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mercoledì 3 settembre 2025

Sull’Alzheimer - Mario Fiumene

L’estate in genere è considerata stagione durante la quale si può avere tempo di letture definite leggere, per trascorrere le lunghe giornate di luce in relax.

Ma non sempre è così: avendo seguito una trasmissione televisiva di divulgazione culturale ho segnato negli appunti un titolo che mi ha incuriosito: «Alzheimer S.P.A. e sottotitolo «Storie di errori e omissioni dietro la cura che non c’è». Si tratta di un testo di circa duecento pagine.

La lettura è stata centellinata per la necessità di metabolizzare le nefandezze di molti scienziati (sic!) che con la connivenza di Aziende interessate al solo profitto hanno preso in giro migliaia di ammalati. Riporto testualmente uno dei commenti della autrice: «i medici e i pazienti stanno capendo che, per quanto le aziende vantino le magnifiche sorti dei loro prodotti, purtroppo la cura dell’Alzheimer ancora non c’è, e i discutibili benefici di terapie pubblicizzate come rivoluzionarie non giustificano per nulla la spesa astronomica e i rischi per i pazienti che esse comportano.

Il sistema è traballante, in alcuni aspetti guasto. […] ma la verità no, prima o poi interviene quando si tratta di scienza e di salute». Questo ultimo passaggio mi ha spinto a scrivere. La malattia di Alzheimer colpisce in Italia più di una persona su cento ed è in crescita: la Sardegna è compresa in questa problematica. Praticamente non c’è famiglia che non abbia avuto esperienza, diretta o indiretta, dei crudeli effetti di questa patologia.

Vedere svanire la mente dei propri cari, che giorno dopo giorno perdono contatto con il mondo, è un’esperienza devastante e fisicamente faticosa. L’autrice Agnese Codignola dopo essersi laureata in Chimica e tecnologie farmaceutiche, ha conseguito un dottorato in farmacologia e dopo aver fatto la ricercatrice ha intrapreso la difficile attività di giornalista professionista su temi di salute a tutto campo. Il suo racconto prende spunto da una pubblicazione sulla rivista «Nature» del 2023 che si occupava della ricerca scientifica tra il 1945 e il 2010 e che sottolineava le molteplici scoperte dopo il 2010 e la carenza di progressi nella cura dell’Alzheimer.

Il suo lavoro di ricercatrice la ha portata a scoprire che per decenni la ricerca si è intestardita a cercare la cura per neutralizzare la proteina chiamata beta amiloide, nella convinzione che ciò fosse sufficiente, nonostante la mole di dati contrari a tale ipotesi continuasse a crescere. Mentre nel caso del cancro, la ricerca è stata dirompente portando ad aggredire le cellule malate in vari modi, con l’Alzheimer non è accaduto. A parità di miliardi investiti e di ricercatori coinvolti, nello stesso arco di tempo, non è successo altrettanto. L’autrice ci rivela che poi qualcosa è cambiato, e non solo per i fallimenti del pensiero dominante, ma anche perché il lavoro di decine di persone serie ha raggiunto una tale forza che non è stato più possibile ignorarlo.

Se tra qualche anno potremo avere cure efficaci, è probabile che sarà merito di chi ha avuto libertà di pensiero e si è ribellato alle lobbies. Per questo motivo, vale la pena di leggere le storie personali e scientifiche di alcuni di questi ricercatori: rappresentano l’incarnazione della parte migliore della scienza.

Il libro è Alzheimer S.P.A. di Agnese Codignola, edito da Bollati Boringhieri

da qui

martedì 17 maggio 2022

Semi

I semi del profitto - Francesco Paniè

 

Per oltre diecimila anni i contadini hanno liberamente conservato, selezionato, scambiato o venduto le loro sementi, usandole e riutilizzandole per produrre cibo. Oggi queste pratiche sono state drammaticamente ridimensionate da un secolo di trasformazioni radicali dei sistemi alimentari. Ci troviamo al punto che delle seimila diverse specie vegetali utilizzate come cibo, appena nove coprono il 66% della produzione mondiale.

