domenica 23 aprile 2017

Un piccolo topo ci insegna a cambiare il futuro - Matteo Minelli


È un topolino minuscolo, impaurito e molto affamato quello che vive in una piccola gabbia nel laboratorio per esperimenti del dottor Russel Church, ricercatore della Brown University. La piccola cavia, X, ha  veramente bisogno di mangiare, è da parecchio tempo che digiuna. Lui lo sa come procurarsi il cibo, lo sa che basta premere una leva per far scendere l’agognato premio che servirebbe a riempirgli la pancia. In fondo è stato concepito e addestrato per questo. È molto intelligente, come tutti quelli della sua specie, e ci ha messo poco a capire il meccanismo della gratificazione: l’unico modo per ottenere da mangiare è tirare la stramaledetta leva. Eppure non lo fa, da diversi giorni non mette niente in bocca. Il congegno non è cambiato ma lui quella leva non la vuole proprio tirare. Il fatto è che, in una gabbia adiacente alla sua, hanno piazzato uno come lui, Y, un topolino piccolo e spaventato, le cui zampette esili poggiano su una griglia elettrizzata. Ed ogni volta che X tira la leva una violenta scossa elettrica attraversa il reticolato posto ai piedi del suo vicino di cella e lo fa ballare sui carboni ardenti. X ci ha messo poco a fare la connessione, a dedurre che la leva per lui è salvezza mentre per Y è morte. E ha deciso di non tirarla più, che è meglio crepare di fame piuttosto che vedere e sentire il suo compagno di prigionia contorcersi dal dolore, piuttosto che è essere l’esecutore materiale di quella sofferenza. E tutto ciò nonostante X, non abbia mai visto prima quell’altro topolino, non ne conosca l’odore, non gli sia familiare alla vista. Entrambi sono nati in cattività, destinati ad essere cavie; non immaginano la vita della colonia, forse non hanno mai nemmeno socializzato con un loro simile, sicuramente non sono mai stati liberi ne lo saranno mai. Eppure X ha dentro una forza che gli dice di non premere quella leva, di non infliggere quel dolore, costi quel che costi, perché è sbagliato, perché è immorale, perché prova empatia per quell’essere come lui, e diverso da lui, che combatte e soffre per vivere. X non lo sa, ma lui non che l’ultimo di una serie di cavie, tutte sottoposte allo stesso crudele esperimento, che si sono rifiutate di tirare quella leva, in nome della propria natura, del proprio istinto, della propria volontà di esercitare quella libertà che non hanno mai avuto.
Tutto ciò accaddeva nel 1959, alla Brown University. Russel Church pubblicò un articolo sul Journal of Comparative and Physiological Psychology dal titolo “Reazioni Emotive dei ratti al dolore altrui”. Pochi anni dopo, nel 1963, Stanley Milgram, scienziato statunitense, selezionò per un suo studio 40 uomini, tra i venti e cinquant’anni, comunicandogli che avrebbero partecipato ad un esperimento, dietro compenso, riguardante la memoria e l’apprendimento.
Dopo un sorteggio truccato, ai partecipanti veniva affidato il ruolo di insegnante mentre degli attori complici ricoprivano quello di allievo. L’insegnante veniva allora posto dinnanzi ad una pulsantiera, collegata ad un generatore di scosse elettriche, composta da 30 interruttori, ognuno dei quali corrispondeva ad un livello di tensione erogata, da un minimo di 15 ad un massimo di 450 volt. All’insegnante veniva fatta percepire una scossa da 45 volt, l’unica realmente attiva, così da dimostrare che non si trattava di una finzione. A quel punto, i partecipanti, affiancati da un “esperto”, sottoponevano un test della memoria agli allievi, che dovevano essere puniti con una scossa elettrica crescente per ogni risposta sbagliata. Gli attori complici erano in una stanza accanto collegati ad una finta sedia elettrica e dovevano simulare, con intensità maggiore o minore a seconda del voltaggio, le reazioni al sopraggiungere della tensione. L’esperto aveva il compito di esortare verbalmente l’insegnante a non interrompere l’esperimento, utilizzando frasi ricorrenti come “non ha altra scelta, deve proseguire” “è assolutamente indispensabile che lei continui”. Lo scopo dell’esperimento era misurare il grado di obbedienza dei soggetti ad un’autorità, in questo caso l’esperto, che gli ordinava di eseguire azioni in contrasto con la propria etica. La pulsantiera era il mezzo attraverso cui quantificare l’accettazione. I risultati, confermati poi in altri studi, dimostrarono che i partecipanti, nonostante qualche protesta verbale e una certa tensione fisica (variabili in base alla distanza dagli allievi, dalla loro visione e dall’ascolto dei loro lamenti), nella maggior parte dei casi giungevano ad infliggere scariche di tensione potenzialmente mortali. Milgram, che nel realizzare tale esperimento fu profondamente influenzato dal processo al gerarca nazista Eichman, appena iniziato in Israele, riuscì così a dimostrare che potenzialmente, in determinate situazioni, la maggior parte degli individui è disposta a tenere, in ottemperanza alle indicazioni dell’autorità, condotte moralmente riprovevoli.
Ora è bene domandarci da una parte come mai i partecipanti allo studio di Milgram, che non erano sottoposti ad alcuna costrizione fisica e di fatto potevano interrompere in ogni momento l’esperimento senza nessun danno per se stessi, e che, visto il sorteggio iniziale di cui non conoscevano il trucco, potenzialmente potevano trovarsi al posto degli allievi, continuavano ad infliggere, direttamente, scariche sempre più forti a soggetti che urlavano pietà, si sbattevano, gridavano di avere dolori allucinanti e simulavano perfino svenimenti. E come mai, dall’altra parte, i topi di Churc, incalzati dalla fame e sistematicamente addestrati a tirare la leva, si rifiutassero in massa, al prezzo della vita, di infliggere, indirettamente, dolore ad un simile che però per loro era uno sconosciuto.
Potremmo semplicisticamente dedurre che come esseri umani siamo sbagliati, che il quadro angosciante che dipingiamo su questa Terra sia l’unica opera capace di fuoriuscire dalle nostre mani. Sbaglieremmo. Sia perché finiremmo per estendere all’umanità intera le responsabilità che in realtà ricadono solo su una parte di essa, sia perché, per l’ennesima volta, finiremmo per isolarci dal resto dei viventi. D’altro canto potremmo dire che i topi sono troppo diversi da noi per risultare un termine di paragone adeguato e che, se avessero determinate facoltà forse si comporterebbero alla nostra stregua. E sbaglieremmo anche in questo caso. Darwin più volte ha posto l’accento sul fatto che le differenze tra gli uomini e gli altri animali non sono qualitative bensì semplicemente di grado. Condividiamo con essi non soltanto un percorso evolutivo comune, ma soprattutto sentimenti basilari e fondamentali.
E allora come mai i topi di Church si sono rifiutati, a prezzo della vita, di fare ciò che gli uomini di Milgram hanno fatto senza subire alcuna imposizione fisica? È evidente che la differenza sta tutta nelle strutture sociali, culturali, economiche che permeano gli individui, nelle dinamiche di dominio, repressione, violenza che si instaurano nei rapporti  tra i soggetti. Strutture e rapporti che in qualche misura finiscono per arrivare così in profondità da modificare quei caratteri empatici ed etici che ci portiamo appresso come regalo più bello del nostro percorso evolutivo.
Per questo quando perdiamo la speranza, quando siamo convinti che l’uomo sia destinato alla dannazione eterna, ricordiamoci dei topi di Church, capaci di pagare il prezzo più alto per restare fedeli alla propria morale e di ricordarci che anche noi possiamo tornare a camminare lungo il loro stesso sentiero.

