domenica 25 ottobre 2026

Quando l’attacco cyber diventa una minaccia fisica - Marco Schiaffino

 

Dai supermercati francesi agli impianti idrici statunitensi: gli attacchi informatici possono provocare danni sempre più concreti. E le infrastrutture industriali sono particolarmente vulnerabili.

 

Nella notte tra l’11 e il 12 ottobre 2026, i frigoriferi di centinaia di supermercati francesi hanno cominciato improvvisamente a riscaldarsi. In alcuni casi le temperature hanno raggiunto i 50 gradi, costringendo i responsabili dei punti vendita a gettare grandi quantità di prodotti freschi e surgelati. Non si è trattato però di un guasto tecnico, ma di un attacco informatico.

I responsabili sono infatti riusciti a prendere il controllo da remoto dei sistemi di regolazione degli impianti frigoriferi (approfittando della scarsa protezione di sistemi di controllo accessibili direttamente via internet), attivando i cicli di sbrinamento e prolungandone la durata fino a otto ore. Il risultato è stata l’interruzione della catena del freddo in centinaia di supermercati appartenenti a diverse catene della grande distribuzione, con danni economici per milioni di euro.

La vicenda rappresenta un recentissimo esempio di un fenomeno sempre più preoccupante: gli attacchi informatici ai sistemi di Operational Technology (OT, le tecnologie che controllano e monitorano impianti e processi fisici), capaci di provocare conseguenze concrete nel mondo materiale. Un fenomeno, come vedremo, in crescita e che negli ultimi mesi ha colpito in Occidente soprattutto gli Stati Uniti.

Il 30 luglio 2026, sul sito dell’FBI, è infatti comparso un “avviso pubblico” rivolto ai proprietari e ai gestori di infrastrutture critiche sul territorio statunitense. L’allarme riguardava possibili attacchi a “dispositivi di tecnologia operativa”.

Nell’avviso, il Federal Bureau of Investigation specificava che l’allarme era scattato dopo le segnalazioni da parte di alcune aziende di servizi idrici e trattamento delle acque reflue in sette diversi stati, tutte vittime di cyber attacchi che miravano a interferire con le loro operazioni. Nel solo Minnesota gli attacchi avrebbero interessato 30 impianti, ma nell’arco di un paio di settimane i casi si sarebbero moltiplicati, arrivando a coinvolgere in tutto almeno 12 stati dell’Unione.

Secondo alcune fonti investigative citate dalla stampa statunitense, gli attacchi informatici – che in alcuni casi hanno provocato cali di pressione nella rete idrica e allagamenti – potrebbero essere riconducibili a gruppi legati al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniano, che avrebbero agito per rappresaglia nei confronti degli attacchi “cinetici” condotti da USA e Israele contro l’Iran.

Uno degli episodi più significativi è quello della Clayton County Water Authority, in Georgia, dove il 27 luglio un guasto a una stazione di pompaggio ha provocato interruzioni nell’erogazione dell’acqua e costretto le autorità a raccomandare ai residenti di bollirla prima del consumo. Il servizio è stato ripristinato nel giro di poche ore e le analisi non hanno rilevato contaminazioni, ma l’azienda ha avviato un’indagine per accertare se si trattasse di un attacco informatico.

Se la responsabilità iraniana fosse accertata, la vicenda della compromissione degli impianti idrici negli Stati Uniti confermerebbe come questi attacchi siano spesso una componente importante di quella “guerra ibrida” che agita le opinioni pubbliche in Occidente.

Stuxnet, il più celebre attacco OT

Gli attacchi segnalati dall’FBI lo scorso luglio hanno interessato i sistemi industriali gestiti attraverso dispositivi della serie Rockwell Automation/Allen-Bradley’s MicroLogix 1100 e 1400, ma già in passato altri sistemi di controllo industriale – tra cui gli SCADA (applicazioni software usate per supervisionare i processi industriali associati) di Siemens, usati anche nel settore energetico – erano stati presi di mira da gruppi legati ad apparati statali, con conseguenze anche sul funzionamento fisico degli impianti.

Il caso più clamoroso di attacchi cyber a impianti fisici è infatti quello di Stuxnet, un malware entrato in circolazione attorno al 2007 e tra i primi esempi di come sia possibile provocare gravi danni fisici a un impianto industriale agendo per via informatica. Il malware è stato sviluppato congiuntamente dai servizi segreti statunitensi e israeliani con l’obiettivo di sabotare la centrale di arricchimento dell’uranio di Natanz, in Iran.

L’operazione, battezzata Olympic Games, secondo le fonti di stampa sarebbe stata pianificata dall’amministrazione statunitense come alternativa all’ipotesi di un attacco “fisico” – caldeggiato da Tel Aviv – per rallentare il programma nucleare iraniano ed è stata portata a termine con successo nel 2010. L’obiettivo di Stuxnet, in sintesi, era quello di alterare il funzionamento delle centrifughe fino a renderle inutilizzabili. Stuxnet è stato il primo vero “campanello d’allarme” sul rischio legato ad attacchi cyber in ambito OT con conseguenze potenzialmente catastrofiche a livello fisico.

Un fenomeno in crescita

Da allora, gli episodi di attacchi ai sistemi OT sono cresciuti notevolmente e sono spesso stati condotti sia come strumento di rappresaglia, sia come azione di sabotaggio in sinergia con gli attacchi “fisici”.

Le cronache delle tensioni tra Russia e Ucraina, successivamente sfociate in aperto conflitto, riportano per esempio ben tre episodi di questo tipo. Nel dicembre 2015, un attacco legato al malware BlackEnergy ha provocato un’interruzione dell’energia elettrica che ha coinvolto circa 230mila persone. L’anno successivo, un altro malware, chiamato Industroyer, ha causato un blackout nella capitale Kiev. Il più recente attacco con Industroyer2 dell’aprile 2022 è stato invece pianificato nel pieno delle ostilità con l’obiettivo – fallito – di colpire le sottostazioni elettriche ad alta tensione ucraine.

Altri episodi, sempre attribuiti a gruppi legati al governo del Cremlino, hanno coinvolto recentemente alcuni impianti del settore energetico in Polonia, un sistema di teleriscaldamento nella città ucraina di Lviv, per finire con i sistemi di controllo della diga di Bremanger, nella Norvegia occidentale.

Gli impianti industriali rischiano però di finire nel mirino non solo dei cosiddetti “hacker di stato”, ma anche dei cyber criminali specializzati nel ransomware, cioè in attacchi che puntano a compromettere i sistemi informatici delle aziende con lo scopo di estorcere un riscatto.

In quest’ottica, i sistemi OT sono un bersaglio ideale. Se normalmente i pirati informatici puntano al blocco dei sistemi digitali o alla sottrazione di informazioni sensibili, gli attacchi che coinvolgono direttamente o indirettamente i sistemi OT rappresentano un potenziale salto di qualità. Provocando l’interruzione dell’attività produttiva, infatti, i criminali si garantiscono una leva formidabile per indurre la vittima a cedere al ricatto.

La fragilità del settore OT

Il bersaglio privilegiato degli attacchi cyber in ambito industriale sono i Programmable Logic Controller (PLC), cioè i computer industriali che controllano macchinari e processi fisici: pompe, valvole, motori, nastri trasportatori, turbine, sistemi di trattamento dell’acqua e simili.

Ciò che rende così vulnerabili i PLC è che, nella maggior parte dei casi, hanno una “età” piuttosto elevata. Gli impianti industriali sono infatti pensati per cicli di sostituzione molto più lunghi (dai 15 ai 30 anni) rispetto a quelli digitali, che invece vanno solitamente incontro all’obsolescenza nel giro di 3-5 anni. Chi ha implementato i PLC per la gestione di impianti industriali nei primi anni 2000 non aveva alcuna dimestichezza con concetti come “security by design” e, soprattutto, non poteva prevedere fino a che punto quei sistemi sarebbero stati interconnessi con l’infrastruttura IT aziendale.

Risultato: oggi ci sono impianti industriali che poggiano le loro fondamenta su sistemi informatici con caratteristiche di sicurezza assolutamente inadeguate ai tempi. Una recente analisi eseguita dall’olandese Modat, per esempio, evidenzia come in Europa ci siano 8.547 sistemi legati alla produzione di energia solare ed eolica esposti su Internet.

