giovedì 28 febbraio 2019

Quasi amici, sempre nemici. Pastori sardi, antispecisti e altri animali – Niccolò Bertuzzi, Giulio Sapori



A partire dall’analisi politica della questione “pastori sardi”, cerchiamo di mettere in evidenza i problemi che impediscono, troppo spesso, un incontro tra movimento antispecista e gran parte dell’area antagonista, con la convinzione che si possano pensare rapporti più fecondi tra le diverse lotte. 
O, almeno, ci proviamo.
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Introduzione
Noi ci proviamo… non è il massimo iniziare così un articolo, ma siamo consapevoli che stavolta sia necessario. E siamo altrettanto consapevoli che molto probabilmente saremo attaccati da entrambi i fronti che vorremmo vedere dialogare e lottare congiuntamente. Seppur con diversi gradi di rispettivo coinvolgimento, apparteniamo infatti a due mondi attualmente separati ma che (a nostro avviso) dovrebbero essere uniti: quello che definiamo qui genericamente antagonista (composto da soggettività e istanze anticapitaliste, territoriali, anarchiche, etc) e quello antispecista. Le nostre “bolle social” (che, volenti o nolenti, strutturano ormai anche i dibattiti militanti) sono letteralmente impazzite negli ultimi giorni, diventando schiave di una schizofrenia binaria: da una parte l’indignazione antispecista per lo sfruttamento animale e l’enorme spreco di latte da parte dei pastori sardi; dall’altra, l’indiscusso appoggio da parte delle aree di movimento antagonista verso i pastori medesimi. Questo articolo si propone di evidenziare le criticità di entrambe le posizioni.
Digressione: (nostra) definizione di antispecismo.
L’antispecismo è un movimento politico, basato su un impianto ideologico che ripudia qualsiasi gerarchia e discriminazione in base a razza, genere, stato sociale e specie. In sostanza, la sua specificità risiede nel non accettare e non giustificare quello che per molti è perfettamente naturale: la supremazia umana sul “non-umano”.
Pur condividendo questa base, il movimento antispecista non è unitario, soprattutto sul piano strategico. Per semplificare diciamo che al suo interno vi sono almeno due posizioni: una ritiene che questo movimento debba portare avanti, in maniera specifica, gli interessi degli altri animali; l’altra invece lega la questione animale ad altri temi politici di pari rilevanza (anticapitalismo, antirazzismo, ecologismo, etc.). La prima persegue la liberazione animale; la seconda la liberazione “totale” di animali umani e non.
Detto ciò, dobbiamo costatare che, presso la società civile, ma anche (quasi sempre) presso ambienti antagonisti, l’antispecismo viene considerato, quando va bene, come un “di più” politicamente irrilevante, un vezzo di anime sensibili; quando va male (quasi sempre) addirittura dannoso.
Perché protestano i pastori sardi?
Innanzitutto, questa ondata di protesta non è una novità assoluta. Senza avventurarci in (discutibili) paragoni con la vicenda “quote latte” che interessò la Brianza alcuni anni fa, lo stesso Movimento dei Pastori Sardi è stato protagonista di varie mobilitazioni, il cui picco fu toccato a inizio anni Novanta, con una dura manifestazione durante la quale, fra l’altro, furono lanciate pecore morte contro il palazzo della Regione Sardegna.
Oggi come ieri i pastori lamentano il basso prezzo a cui, in certi periodi di calo della domanda, devono vendere il latte ai caseifici che lo trasformano principalmente in Pecorino D.o.p.. Nei mesi scorsi si è verificata una drastica contrazione della domanda di Pecorino dagli USA – principali acquirenti e consumatori di un prodotto che anche in Italia ha subito da tempo un calo nelle vendite – e una conseguente sovrapproduzione di latte. Ciò ha portato ad una spirale di abbassamento dei prezzi, alimentata dall’accettazione da parte di alcuni pastori di vendere il latte a prezzo più contenuto, per resistere alla concorrenza di mercato. In sostanza si tratta di una crisi da sovrapproduzione. Per far fronte a questa situazione, i pastori chiedono un intervento statale che riporti il latte a un prezzo più congruo e valorizzi il loro lavoro. Le misure proposte e negoziate con il ministero delle politiche agricole sono state principalmente due: acquisto da parte del ministero delle eccedenze di pecorino, e innalzamento del prezzo del latte a 1 euro al litro (dopo la discesa a 60 centesimi delle ultime settimane).
E quindi?
E quindi, chi ha ragione? Da una parte vi sono gli antispecisti che denunciano lo sfruttamento dei veri produttori del latte, gli animali da cui questo prodotto viene estratto. Sinteticamente questa posizione, connotata da varie sfumature, si divide in due filoni principali: coloro che ritengono i pastori sfruttatori senza se e senza ma, e coloro che invece – pur restando fermi su posizioni antispeciste e dunque attente allo sfruttamento animale – individuano nei pastori stessi degli sfruttati. Ripetiamo: vi sono sfumature, ma servirebbe un saggio per analizzarle; questa dicotomia è funzionale allo spazio di un articolo. Dall’altra parte vi sono gli ambienti di movimento antagonista (oltre alla quasi totalità della politica e della “società civile”) che appoggiano unilateralmente le richieste dei pastori.
A nostro avviso entrambe le posizioni soffrono di alcune debolezze. Partiamo dagli antispecisti.
L’errore sostanziale di molti antispecisti è di voler prendere una posizione netta contro i pastori, in quanto soggetti che sfruttano in maniera diretta gli altri animali. I rapporti di forza all’interno di questa società infatti sono distribuiti in maniera disuguale e i pastori, seppur sfruttatori, sono comunque degli sfruttati. In una controversia come questa, in cui la questione animale sparisce completamente dalla sensibilità e dall’attenzione pubblica – tanto è forte la retorica del pastore sardo sfruttato come un Davide di fronte a Golia – l’approccio più politicamente avanzato del movimento antispecista sta nel richiamare l’attenzione al fatto che esista un altro Davide ancor più subordinato del primo. Questo, lo diciamo en passant, è un punto delicato: l’incrociodi più assi di potere, per cui su alcuni assi un soggetto è uno sfruttato mentre su altri è ritenuto un privilegiato è un’acquisizione dell’approccio intersezionale che gli stessi antagonisti applicano, ma (quasi) sempre soltanto in ambito umano.
Per i più, in una situazione come quella riguardante il costo del latte, non si pone altra questione che non sia lo sfruttamento lavorativo dei pastori sardi. Fanno bene dunque gli antispecisti a rendere presente l’assente: a indicare che il latte, prima di essere una merce, è vita altrui sottoposta a sfruttamento e prodotta come “vita a buon mercato” dal sistema capitalista. Ma fanno male quando non vedono che anche il lavoro del pastore è prodotto come “lavoro a buon mercato” dal medesimo sistema.
L’errore è quindi di prospettiva: considerare l’uno senza considerare l’altro.
Un errore speculare lo commettono i movimenti antagonisti che prendono in considerazione solo lo sfruttamento dei pastori, non considerando minimamente lo sfruttamento animale. Questo posizionamento, dichiaratamente antropocentrico, li rende più affini (lo diciamo con estrema amarezza) a un Salvini – che in un suo recente post non ha mancato di criticare i vegani come nemici dei pastori, e quindi del popolo – che a un militante antispecista.
Siamo consapevoli dell’attuale distanza di gran parte del mondo antagonista rispetto all’accoglienza di una prospettiva antispecista. La questione si pone da anni, e non di rado alcune formulazioni teoriche hanno trovato delle convergenze. Lo scoglio, tuttavia, si ha quando la formulazione teorica viene calata nelle lotte effettive. Anche in questo caso sarebbe necessario un saggio per dipanare l’argomento[1]; ci limitiamo a dire che, se da una parte è ingenua la pretesa che ad oggi le istanze antispeciste siano accolte senza problemi dai movimenti antagonisti, dall’altra lo è la pretesa di ridurre l’antispecismo a presa di posizione etica, quando non a semplice “zoofilia”. In altri termini: un conto (un conto sbagliato, secondo noi, ma quantomeno “comprensibile”) è dire: “sono più importanti i pastori”; un altro conto è dire: “dato che sono più importanti i pastori, anche tu compagno/a antispecista, dovresti momentaneamente lasciar perdere la questione dello sfruttamento animale”. Lo abbiamo letto, e oltre a trovarlo irrispettoso nei confronti degli animali, lo troviamo nefasto in una minima ottica intersezionale.
Un altro errore che abbiamo notato in molti discorsi “pro pastori” riguarda la rappresentazione “neocoloniale” sia della Sardegna, vista come terra poco civilizzata, matrice di valori autentici, sia dei pastori dipinti come dei “buoni selvaggi” che proteggono le sacre tradizioni avite: un’immagine simbolicamente violenta e politicamente discutibile. Lo scontro tra pastori sardi e politica, infatti, è uno scontro totalmente “contemporaneo”, legato a problemi di mercato (gli squilibri tra domanda e offerta). Ed è uno scontro corporativo, non di sistema: la loro richiesta è che Stato e Regione – quindi la fiscalità generale – intervengano economicamente per comperare le eccedenze di latte invenduto, riportando così il prezzo del latte a un livello accettabile. Non è una lotta di classe, né una “ribellione”, ma è una semplice richiesta – fatta in modo un po’ spettacolare – di sostegno economico che si esaurirà una volta raggiunto il proprio obiettivo riformista.
E pensiamo anche che la diatriba sarà risolta in tempi brevi, viste le imminenti elezioni regionali in Sardegna, di domenica 24 febbraio. Il modo in cui è stata trattata la questione degli aiuti pubblici ai pastori giocherà un ruolo non marginale nella distribuzione dei voti. E, fra tutti i partiti, la Lega è quello che saprà probabilmente capitalizzare al meglio questa situazione. Mentre scriviamo, le trattative fra governo e pastori sono in pieno svolgimento: l’ultima proposta dei pastori sardi uniti parla di un innalzamento del prezzo a 80 centesimi da subito (dopo la proposta fatta una settimana fa dal ministro Centinaio di arrivare a 72 centesimi) e di un aumento a 1 euro prima di fine stagione. Inoltre, Coldiretti ha speso parole di apprezzamento per l’impegno profuso dalla Lega nel risolvere la vertenza: un endorsement di un certo peso.

