Forse fa
venire il cancro, ma nel dubbio continuiamo a usarlo.
Questo sembra essere il surreale enunciato dietro la sentenza di
qualche settimana fa, in Missouri, US, in merito al Glifosate. Il glifosato è
un erbicida “totale”: significa che elimina quasi ogni specie vegetale (tranne
ciò che è stato selezionato o trasformato per resistergli). Agisce bloccando un
enzima essenziale per la crescita delle piante e provocandone la morte. È
prodotto dalla multinazionale Bayer che ha inglobato la Monsanto,
produttrice del celebre “Roundup” il cui principio attivo è appunto il
glifosato. Uno dei terreni di battaglia è il riquadro dell’etichetta:
uno spazio cruciale per allertare gli utilizzatori o tacere il rischio.
Infatti, tale principio attivo (e il prodotto commercializzato) è al centro
di decine di migliaia di cause legali contro la multinazionale
Bayer: i querelanti accusano l’erbicida di aver causato il linfoma
non-Hodgkin e molti altri gravi problemi di salute dopo utilizzi ed
esposizioni prolungate. Molte cause sono incentrate sul fatto che, non essendo
segnalati i rischi in etichetta, i cittadini non hanno riconosciuto il rischio,
non si sono protetti e hanno successivamente sviluppato patologie.
Di fatto,
nella causa intentata da John Durnell, cittadino del Missouri che
si è ammalato di linfoma non-Hodgkin, la Corte d’Appello ha
scagionato la Bayer dal pagamento di 1,25 milioni di dollari,
sentenza di una Giuria Statale del 2025, appellandosi ad una legge federale
datata 1972, il Federal Insecticide, Fungicide and Rodenticide Act, varata
proprio per evitare norme disomogenee tra Stati e livello federale. Poiché l’EPA,
Environmental Protection Agency, organismo federale preposto a legiferare in
questo ambito, non ha mai considerato il glifosato cancerogeno, non ha mai di
conseguenza imposto di segnalare alcun allarme specifico né
consigliato di usarlo indossando protezioni. Al contrario dell’Agenzia
Internazionale per la Ricerca sul Cancro, IARC, dell’OMS,
che ha classificato il glifosato nel gruppo 2A, ovvero come sostanza
probabilmente cancerogena per l’uomo. Il risultato del ribaltamento federale
della decisione della Giuria Statale del Missouri, va ben oltre la vicenda
drammatica del sig. Durnell: era fondamentale per Bayer per scoraggiare future
querele e class actions.
Quindi: nel
dubbio che possa provocare il cancro, non si applica il principio di
precauzione ma al contrario si tace ogni possibile rischio, a tutela degli
interessi commerciali del colosso agroindustriale Bayer. Segnaliamo che dopo il
ribaltamento della sentenza, il titolo è decollato in borsa registrando un
rialzo del 17%.
Una
posizione molto simile d’altronde è stata assunta anche in Europa,
dove, nonostante gli alti rischi legali e le pressioni ambientaliste per la
messa al bando, gli enti regolatori, come l’EFSA, Autorità Europea per
la Sicurezza Alimentare, e l’ECHA, European Chemicals Agency, hanno
atteggiamenti rassicuranti e infatti l’Unione Europea ha rinnovato
l’autorizzazione all’uso del glifosato fino alla fine del 2033.
La vicenda
Bayer è un chiaro esempio dell’incommensurabile influenza che
interessi specifici, privati, facilmente identificabili, hanno sulla politica e
sulle leggi. Il potere delle multinazionali è ormai esteso, rilevantissimo e
pervasivo in ogni ambito. Tale enorme capacità di influenza è stata costruita
negli anni proprio nell’interazione continua con la politica e le
istituzioni in generale, mediante una serie di attività volte a compenetrare le
strutture pubbliche e i loro interessi, che dovrebbero riguardare esclusivamente
il bene pubblico, con gli obiettivi di soggetti economici privati. Questo
avviene per esempio grazie al sovvenzionamento e al sostegno di
campagne elettorali in cambio di favori successivi all’elezione. Ma
anche in conseguenza di passaggi “fluidi” di funzionari pubblici dagli
organismi istituzionali ai CdA delle multinazionali. Per condizionare poi
l’opinione pubblica molti investimenti vengono fatti in ambito comunicativo:
dalla delegittimazione dei soggetti “scomodi”, a vere e proprie campagne di
disinformazione, alla costruzione di una narrativa scientifica controversa,
frammentaria e nebulosa che istilli il dubbio. Nel caso del cibo poi
c’è l’arma definitiva: la paura della scarsità. Semplicemente perché senza cibo
si muore: e allora, sostenere che la naturale conseguenza della rinuncia al
glifosato, potrebbe essere un disastro produttivo – e anche
economico – è assolutamente efficace.
Noi
riteniamo che sia urgente un’inversione di rotta, chiediamo alla politica di
fare ciò che l’etimologia della parola stessa richiama: dal greco antico
politikḗ, cioè “tutto ciò che riguarda la città”, quindi che riguarda i
cittadini, e, per estensione, ciò che riguarda TUTTI. Il bene comune
della società civile deve tornare al centro delle agende politiche: le
istituzioni esistono per garantire la tutela degli individui e della
collettività. Una casa, il cibo, un lavoro, una vita dignitosa in
un contesto dignitoso e salubre: vogliamo ripartire da qui? Quel rapporto di
reciprocità alla base del vivere civile deve essere un perno imprescindibile
nel nostro modo di stare al mondo rispetto al nostro prossimo e rispetto a ciò
che ci aspettiamo dai rappresentanti politici. Il senso di
responsabilità, cioè la capacità di dare risposte, deve pervadere ogni
riflessione, ogni decisione, ogni atto nei gangli della vita civile, culturale
e politica di una comunità.
Ricordiamo,
infine, un tragico evento che testimonia però cosa può accadere quando le
istituzioni lavorano con responsabilità per il bene comune. La giustizia brasiliana
ha ritenuto Syngenta, colosso dell’agrobusiness, civilmente
responsabile per l’omicidio dell’attivista del MST, Movimento dei Lavoratori
Rurali Senza Terra, Valmir “Keno” Mota de Oliveira. Nel 2007
infatti, un’organizzazione paramilitare privata al servizio della
multinazionale, sparò su un gruppo di contadini che occupavano un campo di semi
transgenici illegale. La responsabilità della corporation è stata confermata
nel 2026 dal Superior Tribunal de Justiça, STJ, che ha riconosciuto
l’episodio come un vero e proprio massacro e ha stabilito il risarcimento per
danni materiali e morali alla famiglia della vittima.
Noi siamo
convinti che un sistema alimentare più giusto sia un diritto di tutte e tutti e
nel percorso per costruirlo, abbiamo bisogno di una politica coraggiosa,
lungimirante, saggia, che non si fermi con lo sguardo alla prossima tornata
elettorale, ma che guardi al futuro con un profondo senso di giustizia e
responsabilità.
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