sabato 5 settembre 2026

La lezione di Corte per la Cagliari che non c'è più (e per la Sardegna ancora possibile) – Guido Garau

Analisi comparata tra due capitali mediterranee: l'una che si è sviluppata in una forza centripeta, l'altra che sta andando verso una pericolosa deriva turistica regolamentata solo dagli interessi economici del mercato

Il paesaggio prima di tutto. Chi arriva a Corte da Ajaccio, seguendo il corso del Tavignano fin dove la valle si stringe tra le pareti del Monte Cardo, vede la città prima di entrarci: la cittadella corso-pisano-genovese - costruita nel 1419 da Vincentello d'Istria - si arrampica su uno sperone di roccia proprio nel punto in cui la Restonica e il Tavignano si incontrano: attorno a quella roccia il paese si è disposto per secoli senza mai tradirsi. Partire dal profilo fisico delle cose, prima ancora che dai numeri, è la chiave per raccontare che rapporto un popolo abbia stretto con la propria terra. E Corte, guardata da lontano, dice subito una cosa che Cagliari, guardata da vicino, fatica ad ammettere: un luogo può restare fedele a se stesso e insieme cambiare, crescere, accogliere, senza svuotarsi.

Cagliari si è costruita sui suoi sette colli calcarei - Castello, Tuvixeddu, Monte Claro, Monte Urpinu, il colle di Bonaria, quello di San Michele, Calamosca - in un disegno che la accosta, non senza una certa vanità storica, a Roma e a Lisbona. Il più alto e il più fiero di essi, Castello, la sede del potere pisano e poi sabaudo, oggi è il quartiere con il più alto tasso di emigrazione residenziale dell'intera città. Ecco il primo dato che va messo sul tavolo, prima di ogni analisi: due colline, due destini.

Due capitali, due modi di essere

Corte fu capitale per soli quattordici anni, dal 1755 al 1769, sotto il generale Pasquale Paoli - capitale di uno stato corso indipendente che diede all'Europa dei Lumi una delle prime costituzioni democratiche del continente, e che proprio a Corte aprì, nel 1765, la sua università: chiusa nel 1769 con l'annessione francese, riaperta solo nel 1981 dopo due secoli di silenzio, in seguito a una mobilitazione popolare che va ricordata per quello che fu, cioè una rivendicazione di identità prima ancora che una scelta di politica universitaria. Cagliari è stata capitale quasi ininterrottamente per otto secoli, dai pisani agli aragonesi, dai sabaudi alla Repubblica: una continuità istituzionale che Corte non ha mai conosciuto, e che pure - è il primo paradosso di questa storia - non le ha impedito di perdere, negli ultimi vent'anni, ciò che Corte, capitale effimera e periferica, è riuscita a conservare: la propria gente dentro le proprie mura.

L'economia: l'università che nutre contro il turismo che svuota

Corte conta oggi circa 7.800 abitanti stabili. Ma a questi si sommano, per buona parte dell'anno, circa 5.000 studenti universitari - un rapporto demografico che in qualunque città italiana o sarda sarebbe definito senza esitazione straordinario. L'Università di Corsica Pasquale Paoli, con i suoi oltre 130 diplomi dal livello post-diploma al dottorato e con una scuola di medicina, propone un modello preciso: non un ateneo satellite in una città che vive d'altro, ma un ateneo che è la ragione stessa per cui la città vive. La presenza degli studenti modifica strutturalmente la domanda di servizi, crea opportunità dirette per il commercio locale, sostiene un tessuto di negozi di prossimità che altrove, in centri di dimensioni comparabili, sarebbe già scomparso. È un'economia della permanenza: chi arriva a Corte per studiare vi resta tre, cinque, otto anni, affitta una stanza, compra il pane dal fornaio, si iscrive in palestra, vota alle elezioni universitarie, entra - sia pure temporaneamente - nel corpo vivo della città.

Cagliari ha scelto, negli ultimi due decenni, un'altra economia: quella del passaggio. Il centro storico - Castello, Marina, Stampace, Villanova - è oggi in larga parte un'economia di locazione breve, costruita non su chi resta ma su chi arriva per pochi giorni. È un modello che produce reddito, certo, e che ha sue ragioni legittime: chi affitta case per brevi periodi non è, come talvolta si semplifica, il colpevole designato di uno svuotamento che ha cause più profonde e più antiche. Ma il risultato aggregato, al di là delle intenzioni dei singoli proprietari, è un centro storico dove le case sono sempre più spesso vuote di residenti stabili e piene, a intermittenza, di turisti: il Comune di Cagliari conta oggi circa 4.000 abitazioni sfitte nel cuore della città, mentre l'Unione Europea, dal 2026, individua proprio in queste "zone a stress abitativo" - i centri storici - il bersaglio di nuove regole che consentiranno ai Comuni di porre un tetto al numero di notti vendibili, con una soglia indicativa che chiede di non superare il 20% di alloggi turistici sul totale degli immobili di un quartiere, per lasciare spazio a chi vuole semplicemente abitarci.