venerdì 21 aprile 2017

Civiltà aliena sta schermando una stella per succhiarne energia? - Piero Bianucci

Occhi puntati su una stella che gli astronomi chiamano KIC 8462852. Per coglierne minime oscillazioni luminose la scrutano dallo spazio satelliti cacciatori di esopianeti come “Kepler” della Nasa e telescopi al suolo che guardano il cielo in luce visibile e nell’infrarosso. KIC 8462852 è anche tra i primi enigmi in lista di attesa dei futuri telescopi spaziali “James Webb”, il successore di “Hubble”, e TESS (successore di “Kepler”). Noi, che abbiamo una memoria allergica alle targhe, la chiameremo “stella di Dyson”. Altri, con la stessa allergia, la chiamano “Tabby’s Star” in quanto Tabby è uno dei primi astronomi che l’hanno studiata. Il primo nome mi sembra preferibile al secondo per un buon motivo. 

Venerando (93 anni) ed eminente fisico teorico, Freeman Dyson da sempre è convinto che esista vita intelligente extraterrestre. Poiché è capace di coraggiosa fantasia, Dyson ha provato a immaginare il comportamento di una civiltà aliena molto avanzata. Ne concluse che questa civiltà, essendo improbabile la migrazione da un sistema stellare a un altro, prima o poi si sarebbe scontrata con una grave crisi energetica e l’avrebbe risolta cercando di catturare tutta o quasi l’energia della sua stella avvolgendola con sottilissime pellicole riflettenti. Completata l’impresa, l’intero sistema planetario si sarebbe trovato confinato in una sfera di specchi – la cosiddetta “sfera di Dyson” – e la stella ad osservatori esterni sarebbe sembrata affievolirsi fino quasi a spegnersi.  

Bene: KIC 8462852 mostra variazioni di luminosità capricciose ma sempre al ribasso, come se gli abitanti di un suo pianeta stessero costruendole intorno una “sfera di Dyson”. La luce che ci arriva diminuisce dello 0,34 per cento all’anno, nei quattro anni di osservazioni di “Kepler” ha perso il 2-3 per cento e nell’ultimo secolo il 19%.  

Della “stella di Dyson” si è occupato nel 2015 e nel 2016 l’autorevole “Astrophysical Journal” e ora gli astronomi sono in attesa spasmodica di nuovi dati. Così una stella anonima di magnitudine 12, a 1480 anni luce da noi nella costellazione del Cigno, un po’ più grande e massiccia del Sole ma meno brillante, di colore bianco-giallo, è diventata famosa. I ricercatori del programma SETI, Search for Extra Terrestrial Intelligence, la stanno studiando amorevolmente. Nei dintorni c’è una stella nana rossa: il pianeta sede della civiltà che sta realizzando la “sfera di Dyson” potrebbe anche essere suo. 

Se trovassimo davvero una civiltà extraterrestre, sarebbe la più grande scoperta di tutti i tempi. E’ probabile, per una logica di tipo statistico e per il “principio copernicano” (nessuno è speciale) che ciò accadrà. Ma non domani mattina. Se ci vorranno decenni, secoli o millenni, oggi non è dato sapere. Il miglior modo per non provare disillusioni è non illudersi.  

Intanto, aspettando il grande giorno, è bene leggere “Alieni. C’è qualcuno là fuori?”, una raccolta di 19 saggi sulla ricerca di vita nell’universo curata da Jim Al-Khalili e pubblicata da Bollati Boringhieri (140 pagine, 22 euro). E’ un libro pieno di informazioni curiose e ragionamenti seduttivi. La regola è: non essere provinciali nell’immaginare i pianeti di altre stelle e i loro eventuali abitanti. 

Anil Seth, docente di neuroscienze cognitive alla University of Sussex, pensa che gli extraterrestri potrebbero somigliare a polpi come l’Octopus vulgaris: basterebbero alcuni passi nel giusto verso dell’evoluzione e questo mollusco cefalopode potrebbe diventare un alieno geniale.  

L’Octopus ha otto arti prensili dotati di ventose. Meglio di due mani con pollice contrapposto. Ha tre cuori. Meglio di uno solo, che se si ferma addio. Vive fino a 200 metri di profondità. Ha occhi che se la cavano bene con pochissima luce e “vede” anche con la pelle, che lo mimetizza prendendo il colore dell’ambiente. Si difende sparando un inchiostro che spiazza l’avversario più dei lacrimogeni lanciati dalla polizia. Ha mezzo miliardo di neuroni, sei volte più di un topo. D’accordo, noi ne abbiamo 90 miliardi, 180 volte di più.  

Ma il polpo ha un cervello distribuito in gran parte del corpo: i suoi 8 tentacoli sono arti intelligenti, semiautonomi, agiscono quasi come animali indipendenti. Con il suo cervello diffuso, il polpo sa scovare oggetti nascosti, utilizza oggetti naturali come strumenti, impara per imitazione da altri polpi come risolvere problemi. Nelle ventose ha l’organo del gusto, un modo per assaggiare la preda già mentre la cattura. Forse possiede persino una vaga consapevolezza di sé in quanto l’intelligenza diffusa permette a ogni tentacolo di “guardare” dall’esterno l’azione degli altri tentacoli. Il suo genoma – ha scritto su “Nature” il neurobiologo Roderik Clifton – è così strano che sembra fatto con un DNA alieno. 

Non intelligenti e tuttavia formidabili nella capacità di sopravvivenza sono i batteri estremofili, indifferenti al caldo al freddo, all’acido e al salato, al secco e all’umido, alle radiazioni e alla mancanza di ossigeno. Sono probabilmente la forma di vita più diffusa sulla Terra, eppure ne sappiamo pochissimo. Paul Davis, fisico e cosmologo dell’Università dell’Arizona, vede in essi i migliori candidati al titolo di creatura aliena, forse anche capace di viaggiare a bordo di meteoriti.  

Rimane il fatto imbarazzante che ancora non sappiamo come sia comparsa la vita sulla Terra, figuriamoci su altri pianeti. Una nuova linea di ricerca punta sulla meccanica quantistica: la vita è chimica, ma sotto la chimica c’è la fisica e il livello più profondo della fisica è quantizzato. E’ così che dobbiamo rivisitare la vecchia idea del “brodo primordiale” sostiene Johnjoe McFadden, professore di genetica molecolare alla University of Surrey. LUCA, che non è l’evangelista ma la sigla di Last Universal Common Ancestor, ultimo antenato universale comune, sarebbe uscito da un tiepido bagno quantico, levatrice l’indeterminazione del principio di Heisenberg.  

