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mercoledì 21 gennaio 2026

Dai milionari di Milano ai dati sulla ricchezza in Italia, l’esperto: “Dietro la concentrazione anche il fisco iniquo. Cambiare Irpef e tasse di successione” - Chiara Brusini

 

Ha fatto molto discutere la classifica secondo cui Milano sarebbe la città con più milionari al mondo in rapporto alla popolazione, davanti a New York e Londra. Stime riportate dal Sole 24 Ore sulla base di una classifica diffusa mesi fa da Henley & Partners, società direttamente interessata al tema visto che procura passaporti d’oro ai super-ricchi e fa consulenza ai governi che offrono la cittadinanza in cambio di denaro, senza indicare con chiarezza la fonte dei dati. Che se non altro hanno riacceso l’attenzione sulle disuguaglianze crescenti, fotografate solo ieri dal rapporto di Oxfam Disuguitalia, e sugli effetti di politiche fiscali che favoriscono in maniera sproporzionata i super ricchi. Ilfattoquotidiano.it ne ha parlato con Salvatore Morelli, associato di Economia pubblica a Roma Tre e direttore del GC Wealth Project allo Stone center sulle disuguaglianze socio economiche dell’università di New York, che raccoglie e mette a disposizione online i dati sulle disuguaglianze di ricchezza nei vari Paesi, sulla tassazione delle successioni e la composizione dei patrimoni.

Professore, conosciamo così nel dettaglio la distribuzione dei patrimoni in Italia da poter dire quanti ce ne sono in ogni città?
No, non ci sono dati pubblici e dettagliati che permettano di identificare “chi sono” i milionari e, soprattutto, quanti siano in una specifica città. Esiste l’indagine campionaria sui bilanci delle famiglie italiane della Banca d’Italia, che raccoglie informazioni dettagliate sul valore di attività immobiliari e finanziarie. Ma si tratta di una survey sulle famiglie (non individui), che consente di ricostruire la distribuzione della ricchezza a livello nazionale, al massimo con qualche dettaglio per macro-regioni. E ha un limite: si basa su un campione e da lì estrapola informazioni su milioni di nuclei. È insufficiente per stime robuste sulla grande ricchezza milionaria, anche perché le famiglie più ricche sono più difficili da intercettare meno propense a partecipare ai sondaggi.

Un suo paper scritto con Paolo Acciari e Facundo Alvaredo usa però una metodologia alternativa.
Abbiamo utilizzato dati amministrativi di natura fiscale legati alle dichiarazioni di successione: è una fotografia della ricchezza che viene trasmessa alla morte. In quelle dichiarazioni rientrano beni finanziari e immobiliari e l’incentivo a dichiarare in modo accurato è relativamente alto: chi trasferisce ricchezza ha interesse a una rappresentazione corretta. In più consentono di osservare una quota molto ampia della popolazione di riferimento: in Italia la copertura è tra le più alte al mondo, oltre il 65%. Ovviamente i deceduti non sono un campione rappresentativo, ma se si conoscono i tassi di mortalità è possibile “riportare” queste informazioni alla popolazione dei vivi, come abbiamo fatto nel paper.

Sulla base dei vostri dati è credibile che a Milano vivano 115mila milionari in termini di patrimonio liquido, uno ogni 12 abitanti?
Se fosse vero vorrebbe dire che negli ultimi anni abbiamo avuto un aumento così ampio dei milionari da stravolgere qualsiasi informazione che abbiamo sulla distribuzione della ricchezza. Nel 2016 la soglia per far parte dell’1% degli adulti più ricchi in Italia era pari a circa 1,4 milioni di euro di patrimonio netto e circa il 55% della ricchezza di quell’élite risultava composta da patrimonio reale, cioè immobili e terreni. Il valore soglia è relativamente stabile nel tempo: immaginiamo che nel 2025 sia salito un po’, a 1,5 milioni. A Milano è plausibile che risulti più alta del 50% rispetto alla media nazionale, a circa 2,2 milioni di euro, e che sia maggiore (60% contro una media del 45%) la quota di ricchezza finanziaria e imprenditoriale. Quindi la soglia di patrimonio finanziario minimo per identificare l’1% più ricco sarebbe di circa 1,32 milioni. Usando quella di 1 milione, ricadrebbe in quella platea il 2% degli adulti residenti: circa 1 ogni 50. Non l’8% come implica la statistica usata per stilare quella classifica. Vero che è costruita contando tutti i residenti e non solo gli adulti, ma non basta per giustificare la distanza tra le due stime.