Il turismo che crea disuguaglianze - SET – Sud Europa di fronte alla turistificazione


Titina è un’abitante storica del centro di Napoli. Ha 76 anni, cammina appoggiandosi a una stampella e percepisce la pensione minima. Vive insieme alla figlia, casalinga, al genero e a due nipoti. Stanno tutti insieme, in un bilocale in un vicolo nel cuore del centro storico. Marianna invece ha 30 anni, è una brillante ricercatrice e vive in affitto a piazzetta Nilo. Per i giovani che fanno un dottorato di ricerca la vita è dura, perché le borse di studio italiane sono tra le più basse in Europa, così lei arrotonda facendo lezioni private di latino e greco.
Fino a qualche anno fa erano tante le persone che vivevano nel centro pur non avendo un reddito elevato: gli affitti e il costo della vita erano accessibili a tutti. Poi è arrivato il turismo. Inizialmente è sembrata una manna dal cielo: non è sembrato vero ai napoletani che la città passasse dall’immagine dipinta sui giornali di tutto il mondo con le tinte nere dell’emergenza rifiuti ad un’immagine di una Napoli sfavillante e piena di turisti. Ma il sogno ad occhi aperti nel giro di pochi anni si è trasformato in un incubo. I proprietari hanno iniziato, uno dopo l’altro, a sfrattare gli inquilini per investire nella nuova corsa all’oro: le case vacanze. Un appartamento che prima poteva rendere – come quello di Titina – al massimo 600 euro al mese oggi può essere affittato ai turisti anche a 50 euro a notte.
La famiglia di Titina aveva pagato regolarmente il canone d’affitto per 15 anni, ma durante il boom del turismo era stata costretta a non pagare per quasi un anno. Il genero, che ha ricominciato da poco a lavorare, aveva subito un brutto incidente sul lavoro. La famiglia aveva provato ad accedere al fondo di “morosità incolpevole” (un fondo statale messo a disposizione dei Comuni in emergenza abitativa proprio per i casi come quello di Titina), mail proprietario aveva risposto con un secco rifiuto: girava voce nel quartiere che anche lui avesse intenzione di trasformare l’appartamento di Titina in una casa vacanze.
Marianna, invece, aveva sempre pagato regolarmente l’affitto. Eppure il proprietario le ha intimato di andar via prima della scadenza del contratto: il suo monolocale doveva essere ristrutturato e trasformato in una casa vacanze. Marianna ha protestato, ma per tutta risposta il proprietario le ha staccato il gas.

