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lunedì 31 agosto 2026

Sardegna 2026: come il turismo cafone ruba (definitivamente) l'anima ai nostri luoghi più belli - Angela Fais

 

Appena trascorso Ferragosto, possiamo tirare le somme della stagione turistica che ormai volge al termine. Nell’estate 2026, secondo i dati del Ministero del Turismo, si registra un 4,4% di presenze in più rispetto al luglio dello scorso anno e ad agosto e ferragosto un tasso di occupazione superiore a Spagna e Francia. Dunque grande entusiasmo, che porta il Ministro Gianmarco Mazzi a definire quella del 2026 “ un'estate da record”. «Questi risultati -dichiara- ci rendono orgogliosi e sono frutto del lavoro di squadra del Governo Meloni con Regioni, operatori e associazioni. Abbiamo puntato su digitalizzazione, destagionalizzazione, accessibilità e promozione. Oggi l’Italia è percepita dai turisti come la destinazione europea più sicura e questo ci rende ancora più competitivi».

Ma va tutto così bene? Davvero il turismo è questa manna dal cielo?

In questi giorni girano sui social diversi filmati del mare della Sardegna che, da La Maddalena a Cala Luna, è invasa da motoscafi, gommoni e megayatch. Meravigliose baie colonizzate da cafoni, spesso ormeggiati senza neppure rispettare i limiti prudenziali previsti dalle ordinanze emanate dalle Capitanerie di Porto, costituendo un pericolo non solo per la sicurezza dei bagnanti ma anche per il delicato ecosistema del Parco. Il presidente del Parco Nazionale della Maddalena, Rosanna Giudice, dichiara allarmata che il Parco è stato preso d’assalto dai turisti ma “il carico antropico che il Parco può sopportare è stimato in circa 2500 presenze al giorno. Attraverso un controllo aereo invece ne abbiamo rilevato 6500”.

Purtroppo la situazione non riguarda solo la Costa Smeralda né la sola Sardegna. Estremamente significativo, tuttavia, quanto accade proprio a Ussassai, piccolissimo paese di 430 anime nella Barbagia di Seulo, all’interno del Parco naturale del Gennargentu; quasi a dimostrare che, come già detto,  l’undertourism non fornisce nessuna soluzione. Qui infatti frotte di escursionisti hanno preso d’assalto quella che è oramai divenuta l’attrattiva del luogo, a causa delle “liste dei desideri di viaggio”, opera dei troppi autori digitali ciarlanti sui social. Stiamo parlando delle piscine naturali scavate nella roccia da torrenti e sorgenti boschive. Spazi molto piccoli e raccolti, un ecosistema dal delicato equilibrio che potrebbe subire un danno rilevante ad accogliere un numero di visitatori spropositato. Oltre al rischio ambientale si pone anche un problema di sicurezza dato che le auto dei turisti creano anche una pericolosa congestione stradale. Questa situazione ha costretto il sindaco Francesco Usai a emettere un’ordinanza che, coraggiosa e necessaria, introduce il divieto assoluto di balneazione ed escursionismo.

A ragion veduta il sindaco mette anche in rilievo le criticità di un sistema che a oggi non avrebbe portato affatto i soldi promessi alla comunità, ma soltanto disagi. “Questo tipo di turismo non porta soldi a Ussassai, anzi ha portato 0,0 centesimi! In paese non li si vede neppure di striscio questi personaggi, neppure ci passano dal paese e stanno solo distruggendo il nostro territorio”.

Dunque non possiamo più considerare ancora il turismo come la principale leva dell’economia nazionale. Iniziamo invece a valutare gli enormi problemi che un turismo del genere, dato in pasto alla speculazione di un mercato senza regole, porta a cittadini e territori. Impossibile, infatti, reggere pressioni antropiche della portata di quelle che il turismo di massa sta generando negli ultimi anni e che portano i luoghi a una vera e propria erosione dal punto di vista materiale, ma non solo. L’erosione è anche simbolica, relativa alla dimensione semantica. Un luogo che subisce un processo di mercificazione e di omologazione infatti, si riduce a scenografia da visitare a migliaia e in fila, scattando selfie. Così, scatto dopo scatto, si costruisce una nuova dimensione, privata di qualsiasi autenticità. Al luogo si strappa l’anima. La ricchezza simbolica di un territorio, infatti, rimanda a una stratificazione culturale e antropologica, storica e sociale di cui la comunità normalmente è consapevole. Molto difficile, invece, che questi elementi possano essere colti dal turista che, sempre più spesso, di un luogo si limita a cogliere il paesaggio, nella sua dimensione di carattere meramente estetico. Tuttavia, per cogliere una dimensione ulteriore, di ordine simbolico, è necessario vivere in quel luogo, o quantomeno rimanerci a lungo. Con visite ‘mordi e fuggi’ il turista resta avulso da questo universo semantico.

