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venerdì 24 luglio 2026

Il futuro del pianeta si deciderà in Brasile - Eliane Brum

 

Una delle più importanti scienziate esperte di clima, la brasiliana Luciana Gatti, ha sorpreso tutti annunciando la sua candidatura a deputata federale alle elezioni di ottobre. La logica di Gatti, che da trent’anni fa ricerche sull’Amazzonia e sull’impatto dei gas serra generati in gran parte dallo sfruttamento del bestiame nella foresta, è cristallina. “La situazione climatica sta andando verso il caos. Dobbiamo fare qualcosa di diverso, uscire dagli schemi. Il congresso sta accelerando la nostra estinzione”, ha spiegato in un’intervista al sito d’informazione sull’Amazzona Sumaúma. Gatti si riferisce al fatto che il parlamento brasiliano sta annullando le leggi di protezione ambientale e ostacolando la demarcazione delle terre dei popoli nativi. “Non possiamo restare a guardare questo congresso assurdo, ignorante, e limitarci a rimanere nel nostro angolino, a fare gli scienziati. Il compito di tutti noi è cambiare il parlamento”.

La decisione può sembrare radicale o addirittura disperata, ma dal punto di vista etico è forse l’unica che abbia senso. La scienziata, come altri che intendono lasciare i laboratori per candidarsi a un seggio al congresso, sa meglio della maggior parte delle persone cosa sta succedendo: nella porzione brasiliana la principale foresta pluviale del pianeta emette già più anidride carbonica di quanta ne assorba. Nel 2024 ne ha immagazzinato 476 milioni di tonnellate, ma ne ha emesse 755 milioni, superando la quota assorbita di 279 milioni di tonnellate. Ciò significa che uno dei grandi serbatoi di carbonio del pianeta sta collassando.

Chi conosce l’Amazzonia sa che la foresta non sopravvivrebbe a un altro governo di estrema destra, per questo l’attenzione è concentrata sul parlamento brasiliano

Studi come quelli di Gatti e dei suoi colleghi dimostrano che nelle zone disboscate le temperature aumentano e le precipitazioni diminuiscono. Le piogge dell’America Latina dipendono dalla salute del bioma amazzonico, grande regolatore del clima del pianeta. Questa meraviglia, creata nel corso di più di cinquanta milioni di anni, è stata sistematicamente distrutta in poco più di cinquant’anni e negli ultimi tempi a un ritmo ancora più accelerato. Se muore, moriremo anche noi.

Questa è la portata della posta in gioco nelle elezioni brasiliane. E dovrebbe interessare il mondo intero. Il governo di estrema destra di Jair Bolsonaro (2019-2022) ha aggravato – e di molto – la distruzione della foresta. Ma il ritorno al potere di Luiz Inácio Lula da Silva nel 2023 non ha salvato l’Amazzonia. In parte perché il suo governo è formato da una coalizione di ben undici partiti, che annovera sostenitori dell’agroindustria e dei combustibili fossili in ministeri chiave; e anche perché Lula appartiene a quella corrente della sinistra globale ancora convinta che sia possibile ridurre le disuguaglianze sottraendo materie prime alla natura. Ma, soprattutto, perché il governo non ha la maggioranza in parlamento e perché alla camera e al senato dominano i politici legati ai principali responsabili di deforestazione e inquinamento: l’industria mineraria e quelle della carne, della soia e dei pesticidi.

Il parlamento attuale ha smantellato gran parte della legislazione ambientale e rende sempre più difficile demarcare i territori degli indigeni. La legalizzazione dell’attività mineraria nelle loro terre è il prossimo passo. Chi conosce l’Amazzonia sa che probabilmente la foresta non sopravvivrebbe a un altro governo di estrema destra. Per questo l’attenzione è concentrata sul congresso, dove l’estrema destra si sta adoperando per ampliare il proprio controllo, soprattutto al senato, l’unica istituzione competente a destituire i magistrati della corte suprema. Poiché negli ultimi anni la corte ha annullato alcune sue leggi ritenendole incostituzionali, il suo obiettivo è quello di eliminare gli ostacoli ai propri abusi di potere.

Anche i presunti “progressisti” si concentrano sulla contesa parlamentare, ma per motivi opposti. Il ritorno dell’estrema destra al governo, questa volta con Flávio Bolsonaro, il primogenito dell’ex presidente, sarebbe catastrofico per il paese e metterebbe quasi tutta l’America Latina sotto la tutela di Donald Trump. Ma altri quattro anni di legislazione come quella attuale, anche se Lula fosse rieletto, aggraveranno il collasso climatico e causeranno la morte di molte più persone.

Marina Silva, deputata federale ed ex ministra dell’ambiente e dei cambiamenti climatici di Lula, ora aspirante candidata al senato, è riuscita a ridurre la deforestazione in Amazzonia. Ma ridurre non basta. La media è di cinque alberi abbattuti al secondo. Tuttavia anche se la deforestazione si fermasse, l’accelerazione del collasso continuerebbe.

C’è solo una via d’uscita: riforestare. Lo dicono scienziate come Luciana Gatti. Dal prossimo congresso brasiliano dipende la vita ben oltre i confini del Brasile. ◆ et

Questo articolo è uscito sul numero 1675 di Internazionale, a pagina 36. 

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martedì 19 maggio 2026

Brasile: «Non asfaltate l’Amazzonia»


Quell’autostrada in Brasile che fa esplodere il rischio di epidemie globali su Avvenire. Secondo uno studio condotto da venti ricercatori di università brasiliane e internazionali i lavori sulla BR-319 potrebbero innescare un devastante effetto a catena. Ecco perché.

 

Lavori stradali in Amazzonia realizzati dall’esercito

La BR-319, l’autostrada che taglia l’Amazzonia brasiliana da Nord a Sud, da Manaus a Porto Velho, è stata costruita negli anni della dittatura militare, tra il 1968 e il 1976. Gli ambientalisti la chiamano «la cicatrice della foresta», e mai avrebbero pensato che proprio un presidente progressista e – in teoria – ‘eco-friendly’ come Lula ne autorizzasse i lavori di completamento. Degli 885 chilometri totali di autostrada quasi la metà, circa 400 chilometri, sono ancora senza asfalto: il governo ha appena dato il via libera ad un cantiere che intuitivamente è ad altissimo rischio ambientale, in quanto espone l’area al disboscamento, e anche sociale, perché secondo le Ong viola i diritti delle popolazioni indigene.

 

Timori nel mondo

«Ma c’è anche dell’altro, che potrebbe spaventare non solo i brasiliani ma i cittadini di tutto il mondo, e non solo perché l’Amazzonia è il più efficace catturatore di CO2 e dunque il maggior fornitore dell’ossigeno che ci serve per sopravvivere sulla Terra», sottolinea Giuseppe Baselice . Secondo uno studio condotto da venti ricercatori di università brasiliane e internazionali e pubblicato sulla rivista Science, i lavori di asfaltatura della BR-319 potrebbero innescare nuove pandemie con impatto globale. L’articolo elenca i dati di un’indagine che ha identificato più di 18.000 agenti patogeni nella regione attraversata dall’autostrada, tra cui virus e batteri sconosciuti, con caratteristiche preoccupanti come elevata virulenza, tossicità, resistenza agli antibiotici e capacità di scambiarsi informazioni genetiche.

 

L’autostrada dei virus

«Il disboscamento della foresta amazzonica aumenta i rischi per la biosicurezza a livello locale, regionale e globale – scrivono gli scienziati, tra cui quelli dell’università di Utrecht e della Trinity University di San Antonio, in Texas -. Se completata, la pavimentazione dell’autostrada BR-319 collegherebbe uno dei più grandi ‘serbatoi zoonotici’del mondo (popolazioni animali selvatiche che ospitano naturalmente agenti patogeni—virus, batteri, parassiti—capaci di trasmettersi all’uomo) agli aeroporti internazionali, aumentando velocità e portata con cui nuovi agenti patogeni potrebbero diffondersi a livello globale». I grandi fiumi amazzonici, infatti, agiscono come una barriera naturale, isolando queste comunità microbiche da migliaia di anni.