La sfida più importante lanciata dalla ricerca di esseri extraterrestri è alla nostra fantasia. Dobbia sforzarci di non essere provinciali nel concepire la vita e domandarci prima di tutto che cosa stiamo veramente cercando. Molti pensano che sia un errore andare a caccia di qualcosa di “vivente” nel senso tradizionale: la vita biologica è fragile, una vita biologica evoluta dovrebbe dare origine a macchine autoriproducentesi, e sono queste macchine che dovremmo immaginare come nostri interlocutori. Altri ancora pensano che una vita evoluta non abbia interesse alla comunicazione con altre creature, o che saggiamente non voglia entrare in contatto per evitare di disturbarne la nicchia ecologica. 

Alla Nasa e nella redazione di “Science” sono meno prudenti. E’ almeno dal 2005 che si parla dei geyser di Enceladus, satellite di Saturno, di un suo ipotetico oceano sub-glaciale e, con un salto ardito, di eventuali forme di vita nell’ambiente marino dove una temperatura moderata potrebbe creare condizioni adatte alla loro comparsa. Crepe nello strato ghiacciato con fuoriuscita di vapori e gas (foto) osservate nell’ottobre 2015 dalla sonda Nasa-Esa “Cassini”, hanno rinforzato queste supposizioni. E l’ultimo numero di “Science” ha pubblicato un articolo di Hunter Waite e colleghi che annuncia la scoperta di idrogeno molecolare, una “firma” della presenza di acqua e di processi idrotermali. Questi processi sarebbero una potenziale fonte di energia per organismi simili a quelli scoperti nelle “fumarole” degli abissi terrestri, dove si è sviluppata una vita che trae energia dalla scissione di composti dello zolfo. 

L’osservazione delle molecole di idrogeno è stata possibile grazie al Neutral Mass Spectrometer a bordo di “Cassini”, che ha analizzato i gas contenuti nei pennacchi dei geyser. L’abbondanza dell’idrogeno, relativamente alta, favorisce la formazione di metano a partire dall’anidride carbonica disciolta nel presunto oceano di Enceladus. Il quale, scoperto da William Herschel nel 1789, tra 67 satelliti di Saturno è il sesto per dimensioni, ha un diametro di 500 chilometri e una temperatura di -200 °C, e ora spicca sulle prime pagine dei giornali come un Eldorado della vita.  

Sempre alla spasmodica ricerca di visibilità, la Nasa ha dato ampio rilievo alla (ri)scoperta dell’acqua tiepida su Encelado, suffragata dall’osservazione dell’idrogeno molecolare. Quotidiani e tv di tutto il mondo, manco a dirlo, si sono accodati, anche mobilitando firme scientifiche importanti. Dalla fantascienza alla scienza fantasiosa il passo è stato breve. 

Torniamo al libro curato da Al-Khailili. Nel 1961 il radioastronomo Frank Drake ideò una formula per calcolare un numero di civiltà aliene ragionevolmente attendibile. La debolezza della formula era che alcuni suoi parametri all’epoca erano ignoti. Non si sapeva, per esempio, quanto frequenti fossero i sistemi planetari né quanto potesse durare una civiltà evoluta. Oggi è certo che i pianeti sovrabbondano: sono miliardi. Resta ignota la durata di una civiltà biologica, ma si ritiene che talvolta dovrebbe sviluppare macchine intelligenti senza limiti di età.  
Il nuovo passo è l’”equazione di Seager”. Sara Seager è astrofisica e planetologa, insegna al MIT e la rivista “Time” l’ha inserita tra le 25 persone più influenti nelle scienze dello spazio. Per non cercare a caso – ragiona la Seager – sarebbe utile stimare il numero di pianeti con segni di vita rilevabili nella loro atmosfera sotto forma di gas di origine certamente biologica con i futuri telescopi orbitanti “James Webb” (JWST) e “TESS”. 

Al termine di calcoli minuziosi, nel saggio scritto per il libro “Alieni” Sara Seager conclude: “il numero di pianeti in possesso di segni rilevabili della vita è: N = 4 x 0,5 x 0,5 = 1. Il TESS e il JWST potrebbero consentirci di rilevare la presenza di ‘una’ forma di vita, quella presente nel nostro minuscolo angolino della Via Lattea. E’ il mio modo per dire che dovremmo essere molto fortunati per osservare delle biofirme sotto forma di gas nel decennio a venire.” Purché quella unica forma di vita calcolata da Sara Seager non sia quella che già conosciamo fin troppo bene. 

giovedì 20 aprile 2017

Al penultimo gradino del mondo - Mauro Armanino

E’ spuntata lei, la Repubblica Centrafricana e ci ha soffiato il posto. Eravamo gli ultimi nella lista della classifica dello sviluppo umano. Il Niger è adesso al penultimo gradino della scalinata dei paesi del mondo. Occupiamo con una certa dignità il numero 187, e la RCA, ancora in preda alle guerra civile, si trova in fondo, al numero 188. Non ci si potrebbe attendere altro da questo paese. Una cinquantina di morti tra i civili in questi ultimi giorni dagli ex ribelli della Seleka e le armi che si vendono ai vari gruppi antagonisti perché la guerra non finisca mai.
Cominciassimo dal fondo, come sarebbe più logico fare, saremmo i primi della classe, una posizione poco invidiabile. Ci sono i paesi ad altissimo sviluppo, alto, moderato e debole. Immaginiamoci un momento di essere la noiosa Norvegia, seguita a ruota dall’Australia che deporta e abbandona i migranti nelle isole. La Svizzera che si finge neutrale e la Germania che detta le leggi dell’economia. La Danimarca e poi Singapore e l’Olanda che giocava il calcio totale senza mai vincere nulla. Sono i primi cominciando dall’altra parte, assieme all’Irlanda, l’Islanda, il Canada e gli Usa di Trump.
Meglio stare tra gli ultimi che arrivano prima. La speranza di vita in Niger si attesta ai 61 anni e poi dipende dal tempo. Al solito le donne hanno un paio d’anni di vita in più per occuparsi dei bambini e anche dei vecchi quando succede. La connessione NET è nel Paese sul due per cento e la popolazione urbana non arriva al venti per cento. La povertà e le disuguaglianze toccano specialmente le campagne con il deserto che avanza. Tagliamo alberi, facciamo legna e arrostiamo la carne di sera lungo le strade di Niamey. Sale il fumo che danza con sensualità nella polvere quando passano le macchine fuoristrada e i taxi numerati. Siamo intanto arrivati a 19 milioni e di questo passo raddoppieremo la popolazione tra 25 anni. Un bel problema verrebbe da dire, visto che ci sono le carestie ad eliminare i poveri. Qui siamo resistenti, ostinati e non ci lasciamo portar via il messia che arriverà impolverato per il viaggio tra i prossimi neonati. Ci hanno messi penultimi finchè non cominceremo il conto alla rovescia, un giorno.