Uno dei fattori che incide di più sul livello di sicurezza di questi sistemi è però il fatto che gli impianti industriali “obbligano” a utilizzare sistemi operativi e software non più supportati a livello di aggiornamenti di sicurezza. Stando a una ricerca condotta su 635 sistemi di controllo industriale, risulterebbe che solo il 22,5% dei computer Windows impiegati nei centri di controllo utilizzerebbe versioni aggiornate del sistema operativo. Il 77,5% “gira” invece su versioni legacy, come Windows XP e Windows 7, per le quali non è più disponibile il supporto.

Non si tratta di una forma di incoscienza o sciatteria, ma di un effetto collaterale legato alla compatibilità tra software e dispositivi di controllo. Una ricerca di txOne che ha coinvolto 550 responsabili OT europei segnala che il 54% degli intervistati indica proprio la compatibilità come motivazione per il mantenimento di sistemi vetusti, mentre il 45% giustifica il mantenimento dello status quo con gli elevati costi di aggiornamento degli impianti.

Sotto questo profilo è bene chiarire come non si tratti dei costi per gli aggiornamenti software, ma di quelli che sarebbero necessari per sostituire gli impianti di produzione o aggiornare i sistemi di controllo. In altre parole, per modernizzare il settore digitale di un impianto industriale sarebbe spesso necessario un esborso economico insostenibile.

Tempi lunghi per il cambiamento

Il quadro, per lo meno in Europa, è destinato a cambiare. Se la direttiva NIS2 impone già una serie di obblighi a livello di cyber security per chi gestisce servizi critici, il vero cambio di passo è avvenuto con il Cyber Resilience Act (CRA). Il regolamento fissa una serie di requisiti per i dispositivi OT disponibili nel mercato europeo, per garantire un maggior livello di sicurezza. Il problema è che le principali disposizioni del CRA entreranno in vigore a fine 2027, ma non imporranno un adeguamento generalizzato dei sistemi già installati.

Considerando il fatto che i cicli di vita di questi dispositivi sono estremamente lunghi, il vero salto di qualità verso sistemi meno vulnerabili potrebbe richiedere decenni. Fino ad allora, la vera sfida sarà quella di proteggere in maniera efficace un ecosistema industriale che, sotto il profilo della cyber security, rischia di essere un colabrodo.

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sabato 24 ottobre 2026

Perché spostare i migranti con contratto regolare senza motivo? Succede al CPA di Monastir - Roberta Mocci


Già vivono in condizioni disumane a causa dell'assenza di spazi adeguati. Ultimamente si sono verificati numerosi disordini all'interno e fuori dal CPA di Cagliari: vorrei ben vedere

 

È possibile prelevare delle persone da un centro di accoglienza e spostarle altrove nonostante un contratto di lavoro regolare? Il fatto che si tratta di migranti ci autorizza a calpestare completamente i loro diritti?

Questo è quello che sta accadendo al CPA di Monastir in provincia di Cagliari dove i richiedenti protezione internazionale vivono, come si sa da anni, in condizioni disumane a causa dell’assenza di spazi adeguati. La maggior parte di loro, dopo la richiesta di protezione internazionale, ha ottenuto un permesso provvisorio che dopo 60 giorni permette loro di lavorare. Queste domande spesso non vengono esaminate per anni, lasciando questi ragazzi in un limbo, sospesi tra la regolarità e l’irregolarità, con i comprensibili timori dei datori di lavoro. Inutile dire che di questa forza lavoro abbiamo enormemente bisogno e molti di loro trovano impiego nelle aziende agricole del Campidano. La loro disponibilità a lavorare senza badare troppo a orari e condizioni di lavoro li rende inoltre particolarmente “interessanti” agli occhi delle aziende. Nonostante questa giungla fatta di incertezze, alcuni di loro ottengono regolari contratti di lavoro, spesso stagionali, ma nel settore la stagionalità significa semplicemente cambiare raccolto e quindi spesso sono impegnati per la maggior parte dell’anno.

Ma arriviamo ai fatti.

Ultimamente si sono verificati numerosi disordini all’interno e fuori dal CPA: vorrei ben vedere come si fa a vivere sereni, in condizioni di sovraffollamento, di scarsa igiene, ragazzi con un passato difficile, un presente complesso e un futuro ancora più incerto e non ci vuole molto a capire che alcuni di loro avrebbero bisogno di un aiuto psicologico. È assolutamente comprensibile la preoccupazione degli abitanti dei paesi vicini, ne hanno tutto il diritto, ma anche qua la percezione di pericolo è superiore alla realtà in seguito alla propaganda anti migranti del nostro lungimirante governo e portata avanti con convinzione da alcuni giornali locali. E siccome investire nell’integrazione non è considerata un’opzione, si è scelto di operare diversamente e di spostare i migranti verso altri centri, dove non si sa.

Bene direte voi, si alleggerisce il carico, saranno stati utilizzati dei criteri per lo spostamento di queste persone, l’obiettivo sarà il loro benessere. E invece pare proprio di no, perché molti di loro erano in possesso di regolare contratto di lavoro. Cioè, proprio coloro che avevano più diritto a restare e avevano iniziato un percorso di integrazione che, non ci vuole molto a capire, inizia proprio dal lavoro, vengono mandati via. E chi in tutto ciò non vede lesi i diritti fondamentali dei migranti pensi ai datori di lavoro agricoli che hanno visto scomparire da un giorno all’altro i loro lavoratori sui quali contavano.

Ma in fondo, a noi cosa cambia? Non lo so, forse nulla, le aziende troveranno un altro disperato disponibile a lavorare dall’alba al tramonto. Ma io mi sono sentita offesa come essere umano. Vedo il realizzarsi di quei sani principi anticostituzionali che tanto piacciono ultimamente ai nostri politici e non solo. Ho paura, che a poco a poco ci si spinga sempre oltre. Che qualcosa sfugga di mano. Perché la storia ci insegna, ma noi non abbiamo imparato.

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venerdì 23 ottobre 2026

“Questa non è conservazione, è un cartello.” Rappresentanti indigeni da tutto il mondo hanno rilasciato oggi una dichiarazione storica dall’impatto dirompente

 

“La conservazione della natura deve essere guidata dai popoli indigeni, perché noi ne sappiamo di più.”

Nairobi: numerosi popoli indigeni vittima dell’industria della conservazione si sono riuniti in un incontro unico nel suo genere, a conclusione del quale hanno chiesto “la restituzione delle nostre terre ancestrali, incluse quelle che ci sono state sottratte per creare parchi e riserve naturali”.

La Dichiarazione di Nairobi, diffusa oggi dalla neonata Indigenous Lands Alliance (Alleanza per le terre indigene) a conclusione dell'incontro, contiene anche un ultimatum senza mezzi termini rivolto a note organizzazioni per la conservazione, tra cui WWF, WCS, African Parks, UNESCO e altre: "andatevene dalle nostre terre e rispettate i nostri diritti, diversamente, vi cacceremo via".

Our Land, Our Nature (OLON, La nostra terra, la nostra natura) ha riunito per la prima volta rappresentanti indigeni da tutto il mondo, accomunati dalla lotta contro il modello di conservazione dominante; insieme hanno denunciato il prezzo umano della “conservazione fortezza” e dei mercati del carbonio, presentando al contempo alternative a guida indigena.

La dichiarazione delinea la portata del problema:

“Da decenni ormai, la potente industria della conservazione usurpa e ruba i nostri territori con il pretesto di salvare Madre Terra. Trasformano i nostri territori in parchi nazionali, riserve della tigre, santuari della fauna selvatica, aree protette,aree di conservazione e riserve di caccia sportiva senza il nostro consenso.”

“Vendono le nostre terre attraverso i mercati del carbonio, i crediti di biodiversità e altri sistemi di compensazione che servono a dare una parvenza di sostenibilità ambientale (greenwashing) alle pratiche distruttive delle multinazionali. Nonostante siano designate come "Aree protette", queste zone vengono distrutte e destinate all'estrazione mineraria a cielo aperto, all'estrazione "verde" di minerali critici per la transizione energetica e alle piantagioni commerciali di gomma, pino, tè, caffè, soia e teak. Vengono aperte al turismo dei safari, che non mostra alcun rispetto per i popoli indigeni né per i nostri antenati.”

 “Dietro tutto ciò vi è una coalizione composta da governi, multinazionali e ONG internazionali che si occupano di ‘conservazione’ dell’ambiente. Controllano i nostri territori perché finanziati da ricchi paesi del Nord del mondo, dalle banche multilaterali di sviluppo, da istituzioni finanziarie multilaterali, dalla Banca Mondiale, dalle industrie dei combustibili fossili e da altre industrie inquinanti. Oggi le nostre terre sono amministrate da governi, ONG ed élite. Non da noi. Questa non è conservazione della natura. Non è altro che un cartello.”