In entrambi i casi trovare una nuova casa si è rivelata un’operazione disperata. Una fetta enorme di appartamenti, infatti, negli ultimi anni sono scomparsi dal mercato residenziale per ri-materializzarsi sotto forma di case vacanze su Airbnb e Booking, spesso esentasse. A gennaio a Napoli risultano 7.169 annunci sul portale Airbnb, concentrati soprattutto nel perimetro Unesco, all’interno di un’area che misura circa 10km2. Il 59,3% di questi annunci non si riferisce a stanze singole ma ad interi appartamenti. Migliaia di case sottratte all’abitare e trasformate in strutture ricettive. L’effetto sul mercato immobiliare non ha tardato a farsi sentire: secondo l’agenzia Tecnocasa, le transazioni immobiliari ad uso investimento sono cresciute del 41% negli ultimi quattro anni. A sua volta la proliferazione delle case vacanze ha prodotto una crescita degli affitti dei pochi immobili rimasti sul mercato residenziale:Idealista ha stimato che nell’ultimo anno a Napoli le pigioni sono aumentate dell’8,6%, mentre il tasso di disoccupazione resta altissimo. Il lavoro prodotto dal turismo, infatti, spesso è a nero e la crescita del costo della vita non è minimamente proporzionale a quella dei salari.
Eppure la forza della narrazione di Airbnb è proprio quella di far apparire la sharing economy come un sistema in cui tutti si arricchiscono senza alcun bisogno di regole. A guardare i dati, invece, si scopre che i pochi che usano il portale per affittare la propria stanza in modo da integrare un reddito scarso sono una minoranza. Una moltitudine di proprietari – multiproprietari, agenzie e società private – rappresentano la vera fonte di guadagno per il portale, la cui sede è in un paradiso fiscale. Airbnb protegge i propri utenti non fornendo alcun dato né ai Comuni né agli enti preposti ai controlli: così molti gestiscono una vera e propria attività d’impresa evadendo il fisco, ben protetti dalla privacy.
Dopo mesi di ricerca Marianna al momento vive senza gas. Dopo due anni, invece, Titina e i suoi familiari hanno trovato una nuova casa grazie al passaparola innescato dal nodo napoletano della rete SET. In quest’ultimo anno SET, insieme alla rete Magnammece ‘o pesone che da anni è impegnata sul fronte dell’emergenza abitativa, ha organizzato vari picchetti antisfratto consentendo alla famiglia di Titina di avere il tempo di trovare una sistemazione dignitosa.
SET (Sud Europa di fronte alla Turistificazione) è una rete europea di associazioni e collettivi di alcune delle città del Sud Europa che in questi anni sono state travolte dall’ondata turistica – tra cui Venezia, Valencia, Siviglia, Palma, Pamplona, Lisbona, Malta, Malaga, Madrid, Barcellona. Nata in sinergia con la mobilitazione di diverse città iberiche, la rete SET – si legge in un comunicato stampa – intende “promuovere a livello internazionale una riflessione critica sulla turistificazione e un coordinamento di analisi e pratiche alternative”. Sebbene l’industria turistica, infatti, non si manifesti con le sembianze fisiche della fabbrica, il suo impatto sul territorio non è meno significativo. Se i centri urbani diventano terreno per la monocultura turistica, gli abitanti, espulsi a causa del rialzo dei prezzi e della sottrazione dal mercato residenziale di un numero di immobili sempre più elevato, si riverseranno nelle periferie in cui si assisterà ad un ulteriore rialzo dei prezzi.
Un effetto a catena le cui vittime sono, come sempre, gli ultimi: chi non ha una casa di proprietà, chi lavora a nero, chi ha un basso reddito. Le conseguenze della crescita incontrollata del turismo sono già visibili a Venezia: nel centro della città, ormai spopolato e turistificato, l’amministrazione ha imposto un biglietto d’ingresso ai turisti, mentre nella periferia di Mestre si prospetta la costruzione di nuovi alberghi. Negli ultimi anni il “capitalismo di piattaforma”, cioè la nascita di portali come Airbnb e Booking, ha imposto una nuova accelerazione al processo di turistificazione delle città. L’Italia è il terzo mercato mondiale per la piattaforma Airbnb e il 73% degli alloggi italiani attualmente disponibili sono interi appartamenti. Tra il 2014 e il 2015 le abitazioni private utilizzate per locazioni turistiche temporanee hanno avuto un incremento del 553%. Questi dati sono destinanti a crescere di pari passo con l’incremento del flusso turistico mondiale che la UNTWO (World Tourism Organization delle Nazioni Unite) stima in crescita dell’80% entro il 2030.

Il turismo è un’industria e come ogni industria ha bisogno di essere regolata, tutelando gli abitanti delle città su cui essa insiste. Delocalizzare i flussi turistici, come pure in Italia stanno proponendo (nel migliore dei casi ingenuamente) alcune amministrazioni “volenterose”, non risolve il problema ma lo moltiplica, perché i flussi sono destinati a crescere in modo indipendente e a investire sempre nuovi quartieri. SET sta lottando perché le amministrazioni si adoperino affinché le città restino uno spazio di democrazia sociale e non si trasformino in “città vacanze” senza abitanti. Le istituzioni italiane, a partire dalle amministrazioni comunali, devono trovare il coraggio di convocare le piattaforme turistiche e di porre ad esse dei limiti come hanno già fatto i comuni di Londra e Amsterdam, dove la piattaforma Airbnb ha il divieto di pubblicare annunci privati riguardanti interi appartamenti per un periodo superiore a tre mesi all’anno. Anche le amministrazioni italiane devono agire in tempo perché la casa resti un bene primario, un diritto per tutti e tutte, e perché il turismo senza regole non si trasformi in nuovo, infernale strumento di diseguaglianza sociale.

da qui

mercoledì 27 febbraio 2019

Pastori sardi non buttate il latte - intervista a Gavino Ledda


«I pastori hanno ragione ma la loro protesta è in parte sbagliata. Il latte non si butta: con tutti i poveri che ci sono…. Meglio sarebbe allora cercare di bloccare le elezioni presentandosi davanti ai seggi con le roncole: non per usarle, no, ma per farsi arrestare». È un fiume in piena Gavino Ledda, e si capisce: la protesta dei pastori sardi esasperati dal prezzo troppo basso del latte lo ha riportato alla giovinezza passata facendo il pastore, e raccontata nel famosissimo romanzo autobiografico “Padre padrone”.

Non pensa che queste elezioni possano aiutare a risolvere la crisi? 
«Non serviranno a niente, con i politici che ci ritroviamo. E non parlo solo della Sardegna: anche quelli di Montecitorio - Salvini, Di Maio, il presidente Conte che ora viene qui a cercare voti - quando parlano di pastorizia e di agricoltura non sanno quello che dicono. E non hanno neanche l’intelligenza di scegliersi consulenti che ci capiscano di agraria».

Buttare il latte è servito ad attirare l’attenzione sull’industria casearia che lo paga 60 centesimi al litro. Ma com’è nata questa situazione? 
«È un problema che è nato già negli anni Cinquanta, quando facevo il pastore io. E e a risolverlo non basteranno i soldi che si otterranno con le proteste. Il primo problema è dentro l’ovile: il pastore dovrebbe avere 100, 150 pecore. Invece oggi c’è chi ne ha tremila, ci sono capitalisti della pecora. Si sono fatti contagiare dal petrolchimico, sono diventati pastori alla Rovelli».