Ci precedono i soliti noti dell’Africa classica dei fumetti e delle statistiche. L’Eritrea, prigione aperta che esporta giovani e coltiva la guerra per evitare la pace. La Sierra Leone che continua a fabbricare diamanti di color sangue e ne inventa uno di 706 carati. Una pietra preziosa che gli specialisti classificano tra le prime quindici più pregiate del mondo. Il Paese, invece, sprofonda al numero 180 della lista, in zona retrocessione non fosse per il Presidente che del diamante ha promesso una vendita trasparente. Nel frattempo custodisce la pietra nei forzieri della Banca Centrale del Paese. Il Mozambico in difficoltà e il Sudan del Sud che dall’indipendenza compra più armi che cibo per la popolazione allo stremo. La Guinea del minerale di ferro da esportazione, coi bambini migranti venduti in Marocco, il Burundi sull’orlo del baratro e il Burkina Faso che non riesce a completare la rivoluzione e si consola col Festival cinematografico premiando ‘Felicité, la felicità che verrà. Il Tchad che ha dilapidato il petrolio nella lotta contro il terrorismo e infine noi, nel Niger, cominciando il conto alla rovescia. Domandatelo ai migranti e vi risponderanno. Inseguono le frontiere dalla parte sbagiata e si trovano anch’essi in fondo alla lista. Producono ricchezza per gli altri e trasformano l’Agadez della storica moschea in un circo umanitario aperto al pubblico occidentale.
Per un mondo alla rovescia basta cominciare dal fondo. Gli ultimi arrivano dal mare appunto per cambiare la classifica.

mercoledì 19 aprile 2017

La verità per Attilio Manca - Concita De Gregorio

Da Lorenzo Baldo, di Antimafia Duemila, e da Angelina Manca
Ricevo da Angelina Manca, donna forte e coraggiosa, una richiesta rivolta al procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, all’aggiunto Michele Prestipino e al sostituto Maria Cristina Palaia. Angelina è l’anziana madre di Attilio Manca, un giovane medico – urologo – di Barcellona Pozzo di Gotto trovato morto a Viterbo il 12 febbraio 2004. Chiede che l’indagine sulla morte di suo figlio non sia archiviata come suicidio.
Angelina è sicura che Attilio sia stato ucciso per aver riconosciuto, nella sua veste di medico, Bernardo Provenzano. Molte fonti e circostanze, che elenca, lo dimostrano: è una storia di mafia e servizi segreti, dice. L’archiviazione un’offesa a chi crede nello Stato e nella Giustizia, a tutti i cittadini italiani che chiedono la verità sul caso di Giulio Regeni. Attilio Manca è un altro Giulio Regeni: ucciso in Italia tredici anni fa. Ho seguito la sua storia, che riassumo tenendo come traccia l’appello della madre alla Procura.
La causa accertata della morte è overdose di eroina alcol e tranquillanti: due segni di iniezione sul braccio sinistro. Ma era mancino, e non era tossicodipendente. Secondo i suoi legali Attilio avrebbe visitato il capo di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano, nei giorni del suo intervento alla prostata realizzato in Francia nell’autunno del 2003. Sarebbe poi stato eliminato in quanto testimone scomodo. I tabulati telefonici di alcune telefonate di Attilio ai suoi genitori negli ultimi giorni di ottobre del 2003 (periodo in cui Provenzano veniva operato in Francia) e dell’11 febbraio 2004, il giorno prima che Attilio venisse ritrovato morto, sono scomparsi.
In un’intercettazione ambientale del 2007 tra Vincenza Bisognano, sorella del boss Carmelo (poi pentito) si dice che Attilio sarebbe stato ucciso perché aveva visitato e riconosciuto Bernardo Provenzano. Lo scorso 29 marzo il Tribunale di Viterbo ha emesso la sentenza di condanna a 5 anni e 4 mesi nei confronti di Monica Mileti, accusata di avere ceduto la droga al giovane urologo siciliano. Per gli uffici giudiziari di Viterbo il caso è quindi chiuso.
Non è invece chiuso per la Procura distrettuale antimafia di Roma, dove da più di un anno è aperto un fascicolo contro ignoti per “omicidio volontario”. Racchiude tra l’altro le testimonianze di quattro collaboratori di giustizia. Giuseppe Campo ha raccontato di essere stato incaricato da un boss messinese, a dicembre del 2003,  di uccidere Attilio Manca: dopo un paio di mesi gli è stato riferito che era già stato eliminato.
Le parole di Campo si aggiungono a quelle di Giuseppe Setola, Stefano Lo Verso e Carmelo D’Amico, che nel 2015 ha detto di essere stato informato del progetto di uccidere Attilio Manca a cui avrebbero preso parte esponenti di Cosa Nostra e apparati dei Servizi deviati. Inoltre. Non ci sono impronte digitali nelle siringhe trovate nel suo appartamento. Dai registri dell’ospedale di Viterbo risulta che nei giorni di fine ottobre 2003, quando Provenzano veniva operato in Francia, Attilio Manca non era in servizio. Le indagini attestano il contrario. Il capo della Mobile di Viterbo, squadra che ha seguito il caso, è stato condannato a 3 anni per un falso verbale sulla Diaz al G8 di Genova. Per queste e molte altre ragioni Angelina chiede che l’indagine sulla morte di suo figlio non sia archiviata.

martedì 18 aprile 2017

Proposta di legge regionale urbanistica sarda: il mattone liofilizzato - Stefano Deliperi