Tutte le stime comunque testimoniano che la disuguaglianza di ricchezza è in aumento…
Sì, lo rilevano anche le stime ufficiali fornite dal servizio studi di Bankitalia che elabora l’indagine campionaria condotta a livello europeo per allinearla ai conti nazionali. Il top 5% delle famiglie, l’ultimo gradino osservabile con queste statistiche, concentra il 50% della ricchezza. La quota italiana è più alta della media europea e risulta in crescita, coerentemente con quanto emerge usando la metodologia basata sulle successioni.

Cosa c’è dietro?
Molti fattori: da un lato la concentrazione dei redditi, perché chi guadagna di più ha capacità di risparmio più elevata, mentre per le famiglie a basso e medio reddito il tasso di risparmio nel nostro Paese è crollato rispetto alle medie storiche. Questo spiega una parte della dinamica. Poi va considerato il fisco, che è sbilanciato e tratta con più favore chi ha redditi e patrimoni più elevati: per i ricchi l’aliquota media è più bassa. Tra i vari regimi di favore è fondamentale l’imposta di successione, perché quello è anche uno dei canali di concentrazione dei patrimoni. La tassazione delle successioni in Italia è particolarmente poco progressiva e la sua progressività è stata ridotta in maniera vistosa negli anni, il che crea occasioni di accumulazione notevoli soprattutto per chi riceve i patrimoni più ingenti. Platea che tendenzialmente comprende persone già molto benestanti.

Quanto pesa il “regime opzionale”, cioè la flat tax per i super ricchi introdotta nel 2017?
Dopo l’abolizione lo scorso anno del regime favorevole per i residenti non domiciliati che era in vigore in Gran Bretagna, quella misura è diventata ancora più attrattiva. Permette a persone con grandi patrimoni di stabilire la residenza fiscale nel nostro Paese, versare un forfait e ottenere un’esenzione dalla tassazione dei redditi esteri ai fini Irpef, oltre a non pagare l’imposta sul valore degli immobili all’estero (Ivie) e quella sulle attività finanziarie all’estero (Ivafe). Non solo: esenta anche dalle imposte di successione sui patrimoni che provengono dall’estero. In pratica il fisco “dimentica chi sei” e non ti chiede nemmeno di fornire dati che consentano di capire quanto gettito stiamo perdendo per effetto di questo “scudo”.
Sarebbe urgente avere dati tempestivi sul numero di persone che aderiscono e l’Agenzia delle Entrate dovrebbe dotarsi di un nucleo ad hoc responsabile della gestione dei cosiddetti “high net worth individuals”: negli Usa è emerso che ogni euro investito dall’Internal revenue service per il monitoraggio di quei contribuenti frutta 12 dollari in termini di riduzione dell’evasione e gettito aggiuntivo.