Cosa vuol dire? 
«Negli anni Sessanta a Ottana e a Porto Torres sono state costruite industrie chimiche, di Nino Rovelli e altri, che hanno portato all’isola pochi benefici e molti danni. Era un tentativo maldestro e malsano di eliminare le pecore e di intrappolare i pastori: un po’ quello che gli americani hanno cercato di fare con gli indiani, uccidendo i bisonti. Con la complicità di molti politici sardi, gli industriali hanno pensato di procurarsi un serbatoio di forza lavoro da spremere nelle fabbriche. E molti sardi ci sono cascati: si sono liberati dalle pecore e sono diventati servi nelle industrie. Alla fine la pecora ha vinto sulla petrolchimica, per fortuna. Ma una quantità di terreni sono stati abbandonati. Molti ex pastori hanno cercato lavoro all’estero, altri sono tornati a occuparsi di pecore nel Lazio o in Toscana».

E le aziende che producono il formaggio che colpe hanno? Il pecorino “romano”, un prodotto sardo Dop, è un successo mondiale. Sembra assurdo che chi fa il latte abbia guadagni ridotti all’osso. 
«Finora ho parlato dei mali interni all’ovile che hanno causato la crisi. Ma ci sono anche mali esterni, non meno importanti. Questo è il primo. Sull’isola ci sono tre grandi caseifici che hanno sempre fatto il bello e il cattivo tempo. Avranno pure aiutato i pastori in periodi di difficoltà, negli anni passati. Ma oggi gli rendono la vita impossibile. Va bene fare il pecorino che richiede il mercato, ma le aziende devono anche fare altri formaggi. E i pastori devono tornare a farlo come si faceva un tempo, sporcandosi le mani. Quando sono passato da Thiesi e ho visto i pastori che bloccavano la strada e che buttavano il latte nel ruscello sono rimasto sconvolto. Le proteste mi hanno colto di sorpresa perché negli ultimi mesi ho vissuto fuori, ero sul set di un film di Salvatore Mereu, “Assandira”. Quando sono tornato a casa ho continuato a concentrarmi sul personaggio che interpreto: a dimenticare di essere Gavino Ledda per diventare Costantino Saru. Ma quel giorno ho visto il latte buttato via, una cosa che non avevo mai visto nei miei ottant’anni di vita. Ho sentito belare le pecore e mi sono ricordato di essere Gavino Ledda. Ho capito che quella non era una crisi improvvisa, ma una situazione che peggiora da anni. E che finora si è cercato di risolvere mettendo toppe che sono servite solo a bucare i pantaloni».

La Regione potrebbe fare di più? 
«La Regione fa solo danni. Da quindici anni interviene dando soldi, 20 euro l’anno per pecora, con i fondi della comunità europea, e questo spinge i pastori ad accumulare animali, quando dovrebbero occuparsene con cura, come ho fatto io nei miei quindici anni di vita da pastore. Molti pastori oggi sono scansafatiche, scaricano il latte nei caseifici e vanno al bar a bersi quello che hanno guadagnato. La Regione invece dovrebbe studiare come inventare la pastorizia del Tremila. E come conciliarla la cultura del Tremila con la soluzione vera, che sta nel ritorno alla tradizione, all’ovile omerico».

Omerico, addirittura? 
«Al massimo possiamo arrivare a Leonardo da Vinci... È l’ovile che ho conosciuto io, ed è quello che garantisce la qualità del latte sardo: un ettaro di terra ogni cinque pecore, la rotazione delle coltivazioni e del pascolo. Pastorizia e agricoltura devono andare di pari passo. In questo modo avremo famiglie autosufficienti, che non producono solo latte e non hanno bisogno di spendere per mangimi canadesi, e pecore trattate con amore. Perchè lasciatelo dire a me che sono stato pastore ma sono anche un poeta: se mungi la pecora malvolentieri, il latte viene cattivo».

lunedì 25 febbraio 2019

MIGRANTI E MACELLAI: salvati dalla Sea Watch, assunti in macelleria - Annamaria Manzoni




La notizia, così come è data, è una di quelle che allargano il cuore, almeno di coloro che negli immigrati non vedono nemici da cui difendersi, ma umani in difficoltà meritevoli di solidarietà : tre di loro hanno iniziato una nuova vita, assunti da un imprenditore in un paesino della Calabria, all’interno della Sila: fanno i macellai. 
Si tratta di tre giovani africani, arrivati da paesi dannati per violenza e povertà (Nigeria, Sierra Leone, Guinea Bissau) con viaggi divenuti drammaticamente usuali, segnati dal deserto e poi da anni di una prigionia fatta da torture irriferibili quale unica cifra della relazione con i potenti e i prepotenti del luogo, e infine un tutt’altro che scontato salvataggio in mare. L’assunzione ( a tempo indeterminato !!!) è un epilogo insperato, del quale il datore di lavoro e i suoi concittadini  rivendicano orgogliosi l’iniziativa generosa e i tre immigrati considerano una opportunità, che riverbera sull’Italia e gli italiani sentimenti di apprezzamento e gratitudine.

Lieto fine quindi? Forse, ma anche qualche riflessione un po’ più molesta, stimolata dall’associazione con realtà analoghe, più in grande stile, ma di segno davvero simile, considerato che il lavoro di cui si parla contempla il portare a termine “quasi tutto il ciclo della produzione”: in altri termini, la macellazione degli animali. L’associazione è con la notizia di un paio di anni fa, proveniente dal Canada, dove il ministro federale dell’occupazione pensò di assumere rifugiati siriani nei macelli della federazione, in risposta alla  non disponibilità dei cittadini canadesi, pur afflitti da una crescente disoccupazione, ad accettare un lavoro basato sull’uccidere animali e lavorare le loro carni. Per quanto riguarda l’assunzione dei tre ragazzi, ci si chiede come mai, in una terra come la Calabria, gravata da indici di disoccupazione alle stelle,  quei posti non risultassero già occupati da cittadini italiani.

Spesso il lavoro non lo si può scegliere e, quando si è in reale difficoltà, tanti sono i compromessi che si è disposti ad accettare: ma ciononostante, e pure in periodi di crisi conclamata, quello del macellaio conserva evidentemente la forza respingente che ha sempre portato con sé, fin dall’antichità: lavoro fondamentale visto il grande apprezzamento della carne, come alimento; e lavoro “onesto”, visto che non trasgredisce norma alcuna. Malgrado tutto ciò, lavoro connotato da un disprezzo non espresso a parole, ma nei fatti, tanto forte da assumere una chiara valenza sociale, che lo vede riservato da sempre agli schiavi o, in mancanza,  agli strati più miseri della popolazione. Non molto è cambiato nella sostanza nel corso di secoli e millenni: ancora oggi in India a svolgerlo rimangono i paria, sopravvissuti nei fatti alla propria eliminazione legale quale casta reietta; negli Stati Uniti lo fanno spesso gli immigrati clandestini, provenienti dal Messico, senza diritti e senza riconoscimenti, e di conseguenza facilmente ricattabili. In Canada il ricorso agli immigrati esce dalle pieghe del sottobosco illegale ed assume i risvolti di una proposta strutturata, colorata dalle sfumature dell’accoglienza. In Australia si ricorda l’iniziativa di instradare i carcerati al lavoro di macellaio, in preparazione a quello futuro, da esercitare nel mondo libero una volta scontata la pena[1].