Come noto, dopo lunghi anni, la Giunta regionale Pigliaru ha proposto la tanto attesa legge urbanistica sarda. Sono testi complessi, recentemente pubblicati sul sito web istituzionale della Regione autonoma della Sardegna, in merito ai quali si attende la fase di partecipazione pubblica prevista nella stessa deliberazione di Giunta regionale di approvazione. Comunque qualche approfondimento abbiamo provato a farlo e proviamo a farne qualche altro.
L’intendimento pubblicizzato dell’Amministrazione Pigliaru è quello di migliorare l’offerta turistica attraverso il miglioramento delle dotazioni della ricettività alberghiera senza consumo di nuovo territorio. In quest’ottica sono previsti incrementi volumetrici in favore delle strutture ricettive anche entro la fascia costiera dei mt. 300 dalla battigia marina, così da permettere la realizzazione di centri benessere, sale congressuali, servizi, attrezzature sportive, che renderebbero “più appetibile” un patrimonio edilizio ricettivo ormai “datato”.
In realtà, per migliorare l’offerta turistica sembrano prioritarie altre iniziative, a iniziare dal radicale miglioramento dei collegamenti aerei e navali in regime di continuità territoriale o comunque attraverso meccanismi di abbattimento dei costi per i non residenti, continuando con una politica efficace delle aree naturali protette e dei beni culturali per ampliare offerta e stagione turistica, per finire con la promozione di veri e propri “pacchetti turistici” specifici per mète ed eventi (es. S. Efisio, Carnevale, Pasqua, Candelieri, ecc.). Il discorso porterebbe lontano, per cui limitiamoci a considerazioni di natura giuridica e ambientale.
A un primo esame della proposta di legge, necessariamente rapido, balza agli occhi un elemento fortemente negativo, la possibilità – per l’ennesima volta – di incrementi volumetrici entro la fascia costiera dei mt. 300 dalla battigia marina (mt. 150 nelle Isola minori) previsti dall’art. 31 del disegno di legge regionale, in palese violazione di quanto indicato nel piano paesaggistico regionale (P.P.R. – 1° stralcio costiero).
Così l’art. 31 del disegno di legge regionale: “al fine di migliorare qualitativamente l’offerta ricettiva sono consentiti interventi di ristrutturazione, anche con incremento volumetrico, delle strutture destinate all’esercizio di attività turistico-ricettive. Gli interventi possono essere attuati anche mediante demolizione e ricostruzione e gli incrementi volumetrici possono determinare la realizzazione di corpi di fabbrica separati … anche in deroga ai parametri e agli indici previsti dagli strumenti urbanistici, nella percentuale massima del 25 per cento dei volumi legittimamente realizzati”.
In buona sostanza, si tratta anche di “unità immobiliari separate”, cioè ville, pur connesse alla gestione alberghiera. Così, per capirci, come fatto in base al c.d. piano per l’edilizia o piano casa che dir si voglia (legge regionale n. 4/2009 e s.m.i.) all’Hotel Romazzino in Costa Smeralda (Arzachena) e oggetto di un procedimento penale avviato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Tempio Pausania anche su esposti del Gruppo d’Intervento Giuridico onlus per violazione della normativa di tutela costiera.
Non solo. “Gli … incrementi volumetrici … sono computati ai fini della pianificazione delle volumetrie realizzabili per il soddisfacimento del fabbisogno di ricettività alberghiera ed extra-alberghiera, con le modalità previste dall’Allegato A” (art. 31, comma 3°, lettera b, del d.d.l. urbanistico) e “gli insediamenti esistenti possono essere completati attraverso la previsione di ambiti di potenziale trasformabilità ad essi contigui. È, in ogni caso, consentita la trasformazione delle residenze per le vacanze e il tempo libero, esistenti o da realizzare, in strutture ricettive alberghiere” (Allegato A, art. A 4, comma 3°).
In parole povere, sono consentiti gli ampliamenti degli insediamenti edilizi nella fascia costiera e la trasformazione delle “seconde case” in strutture ricettive alberghiere, anche se nemmeno esistenti (!) Quest’ultima disposizione rieccheggia la sfacciata previsione dei famigerati nullaosta per complessi alberghieri emanati in deroga ai vincoli propedeutici per la redazione degli allora piani territoriali paesistici in base all’art. 13, comma 1°, lettera c, della legge regionale n. 45/1989: la Giunta regionale fra il 1990 e il 1992 ne rilasciò ben 235, legittimando nella futura normativa di piano tantissimi progetti immobiliari di “seconde case” poi “riciclati” in “complessi alberghieri”.
Grazie al Cielo e al Consiglio di Stato (il T.A.R. seguì lentamente…), riuscimmo fra mille difficoltà a ottenere l’annullamento di quei piani territoriali paesistici che…tutelavano fondamentalmente investimenti e speculazioni immobiliari. Ci sono anche altre considerazioni da fare, relative al “mattone liofilizzato”.
Possono usufruire degli incrementi volumetrici previsti nel comma 1 anche le strutture turistico-ricettive che abbiano già usufruito degli incrementi previsti dall’articolo 10 bis della legge regionale 22 dicembre 1989, n. 45 (Norme per l’uso e la tutela del territorio regionale), e successive modifiche ed integrazioni … Possono usufruire degli incrementi volumetrici previsti nel comma 1 anche le strutture turistico-ricettive che abbiano già usufruito degli incrementi previsti dal capo I e dall’articolo 13, comma 1, lettera e) della legge regionale 23 ottobre 2009, n. 4 (Disposizioni straordinarie per il sostegno dell’economia mediante il rilancio del settore edilizio e per la promozione di interventi e programmi di valenza strategica per lo sviluppo), dall’articolo 31 della legge regionale 23 aprile 2015, n. 8 (Norme per la semplificazione e il riordino di disposizioni in materia urbanistica ed edilizia e per il miglioramento del patrimonio edilizio), unicamente fino al concorrere del 25 per cento del volume originario, esistente alla data dell’ampliamento in deroga”.
La struttura turistico-ricettiva già ampliata del 25% della volumetria, poi ampliata ancora, può esser un’altra volta ampliata fino al raggiungimento del 25% della volumetria conseguita dopo il primo ampliamento: per esempio, una struttura turistico-ricettiva avente in origine una volumetria di 30 mila metri cubi, può esser stata ampliata a 37.500 metri cubi (mc. 7.500, cioè + 25%) e ora può giungere a 46.875 metri cubi (mc. 9.375, cioè ulteriore +25%). In pochi anni, nella fascia costiera di massima tutela, la volumetria di una struttura turistico-ricettiva potrebbe crescere di più del 50% della volumetria iniziale.
E questo favorirebbe il turismo? In realtà favorirebbe la riminizzazione delle coste sarde, proprio quello che si dovrebbe evitare a ogni costo. Così come lo strumento della prevista “intesa” (art. 11 delle N.T.A. del P.P.R.) fra Regione, Provincia e Comune con società immobiliari spettatrici non certo inattive per progetti di grande rilievo socio-economico entro la fascia costiera a cui spesso fanno riferimento esponenti della Giunta regionale per ricordare come sia già il piano paesaggistico regionale ad aver previsto questa possibilità: in realtà, il ricorso al meccanismo procedurale dell’intesa per approvare interventi nella fascia costiera dei mt. 300 dalla battigia marina è limitato – in assenza di P.U.C. adeguato al P.P.R. – a “non oltre i dodici mesi” dall’entrata in vigore del P.P.R. (art. 20, comma 3°, lettera b, delle N.T.A. del P.P.R.). La ratio della previsione transitoria di dodici mesi è in logica connessione con l’analogo termine di adeguamento degli strumenti urbanistici comunali al P.P.R. (art. 107, comma 1°, delle N.T.A. del P.U.C.).
Di fatto, ora, la previsione non è più vigente e i Comuni in tali condizioni, prima di ogni ulteriore iniziativa, dovrebbero procedere all’approvazione del P.U.C. in adeguamento al P.P.R.
Oltre gli argomenti di merito, rimane chiaro quanto affermato dalla giurisprudenza costituzionale. La sentenza Corte cost. n. 189 del 20 luglio 2016, infatti, ha affermato ancora una volta che le norme di tutela paesaggistica (e quelle del piano paesaggistico, in particolare) prevalgono sulle disposizioni regionali urbanistiche, visto che “gli interventi edilizi ivi previsti non possono essere realizzati in deroga né al piano paesaggistico regionale né alla legislazione statale”, in quanto “si deve escludere, proprio in ragione del principio della prevalenza dei piani paesaggistici sugli altri strumenti urbanistici (sentenza n. 11 del 2016), che il piano paesaggistico regionale sia derogabile”.
La disciplina del P.P.R. afferma testualmente riguardo la fascia costiera (“risorsa strategica fondamentale per lo sviluppo sostenibile del territorio sardo“, art. 19 delle N.T.A. del P.P.R.) fuori dai centri abitati: “nelle aree inedificate è precluso qualsiasi intervento di trasformazione” (art.  20 delle N.T.A. del P.P.R.), mentre è consentita solo la “riqualificazione urbanistica e architettonica degli insediamenti turistici o produttivi esistenti“. Le ristrutturazioni e riqualificazioni si possono ben fare con le volumetrie già esistenti.
Non si parla di nuove volumetrie o premi volumetrici che dir si voglia, e la Corte costituzionale, con la sentenza n. 189/2016, ha affermato chiaramente che si tratta dell’unica interpretazione costituzionalmente corretta.
Le regole chiare” auspicate dal Presidente Pigliaru ci sono già: nella fascia dei 300 metri dalla battigia marina non si costruisce più, punto e basta.

