Analisi comparata tra due capitali mediterranee: l'una che si è sviluppata in una forza centripeta, l'altra che sta andando verso una pericolosa deriva turistica regolamentata solo dagli interessi economici del mercato
Il paesaggio prima di tutto. Chi arriva a Corte da Ajaccio, seguendo il
corso del Tavignano fin dove la valle si stringe tra le pareti del Monte Cardo,
vede la città prima di entrarci: la cittadella corso-pisano-genovese -
costruita nel 1419 da Vincentello d'Istria - si arrampica su uno sperone di
roccia proprio nel punto in cui la Restonica e il Tavignano si incontrano:
attorno a quella roccia il paese si è disposto per secoli senza mai tradirsi.
Partire dal profilo fisico delle cose, prima ancora che dai numeri, è la chiave
per raccontare che rapporto un popolo abbia stretto con la propria terra. E
Corte, guardata da lontano, dice subito una cosa che Cagliari, guardata da
vicino, fatica ad ammettere: un luogo può restare fedele a se stesso e insieme
cambiare, crescere, accogliere, senza svuotarsi.
Cagliari si è costruita sui suoi sette colli calcarei - Castello,
Tuvixeddu, Monte Claro, Monte Urpinu, il colle di Bonaria, quello di San
Michele, Calamosca - in un disegno che la accosta, non senza una certa vanità
storica, a Roma e a Lisbona. Il più alto e il più fiero di essi, Castello, la
sede del potere pisano e poi sabaudo, oggi è il quartiere con il più alto tasso
di emigrazione residenziale dell'intera città. Ecco il primo dato che va messo
sul tavolo, prima di ogni analisi: due colline, due destini.
Due capitali, due modi di essere
Corte fu capitale per soli quattordici anni, dal 1755 al 1769, sotto il
generale Pasquale Paoli - capitale di uno stato corso indipendente che diede
all'Europa dei Lumi una delle prime costituzioni democratiche del continente, e
che proprio a Corte aprì, nel 1765, la sua università: chiusa nel 1769 con
l'annessione francese, riaperta solo nel 1981 dopo due secoli di silenzio, in
seguito a una mobilitazione popolare che va ricordata per quello che fu, cioè
una rivendicazione di identità prima ancora che una scelta di politica
universitaria. Cagliari è stata capitale quasi ininterrottamente per otto
secoli, dai pisani agli aragonesi, dai sabaudi alla Repubblica: una continuità
istituzionale che Corte non ha mai conosciuto, e che pure - è il primo
paradosso di questa storia - non le ha impedito di perdere, negli ultimi
vent'anni, ciò che Corte, capitale effimera e periferica, è riuscita a
conservare: la propria gente dentro le proprie mura.
L'economia: l'università che nutre contro il turismo che svuota
Corte conta oggi circa 7.800 abitanti stabili. Ma a questi si sommano, per
buona parte dell'anno, circa 5.000 studenti universitari - un rapporto
demografico che in qualunque città italiana o sarda sarebbe definito senza
esitazione straordinario. L'Università di Corsica Pasquale Paoli, con i suoi
oltre 130 diplomi dal livello post-diploma al dottorato e con una scuola di
medicina, propone un modello preciso: non un ateneo satellite in una città che
vive d'altro, ma un ateneo che è la ragione stessa per cui la città vive. La
presenza degli studenti modifica strutturalmente la domanda di servizi, crea
opportunità dirette per il commercio locale, sostiene un tessuto di negozi di
prossimità che altrove, in centri di dimensioni comparabili, sarebbe già
scomparso. È un'economia della permanenza: chi arriva a Corte per studiare vi
resta tre, cinque, otto anni, affitta una stanza, compra il pane dal fornaio,
si iscrive in palestra, vota alle elezioni universitarie, entra - sia pure
temporaneamente - nel corpo vivo della città.
Cagliari ha scelto, negli ultimi due decenni, un'altra economia: quella del
passaggio. Il centro storico - Castello, Marina, Stampace, Villanova - è oggi
in larga parte un'economia di locazione breve, costruita non su chi resta ma su
chi arriva per pochi giorni. È un modello che produce reddito, certo, e che ha
sue ragioni legittime: chi affitta case per brevi periodi non è, come talvolta
si semplifica, il colpevole designato di uno svuotamento che ha cause più
profonde e più antiche. Ma il risultato aggregato, al di là delle intenzioni
dei singoli proprietari, è un centro storico dove le case sono sempre più
spesso vuote di residenti stabili e piene, a intermittenza, di turisti: il
Comune di Cagliari conta oggi circa 4.000 abitazioni sfitte nel cuore della
città, mentre l'Unione Europea, dal 2026, individua proprio in queste
"zone a stress abitativo" - i centri storici - il bersaglio di nuove
regole che consentiranno ai Comuni di porre un tetto al numero di notti
vendibili, con una soglia indicativa che chiede di non superare il 20% di
alloggi turistici sul totale degli immobili di un quartiere, per lasciare
spazio a chi vuole semplicemente abitarci.