“Ci opponiamo a una conservazione caratterizzata da logiche di mercato, accaparramento di terre, finanziarizzazione della natura, greenwashing da parte dei grandi inquinatori e false Soluzioni basate sulla natura (NBS). Esigiamo uguaglianza, consenso, trasparenza, rispetto e dignità.” 

Questa Dichiarazione, dai toni molto fermi, è stata sottoscritta dai 60 rappresentanti indigeni provenienti da 16 paesi del mondo che hanno partecipato a questo incontro senza precedenti. Essi hanno anche dato vita a una nuova rete, la Indigenous Lands Alliance (Alleanza per le terre indigene), per promuovere le istanze contenute nella Dichiarazione di Nairobi.

I rappresentanti indigeni provengono da:

  • Argentina (popoli Qom e Mbya Guarani)
  • Bolivia (popolo Uchupiamona)
  • Botswana (popolo Kua)
  • Cambogia (popolo Bunong)
  • Camerun (popolo Baka)
  • Colombia (popolo Pasto)
  • Congo (rep.) (popolo Baka)
  • Ecuador (popolo Kichwa)
  • India (popolo Jenu Kuruba)
  • Kenya (popoli Ogiek, Samburu, Rendille, Masai, Borana, Sengwer)
  • Nepal (popolo Tharu)
  • Perù (popolo Kichwa)
  • Tanzania (popolo Masai)
  • Tailandia (popolo Karen)
  • Uganda (sottogruppo Mosopisyek/Kalenjin)
  • Stati Uniti (nazioni Diné e Dakota)

Note ai redattori:

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giovedì 22 ottobre 2026

Parigi in fiamme: le immagini surreali del turismo di massa - Angela Fais

 

Di fronte alle immagini dei turisti spagnoli che al Louvre hanno insultato gli studenti per aver bloccato l’accesso al museo, o alle due turiste che, sempre a Parigi, cercano il B&B in una piazza in cui divampano violentissimi scontri, restiamo profondamente colpiti.

E non ci stupiamo che i video siano diventati virali insieme agli altri, quello della ragazza che fa jogging lungo un boulevard nero e nebbioso o quello della coppia che sorseggia il caffè come se la città attorno non stesse letteralmente bruciando in preda alla guerriglia urbana.

Ci colpiscono intensamente perchè ci mostrano senza veli gli esiti cui il neoliberismo inevitabilmente approda attraverso una calcolata atomizzazione sociale e una sistematica depoliticizzazione della società, facendo si che, non senza stridore, nello stesso spazio fisico si posizionino, come mondi paralleli, segmenti sociali politicamente inconciliabili. 

Queste immagini in realtà sono una metafora potentissima in cui si condensa la frattura sociale profonda e strutturale che il neoliberismo produce, costituendosi come dispositivo di polarizzazione economica e frammentazione sociale che, concentrando i capitali nelle mani di pochi - sempre più pochi - progressivamente impoverisce la classe media e crea marginalità sociali.

 

Senza ombra di dubbio possiamo dire che i protagonisti dei reel sono degli idioti.

Non perché si sia testato il loro Qi, ma “idioti” ( ?δι?της ) nel senso greco del termine, nell'accezione in cui Pericle recita, come riporta Tucidide, nella Atene del 431 a.c. nell’epitaffio in onore ai caduti alla fine del primo anno della guerra del Peloponneso: “Un cittadino che non si interessa dello Stato non lo consideriamo pacifico, ma inutile”.

Ricordiamo che nell’antica Grecia chi non prendeva parte alle riunioni dell’ Ecclesia era esposto al pubblico ludibrio, essendo considerata un’onta non interessarsi alla cosa pubblica. Per convogliare i cittadini nell’area dell’  Ecclesia il giorno del voto si usava cingere la piazza dell’ Agorà con una corda intrisa di color rosso che avrebbe marchiato le vesti dei ritardatari.

Oggi i turisti sono guidati da aspettative costruite sulla base dell’omologazione e di luoghi comuni che hanno ridotto ogni nostra città a cartolina, semplice sfondo di un post sui social. Aspettative che fanno si che la città reale, in cui la rivolta divampa in tutta la sua violenza, resti solo uno sfondo sfocato che interferisce con il loro tour, nonché banale luogo comune da ricalcare ancora una volta, ma forte abbastanza da prevalere sulla realtà. Quasi che la Parigi disneyficata, in una percezione aberrante, riesca ad avere la meglio sulle fiamme, il fumo delle molotov, i lacrimogeni e la violenza.

Ma se sulla dimensione sociale della rivolta riesce a prevalere con tutta la sua forza l’ottusità del privato, ci troviamo irrimediabilmente in una società abitata da idioti. Ricordiamoci sempre che il neoliberismo prima che una dottrina economica è un progetto di vita sociale.

Di una città della quale neghiamo la sua dimensione sociale, politica , restano solo le pietre e individui che vivono come “idiotes”: privati cittadini che non partecipano in alcun modo alla vita pubblica e politica della comunità, sono disinteressati, “non pacifici” ma idioti.

E mentre le turiste guardano gli smartphone, così come gli altri due che seduti a un tavolino sorseggiano caffè e fumano, viene a galla una mostruosa disconnessione. Avulsi in un’ottusa ‘bolla turistica’ che riduce la città reale a puro sfondo e declassa la rivolta a imprevisto logistico che può rovinare la vacanza, la rivolta urbana, il malessere sociale è ridotto e ricondotto a mero rumore di fondo.

In realtà la scena comunica un fortissimo tema di classe:

da un lato “i reietti della città” come li chiama Loïc Wacquant, espulsi dalle  città-vetrina che vorrebbero definitivamente sganciarsi dalla materialità di un conflitto di classe sempre più bruciante, per imporre la presenza e il dominio di élite, speculatori e consumatori globali che la città la attraversano consumandola come fosse un prodotto tra gli altri.

Se però le città vengono epurate e depurate della propria memoria, elemento opaco e spurio di cui son composti i mattoni della storia, a favore delle città vetrina, astoriche e acritiche, il conflitto di classe viene declassato a fastidiosa interferenza di fondo, un contrattempo fastidioso. Tuttavia laddove il cittadino è sostituito da turisti e consumatori facoltosi, la materialità ritorna sempre come rimosso, attraverso i conflitti urbani.

L’espulsione dalla città del suo proletariato, respinto nelle periferie attraverso un atto di violenza fortissima che prende il nome di gentrificazione, genera movimenti di resistenza e di classe, spostando l’asse del conflitto dalle fabbriche, ormai chiuse da un pezzo, alla città.

E noi dobbiamo prenderne atto per non rischiare di diventare degli idioti.

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mercoledì 21 ottobre 2026

In 5 anni chiuse 500 botteghe, in 38 Comuni non c’è neanche un negozio di alimentari: tutti i dati - Francesco Zizi

Quasi cinquecento le piccole botteghe chiuse negli ultimi cinque anni nei comuni già colpiti dallo spopolamento. Trentotto, sono invece i paesi della Sardegna in cui non esiste più un negozio specializzato in alimentari. In otto piccoli non c’è nemmeno più un minimarket. I rapporti della Camera di Commercio di Sassari, letti in successione, restituiscono la foto di un’isola che - dopo scuole, chiese, ambulatori e pronto soccorso -, perde anche un altro pilastro economico e sociale fondamentale. Un ritirata silenziosa che in alcuni borghi ha già lasciato un vuoto difficilmente colmabile.

Il dato più preoccupante è l’ultimo, quello che riguarda il rapporto “Sardegna imprese” del 2026, che riporta i dati del 2025. Lo scorso anno in 38 comuni dell’isola, non risulta alcuna impresa attiva di commercio al dettaglio, specializzato in alimentari e bevande. Niente macellaio, niente pescheria, niente panettiere e niente frutta e verdura. In ben otto comuni invece, il deserto è totale: Cheremule, Baradili, Bidonì, Boroneddu, Curcuris, Tadasuni, Villa Sant’Antonio e Tinnura non hanno neppure un minimarket. In alcuni di questi non c’è un solo negozio, di nessun genere. Per comprare il pane bisogna prendere l’auto e andare altrove, spesso macinando chilometri e chi l’auto non ce l’ha resta a casa.