lunedì 17 aprile 2017

Perché TAP passa proprio dalla Turchia - Murat Cinar


Il progetto internazionale TAP (Trans Adriatic Pipeline) è parte di un progetto più grande che comprende diversi Paesi, tra cui la Turchia.
Come nasce questo progetto e chi sono gli attori?
Nel 2003, su iniziativa della Elektrizitäts-Gesellschaft Laufenburg (EGL), ora denominata Axpo, società attiva soprattutto nel trading di elettricità, gas e prodotti finanziari energetici, iniziò un lungo studio di fattibilità che si concluse nel 2006 con parere positivo circa la realizzabilità tecnica, economica e ambientale di un grande gasdotto.
Il 28 giugno 2013 il Consorzio Shah Deniz II ha selezionato TAP come progetto vincente per il trasporto del gas dell’Azerbaigian in Italia e in Europa, preferendolo al progetto concorrente Nabucco West. Il 19 settembre 2013 Enel, Hera, Shell, E.ON, Gas Natural Fenosa, Gdf Suez, Axpo, Bulgargaz e Depa hanno firmato a Baku con il Consorzio Shah Deniz II i contratti di fornitura per la più importante vendita nella storia del gas (stima: 130 miliardi di Euro).
Il 17 dicembre 2013, il Consorzio Shah Deniz II ha annunciato la Decisione Finale di investimentoper sviluppare il giacimento di Shah Deniz II e gli azionisti di TAP hanno confermato laRisoluzione a costruire per lo sviluppo e la realizzazione del progetto Trans Adriatic Pipeline.
Il 1º dicembre 2015 Snam S.p.A. ha sottoscritto con Statoil un accordo di esclusiva per l’acquisto della quota del 20% nella Trans Adriatic Pipeline.
Il 17 dicembre 2015 Snam ha perfezionato l’acquisizione della quota del 20% detenuta da Statoil Holding Netherlands B.V. nella Trans Adriatic Pipeline AG, al prezzo di 130 milioni di Euro.
Snam (Società Nazionale Metanodotti) è una società con sede centrale a San Donato Milanese. Nel 2015 ha fatturato 3.649 milioni di euro con un utile netto di 1.209 milioni di euro.
Statoil era un’azienda petrolifera norvegese istituita nel 1972. E’ stata la maggiore compagnia del paese ed occupa circa 25.000 persone. Nonostante la Statoil fosse quotata nel listino della borsa di Oslo e della borsa di New York, lo stato norvegese ne manteneva la maggioranza con una quota pari al 70,9%. Il 18 dicembre 2006 Statoil rivelò una proposta di fusione con la divisione del gas e petrolio della Norsk Hydro, un conglomerato norvegese. La fusione è stata attuata e ora questa compagnia petrolifera è la più grande al mondo tra quelle che hanno giacimenti in mare aperto.
Guardiamo la parte anatolica del progetto
Esattamente come succede nel lato TAP del grande progetto di gasdotto, nascono e crescono anche dal lato TANAP (Trans-Anatolian gas pipeline) una serie di collaborazioni e partnership tra le aziende energetiche.
Il 26 dicembre del 2011 è stato firmato il primo accordo tra Turchia e Azerbaijan su questo progetto. Il 17 marzo del 2015 sono stati poi inaugurati i primi lavori di costruzione nella città di Kars in Turchia. Erano presenti i Presidenti delle Repubbliche di Turchia, Georgia ed Azerbaijan. TANAP attraversa dall’est all’ovest tutta la Turchia, passando sui territori di ben 20 città. Questa parte di progetto si concluderà nel 2018 e avrà un costo di circa 7 miliardi di euro.
Nella parte turca di questo progetto transnazionale sono coinvolte 9 aziende: 7 di queste sono turche, mentre 2 sono straniere. Tra quelle turche salta all’occhio un nome famoso e particolare: Limak. Insieme all’azienda indiana Punj Lloyd hanno vinto il bando per costruire la quarta parte del gasdotto che attraverserà la Turchia: stiamo parlando del tratto che inizia nella città di Eskisehir e finisce in località Ipsala, al confine con la Grecia.
Chi è Limak?
Limak è un’azienda edile che nasce nel 1976. Oltre che del settore edile si occupa anche di turismo, energia, infrastruttura, aeroporti e gestione portuale. Secondo la rivista Engineering News Record, nel 2012 risultava la numero 181 tra le aziende più grandi del mondo. Il suo proprietario, Nihat Ozdemir, secondo la rivista Forbes nel mese di giugno 2016 possedeva un’azienda con un fatturato che superava i 3 miliardi di euro.
Tra i lavori pubblici che realizza l’azienda ci sono: l’aeroporto Sabiha Gokcen di Istanbul, la metropolitana Tandogan-Kecioren di Ankara, l’aeroporto di Pristina in Albania, 7 centrali idroelettriche in Turchia ed 8 alberghi di lusso tra Turchia e Cipro, il rinnovo di una parte dell’aeroporto del Cairo in Egitto, l’aeroporto di Yuzhny in Russia, la costruzione del nuovo terminal dell’aeroporto internazionale del Kuwait e la stazione ferroviaria ad alta velocità di Ankara. Limak Holding è anche una delle cinque aziende che stanno costruendo il terzo aeroporto di Istanbul insieme a Cengiz, Mapa, Limak, Kolin e Kalyon.
Analizziamo le opere in costruzione del Limak
Il terzo aeroporto sorge nel cuore della foresta più grande di Istanbul, che comprende tre laghi grandi, fonte di circa il 25% dell’acqua potabile di Istanbul. Oltre a questi tre, saranno prosciugati 70 laghetti e 3 insenature. La zona del cantiere è anche una fonte di guadagno, dato che quasi il 6% di questo territorio è agricolo e coltivato. A causa della distruzione di questa foresta scomparirà una grande zona che fa da casa a circa 70 specie animali. Infine nelle foreste settentrionali di Istanbul saranno tagliati 657.950 alberi, e ne saranno spostati 1.855.391 dei 2.513.341 esistenti.
Esattamente come tante altre opere pubbliche, anche questa sarà realizzata con la logicacostruisci-gestisci-cedi. Ossia le aziende costruttrici realizzano l’opera con il loro investimento, la gestiscono per un certo numero di anni e poi la cedono allo Stato. Per la costruzione di tutte queste opere spesso le aziende non hanno abbastanza capitale, dunque prendono dei soldi in prestito dalle banche private con la garanzia dello Stato, oppure direttamente dalle banche statali. Affinché le aziende abbiano una garanzia sul rientro delle spese iniziali durante il periodo di gestione, lo Stato assicura un incasso economico attraverso un contratto. Solo per il terzo aeroporto di Istanbul sono previsti 150 milioni di passeggeri all’anno, mentre l’aeroporto più grande del mondo – ovvero quello di Atlanta – vede viaggiare 95 milioni di passeggeri all’anno. La promessa per il momento parrebbe al di sopra dei numeri realizzabili. Per concludere, come si può vedere sul sito del progetto, non si tratta soltanto di un aeroporto ma di una cittadella con ospedali, residence, centri commerciali, alberghi e porti marittimi. Si tratta di un progetto di cementificazione, più che di trasporto.
Guardiamo da vicino i partner di Limak
