martedì 2 giugno 2026

Se la zootecnia italiana è la migliore del mondo, perché ha paura delle telecamere?

Il 21 maggio, davanti alla presidente Meloni, Ettore Prandini ha evocato la chiusura delle trasmissioni di inchiesta sugli allevamenti e chiesto spazio sulla Rai per raccontare il settore in modo favorevole. Giulia Innocenzi e Sabrina Giannini hanno risposto. Anche noi vogliamo farlo.


Cosa è successo 

Il 21 maggio 2026, durante l’assemblea nazionale di Coldiretti intitolata “La forza amica del Paese”, al PalaLeonessa di Brescia, alla presenza della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e di buona parte del governo (Lollobrigida, Tajani, Giorgetti), Ettore Prandini ha pronunciato parole che non lasciano spazio a interpretazioni.

 

Prima ha inquadrato il contesto in termini di “demonizzazione”:

“Io penso che sia arrivata Giorgia alla stagione dove tutti insieme dobbiamo lavorare per far sì che possano cessare tutte le forme di demonizzazione nei confronti di alcuni comparti produttivi. La nostra zootecnia è la più sostenibile nel mondo, ma non c’è nessun paese al mondo che ha delle trasmissioni dedicate che continuano a cercare il lavoro dei nostri allevatori demonizzandolo, attaccandolo, accusandolo, non si capisce bene di che cosa.”

Poi ha fatto la richiesta concreta, rivolta implicitamente alla presidente del Consiglio:

“Dobbiamo far chiudere queste trasmissioni? Sappiamo che non è possibile, però ci potremmo immaginare, ad esempio su Rai 1, su Rai 2, di avere una trasmissione che si faccia vedere quella che è la capacità, la professionalità, l’imprenditorialità degli agricoltori.”

Il messaggio è doppio e coerente: primo, togliere spazio al giornalismo critico. Secondo, spostare la risposta sul terreno di una narrazione favorevole al settore, veicolata dalle reti del servizio pubblico.

La risposta di Giulia Innocenzi

 

Giulia Innocenzi, giornalista investigativa che firma servizi sugli allevamenti per “Report” su Rai 3, ha risposto con precisione documentale. Ha ricordato i risultati concreti delle inchieste del suo programma: indagini della magistratura aperteindagini parlamentari avviatecarne potenzialmente pericolosa ritirata dal mercatoallevamenti e macelli chiusi, tra cui strutture che commercializzavano carne scaduta da anni e in cui animali e lavoratori venivano maltrattati.

Ha poi sottolineato il punto politicamente più rilevante: se davvero si trattasse di casi isolati, di “mele marce” come le definisce Prandini, Coldiretti avrebbe tutto l’interesse a collaborare con chi le individua, a espellere i soggetti irregolari, a usare quelle immagini come prova della serietà del settore. Invece la reazione è opposta. Questo, secondo Innocenzi, significa una cosa precisa: Prandini sa che i casi non sono isolati, e sa che espellere chi non rispetta le regole non finirebbe mai.

Vale la pena ricordare che Innocenzi è anche l’autrice, insieme a Pablo D’Ambrosi, di “Food for Profit” (2024): un’inchiesta cinematografica che segue con riprese sotto copertura i legami tra la politica europea, le lobby dell’industria zootecnica e la distribuzione dei miliardi di fondi PAC destinati agli allevamenti intensivi. Il film è stato presentato in anteprima al Parlamento europeo, ha ottenuto risultati di pubblico eccezionali per un documentario d’inchiesta e ha innescato conseguenze politiche concrete: tra quelle documentate, la mancata ricandidatura dell’eurodeputata spagnola Clara Aguilera, le cui dichiarazioni registrate nel film avevano sollevato un caso politico nel suo partito, anche se lei ha sostenuto che la decisione fosse già stata presa in precedenza. Il giornalismo di inchiesta apre dibattiti, cambia posizioni, obbliga chi ha potere a rispondere. “Food for Profit” lo ha dimostrato.

 

Sabrina Giannini, conduttrice di “Indovina chi viene a cena?” su Rai 3, ha portato un argomento diverso ma altrettanto sostanziale. Ha ricordato che il suo programma si schiera dalla parte degli agricoltori contro un sistema che li penalizza: i piccoli produttori sono le prime vittime dei pesticidi che vengono loro imposti, di brevetti che appartengono alle multinazionali, di una Politica Agricola Comune che distribuisce risorse pubbliche soprattutto ai grandi proprietari terrieri.

Giannini ha anche posto una domanda che merita risposta: perché il giornalismo critico sull’agroalimentare esiste quasi esclusivamente su Rai 3? Sugli altri canali prevale la narrazione bucolica dell’allevamento. È un dato editoriale che merita una riflessione.

 

La posizione di VEGANOK

Osservatorio VEGANOK nasce per studiare il mercato plant-based italiano ed europeo. Il nostro lavoro richiede dati affidabili, fonti verificabili, informazioni sul sistema alimentare che siano il più possibile libere da condizionamenti di parte.

Per questo motivo, quanto dichiarato da Prandini ci riguarda direttamente.

Il giornalismo di inchiesta sull’agroalimentare serve a conoscere il sistema alimentare per quello che è. Report e “Indovina chi viene a cena?” hanno documentato nel tempo pratiche illegali, condizioni di lavoro irregolari, trattamenti degli animali in violazione delle normative vigenti, filiere opache che operano a danno dei consumatori. Fatti accertati dalle autorità competenti dopo che le inchieste li hanno portati alla luce.

“Food for Profit” aggiunge un elemento ulteriore a questa riflessione. L’inchiesta ha seguito i soldi fino a Bruxelles, ha filmato sotto copertura i meccanismi con cui le lobby condizionano le decisioni europee sulla PAC, e ha prodotto conseguenze politiche verificabili. Ha raggiunto un pubblico ampio, ben oltre la cerchia di chi già si occupa di questi temi, a dimostrazione che la domanda di informazione seria sul sistema alimentare esiste ed è diffusa.

 

Chiedere la chiusura di queste trasmissioni, o anche solo creare le condizioni politiche perché vengano marginalizzate, significa ridurre la capacità dei cittadini di conoscere il sistema che produce il cibo che mangiano.

 

Siamo anche consapevoli del contesto in cui questa richiesta è stata formulata: davanti alla presidente del Consiglio, durante un’assemblea di un’organizzazione con forte peso lobbistico, con un riferimento esplicito alla Rai come strumento per una contronarrazione finanziata con denaro pubblico. Si tratta di una pressione politica sul servizio pubblico radiotelevisivo, esercitata in modo diretto.

Riteniamo che la risposta corretta, da parte di chiunque lavori con serietà nell’informazione sul cibo e sulla sostenibilità, sia il sostegno esplicito al giornalismo di inchiesta. La possibilità di fare inchieste indipendenti sul settore agroalimentare è un bene pubblico che va difeso, indipendentemente da ogni singola trasmissione e da ogni singolo servizio.

Continueremo a monitorare questa vicenda e a segnalare ogni sviluppo rilevante per chi opera, studia e comunica nell’ambito dell’alimentazione sostenibile e dei diritti animali.

da qui

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