Sono invece 53 i comuni con al massimo due imprese alimentari, quasi uno su sette. In ventidue piccoli borghi invece, si regge tutto su un’unica attività: Aidomaggiore, Allai, Asuni, Neoneli, Osidda, Sagama, Turri. Basta una pensione, una malattia, un bilancio che non torna, e anche lì la saracinesca rimane giù. Intanto la rete si sbilancia verso le grandi città: delle 9.236 imprese alimentari dell’isola, il 43,5% si concentra nei dieci comuni più grandi. In 134 comuni, più di uno su tre, sono cinque o meno. E il saldo, in tutti questi piccoli paesi, riporta sempre un numero negativo.

In 88 piccoli comuni dell’isola, tra il 2020 e il 2025, le imprese del commercio al dettaglio sono passate da 3.925 a 3.426, quasi cinquecento in meno: il -12,7%. In 69 degli 88 comuni, il saldo è negativo e solo in nove positivo.

Nel Nord Sardegna, solo Alghero perde 98 attività, ma è nei piccoli borghi che il peso di una chiusura si avverte molto di più. Monti passa da 37 a 23, Pattada da 30 a 22, Luras da 26 a 19, Siligo da 13 a 9. Dove le botteghe si contano sulle dita di una mano, perderne anche solo due significa dimezzare l’offerta.

Dietro il bancone il quadro non migliora. A fine 2020 le industrie alimentari e delle bevande attive in Sardegna erano 2.126, a fine 2025 sono 2.032, 94 in meno. Ma a pagare il prezzo più caro è sempre la filiera del cibo, che è anche quella che rifornisce i territori più periferici. Piccoli panifici o caseifici, salumifici in cinque anni scendono da 1.987 a 1.875, mentre sono in leggera crescita cantine e birrifici. Fino al 2024, ultimo anno confrontabile, gli addetti erano però cresciuti da 12.258 a 12.833. Sintomo di un fenomeno che riguarda tutti quasi tutti i settori dell’economia: si rafforzano e si espandono le grandi imprese, muoiono le piccole realtà.

La mappa della desertificazione commerciale ha un baricentro negativo che pende verso le province di Cagliari e Oristano. Trenta dei 53 comuni più a rischio di chiusura totale dei piccoli presidi alimentari sono borghi dell’Oristanese interno, tra Barigadu e Marmilla: paesi di poche centinaia di abitanti, dove l’età media sale e i giovani partono per l’assenza di servizi essenziali. Dodici sono nel Nuorese, undici tra Sassarese e Gallura. Nessun territorio, insomma, può dire di essere al riparo. Lo stesso Sud perde anche i piccoli laboratori, parte fondamentale della filiera, che molto spesso è unica. Tra Cagliari e Oristano le industrie alimentari passano da 1.008 a 925, ottantatré in meno. Nel Nord Sardegna scendono da 549 a 526. Controcorrente il Nuorese, unico territorio in crescita, da 569 a 581: lì la trasformazione dei prodotti della terra e del pascolo resta ben ancorata alle radici.

La tendenza nazionale

Quello che sta succedendo nell’isola è il tassello locale di una desertificazione commerciale che attraversa tutta Italia. A livello nazionale sono 1.064 i comuni che non hanno più un negozio di alimentari in sede fissa. Oltre un milione e mezzo di persone vive senza un minimarket o un piccolo esercizio alimentare nel proprio comune, 265mila senza nemmeno un bar. Dal 2019 sono sparite 111mila imprese del commercio al dettaglio e 24mila bar, e circa 72mila erano attività di prossimità di base: forni, fruttivendoli, macellerie, pescherie, tabaccherie, edicole. Sul fronte della produzione, invece, il confronto nazionale restituisce un'immagine meno cupa.

Tra il 2020 e il 2024, ultimo periodo misurato con la stessa classificazione, le industrie alimentari e delle bevande sarde sono scese da 2.126 a 2.050, il 3,6% in meno. In Italia il calo è stato del 5,1%. Solo Campania e Piemonte hanno fatto meglio dell'isola, mentre Toscana, Lazio e Marche hanno perso tra il 7 e il 9%. Gli addetti crescono del 4,7%, in linea con la media nazionale. Il vero problema però, è che le imprese sarde restano piccolissime, molto spesso a conduzione familiare. In media, in un’azienda dell’isola lavorano 6,3 addetti contro i 10,7 del resto del Paese. Più piccole vuol dire anche più fragili.

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martedì 20 ottobre 2026

Una nuova vita per le colline e le montagne: il tesoro che i giovani vogliono riscoprire - Barbara Nappini

 

In collina e in montagna permangono le basi biologiche necessarie alla vita: biodiversità, suolo, acqua pulita, aria, piante e animali. In collina e in montagna hanno origine i prodotti italiani più iconici, frutto di sapere millenario custodito dagli artigiani. Basti dire che il 92% dei prodotti Dop proviene da aree montane o interne. In collina e in montagna, per secoli, la produzione di materie prime e la loro trasformazione hanno generato quell’agrobiodiversità e quella varietà gastronomica che oggi riassumiamo fin troppo facilmente nell’espressione “made in Italy”. In collina e in montagna sono presenti il 46% delle imprese agroalimentari, si concentra oltre il 50% della superficie agricola utilizzata del Paese, si evidenzia la maggiore vocazione al biologico e la più rilevante presenza di imprese a conduzione femminile per il 25% e giovanile per il 9,2%.

La trave nel piatto è che le “terre alte” vengono definite “marginali”. Ma queste terre marginali sono tutto fuorché marginali. Sono circa il 70% del territorio nazionale, ospitano quasi 4.000 comuni, custodiscono la maggior parte della biodiversità italiana, regolano il ciclo idrologico, catturano carbonio, prevengono dissesti, conservano paesaggi culturali patrimonio dell’umanità. Le aree interne sono in sofferenza perché da decenni depauperate di opportunità: servizi essenziali, accesso al lavoro, infrastrutture, isolamento geografico, tutto spinge dolorosamente i giovani a trasferirsi. Secondo ISTAT, negli ultimi 20 anni molti piccoli comuni hanno perso fino al 20% della popolazione. Eppure, le grandi città di pianura hanno bisogno delle terre alte: è necessario dismettere la relazione di servizio che la campagna depauperata ha avuto con la città, per trasformarla in un dialogo paritetico tra aree di pari dignità in cui il benessere dell’una e dell’altra sono correlati. Un rapporto che deve essere basato sulla reciprocità e la cooperazione, che riconosce soggettività alle terre alte e che restituisce alla collina e alla montagna la coscienza del luogo e alle comunità dei paesi “il fare”.

I giovani questo lo hanno capito prima e meglio della politica: molti sono quelli che individuano in quelle aree delle prospettive “altre” di lavoro, di relazione e anche di vita. Alcuni sono nati lì e vogliono restare, altri provengono dalla città ma vogliono trasferirvisi, entrambi leggono quei territori come spazi dove sperimentare forme di lavoro agricolo o forestale cooperativo, partecipare alla vita delle comunità, custodire gli ecosistemi abbracciando saperi antichi e innovazione, immaginare e costruire forme di governo dal basso dei luoghi. Lì, nelle aree collinari e montane, servono le scuole migliori, i trasporti più efficienti, i servizi di assistenza e sanitari più innovativi per sostenere un ripensamento del futuro dell’Italia tutta. E nel Terra Madre Salone del Gusto appena conclusosi a Torino, i giovani c’erano ed erano tanti. Hanno affollato in maniera più evidente proprio lo spazio “Terre Alte”: non soltanto partecipavano alle conferenze tra il pubblico, molti erano dietro i microfoni! Erano loro i protagonisti: hanno portato idee, istanze, proposte, esperienze, energica volontà e ferma determinazione per far vivere quei luoghi e per vivere loro stessi, lì, un’esistenza dignitosa, culturalmente sensata e politicamente giusta. Dentro questa trama di connessioni tra comunità e territori, tra idee e azioni, non c’è spazio per l’inganno dei confini: nei sistemi locali del cibo buoni, puliti e giusti che ne possono scaturire, nutrirsi non è gesto compiuto a danno di qualcuno, ma è atto capace a sua volta di nutrire. Queste ragazze e questi ragazzi non chiedono che qualcuno faccia al posto loro: loro sono già dentro un cambiamento che niente e nessuno può fermare.

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lunedì 19 ottobre 2026

Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Fàula? - Omar Onnis

 

Antonio Gramsci credeva molto nel sapere come strumento di crescita personale e di emancipazione collettiva. Il suo celebre invito a istruirci, rivolto ovviamente prima di tutto alle persone giovani, ma non solo, risuona di tanto in tanto negli slogan delle manifestazioni studentesche. Insieme a un altro motto, tratto da un graffito murario (non so se reale o ricostruito), che recita: “fotti il sistema… studia!”.