Sono numeri allarmanti, che la FAO ha raccolto in un recente rapporto dedicato allo stato della biodiversità per il cibo e l’agricoltura, e che raccontano come in tutto il mondo le varietà locali coltivate dagli agricoltori stiano scomparendo a una velocità senza precedenti.

 

Ne conseguono la standardizzazione e l’appiattimento delle nostre diete, fenomeni che gettano le loro radici in una progressiva spinta alla privatizzazione dei mezzi di sussistenza più basilari – i semi – cominciata tra fine Ottocento e inizio Novecento. Alla scoperta di questa storia, anzi di tante storie apparentemente parallele ma fra loro intimamente intrecciate, ci porta Fabio Ciconte con il suo ultimo libro, uscito per Laterza. “Chi possiede i frutti della terra” è un testo a metà fra inchiesta giornalistica e ricostruzione storica, una collezione di aneddoti chiave ma allo stesso tempo un tuffo nelle profondità dell’economia agricola di oggi, nel tentativo ben riuscito di tenere insieme le cause e gli effetti.

Così, nelle 224 pagine del libro il lettore passa dagli Stati Uniti del primo Novecento, quando un vivaista con l’occhio per gli affari decide di costruire una gabbia metallica intorno a un albero di mele particolarmente saporite, fino alle gabbie immateriali dell’oggi, costituite da brevetti e convenzioni sulla proprietà intellettuale delle risorse genetiche. “Chi possiede i frutti della terra” ci porta da un capo all’altro del mondo, seguendo la filiera di alcuni prodotti emblematici come la mela rosa, il kiwi giallo o l’uva senza semi, frutti che il mercato paga bene e che incontrano l’entusiasmo dei consumatori.

Anche noi forse li abbiamo assaporati, senza sapere però che a coltivarli sono pochi “club” di imprese selezionate e gestite da un sistema quasi militare, il cui primo obiettivo è evitare che tutti quelli al di fuori del circolo non possano piantare quella varietà. A meno di non voler correre il rischio di finire sul lastrico.

Questo dominio assoluto delle leggi del mercato ha soppiantato in gran parte dell’Occidente qualunque altra forma di gestione delle risorse genetiche, fosse essa in forma consuetudinaria o regolata dallo stato. In un processo sorprendentemente rapido, che ha visto nell’invenzione delle sementi ibride uno dei suoi passaggi più importanti, il diritto di riprodurre la vita vegetale è stato sottratto agli agricoltori e preso in mano dalle imprese.

Il seme ha così perso la doppia natura (di seme appunto, ma anche di cibo) che lo rendeva inafferrabile dal settore privato. Tuttavia, con le nuove scoperte nella selezione genetica e poi l’avvento delle biotecnologie, quella che può essere considerata la base della vita è stata piegata alle dinamiche del profitto, al punto che oggi l’agricoltore è quasi sempre dipendente da semi fabbricati dalle imprese sementiere e deve riacquistarli ogni anno, perché progettati per rendere bene solto una volta.

L’uniformità è condizione principale per la brevettazione di queste varietà, ed è diventata criterio universale che confligge con la prassi della natura (che non genera nulla di identico) e sta portando il sistema alimentare verso una perdita di biodiversità senza precedenti. La FAO stessa ammette che “c’è un considerevole consenso sul fatto che, in generale, il passaggio da sistemi di produzione tradizionali che utilizzano varietà locali a sistemi di produzione ‘moderni’ che dipendono da varietà ufficialmente rilasciate stia portando all’erosione genetica”.

 

La fiducia in un cambio di rotta che potremmo riporre nelle istituzioni pubbliche vacilla quando Ciconte descrive le soluzioni adottate in questi decenni dai paesi e dalla comunità internazionale. Le cosiddette “banche dei semi”, nate per conservare in tutto il mondo decine di migliaia di varietà locali, antiche e meno antiche di proprietà degli stati, non godono di buona salute.

A Bari resiste uno degli spazi di stoccaggio più importanti del pianeta, ma è una struttura sottofinanziata e in abbandono, triste reliquia che testimonia il disinteresse del pubblico per un comparto per il quale aveva tutt’altra sensibilità prima della “rivoluzione verde”.