 

L’intervento umano suicida

L’intervento umano, ancora una volta, può sconvolgere questo delicato equilibro e provocare severi problemi di ordine sanitario, consentendo ai microrganismi di diffondersi e creare nuove varianti di virus e batteri. «Anche perché, spiega inoltre lo studio, fino ad oggi la maggior parte della deforestazione è avvenuta nelle zone perimetrali dell’Amazzonia. Raramente, se non appunto per costruire la BR-319, ci si è addentrati così all’interno, mettendo mano all’ecosistema». E per la verità qualche conseguenza c’è già stata: una nuova variante del virus Oropouche, che causa febbre alta, è stata individuata nel 2024 proprio all’altezza del tratto centrale dell’autostrada incriminata, ed è giunta fino all’Europa e all’Italia.

 

Coronavirus

Non solo: nel 2021, la variante gamma del Coronavirus è stata identificata per la prima volta a Manaus. E poi ci sono i rischi per l’agricoltura e quindi per l’alimentazione: il Brasile è la «fattoria del mondo», essendo primo esportatore globale di diversi prodotti alimentari, tra cui zucchero, soia e carne bovina, e i patogeni rilevati dai ricercatori possono infettare proprio le piantagioni di canna da zucchero, di soia e gli allevamenti bovini.Infine, lo studio punta il dito contro l’estrazione di potassio, che pure può contribuire al formarsi di una nuova pandemia, essendo particolarmente diffusa in quella area.

 

E il governo Lula, che dice?

Interpellato dalla stampa brasiliana, il ministero dell’Ambiente ha fatto sapere che il dossier è ancora in fase di analisi: «Ribadiamo che l’analisi del processo viene condotta con rigore tecnico e in conformità con la legislazione vigente, nel rispetto delle decisioni giudiziarie e dei limiti di competenza». La sensazione è che nonostante le polemiche si procederà, come è avvenuto con l’autorizzazione concessa a Petrobras per trivellare la foce del Rio delle Amazzoni.

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domenica 28 settembre 2025

Amazzonia, al vertice Otca niente bando ai combustibili fossili. Ma gli indigeni entrano nel negoziato - Estefano Tamburrini

 

Perù, Ecuador e Venezuela hanno impedito la svolta scatenando le reazioni delle comunità indigene, che hanno anche denunciato la "posizione blanda" del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva.

La foresta dell’Amazzonia non sarà una “zona libera da combustibili fossili”, ma per la prima volta le comunità indigene parteciperanno attivamente alle discussioni dell’Otca, l’Organizzazione del Trattato di Cooperazione Amazzonica, e nasce l’idea di un “Fondo Boschi tropicali” da proporre alla COP30 di Belém, in Brasile.

Ma andiamo con ordine: lo stop ai combustibili fossili è il grande assente nella Dichiarazione di Bogotá, sottoscritta dai membri dell’Otca al termine del vertice dell’Amazzonia tenutosi questa settimana, da lunedì 18 a sabato 23 agosto, nella capitale colombiana, nonostante le pressioni di scienziati, società civile, comunità indigene e persino del Paese ospitante, che aveva introdotto la proposta attraverso la viceministra dell’Ordinamento ambientale del territorio colombiano, Tatiana Roa Avendaño. “L’Amazzonia è molto più di un bioma: è un regolatore climatico globale, una riserva di acqua dolce e di biodiversità senza eguali”, ha detto Roa Avendaño, denunciando che “la sua distruzione, provocata in grande misura dall’estrazione e dal processamento dei combustibili fossili, compromette la nostra sicurezza alimentare, la salute pubblica e la stabilità climatica globale” e mette “a rischio la sopravvivenza umana”.

Tuttavia, Perù, Ecuador e Venezuela hanno impedito l’inclusione dello storico punto negli accordi, scatenando le reazioni delle comunità indigene, che hanno anche denunciato la “posizione blanda” del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva durante i lavori. Le comunità accusano il Paese ospitante della prossima COP30 – cui appartiene il 60% della superficie amazzonica – di espandere “la frontiera petrolifera” sulla foresta, difendendo a spada tratta lo sfruttamento dei combustibili fossili. Ma sul tema, la dichiarazione finale di 35 punti si riduce all’invito “verso una transizione energetica giusta, ordinata ed equa”, ricordando il 45° anniversario del trattato sottoscritto nel 1978 da Brasile, Bolivia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname e Venezuela.

Qualche risultato è stato ottenuto con l’apertura al confronto con le comunità indigene, attraverso l’istituzione del Mapi, il Meccanismo amazzonico dei popoli indigeni – sono 511, di cui 66 in isolamento volontario – che dà “voce e voto” alle comunità nella “definizione delle politiche sui loro territori e sul futuro del bioma amazzonico”. “Non è una responsabilità piccola”, ha commentato Sonia Guajajara, presidente del Fondo per lo sviluppo dei popoli indigeni dell’America Latina e i Caraibi, ribadendo l’urgenza di trasformare “la relazione fra esseri umani e natura”. È stato rilanciato anche il Fondo Boschi tropicali, che sarà discusso alla COP30 affinché i Paesi ricchi “paghino il loro debito per l’industrializzazione”. La proposta era già stata presentata alla COP28 di Dubai e rinnovata nella Settimana dell’Azione climatica, il mese scorso a Londra, contando sul sostegno di Regno Unito, Norvegia, Emirati Arabi e altri Stati, oltre a enti privati – Pimco, Bank of America e Barclays – e dell’United Nations Development Program.

Sempre su iniziativa del governo brasiliano sarà istituito il Centro di cooperazione di polizia internazionale dell’Amazzonia a Manaus per “lo scambio agile di informazioni” e lo “sviluppo di azioni integrate” contro reati ambientali, narcotraffico e contrabbando.
“Un singolo Stato non può più affrontare da solo questo flagello”, ha ammesso il ministro della Giustizia brasiliano Ricardo Lewandowski, denunciando una ventina di organizzazioni criminali transnazionali nel polmone verde, dove il tasso di mortalità raggiunge 30,9 persone ogni 100mila abitanti. L’emergenza c’è e non fa più sconti: stando ai dati pubblicati dall’Ideam, l’Istituto colombiano di idrologia, meteorologia e studi ambientali, nel 2024 il Rio delle Amazzoni ha raggiunto il livello più basso degli ultimi 122 anni, con un calo dell’82% della fluvialità nella stazione idrologica di Nazareth (Colombia). Nello stesso anno si sono verificati quasi 54mila incendi, di cui il 95% provocati dall’intervento umano: +80% rispetto all’anno precedente, portando le emissioni di carbonio accumulate a 183 megatonnellate. Quanto alla deforestazione: il 20% della superficie della foresta è già colpito, secondo la Banca Mondiale, e la percentuale rischia di essere raddoppiata nel 2040, sfiorando i 4,3 milioni di ettari.

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sabato 12 aprile 2025

Riparte la corsa all’oro. Il business illegale devasta l’Amazzonia - Giulio Cavalli

  

Mentre nei caveau delle banche centrali si accumulano lingotti dorati, l’Amazzonia muore. Il nuovo rapporto di Greenpeace, Toxic Gold, fotografa con precisione chirurgica un commercio avvelenato: quello dell’oro estratto illegalmente nei territori indigeni brasiliani, che distrugge foreste, contamina ecosistemi e alimenta un mercato globale opaco.

Dal 2018 al 2022, la superficie interessata da attività minerarie illegali nelle terre indigene del Brasile è aumentata del 265%. Il governo di Lula ha lanciato operazioni di contrasto e controllo, ma i dati del monitoraggio 2023-2024 mostrano una dinamica inquietante: l’attività si sposta da una terra indigena all’altra, come un tumore in metastasi. Laddove arretra, come nei territori Yanomami, Munduruku e Kayapó, si espande altrove: nel Sararé, l’area deforestata è raddoppiata in un anno.

Il processo è ben noto: si entra con ruspe, si devasta il suolo, si usa mercurio per separare l’oro, si inquina l’acqua e si distrugge ogni equilibrio ecologico. Il garimpo non è più un’attività artigianale: è un’industria criminale con mezzi pesanti, logistica avanzata e protezioni politiche. Le comunità indigene pagano il prezzo più alto. Secondo Fiocruz, l’84% della popolazione di nove villaggi Yanomami è contaminata da mercurio. Tra il 2019 e il 2022, 570 bambini sotto i quattro anni sono morti per cause evitabili.