Una tale omogeneità di atteggiamenti, sparsa per i continenti, non può certo essere casuale: di fatto quella nei macelli è rimasta attività negletta, a causa delle  pesanti condizioni in cui viene effettuata e dei salari tutt’altro che appetibili, ma anche per la connotazione tossica che mantiene, e ancora di più per quello che a volte è lo sconquasso psichico che il lavorarci dentro comporta: si tratta di stare a contatto con la morte violenta di esseri senzienti per la durata della giornata lavorativa, pungolarli ad avanzare nel terrore verso la propria morte, indifferenti alle loro urla disperate che pure invadono le orecchie, agire su di loro con una brutalità, che è parte integrante, imprescindibile, del lavoro stesso:  sangue, vomito e feci intorno.

Lo svolgimento della vita di umani e nonumani nei macelli è denunciata nella sua insopportabile durezza  da almeno un secolo, da quando il libro The jungle[2] (Upton Sinclair, 1906) ne portò allo scoperto tutto l’orrore: significativo che le reazioni sdegnate che ne seguirono furono innescate  molto più dallo scandalo per le terribili condizioni igieniche, foriere di  possibili conseguenze per gli umani,  che dall’indignazione per il trattamento degli animali.  

Ancora oggi, pur sulla scorta di un’accresciuta sensibilità nei confronti degli animali, a smuovere le coscienze nei confronti della realtà dei mattatoi non sempre è la loro difesa: non è raro, infatti,  che le inchieste siano seguite solo da  una sorta di denuncia sindacale, per la violazione dei diritti dei lavoratori: come se fossero solo questi i diritti violati. Denuncia sindacale che comunque resta imperfetta, incapace com’è di mettere a fuoco, tra i tanti rischi e i fattori patogeni di cui i lavoratori sono vittima, il peso psichico, le ricadute sull’emotività,  l’incidenza negativa su aspetti della personalità,  tutti elementi che talora si strutturano in vere e proprie patologie psichiche, che restano ancora escluse dal focus  della salute sul lavoro.  

A questa omissione dovrebbe ormai essere posto rimedio data l’esistenza di studi che hanno  inquadrato con un nome e dato diritto di riconoscimento al forte disagio, che può derivare dall’essere perpetratore in prima persona di una violenza reiterata, legale o meno che sia: si tratta di un disordine psichico, il “trauma del perpetratore” (PITS, Perpetration-Induced Traumatic Stress), conseguente alla partecipazione diretta ad uccisioni di massa, che si manifesta con sintomi quali depressione, dissociazione, paranoia, ansietà, panico, abuso di sostanze, incubi violenti. Se primi oggetti di studio sono state le situazioni caratterizzate da vittime umane, le stesse dinamiche sono ormai riconosciute anche nei contesti in cui le vittime sono animali; tipico il caso, per esempio, di veterinari indotti a procurare la morte di molti soggetti sani, per esempio in risposta ad una “superproduzione”, un eccesso di individui, scomodi al “sistema”. In altri termini, uccidere a ripetizione può traumatizzare chi lo fa: anche se si tratta di Animali.

Approfondire la situazione nei macelli, luoghi gravati da “ambiguità morale” secondo le parole della sociologa australiana Nik Taylor, fino a riconoscerne la potenziale essenza patogena per i lavoratori, potrebbe avere conseguenze davvero grandi.

La vita dannata al loro interno è testimoniata, oltre che dai filmati clandestini, dalla letteratura, per sua stessa natura in grado di vivificarne la rappresentazione con la costruzione di personaggi che ne portano in sé la drammatica complessità. E’ il caso della brasiliana Ana Paula Maia con il suo “Di uomini e di bestie”[3], libro in cui il mattatoio emerge come luogo oscuro e maleodorante e i lavoratori come bastardi “nessunizzati”, calati in una catena di morte che uccide decine o centinaia di  animali al giorno, per pochi centesimi ognuno volendo fare i conti. Per loro ogni giorno è dramma; qualcuno è parte così incistata nel meccanismo violento delle uccisioni da prolungare artatamente la sofferenza delle vittime per gustare il piacere perverso che ne deriva;  qualcuno è emotivamente anestetizzato, incapace di modulare le proprie reazioni a seconda che  abbatta un bue nel mattatoio o invece  un motore in un’officina;  qualcuno restituisce alla volontà divina la responsabilità del lavoro sporco che gli tocca fare a beneficio di altri, che non ci stanno a svolgerlo.  Chi possiede una capacità empatica che dilata nel suo petto la sofferenza di ogni animale come fosse  propria, incanala la sua protesta nel ruolo di giustiziere e ripropone contro un compagno di lavoro sadico lo stesso gesto con cui stordisce ogni animale: spaccandogli la testa, senza esitazione e senza rimorsi, perché lui si che se lo è meritato, non come i buoi dagli occhi neri e profondi che cercano inutilmente il suo aiuto dall’ingiustizia o le pecore, che si inginocchiano e piangono quando muoiono. Lì dentro uomini e animali respirano lo stesso odore della morte, gli uni e gli altri vittime: ma solo gli animali davvero innocenti, perchè “gli uomini delle bestie” sono al tempo stesso anche carnefici, per sempre contaminati dal sangue.

Per tornare alla notizia di apertura: per quanto non siano disponibili dati statistici sulla provenienza dei lavoratori nei macelli italiani, gli stranieri sono di certo molti, in alcuni casi, come pare nel macello di via Treves a Torino, addirittura la totalità degli assunti.  Se il lavoro di macellare gli animali sta progressivamente diventando appannaggio di immigrati,  bisogna aggiungere un’ulteriore riflessione: chi arriva da terre di guerra, sangue, morte e sopraffazione, immesso in un luogo di altro  sangue,  altre morti e altre sopraffazioni, è condannato a rivivere in forma diversa  le tragedie da cui ha tentato di fuggire: passare dal ruolo di vittima a quello di carnefice non esenta dalla immersione in un inferno di sofferenza, quando forse nelle speranze e nei progetti vi erano pace e solidarietà.

E’ il tempo di vedere i mattatoi per quello che sono, luoghi di violenza, fucine di brutalità, destabilizzanti per loro stessa natura. La risposta, se vogliamo restare umani, non è riservarli a chi sta peggio: è tempo di chiuderli, perché, diceva Guido Ceronetti, “per quanta giustizia possa esserci in una città, basterà la presenza del mattatoio a farne una figlia della maledizione”.

[1] Programma “Sentenced to a Job” del Governo del Territorio del Nord del continente australiano.