In questi giorni di vivaci proteste studentesche in Francia, che sembra comincino a riverberarsi anche nell’anestetizzato spazio pubblico italiano (e sardo), è doveroso tornare a rifletterci su. Specialmente in un luogo come la Sardegna, margine coloniale di uno stato scalcinato ma arrogante come l’Italia.

Sono gli stessi giorni in cui il ministro della Difesa Crosetto ci informa che le esercitazioni militari nella nostra isola “sono necessarie”, dunque dobbiamo ingoiare il rospo e rendere questo servigio alla Patria. Ma sono anche gli stessi giorni in cui l’amministrazione regionale con a capo Alessandra Todde deve difendersi da diversi scricchiolii interni e dal montante scandalo detto giornalisticamente “poltronificio”, ossia la straripante pletora di consulenti esterni della Presidenza e dell’intera Giunta regionale, lautamente retribuiti, ma con risultati concreti a dir poco evanescenti. Ciò non ha impedito all’assessora alla cultura, Ilaria Portas, di celebrare un suo occasionale incontro con un noto conduttore televisivo italiano con tanto di selfie sui social.

Chiamo in causa l’assessora Portas proprio in quanto titolare della competenza regionale sulla scuola. Un comparto che nell’isola è da tempo sottoposto a uno stress sistematico, quanto a infrastrutture e a risultati negativi del corpo discente. Quest’ultimo, nelle rilevazioni a carattere statale, risulta da molti anni agli ultimi posti nelle classifiche di rendimento e ai primi in quelle di dispersione e abbandono.

La scuola sarda, in tutte le sue componenti, avrebbe moltissimi motivi per manifestare disagio e persino, direi, franca ribellione a un sistema che da decenni debilita scientemente l’istituzione scolastica pubblica, con conseguente lesione di un diritto pure formalmente garantito dalla costituzione “più bella del mondo”. Diritto che ha implicazioni evidenti nella qualità della vita delle persone e nell’esercizio di altri diritti civili.

In Sardegna questa deriva ha un peso ancora maggiore. L’invito gramsciano a istruirci trova un suo limite oggettivo nel fatto che la scuola sarda non è propriamente sarda, ma è una scuola del tutto dipendente dal Ministero competente a Roma. Una condizione di sudditanza e subalternità che ha risvolti sia nelle scelte concrete (vedi la drammatica questione del dimensionamento scolastico), sia nelle forme e nei contenuti dell’insegnamento impartito alle giovani generazioni sarde. 

Si dirà: è inevitabile, la competenza sull’istruzione è dello Stato. Be’, sì e no. Intanto esiste un margine statutario, pur nella nostra debolissima autonomia, che consentirebbe un intervento legislativo regionale in materia. Tale potestà è sempre stata elusa dalla nostra politica. Ma poi, come dimostrano altre realtà locali molto più forti dal punto di vista della negoziazione con lo Stato centrale, sarebbe anche possibile ridiscutere i termini dalla questione e pretendere competenze maggiori. 

La Sardegna non solo ha sue precise caratteristiche geografiche e orografiche che dovrebbero invitare a riconsiderare il problema infrastrutturale sotto un’ottica completamente diversa, situata, ma ha anche una sua storia e un suo patrimonio culturale e linguistico che suggerirebbero di rivedere l’intera organizzazione dell’insegnamento alla luce di questi dati oggettivi. 

Sotto il primo aspetto, la forza di interposizione della politica sarda, anche di quella paracadutata a Roma, è minima. In una recentissima audizione in Commissione parlamentare della sindaca di Fonni nonché presidente di ANCI Sardegna Daniela Falconi è stata segnalata l’ingiusta declassificazione di 102 comuni sardi, non più considerati “montani”, dunque disagiati, nell’ultima normativa statale in materia. Falconi ne dà conto su FB, rimarcando l’interesse dimostrato dalla rappresentanza sarda nel Parlamento italiano (bontà loro; evidentemente fin qui non si erano accorti di nulla), ma argomentando le richieste dei comuni sardi in modo fallace. Fa infatti appello all’insularità, connettendola con la marginalità. Ma l’insularità della Sardegna è un problema solo perché la Sardegna è un’isola italiana, ossia dipendente da uno Stato lontano di cui rappresenta una periferia buona solo come “area di sacrificio”. La marginalità dei comuni è tale solo perché le decisioni che li riguardano sono prese molto lontano dal territorio su cui ricadono, secondo criteri completamente estranei alla realtà geografica, sociale e demografica locale. 

Quanto al secondo aspetto, va detto che le forme e i contenuti della didattica in Sardegna sono a loro volta una sorta di fattore esterno che cala dall’alto sulle nostre comunità, contribuendo all’alienazione delle persone rispetto ai propri luoghi, alla propria storia, alle proprie forme di relazione, alla lingua, alla comprensione dei fatti sociali e politici. Basti pensare che non è mai stata fatta valere la condizione di minoranza linguistica, pure riconosciuta da una legge statale, nemmeno nelle vertenze sindacali riguardanti i posti di ruolo nell’isola e la costrizione al trasferimento oltre mare di molte docenti sarde. 

Purtroppo, nel corpo docente sardo manca una consapevolezza diffusa e maggioritaria su questi aspetti. Come in generale l’intero ceto medio istruito sardo, la sua componente impiegata nell’insegnamento è largamente segnata da un distacco patologico dal contesto culturale di appartenenza. Con poche eccezioni. Non per mala fede o cattive intenzioni. È semplicemente il portato di una carriera scolastica e universitaria che allontana progressivamente la formazione personale dalla propria realtà. 

La scuola italiana in Sardegna ha molti tratti di una scuola coloniale. Uno strumento di indottrinamento, più che un mezzo di crescita culturale, dunque di libertà. Basta provare a immergersi in una realtà scolastica locale, magari di una comunità in cui prevale ancora l’uso quotidiano e “normale” della lingua sarda (o di un’altra lingua di Sardegna): la sensazione di straniamento è forte. Quello che scriveva Cicitu Masala della sua generazione, ossia che da bambini vispi e intelligenti che erano la scuola li trasformava presto in individui tristi e instupiditi, non ha mai smesso di essere vero, pur con tutti i cambiamenti intercorsi in questi decenni. 

I risultati disastrosi del corpo studentesco sardo, alla fine del ciclo scolastico ordinario, non sono causati da carenze intellettive congenite e diffuse, ma da un insieme di fattori alienanti ed escludenti che alla politica italiana non interessa affatto risolvere e che la politica sarda non ha il coraggio, la consapevolezza e probabilmente nemmeno la voglia di affrontare.

È un bel paradosso che l’incitamento di un grande sardo come Nino Gramsci proprio nella sua terra suoni come una fàula, una bugia. Gli sarebbe dispiaciuto. Ma, da par suo, non si sarebbe limitato alla delusione. L’ottimismo della volontà, come diceva lui, andrebbe esercitato proprio in questi casi. Aspettarselo dall’attuale giunta regionale è illusorio, come lo sarebbe per qualsiasi altra compagine che emerga dall’oligarchia podataria che ha preso il potere nell’isola (e non intende mollarlo). Chissà se le giovani generazioni sarde, anche solo per spirito di emulazione, pur ridotte a una minoranza demografica, riusciranno a imporre il problema della scuola sarda a chi non se lo vuole porre. Sarebbe bello se la stessa compagine docente si schierasse una volta tanto in rottura con il potere costituito e spalleggiasse la gioventù in protesta. Non ho grandi aspettative in proposito (qui parla il pessimismo della ragione). Ma deve essere chiaro che la possibilità di salvare la Sardegna dal suo destino di colonia sottomessa, segnata dal crollo demografico e dall’impoverimento materiale, passa anche, e non in piccola misura, dalla scuola.

https://www.sindipendente.com/2026/10/08/istruitevi-perche-avremo-bisogno-di-tutta-la-nostra-intelligenza-faula/

domenica 18 ottobre 2026

Micro e nano plastiche, il nemico invisibile - Alessandra Sias


“Non bere mai acqua da una bottiglia di plastica che sia stata esposta a lungo al sole o si sia riscaldata in macchina”. Parla Dott. Domenico Scanu, Presidente dell’ISDE Sardegna

La plastica è un materiale sintetico entrato a far parte del nostro quotidiano in quanto  leggero, malleabile  durevole e a basso prezzo. Ma diventa un nemico  per gli ecosistemi e la nostra salute nel momento in cui si disperde  nell’ambiente, a seguito del suo deterioramento, sotto forma di invisibili  micro e nano plastiche. 

