Per l’inaugurazione dell’America’s Cup, Cagliari ha ospitato un corteo “delle tradizioni popolari”, come riporta il sito de L’Unione Sarda, il quale ha attraversato il centro storico della città.
Il percorso
è partito dalla terrazza del Bastione, percorrendo Via De Candia, Via
Università, la Porta dei Leoni, Via Mazzini, Piazzetta Martiri e Viale Regina
Margherita, fino a raggiungere Via Roma e fare ingresso nell’area portuale per
la cerimonia del taglio del nastro.
Ad aprire il
corteo i Tamburini e Trombettieri di Oristano in divise
medievali, seguiti da rappresentanze dei gruppi in abito
tradizionale delle otto province, maschere de
su Carrasecare e i suonatori di launeddas.
A scanso di equivoci, a essere in discussione non è l’opportunità o meno di
accogliere una manifestazione di questo tipo, e neanche il folklore di per sé,
che in Sardegna ha anche un risvolto emancipativo, ma l’abitudine al falso
logico della parata di tipicità fuori contesto. Cosa che
risulta poco leggibile e sensata già di per sé e che risulta ancora più
straniante nel miscuglio generale.
Se “tradizione” è ciò che una comunità fa per sé, e folklore è ciò che si fa
per l’altro -con in mezzo uno spettro di dinamiche di adattamento e di
resistenza- la recita del trascorso è una mistificazione.
Quello sardo
è un popolo al quale la bellezza del passato resta ancora attaccata al corpo.
La cultura del consumo e il colonialismo interno non sono ancora riusciti a
scrostarla via del tutto, pertanto c’è molto di quel trascorso nel nostro
presente.
La Sardegna è un contesto più immaginato e oggettificato che conosciuto,
e l’assemblaggio posticcio di cose sarde decontestualizzate,
con cui si intrattiene un pubblico in occasioni celebrative o eventi, ne è la
dimostrazione.
La ripetizione statica di elementi percepiti come tipici – ed è un
tipico feticizzato perché esotico –è cosa morta. Fa
cadere nell’equivoco della tradizione come concetto implicitamente regressivo,
anziché veicolarne la sua accezione rigenerativa e di cambiamento.
La messa in scena è un falso logico organizzato perché si basa
sulla somministrazione esatta a chi guarda, sia sul posto che attraverso i
media, di ciò che vuole.
E chi si aspetta i mamuthones in estate o in luoghi casuali, chi gode delle
parate delle persone in abito tradizionale e altre tipicità, non
vuole conoscere, non vuole fare esperienza, non ha interesse
vero verso l’autenticità che ricerca (e che non esiste come cosa
fissa). Vuole consumarla, possederla, anzi
possederne l’idea, la rappresentazione, e tali aspettative trovano risposte
perché sono legate a interessi economici.
La realtà non è semplicemente un insieme di cose, ma è fatta di elementi in
relazione di interdipendenza.
La narrazione del reale, quando non è condizionata da dinamiche di
potere e subalternità, implica un rapporto perché è come un
ponte dove chi narra e chi ascolta si incontrano. Implica responsabilità perché
chi parla dovrebbe fare della narrazione una pratica consapevole, e chi ascolta
dovrebbe entrare a farne parte.
Ma cosa succede quando un popolo viene abitato anche nei pensieri dallo
sguardo esterno, separato dalle proprie radici, tanto da vivere
nello stereotipo di sé?
Scrive Chimamanda Ngozi Adichie che il
problema degli stereotipi non è che sono falsi, ma che sono
parziali e quella storia parziale finisce per diventare
un’unica storia.
Quello che succede è la cessione ad altri del potere sulla
rappresentazione di sé. Accade che si performa invece
di essere, che ci si accontenta di girare attorno al
proprio noto.
Le persone sarde a cui lo “spettacolo” dell’edulcorato di sardità sembra
normale, emozionante, utile a “farsi conoscere”, non è consapevole della differenza
tra fare da comparsa e farsi presente, presentarsi.
E quindi?
L’unica risposta è quella di comunità, decostruire la cultura che ci
domina, che circoscrive gli spazi in cui siamo legittimati a essere speciali. Unici no, speciali sì. Innocui,
disciplinabili.
Abbiamo la responsabilità di fare riappropriazione, di produrre sapere,
di colmare i vuoti di coscienza di noi stessi, di farci
contaminare, di rinnovarci, di non avere paura del cambiamento. Dobbiamo
fare dei nostri corpi dispositivi di decolonizzazione consapevole.
Possiamo
anche partecipare alla messa in scena fuori da ciò che faremmo per noi,
ricordando sempre che possiamo farla diventare uno spazio nostro,
qualcosa che facciamo soprattutto per noi, tornando al posto di comando
nella gestione delle nostre trame. Rivendicando la complessità. L’aspirazione a
vivere in un mondo equo passa attraverso la ri-costruzione di comunità nelle
quali la stima di sé deriva dalla consapevolezza di sé, dalla qualità delle
relazioni tra individui, tra persone e natura, tra persone e luoghi. E non da
un falso orgoglio. A quel punto la contaminazione, l’apertura, le diversità, la
contemporaneità, troverebbero cittadinanza piena, senza bisogno di recitare una
parte, convinti di abitare una cartolina.
Da una storia falsa, si esce solamente insieme.
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