[2] Upton Sinclair: “The jungle”, Net, Milano 2003.


[3] Ana Paula Maia: “Di uomini e di bestie” , La nuova frontiera 2016



domenica 24 febbraio 2019

Ogni sabato, dieci funerali - Maria Rita D’Orsogna



It’s hell here. 
People go to polluted streams to fetch drinking water. 
We inhale the polluted air, farm and fish from 
the same polluted environment.

Kpobari Vieme, Gokana, Nigeria
.
Ecco un altra storia e un’altra umanità che il Corriere della Sera non racconterà mai. È una storia di disperazione e di Eni, di povertà e di Nigeria. La bimba si chiamava Mary e per tre anni il suo corpicino era stato coperto da insopportabili allergie e pruriti. Sono iniziati dopo un riversamento di petrolio a Goi, il suo villaggio. Siamo nel Gokona local government nello stato detto Rivers, nella terra degli Ogoni, in Nigeria. Mary viveva qui dove l’Eni e la Shell fanno bello e cattivo tempo da decenni. Ma più che altro cattivo tempo.
Nell’ottobre del 2008 ci fu un enorme perdita di petrolio nell’Ogoniland. Goi era all’epicentro del disastro, assieme con le sue vicine Bomu e Bodo. Un oleodotto della Shell si spezzò e per due settimane ci fu riversamento continuo di petrolio. Circa quattordicimila tonnellate di petrolio finirono nei campi, nell’acqua, fra le mangrovie. In un istante Goi cessò di essere quella che era stata fino allora e si trasformò in una lunga distesa nera.
Ma non ci sono solo le perdite del 2008 a Goi. Ci sono quelle quelle precedenti, quelle successive, quelle future. C’è l’inquinamento e ci sono petrol-incendi che colpiscono la zona incessantemente. E chi ancora vive qui è spesso afflitto da strani dolori che vengono attribuiti tutti a perdite di petrolio nei campi e nelle vite.
Dopo tre anni di prurito insopportabile, Mary è morta, in preda a forti dolori. Non era mai stata in ospedale perché la famiglia non ne aveva i soldi.
Dal 1970 al 2000 ci sono stati 7000 riversamenti di petrolio in Nigeria. Secondo il Nigerian Oil Spill Monitor fra il 2005 e il 2014 altri 5.296. Nel 2010, la Shell ha ammesso che sono finiti in ambiente circa 100.000 barili di petrolio in diciotto comunità Ogoni. Amnesty International parla di un totale variabile fra 9 e 13 milioni di barili. Shell e ENI nel solo 2014  hanno causato 550 riversamenti.
L’Onu dice che qui l’acqua contiene livelli elevatissimi di idrocarburi. Il 70 percento degli Ogoni vive oggi in povertà. Di queste comunità Ogoni, Goi è la più colpita perché da ambo i lati ha petrolmostri, campi estrattivi e oleodotti  che riversano di tutto nei fiumiciattoli della zona e nelle campagne.
Goi è a valle di tutto e dunque il ricettacolo di ogni goccia di petrolio fuoriuscito da condotte difettose, sabotate, o corrose. Mangrovie, acqua, fiumi, campi, è tutto annerito e contaminato.
A un certo punto,  la Shell ha appeso un cartello dichiarando Goi zona morta.
Ai residenti è stato chiesto di evacuare per dare spazio a tentativi di ripulire la zona. Ma a nessuno è stato detto dove andare, cosa fare nel frattempo, chi aveva ucciso la loro zona. Comunicazione: zero. Compensazione: zero.
E cosi, dei residenti di Goi chi poteva è andato via, a volte sapendo dove sarebbe arrivato, altre volte senza ben chiaro dove sarebbe finito, senza cibo e tutti un po’ malandati.  Ma se chi aveva soldi a sufficienza per andarsene, se n’è andato, chi resta vive in preda ad un misto di disperazione e rassegnazione.
C’è una causa in corso, contro la Shell in un tribunale a l’Aia ma la causa è in corso dal 2003 e non si sa quando mai finirà. Nel frattempo? Nel frattempo non solo l’ambiente è morto, ma tutte le attività sane che un tempo esistevano sono scomparse: piccola imprenditoria, pesca, agricoltura, mangrovie, vite tranquille. Ora niente. I bambini non vanno a scuola. I residenti di Goi, quelli rimasti, si dichiarano rifugiati ambientali, soprattutto perchè tutta la loro economia era basata sull’ambiente: pesca, agricoltura e piccolo allevamento di bestiame. Anche la gente muore.
I funerali si svolgono quasi tutti i sabati. Circa dieci persone alla volta.
Se Goi è zona morta, tutte le altre nel vicinato che non hanno ancora ricevuto l’appellativo in questione, non è che stiano meglio. Si muore dappertutto. I residenti lamentano che non c’è mai stata una vera e propria analisi epidemiologica. Tutti lamentano malattie più o meno gravi che non hanno una vera definizione: stanchezza, calore, spossatezza, confusione, tosse persistente.
Intanto, come sempre sono i bambini a risentirne di più: i neonati sono troppo spesso malaticci e la mortalità infantile aumenta. Diarrea, sottosviluppo dei feti, basso peso alla nascita sono tutti stati documentati qui a Goi come collegati al petrolio. Anzi, in Svizzera hanno fatto pure uno studio: The Effect of Oil Spills on Infant Mortality: Evidence from Nigeria. Il tasso di mortalità infantile è di 38 a 76 morti per 1.000 nascite nel raggio di dieci chilometri da qualsiasi riversamento, cioé un aumento del 100 per cento rispetto a zone lontane dal petrolio. Per fare un esempio, in Italia il tasso di mortalità infantile è di 2 per 1.000.
Di ripulire tutto, per ora, solo le parole. ENI e Shell? Zitti zitti, non deve fiatare neanche una mosca!
Intanto mentre il Corriere della Sera continua a mandare i suoi assurdi petro-editoriali, a Goi continuano tutti a bere l’acqua inquinata perché non c’è altro, continuano tutti a mangiare pesci avvelenati perché non c’è altro.

Casa de carne



da qui

sabato 23 febbraio 2019

L’essere umano è il responsabile di epidemie e disastri ambientali - Gwynne Dyer


La peste nera uccise circa il 30 per cento della popolazione europea in pochi anni, a metà del quattordicesimo secolo. Un secolo e mezzo dopo i nativi d’America furono colpiti da una decina di epidemie altrettanto gravi, una dopo l’altra, che uccisero il 95 per cento di loro. Le malattie di quella “grande morìa” (per usare un’espressione della paleontologia) avevano nomi molto meno terrificanti, come morbillo, influenza, difterite e vaiolo, ma uccidevano allo stesso modo.
Quando decine di milioni di nativi americani morirono, sulle terre che usavano per l’agricoltura e l’allevamento ricrebbero le foreste. Tutte queste foreste assorbirono così tanta anidride carbonica che la temperatura globale media calò, e quello che altrimenti sarebbe stato un raffreddamento ciclico minore divenne la piccola era glaciale. Il freddo fu tale che molti europei morirono di fame.
Il direttore di ricerca dell’équipe dell’University College di Londra che ha messo insieme tutti questi puntini è il dottorando Alexander Koch (proprio così, non ha ancora conseguito il suo dottorato). Ha preso in prestito l’espressione “grande morìa” dai paleontologi, che la usano per descrivere l’estinzione di massa alla fine del Permiano, 252 milioni di anni fa, il periodo più letale di tutti. Ma funziona anche per gli esseri umani.