Allora quando nel “Ramo d’oro” di J. G. Frazer si discute di come molte popolazioni tradizionali considerassero la fotografia, il ritratto in generale, non come semplice copia, ma una sorta di doppio che trattiene una quota dell’energia vitale del soggetto e sottrae una parte dell’anima, dobbiamo ammettere come in effetti in quella credenza risuoni legittimo un fondo di verità incontestabile.

da qui

martedì 11 agosto 2026

Il turismo di massa e i "risvegli" del Corriere della sera - Angela Fais

 

Siamo in estate e le mete turistiche sono letteralmente prese d’assalto. Molto spesso si tratta di visitatori che lasciano la località a fine giornata, appena il tempo di mangiare qualcosa, fare un selfie e ripartire, come ad esempio accade per le Tre cime di Lavaredo dove sono state registrate medie di 13mila presenze al giorno.

Tuttavia, non bisogna stupirsi dal momento che questi sono gli esiti di precise politiche che hanno deciso di concepire i luoghi unicamente come spazi attrattivi da consumare attraverso un turismo mordi e fuggi che alla comunità - è arrivato il momento di ammetterlo - lascia solo disagi, non di certo ricchezza.

A questo punto le soluzioni che solitamente vengono proposte si riducono fondamentalmente a due ed entrambe ricadono nell’alveo di quelle stesse politiche che hanno generato il problema: destagionalizzazione e introduzione di un ticket turistico. Entrambe non sono risolutive per chi la città la abita, ma  forniscono dei vantaggi a chi la città la “gestisce”, limitandosi ad amministrarla al di fuori di una visione politica dove i cittadini potrebbero avere ancora dei diritti da reclamare.

La destagionalizzazione è un grande mito. Difficilissima da perseguire giacché dipendente da troppe variabili, essendo le vacanze legate a periodi dell’anno fissi. A meno che non si voglia emulare Fantozzi a Capri a Natale, la maggior parte dei turisti vuole fare le vacanze col caldo, nel periodo estivo. Inoltre, tenere aperte le strutture in bassa stagione consentirebbe guadagni limitati, comportando dei costi di gestione molto alti. Oltre al fatto che per certe mete, come alcune isole e località costiere, le presenze turistiche sono talmente elevate che la destagionalizzazione non risolverebbe alcunché. E’ il caso delle Isole Eolie o delle Egadi. Le prime, con una popolazione di 15mila abitanti fissi, registrano oltre 452mila presenze. Le Egadi si attestano invece intorno a 231.000 presenze ufficiali, escludendo una grande fetta di escursionisti giornalieri, a fronte di una popolazione di sole 4300 persone (dati ISTAT). Quindi con flussi turistici così intensi, se pure si destagionalizzasse, includendo qualche settimana in più a cavallo tra alta e bassa stagione, non cambierebbe assolutamente nulla.

Quanto al ticket turistico, di fatto, esso sancisce il fallimento della politica.

A Venezia ha determinato appena una lieve flessione del numero dei visitatori, che si attesta tra 40mila e 90mila presenze giornaliere.

Dunque la misura si conferma non risolutiva se la consideriamo dal punto di vista dei residenti, che vivono il disagio dell’invasione turistica. Chi si mette in viaggio, dal canto suo, è disposto a pagare qualcosa in più per raggiungere la meta. E laddove si propone di fissare un costo considerevole, quindi operare in base a una selettività basata sul reddito, lì allora si trasforma la città, i luoghi in generale, in una sorta di zoo, dove i residenti vengono ignorati, considerati delle sgradevoli comparse, quando non percepiti come un intralcio all’estrazione della rendita. Ma sopratutto si converte in denaro il diritto alla città e si sdogana l’assunto per cui chi può pagare e può comprare ‘experience’, compra persino l’experience di una città. Non si tratta soltanto di “ rischiare di svilire il senso di libertà del cittadino in vacanza”, come scrive Ferruccio de Bortoli sul Corriere della Sera.