La differenza economica di fondo non sta nel turismo in sé - Corte, va detto, vive anch'essa di un turismo storico e naturalistico legato alla cittadella e alle valli del Parco naturale regionale - ma nella funzione economica dominante che ciascuna città ha scelto, o si è lasciata imporre, come proprio motore: a Corte è un'economia che produce cittadinanza temporanea ma reale; a Cagliari, in troppi quartieri del centro, un'economia che produce presenza senza cittadinanza.

L'antropologia: chi abita davvero le pietre

Se si guarda a chi vive fisicamente dentro le mura, la divergenza si fa ancora più netta. A Corte convivono, nello stesso reticolo di vicoli, gli anziani cortenesi che non hanno mai lasciato la città alta, i commercianti che vendono salumi, formaggi, castagne e miele - prodotti che restano autentici perché hanno un mercato locale stabile che li richiede, non solo una vetrina turistica da riempire - e gli studenti, che portano ogni anno linfa nuova senza per questo cancellare quella già presente. È una convivenza intergenerazionale che si autoalimenta: gli anziani danno profondità storica al luogo, i giovani gli danno futuro, e i due gruppi si intrecciano nello stesso spazio fisico, la stessa piazza, lo stesso bar.

A Cagliari questo intreccio si è progressivamente sfilacciato. Lo storico Luciano Marrocu, che alla città ha dedicato studi approfonditi, descrive con crudezza il fenomeno: la città conta oggi poco più di 140.000 abitanti ma dispone ancora di servizi, infrastrutture e persino il carico di traffico e rifiuti pensati per le 400.000 persone che vi abitavano al culmine demografico del 1981. È uno scarto enorme fra la città dimensionata e la città vissuta, e a pagarlo per primo è proprio il centro storico: Castello, un tempo cuore del potere e della vita cittadina, ha oggi il quoziente di emigrazione residenziale più alto di tutta Cagliari, seguito a poca distanza dalla Marina. L'età media dei cagliaritani, nel giro di vent'anni, è salita da 43,8 a 50 anni: una città che invecchia mentre le giovani coppie, semplicemente, non riescono più a permettersi una casa dove restare. Il risultato, sul piano antropologico, è un centro storico che tende a diventare - nei quartieri e nei periodi in cui il fenomeno è più marcato - uno spazio scenografico più che abitato: bello da attraversare, difficile da vivere.

La comunità che si rigenera e la comunità che si sfila

La differenza è, in fondo, una differenza di funzione sociale attribuita al centro storico. A Corte il centro è il luogo dove la comunità intera - anziani, famiglie, studenti, insegnanti universitari - continua a incontrarsi per necessità quotidiane prima che per scelta estetica: ci si va a comprare il pane, non solo a fotografare la cittadella. Questo genera quella che i sociologi chiamerebbero coesione funzionale: il tessuto commerciale sopravvive perché risponde a una domanda reale e continuativa, non a un flusso stagionale e discontinuo.

A Cagliari si è fatta invece strada, in alcuni quartieri del centro, quella che si potrebbe chiamare una sociologia della vetrina: strade che restano vive nelle ore e nelle stagioni turistiche e che si svuotano nel resto dell'anno, servizi di prossimità sostituiti da attività orientate quasi esclusivamente al visitatore. Il turismo resta una risorsa fondamentale per l'intera economia sarda, ma quando un quartiere smette di rispondere ai bisogni di chi vi risiede stabilmente la comunità residente tende a spostarsi altrove, e con essa se ne va quella rete di relazioni quotidiane - il fornaio che conosce i clienti per nome, il vicino che ritira il pacco, il bambino che gioca nella piazza sotto gli occhi di più adulti - che è poi la sostanza di ciò che chiamiamo comunità.

La lezione, per la Sardegna ancora possibile

Non si tratta di romanticizzare Corte, che ha le sue difficoltà - un entroterra che si spopola attorno a una città che tiene, un mercato del lavoro fuori dall'università più fragile di quanto la vivacità del centro lasci intuire. E non si tratta nemmeno di condannare Cagliari, che resta una capitale vera, con una storia, un porto, un'università antica quanto quella còrsa è giovane, e possibilità di rigenerazione che le "zone a stress abitativo" individuate dalla nuova normativa europea potrebbero, se applicate con intelligenza, contribuire ad attivare.

Si tratta, piuttosto, di riconoscere un principio semplice: le città non muoiono per il turismo, muoiono quando smettono di offrire a chi le abita una ragione economica e sociale per restarci. Corte l'ha capito facendo dell'università il proprio principio ordinatore. Cagliari - e con essa altri centri storici sardi, da Alghero a Sassari, da Bosa a Iglesias - ha ancora davanti a sé la possibilità di scegliere: se continuare a essere una città che si affitta a sera per essere restituita vuota al mattino, o tornare a essere, come Corte, un luogo dove qualcuno resta a vivere anche quando i turisti se ne sono andati.

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