Il 21 maggio, davanti alla presidente Meloni, Ettore Prandini ha evocato la chiusura delle trasmissioni di inchiesta sugli allevamenti e chiesto spazio sulla Rai per raccontare il settore in modo favorevole. Giulia Innocenzi e Sabrina Giannini hanno risposto. Anche noi vogliamo farlo.
Cosa è successo
Il 21 maggio
2026, durante l’assemblea nazionale di Coldiretti intitolata “La forza amica
del Paese”, al PalaLeonessa di Brescia, alla presenza della presidente del
Consiglio Giorgia Meloni e di buona parte del governo (Lollobrigida, Tajani,
Giorgetti), Ettore Prandini ha pronunciato parole che non
lasciano spazio a interpretazioni.
Prima ha
inquadrato il contesto in termini di “demonizzazione”:
“Io penso
che sia arrivata Giorgia alla stagione dove tutti insieme dobbiamo lavorare per
far sì che possano cessare tutte le forme di demonizzazione nei confronti di
alcuni comparti produttivi. La nostra zootecnia è la più sostenibile nel mondo,
ma non c’è nessun paese al mondo che ha delle trasmissioni dedicate che
continuano a cercare il lavoro dei nostri allevatori demonizzandolo,
attaccandolo, accusandolo, non si capisce bene di che cosa.”
Poi ha fatto
la richiesta concreta, rivolta implicitamente alla presidente del Consiglio:
“Dobbiamo
far chiudere queste trasmissioni? Sappiamo che non è possibile, però ci
potremmo immaginare, ad esempio su Rai 1, su Rai 2, di avere una trasmissione
che si faccia vedere quella che è la capacità, la professionalità,
l’imprenditorialità degli agricoltori.”
Il messaggio
è doppio e coerente: primo, togliere spazio al giornalismo critico.
Secondo, spostare la risposta sul terreno di una narrazione favorevole
al settore, veicolata dalle reti del servizio pubblico.
La risposta
di Giulia Innocenzi
Giulia
Innocenzi, giornalista investigativa che firma servizi sugli allevamenti per
“Report” su Rai 3, ha risposto con precisione documentale. Ha ricordato i
risultati concreti delle inchieste del suo programma: indagini della
magistratura aperte, indagini parlamentari avviate, carne
potenzialmente pericolosa ritirata dal mercato, allevamenti e
macelli chiusi, tra cui strutture che commercializzavano carne scaduta da
anni e in cui animali e lavoratori venivano maltrattati.
Ha poi
sottolineato il punto politicamente più rilevante: se davvero si trattasse
di casi isolati, di “mele marce” come le definisce Prandini, Coldiretti avrebbe
tutto l’interesse a collaborare con chi le individua, a espellere i
soggetti irregolari, a usare quelle immagini come prova della serietà del
settore. Invece la reazione è opposta. Questo, secondo Innocenzi, significa una
cosa precisa: Prandini sa che i casi non sono isolati, e sa che espellere chi
non rispetta le regole non finirebbe mai.
Vale la pena
ricordare che Innocenzi è anche l’autrice, insieme a Pablo D’Ambrosi, di “Food for Profit” (2024): un’inchiesta
cinematografica che segue con riprese sotto copertura i legami tra la politica
europea, le lobby dell’industria zootecnica e la distribuzione dei
miliardi di fondi PAC destinati agli allevamenti intensivi. Il film è stato
presentato in anteprima al Parlamento europeo, ha ottenuto risultati di
pubblico eccezionali per un documentario d’inchiesta e ha innescato conseguenze
politiche concrete: tra quelle documentate, la mancata ricandidatura
dell’eurodeputata spagnola Clara Aguilera, le cui dichiarazioni registrate nel
film avevano sollevato un caso politico nel suo partito, anche se lei ha
sostenuto che la decisione fosse già stata presa in precedenza. Il giornalismo
di inchiesta apre dibattiti, cambia posizioni, obbliga chi ha potere a
rispondere. “Food for Profit” lo ha dimostrato.
Sabrina
Giannini, conduttrice di “Indovina chi viene a cena?” su Rai 3, ha portato un
argomento diverso ma altrettanto sostanziale. Ha ricordato che il suo programma
si schiera dalla parte degli agricoltori contro un sistema che li penalizza: i
piccoli produttori sono le prime vittime dei pesticidi che vengono loro
imposti, di brevetti che appartengono alle multinazionali, di una Politica
Agricola Comune che distribuisce risorse pubbliche soprattutto ai grandi
proprietari terrieri.
Giannini ha
anche posto una domanda che merita risposta: perché il giornalismo
critico sull’agroalimentare esiste quasi esclusivamente su Rai 3? Sugli
altri canali prevale la narrazione bucolica dell’allevamento. È un dato
editoriale che merita una riflessione.
La posizione
di VEGANOK
Osservatorio
VEGANOK nasce per studiare il mercato plant-based italiano ed europeo. Il
nostro lavoro richiede dati affidabili, fonti verificabili, informazioni sul
sistema alimentare che siano il più possibile libere da condizionamenti di
parte.
Per questo
motivo, quanto dichiarato da Prandini ci riguarda direttamente.
Il
giornalismo di inchiesta sull’agroalimentare serve a conoscere il sistema
alimentare per quello che è. Report e “Indovina chi viene a cena?” hanno documentato nel tempo
pratiche illegali, condizioni di lavoro irregolari, trattamenti degli animali
in violazione delle normative vigenti, filiere opache che operano a danno dei
consumatori. Fatti accertati dalle autorità competenti dopo che le inchieste li
hanno portati alla luce.
“Food for
Profit” aggiunge un elemento ulteriore a questa riflessione. L’inchiesta ha
seguito i soldi fino a Bruxelles, ha filmato sotto copertura i
meccanismi con cui le lobby condizionano le decisioni europee sulla PAC, e ha
prodotto conseguenze politiche verificabili. Ha raggiunto un pubblico
ampio, ben oltre la cerchia di chi già si occupa di questi temi, a
dimostrazione che la domanda di informazione seria sul sistema alimentare
esiste ed è diffusa.
Chiedere la chiusura di queste trasmissioni, o anche
solo creare le condizioni politiche perché vengano marginalizzate, significa
ridurre la capacità dei cittadini di conoscere il sistema che produce il cibo
che mangiano.
Siamo anche
consapevoli del contesto in cui questa richiesta è stata formulata: davanti
alla presidente del Consiglio, durante un’assemblea di un’organizzazione con
forte peso lobbistico, con un riferimento esplicito alla Rai come
strumento per una contronarrazione finanziata con denaro pubblico. Si
tratta di una pressione politica sul servizio pubblico radiotelevisivo,
esercitata in modo diretto.
Riteniamo
che la risposta corretta, da parte di chiunque lavori con serietà
nell’informazione sul cibo e sulla sostenibilità, sia il sostegno
esplicito al giornalismo di inchiesta. La possibilità di fare inchieste
indipendenti sul settore agroalimentare è un bene pubblico che va difeso,
indipendentemente da ogni singola trasmissione e da ogni singolo servizio.
Continueremo
a monitorare questa vicenda e a segnalare ogni sviluppo rilevante per chi
opera, studia e comunica nell’ambito dell’alimentazione sostenibile e dei
diritti animali.
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