lunedì 29 giugno 2026

Amore per le Forze Armate (italiane) e subalternità al potere - Omar Onnis

 

Il 17 giugno 2026 è stato presentato pubblicamente l’accordo tra l’ASPAL (Agenzia Sarda per le Politiche Attive del Lavoro) e il Comando Militare Esercito Sardegna (CME Sardegna). A quale scopo? La comunicazione ufficiale nel sito della Regione Autonoma Sardegna recita così:

L’obiettivo principale della partnership è quello di sviluppare forti sinergie istituzionali per informare e orientare i cittadini sardi sulle diverse opportunità di carriera offerte dall’Esercito Italiano, rafforzando contestualmente la rete territoriale dei servizi per il lavoro. Le azioni previste si rivolgono in modo specifico ai giovani in uscita dai percorsi scolastici e formativi, ai disoccupati o a chiunque sia in cerca di una nuova occupazione, nonché ai volontari congedati senza demerito dalle Forze Armate, favorendo così l’occupabilità complessiva sul territorio regionale.

In una terra ad alta emigrazione, specie giovanile, con problemi irrisolti di trasporti interni ed esterni, spopolamento, crisi del settore primario, dispersione scolastica la politica di vertice favorisce una relazione privilegiata con le Forze Armate italiane, impegnandosi ad orientare le scelte proprio delle fasce giovanili verso impieghi militari.

Non c’è partita strategica in cui la politica sarda riesca mai a accennare una soluzione strutturale, a parte effetto annuncio e propaganda, o soluzioni tampone che perlopiù aggravano il problema. Le uniche cose in cui è attivissima sono gli affari delle varie lobby private, a cui sono legati i vari personaggi o le diverse consorterie clientelari, e la realizzazione dei desiderata delle rispettive case madri d’oltre Tirreno.

I casi concreti si sprecano: il mancato intervento in materia di dimensionamento scolastico (che ha di fatto spalancato le porte al commissariamento della Regione in materia, dunque alla realizzazione dei piani governativi); la mancata presa di posizione sull’ampliamento della RWM di Domusnovas (che ha di fatto accelerato la sua approvazione e in cui la RAS si costituisce nel procedimento *contro* i comitati e le associazioni); l’affare scandaloso di Cala Finanza a Loiri/Porto San Paolo; la privatizzazione degli aeroporti sardi. Ora questo accordo di partenship privilegiata con le Forze Armate.

Ricordiamo che la responsabilità della disastrosa occupazione militare della Sardegna, con decine di migliaia di ettari sottratti all’uso civile e in buona parte compromessi da sperimentazioni di ordigni ed esercitazioni a fuoco, è da attribuire precisamente al Ministero della Difesa. Abbiamo un bel chiamare in causa USA e NATO, nelle nostre analisi e nelle ricorrenti manifestazioni: la verità è che siamo una colonia militare *dello Stato italiano* (oltre al resto) ed è allo Stato che bisognerebbe chiederne conto. Invece, sia la politica sia, in diverse occasioni, le università sarde hanno da tempo dimostrato un vero e proprio amore verso l’apparato militar-industriale. Qualcuno ricorda la farsa delle “caserme verdi”? E il favore sperticato con cui vengono accolte tutte le decisioni ministeriali a proposito delle basi dell’isola (ampliamenti, estensione dei compiti, collegamento sempre più forte con la ricerca bellica), come fossero favori di cui essere grati?

La cosa grottesca è che nel frattempo i vertici politici sardi – nelle persone della presidente Todde e del presidente del Consiglio regionale Comandini – trovano il tempo per partecipare a Oliena a un convegno organizzato in memoria di Mario Melis e disquisire di autonomia, di statuto, di riforme. A leggere bene i resoconti dei loro interventi, a cominciare dai virgolettati, sotto il velo della retorica, si intravvede l’intenzione di normalizzare e neutralizzare la relazione con lo Stato italiano. Non è solo una questione di ignoranza storica e di mediocrità politica (che ci sono, beninteso).

Ricordiamo che la presidente Todde ha più volte stigmatizzato l’uso di concetti come “colonialismo” e come “resistenza”, riguardo al rapporto Italia-Sardegna. E ha dichiarato che l’autonomia speciale fu una sorta di concessione benevola dello Stato in quanto la Sardegna era una terra “arretrata”, povera, da tutelare e aiutare. Prese di posizione a dir poco discutibili su vari piani. Ma, al di là di questo, appare una volontà di “integrare” ancora di più la Sardegna dentro lo stato italiano, ovviamente come “area di sacrificio” (altra espressione usata dalla presidente Todde in altre circostanze). Per il suo bene, ovviamente, dato che “da soli non ce la possiamo fare”. Una nuova “Perfetta fusione”, come quella implicata dalla campagna per “l’insularità in costituzione”; ossia, il contrario di un percorso di conquista di responsabilità e competenze in senso autodeterminazionista. 

Il tutto attuato con una postura elitaria, anti-popolare, allergica a una democrazia reale, finalmente realizzata.

Il lavorio sostanzialmente clandestino su una nuova legge statutaria e sulla riforma dello stesso Statuto non lasciano ben sperare. Invocare, come ha fatto a Oliena la presidente Todde, una larga partecipazione “dal basso” su temi così rilevanti contrasta platealmente con le modalità di azione di questa giunta (“i legislatori siamo noi”) e con i suoi obiettivi non dichiarati ma palesi.

A parte la fanbase di Todde e soci, irrecuperabile (andate a guardarvi i loro commenti sui social), il resto della cittadinanza sarda dovrebbe restare molto vigile sulle decisioni concrete di questa compagine politica. Dovrebbe sempre distinguere lucidamente tra dichiarazioni pubbliche e fatti, tra comunicazione e decisioni pratiche.

È probabile che questa legislatura vada a finire al suo termine naturale. La presente amministrazione regionale ha dunque altri due anni e mezzo per combinare ulteriori disastri. Non servirà a nulla rivelarli, criticarli, prenderne le distanze se non emergerà una forte opposizione reale, popolare, che possa sostenere, sia a livello locale sia a livello apicale, candidature alternative all’oligarchia podataria che sta finendo per distruggere quanto resta del tessuto culturale, sociale e produttivo dell’isola.

da qui

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