Qui accade qualcosa di molto più grave. Si avalla la trasformazione della città, e tutto ciò che essa contiene, in merce. Lesione molto più grave, quest’ultima rispetto ai diritti dei vacanzieri. E non si può giustificare tutto, dichiarando semplicemente che “l’era della gratuità è in crisi”, perché ripetete da decenni che il turismo è il nuovo petrolio e che avrebbe portato tanti bei soldi. E invece? Adesso si scopre che i soldi dobbiamo tirarli fuori noi e che dobbiamo “fare i conti con problemi di sostenibilità economica” al punto da dover tassare il bello. Scordatevi di accedere alla cultura o di poter godere delle bellezze del nostro paese se siete poveri. Pagherete ogni tramonto.

da qui

sabato 25 gennaio 2025

Dallo spazio comunitario a quello multinazionale: come la "svolta green" annulla la cultura antropologica

La speculazione energetica in Sardegna. Intervista (di Angela Fais ) all'antropologo Armando Maxia, fondatore e Direttore dell’ “Eco-museo della montagna sarda”

La folle transizione energetica in Sardegna ha profonde ricadute da un punto di vista anche antropologico e culturale, delle quali troppo poco si parla. Si è comprensibilmente più preoccupati dalle conseguenze di ordine ecologico che avranno una portata devastante sotto il profilo dell’impatto ambientale, o da quelle di natura economica. La svolta ‘green' infatti rappresenterà una irrimediabile iattura per l’economia dell’isola e delle famiglie sarde.  

Ricordiamo che la Sardegna costituisce ‘un unicum’ dal punto di vista archeologico. Ha uno sviluppo che viaggia continuo nel corso dei millenni che precedettero il periodo punico-romano, con più di diecimila monumenti archeologici. Ottomila torri megalitiche (più note come nuraghes) risalenti alla età del bronzo nuragica, e quattromila e oltre domus de janas, menhir o dolmen che risalgono a un periodo ancora più antico. E fa male al cuore sapere che sono state già richieste autorizzazioni per installare impianti anche sopra siti di interesse archeologico ancora non scavati.  E ancor più sconcertante è scoprire che, a fronte di questa immensa eredità che un paese come il nostro non dovrebbe mai svendere, si celano intrecci che riconducono a scenari “interessanti”. Per cui dietro una società da diecimila euro che ha presentato un progetto per un impianto di 800 ettari di pannelli a Saccargia, in realtà c’è il più ricco oligarca ucraino, R.L. Achmetov, che è anche proprietario della Azovstal, l’acciaieria in cui era asserragliato il battaglione Azov durante la fase finale della battaglia di Mariupol’. 

La speculazione energetica altro non è che il più recente e terribile capitolo di uno sfruttamento che purtroppo si inscrive nella storia della Sardegna stessa. 

Basti pensare che l’isola è già colonia militare, subendo una occupazione Nato con quarantamila (40.000) ettari occupati da poligoni militari che fanno sì che su di essa insistano il 60% delle servitù militari d’Italia, pur rappresentando solo il 2% della popolazione. Come Lampedusa è un’isola militarizzata in cui, seppur in modalità differenti, si vive il dramma di trovarsi ospiti in casa propria.

Come altre volte detto, se tutti i progetti presentati dovessero essere approvati, sulla scorta di iter autorizzativi consentiti da decreti e norme che sembrano concepiti proprio per favorire gli interessi dei colossi multinazionali, a essere dedicata agli impianti sarebbe una area di 70mila ettari. 

Facendo riferimento all’estensione interessata dagli impianti si ragiona sempre in termini di suolo. In realtà se parliamo anche di eolico non sono semplicemente la superficie, il suolo a essere “consumati” perchè le pale, alte più di 200 mt, si vedono sino anche a 70km di distanza. A essere consumato è anche paesaggio, non solo suolo. Si disegna un altro paesaggio, che racconta un’altra storia.