Da dove dovrebbe partire un governo interessato a ridurre le disuguaglianze?
La base è ciò che succede sui mercati: la distribuzione di profitti, salari e redditi. Se guardiamo allo step successivo, quello in cui interviene lo Stato, la priorità è fermare l’erosione della base imponibile Irpef, imposta che ormai viene pagata quasi solo da dipendenti e pensionati. Non è più sostenibile un’imposta sui redditi che vale per alcuni e non per altri, uno spezzatino fiscale in cui ognuno sceglie l’aliquota più conveniente. È un sistema estremamente iniquo.
Poi bisognerebbe intervenire sull’imposta di successione, che può essere usata per incentivare la redistribuzione del capitale produttivo e ridurre la concentrazione di ricchezza e le disuguaglianze estreme. Dal punto di vista teorico va sicuramente aumentata, anche se è sono consapevole che è diventata una delle imposte più odiate.

da qui


Milano capitale mondiale dei milionari: sono 115mila, uno ogni 12 abitanti. Più che a New York e Londra

Ogni 12 iscritti all’anagrafe, neonati compresi, c’è un milionario. Inteso come una persona con patrimonio liquido superiore a 1 milione di euro senza contare gli eventuali immobili. È l’incredibile statistica su Milano che emerge da un’analisi di Henley&Partners – società specializzata nel procurare “passaporti d’oro” ai super-ricchi e nelle consulenza ai governi che offrono la cittadinanza in cambio di denaro – stando alla quale il capoluogo lombardo è in cima alla classifica mondiale delle città per rapporto tra residenti e molto benestanti. A New York, per fare un confronto, i milionari sono uno ogni 22 abitanti, a Londra uno ogni 41, a Roma uno ogni 54, a Parigi uno ogni 14.

Se si guarda al numero assoluto, riporta Il Sole 24 Ore, con 115mila milionari la città si piazza undicesima. Ed è diciannovesima per presenza di centimilionari (182 in tutto): Milano ne registra uno ogni 7.962 abitanti, calcola il quotidiano di Confindustria, vicina a Los Angeles (uno ogni 7.558) e Parigi (nella sola città intra muros uno ogni 7.743 residenti) e molto avanti rispetto a New York (uno ogni 10.757 abitanti) e Londra (uno ogni 25.244). Quanto ai miliardari, all’ombra della Madonnina se ne contano 17 sui 79 totali che risiedono in Italia.

Dietro c’è, dice la società di consulenza, la centralità del capoluogo come polo della finanza, moda e design. Ma ovviamente pesa moltissimo la flat tax per i super ricchi introdotta nel 2017 che consente a chi trasferisce la residenza in Italia di pagare una cifra fissa (aumentata a 300mila euro dall’ultima legge di Bilancio) su tutti i redditi esteri. La misura ha permesso ad alcune migliaia di contribuenti stranieri – 3.983 dal 2018 al 2023, secondo l’ultima ricognizione della Corte dei Conti, anche se la la stessa persona potrebbe aver aderito per più anni – di non dichiarare al fisco i propri dividendi e guadagni da investimenti in azioni e cavarsela versando un forfait. Senza dove dimostrare di aver investito nel tessuto produttivo locale. Il Sole aggiunge che ad attirare i super ricchi è anche il fatto che l’Italia sia di fatto un paradiso delle successioni, visto che l’aliquota si ferma al 4% per i trasferimenti a coniuge, figli e nipoti mentre la media Ocse è del 15%.

Il tutto in una città che è prima in Italia per disuguaglianze di reddito tra zone centrali e periferie e dove un lavoratore su tre percepisce un reddito che non gli consente di affrontare il costo della vita. Anche perché la concentrazione di super ricchi ha drogato il mercato immobiliare, aumentando a dismisura la domanda di immobili di lusso e super lusso. Non solo: l’attrattività – reale e percepita – della città e il continuo flusso di investimenti hanno gonfiato i prezzi anche nelle zone periferiche. Con un aumento medio, stando alle principali agenzie immobiliari, di oltre il 40% rispetto al pre pandemia. Sempre Il Sole rileva che il prezzo medio oggi supera i 6mila euro al mq, con punte che superano gli 11mila euro nel centro storico. Se si tratta di immobili di pregio si arriva a picchi di 27.000 euro nel Quadrilatero e a Brera. Intanto 60mila persone, tra città e hinterland, sono in attesa di una casa popolare.

da qui

venerdì 21 febbraio 2025

Meno tasse soltanto per pochi ricchi - Rocco Artifoni

Da mesi nel Governo italiano si discute sulla possibile riduzione dell’aliquota fiscale del 35%, che si applica ai redditi delle persone fisiche da 28.000 a 50.000 euro.

