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lunedì 2 settembre 2024

Chi dissente è criminale. Il caso Tav in Val di Susa - Livio Pepino

 

Volere la Luna e il Forum Disuguaglianze e Diversità hanno iniziato, nel giugno scorso, una riflessione comune sulle molte facce della svolta autoritaria in atto nel Paese. Alla prima tappa di quella riflessione (il convegno romano del 20 giugno) ha fatto seguito nei giorni scorsi la pubblicazione dell’e-book “Verso una svolta autoritaria? L’Italia e l’Europa tra neoliberismo e restrizione della democrazia”, scaricabile gratuitamente da questo sito (https://volerelaluna.it/materiali/2024/08/28/verso-una-svolta-autoritaria/) e da quello del Forum (https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/download-verso-una-svolta-autoritaria/). Anche per sottolineare ulteriormente l’iniziativa pubblichiamo qui l’intervento di Livio Pepino dedicato alla repressione del dissenso, con particolare riferimento alla situazione della Val Susa. (la redazione)

1. Da un lato la deriva autoritaria che sta aggredendo l’assetto istituzionale del Paese; dall’altro il tentativo di fare terra bruciata intorno ai barbari, ai marginali e ai ribelli. Le due cose si tengono e si comprendono appieno solo nel loro collegamento.
Alla marginalità e al dissenso radicale sono stati dedicati i primi interventi legislativi del Governo della destra e della sua maggioranza (affiancati da attenzioni particolari delle autorità amministrative e di molte Procure). Nel giro di poco più di un anno è stato, tra l’altro, fortemente limitato il diritto di riunione, sono state inasprite le pene (già abnormi) per la protesta ambientale, è stato ripristinato il blocco stradale e sono state aggravate le sanzioni per i reati commessi nel corso di manifestazioni. E non basta. Il disegno di legge governativo n. 1660 sulla sicurezza, all’esame della Commissione Giustizia della Camera, completa l’opera con un ulteriore aumento della pena per le occupazioni di immobili, la previsione del blocco ferroviario, oltre a quello stradale, come reato (con pena da 6 mesi a 2 anni) «quando il fatto è commesso da più persone riunite» (cioè sempre, considerato che un blocco stradale o ferroviario realizzato da una sola persona è una semplice ipotesi di scuola…), l’ulteriore aumento di un terzo della pena per la resistenza e violenza a pubblico ufficiale se commesse in danno di ufficiali o agenti di pubblica sicurezza (e dunque, prevalentemente, nel corso di manifestazioni), l’introduzione del delitto di rivolta in istituto penitenziario (con la precisazione che la “rivolta” si può realizzare «mediante atti […] di resistenza anche passiva all’esecuzione degli ordini impartiti ovvero mediante tentativi di evasione, commessi da tre o più persone riunite»), l’estensione della sfera di applicazione della scriminante dell’uso legittimo delle armi da parte di ufficiali e agenti di polizia e via elencando. E c’è chi, nella maggioranza, ha presentato un emendamento teso ad aumentare a dismisura (sino a un massimo di 25 anni secondo l’interpretazione più attendibile) la pena per il delitto di resistenza e violenza a pubblico ufficiale se commessa «per impedire la realizzazione di un’opera pubblica o di un’infrastruttura strategica» (sic!): non passerà, ma è indicativo di un clima nel quale l’Ungheria è vicina e il codice Rocco impallidisce. Ma tutto questo non è cominciato ieri e, anche per cercare di invertire la tendenza, occorre capire come si è arrivati a questo punto.

