Sabato 26 luglio a Maiorca c’è stata una manifestazione con lo slogan “Maiorca al limite”, organizzata da una piattaforma locale che si chiama “Meno turismo più vita”. Alla manifestazione hanno partecipato decine di migliaia di persone, con uno spirito pacifico e festivo, ma al termine la polizia ha caricato pesantemente, facendo diversi feriti, tra cui un giornalista. La notizia ha raggiunto anche i media italiani, in un momento in cui il turismo e le trasformazioni che provoca sono al centro del dibattito pubblico. Traduciamo due resoconti della protesta scritti da due abitanti dell’isola, entrambi antropologi, in uno scambio di email tra membri dell’Osservatorio di Antropologia del Conflitto Urbano di Barcellona. Il primo autore, Marc Morell, è uno studioso del turismo, oltre che membro dell’Istituto di antropologia delle Isole (Baleari e Pitiuse). Il secondo, Xesc Alemany,è un giovane antropologo e scrittore, anche lui membro dell’Istituto. La fotografia è di Miquel Ángel Ballester anch’egli maiorchino. Le traduzioni sono di Stefano Portelli.
* * *
Marc
Morell. Avevo
deciso di seguire la manifestazione insieme al gruppo di un ateneu
popular, una specie di centro sociale e culturale della capitale di Maiorca,
uno spazio chiamato La Fonera – si potrebbe tradurre come La
Fionderia: la fionda era l’arma degli antichi mercenari delle Baleari, e di
recente è diventata un simbolo dell’identità maiorchina. Quindi ho preso un
autobus tre quarti d’ora prima dell’inizio e ho raggiunto il punto di partenza.
Il corteo partiva dalla Plaça del Malnom, la “piazza dal brutto
nome” – che è come in certi ambienti chiamiamo la Plaça d’Espanya. Mentre
aspettavo l’autobus mi ha sorpreso la quantità di furgoni della polizia
nazionale che circolavano su e giù per i viali intorno al centro. L’ho messo in
relazione con le tensioni crescenti degli ultimi giorni: la settimana scorsa
c’era stata una catena umana per proteggere Es Trenc, la più grande
spiaggia libera dell’isola, e la segretaria del Partito popolare locale aveva
provato a prendere in giro e a provocare i partecipanti (ci sonno immagini
veramente da ridere). Poi c’erano stati gli arresti di alcune compagne a Santa
Maria, perché avevano fatto delle scritte sulla parete di un’agenzia
immobiliare del paese; infine il Comune, guidato dal Pp e da Vox, aveva
proibito un evento a Brunzit, una cena collettiva all’aperto, che
già aveva ottenuto i permessi necessari.Quando sono arrivato alla Plaça
del Malnom, i miei timori sono passati. C’era gente molto varia, sia per
età che come lingua, posizioni politiche, eccetera. Abbiamo iniziato a
camminare sotto il sole, e io sono andato per conto mio, incontrando vecchi
amici man mano che il corteo andava avanti. Così sono arrivato nella zona
di Dalt Murada, il sentiero che corre lungo ciò che resta delle
antiche mura della città, fino a Ses Voltes, un recinto di fronte
alla cattedrale, la Seu, circondato dalle mura che si affacciano sul mare. Ho
pensato che era un po’ strano che la manifestazione terminasse lì; mi sembrava
che fossimo circa 50 mila persone, e che lì non c’era abbastanza spazio per
tutta questa gente. Per cui sono avanzato ancora dentro la piazza, per lasciare
spazio a chi veniva dopo, allontanandomi dalla folla sotto la Seu.
A quel punto mi ha sorpreso la presenza di
circa sette poliziotti antisommossa, con un atteggiamento molto aggressivo,
proprio accanto alla folla: faceva paura solo a guardarli. Non è passato molto
tempo che qualche manifestante iniziasse a gridare contro di loro, ma niente di
più. Però già si cominciava a percepire una certa tensione nell’aria. Da sopra
le mura potevo vedere le migliaia di persone che non riuscivano a entrare nel
recinto, e che quindi si dirigevano verso l’altra sponda del lago artificiale
di fronte alla Seu e al Palau de l’Almudaina, il palazzo gotico
della famiglia reale. Due persone si sono buttate nelle acque torbide del lago
per attraversarlo, facendo ridere tutti. Pochi minuti dopo, da fuori ho visto
che la polizia antisommossa aveva iniziato a caricare un gruppo di persone che
volevano entrare nella zona di Ses Voltes; ma erano così lontani che non sono
riuscito a capire cosa stesse succedendo. Non ricordo se questo è successo
prima o dopo i discorsi e le performance, di cui non sono riuscito a sentire
niente. Più tardi l’organizzazione ha detto che non avevano potuto usare le
prese elettriche per l’amplificazione, perché il Comune aveva tagliato la
corrente.
Solo quando sono arrivato a casa e ho
visto il telegiornale sulla IB3, la rete della regione autonoma delle Baleari,
ho visto le violenze. Era successo proprio dall’altra parte rispetto a dove mi
trovavo io, sotto le mura e vicino a una zona molto turistica: s’Hort del Rei e
le aree circostanti. È il primo
spazio urbanisticamente patrimonializzato della città, alla fine
degli anni Cinquanta. Probabilmente tutto è successo proprio mentre
andavo verso casa, ma in coda al corteo, mentre io ero in testa.