Vantaggi e somiglianze
Quando Cristoforo Colombo arrivò nei Caraibi nel 1492, circa sessanta milioni di persone vivevano nel continente americano, e il 99 per cento di loro era già agricoltore. La civiltà eurasiatica aveva un po’ di vantaggi – utensili d’acciaio, imbarcazioni oceaniche, anche la polvere da sparo – ma il numero di abitanti e le economie erano molto simili: gli europei erano settanta o ottanta milioni, in gran parte erano agricoltori.
Un secolo dopo i nativi americani rimasti erano solo sei milioni: un tasso di mortalità del 90 per cento. Eppure all’epoca gli europei nel continente americano erano ancora solo 250mila. È chiaro che non avrebbero potuto uccidere gli altri 54 milioni di nativi. Ma le loro malattie sì.
Il problema era che i nativi americani non avevano alcuna difesa ereditaria per quelle malattie eurasiatiche che gli europei avevano portato con sé, e che uccidevano rapidamente. Queste malattie erano emerse nei paesi densamente popolati dell’Europa e dell’Asia orientale, una dopo l’altra, nel corso di migliaia di anni, trasmettendosi dalle mandrie e dalle greggi di animali addomesticati ai loro proprietari umani, i quali vivevano a loro volta in condizioni di gregge.

Tragedia inevitabile
Ciascuna di queste nuove malattie aveva ucciso milioni di persone prima che i sopravvissuti sviluppassero qualche forma di resistenza, ma le popolazioni di Asia, Europa e Africa avevano avuto il tempo di riprendersi prima che emergesse la nuova epidemia. I nativi americani hanno dovuto fare i conti con tutte queste malattie in una volta sola, senza averne alcuna da restituire agli invasori, poiché questi ultimi non possedevano grosse greggi di animali.
La tragedia era inevitabile fin dal primo contatto. Se gli unici eurasiatici a raggiungere il continente americano fossero state delle amorevoli suore spagnole – o dei pacifici monaci cinesi – la grande morìa si sarebbe comunque verificata.
Quel che davvero interessa Alexander Koch e i suoi colleghi è che quell’evento provocò il più ampio abbandono di terreni coltivabili di tutta la storia. I sei milioni di sopravvissuti non avevano bisogno di tutto quel terreno per l’agricoltura e l’allevamento, e così le foreste sono ricresciute velocemente. Crescendo, queste assorbirono grandi quantitativi di anidride carbonica, riducendo la quantità presente nell’atmosfera globale di circa dieci parti per milioni (10 ppm).
Di conseguenza diminuì anche la temperatura media globale, che era già di per sé un po’ più bassa del solito a causa dei cambiamenti ciclici dell’orbita terrestre. La piccola era glaciale è durata oltre duecento anni e ha probabilmente provocato due milioni di morti supplementari nelle locali carestie eurasiatiche.
Ma oggi il nostro impatto sull’ambiente è cresciuto al punto che una riduzione di 10 ppm di diossido di carbonio nelle nostre emissioni è quasi ininfluente. Stiamo attualmente aggiungendo 10 ppm di diossido di carbonio nell’atmosfera ogni quattro anni.
D’altro canto, se dovessimo riforestare tutto il terreno sgomberato nel mondo negli ultimi 150 anni e che non costituisce terreno agricolo primario, potremmo bloccare 50 ppm di diossido di carbonio. Questo potrebbe darci il tempo necessario ad abbassare le nostre emissioni di gas serra senza scatenare un riscaldamento incontrollato.
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E invece i brasiliani hanno eletto presidente Jair Bolsonaro, per tagliare di netto l’Amazzonia, e gli Stati Uniti hanno fatto lo stesso con Donald Trump, con l’obiettivo di subappaltare la politica climatica del loro paese all’industria dei carburanti fossili.
Ne sappiamo molto di più dei nativi americani sugli elementi che decideranno il nostro futuro. Ma potremmo non essere molto più bravi di loro nell’evitare una fine analoga.
(Traduzione di Federico Ferrone)

giovedì 21 febbraio 2019

Perché Alexandria Ocasio-Cortez è imbattibile su Twitter - Max Benwell



In materia di Twitter, Alexandria Ocasio-Cortez, che lo scorso novembre è diventata la più giovane donna mai eletta al congresso degli Stati Uniti, batte qualsiasi altro politico statunitense. In appena otto mesi si è costruita la platea di follower più attiva di tutto il Campidoglio e, una volta entrata al congresso, ha perfino ricevuto l’incarico di dare lezioni di social network ai suoi colleghi.
Come fa? Poiché trascorro le mie giornate ad analizzare dati per il Guardian e a contribuire al funzionamento dei nostri profili sui social network, sono abituato a scavare nelle statistiche per capire cosa animi le persone. E spesso sono gli elementi meno evidenti a rivelare cosa sta davvero succedendo.
Su Twitter Ocasio-Cortez (@AOC) ha più di tre milioni di follower. Di questi, più di 2,6 milioni sono stati raccolti negli ultimi otto mesi. Prima di vincere le primarie dello scorso giugno, in cui ha sconfitto un democratico che aveva già ottenuto dieci mandati, aveva solo 446mila follower.
Ocasio-Cortez ha anche più di 2,1 milioni di follower su Instagram e mezzo milione su Facebook, ma è su Twitter che sta davvero dominando il dibattito. Ha già più follower della presidente della camera dei deputati Nancy Pelosi (2,2 milioni) e pochi meno di Joe Biden (3,3 milioni).
È vero che ha molti meno follower di Trump (che ne ha 58,2 milioni), ma il suo tasso d’interazione (cioè la media delle interazioni totali per ogni tweet rispetto al numero totale di follower del profilo) è del 2,8 per cento negli ultimi tre mesi.
Può sembrare un dato basso ma, per rendersi conto delle proporzioni, quello di Donald Trump è dello 0,2 per cento, quello di Barack Obama dello 0,4 per cento, quello di Hillary Clinton dello 0,2 per cento e quello di Bernie Sanders è dello 0,09 per cento.
Anche se si osservano le interazioni pure, non ponderate, le prestazioni di Ocasio-Cortez sono decisamente superiori alla media della categoria. Per esempio Trump ha un numero di follower 21 volte superiore al suo. Eppure ha generato un numero di interazioni totali solo 2,5 volte superiore a quello della neodeputata nel mese di gennaio (43,2 milioni rispetto a 17,5 milioni).
Tutti questi numeri sono utili a cogliere le proporzioni del successo di Ocasio- Cortez su Twitter, ma non ne spiegano davvero i motivi. Per comprendere meglio la popolarità dei suoi tweet, ecco una breve cronologia della sua rapida ascesa, e i tweet che l’hanno determinata…

