“Chissà che
discorsi geniali / sanno fare i cavalli”. Affiorano alle labbra questi versi
di Gianni Rodari leggendo che la notte di venerdì un gruppo di
cavalli, quasi sperando di tornare branco libero, è scappato dai preparativi della parata militare
del 2 giugno, galoppando via in mezzo al caos romano. Erano stati
spaventati, pare, dai botti sparati da un vigile urbano: cioè, con rispetto parlando, da
una versione caricaturale dei soldati che tirano le bombe. Così, spaventati
dalla finzione della guerra hanno provato a fuggire dalla pomposa celebrazione
della guerra in cui sarebbero stati mute comparse.
Chissà che
discorsi davvero geniali saprebbero farci, quei cavalli pacifisti – o almeno
pacifici. Certo più geniali di quelli della classe politica italiana, che in
ottant’anni di Repubblica non è riuscita a trovare un modo di onorare il 2
giugno che non tradisse clamorosamente lo spirito della Costituzione.
La parata
del 2 giugno, questa “mala parata”, è di fatto un’esibizione di armi. Tanto
pervasa da spirito militarista che i volontari del servizio civile, che vi
prendono parte, hanno dovuto scrivere una lettera ai vertici dello Stato per
chiedere di non essere obbligati a marciare inquadrati e a
passo cadenzato come se fossero militari: pratica alla quale venivano formati
nelle caserme! La parte del Paese che ha a cuore la pace, e la Costituzione,
guarda con sgomento a questa esibizione, che traduce in
liturgia armata le infelici parole dell’inno nazionale (un altro pezzo di
storia che andava serenamente pensionato dopo la Costituzione) per cui saremmo
pronti non già alla vita, ma “alla morte”.
Nello scorso
aprile, su Avvenire, Luigino Bruni, Elena Granata e Tommaso Greco
(insieme ad altre e altri) hanno proposto di “sostituire la parata militare del
2 giugno, con le sue liturgie che rimandano a un passato da ripudiare, con
una sfilata civile, come gesto politico concreto per dare spazio a
una riflessione comune sulle ragioni che ci tengono assieme davanti a
sconvolgimenti epocali”. E in questo 2 giugno la Rete italiana Pace e Disarmo e
“Sbilanciamoci!” promuovono in numerose città diverse iniziative popolari per
festeggiare una Repubblica che “ripudia la guerra”: biciclettate,
flash-mob per la pace, letture della Costituzione e presìdi nei territori.
E invece a
Roma – sulla via fascista e colonialista dei Fori imperiali, e sotto lo sguardo
annuente del garante supremo della Carta – sarà drammaticamente visibile, e
pubblicamente onorata “la stretta connessione tra interessi economici, apparati
militari e decisioni politiche (che) genera una ‘nazione armata’,
in cui la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica e il
mercato delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche” (sono parole,
profetiche, della prima enciclica di Leone XIV). La “nazione
armata” al posto della “Repubblica che ripudia la guerra”: che colossale atto
di diseducazione collettiva. Come si fa a celebrare il ripudio
della guerra, questo principio rivoluzionario che spacca in due la nostra
storia, continuando stancamente a sfilare in una parata militare che si
pratica sostanzialmente identica dai tempi del militarismo
imperiale dei romani antichi, e probabilmente anche da prima?
L’articolo
11 della Costituzione è una rivoluzione culturale sconvolgente, come capì don
Milani: “È un invito a buttar tutto all’aria: all’aria buona. La
storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta
come la insegnano ancora”. Buttare tutto all’aria significa – ancora con don
Milani – capire che “allora l’esercito non ha mai o quasi mai rappresentato la
Patria nella sua totalità e nella sua eguaglianza”. Quell’articolo obbligava a
rileggere la storia italiana, per costruire un futuro completamente diverso.
Don Lorenzo l’aveva fatto, con i suoi ragazzi: “Abbiamo dunque preso i nostri
libri di storia (utili testi di scuola media, non monografie da specialisti) e
siamo riandati a cento anni di storia italiana in cerca d’una ‘guerra giusta’.
D’una guerra cioè che fosse in regola con l’articolo 11 della
Costituzione. Non è colpa nostra se non l’abbiamo trovata”.
Ecco perché
oggi, invece della della “nazione armata”, vorremmo vedere sfilare la Repubblica disarmata,
e disarmante. Vedere sfilare donne e uomini che lavorano negli ospedali e nelle
scuole, nei tribunali e nelle procure, nella cooperazione e nel terzo settore,
nelle università e nei musei: e anche nelle caserme, sì, ma non in divisa e con
le armi. Una parata buona, aperta dalla Flotilla per Gaza e da
Emergency, e chiusa dai nostri diplomatici e da chi studia e insegna Diritto
internazionale. Di questo abbiamo bisogno, in questo 2 giugno in tempo di
guerra e genocidio. Bisogno di cittadine e cittadini pronti a disertare
la guerra: a disertarla come quei cavalli in fuga, animali geniali.
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