«Le microplastiche si dividono in primarie e secondarie. Le prime sono fabbricate appositamente per svolgere una funzione specifica e aggiunte volontariamente in comuni prodotti di consumo quali ad es. cosmetici (dentifrici, scrub etc.), paste abrasive, carta e derivati, packaging, fertilizzanti etc. Le secondarie sono frammenti derivanti dall’usura di frammenti più grandi soprattutto per l’esposizione ad agenti climatici e ambientali. Infatti, quando la plastica entra nell’ambiente è esposta a processi fisici (ades. foto-ossidazione, usura meccanica), chimici (idrolisi,ossidazione) e biologici (catalisi enzimatica) che la riducono in pezzi più piccoli, alterando le proprietà del materiale e formando micro e nano-plastiche».

La presenza di microplastiche, con ampiezza che varia 0,1 micron a 5mm,  fu sollevata per la prima volta nel 2004 dal biologo marino Richard Thompson dell’Università di Plimouth che pubblicò  sulla rivista Science il celebre lavoro Lost at Sea: where is all the plastic? Invece, l’esistenza sistemica delle nano plastiche, inferiori a 1 micrometro, è stata teorizzata  nel 2018 con lo studio di Current opinion: what is a nanoplastc di Julien Gigault.

«Gli studi che sono seguiti – spiega Dott. Scanu – hanno messo in luce il preoccupante problema delle micro e nano plastiche a livello globale. La diffusione della plastica in tutti gli ambienti è ampiamente dimostrata. Nell’ambiente acquatico rappresenta la frazione più grande, dannosa e persistente (85%) di tutti i rifiuti. Essa causa danni agli ecosistemi marini e ha effetti letali e sub-letali su tutti gli organismi acquatici, dai grandi mammiferi al plancton, mediante intrappolamento, fame, annegamento, lacerazione dei tessuti interni, soffocamento e ipossia, stress fisiologico ed esiti tossicologici. Nei suoli può alterare la struttura, l’idrologia, la stabilità e i cicli biogeochimici, compresa la produzione agroalimentare e il ciclo dei nutrienti».

Nell’atmosfera si possono trovare micro e nano plastiche (in particolare quelle da 50 m).La deposizione è elevata vicino a fonti urbane e industriali, ma la bassa densità rispetto alla polvere naturale ne facilita il trasporto a lungo raggio. È stato anche sottolineato il possibile ruolo delle microplastiche come vettori per la diffusione ambientale di ceppi batterici antibiotico-resistenti.

La stragrande maggioranza (circa il 70-80%) delle micro e nanoplastiche presenti nell’ambiente è di tipo secondario, ovvero deriva dalla frammentazione e dal lento degrado di rifiuti plastici più grandi (come bottiglie, sacchetti e imballaggi) a causa di agenti atmosferici, sole e onde. I prodotti per la cura personale come cosmetici, scrub ecc rappresentano circa il 2% del totale delle microplastiche.

Le microplastiche possono entrare nel corpo umano attraverso il consumo di alimenti, l’inalazione e l’assorbimento attraverso la pelle e accumularsi negli organi, inclusa la placenta. In generale la via alimentare (acqua, vegetali, sale, pesce, miele etc.) appare la via di esposizione più importante con possibili gravi conseguenze sulla salute.

«La principale via di assunzione – continua il medico – è quella orale. Uno studio dell’Università di Catania ha determinato la presenza di microplastiche in ortaggi (carote, patate, lattuga e broccoli) e frutta sia di filiera biologica sia industriale. Tra i vegetali più “inquinati” troviamo la frutta (mela, pera) in quanto il complesso reticolo vascolare immagazzina e concentra grandi quantità di microplastiche. Pur tuttavia, l’esposizione umana maggiore avviene mediante il consumo di acqua minerale imbottigliata in plastica PET». 

Per la prima volta, l’Università di Catania, ha stimato la reale EDI (assunzione giornaliera stimata) da consumo di acqua minerale imbottigliata in PET, sia effervescente che naturale, con dosi giornaliere di esposizione che arrivano rispettivamente a equivalenti 40,1 g/Kg/peso corporeo/giorno per gli adulti  e 87,8 g/Kg/peso corporeo/giorno per i bambini che sono dunque quelli più esposti. 

«Sono consigliabili – raccomanda il Presidente – quali strumenti di prevenzione all’esposizione, una dieta molto varia e il consumo di acque di rubinetto rispetto a quelle minerali. Mai bere l’acqua di una bottiglia di plastica che sia stata esposta a lungo al sole.  Altri vettori sono i frutti di mare e i sali da cucina».

«I potenziali effetti negativi di queste micro particelle – dice Dott. Scano –  riguardano molti organi, con effetto tossico per molti monomeri mentre alcuni sono cancerogeni certi come il cloruro divinile e l’1,3 butadiene, o cancerogeni possibili, come lo stirene.Nei polimeri vengono poi incorporate migliaia di sostanze chimiche (additivi) e molte di queste sostanze sono altamente tossiche, cancerogene, neurotossiche e interferenti endocrine come ftalati, bisfenoli, sostanze per- e poli-fluoroalchiliche (PFAS), ritardanti di fiamma bromurati e ritardanti di fiamma organofosfati».

«La ricerca scientifica e tossicologica evidenzia diverse aree di potenziale rischio per l’organismo come per esempio, uno studio pubblicato sul The New England Journal of Medicine ha rilevato la presenza di microplastiche all’interno delle placche aterosclerotiche delle arterie carotidi. I dati indicano che i pazienti con placche contaminate presentano un rischio più elevato di infarto, ictus o mortalità rispetto a chi non ne ha, probabilmente a causa di una maggiore instabilità della placca e di fenomeni infiammatori locali. Essendo l’ingestione una delle vie principali di ingresso, le microplastiche possono provocare un’irritazione fisica del tratto gastrointestinale. Gli studi evidenziano una correlazione con alterazioni del microbiota intestinale (disbiosi), un aumento della permeabilità epiteliale e potenziali legami con malattie infiammatorie croniche intestinali. A livello cellulare, l’accumulo di frammenti plastici attiva la produzione di citochine pro-infiammatorie e genera stress ossidativo, inducendo infiammazione cronica nei tessuti colpiti come fegato, reni e polmoni».

«Infine,- conclude il medico  – come ISDE lanciamo un forte allarme sulla protezione dei più piccoli: il periodo più critico è rappresentato dalla gravidanza e dai primi 1.000 giorni di vita del bambino. Le microplastiche sono in grado di superare le barriere biologiche e sono già state individuate nella placenta, nel liquido spermatico e persino nel latte materno. L’esposizione in utero o in età pediatrica può compromettere lo sviluppo degli organi genito-urinari. L’esposizione alle microplastiche è un rischio grave, crescente e sottovalutato per la salute umana e planetaria  e l’ISDE promuove  da anni campagne nazionali contro questo nemico invisibile».

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sabato 17 ottobre 2026

Ari: «Nuovi OGM, a rischio i distretti italiani delle sementi: Emilia-Romagna e Marche le regioni più penalizzate»

La decisione europea di deregolamentare i nuovi OGM, eliminando tracciabilità ed etichettatura, mette a rischio la conservazione delle sementi ed espone gli agricoltori ai ricatti delle multinazionali: è l’allarme lanciato dall’Associazione Rurale Italiana.


La decisione europea di deregolamentare i nuovi OGM, eliminando tracciabilità ed etichettatura, mette a rischio la conservazione delle sementi ed espone gli agricoltori ai ricatti delle multinazionali: è l’allarme lanciato dall’Associazione Rurale Italiana.

«Le nuove norme europee, che entreranno in vigore nel 2028, consentiranno di moltiplicare senza tracciabilità le piante cosiddette NGT (cioè ottenute con le nuove tecniche genomiche), che non saranno più distinguibili dal seme convenzionale e biologico di cui l'Italia è grande produttore» spiega Antonio Onorati del direttivo di Ari.
Nel nostro paese sono circa 275.000 gli ettari su cui si riproducono i semi, con un export che vale 559 milioni di euro (dati 2025) e circa 30.000 aziende agricole coinvolte. «Il rischio maggiore si concentra in Emilia-Romagna e Marche, ma riguarda anche Toscana, Puglia, Molise, Basilicata, Umbria e Abruzzo» spiega Onorati.
 
