Da qualche
settimana un caso greco sta facendo scuola tra chi si occupa di gestione del
rischio: gran parte degli incendi più devastanti dell'estate 2026 non sarebbe
partita da un fulmine, da una sigaretta o da un piromane, ma da un cavo
elettrico vecchio, mal mantenuto, che ha ceduto sotto il caldo e il vento. È un
caso di scuola perché mette insieme tre elementi che, in teoria, dovrebbero
remare nella stessa direzione — la transizione energetica, la prevenzione del
rischio incendio, la finanza pubblica — e che invece, nella pratica, finiscono
per remare l'uno contro l'altro. E non è un problema solo greco: guardando ai
dati di quest'estate, lo stesso schema si ritrova, con varianti locali, in
Sicilia, in Calabria e in Sardegna.
La Grecia:
il 75% degli ettari bruciati parte dai tralicci
Secondo i
dati preliminari della Direzione Investigativa sui Reati di Incendio Doloso
della Grecia, ripresi da Politico e da Brussels Signal, gli incendi finora
attribuiti a guasti della rete elettrica avrebbero prodotto circa il 75% della
superficie bruciata nel Paese nel 2026. Le due fiamme più gravi di fine luglio
— nell'Attica occidentale e a Creta — hanno distrutto oltre 14.500 ettari e
causato quattro morti, e in entrambi i casi i vigili del fuoco hanno indicato
come causa un guasto alla rete.
Il
paradosso, spiegato bene anche da EU Alive, è che la parte di rete elettrica
coinvolta corre quasi sempre in superficie, attraverso boschi sempre più secchi
e aree rurali sempre più spopolate: bastano poche scintille in una giornata di
vento per innescare un incendio che nessuno controlla più. Il WWF Grecia,
citato da Spotmedia, ha calcolato che già nel 2025
sei dei dieci incendi maggiori erano partiti dalla rete elettrica, per il 55%
della superficie bruciata quell'anno.
Il punto
politicamente scomodo, però, è un altro: negli stessi anni in cui la rete
elettrica greca accumulava un arretrato di manutenzione — accumulato nel tempo,
aggravato dagli otto anni dei tre programmi di aggiustamento economico
applicati tra il 2010 e il 2018.— Bruxelles celebrava la Grecia come un
campione della transizione energetica, grazie a oltre 1,8 GW di nuovo
fotovoltaico collegato alla rete solo nel 2025. Il gettito di CO2 evitata da
quei pannelli rischia però di essere azzerato, se non superato, dalle emissioni
degli incendi provocati dalla stessa rete che nessuno ha mai davvero messo in
sicurezza.
L'Italia non
è un'eccezione: Sicilia e Calabria in prima fila
Chi pensa
che si tratti di un problema tutto greco farebbe bene a guardare i dati
italiani. Secondo il dossier L'Italia in fumo di Legambiente,
ripreso da Telemia, nel 2025 la Calabria ha registrato
603 incendi per quasi 17mila ettari bruciati, seconda in Italia solo dietro la
Sicilia.
In Sicilia
il problema si è manifestato quest'estate in una forma gemella a quella greca:
non solo incendi, ma un collasso parallelo della rete di distribuzione. Come
racconta MeridioNews sulla base di un'analisi
del Sole 24 Ore, tre città siciliane sono in testa alla classifica nazionale
per interruzioni di energia elettrica, e la causa principale — spiega un
docente di Sistemi Elettrici dell'Università di Palermo — sono i guasti ai
giunti dei cavi di media tensione, che con il caldo estremo si dilatano e
cedono. A Palermo, Catania e nel Ragusano i blackout si sono susseguiti per
settimane, come documentano Giornale di Sicilia e Corriere di Sciacca, con i sindaci che
chiedono tavoli urgenti con il gestore e valutano azioni legali.
Un articolo
del Sole 24 Ore quantifica il problema su
scala nazionale: per mettere in sicurezza le reti italiane servirebbero
investimenti nell'ordine di 15 miliardi di euro, a fronte di piani attuali che
— pur significativi — restano strutturalmente insufficienti rispetto alla
velocità con cui il clima sta cambiando le condizioni operative di cavi pensati
per un altro secolo.
La Sardegna:
lo stesso copione, un'estate dopo l'altra
Se c'è una
regione italiana in cui il legame tra rete elettrica fragile, ondate di calore
e rischio incendio si è manifestato con particolare evidenza, quest'estate, è
la Sardegna. A metà luglio l'isola è finita "in tilt": Sardiniapost ha contato 33 blackout in
un solo giorno tra il Cagliaritano, il Sud Sardegna e la Gallura, con punte di
47,6°C a Orani e l'allerta incendi in codice arancione confermata per l'intera
isola.