Un sistema perfettamente oleato per lavare oro e responsabilità

L’oro estratto illegalmente entra poi nella catena di distribuzione attraverso un sistema di falsificazione dei documenti, complicità istituzionali e triangolazioni internazionali. Le DTVM (Distribuidoras de Títulos e Valores Mobiliários), che dovrebbero controllare l’origine del metallo, si limitano ad accettare autocertificazioni cartacee. Il risultato? Oro di provenienza sconosciuta, o peggio, nota e taciuta, si mescola a quello legale.

Il terminale più emblematico di questa filiera è la Svizzera. Nel 2022, le importazioni elvetiche di oro dal Brasile hanno superato le esportazioni registrate dal paese sudamericano del 67%. Un’anomalia da 9,7 tonnellate. E nel 2023, il divario è stato del 62%. L’oro entra da Dubai – spesso registrato come “riciclato” – oppure direttamente con spedizioni “fantasma”, in alcuni casi persino trasportato in valigia. Viene raffinato e poi rivenduto con il marchio di garanzia più prestigioso al mondo: “oro svizzero”.

Le autorità elvetiche si trincerano dietro il principio di neutralità e dietro una legislazione che non impone l’indicazione del paese di estrazione. Ma questa “neutralità con benefici” – come la definisce il rapporto – ricorda quella già sperimentata durante la Seconda guerra mondiale, quando le banche svizzere compravano l’oro saccheggiato dal regime nazista.

Quando la finanza internazionale affonda le mani nella terra indigena

Anche l’Europa ha le sue colpe. Il regolamento europeo sui minerali dei conflitti (3TG), in vigore dal 2021, prevede obblighi di due diligence, ma non include la Svizzera tra i paesi a rischio. Né affronta i rischi ambientali, come il disboscamento e la contaminazione da mercurio. Una lacuna che rende il regolamento inefficace di fronte all’ecocidio in corso.

Il mercato dell’oro è alimentato anche dai grandi acquirenti istituzionali. Le banche centrali, oggi, detengono circa un quinto dell’oro mai estratto nella storia. Nel 2024, il settore pubblico ha acquistato oltre mille tonnellate. Nonostante rappresenti meno del 23% della domanda globale, il loro potere sul mercato resta sproporzionato. E anche la loro responsabilità.

Il vertice mondiale sul clima COP30, previsto a novembre a Belém, nel cuore dell’Amazzonia, sarà il banco di prova. Lì si deciderà se affrontare seriamente la questione del commercio dell’oro o continuare a fingere che l’oro svizzero luccichi più dell’oro tossico dell’Amazzonia.

Per ora, tra le piogge di mercurio, i bambini contaminati e le foreste in fiamme, resta una sola certezza: finché l’oro continuerà a essere un rifugio sicuro per gli investimenti, l’Amazzonia sarà un campo di battaglia per la sopravvivenza.

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venerdì 5 aprile 2024

Assalto al “polmone verde” del mondo, colpo mortale per il clima - Dante Caserta

DEFORESTAZIONE. Dossier Wwf. Negli ultimi 50 anni il 17% dell’Amazzonia è stato convertito in coltivazioni. Se dovesse arrivare al 20% rischia di diventare savana

Coprono oltre il 30% delle terre emerse, ospitano circa l’80% della biodiversità terrestre, forniscono servizi essenziali per le nostre vite e svolgono un ruolo cruciale nella mitigazione del cambiamento climatico: sono le foreste, habitat fondamentali per la nostra vita e silenziosi testimoni di quello che era il nostro Pianeta prima che lo modificassimo pesantemente. Nonostante la loro importanza, l’uomo ha sviluppato una preoccupante capacità di distruggerle ben sintetizzata dalla famosa vignetta in cui una persona seduta su un ramo di un albero è attivamente impegnata a tagliarlo.

SOLO NEGLI ULTIMI 30 ANNI sono stati persi 178 milioni di ettari di foreste a livello mondiale, tre volte la superficie della Francia: ciò dipende dalle nostre azioni e dai nostri consumi che contribuiscono alla perdita globale di biodiversità e al cambiamento climatico.

OGGI LA PRINCIPALE CAUSA della deforestazione sulla Terra è l’aumento dei terreni coltivati per la produzione agricola. A causa di questa continua espansione ogni anno vengono convertiti 5 milioni di ettari di foreste tropicali, in particolare per la produzione di carne bovina, olio di palma, soia, cacao, gomma, caffè e legno. La deforestazione provocata dall’aumento, a livello globale, della domanda di carne è una vera e propria piaga: il 60% delle foreste pluviali tagliate (in Amazzonia si arriva al 70%) viene abbattuto proprio per ottenere pascoli e per coltivare grandi quantità di colture (soprattutto soia e cereali) destinati all’alimentazione animale. Inoltre, dalla produzione e dal commercio internazionale di questi prodotti deriva più del 30% delle emissioni di CO2 causate dalla deforestazione.

LA FORESTA AMAZZONICA RAPPRESENTA l’ecosistema maggiormente colpito: negli ultimi 50 anni ben il 17% della sua superficie (equivalente a due volte quella italiana) è stato convertito in coltivazioni. Se questo fenomeno arrivasse a colpire il 20-25% dell’Amazzonia, il polmone verde del mondo, così chiamato grazie alle ingenti quantità di gas serra che è in grado di assorbire dall’atmosfera, non sarebbe più in grado di sopravvivere, trasformandosi in una savana arbustiva nel giro di pochi decenni.

NE SIAMO CONSAPEVOLI DA TEMPO, i dati sono chiari e gli scienziati non fanno che ricordarceli, eppure negli ultimi anni la tendenza non sembra migliorare: nel 2022 i disturbi forestali nella regione pan-amazzonica sono aumentati quasi del 15% rispetto al 2021.

LA DISTRUZIONE DI QUESTA PREZIOSA foresta sta avendo un impatto devastante anche sulla lotta alla crisi climatica globale perché l’Amazzonia, da sola, immagazzina 75 miliardi di tonnellate di carbonio, oltre il 10% di quanto ne «incamerano» le intere foreste mondiali (662 miliardi di tonnellate). Si tratta di quantitativi così elevati da risultare indispensabili nel quadro complessivo di assorbimento della CO2 e per impedire il riscaldamento globale superi la soglia di 1,5°C. Peraltro si stanno già manifestando effetti altamente negativi: studi recenti attestano come, contrariamente a quanto si è sempre creduto, la concentrazione di carbonio nell’atmosfera amazzonica sia maggiore negli strati d’aria più vicini alle chiome degli alberi. Si tratta di un dato molto preoccupante perché indica come in alcune fasce la foresta amazzonica emetta più carbonio di quanto ne assorbe e immagazzina: l’emissione netta si attesta ormai a circa 300 milioni di tonnellate di carbonio ogni anno che equivale alle emissioni annuali di un Paese industrializzato come la Francia. Quanto sta accadendo è legato sicuramente alla deforestazione, ma anche agli incendi e alla siccità, fenomeno un tempo del tutto sconosciuto in Amazzonia. Ciò potrebbe scatenare degli effetti a catena sul clima globale in quanto, se tutto il carbonio attualmente immagazzinato nella foresta amazzonica fosse rilasciato, la temperatura media del Pianeta aumenterebbe di 0,3°C, eventualità che renderebbe impossibile contenere l’innalzamento delle temperature entro gli obiettivi posti dall’Accordo di Parigi.

ANCORA UNA VOLTA IL MONDO PIÙ industrializzato ha pesanti responsabilità in quello che sta accadendo. I Paesi dell’Unione Europea sono tra i maggiori importatori di una serie consistente di prodotti che causano la deforestazione, come il caffè, la carne, l’olio di palma e i latticini. L’Unione è responsabile del 16% della deforestazione globale associata al commercio internazionale di materie prime, ponendosi come il secondo maggiore importatore al mondo di deforestazione dopo la Cina. E noi italiani facciamo ampiamente la nostra parte: i consumi nazionali, da soli, determinano la distruzione di una superficie pari al doppio di quella della città di Milano (36.000 ettari). «Si tratta della cosiddetta deforestazione incorporata: deriva dalla produzione di beni consumati in altri Paesi e contribuisce a quasi l’80% della deforestazione mondiale», ricorda Edoardo Nevola, responsabile Foreste del Wwf Italia. «Parte di questa riguarda anche i mercati alimentari dell’industria italiana ed è per questo che il ruolo di noi consumatori è centrale. Prestando maggiore attenzione a ciò che compriamo, possiamo veramente dare un contributo sostanziale alla salute delle foreste e alla nostra: ad esempio, leggendo le etichette sulle confezioni dei prodotti che acquistiamo possiamo scegliere quelli con certificazioni che attestino la provenienza da foreste gestite in maniera sostenibile».