In particolare Forza Italia propone di diminuire la percentuale di 2 punti, scendendo al 33%.

Non solo: di estendere questa aliquota anche ai redditi tra 50.000 e 60.000 euro, attualmente tassati al 43%.

Questa modifica dell’aliquota IRPEF, secondo i proponenti, dovrebbe servire ad agevolare il ceto medio.

Ma se si prendono in considerazione gli ultimi dati disponibili sulle dichiarazioni fiscali (del 2023 riferite ai redditi del 2022), si vede chiaramente che il ceto medio non c’entra nulla con queste proposte.

Per comprendere l’effettivo impatto dell’eventuale riduzione dell’aliquota al 33% e dell’applicazione anche ai redditi fino a 60.000 euro, si può calcolare il risparmio in base ai diversi livelli di retribuzione.

Chi guadagna 30.000 euro pagherebbe 40 euro in meno di imposta all’anno.

Con 40.000 euro di reddito lo sconto sarebbe di 240 euro.

Chi ha un reddito di 50.000 avrebbe 440 euro e dai 60.000 euro in su il risparmio sarebbe di 1.440 euro.

In sintesi, si tratterebbe di una riduzione evidentemente contraria al criterio della progressività costituzionale, perché la diminuzione dell’imposta si accentua con l’aumento del reddito.

Resta da vedere quanti potrebbero essere i contribuenti favoriti da queste riduzioni di tasse e se davvero appartengono al ceto medio.

I contribuenti che avrebbero il massimo risparmio (1.440 euro) sono quelli con redditi superiori a 60.000 euro.

Si tratta di 1.756.284 persone, che corrispondono al 4,23% del totale.

Se anche volessimo considerare i 762.699 contribuenti con redditi da 50.000 a 60.000 euro, che avrebbero un vantaggio crescente compreso tra 440 e 1.440 euro, si tratterebbe dell’1,84% del totale.

A questo punto sorge spontanea la domanda: che senso ha agevolare soprattutto il 6% dei contribuenti più ricchi?

Anche allargando il calcolo a tutti coloro che avrebbero uno sconto (anche se minimo), cioè a partire dai redditi di 28.000 euro a cui si applica l’aliquota attuale del 35%, si tratterebbe in totale del 25% dei contribuenti.

Detto in altro modo, il 75% dei contribuenti, quelli con i redditi meno elevati, non trarrebbe alcun beneficio da questa modifica dell’IRPEF.

Perciò, affermare che la riduzione dell’aliquota del 35% andrebbe a vantaggio del ceto medio, se l’aggettivo “medio” ha un senso, è palesemente falso.

In tutta questa vicenda quello che più stupisce è la quasi mancanza di obiezioni sia da parte delle altre forze politiche sia degli organi di informazione.

Ogni volta che si parla della proposta di Forza Italia non c’è nessuno che mostri e dimostri, numeri alla mano, che andrebbe soltanto a favore dei più abbienti.

Nulla ai più poveri e nemmeno al ceto medio indicato espressamente come beneficiario.

Non solo: la riduzione delle imposte dovute dai contribuenti più ricchi, comporterà una minor disponibilità di risorse, che di fatto si trasformano in una riduzione dei servizi per tutti e questa diminuzione di fatto colpisce maggiormente chi è più in difficoltà.

Di conseguenza il vantaggio per i più ricchi si trasforma anche in uno svantaggio per tutti gli altri.

Il commediografo inglese Noel Coward ha scritto: “È sorprendente quante persone sono turbate dall’onestà e quante poche dall’inganno”.

E forse aveva ragione anche Pier Paolo Pasolini: “Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia”.

da qui