Emilia-Romagna
In questa regione si ha il 22% di tutta la moltiplicazione nazionale, in particolare nelle province di Ravenna, Ferrara, Bologna e Forlì-Cesena, con una preponderanza di colture come bietola, mais, erba medica e orticole.
 
Marche
È la prima regione per riproduzione di semi di erba medica (39%, oltre 15.000 ettari) e seconda per trifoglio alessandrino; seguono le orticole. Le provincie maggiormente interessate sono quelle di Pesaro e Urbino, Ancona e Macerata.
 
Toscana            
È la prima regione per la riproduzione di semi di trifoglio alessandrino e le provincie più a rischio sono quelle di Siena e Pisa.
 
Puglia e Molise            
Sono la seconda e quarta regione per sementi orticole e aromatiche (rispettivamente 10.300 e 4500 ettari); i semi di trifoglio rappresentano un mercato consistente nelle provincie di Foggia e Campobasso.
 
Basilicata, Umbria e Abruzzo
In queste regioni si ha soprattutto riproduzione di semi di erba medica e trifoglio alessandrino, nelle provincie di Matera, Potenza, Perugia, Teramo e Chieti.
 
Nelle regioni menzionate «si moltiplicano soprattutto specie a impollinazione incrociata  (erba medica, trifogli, bietola, mais, cipolla, cavoli, ravanello), che scambiano polline anche a grande distanza e quindi sono estremamente esposte al rischio di contaminazione da nuovi OGM – sottolinea Onorati - Per le NGT di categoria 1 il regolamento non prevede metodi di rilevamento né etichettatura su prodotti e raccolti; solo il sacco delle sementi porta la dicitura “cat. 1 NGT” al momento dell’acquisto, ma viene escluso l'obbligo di notifica preventiva all'esportazione, tipicamente previsto per gli OGM transgenici. Peraltro le nuove norme stabiliscono che la presenza accidentale nel biologico di questi semi modificati geneticamente “non costituisce una non conformità”; dunque, nemmeno per il biologico ci saranno più garanzie. E il danno commerciale resta tutto sulle spalle degli agricoltori».
 
Ci giochiamo l’export e il biologico
Il 38,5% dell'export extra-UE italiano di sementi «va a paesi che vietano o controllano gli OGM, come Turchia, Algeria, Marocco, Serbia, Cina e Iran – spiega ancora Onorati – Per esempio, l'Italia realizza da sola il 52% dell'export extra-UE di seme di erba medica, il primo cliente è la Turchia, che prevede tolleranza zero per OGM vecchi e nuovi. Quindi, con la contaminazione che arriverà, ci giocheremo una grande fetta di mercato delle esportazioni. Enorme poi il danno che si causa al biologico, per il quale la moltiplicazione dei semi è quadruplicata in dieci anni».
 
Le richieste di Ari alle Regioni
L’Associazione Rurale Italiana avanza una serie di richieste alle Regioni italiane affinché si contenga l’enorme rischio a cui l’agricoltura italiana è esposta:
- azioni per una moratoria nell’applicazione del Regolamento NGT;
- divieto di vendita di sementi NGT di categoria 1 nella regione;
- obbligo per le ditte esportatrici di notifica per l’export secondo il protocollo di Cartagena.

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venerdì 16 ottobre 2026

La scrittrice Sally Rooney costretta a ritirare i suoi libri dal Regno Unito per il suo sostegno a Palestine Action

 

I romanzi dell'autrice irlandese non saranno più disponibili nelle librerie britanniche, perché la casa editrice non potrebbe corrisponderle il compenso per la normativa contro il terrorismo

I libri della scrittrice irlandese pluripremiata Sally Rooney verranno ritirati dalla vendita nel Regno Unito. La scrittrice irlandese pluripremiata e tra le più celebrate a livello internazionale paga il suo supporto alla causa palestinese e in particolare a Palestine Action, un gruppo di protesta a sostegno che il governo britannico ha bollato e messo al bando come organizzazione terroristica.

La società editrice Faber ha spiegato che non sarà “in grado di trasferire i proventi derivanti dalle vendite nel Regno Unito” alla sua autrice più importante. In accordo con Rooney, la casa editrice ha deciso di cessare le vendite in tutti i formati nel Paese perché “vendere le opere di una scrittrice senza poterle corrispondere i guadagni è una situazione inaccettabile“. Mercoledì pomeriggio i volumi erano ancora disponibili in alcune librerie del centro di Londra. La catena Waterstones ha chiarito che le copie già presenti nei negozi potranno essere vendute fino a esaurimento delle scorte e molti librai hanno fatto rifornimento dei Rooney prima del divieto.

Rooney ha 35 anni e ha raggiunto una fama internazionale grazie a romanzi di enorme successo come Persone normali, Parlarne tra amici e Intermezzo. Un successo raro per una scrittrice della sua età. Da tempo è anche una nota sostenitrice della causa palestinese. “Ho fatto tutto il possibile per essere onesta con il pubblico riguardo alle mie convinzioni e intenzioni, e sono pienamente pronta ad accettarne le conseguenze” ha affermato. Nell’agosto 2025, in un intervento sull’Irish Times, Rooney aveva annunciato che avrebbe usato i proventi delle sue opere e la sua piattaforma pubblica per “continuare a sostenere Palestine Action“, nonostante il gruppo pro-pal fosse stato dichiarato fuorilegge dal governo laburista quando era premier Keir Starmer.

Per la normativa antiterrorismo britannica, chi fornisce denaro o altri beni sapendo o avendo ragionevoli motivi per sospettare, che possano essere utilizzati per finalità terroristiche viene punito, e la pena massima è di 14 anni di reclusione. Secondo i dati citati dal Guardian, nel Regno Unito più di 3.700 persone sono state arrestate dall’entrata in vigore del divieto. Circa 2.500 sono state incriminate e molti arresti riguardano persone che esponevano cartelli con la scritta “Mi oppongo al genocidio, sostengo Palestine Action”.

La direttrice esecutiva di Amnesty International UK, Kerry Moscogiuri, ha sottolineato che, indipendentemente dalle opinioni sul gruppo, è necessario interrogarsi sulle conseguenze di norme antiterrorismo che possono incidere sulla libertà artistica e sul diritto di esprimere dissenso politico pacifico, avvertendo che il caso potrebbe indurre altre persone a rinunciare a esprimersi pubblicamente per timore delle conseguenze economiche e professionali.

La controversia è destinata a essere esaminata dalla Corte suprema britannica il mese prossimo. Rooney non potrà ricevere alcun pagamento neanche per gli adattamenti televisivi dei suoi romanzi, trasmessi dalla Bbc prima del divieto. Per “Dove sei, mondo bello”, nel 2021, e “Intermezzo”, nel 2024, Rooney si era già rifiutata di vendere i diritti alle case editrici israeliane per boicottare le attività culturali del paese che rendeva la popolazione palestinese oppressa. La cofondatrice di Palestine Action, Huda Ammori, ha definito la decisione “un nuovo punto minimo nell’escalation dell’attacco alla libertà di espressione”. Secondo Ammori, la scrittrice ha mantenuto una posizione di principio nonostante i costi personali e professionali e non dovrebbe essere costretta a scegliere tra le proprie convinzioni e la possibilità di pubblicare i suoi libri.

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giovedì 15 ottobre 2026

Molise, in vendita il reparto di radioterapia: il privato fa affari d’oro e la sanità pubblica sparisce. Ai pazienti resta un’assistenza tra le peggiori d’Italia - Ferruccio Sansa


Il Responsible Research Hospital di Campobasso, alle prese con 72 milioni di debiti, vuole cedere un ramo d'azienda a un altro soggetto privato, separandone la gestione da quella dell’oncologia. A rischio la continuità delle cure. Intanto neurochirurgia e cardiochirurgia sono già in mano ai privati. E 31mila molisani rinunciano a curarsi


Il reparto di oncologia affidato a un privato. Quello di radioterapia a un altro. Insomma, la diagnosi e la cura divise. È l’ultimo capitolo della parabola della sanità in Molise: le classifiche dell’assistenza agli ultimi posti in Italia, reparti essenziali ormai completamente in mano ai privati, la politica che si intreccia con la sanità in un modo inestricabile. “Il Molise esiste davvero?”, chiedeva a mo’ di battuta anni fa un comico. Certo che esiste, è una regione stupenda, con una storia antica che risale ai sanniti e ai romani. Ma l’Italia spesso si dimentica di questa terra, di quello che vi succede. La vicenda del Responsible Research Hospital racchiude in sé tutto questo. Come racconta il consigliere regionale Massimo Romano (Costruire Democrazia): “Eravamo negli anni Novanta quando a Campobasso – in città già esiste lo storico e fatiscente Cardarelli – venne costruita una nuova struttura ospedaliera. Un progetto realizzato con soldi pubblici”. E non pochi, parliamo di circa cento miliardi di lire dell’epoca, l’equivalente di altrettanti milioni di euro di oggi. Doveva essere l’inizio di una rinascita. È stato esattamente il contrario. La struttura è affidata ai privati: venne chiamato Cattolica e Gemelli Molise. Con un nodo da sciogliere di fondo, come Romano domanda da tanti anni: la proprietà dell’immobile adesso di chi è? E, se fosse passata ai privati, che fine avrebbero fatto i denari pubblici utilizzati per realizzarla?