UN AIUTO PER RIDURRE significativamente l’impronta ecologica del commercio internazionale potrà venire, se correttamente applicato, dal nuovo Regolamento europeo contro la deforestazione (Eudr) che regolamenta sette materie prime (soia, olio di palma, carne bovina, caffè, prodotti legnosi, prodotti stampati e gomma) e i loro derivati: dal 30 dicembre 2024 potranno entrare nel mercato europeo solamente se le aziende saranno in grado di dimostrare, attraverso controlli e tracciamenti, che non sono causa di deforestazione. Ciò indirizzerà il mercato verso quelle merci prodotte e importate senza contribuire alla distruzione del Pianeta.

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giovedì 28 marzo 2024

La malaria si diffonde nelle terre degli yanomami - Leonardo Zvarick

 

All’inizio del 2023 il governo brasiliano ha decretato l’emergenza sanitaria tra i nativi. Anche se sono stati fatti passi avanti, gli yanomami continuano a morire per malattie curabili

Un anno dopo la denuncia dell’emergenza sanitaria nei territori dei nativi yanomami, nel nord del Brasile, la malaria continua a essere una delle cause principali di morte. “I bambini si ammalano”, dice Júnior Hekurari, presidente del consiglio distrettuale sanitario yanomami, che da settembre denuncia la ripresa delle invasioni dei garimpeiros, i minatori d’oro illegali. “Quasi tutte le comunità della zona sono colpite dalla malaria”, aggiunge. I dati del ministero della sanità dimostrano che, nonostante i provvedimenti del governo, la malattia continua a diffondersi. Nel 2023 sono morte 25 persone per la malaria, rispetto alle 21 dell’anno prima. E il distretto sanitario speciale indigeno yanomami (Sdei) ha contato 25.895 casi di malaria, cioè il 20 per cento di quelli registrati in tutto il Brasile. Sono numeri record, con un aumento del 64 per cento rispetto al 2022.

Il ministero afferma che nei territori dei nativi sono stati inviati operatori sanitari per individuare le persone malate e nel 2023 sono stati fatti più di 140mila esami diagnostici. Inoltre è stato messo a punto un piano d’azione per il controllo dell’infezione, in particolare nelle aree dove si concentrano le larve delle zanzare, e per individuare le strutture adeguate alla cura di chi è malato.

Lavoro discontinuo

La malaria è endemica in tutta la regione amazzonica, ma negli ultimi dieci anni la sua diffusione è aumentata soprattutto nelle terre degli yanomami. Nello stesso periodo è cresciuta la presenza dei garimpeiros nella regione e si è intensificata l’attività estrattiva.

“Le miniere a cielo aperto causano profondi mutamenti e alterazioni nel territorio”, spiega Maria de Fátima Ferreira da Cruz, responsabile del laboratorio di ricerca sulla malaria della fondazione Oswaldo Cruz (Fiocruz), che coordina gli studi sull’argomento. Con ogni nuova miniera a cielo aperto nella foresta nasce un nuovo centro di diffusione della malattia, che raggiunge i villaggi vicini. Inoltre i minatori, che si spostano di continuo, contribuiscono a farla circolare.

Le autorità affermano che la mancanza di prevenzione e assistenza durante il governo dell’ex presidente Jair Bolsonaro ha ridato slancio alla malattia. I controlli stavano aumentando dal 2014, ma sono crollati nel 2021 e nel 2022. Rispetto al 2014, i casi sono cresciuti del 784 per cento e rispetto al 2019, prima della pandemia, del 57 per cento. Nel 2015 il Brasile ha lanciato il piano nazionale per l’eliminazione della malaria, che ha l’obiettivo di debellarla entro il 2035.

Ferreira da Cruz però lancia un nuovo allarme: è in crescita l’infezione causata dalla specie Plasmodium falciparum, che scatena la forma più grave della malattia, spesso letale. Rispetto al resto del Brasile, dove è in calo, nei territori yanomami la Plasmodium falciparum è responsabile di tre casi su dieci.

 

“Questo dimostra che gli operatori sanitari non hanno agito come avrebbero dovuto. Ci sono solo tre cose da fare per bloccare la malattia: vigilanza, diagnosi e cura”, dice il medico Paulo César Basta, ricercatore della Fiocruz che lavora con gli yanomami dal 1998. La diffusione della malattia, dice, è il risultato dei tagli al servizio sanitario durante il governo Bolsonaro. “Lo Sdei è stato praticamente sabotato, il personale è stato sostituito e molte risorse sottratte e sviate”.

Secondo il medico, le azioni del governo di Luiz Inácio Lula da Silva nel primo semestre del 2023 sono state importanti, ma non hanno risolto il problema della salute tra le popolazioni native. “Sono state salvate molte vite e il governo ha fatto la sua parte per le emergenze, inviando medici e trasportando i malati più gravi in centri specializzati. Ma il lavoro è stato discontinuo e oggi si nota una certa stanchezza”, afferma Basta.

Oltre a ciò, la presenza delle miniere illegali rende più difficile l’azione degli operatori sanitari, spiega Hekurari, leader yanomami. I medici, minacciati da minatori spesso armati, non riescono a raggiungere i villaggi.

“Fino a che ci sarà il garimpo, gli yanomami soffriranno a causa delle malattie. I bambini più degli altri”, dice. “Chiediamo al governo di cercare soluzioni permanenti. Senza un piano di sicurezza sanitaria non si potrà garantire la salute dei nativi”. Kleber Karipuna, responsabile dell’associazione dei popoli indigeni brasiliani, è d’accordo: “Lo stato non deve limitarsi a cacciare i garimpeiros, deve restare sul territorio. È l’unico modo di impedire il ritorno dei minatori e l’invasione di altre comunità”, afferma.

Dal gennaio 2023, quando è stata dichiarata l’emergenza sanitaria, il ministero della sanità ha investito “più di 220 milioni di real (40 milioni di euro) per garantire l’accesso alla salute dei nativi in quella zona”, si legge in un documento pubblico. Il doppio rispetto al 2022. Gli operatori sanitari attivi nella regione sono passati da 690 a 960, e sono stati riaperti sette ambulatori: oggi nella terra yanomami sono 68 i centri in grado di assistere i malati.

“In queste zone sono stati curati più di trecento bambini affetti da forme gravi e moderate di malnutrizione. Inoltre il governo, attraverso il programma Mais médicos, ha portato da 9 a 28 il numero di medici”, continua il documento del ministero. Un rapporto recente del centro operazioni d’emergenza yanomami ha reso noto che fino al novembre 2023 erano morti 308 nativi, il 10 per cento in meno rispetto al 2022. Metà erano bambini di meno di quattro anni. Oltre alla malaria le cause di morte sono la polmonite, la diarrea e la denutrizione.

Il 9 gennaio Lula ha annunciato l’apertura di una “casa del governo” nello stato del Roraima, dove vivono gli yanomami, per organizzare le azioni nelle terre indigene e installare tre basi per la vigilanza, di cui si occuperà la polizia e l’esercito. La spesa prevista è di 1,2 miliardi di real

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sabato 16 marzo 2024

I ruralistas spadroneggiano in Brasile - David Lifodi

 

Esponente della comunità pataxó hãhãhãi, nel sud dello stato di Bahía, la donna è stata assassinata a seguito di una spedizione della milizia paramilitare Invasão Zero con la complicità della polizia militare che non è intervenuta.

 

In Brasile i popoli indigeni continuano a restare sotto l’attacco dei ruralistas, definitivamente sdoganati durante la presidenza di Jair Bolsonaro.