La polizia dice che eravamo 25 mila,
l’organizzazione 70 mila. Io resto convinto della mia prima impressione di 50
mila manifestanti. Le autorità dicono che l’organizzazione non ha voluto
seguire l’allerta per l’eccesso di gente; gli organizzatori dicono che gli
avvisi sono arrivati tardi e che non hanno avuto tempo di avvisare i potenziali
manifestanti, o qualcosa del genere.
Martedì sono andato anche alla protesta
davanti alla delegazione provinciale, per chiedere le dimissioni del delegato
del governo centrale, anche a capo della polizia nazionale, naturalmente del
partito socialista. Eravamo circa cinquecento. Sono andato via quando metà dei
partecipanti aveva lasciato la manifestazione, e non ho sentito che fosse
successo nulla di simile a quanto accaduto sabato. Ma dopo aver ascoltato il
delegato provinciale, la presidentessa della comunità autonoma (del Pp, e al
governo con Vox), nonché i sindacati di polizia, credo sia chiaro che era tutto
programmato. Si dice che le violenze erano state pianificate in modo da
boicottare il successo della manifestazione, per me però l’obiettivo delle
violenze non erano tanto i manifestanti, ma piuttosto il delegato del governo.
Criminalizzando la manifestazione, il Pp e Vox hanno vinto un trofeo di caccia
grossa, nella grande battaglia contro quello che chiamano “sanchismo” (cioè la
linea del governo di Pedro Sánchez).
Xesc Alemany. È interessante vedere i fatti da questa
prospettiva, da sopra le mura. Rispetto alla tua idea che
le cariche fossero pianificate – nel senso di quella “provocazione
controrganizzativa” di cui parla Deniz Yonucu (in un libro che abbiamo
recensito su
Monitor, NdT) – posso riportare qualche elemento che ho visto dalla mia
prospettiva. Io ero più in basso, proprio dove hanno caricato. Non mi
hanno toccato, ma hanno picchiato giovani e anziani, addirittura
un ultrasessantenne. Per non dire del giornalista, a cui hanno spaccato la
testa. Una delle compagne che gli ha prestato le cure – siccome la
polizia aveva bloccato l’accesso ai medici per più di un’ora e mezzo,
l’hanno dovuto portare di peso – ci ha detto che se passava un’altra ora il
giornalista avrebbe perso troppo sangue. Potete immaginare cosa
volesse dire.
In breve: la polizia ha bloccato a
sorpresa il passaggio tra le mura e il lago artificiale, da dove doveva passare
ancora molta gente. In mezzo alla folla, tra chi voleva arrivare al recinto
dentro alle mura e chi ne usciva, sono rimasti bloccati una decina di
poliziotti, forse una dozzina. Hanno dato il permesso perché leggessero il
manifesto della protesta, davanti a tutta la gente che era rimasta fuori e che
non l’aveva potuto ascoltare; ma a metà lettura da dietro sono arrivati almeno
altri venti agenti in tenuta antisommossa, che hanno cominciato a spingere per
attraversare la passerella e raggiungere i loro compagni, con la scusa che
questi erano rimasti bloccati nella folla.
Non tutti li hanno visti. Hanno
iniziato a spingere da dietro con gli scudi, la gente ha iniziato a cadere
dalle scale ai lati, addirittura dentro al lago. Poteva essere un disastro.
Questa cosa ha acceso la rabbia; fino a quel momento la gente era nervosa per
il blocco, perché non riuscivano a entrare, ma non c’era intenzione di alzare
la tensione. Le spinte e le manganellate per passare, sono state il detonatore.
Ci sembrava che la presenza della polizia fosse poca e male organizzata; invece
si è rivelata una trappola. In pochi minuti sono arrivati più di dodici
blindati, oltre cinquanta agenti, che hanno occupato tutta la
zona. Inizialmente sono entrati in azione solo una trentina di poliziotti;
c’era molta rabbia, e la folla li ha spinti
indietro. Poi però sono iniziati ad arrivare gli altri; c’è
stata qualche carica, con cui hanno preso tempo per
raggiungere il viale. Sono arrivati al viale, e
hanno aspettato che la folla gli si scagliasse
contro; ma siccome la gente non reagiva, e siccome è una zona molto
turistica, sono arrivati gruppi di turisti che provocavano i manifestanti; la
gente rispondeva con fischi e grida, e la polizia ne ha approfittato per
caricare, come se stessero difendendo i turisti. Le
dichiarazioni sia della polizia che della Guardia Civil hanno
mostrato quale fosse la loro strategia: usare la
categoria del “turista” per far emergere tutti gli
stereotipi sulla “turismofobia”. Volevano che uscisse l’idea che
c’era una pulsione “etnica” o “identitaria”, per nascondere invece le
accuse contro lo stato, il modello di sviluppo, l’industria
del turismo, gli speculatori, i politici, la stessa
polizia per gli arresti dei giorni precedenti, e così via. Hanno
esasperato, hanno provocato, per presentare la situazione come
se fossero “turisti contro manifestanti”, giustificando le
cariche “in difesa del turista”.
Un altro studioso della polizia, Paul
Rocher, afferma una cosa che stiamo vedendo in atto: oltre al razzismo, che
fomenta la guerra tra gli ultimi e i penultimi, c’è un secondo grande fattore
di fascistizzazione sociale, cioè l’autonomia “selettiva” della polizia. La
polizia ha sempre una certa autonomia quando si tratta di perseguitare i
settori più impoveriti della classe lavoratrice, oppure quelli più organizzati
in termini antagonisti, siano i loro contenuti politicamente espliciti, oppure no.
È una cosa che non dobbiamo dimenticare.
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