Tra i collaboratori di Limak per la costruzione del terzo aeroporto ci sono Kalyon, proprietario di un grosso gruppo di media, ossia Turkuvaz Medya, che possiede 4 canali televisivi (Atv, aHaber, Yeni Asir Tv, Minika), 2 canali radiofonici, 4 quotidiani nazionail (Sabah, Takvim, Yeni Asır, Pas Fotomaç), 11 riviste nazionali e 2 portali di notizie. Kalyon è un’altra realtà cresciuta con importanti appalti pubblici negli anni del governo AKP, come la costruzione del Palazzo di Giustizia di Istanbul, la linea bus Metrobus, lo stadio olimpico di Basaksehir, il terzo aeroporto di Istanbul e il famoso progetto di riqualificazione urbanistica che avrebbe coinvolto il Parco Gezi. Si tratta di grandi lavori di cementificazione criticati per il loro impatto ambientale. A tutto ciò si aggiunge l’evidente rapporto d’amicizia con il mondo politico: l’attuale Presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan, nel 2014 ha fatto da testimone di nozze al figlio del proprietario del gruppo. Inoltre il fondatore storico del gruppo, Hasan Kalyoncu, mancato nel 2008, è stato uno dei personaggi più illustri del movimento conservatore Milli Gorus, che ha dato vita alle esperienze di partito Refah, Saadet ed AKP.
La Turkuaz Medya, appartenente al gruppo Kalyon, ha come vice amministratore delegato Serhat Albayrak, figlio della famiglia Albayrak, rappresentante di un altro gruppo imprenditoriale celebre in Turchia. Albayrak è dal 2008 membro del consiglio d’amministrazione del gruppo Calik Holding. Nello stesso gruppo, dal 1999 al 2013, ha lavorato in veste di presidente generale della società un altro membro della famiglia Albayrak: stiamo parlando di Berat Albayrak, l’attuale Ministro dell’Energia, fratello di Serhat e genero dell’attuale Presidente della Repubblica. Inoltre, Berat Albayrak scrive dal 2013 per il quotidiano nazionale Sabah, che prima apparteneva al gruppo Calik ed ora appartiene al gruppo Kalyon-Turkuaz.
I mezzi di comunicazione di massa di questo gruppo sono famosi per la loro fedelissima linea editoriale alle politiche sociali ed economiche dell’AKP, il partito che governa il paese da più di 15 anni. Nel 2016 il canale televisivo aHaber si è impegnato mediaticamente – disinformando – per sostenere il governo nella rimozione dell’immunità parlamentare a tutti i parlamentari del partito HDP. I due quotidiani nazionali Sabah e Takvim avevano invece aiutato a diffondere una notizia falsa, resa pubblica all’epoca dall’ex primo ministro (l’attuale presidente della repubblica) durante la rivolta del Parco Gezi nel 2013. Si tratta di un’azione di molestia, mai accaduta in realtà, subita da una donna velata con i suoi bambini. Secondo questi quotidiani e l’ex primo ministro i molestatori erano circa 50 manifestanti maschi, a petto nudo e con guanti di pelle. Alcuni mesi dopo gli ex giornalisti di questi quotidiani hanno ammesso che era stata tutta una messa in scena creata ad hoc su richiesta di alcuni rappresentanti del potere politico.
Limak nei suoi affari coopera spesso con un’altra azienda: la Cengiz Insaat. Il proprietario dell’azienda si chiama Mehmet Cengiz, coinvolto nelle operazioni anti-corruzione del 2014 (operazioni successivamente definite come un tentativo di colpo di stato dal governo). Quest’azienda è diventata famosa anche a livello internazionale per gli scontri con una determinata resistenza popolare a Cerattepe nei pressi della città di Artvin, nel nord della Turchia. Cengiz Insaat, nonostante numerose relazioni avverse, con il sostegno del governo voleva costruire una struttura mineraria all’interno di una riserva naturale dove, nel 1998, il governo locale aveva fermato i primissimi lavori specificando come la zona fosse ad altissimo rischio di frana. Nonostante 250 giorni di presidio, numerose manifestazioni locali e nazionali, un incontro con l’ex primo ministro ed un lungo percorso legale, l’azienda aveva avviato i primi lavori con l’ausilio della gendarmeria e della polizia, che ha caricato e arrestato i manifestanti/contadini locali. Gli stessi contadini che successivamente sono stati definiti “piccoli manifestanti come quelli del Parco Gezi” dall’attuale presidente della Repubblica.
La pagella nera di Limak
Il proprietario dell’azienda che contribuirà alla realizzazione del Tanap, Nihat Ozdemir, nel 2014 (nell’ambito delle maxi inchiesta anti-corruzione) è stato accusato di aver contribuito all’acquisto del quotidiano nazionale Sabah e del canale televisivo Atv mettendo nelle tasche di Turkuaz Medya 100 milioni di Euro. Secondo i giudici è stata costruita una sorta di cassa virtuale tra alcuni imprenditori: questi si aiutavano a vicenda per monopolizzare i media in Turchia, con l’obiettivo di controllare l’informazione così da eliminare eventuali critiche ai progetti. Secondo i giudici, numerosi ministri e parlamentari del partito al governo erano coinvolti in questa rete. Successivamente Ozdemir ha ammesso di aver dato questi soldi, ma in prestito. Questa versione di Ozdemir è stata assunta e difesa anche da parte dell’ex primo ministro, anch’egli accusato di corruzione.
In questi giorni Nihat Ozdemir appare in televisione con dichiarazioni a favore del referendum costituzionale in arrivo. Secondo Ozdemir, il passaggio al sistema presidenziale, attraverso l’approvazione di questo referendum, aiuterebbe la realizzazione dei progetti economici governativi. Ozdemir sottolinea come la rivolta del Parco Gezi abbia rallentato il raggiungimento di questi obiettivi. Secondo il noto imprenditore l’unica soluzione è quella di sostenere le linee politiche ed economiche del governo.
Limak Holding nei primi mesi del 2017 ha vinto l’appalto per la costruzione del ponte sullo stretto dei Dardanelli. Si tratta di un altro progetto che ha subito pesanti critiche. Secondo un’analisi pubblicata dal portale di notizie T24 nel 2014, questo lavoro triplicherebbe la popolazione nella zona interessata, tanto da porre le basi di una speculazione edile finalizzata all’aumento dei prezzi delle case. Inoltre potrebbero aumentare le costruzioni di alberghi, villaggi turistici e impianti industriali lungo tutta la costa. Infatti, con l’appalto del ponte è stato dato il permesso di costruire in alcune zone prima protette perché riserve naturali. Secondo il Presidente della Camera degi Ingegneri Urbanistici di Bursa, Hakan Karademir, si tratterebbe di una devastazione ambientale.
Quindi…
Questa è una storia lunga di circa 4 mila chilometri. Un progetto che devasta l’ambiente da Lecce a Baku passando dalla Turchia. Questa è un’opera che rappresenta la cultura della progettistica che cerca di fare affari a tutti i costi. Qui si parla di una decisione che in realtà unisce gli ulivi di Lecce con gli abeti ed i faggi di Cerattepe. Questa è un’occasione affinché i paesi non si uniscano soltanto per ospitare un lungo tubo che porta gas da una parte all’altra, ma si uniscano nella stessa lotta per difendere gli esseri viventi, le risorse naturali e l’ambiente. Il futuro.
(*) ripreso da «Pressenza». Pressenza è un’agenzia stampa internazionale in 7 lingue che pubblica e diffonde notizie, iniziative, proposte che riguardano pace, nonviolenza, disarmo, diritti umani, lotta contro ogni forma di discriminazione. Considera l’Essere Umano come valore centrale ed esalta la diversità. Propone un giornalismo attivo e lucido che punta alla soluzione delle crisi e dei conflitti sociali di ogni latitudine.