Nonostante lasci forse un po’ di amaro in bocca, “Chi possiede i frutti della terra” è ci offre una ricostruzione storica che inquadra cause ed effetti del disastro ecologico ed economico in cui versa oggi l’agricoltura.

Un libro che ci invita anche alla mobilitazione, alla discussione e alla proposta di un’alternativa, per non subire inermi l’impatto devastante della crisi climatica sulle nostre agricolture e sui sistemi alimentari.

https://comune-info.net/i-semi-del-profitto/




Da Vavilov a oggi, passato e futuro di uno strumento fondamentale, non solo per la biodiversità - Agnese Codignola

Si chiama Future Seeds, ed è iconica almeno quanto il suo gemello norvegese, il Global Seed Vault delle isole Svalbard inaugurato nel 2008, di cui rappresenta la continuazione ideale. La nuova banca mondiale del genoma vegetale di Palmira, Colombia, costata 17 milioni di dollari, progettata per essere del tutto sostenibile e appena inaugurata, ospita soprattutto semi e germoplasmi di quella parte del mondo, tropicali, con una particolare concentrazione di varietà di cassava, di cui contiene campioni di oltre 6.100 varietà, erbe da foraggio (22.600) e fagioli (poco meno di 38.000).

Inoltre, rispetto all’inaccessibilità totale, necessaria ma anche esibita del Vault costruito tra i ghiacci artici, Future Seeds è stata pensata per permettere e anzi stimolare le collaborazioni internazionali attraverso incontri, seminari, partnership, e l’accesso del pubblico, anche quello scolastico, per far crescere la consapevolezza dell’importanza della biodiversità vegetale nelle generazioni più giovani. Future Seeds è nata sotto l’egida del CIAT (Centro internazionale per l’agricoltura tropicale), organismo a sua volta membro del CGIAR (Gruppo consultivo sulla ricerca agricola internazionale), una partnership internazionale fondata cinquanta anni fa per sconfiggere la fame proteggendo e sviluppando il maggior numero possibile di specie, con contributi di diversi governi e quello di Jeff Bezos (come fa notare Science in un articolo di presentazione). La banca ha  iniziato ufficialmente la sua attività in un momento in cui la guerra in Ucraina sta, tra le altre cose, ricordando a tutto il mondo quanto siano preziose le sementi, e quanto la loro custodia sia imprescindibile.

Le banche dei semi ospitano milioni tra varietà e specie vegetali, moltissime delle quali ancora da studiare, spesso dotate di caratteristiche di resistenza che potrebbero rappresentare la salvezza per l’umanità dei prossimi anni.

Luoghi come questi ospitano infatti – si stima – oltre sette milioni tra varietà e specie vegetali, moltissime delle quali ancora tutte da studiare, e spesso dotate di caratteristiche di resistenza a condizioni ambientali sfavorevoli o a parassiti e malattie che potrebbero rappresentare la salvezza per l’umanità dei prossimi anni. Per capire che tipo di lavoro si svolga in questi “santuari” della botanica e quale sia la loro reale importanza, Il Tascabile ha parlato con Pasquale Tripodi, ricercatore del CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) di Roma, e coordinatore di uno studio internazionale pubblicato sulla rivista scientifica PNAS, nel quale sono state descritte le specificità genetiche e fenotipiche di oltre 10.000 accessioni (cioè individui vegetali cresciuti in luoghi diversi, grazie ai quali hanno sviluppato fisionomie proprie) di peperoni: uno sforzo titanico (il terzo al mondo dopo quelli sui genomi di circa 80.000 accessioni di grano e 10.000 di orzo), reso possibile proprio dall’esistenza delle biobanche. “Le banche dei semi hanno iniziato a sorgere in diversi paesi dopo che è stata fondata la prima, in Russia, nel 1921. Già allora, infatti, si era capito quanto fosse strategico preservare e studiare la straordinaria varietà di piante commestibili e non presenti sulla terra. L’intuizione si deve a Nikolaj Ivanovič Vavilov, figura fondamentale, oggi considerato martire della scienza, la cui storia, ripercorsa oggi, assume un significato del tutto particolare, così come quella dell’Istituto da lui fondato”. 