Di tutto ciò abbiamo parlato con il Dottor Armando Maxia, antropologo, fondatore e Direttore dell’ “Eco-museo della montagna sarda”, museo etnoantropologico diffuso che si trova nel territorio di Aritzo, in Barbagia, provincia di Nuoro. Autore di numerosi testi, parecchi dei quali tradotti anche in russo, il Dottor Maxia si è molto soffermato sul tema della lingua sarda e sopratutto sul legame tra il territorio e le comunità. Gli abbiamo chiesto quali possano essere le ricadute della speculazione da un punto di vista antropologico-culturale per una terra come la Sardegna. Non ha dubbi nel dirci che certamente ci sono importanti risvolti da un punto di vista paesaggistico, essendo questi impianti destinati a ‘spazi rilevanti in senso antropologico-culturale’. Dove per ‘spazi rilevanti dal punto di vista antropologico-culturale’ dobbiamo considerare il fatto che in Sardegna, essendo essa in gran parte una terra il cui territorio conosce poco l’habitat disperso e che anzi - afferma il dott. Maxia- è in essa tradizionalmente assente, il territorio si colora di fortissime connotazioni simboliche. Ci spiega Maxia: “Occorre richiamare, per chi ancora non lo sapesse, che in gran parte della Sardegna rurale vige ancora, e per fortuna aggiungerei, una concezione e una percezione dello spazio di ‘antico regime’ perché rispetto ad altri luoghi diverse sono state le pratiche di umanizzazione e addomesticamento dello spazio e di manipolazione del territorio, ad eccezione infatti delle 4 cuspidi geografiche rappresentate dalla Nurra, Sulcis, Gallura e Sarrabus Gerrei in cui erano presenti insediamenti di pastori e contadini stabili. Quel che si dice ‘un habitat disperso’ appunto. Nel resto dell’isola invece persiste una concezione e una pratica dicotomica dello spazio  - prosegue Maxia - che viene rappresentato come un dentro e un fuori: ‘sa idda’ e ‘su monte’, ossia il villaggio e la montagna. Il primo rappresenta il luogo in cui la vita sociale si svolge al suo massimo grado e in cui si risiede con la famiglia; il secondo, il monte, è il luogo in cui ci si reca per svolgere esclusivamente le attività lavorative ma lì non si risiede coi familiari. Lo spazio del monte, anche a causa di una esigua presenza di lavoro femminile, è scarsamente antropizzato e storicamente esposto al rischio di regressione allo status selvatico. Però è una risorsa percepita, anche da un punto di vista simbolico, come richiamabile nei momenti di crisi sul piano comunitario e individuale anche quando questo spazio non è più parte degli usi comunitari ed è ormai inserito in pieno regime di proprietà privata”, conclude il dott. Maxia.

Si, perchè sino al 1820 i due terzi dell’isola erano ancora proprietà collettiva: dei Comuni, dello Stato , delle comunità di villaggio. Poi con la “legge delle chiudende” nel 1820, i piemontesi cercarono di modernizzare la Sardegna col tentativo di introdurla a pieno nella economia capitalistica; essendo essa già all’interno della economia di mercato, ma ancora prevalentemente legata a una economia  comunitaria. Dunque questi spazi, anche quando in seguito diventano proprietà di privati, continueranno e continuano a essere percepiti, sul piano simbolico e dell’attaccamento affettivo, come spazi comunitari. Adesso però saranno completamente sconvolti da questo intervento devastante che sfigurerà il volto dell’isola. Oltretutto E’ chiaro che la diffusione di impianti sottrae territorio a una Regione che vive ancora di pastorizia e di agricoltura.

Ci spiega Maxia che la montagna, ‘su monte’, è “un precipitato di usi, di pratiche ergologiche, di memoria comunitaria e di storie intorno a cui viene strutturata l’autorappresentazione personale e di gruppo”. Sulla scorta di quanto detto però immaginiamoci quale peso possa acquisire tale mutamento: è lo sdradicamento dei popoli, l’annullamento della cultura antropologica. Trovarsi a vivere in dei veri e propri “non luoghi” per dirla con Marc Augè: omologati, appiattiti, non identitari e non relazionali, non storici, non antropologici. Nei quali non abita nessuno e in cui la storicità è marginalizzata. Cancellato il passato, se esiste solo il presente, si cancella anche il futuro. “Lo spazio viene prodotto su scala industriale quindi non ha più individualità storica perché è prodotto in serie, mentre tradizionalmente esso è fatto di sedimentazioni storiche e simboliche. Non si legge più l’originario tessuto storico-antropologico”. E’ chiaro, e Maxia concorda, che qui il punto focale è proprio l’annullamento della cultura antropologica. Si annichilisce l’umanità nel nome di una politica scellerata al servizio di colossi privati.  E questo riguarda l’umanità, non solo la Sardegna e la sua cultura: “Un luogo vissuto simbolicamente riceve maggiore salvaguardia dalla comunità, ad es. nel caso di un incendio. Ora si stravolge lo spessore storico- antropologico. Ma gli impianti non appartengono a noi sardi. Si sostituisce lo spazio comunitario con 'lo spazio multinazionale’ ”, spiega animatamente il Dott. Maxia, concludendo la nostra conversazione. 

da qui