Un milione di profughi del clima - Maria Rita D’Orsogna


Succede in Louisiana, Brasile, New York, Australia, Thailandia, Filippine, Alaska. Succede un po’ dappertutto per le comunità di mare. Gente che vive sulle coste e che deve abbandonare le proprie case per colpa di erosione, innalzamento dei livelli del mare, tempeste violente, perdita di terreno.
Secondo un recente articolo pubblicato su Nature Climate Change sono circa 1 milione le persone che hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni. Per la precisione 1 milione e 300mila. E mentre fino a pochi anni fa si cercava di proteggere quello che c’era, adesso l’atteggiamento prevalente è di andare via.
Cosa fare infatti con l’arrivo di mareggiate senza precedenti, allagamenti e continuo innalzarsi del mare? Si possono alzare le strade e le case, cercare di proteggere le lagune, migliorare i codici con cui si costruisce. Ma si può anche decidere di lasciare perdere, visto che i costi sono elevati, ed è certo che il clima e l’ambiente non torneranno quelli di prima. È questo il dilemma delle comunità costiere.
Storicamente, migrazioni di massa collegate alle condizioni climatiche sono molto ben documentate, e quello che viviamo adesso – appunto il milione e trecentomila anime che hanno dovuto lasciare le proprie case – è la manifestazione dei nostri tempi del problema. Durante il secolo 1900-2000 i livelli del mare si sono innalzati di ben dodici centimetri. Le previsioni sono di varie decine di centimetri in questo secolo. Secondo alcuni studi circa 470 milioni di persone perderanno la casa.

Alcuni ricorderanno l’uragano Sandy che colpì le coste del New Jersey nel 2012: molte delle case sono state rasate al suolo e mai piu ricostruite. Dopo il tifone Haiyan del 2013 le Filippine hanno messo il divieto di costruire a cinquanta metri dalla costa e hanno forzato l’evacuazione di 80.000 persone. Dopo lo tsunami del 2004, almeno 22.000 case sono state perse e non più ricostruite in zone costiere. A volte la gente via via in modo preventivo, e cioè prima che ci siano i disastri: le città vengono evacuate perché i cambiamenti climatici stanno piano piano portando via coste e case e non si vuole aspettare “il grande evento”.
In Louisiana accade lo stesso: qui l’erosione dovuta alle estrazioni di petrolio e di gas ha fatto perdere case, terreni e coste. Il caso più eclatante è quello di Shishmaref in Alaska, città costruita sul ghiaccio e che è destinata a morire. Siamo a 160 miglia dalla Russia, il ghiaccio scompare. Nevica sempre di meno, e sempre più tardi e il ghiaccio si scioglie prima o neanche si forma. L’erosione monta.  L’assenza di ghiaccio fa sì che durante le tempeste pezzi interi di costa vengono triturati e finiscono in mare, senza protezione. Una delle case è già crollata in mare nel 2006. Norman era un ragazzino che nel 2007 cadde risucchiato dal ghiaccio di Shishmaref che si scioglieva e morì.
Ogni secondo pompiamo in atmosfera 1.200 metri cubi di CO2. Il pianeta si è surriscaldato, in media di un grado centigrado dalla rivoluzione industriale ad oggi, una enormità. L’Artico ha avuto livelli di aumento di temperatura doppi che il resto del pianeta. In Alaska ci sono almeno trentuno villaggi a rischio di scomparire, come Shishmaref: dodici di questi villaggi stanno cercando di capire dove e come evacuare, perché sanno che non c’è speranza. Siamo noi a causare tutto ciò, bruciando fonti fossili a ritmi allarmanti. Se l’obiettivo è di contenere l’aumento della temperatura a due gradi centigradi, una sola cosa si deve fare: non pompare mai più petrolio.
Dall’altra parte del mondo, le isole Kiribati, le isole Marshall, le isole Fiji. Lontanissme dall’Alaska ma tutte che rischiano di scomparire. Isle di Jean Charles in Louisiana che pure sprofonda a causa dei cambiamenti climatici. A Miami Beach, Florida, hanno dovuto installare pompe speciali per evitare allagamenti, collegati all’erosione. Non tutte le comunità hanno i soldi per programmare l’evacuazione e la risistemazione delle persone. È costoso, la gente è vulnerabile, è una strada a senso unico.
A Shishmaref sanno che non hanno scelta, e cosi la città ha deciso di evacuare prima che il mare porti via tutto. Ma non hanno i soldi. E dove evacueranno? Non si sa, forse verso l’interno. Ma questo significa perdita di identità: la maggior parte delle persone qui vive di pesca e di caccia e di tradizioni Inupiat collegate al mare. Saranno lo stesso popolo? Perché devono evacuare loro, se il loro stile di vita, di indigeni, è molto meno impattante di quello di centinaia di milioni di persone che sprecano, bruciano, e generano molto più inquinamento e emettono molta piu CO2 di loro?