di azionariato privato. Impenetrabili. Hanno sede nei paradisi fiscali – l’80% dei 140 intermediari intercettati da Oxfam sono domiciliati alle Mauritius e alle Isole Cayman. Per i suoi traffici, il capitalismo che estrae valore da ogni forma di vita (e ormai non solo), non usa mica gli scafisti, lavora a una scala diversa.

 

«È terribile vederla così, il suo corpo è trasformato. Non sembra più nemmeno un corpo, ma un ammasso di pietra». Franciska Wanjiru parla della salma di sua madre, trattenuta da due anni presso il Nairobi Women’s Hospital, in Kenya, per il mancato pagamento delle spese ospedaliere. «Imploriamo l’ospedale di restituirci il corpo, almeno come regalo di Natale. Non saremo mai in grado di saldare quel conto, non ha senso che si tengano il cadavere».

Quella di Franciska è solo una delle storie che sgorgano, con rara potenza di denuncia, dalle pagine del rapporto gemellare Sick Development e First, do no Harm. Un lavoro che è frutto di una complessa e coraggiosa ricerca dell’organizzazione umanitaria Oxfam sulla finanziarizzazione della salute che comprende un volo radente sul mondo e un approfondimento specifico sull’India.

Pazienti detenuti negli ospedali come forma di intimidazione

Il debito di Franciska equivale a 43mila dollari. Aumenta ogni giorno, man mano che la detenzione in morte di sua madre continua. La notizia della detenzione dei pazienti e delle salme come forma di intimidazione e di estrazione finanziaria ha attirato l’attenzione della stampa kenyana sin dal 2016. Ma le cattive abitudini sono dure da estirpare. Nel 2017 una donna si è vista trattenere il figlio appena partorito per oltre tre mesi, per l’impossibilità di pagare i 3mila dollari richiesti.

A nulla è servito il pronunciamento di un tribunale contro l’ospedale per violazione della Costituzione. Nel marzo 2021, la Corte Suprema ha imposto al Nairobi Women’s Hospital un risarcimento di oltre 27mila dollari a favore di Emmah Muthoni Njeri, illegalmente detenuta per oltre cinque mesi. Non si contano le ritorsioni contro il personale sanitario per aver affrettato le dimissioni, le pressioni sui medici per richiedere nuove diagnosi, il consiglio di interventi chirurgici inutili. Tutto documentato nel rapporto, inclusa la paura dei familiari che temono ritorsioni sui loro cari.  

 

Dal Kenya all’India, il problema è sistematico

Sia chiaro. Il Nairobi Women’s Hospital non è una mela marcia. E il problema non riguarda solo il Kenya. In molti paesi del sud del mondo, gli ospedali privati sfruttano i bisogni di comunità spesso prive di strutture sanitarie pubbliche. E abusano sistematicamente dei pazienti. Imprigionandoli se non pagano il conto, negando loro il pronto soccorso se sono poveri, strattonandoli finanziariamente con tariffe improponibili anche quando spetterebbero loro cure gratuite. Sospingendoli in un abisso di dolore e impoverimento di cui vengono investiti familiari e amici, e da cui è praticamente impossibile riscattarsi.

Non guardano in faccia a nessuno. In India due ospedali convenzionati, rispettivamente negli stati di Chhattisgarh e Odisha, hanno rifiutato cure gratuite a titolari di assicurazioni governative e altre esenzioni. Costringendo le famiglie di questi pazienti a «conseguenze finanziarie catastrofiche». Oxfam racconta dettagli raccapriccianti: medicinali messi in conto al prezzo gonfiato del 50%, cateteri monouso riutilizzati e addebitati più volte, casi da medicina d’urgenza rifiutati per insufficienza finanziaria (in India vige l’obbligo di cure d’emergenza per gli incapienti).

Neppure il Covid-19 è servito per immunizzare questi avvoltoi. Quale migliore occasione della pandemia, dopo tutto? Hanno volteggiato sulla paura e sui sintomi dei pazienti senza farsi scrupoli. In Uganda, il Nakasero Hospital di Kampala faceva pagare un letto in terapia intensiva l’equivalente di 1.900 dollari al giorno. Al TMR Hospital, i familiari di un paziente poi deceduto a causa del virus si sono ritrovati l’esorbitante cifra di 116mila dollari da pagare.

 

Le storture della finanziarizzazione della salute

La vera patologia sta a monte: i proprietari e gestori di questi ospedali pensano alla salute solo come profitto. I protagonisti di queste storie sono personaggi del calibro di Arif Naqvi, il fondatore del Gruppo Abraaj che ha convinto le istituzioni finanziarie e le Nazioni Unite a indirizzare miliardi di soldi pubblici per incentivare i finanziamenti privati. Il tutto per la realizzazione dell’Agenda 2030. Semplice il mantra di Navqi: finanziando fondi di azionariato privato come Abraaj, il capitalismo agisce da leva per arricchire gli investitori e intanto «porre fine alle sofferenze dei poveri». Ma la favola si è incagliata nel 2018. Il gruppo è stato coinvolto in una delle più grandi frodi della storia, quando si sono volatilizzati centinaia di milioni di dollari dal Global Health Market Fund finanziato anche da Bill Gates. 

Questo scandalo ci riguarda. Gli ospedali privati raccontati di Oxfam sono foraggiati dalle istituzioni finanziarie europee per la cooperazione allo sviluppo. Inseguendo le tracce di circa 400 investimenti si approda a tre distinte entità europee: la British International Investment (BII), la Proparco francese e la tedesca Deutsche Investitions und Entwicklungsgesellschaft (DEG). Ma anche alla Banca Europea per gli Investimenti (BEI) e alla International Finance Corporation (IFC), il braccio privato della Banca Mondiale. La ricerca individua 358 investimenti in aziende sanitarie private nel sud globale fra il 2010 e il 2022, per un totale di 3,2 miliardi di dollari. Il 56% degli investimenti europei è destinato a ospedali privati e a una miriade di provider privati che operano tramite intermediari finanziari del comparto sanitario.

Fondi per la salute che finiscono nei paradisi fiscali

La mobilitazione finanziaria verso i privati per la salute dei Paesi in via di sviluppo si aggancia oggi agli Obiettivi di sviluppo sostenibile, in particolare alla copertura sanitaria universale, nel più avvilente deficit di trasparenza e accountability. Le molteplici operazioni, in crescita dopo la pandemia, si articolano in una invisibile trama di intermediari finanziari, perlopiù fondi di azionariato privato. Impenetrabili. Hanno sede, infatti, nei paradisi fiscali – l’80% dei 140 intermediari intercettati da Oxfam sono domiciliati alle Mauritius e alle Isole Cayman. 

Privatizzazione e finanziarizzazione della salute vanno allegramente a braccetto nel sud del mondo con i nostri soldi, a nostra insaputa. Ma il rapporto di Oxfam dà la sveglia anche a noi: l’alternativa alla salute pubblica, che stiamo perdendo in Italia, è una disumanizzazione sanitaria.


Questo articolo si deve alla collaborazione con Valori

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