Il 21 gennaio scorso, a cadere in quella che è sembrata, per le modalità, una vera e propria esecuzione, è stata María de Fátima Muniz, leader indigena della comunità pataxó hãhãhãi e conosciuta anche come Nega Pataxó.

Ad ucciderla è stata una squadraccia paramilitare del gruppo di estrema destra Invasão Zero, che ha fatto irruzione nel territorio ancestrale pataxó (nel sud dello stato di Bahía), secondo la tecnica tipica dei fazendeiros che progettavano incursioni nelle terre indigene allo scopo di sterminare la popolazione. A rimanere ferito nell’attacco è stato anche il fratello della donna, Nailton Muniz, altro esponente storico degli indios pataxó hãhãhãi.

La milizia Invasão Zero, fondata nel 2023 e dedita ad espropriare con violenza le terre indigene, è sempre stata tollerata dalla polizia, tanto che i paramilitari, nella più totale impunità, hanno diffuso dei video dell’assalto sui social network. Lo scopo del gruppo è quello di creare uno stato parallelo a quello ufficiale, grazie ad un arsenale di armi creato soprattutto durante la presidenza Bolsonaro, notoriamente favorevole ad incentivarne l’uso, la vendita e il commercio.

Invasão Zero, che conta su un significativo appoggio di politici di estrema destra in seno al Congresso, si prefigge di recuperare tutti quei territori che loro ritengono esser stati usurpati dalle comunità indigene o da movimenti sociali come i Sem terra all’interno delle loro fincas. Il giorno prima della spedizione che ha ucciso María de Fátima Muniz, i pataxó erano riusciti a riconquistare il proprio terreno. Solo nello stato di Bahía, negli ultimi 30 anni, sono stati assassinati ben trenta leader delle comunità indigene.

Purtroppo, le istituzioni non riescono a contrastare efficacemente le azioni delle milizie paramilitari, né a livello politico né sul piano del controllo del territorio. A comandare resta l’intolleranza tipica del bolsonarismo, nonostante i timidi tentativi di Lula di promuovere politiche favorevoli ai popoli indigeni la nomina di personalità come Joenia Wapichana alla Fundação Nacional do Índio (Funai), per la prima volta diretta da una indigena e la creazione del Ministero dei Popoli indigeni, anch’esso guidato da un’indigena, Sonia Guajajara.

Nei giorni precedenti all’attacco, nei gruppi Whatsapp dei ruralistas, circolava una sorta di chiamata alle armi per sgomberare il territorio riconquistato dai pataxó e, del resto, il coordinatore nazionale della milizia, Luiz Uaquim, potente proprietario terriero del sud dello stato di Bahía e padrone di fincas in numerose terre indigene, non aveva alcuna intenzione di lasciare impunito questo affronto. Solo un mese prima del ferimento di Nailton e dell’omicidio di María de Fátima Muniz, a cadere sotto i colpi dei paramilitari era stato Lucas Kariri-Sapuyá, nella terra indigena Caramuru-Paraguassu.

Al funerale della donna hanno partecipato, tra gli altri, la ministra Sonia Guajajara e la diputata federale Celia Xakriaba, ma nonostante lo Stato brasiliano abbia cercato di far sentire la sua presenza (lo stesso governatore di Bahía, Jeronimo Rodrigues, appartiene al Partido dos Trabalhadores) e Lula abbia promesso che prenderà delle misure urgenti per tutelare la vita degli indios, le milizie paramilitari, finora, godono di un ampio spazio di manovra e agiscono indisturbate. I circa duecento proprietari terrieri che hanno dato l’assalto agli indios pataxó hãhãhãi si erano infatti riuniti indisturbati senza alcun controllo da parte delle forze dell’ordine.

La polizia militare, secondo gli indios, è rimasta ben lontana dai fazendeiros armati e non ha fatto nulla per impedirne l’assalto, secondo uno schema non troppo diverso dall’attacco delle milizie di Bolsonaro al Planalto nei primi giorni del gennaio 2023 per creare il caos in occasione dell’insediamento di Lula.

Sono circa cinquemila gli appartenenti a “Invasão Zero” nello stato di Bahia e gruppi simili stanno nascendo in tutto il paese: per adesso, purtroppo, indisturbati.

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sabato 1 aprile 2023

La distruzione della foresta amazzonica destabilizza il mondo - Robert Hunziker

 

Un nuovo studio durato 40 anni ha scoperto che ciò che accade nella foresta pluviale amazzonica influisce sull’intero sistema terrestre. Il che avvalora il fatto che la foresta amazzonica, la fonte più cruciale per il supporto vitale del pianeta, è in guai seri principalmente a causa della massiccia deforestazione.

 Il bacino del Rio delle Amazzoni è la più grande foresta pluviale del mondo, più esteso dell’insieme delle due più grandi foreste pluviali che vengono immediatamente dopo, il bacino del Congo e quello dell’Indonesia, e pari all’incirca agli Stati Uniti. La sua superficie copre il 40% del Sud America, comprese parti del Brasile, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guyana Suriname e Guyana francese.

Secondo il World Wildlife Fund (WWF): “L’Amazzonia è di vitale importanza perché le persone in tutto il mondo, così come a livello locale, dipendono dalla foresta pluviale. Non solo per cibo, acqua, legno e medicine, ma per contribuire alla stabilizzazione del clima: circa 76 miliardi di tonnellate di carbonio sono immagazzinate nella foresta pluviale amazzonica. Gli alberi in Amazzonia rilasciano nell’atmosfera fino a 20 miliardi di tonnellate di acqua al giorno, svolgendo un ruolo fondamentale nei cicli globali e regionali del carbonio e dell’acqua.”

Questo studio quarantennale collega la deforestazione amazzonica alla riduzione delle nevi tibetane e alla perdita di ghiaccio antartico. Entrambi comportano rispettivamente gravi conseguenze, in termini di perdita dei serbatoi idrici della natura per milioni di persone mentre il livello del mare aumenta ovunque.

Lo studio ha analizzato 40 anni di temperature dell’aria, concludendo che il clima del pianeta è una funzione di diverse forze disparate che interagiscono in modo tale che un nuovo stato planetario ostile alla vita potrebbe essere in corso. Lo studio ha analizzato le temperature orarie in prossimità della superficie accumulate dal European Center for Medium-Range Weather Forecast su una griglia globale di 65.000 località per un ciclo di 40 anni.

In particolare, lo studio ha dimostrato come le variazioni di temperatura dell’aria in una regione si sono propagate attraverso il sistema climatico per influenzare le temperature in altre parti del globo. Per esempio: “E’ probabile che la deforestazione in Amazzonia influenzi l’altopiano tibetano attraverso un complicato percorso di 20.000 chilometri determinato da modelli di circolazione atmosferica e oceanica. Lo studio suggerisce che un’Amazzonia sana e funzionante è cruciale non solo per il clima regionale in Brasile, ma per l’intero sistema terrestre.” (Fonte: Claire Asher, Amazon Deforestation Linked to Reduced Tibetan Snows, Antarctic Ice Loss: Study, Mongabay Series, 8 marzo 2023).

Hanno identificato potenziali punti di non ritorno dei principali ecosistemi planetari che potrebbero innescarsi uno dopo l’altro, modificando così la vita in una quantità di modi indesiderabili. Il catalizzatore sembra essere la foresta pluviale amazzonica.

Secondo Jingfang Fan, scienziato del sistema terrestre presso la Beijing Normal University e il Potsdam Institute, diversi elementi di ribaltamento del pianeta potrebbero innescarsi uno dopo l’altro in una massiccia cascata di eventi incontrollabili, cioè il bioma della foresta pluviale amazzonica, le calotte glaciali antartiche est e ovest, il permafrost artico e la grande barriera corallina. Secondo Teng Lui, Dottore di Ricerca della Beijing Normal University: “Questa è la prima volta che la teoria (matematica) delle reti complesse è stata applicata nel contesto di (estremamente lontani) punti di non ritorno… Abbiamo scoperto che la foresta pluviale amazzonica mostra una significativa teleconnessione con altri elementi di ribaltamento,” (ibidem).