Nato nel 1887, Vavilov aveva studiato con Gregory Bateson tra il 1913 e il 1914 in Gran Bretagna, perfezionandosi in Francia e in Germania. Tornato in Russia, era stato chiamato da Lenin a dirigere l’istituto di botanica applicata di Leningrado. Nel 1934 Vavilov aveva già fatto aprire oltre 400 centri di ricerca e stazioni sperimentali in tutto il paese, dove lavoravano 20.000 tra ricercatori e tecnici, e aveva così condotto l’Unione Sovietica ai vertici mondiali della ricerca botanica e delle sue applicazioni. Il suo istituto, nel frattempo, era diventato il VIR, l’Istituto Vavilov di tutte le Russie per gli impianti industriali, oggi per la genetica vegetale (da notare che, nel cambio nome, avvenuto pochi anni fa, la parte rimasta è quella relativa a tutte le Russie): la prima banca dei semi al mondo, che nel 1940 ospitava già oltre 200.000 campioni (oggi sono 325.000).

Vavilov aveva continuato a viaggiare in ogni angolo del pianeta, per un totale di 115 missioni in 64 paesi, tutte finalizzate a studiare le piante delle più diverse latitudini e dare vita a scambi culturali e scientifici. Ma poco dopo, in seguito alla carestia provocata dalle dissennate politiche agricole staliniane, gli fu preferito Trofim Lysenko, ostile a qualunque ipotesi di genetica mendeliana e sostenitore della cosiddetta vernalizzazione, una teoria del tutto priva di fondamento secondo la quale, per contrastare l’insufficienza dei raccolti, era necessario estendere le coltivazioni alle zone più settentrionali e gelide della Russia, anche ricorrendo a espedienti che, se non avessero provocato indirettamente milioni di morti, oggi sembrerebbero grotteschi. La vernalizzazione aveva conquistato Stalin, che nel 1941 condannò Vavilov alla pena capitale, poi commutata in vent’anni di carcere talmente duro che la morte sopravvenne per fame, nel 1943. La sua ultima missione, poche settimane prima dell’arresto, nell’estate del 1940, fu in terre già fatali: Ucraina, e Bielorussia.

Il VIR però si salvò, per poi rischiare di essere depredato o andare completamente distrutto durante l’assedio nazista di Leningrado, iniziato nel settembre 1941 e durato 28 mesi, fino al gennaio 1944. La storia degli uomini russi che riuscirono a mettere in salvo decine di migliaia di semi, in parte resistendo dentro l’istituto anche alle rigidissime temperature dell’inverno 1941-42, che raggiunsero i -30°C e oltre, in parte portando decine di migliaia di campioni in un deposito segreto sui monti Urali, fuggendo con i germogli nascosti nei vestiti, è diventata leggenda. Nei tre inverni dell’assedio decine di ricercatori asserragliati nel palazzo del VIR protessero le sementi sacrificando ogni watt disponibile per mantenere condizioni ambientali compatibili con la sopravvivenza delle accessioni, resistendo agli attacchi del nemico e poi a quelli dei topi, spesso a costo della vita (le vittime per fame si contano a decine). Ma alla fine, anche grazie alla riproduzione di 6.000 semi fatta alla stazione Pavlosk, a 45 km dal centro, salvarono migliaia di piante che ancora oggi, fino a febbraio, rappresentavano un patrimonio inestimabile. 