2. Illuminante è la vicenda del movimento no Tav, cioè dell’opposizione alla nuova linea ferroviaria Torino-Lione, diventata, negli anni, il crocevia di questioni fondamentali per la nostra democrazia.
La Val Susa è una piccola valle alpina attraversata dalla Dora Riparia, con una popolazione di 90.000 abitanti e 40 Comuni. Una valle un tempo bellissima, che l’uomo ha gravemente ferito. Nei luoghi dove dovrebbe iniziare il traforo (di 57 km!) della nuova linea (di complessivi 270 km) già corrono due strade nazionali, un’autostrada e una ferrovia (utilizzata al 30% delle sue potenzialità), tutte destinate a restare. Non è difficile immaginare cosa sia una valle (abbastanza stretta, com’è, in genere, delle valli) attraversata da cinque arterie di grande percorrenza… Di più, questa valle è, secondo il coordinamento dei medici di base che vi operano, uno dei territori del Paese con la maggior concentrazione di tumori e di patologie connesse con l’amianto e l’uranio (presenti in misura significativa nelle montagne che si vorrebbero scavare). Non stupisce, in questo contesto, che, fin da quando, nei primi anni ‘90 del secolo scorso, si è iniziato a parlare dell’opera, gran parte dei valsusini non abbia condiviso gli entusiasmi dei promotori (guidati dalla Fondazione Agnelli), estasiati dalla possibilità di spostarsi da Milano a Parigi per prendere un aperitivo sotto la Tour Eiffel (sic!). E l’entusiasmo non è certo aumentato quando, nei decenni successivi, le profonde trasformazioni sociali e un occhio ai dati hanno indotto i fautori dell’opera a lasciare a terra i passeggeri e a convertire il progetto da alta velocità in alta capacità per trasporto merci (a cominciare da quelle auto che, intanto, la ex Fiat smetteva di costruire a Torino…). Di qui la nascita del movimento no Tav, da subito impegnato contro lo scempio ambientale e l’attentato alla salute della popolazione, l’inutilità della nuova linea (data la caduta verticale degli scambi di merci sulla direttrice est-ovest), lo spreco di risorse in periodo di gravissima crisi economica. Ragioni ulteriormente consolidatesi nel tempo alimentando un’opposizione tuttora viva e vitale, dopo oltre 30 anni. Così il microcosmo della Val Susa, angolo del Piemonte in precedenza sconosciuto ai più, è diventato un laboratorio: di partecipazione, di azione politica, di democrazia dal basso, ma anche di criminalizzazione e repressione del dissenso.
I fatti, dunque.
La serietà delle ragioni dell’opposizione (concernenti i diritti fondamentali delle persone) e il carattere diffuso della protesta (con manifestazioni che hanno superato i 70.000 partecipanti) avrebbero meritato, in una democrazia coerente con il proprio nome, un confronto reale e approfondito. Invece… Lascio la parola al Tribunale permanente dei popoli che, nella sentenza 8 novembre 2015, ha rilevato, tra l’altro, che «si sono ignorati totalmente le opinioni, gli argomenti, ma ancor più il sentire vivo delle popolazioni direttamente colpite» e che «ciò rappresenta, nel cuore dell’Europa, una minaccia estremamente grave all’essenza dello Stato di diritto e del sistema democratico che deve necessariamente essere fondato sulla partecipazione e la promozione dei diritti e il benessere, nella dignità, delle persone». In altri termini, si è proceduto in Val Susa con un approccio di carattere neocoloniale, trasferendo nel nostro Paese metodi praticati nel secolo scorso dalle potenze occidentali in Africa, in Asia e in America latina: certo, con modalità meno brutali e cruente, ma seguendo la stessa logica, in una prospettiva di crescente svuotamento della democrazia, le cui istituzioni diventano sempre più luoghi di ratifica di decisioni prese altrove.

3. La sequenza e le modalità dell’intervento istituzionale contro il movimento di opposizione in Val Susa sono esemplari.

La prima reazione dell’establishment è stato il tentativo di marginalizzare la protesta, confidando nel suo sgonfiamento sotto l’azione del tempo. Protagonisti di questa operazione, oltre ai promotori, le istituzioni nazionali e regionali e i media (quei media nei cui consigli di amministrazione sedevano – e siedono – spesso gli azionisti di società interessate all’opera e che, in tutta la vicenda, saranno una presenza decisiva). Si sono alternati, in questa fase, riconoscimenti di facciata, paternalistiche assicurazioni di futuri confronti, grottesche rappresentazioni dei protagonisti della protesta come anacronistici Obelix o Asterix (quando non come aborigeni con l’osso al naso, ripresi dall’iconografia coloniale fascista), critiche a un presunto luddismo incapace di guardare al futuro e legato alla sindrome Nimby (“Non nel mio cortile”), patriottici richiami allo spirito del Conte di Cavour “padre” del primo traforo del Frejus e molto altro ancora. Poi, visto che gli “indiani di valle” non accennavano a demordere si è cambiato registro.