La differenza economica di fondo non sta nel turismo in sé - Corte, va
detto, vive anch'essa di un turismo storico e naturalistico legato alla
cittadella e alle valli del Parco naturale regionale - ma nella funzione
economica dominante che ciascuna città ha scelto, o si è lasciata imporre, come
proprio motore: a Corte è un'economia che produce cittadinanza temporanea ma
reale; a Cagliari, in troppi quartieri del centro, un'economia che produce
presenza senza cittadinanza.
L'antropologia: chi abita davvero le pietre
Se si guarda a chi vive fisicamente dentro le mura, la divergenza si fa
ancora più netta. A Corte convivono, nello stesso reticolo di vicoli, gli
anziani cortenesi che non hanno mai lasciato la città alta, i commercianti che
vendono salumi, formaggi, castagne e miele - prodotti che restano autentici
perché hanno un mercato locale stabile che li richiede, non solo una vetrina
turistica da riempire - e gli studenti, che portano ogni anno linfa nuova senza
per questo cancellare quella già presente. È una convivenza intergenerazionale
che si autoalimenta: gli anziani danno profondità storica al luogo, i giovani
gli danno futuro, e i due gruppi si intrecciano nello stesso spazio fisico, la
stessa piazza, lo stesso bar.
A Cagliari questo intreccio si è progressivamente sfilacciato. Lo
storico Luciano Marrocu, che alla città ha dedicato
studi approfonditi, descrive con crudezza il fenomeno: la città conta oggi poco
più di 140.000 abitanti ma dispone ancora di servizi, infrastrutture e persino
il carico di traffico e rifiuti pensati per le 400.000 persone che vi abitavano
al culmine demografico del 1981. È uno scarto enorme fra la città dimensionata
e la città vissuta, e a pagarlo per primo è proprio il centro storico:
Castello, un tempo cuore del potere e della vita cittadina, ha oggi il
quoziente di emigrazione residenziale più alto di tutta Cagliari, seguito a
poca distanza dalla Marina. L'età media dei cagliaritani, nel giro di
vent'anni, è salita da 43,8 a 50 anni: una città che invecchia mentre le
giovani coppie, semplicemente, non riescono più a permettersi una casa dove
restare. Il risultato, sul piano antropologico, è un centro storico che tende a
diventare - nei quartieri e nei periodi in cui il fenomeno è più marcato - uno
spazio scenografico più che abitato: bello da attraversare, difficile da vivere.
La comunità che si rigenera e la comunità che si sfila
La differenza è, in fondo, una differenza di funzione sociale attribuita al
centro storico. A Corte il centro è il luogo dove la comunità intera - anziani,
famiglie, studenti, insegnanti universitari - continua a incontrarsi per
necessità quotidiane prima che per scelta estetica: ci si va a comprare il
pane, non solo a fotografare la cittadella. Questo genera quella che i
sociologi chiamerebbero coesione funzionale: il tessuto commerciale sopravvive
perché risponde a una domanda reale e continuativa, non a un flusso stagionale
e discontinuo.
A Cagliari si è fatta invece strada, in alcuni quartieri del centro, quella
che si potrebbe chiamare una sociologia della vetrina: strade che restano vive
nelle ore e nelle stagioni turistiche e che si svuotano nel resto dell'anno,
servizi di prossimità sostituiti da attività orientate quasi esclusivamente al
visitatore. Il turismo resta una risorsa fondamentale per l'intera economia
sarda, ma quando un quartiere smette di rispondere ai bisogni di chi vi risiede
stabilmente la comunità residente tende a spostarsi altrove, e con essa se ne
va quella rete di relazioni quotidiane - il fornaio che conosce i clienti per
nome, il vicino che ritira il pacco, il bambino che gioca nella piazza sotto
gli occhi di più adulti - che è poi la sostanza di ciò che chiamiamo comunità.
La lezione, per la Sardegna ancora possibile
Non si tratta di romanticizzare Corte, che ha le sue difficoltà - un
entroterra che si spopola attorno a una città che tiene, un mercato del lavoro
fuori dall'università più fragile di quanto la vivacità del centro lasci
intuire. E non si tratta nemmeno di condannare Cagliari, che resta una capitale
vera, con una storia, un porto, un'università antica quanto quella còrsa è
giovane, e possibilità di rigenerazione che le "zone a stress
abitativo" individuate dalla nuova normativa europea potrebbero, se
applicate con intelligenza, contribuire ad attivare.
Si tratta, piuttosto, di riconoscere un principio semplice: le città non
muoiono per il turismo, muoiono quando smettono di offrire a chi le abita una
ragione economica e sociale per restarci. Corte l'ha capito facendo
dell'università il proprio principio ordinatore. Cagliari - e con essa altri
centri storici sardi, da Alghero a Sassari, da Bosa a Iglesias - ha ancora
davanti a sé la possibilità di scegliere: se continuare a essere una città che
si affitta a sera per essere restituita vuota al mattino, o tornare a essere,
come Corte, un luogo dove qualcuno resta a vivere anche quando i turisti se ne
sono andati.
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