Il
sovraccarico dovuto ai condizionatori si è sommato, come racconta Radio Sintony, a un'ondata di incendi che
ha coinvolto anche i vigili del fuoco impegnati sul fronte del caldo estremo. A
Maracalagonis un intero paese è rimasto senza corrente per ore, fino all'arrivo
di un generatore mobile piazzato accanto a una scuola d'infanzia.
Non si
tratta di un episodio isolato: già a inizio 2025 Casteddu Online raccontava di
interruzioni durate anche 17 ore in diversi centri dell'isola, con un tecnico
del settore che indicava come causa "cavi datati" e un isolamento dei
conduttori ormai "cotto dal sole" — parole che potrebbero essere
state pronunciate identiche in Grecia o in Sicilia. A quel punto Adiconsum
Sardegna ha parlato apertamente di reti "inadeguate", mentre l'Anci
regionale ha chiesto un piano straordinario e l'apertura di un
tavolo permanente con E-Distribuzione, Terna e Arera, sottolineando — parole
che meriterebbero di essere incorniciate nell'ufficio di ogni pianificatore —
che "ogni estate non può trasformarsi in una nuova emergenza elettrica".
La richiesta, riportata anche da Cagliaripad, è di istituire un organismo
permanente Regione-Comuni-gestori per programmare insieme prevenzione e
manutenzione, invece di rincorrere l'emergenza ogni luglio.
La
differenza rispetto alla Grecia, in questo caso, non è nella causa ma nella
scala: la Sardegna non ha alle spalle un decennio di programmi di aggiustamento
del FMI, ma sconta comunque decenni di investimenti concentrati su generazione
e connessioni (specie rinnovabili, vista la vocazione dell'isola) più che su
manutenzione capillare della rete di distribuzione a bassa e media tensione —
la parte meno "fotogenica" del sistema elettrico, quella che non
genera rendita finanziaria ma che, quando cede, può incendiare una montagna.
Non solo
incendi: la stessa fragilità dietro l'apagón iberico
Il filo che
lega vecchie reti, clima estremo e crisi a cascata non riguarda solo gli
incendi. Il 28 aprile 2025 un blackout ha lasciato al buio per ore quasi tutta
la Spagna e il Portogallo, oltre a parte della Francia meridionale: circa 60
milioni di persone coinvolte, trasporti e ospedali in tilt, secondo la
ricostruzione di Euronews. L'indagine tecnica di ENTSO-E, la
rete europea dei gestori di trasmissione, ha attribuito la causa primaria a una
serie di eventi a cascata innescati da un'oscillazione di tensione mal gestita
dagli impianti tradizionali — non, come inizialmente ipotizzato da alcuni
commentatori, dall'eccesso di rinnovabili — secondo quanto riassunto da GreenMe e da Italian Climate Network.
Anche qui lo
schema di fondo è simile a quello greco e sardo: un sistema elettrico che
cresce rapidamente sul lato della generazione (in Spagna il 60%
dell'elettricità viene già da fonti rinnovabili) mentre il coordinamento e la
resilienza dell'infrastruttura di trasmissione e distribuzione restano un passo
indietro rispetto alla velocità del cambiamento. La scheda di Wikipedia ricorda che il blackout ha
causato anche vittime indirette, per lo più legate a generatori difettosi usati
in emergenza dai cittadini rimasti senza corrente.
Perché
succede sempre così
Il filo
comune tra Atene, Palermo, Catania, Cagliari e Madrid non è un complotto né una
fatalità: è una logica di investimento. Costruire un nuovo parco fotovoltaico o
eolico crea un asset che genera un flusso di ricavi per decenni, un bene che
può essere finanziato, comprato e rivenduto sui mercati dei capitali — come
dimostrano le operazioni miliardarie di gruppi come RWE, BP o TotalEnergies
sugli impianti greci degli ultimi anni. Sostituire un cavo marcio in mezzo a un
bosco o rinforzare un giunto di media tensione in periferia, invece, non genera
nessuna rendita: evita solo che una montagna prenda fuoco o che un quartiere
resti al buio. È un costo puro, non un investimento che attira capitali
privati, e per questo tende sistematicamente a restare in fondo alla lista
delle priorità — soprattutto nei paesi e nelle regioni che escono da anni di
disciplina di bilancio.
Per chi si
occupa di gestione del rischio e protezione civile, la lezione è semplice da
enunciare e difficile da applicare: la manutenzione ordinaria
dell'infrastruttura elettrica è, a tutti gli effetti, una misura di prevenzione
antincendio e di resilienza climatica — non un capitolo di spesa a parte,
separato dalla pianificazione emergenziale. Finché continuerà a essere trattata
come tale, ogni estate rischia di ripresentare lo stesso conto, da Atene alla
Sardegna.
Fonti principali: Video
OttolinaTV L’Europa Green ha dato fuoco alla Grecia? Politico/E&E
News, Brussels Signal, EU Alive,
Legambiente via Telemia, MeridioNews, Il Sole 24 Ore, Sardiniapost, Report Sardegna
24, Euronews.
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