È iniziata così la seconda fase, quella “del bastone e della carota”, nella quale si sono susseguiti tentativi di “comprare” il movimento con promesse di compensazioni (lustrini e perline dei tempi moderni), istituzione di finti tavoli di concertazione (a cominciare dall’Osservatorio per l’asse ferroviario Torino-Lione, pubblicizzato come luogo del confronto democratico, ma presto trasformatosi in “caminetto” riservato ai sindaci favorevoli all’opera), velate minacce di interrompere il confronto e di passare alle “maniere forti”. Ma l’effetto è stato opposto a quello sperato: il movimento no Tav, lungi dal disgregarsi, si è ulteriormente rafforzato, è riuscito a impedite carotaggi e apertura di cantieri, è diventato un riferimento nazionale e internazionale, ha aggregato tecnici e intellettuali e ha riscosso un ampio consenso di opinione (quantificato, dall’Ispo di Mannheimer, in un’indagine commissionata dal Corriere della Sera all’inizio del 2012, nel 44 per cento degli italiani).

Ciò ha aperto la strada alla terza fase: quella della criminalizzazione e della repressione, iniziata nel 2005 e sviluppatasi in modo particolarmente brutale a partire dal 2011, dopo lo sgombero del presidio allestito alla Maddalena di Chiomonte per impedire l’inizio dello scavo di un tunnel geognostico e i connessi scontri. I passaggi fondamentali di questa fase sono, in estrema sintesi, i seguenti:

a) la creazione, in Val Susa, di una sorta di stato di eccezione realizzato attraverso un’inedita militarizzazione del territorio (assai maggiore di quella riscontrabile in zone a forte presenza criminale, con presenza massiccia, in funzione dissuasiva e di controllo, di forze dell’ordine e di reparti dell’esercito, spesso in tenuta antisommossa); l’istituzione (in evidente continuum con la prassi iniziata a Genova nel luglio 2001) di zone rosse in prossimità dei cantieri (aperti o semplicemente previsti), con divieto generalizzato di accesso, recinzioni di filo spinato e concertina e presidi di forze di polizia (si contano, dal 2011, oltre 50 ordinanze prefettizie in tal senso, emesse senza soluzione di continuità ai sensi dell’art. 2 del Testo Unico di Pubblica Sicurezza, che – come noto – le prevede solo «nel caso di urgenza e per grave necessità pubblica»…; una gestione dell’ordine pubblico, in occasione di qualsivoglia evento o manifestazione, disinteressata a ogni forma di contrattazione e caratterizzata da interventi estremamente violenti, uso di idranti, lancio di lacrimogeni ed addirittura di gas vietati da convenzioni internazionali;

b) un provvedimento legislativo ad hoc (l’art. 19 della legge n. 183/2011) con il quale «le aree e i siti del Comune di Chiomonte, individuati per l’installazione del cantiere della galleria geognostica e per la realizzazione del tunnel di base della linea ferroviaria Torino-Lione, costituiscono aree di interesse strategico nazionale»;