Lo studio ha identificato una “forte correlazione” tra le anomalie di temperatura in Amazzonia e l’altopiano tibetano, a circa 15.000 chilometri di distanza. I dati confermano la coincidenza di temperature anomale sia in Amazzonia che in Tibet negli ultimi 40 anni. Inoltre, lo studio ha identificato la stessa relazione tra l’Amazzonia e l’Antartide. (Fonte: TC Liu, et al, Teleconnections Among Tipping Elements in the Earth System, Nature Climate Change, 2023)

“Le teleconnessioni descrivono relazioni remote tra componenti del complesso sistema climatico e riflettono il trasporto di energia o materie su scala globale. Le distanze del grande cerchio delle teleconnessioni sono in genere migliaia di chilometri “ (ibidem).

In effetti questo studio conferma studi precedenti che suggeriscono che un ecosistema sano, o viceversa malsano, in Amazzonia non soltanto è di impatto per la regione, ma in pari misura per l’intero sistema terrestre.

Secondo il World Wildlife Fund, è molto preoccupante che a partire dal 2022 il 35% della foresta pluviale amazzonica sia totalmente perso o altamente degradato. Sulla base di questo fatto dovrebbe crescere la richiesta di uno sforzo cooperativo a livello mondiale per adottare tutte le misure correttive necessarie, compresa la cessazione della deforestazione da parte dell’uomo.

Un altro studio: Amazon Against the Clock: A Regional Assessment on Where and How to Protect 80% by 2025 pubblicato dalla Amazon Network of Georeferenced Socio-Environmental Information, ancor più inclusivo dello studio del WWF, sostiene che il 26% dell’intero territorio amazzonico mostra prove di deforestazione e degrado di cui il 20% è classificato come irreversibile e il 6% altamente degradato. Secondo lo studio: “Dei nove paesi che compongono il bacino amazzonico, il Brasile e la Bolivia presentano le quantità maggiori di distruzione e di conseguenza, l’avanzamento della savana è già in atto in entrambi i paesi”.

“Nel numero di febbraio 2020 di Science Advances, il professor Thomas Lovely, membro senior della United Nations Foundation, e Carlos Norbre, esperto climatico dell’Institute of Higher Studies dell’Università di San Paolo, hanno segnalato che la perdita tra il 20 e il 25 % della foresta pluviale potrebbe segnare il punto di non ritorno per l’Amazzonia, inaugurando un’irreversibile transizione a un ecosistema più secco tipico appunto della savana.” (Fonte: The Amazon Approaches Its Tipping Point, The Nature Conservancy, 20 agosto 2020). Il Dr. Thomas Lovejoy (1941-2021) e il Dr. Carlos Nobre sono stati a lungo considerati i maggiori esperti mondiali sull’Amazzonia.

“Ci sono già alcune soluzioni implementate in base al principio che la natura e le persone possono prosperare insieme. Ad esempio, a São Félix do Xingú nello Stato brasiliano del Pará, TNC (The Nature Conservancy, un’organizzazione ambientalista statunitense, N.d.R), sostiene un progetto chiamato Cacau Mais Sustentável. Uno dei suoi obiettivi è aiutare gli agricoltori locali ad adottare pratiche più sostenibili, come piantare alberi di cacao autoctoni in terreni recuperati dal degrado per evitare ulteriori deforestazioni. Tali sistemi agroforestali comportano la piantumazione di colture e alberi autoctoni fianco a fianco, per riforestare le terre degradate”. (ibidem)

Nel frattempo, in netto contrasto con le forze della natura, la massiccia foresta pluviale sta subendo un’enorme commercializzazione: 600 progetti infrastrutturali sui fiumi, 20 nuove autostrade già pianificate, 400 dighe già operative o in fase di pianificazione e operazioni minerarie su larga scala. (Fonte: WWF)

Secondo il Living Amazon Report 2022 pubblicazione del World Wildlife Fund, 8 novembre 2022: “La situazione ha iniziato ad evidenziare che il punto di non ritorno è sempre più vicino: (1) le stagioni stanno cambiando; (2) le acque superficiali si stanno perdendo; (3) i fiumi stanno diventando sempre più scollegati e inquinati e (4) le foreste subiscono un’immensa pressione da ondate sempre più devastanti di deforestazione e incendi”.

Secondo il portale Statista.com: “Nel 2022, più di 145.000 focolai di incendi sono stati segnalati nella regione legale dell’Amazzonia in Brasile.” Di norma, gli incendi non si verificano naturalmente nelle foreste pluviali umide e bagnate.

Gli incendi e l’impronta umana che sono causa di tutto ciò stanno sfidando il 30% delle specie più preziose del mondo, sconvolgendone l’equilibrio naturale e degradando arbitrariamente la più grande foresta del pianeta.

Traduzione dall’inglese di Filomena Santoro. Revisione di Daniela Bezzi.

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martedì 13 settembre 2022

Nel silenzio generale, è scomparsa la tribù indigena senza nome dell’Amazzonia: morto l’ultimo uomo scampato al genocidio - Rosita Cipolla

 

 

Addio all'Indio do buraco: è stato trovato senza vita anche l'ultimo superstite del massacro del popolo senza nome dell'Amazzonia. L'uomo era diventato simbolo sia delle torture inflitte ai popoli indigeni di tutto il mondo nel nome della colonizzazione e del guadagno.

 

Viveva ormai totalmente da solo, nella paura costante di essere ucciso. L’uomo della buca (Indio do buraco), così era stato ribattezzato per la sua abitudine di scavare profonde buche nel terreno, era infatti l’unico sopravvissuto al genocidio di cui era stata vittima la sua tribù, nella riserva di Tanaru, nell‘Amazzonia brasiliana occidentale. A compiere il massacro gli allevatori di bestiame, interessati a fare business nelle terre ancestrali.

Ma la scorsa settimana l’uomo è stato trovato morto nella sua capanna con addosso gli ornamenti tradizionali, come confermato dal FUNAI (Fundação Nacional do Índio), organizzazione ufficiale del governo brasiliano. Sembrerebbe essere deceduto per cause naturali. Tuttavia, bisognerà attendere l’esito dell’autopsia per averne la conferma. Ciò che è certo è che con la sua morte scompare, nel silenzio generale, un’interà tribù, che viveva nello stato di Rondonia.

Nessun esterno ha mai saputo il suo nome, e della sua tribù non si sa quasi nulla – ha commentato Fiona Watson, direttrice del Dipartimento ricerca e advocacy del movimento Survival International – Con la sua morte, il genocidio del suo popolo è ora stato completato. Perché di un vero e proprio genocidio si tratta: l’eliminazione deliberata di un intero popolo da parte di allevatori di bestiame affamati di terra e ricchezza.”

L’uomo scomparso era scampato a una serie di violenti attacchi avvenuti dagli anni ’70 in poi. Da quando era stato filmanto nel 2018 da una squadra del governo brasiliano, era stato identificato come “l’uomo della buca”.

 

Addio a un uomo coraggioso, divenuto simbolo delle violenze inflitte ai popoli indigeni

Per anni ha continuato a vivere nella sua terra, nella riserva di Tanaru, una piccola porzione di foreste circondata da allevamenti di bestiame (protetti dalle politiche ecocide del Presidente Jair Bolsonaro) e ha resistito, evitando ogni tipo di contatto con l’esterno.

L’uomo della buca è il simbolo sia delle crudeltà e delle violenze inflitte ai popoli indigeni di tutto il mondo nel nome della colonizzazione e del profitto, sia della loro resistenza. – aggiunge Fiona Watson – Possiamo solo cercare di immaginare gli orrori a cui ha assistito nella sua vita e la solitudine della sua esistenza dopo che il resto della sua tribù morì, ma ha resistito con determinazione a tutti i tentativi di contatto e ha chiarito bene che voleva solo essere lasciato solo.

Se il presidente Bolsonaro e i suoi alleati dell’agroalimentare l’avranno vinta, questa storia si ripeterà più e più volte fino a quando tutti i popoli indigeni del Paese non saranno stati spazzati via. Il movimento indigeno in Brasile e Survival International faranno tutto il possibile per garantire che ciò non accada.

Fonti: Survival International/Funai

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sabato 3 settembre 2022

Strada attraverso l’Amazzonia verrà asfaltata

 

Un tratto di 400 chilometri di una fatiscente strada nazionale che passa per l’Amazzonia brasiliana deve ora essere asfaltato. L’autorità brasiliana per la conservazione della natura, Ibama, ha dato il via libera al progetto pianificato dal governo Bolsonaro.