“È della Cattolica”, è la risposta dei gestori che si succedono. La gestione oggi è affidata al Responsible Research Hospital. E qui il filo un poco si perde, perché la società a sua volta fa capo al fondo svizzero Responsible Capital che ha visto alla sua guida il finanziere Stefano Petracca, quello che già era stato protagonista della travagliata parabola calcistica del Rimini. Ma restiamo al Molise. Il nuovo ospedale di Campobasso affidato alla Responsible aveva mosso i primi passi con grandi promesse: investimenti, ricerca e compagnia bella. Come stia andando è su siti e tv – Informamolise e al Tgr – che riportano anche le denunce di due consiglieri regionali M5S, Roberto Gravina e Angelo Primiani: la società che gestisce la struttura ha accumulato 72 milioni di debiti soprattutto per i fornitori e le attrezzature mediche. Ed ecco, appunto, l’ultima pagina di cui si discute in queste ore: il gruppo in mano al fondo svizzero ha lasciato trapelare la possibilità, per tappare le falle, di cedere un ramo d’azienda. La radioterapia, appunto. Parliamo di un’attività redditizia che in diverse città d’Italia – vedi Genova – è nel mirino dei privati che hanno lanciato l’abbordaggio al settore.

Da privato a privato, dirà qualcuno, poco dovrebbe cambiare. Romano, però, non è per niente convinto: “Così si divide in due la struttura. E si rischia di lasciare nel disagio persone che sono malate e hanno bisogno di serenità, oltre che di cure di prim’ordine. Dividendo proprio oncologia da radioterapia e affidandole a due gestori diversi, è a rischio la continuità clinica di una struttura punto di riferimento per tutti i pazienti del Molise e anche delle regioni vicine. Per non dire – aggiunge il consigliere – della situazione lavorativa dei 400 dipendenti”. Ma qui la questione si aggancia a un’altra: il monopolio del privato nella sanità molisana con interi settori essenziali dove il pubblico ormai è praticamente assente. “Non c’è soltanto la radioterapia, per cui ci si può rivolgere solo al privato, ma ci sono anche la neurochirurgia e la cardiochirurgia”, spiega Romano. La cardiochirurgia pubblica di fatto non è mai esistita in Molise. Intorno al Duemila nasce il reparto che viene, però, affidato immediatamente proprio alla Cattolica e quindi al Gemelli e infine a Responsible. Ancora più sorprendente la vicenda di neurochirurgia che invece esisteva all’ospedale Cardarelli di Campobasso. Ma nel 2017 il servizio passa – non senza polemiche – a Neuromed, colosso della sanità privata locale per decisione dell’allora presidente della Regione Paolo di Laura Frattura (un passato nel centrodestra, ma poi passato al centrosinistra).

E qui la vicenda della sanità molisana incrocia quella della politica locale. Fino quasi a diventare la stessa cosa. L’Istituto Neurologico Mediterraneo è infatti centro di eccellenza della sanità molisana e non solo. Si tratta, come dice il sito della società, “di un Irccs, cioè Istituto di Ricerca e Cura a Carattere Scientifico. È un centro di rilevanza nazionale e di altissima specializzazione per patologie afferenti alla Neurochirurgia, Neurologia, Neuroriabilitazione e tutte le applicazioni relative alle Neuroscienze in cui sono utilizzabili la Neuroradiologia, l’Angiocardioneurologia e la Chirurgia Vascolare”. Dell’Istituto Neurologico Mediterraneo, tuttavia, non si è parlato soltanto per i suoi meriti scientifici, ma anche per la sua vicinanza con la politica. L’Irccs è stato ed è ancora controllato da Neuromed, che fa capo alla famiglia Patriciello, quella dell’europarlamentare Aldo. In Molise non c’è una persona che non lo conosca: un politico che nel suo lungo percorso ha cambiato, così dicono le cronache, quasi dieci bandiere. L’ultima, l’attuale, è quella della Lega Nord: l’inossidabile Aldo Patriciello è risultato secondo alle elezioni europee del 2024, proprio dietro al generale Roberto Vannacci. Ma è tornato ancora una volta a Bruxelles, dove siede da vent’anni in Parlamento, grazie alla rinuncia del generale al seggio ottenuto in questa circoscrizione. Ma è nel passato che Patriciello ha costruito la sua fortuna, dove politica, mattone, sanità, editoria vanno a braccetto. Aldo infatti negli anni Novanta è stato assessore di Michele Iorio, l’uomo che ha guidato il Molise per lustri. Iorio che fu scalzato infine proprio da Paolo di Laura Frattura. Una vera dinastia quella dei Patriciello con due cognati che hanno guidato il Consiglio regionale. E magari erano anche amministratori di Neuromed. Pubblico e privato nella stessa persona.

Intanto per 17 anni la sanità molisana è stata commissariata dal 2007, un record nazionale. Si registra un disavanzo sanitario di 160 milioni, mentre gli operatori privati fatturano circa 50 milioni oltre il limite previsto dalla Regione. I risultati della gestione sanitaria in Molise si vedono dai dati. La fondazione Gimbe in un suo studio ha segnalato un paradosso: nonostante il Molise con 2.319 euro per abitante sia al primo posto in Italia nel riparto del Fondo sanitario indistinto, il livello di assistenza è spesso agli ultimi posti in Italia. Questo avviene anche perché circa un terzo della spesa pubblica regionale viene assorbito dal privato convenzionato, svuotando le strutture pubbliche. Indicativi sono anche i numeri relativi ai Lea (Livelli essenziali di assistenza), dove la regione si pone al penultimo posto in Italia con 192 punti, davanti soltanto alla Calabria (189). Non basta. Il Molise vanta, si fa per dire, il più basso numero in Italia di medici dipendenti per persona: appena 1,35 ogni mille abitanti. Un fenomeno descritto dal dottor Massimo Peccianti, segretario Anaao Assomed Molise, in una recente intervista proprio al Fatto: “La carenza di personale è veramente estrema. L’Azienda sanitaria regionale del Molise bandisce concorsi in continuazione, ma vanno puntualmente deserti: se un bando è per dieci posti, si presentano in cinque e forse solo uno accetta l’assunzione. In passato sono arrivati medici cubani, alcuni dei quali sono ancora in servizio, e poi ci sono i ‘gettonisti’ che coprono i turni in Pediatria al Cardarelli di Campobasso e a Isernia”. Intanto i medici molisani attendono ancora parte della retribuzione del 2022.

Con un risultato drammatico: secondo le statistiche, in Molise circa 31mila persone – su 284mila abitanti, quindi il 10,9% – hanno ormai rinunciato a curarsi. L’ultimo episodio che testimonia lo sfascio è la storia del Ferdinando Veneziale di Isernia. Un ospedale che offre assistenza a un bacino di oltre 80mila abitanti, soprattutto provenienti dai piccoli paesi di montagna. Eppure su una pianta organica che richiedeva 13/14 medici strutturati al pronto soccorso, ne sono rimasti in servizio 4/5. Non solo: i reparti di emodinamica (essenziale per curare gli infarti) e il punto nascita rischiano da anni la chiusura. Così a dicembre del 2025 il sindaco Pietro Castrataro ha cominciato una lotta che è finita su tutti i giornali d’Italia: per 167 notti ha dormito in tenda davanti all’ospedale per difendere il presidio sanitario. A gennaio 7mila persone hanno sfilato per una fiaccolata. Ma non è bastato nemmeno questo. La sorte dell’ospedale di Isernia è ancora incerta, così come quella della radioterapia di Campobasso.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/10/11/sanita-pubblica-molise-radioterapia-oncologia-privati-notizie/8534482/