c) la torsione della giurisdizione da luogo di accertamento di eventuali responsabilità per reati specifici in protagonista di politiche di diretta tutela dell’ordine pubblico, con alcune modalità del tutto anomale: c1) l’istituzione, presso la Procura della Repubblica di Torino, di un pool per la persecuzione dei reati connessi con l’opposizione al Tav addirittura prima dell’esplodere del conflitto e dei connessi reati (e il suo attuale assorbimento nel Gruppo Terrorismo ed Eversione dell’Ordine Democratico: sic!); c2) la creazione di corsie preferenziali per la trattazione dei procedimenti a carico di appartenenti al movimento no Tav (anche se per reati di minima entità, come i danneggiamenti alle reti dei cantieri, accantonati, secondo le disposizioni organizzative dell’ufficio, ove commessi in altri contesti), a fronte dell’inerzia o dei tempi lunghi riservati a quelli a carico degli operatori di polizia; c3) la lievitazione del numero di indagati e arrestati (nel periodo dal 2011 al 2019, gli imputati sono stati oltre 2.000 con una punta di 327, quasi uno al giorno, nel 2011); c4) la dilatazione impropria, da parte della Procura della Repubblica e dei giudici della cautela, del concorso di persone nel reato sino a delineare quella che è stata definita una “responsabilità da contesto”; c5) il ricorso a contestazioni (a dir poco) sovradimensionate, sino a quella di «attentato per finalità terroristiche» (la cui infondatezza è stata dichiarata in tutti i gradi di giudizio ma che, intanto, ha prodotto effetti devastanti tra i quali un anno di carcere duro e in condizioni di isolamento per gli imputati e di massacro mediatico per l’intero movimento no Tav); c6) l’uso massiccio, anche nei confronti di incensurati, di misure cautelari, trasformate da extrema ratio in regola (fondate sempre su una presunta pericolosità sociale, perlopiù desunta da annotazioni incontrollate di polizia e spesso esclusa nei successivi dibattimenti); c7) il frequente diniego, in fase esecutiva, di misure alternative al carcere, nonostante l’inserimento sociale e l’attività lavorativa dei condannati, con motivazioni concernenti esclusivamente l’appartenenza al movimento No Tav;

d) il ricorso sempre più ampio (60 casi nella sola estate 2023) a misure di prevenzione o di polizia, in particolare l’avviso orale, il foglio di via e l’obbligo di soggiorno;

e) il ricorso ad azioni civili vessatorie, come le richieste di risarcimento dei ministeri degli Interni e della Difesa nei confronti di attivisti in relazione ai costi sostenuti dall’amministrazione per «l’attività infoinvestigativa svolta ai fini dell’individuazione dei responsabili degli illeciti […] e di ripristino dell’ordine pubblico»;

f) un’ulteriore aggressione ai patrimoni degli esponenti più attivi del movimento mediante l’applicazione di sanzioni amministrative per fatti (diffusione di musica, somministrazione di bevande senza autorizzazione, infrazioni al codice della strada etc.) intervenuti nel corso di manifestazioni o eventi abitualmente tollerati in occasioni analoghe;

g) il supporto di una informazione embedded (in particolare della Stampa, della Repubblica e del Tg3) arruolata nell’attività di propaganda e onnipresente partecipe delle operazioni di ordine pubblico al seguito delle forze di polizia, le cui pagine sono diventate simili a comunicati stampa della Procura e sempre meno distinguibili dai mattinali della Questura.

4. È tempo di conclusioni. La criminalizzazione e la repressione del dissenso in Val Susa rappresentano una ipotesi scolastica di costruzione di quel diritto penale del nemico che accompagna, da sempre, l’irrigidimento autoritario delle istituzioni. Con due necessarie chiose. La prima è che, dopo trent’anni, in Val Susa non è ancora stato costruito neppure un metro della nuova linea ferroviaria Torino-Lione e i tempi si stanno ulteriormente dilatando (anche per la parziale marcia indietro della Francia, cointeressata all’opera): ma, in parallelo, l’apparato repressivo lì utilizzato è diventato un sistema ordinario, quotidianamente sperimentato dai lavoratori della logistica, dagli studenti nelle piazze e nelle Università e dagli esponenti del movimenti ambientalisti radicali, da Ultima Generazione a Extinction Rebellion (assurti al rango di nemico pubblico). La seconda chiosa è che la repressione dei movimenti sta diventando, con il governo della destra, più accentuata e sistematica ma non è nata oggi: è stata sperimentata nel tempo con governi di diverso colore (e, in particolare, da una sinistra sempre propensa a fare la destra). Sarebbe tempo di aprire gli occhi e di cambiare approccio. Forse non è troppo tardi…

da qui

venerdì 18 giugno 2021

Tigro Libero! - Livio Pepino

 

Chi è Tigro? Un vecchio gatto di 15 anni un po’ malfermo in salute. D’accordo, ma cosa c’entra con il TAV? C’entra, c’entra. È, però, una lunga storia.