Esperti e ambientalisti sono allarmati. Temono un ulteriore aumento della deforestazione della foresta pluviale lungo la strada. Perché una strada federale asfaltata renderà molto più facile ai taglialegna l’accesso a questa parte dell’Amazzonia e la deforestazione già esistente aumenterà. I critici sottolineano anche che le comunità indigene non sono state consultate.

Una via d’accesso alla deforestazione

La strada nazionale BR-319 è lunga quasi 900 chilometri e collega Manaus, la metropoli della foresta pluviale, con Porto Velho a sud-ovest, attraversando una delle aree meglio conservate della foresta pluviale amazzonica. A oggi solo metà della strada è asfaltata, il che rende molto più difficile l’accesso ai taglialegna durante la stagione delle piogge.

La BR-319 è stata aperta nel 1976, ma è caduta in rovina negli anni ‘80. Dall’inizio del millennio gli imprenditori locali e il governo hanno voluto rinnovare il tracciato, ma l’autorità per la conservazione della natura Ibama aveva rifiutato per tre volte, nel 2008 e nel 2009, il necessario studio di impatto ambientale. Ma ora lo studio presentato dal Ministero dei Trasporti a giugno 2021 è stato approvato da Ibama ed è stata concessa la licenza desiderata per asfaltare anche i 405 chilometri mancanti. Negli ultimi anni Ibama è stata notevolmente indebolita dal governo di destra di Bolsonaro e alcuni dei suoi leader sono stati sostituiti da seguaci fedeli al governo. L’ambientalista Carlos Durigan critica il fatto che un’audizione pubblica è stata limitata dalla pandemia di Covid-19.

I pericoli per la foresta pluviale aumentano notevolmente con il previsto ampliamento del tracciato, poiché le attività illegali non sono sufficientemente monitorate: «Non bastano le azioni di polizia per rallentare l’ingresso illegale nell’area, la deforestazione, la speculazione fondiaria e i problemi tanto aumentati negli ultimi anni» critica Fernanda Meirelles, amministratore delegato dell’associazione locale per la protezione dell’ambiente Observatorio BR-319.

Bolsonaro parla di progresso

Ibama ha stabilito una serie di condizioni per la concessione del permesso. Verrà istituita un’area protetta, monitorata la qualità dell’acqua e redatto un piano archeologico. Tuttavia l’ex presidente di Ibama, Suely Araújo, sottolinea che queste condizioni non cambiano il problema principale, l’aumento della deforestazione in Amazzonia. Poiché le condizioni incluse nel permesso ambientale non garantiscono la riduzione della deforestazione, il permesso non avrebbe dovuto essere concesso, ha detto Araújo all’agenzia stampa AP.

Nonostante ciò il presidente Bolsonaro, attualmente in campagna per la rielezione, vede l’approvazione come un progresso per lo “sviluppo” della regione. Bolsonaro ha attaccato sui social media gli oppositori del progetto, che volevano semplicemente preservare l’Amazzonia come “un’area tagliata fuori dal resto del Brasile”. Ha anche affermato che l’asfalto darebbe un importante contributo alle infrastrutture, alla sovranità nazionale e alla lotta alla criminalità.

Traduzione dal tedesco di Enrica Marchi. Revisione di Thomas Schmid.

L’articolo originale può essere letto qui

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lunedì 25 luglio 2022

La rapacità estrattivista distrugge aree protette dell’Amazzonia - Diego Battistessa

 

 

Due diversi sversamenti di greggio hanno inquinato in gennaio enormi aree protette dell’Amazzonia ecuadoriana attorno a Piedra Fina e le coste peruviane nei pressi di Lima, tra due riserve naturali. Le ricostruzioni riconducono a cause evitabili, se si seguissero protocolli di sicurezza o materiali resistenti, ma ciò che risulta subito evidente è che la causa prima del disastro ecologico è il sistema estrattivista di un capitalismo rapace, le cui scelte di privatizzazione e di catene di approvvigionamento insicure sono improntate al massimo profitto. E non è mai un approccio a favore dell’ambiente, come si evince dall’esposizione di Diego Battistessa, che in questo pezzo accomuna i due eventi proprio per la riconducibilità palese al sistema di sfruttamento delle risorse fossili.


Nel mese di gennaio due gravissimi disastri ambientali hanno colpito il Perù e l’Ecuador. Non si tratta di casi isolati ma di esternalità negative prodotte da strategie economiche di estrattivismo massivo: esternalità che nel corso degli anni vengono ciclicamente prodotte da un capitalismo predatorio che in America Latina trova il suo asse portante nell’estrazione mineraria e nello sfruttamento delle risorse idriche e di idrocarburi. Le imprese private alla quali i governi latinoamericani garantiscono (o hanno garantito) concessioni lucrative e una quasi totale impunità, hanno calpestato per anni i diritti delle popolazioni indigene, non rispettando in molti casi la Convenzione dei popoli indigeni e tribali del 1989 (n. 169) dell’Oit che garantisce alle stesse il diritto del consenso libero, preventivo e informato sulla costruzione e/o attivazione di progetti con grande impatto socio-ambientale nei loro territori.

Il continuo attacco alle coste pacifiche

Il primo disastro in ordine di tempo è quello avvenuto in Perù, dove uno sversamento di 11.000 barili di petrolio avvenuto il 15 gennaio nella raffineria La Pampilla (nel quale è coinvolta la petroliera italiana Mare Doricum) ha contaminato decine di chilometri di costa tra cui due aree protette: la  Zona Reservada de Ancón e la Reserva Nacional Sistema de Islas, Islotes y Puntas Guaneras. Lo sversamento si sarebbe prodotto (da quanto ricostruito fino a ora) mentre la Mare Doricum, stava consegnando il suo carico di petrolio nella raffineria gestita dalla compagnia petrolifera spagnola Repsol. Durante le operazioni di scarico la petroliera sarebbe stata colpita dallo tsunami provocato dall’eruzione del vulcano Hunga Tonga-Hunga Ha’apai (Tonga, Oceania): esploso proprio il 15 gennaio liberando una quantità di energia tra i 5 e i 30 megatoni di Tnt (secondo le prime stime realizzate dalla Nasa). Il risultato di quello che è già il più grande disastro ambientale della storia del Perù, sono decine di chilometri di costa pacifica a nord di Lima sommerse dal liquido nero, animali intossicati o uccisi dalla sostanza viscosa e migliaia di pescatori locali che hanno perso il lavoro. Se il danno è certo e visibile, stessa cosa però non si può dire della causa dello sversamento. La versione al vaglio degli inquirenti non è infatti la prima versione data da Repsol, che il 16 gennaio aveva riportato un piccolo incidente con la fuoruscita di poche decine di barili. Solo successivamente, di fronte all’innegabilità dei fatti, la compagnia spagnola ha ritrattato la sua versione offrendo supporto alle operazioni di mitigazioni del danno.

L’incredibile difesa di Repsol

Il presidente di Repsol Perù, Jaime Fernández-Cuesta, ha affermato nei giorni successivi all’accaduto che, sebbene la compagnia abbia commesso degli errori – soprattutto rispetto alle dichiarazioni iniziali sulla quantità di petrolio sversato –, a oggi il piano di contingenza di Repsol è attivo impegnando circa 850 persone sulla costa, oltre a tre macchine per la pulizia marina, sei serbatoi galleggianti, 13 navi di grosse dimensioni grandi e 31 navi più piccole nelle acque circostanti. Un’azione, quella di Repsol, che però è stata giudicata tardiva dalle autorità peruviane che, per bocca della (ora ex) prima ministra Mirtha Vásquez, hanno annunciato a gennaio la possibilità di denunciare la multinazionale in tre diversi ambiti: false dichiarazioni, deficienza e lentezza del piano di contingenza e la obbligatorietà di garantire aiuto umanitario alla popolazione danneggiata per l’accaduto.