(Traduzione di Federico Ferrone)
Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano britannico The Guardian )


mercoledì 20 febbraio 2019

Leggere un libro per tirare il fiato - Annamaria Testa



Può succedere: elementi (notizie, fatti, azioni, oggetti…) del tutto indipendenti tra loro si uniscono a un certo punto nella nostra mente, in un disegno che ci suggerisce l’esistenza di una connessione. Ed ecco che vien fuori un’idea nuova di zecca.
Questa capacità di stabilire connessioni tra elementi distanti è la vera essenza del pensiero creativo. Non mi stanco di ricordare che il matematico Henri Poincaré lo scrive già nel 1906: un risultato nuovo ha valore, se ne ha, nel caso in cui stabilendo un legame tra elementi noti da tempo, ma fino ad allora sparsi e in apparenza estranei gli uni agli altri, mette ordine, immediatamente, là dove sembrava regnare il disordine.
Non vuol certo dire che qualsiasi nuova connessione o unione è creativa. Bisogna che i risultati siano apprezzabili. Questa, peraltro, è la condizione che anche Poincaré indica: inventare consiste proprio nel non costruire le combinazioni inutili e nel costruire unicamente quelle utili, che sono un’esigua minoranza. Inventare è discernere, è scegliere.
Aggiungo che il discorso vale sia per la creatività scientifica, che procede per invenzioni e scoperte, sia per la creatività artistica in tutte le sue espressioni.
Ma tutti noi, e anche chi non sta praticando nessuna disciplina scientifica o artistica, abbiamo la tendenza a stabilire connessioni tra elementi diversi.
Così mettiamo insieme due capi d’abbigliamento che non c’entrano l’uno con l’altro e scopriamo che per forma, trama, colore o materiale stanno stranamente bene insieme. O mescoliamo due ingredienti bizzarri in una ricetta che si rivela gustosa.
O uniamo, per esempio, la lieve traccia di un sogno che abbiamo fatto e l’immagine di un oggetto che abbiamo intorno e ne viene fuori una storia capace di incantare un bambino. Del resto, [ce l’ha insegnato Gianni Rodari](http://www.giannirodari.it/pagine/istruzioniperuso.htm creatività quotidiana): possono bastare anche due singole parole sufficientemente lontane tra loro (il binomio fantastico) per inventare una storia.
Insomma: immaginare il mondo come un puzzle da ricomporre può rivelarsi non solo divertente e suggestivo, ma fertile in termini di produzione artistica o scientifica, e positivo in termini di [creatività quotidiana](https://nuovoeutile.it/creativita-quotidiana/ avere ben chiaro). Ovviamente bisogna sempre avere ben chiaro se ci stiamo muovendo nell’ambito della fantasia (dove tutto può accadere: basta che ci sia una logica riconoscibile) o in quello della realtà (dove solo certe cose accadono e certe regole valgono, e altre no).
Se facciamo confusione tra i due ambiti, ecco che viene fuori il [pensiero magico](https://www.britannica.com/science/magical-thinking lettura profonda).
Pensiero magico è, in sostanza, credere che esista una connessione tra eventi senza che ci sia nessun fondamento di realtà. Ragionare così è tipico dei bambini, ma può succedere di coltivare il pensiero magico anche da adulti. Per esempio: “L’amore della mia vita ieri mi ha finalmente telefonato proprio mentre sbucciavo un’arancia. Se sbuccio oggi un’altra arancia, mi telefonerà di nuovo”.
Il mio pensiero magico
È un vezzo tutto sommato inoffensivo, e può perfino rassicurarci o confortarci, in certi momenti. Dobbiamo però sapere di che si tratta, e non lasciarcene intrappolare. Per esempio, un mio personale pensiero magico riguarda una camicia a quadretti, quella che indossavo quando mi sono presa, al primo esame all’università, un bel 30 in cui non speravo.
Mi sono messa quella camicia per tutti gli esami successivi, e i risultati sembravano confermare la relazione magica. Ma ovviamente, e a prescindere dalla camicia, studiavo anche come una disperata. Poi, a furia di lavaggi la camicia è diventata davvero troppo stretta. E sono ben consapevole di non aver mai dato la tesi perché ho cominciato a lavorare, e non perché privata del mio talismano tessile.
Vi racconto tutto questo perché, nelle ultime poche ore, due fatti indipendenti tra loro, ma legati da un filo emotivo, mi si sono uniti nella testa, e non sono ancora riuscita a decidere se si tratta di pensiero magico o di un’intuizione che può riguardare la vita reale.
Il primo fatto: mi sono trovata a sostenere in pubblico che leggere libri oggi è fondamentale, vitale, imprescindibile! E l’ho fatto in modo così veemente e accorato che io stessa ne sono rimasta stupita.
Il secondo fatto: ho letto un breve articolo intitolato “Quegli otto studenti, unici a resistere lontano dai social”. In sostanza: è stato proposto ai 503 ragazzi iscritti al liceo Cairoli di Pavia di passare cinque giorni lontani dai social network. Solo in 43 (il 4 per cento) hanno accettato di provarci. Solo in otto ce l’hanno fatta. Dati analoghi sono stati rilevati in tutto il mondo occidentale.
Ed eccomi al punto: può essere che leggere libri mi sembri oggi così importante – anche dal punto di vista emotivo – e più necessario che mai proprio perché viviamo in un mondo dove tutto il resto dell’informazione è così caotico, incalzante e frammentato? E dove il caos e la frammentazione sono ormai così pervasivi da apparirci normali?
È una cosa perfino più profonda e radicale del piacere di leggere. È il bisogno di tirare il fiato. La sensazione è questa: solo un libro, che sia un saggio o un romanzo, ci può accogliere in un mondo coerente, strutturato, ordinato (e, di norma, interessante), che possiamo percorrere e scoprire. E (meraviglia!) possiamo farlo seguendo il nostro ritmo.
Per questo ormai penso alla lettura di un libro come a un’oasi in un deserto non di stimoli (se mai è il contrario) ma di senso. E ho come l’idea che leggere un libro mi faccia bene e mi aiuti in primo luogo a mantenermi stabile, all’interno di un sistema che, di stabilità, ne ha davvero poca.
Che sia pensiero magico (cioè: nient’altro che una cabala personale) o l’intuizione di un effetto reale della lettura profonda e prolungata, dipende da quanti condividono questa sensazione.