Al principio c’è la vicenda giudiziaria di Dana, militante No Tav, condannata a due anni di reclusione perché, nel corso di una manifestazione nella quale veniva «occupata l’area del casello di accesso all’autostrada Torino-Bardonecchia e venivano bloccate con nastro adesivo le sbarre di pedaggio, ponendosi alla testa dei manifestanti, con l’utilizzo di un megafono intimava agli automobilisti di transitare ai caselli senza pagare il pedaggio indicando le ragioni della protesta» (così la sentenza 28 marzo 2017 del Tribunale di Torino) (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/09/18/dana-la-vendetta-del-tav/): condanna per un’imputazione (violenza privata) piuttosto fantasiosa e, comunque, di entità assolutamente abnorme (https://volerelaluna.it/tav/2020/11/02/dana-i-giudici-e-lordine-costituito/). Ma non basta. Come abbiamo più volte scritto su queste pagine, la vicenda si è arricchita, in fase di esecuzione, di altri aspetti a dir poco kafkiani. A Dana infatti, seppur incensurata e dedita a un lavoro stabile e documentato, è stata inizialmente negata ogni misura alternativa con la singolare motivazione della sua mancata presa di distanza dal Movimento No TAV (pur in un quadro di revisione critica «delle modalità con le quali porre in essere la lotta per le finalità indicate») e del fatto che il suo luogo di residenza era prossimo all’epicentro dell’opposizione alla linea ferroviaria Torino-Lione (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/09/18/dana-la-vendetta-del-tav/). Solo dopo oltre sette mesi di carcere, poi, Dana ha ottenuto la detenzione domiciliare a Torino, con possibilità di uscire dall’abitazione per recarsi al lavoro, ma con espresso divieto di «frequentare persone che le Forze dell’ordine indichino come esponenti del centro sociale Askatasuna o del Movimento No Tav» (così l’ordinanza 14-15 aprile 2021 del Tribunale di sorveglianza di Torino). Dana si è dunque trasferita da Bussoleno a Torino, dove oggi vive e lavora.

E qui entra in scena Tigro. Dana ha, infatti, due gatti, che ha portato con sé a Torino. Uno di loro è, appunto, Tigro che, oltre ad essere anziano, soffre di disturbi alla tiroide. Al manifestarsi di episodi di sofferenza, Dana ha chiamato il suo veterinario, che si è dichiarato disponibile a venirlo a visitare, fissando anche la data. A ciò ha fatto seguito la richiesta di autorizzazione all’assistente sociale dell’Ufficio esecuzione penale esterna che, a sua volta, l’ha girata al giudice competente. Tutto semplice e lineare, sembrerebbe, salva la macchinosità dei passaggi previsti per una questione di minima entità rispetto alle molte che – è dato pensare – incombono quotidianamente su un magistrato di sorveglianza. E invece no. Il veterinario di Tigro ha, infatti, un difetto insuperabile: lavora e abita in Val Susa! E questo vizio di origine non gli consente di visitare e curare il suo paziente a quattro zampe. Il magistrato di sorveglianza, infatti, è inflessibile e, con provvedimento vergato a mano in calce alla richiesta, «autorizza unicamente la detenuta domiciliare a uscire dal domicilio previo avviso alle FF.OO circa l’orario di uscita e di rientro per portare il proprio animale domestico in un ambulatorio di sua scelta nel comune di domicilio». Proprio così! La notizia la dà Dana che posta sui social questo messaggio:

Come siamo messi… Il Tribunale di sorveglianza boccia la mia richiesta di far entrare in casa il veterinario di Tigro (uno dei miei due gatti). La richiesta è stata fatta perché il mio piccolo peloso non sta molto bene. Il magistrato (sempre lei) afferma che posso trovarmi un veterinario a Torino, e portarcelo (il veterinario ovviamente è valsusino e gentilmente sarebbe sceso in città per visitare il suo paziente). Ora che mi è ben chiaro, alla luce degli ultimi mesi, quale sia stato l’accanimento a me riservato in quanto pericolosa No Tav, non riesco a concepire come tale atteggiamento possa venir applicato anche a un animale domestico. Un gatto, per di più anziano (15 anni), che quindi di reati contro l’ordine e la sicurezza difficilmente ne commetterà. Il veterinario di valle farà i dovuti passaggi di consegne con un nuovo veterinario, ma resta il fatto che per Tigro sarebbe stata l’opzione migliore continuare ad essere curato da chi conosce e nell’ultimo periodo ha avuto cura della sua malattia. Inoltre, chi lo ha incrociato, sa quanto sia stressante per Tigro indomito essere spostato, trasportato ecc…Vivo un forte senso di impotenza di fronte a queste ingiustizie, che si accumulano senza possibilità di ricorso.

Confesso che, leggendo il messaggio, ho inizialmente pensato a una di quelle forzature ironiche a cui il movimento No Tav, ricorre, a volte, per irridere pratiche vessatorie di cui continua ad essere vittima. Della serie, insomma, «una risata vi seppellirà». Tanto che ho chiesto di vedere il provvedimento. E così ho scoperto che è tutto vero. Incredibilmente vero.

Per i giuristi si potrebbero aprire infinite e sottili questioni esegetiche, con buona pace dell’ingolfamento della giustizia e della salute del povero gatto. Alcune tra le altre. La visita richiesta da Dana è stata, evidentemente, ritenuta pericolosa (ché, altrimenti, non ci sarebbe stato motivo per negarla), ma dove sta la fonte del pericolo: nel veterinario o nel gatto? Ed è una pericolosità sorretta da una presunzione invincibile o superabile dall’esito di una approfondita indagine magari demandata alla Digos (ovviamente sulle abitudini del professionista e dell’animale)? E, ancora, è sufficiente che la visita autorizzata si svolga in un ambulatorio torinese o anche la residenza del veterinario – e magari il luogo di sua nascita – deve essere nel capoluogo sabaudo (e, comunque, non in Val Susa)? Di più, potrà il veterinario torinese ospitare nel suo ambulatorio, per l’esecuzione della visita, un collega valsusino?

Potrei continuare ma, essendoci un limite a tutto, mi fermo e concludo con una considerazione. La caduta verticale in atto della credibilità della magistratura ha molte ragioni e sono in molti ad alimentarla gettando olio sul fuoco. Ma spesso non ce n’è bisogno. Ci pensano, da sole, anche nelle cose minime, l’istituzione e chi la rappresenta.

Post Scriptum

Grazie a questa vicenda, Tigro ha avuto il suo momento di gloria. Scrivo di ritorno dalla marcia da Bussoleno a San Didero di sabato 12 giugno con cui il movimento No Tav ha manifestato la sua opposizione all’autoporto che si vorrebbe costruire a integrazione della linea ferroviaria Torino-Lione. Una manifestazione imponente, vivace, piena di vita e di determinazione, allegra a dispetto di tutto. Un fiume di 15.000 persone (persino la questura ha ammesso che erano più di 6.000…), soprattutto giovani, che, da tempo, stanno prendendo il testimone dalla vecchia guardia garantendo che la protesta non si fermerà e, alla fine, avrà ragione di calcoli politici e interessi (https://volerelaluna.it/tav/2020/07/29/il-movimento-no-tav-e-giovane/). Ebbene, tra i molti cartelli, arrabbiati o ironici, c’erano anche quelli con la scritta «Tigro libero!». Appunto: «Una risata vi seppellirà».

da qui