La situazione politica in cui capita

Una battaglia che si preannuncia lunga e complicata anche per l’incerto orizzonte politico del Perù attuale. Mirtha Vásquez è infatti una delle protagoniste di quello che sicuramente è oggi uno dei panorami politici più complessi della regione. Pedro Castillo, nominato presidente a metà 2021 dopo una serrata, lunga e dura battaglia elettorale contro Keiko Fujimori, non sembra poter trovare il bandolo della matassa e dà l’impressione di camminare in un terreno minato dove è difficile distinguere gli amici dai nemici. Per responsabilità proprie, sabotaggi interni alla sua coalizione e attacchi costanti dall’opposizione (da distribuire secondo le simpatie e percezioni del caso), Castillo è stato incapace di dare continuità alla sua azione di governo e dopo 6 mesi di presidenza si trova in questi giorni a cambiare il suo gabinetto per la quarta volta. A Natale 2021 infatti, il paese e la stampa già facevano i conti con 11 cambi al vertice dei vari ministeri dando conto che dei 19 ministri in carica a quella data, solo 10 avevano iniziato il mandato insieme a Castillo 5 mesi prima.  Il 2022 non è iniziato in modo diverso. L’avvocatessa Mirtha Vásquez ha infatti rinunciato al suo incarico di primo ministro il 31 gennaio, allegando come detonante della sua decisione le dimissioni dell’ex ministro dell’interno Avelino Guillén. Al suo posto Castillo ha nominato a inizio febbraio l’avvocato e congressista Héctor Valer che però ha rinunciato all’incarico dopo soli 8 giorni per lo scandalo prodotto dalla pubblicazione di una serie di denunce per aggressione familiare che lo riguardano. Infine l’8 febbraio il presidente Castillo ha dovuto promuovere in modo repentino e urgente Aníbal Torres Vásquez (che era ministro della Giustizia e Diritti Umani da luglio 2021) al ruolo di presidente del consiglio dei ministri. In tutto questo l’opposizione non sta a guardare e il 18 novembre la congressista di Avanza País, Patty Chirino ha promosso una “moción de vacancia” (istanza di destituzione) per supposta incapacità morale nella guida del paese di Castillo. La mozione non ha prosperato visto che necessitavano 52 voti a favore nella votazione del 7 dicembre e ne sono stati ottenuti solo 46; contrari alla mozione: 76 e 4 astenuti.

Il partito di estrema destra Renovación popular ha però annunciato il 2 febbraio una nuova “moción de vacancia”, negando questa volta a Castillo le competenze per poter governare il paese. La questione risulta ancora più complessa se si pensa che mentre Renovación popular presentava la mozione, era primo ministro Héctor Valer, che in passato aveva militato nelle fila di quella formazione. Insomma una scacchiera degna di Garri Kaspárov.

Basta una pietra a produrre una falla micidiale

In Ecuador la fuoruscita di 6300 barili di petrolio in Amazzonia nella zona di Piedra Fina, provincia amazzonica di Napo (circa 80 km dalla capitale Quito) ha portato il greggio a raggiungere alcune aree protette nel Parco nazionale Cayambe Coca, provocando un grave disastro ecologico. La fuoruscita è avvenuta il 28 gennaio quando una pietra di grosse dimensioni è franata (a causa della forti piogge) sul grosso tubo dell’oleodotto dell’impresa privata Oleuducto de crudos pesados – Ocp Ecuador. La Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador (Conaie) ha denunciato immediatamente attraverso le sue reti la fuoriuscita, allertando riguardo all’enorme danno ambientale e criticando le politiche estrattiviste del nuovo presidente Guillermo Lasso (alla presidenza dal maggio 2021).

Le riparazioni di Ocp Ecuador

Jorge Vugdelija, presidente esecutivo di Ocp Ecuador ha dichiarato a inizio settimana alla stampa ecuadoregna che il 7 febbraio sono terminati i lavori di riparazione all’oleodotto e che le operazioni di trasporto del greggio dall’Amazzonia fino al porto sul Pacifico di Esmeraldas, sono riprese senza inconvenienti. Incalzato rispetto al danno ecologico provocato, Vugdelija ha assicurato che le azioni di riparazione ambientale e compensazione sociale sono già state attivate seguendo gli accordi presi con il governo e con l’appoggio e l’accompagnamento delle autorità. Ocp Ecuador ha confermato che sono state già inviate sul posto tre imprese specializzate in mitigazione del danno ambientale, con un dispiegamento di 790 persone nella zona della fuoruscita. Allo stesso modo è stato comunicato da Vugdelija che sono stati ritirati circa 1000 metri cubi  di terra contaminata, che sono stati già distribuiti 120.000 litri di acqua e kit alimentari alla popolazione vittima del disastro e che sono state inviate delle equipe mediche per iniziare ad affrontare problemi di salute nei centri abitati della zona.

La lunga scia di danni nei 20 anni di oleodotti ecuadoriani

L’oleodotto Ocp è il secondo più grande dell’Ecuador e trasporta circa il 30% della produzione petrolifera del paese: è lungo 485 chilometri e può trasportare 450.000 barili al giorno (attualmente ne trasporta 180.000). Nel 2001 l’impresa privata Ocp Ecuador ha prodotto uno studio ambientale sull’impatto del progetto che è stato successivamente attivato nel 2003. Fin dall’inizio però si sono manifestate grosse negligenze che hanno portato a severi danni ambientali. Il tragitto dell’Ocp (che va da lago Agrio vicino ai giacimenti petroliferi della regione dell’Oriente dell’Ecuador fino al terminal petrolifero di Balao a Esmeraldas, sulla costa pacifica) infatti corre per buona parte parallelo all’oleodotto SOTE – Sistema de Oleoducto Transecuatoriano: il primo oleodotto partito dall’Amazzonia ecuadoriana nel 1972 e lungo 497 chilometri. Nell’aprile del 2003, durante i lavori per la costruzione dell’oleodotto Ocp è stato danneggiato il Sote, provocando una fuoriuscita di petrolio di 10.000 barili che ha raggiunto la Riserva Cayambe Coca e la laguna di Papallacta, che fornisce circa il 60% dell’acqua potabile di Quito. Da quel momento in poi si sono riportati numerosi incidenti e fuoruscite di petrolio (2009, 2013 zona di Esmeraldas  e 2020 zona cascata San Rafael).

La lotta delle comunità indigene

Rispetto a quest’ultima fuoruscita di petrolio di fine gennaio 2022, il ministro dell’Ambiente dell’Ecuador, Gustavo Manrique, ha segnalato che è stata avvistata una chiazza di petrolio arrivata fino ad Añangu, nel Parco nazionale Yasuní. Il rapporto del ministro coincide con quanto già affermato e denunciato dalle comunità indigene (come il video pubblicato dalla leader indigena Nina Gualinga), che hanno stimato che l’ultima fuoriuscita ha interessato almeno 300 chilometri, dall’area in cui l’oleodotto si è rotto fino all’ingresso dell’area dello Yasuní. Il petrolio ha contaminato le fonti di acqua e cibo di centinaia di comunità indigene visto che lo sversamento ha raggiunto gli affluenti del fiume Coca: almeno 60.000 persone sarebbero state colpite da questo disastro.

In un contesto difficile nel quale le comunità indigene e in generale gli abitanti dell’Amazzonia ecuadoriana vivono una ulteriore avanzata del neocolonialismo estrattivo è arrivata però una buona notizia. Il 4 febbraio infatti l’Ong Alianza Ceibo ha pubblicato questo comunicato stampa, dando conto di una grandissima vittoria per le popolazioni indigene ecuadoriane:

«La Corte Costituzionale dell’Ecuador infatti si è pronunciata poco fa a favore del diritto dei popoli indigeni di decidere, in base alle loro forme di governo, il futuro dei loro territori in Amazzonia. Questa sentenza è storica e fornisce uno dei precedenti più potenti al mondo sul diritto dei popoli indigeni ad avere l’ultima parola sui progetti estrattivi che interessano le loro terre. Questo diritto, noto anche come Consenso Libero, Previo e Informato (Fpic), ci offre un potente strumento per proteggere 9,3 milioni di ettari di territori ancestrali in tutto il paese, e quindi affrontare i piani del presidente Guillermo Lasso, che intende intensificare l’estrazione di petrolio e la produzione mineraria. La lunga battaglia che la Comunità di Sinangoe ha condotto per la difesa del proprio territorio è un’azione esemplare condotta dalle popolazioni indigene per mitigare la crisi climatica globale».

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