“Il VIR”, spiega Tripodi, “è il modello cui si sono ispirate tutte le banche successive, ciascuna specializzata in parte nella vegetazione locale di cui, oltre ai semi, sono conservati tessuti e innesti per permettere non solo di studiare le piante, ma anche di salvarle in caso di catastrofi naturali o di guerre, come accaduto di recente in Siria, con il salvataggio dei semi dell’ICARDA”. La vicenda cui accenna Tripodi è molto simile a quella del VIR, ma riguarda una guerra contemporanea: quella siriana. Anche in quel caso si temeva di perdere l’oro giallo del Medio Oriente, ovvero le migliaia di semi e accessioni conservate a Tel Hadia, a 20 km da Aleppo, presso International Center for Agricultural Research in the Dry Areas, meglio noto appunto come ICARDA. La storia di quell’altrettanto fortunoso salvataggio di 116.000 accessioni è stata raccontata, tra gli altri, da una dei protagonisti, Mariana Yazbek, su Nature Plants, così come da un reportage del New Yorker, e dimostra che cosa significhi ancora oggi poter contare su una biobanca di germoplasmi. Già nel 2008, i ricercatori dell’ICARDA erano stati tra i primi al mondo a inviare i propri semi alle Svalbard, chiedendo ai ricercatori norvegesi di far duplicare almeno una parte di essi. Tra il 2012 e il 2014, poi, con l’aggravarsi della situazione sul territorio, avevano effettuato nuovi invii, continuati fino alla chiusura dell’istituto a causa della guerra, resasi tristemente indispensabile nel 2015. Ma in quel momento, per fortuna, al Global Seed Vault era rappresentato l’83% dei campioni siriani. E i norvegesi avevano lavorato, su quei semi, così come avevano fatto decine di ricercatori ICARDA fuggiti in diversi paesi.

Tutto ciò ha permesso, in quello stesso anno, a guerra non ancora finita, di rimettere migliaia di semi a dimora nei campi sperimentali delle università e dei centri di ricerca di Marocco e Libano, cioè di salvarne buona parte. Nel 2020, erano 43 i paesi che ospitavano piante che arrivavano da Tel Hadia, e negli ultimi cinque anni le accessioni siriane hanno dato vita a oltre 100.000 nuove piante, da cui sono stati ottenuti 81.000 nuovi campioni rispediti alle Svalbard, insieme ad accessioni di piante marocchine e libanesi e di altri paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente, tutte molto resistenti ai climi aridi. Nel frattempo, lo staff di ICARDA ha sparso il 98% dei suoi semi e delle sue accessioni in altre 11 biobanche internazionali. “Se non ci fossero stati la banca di ICARDA e il Global Seed Vault, e se i ricercatori non avessero iniziato da anni a preservare i campioni, probabilmente avremmo perso centinaia di specie, oltretutto provenienti dalle zone dalle quali è iniziata la domesticazione delle piante” commenta Tipodi. “E invece è già in corso da mesi la distribuzione dei semi siriani in decine di paesi, altro compito cruciale delle banche del germoplasma”.

Studiare migliaia di campioni provenienti da tutto il mondo, oltre alle possibili applicazioni commerciali in ambiti non alimentari (per esempio farmaceutici), arricchisce la nostra conoscenza della storia.

Nel mondo ci sono diverse banche internazionali e oltre 1.700 biobanche di questo tipo pubbliche, tra le quali il Centro asiatico per la ricerca e lo sviluppo delle verdure di Taiwan, noto per lo straordinario deposito di melanzane e simili, il Centro internazionale di miglioramento del mais e del grano di Città del Messico, l’Istituto internazionale di ricerca sulle colture per i tropici semi-aridi in India e l’Istituto internazionale per la ricerca sul riso delle Filippine, oltre a un numero imprecisato di banche private, dove le aziende studiano le nuove varietà lontane da occhi indiscreti per scopi commerciali. “Il ruolo di questi centri non è solo quello legato alla conservazione e alla distribuzione dei campioni ma è anche, e per certi aspetti soprattutto, quello legato allo studio”, continua Tripodi.

“Oggi, grazie alle possibilità offerte dalla genomica e dalle capacità di elaborazione dei dati assicurate dai big data, è in corso un lavoro immenso, finalizzato all’acquisizione del maggior numero possibile di informazioni su milioni di accessioni. Parallelamente si sta cercando di uniformare il linguaggio, tenendo conto delle evoluzioni contemporanee della tassonomia, perché ci si è accorti che esistevano moltissime sovrapposizioni, a seconda delle denominazioni date alla stessa pianta nei vari paesi, e che i sistemi di archiviazione non erano uguali dappertutto, e questo dava origini a molti errori di valutazione”. In prospettiva, racconta Tripodi, lo scopo di questo lavoro  è mettere a disposizione di tutti le nuove conoscenze, in presa diretta, evitare di disperdere tempo ed energie duplicando studi già fatti, velocizzare l’individuazione delle specie su cui concentrare gli sforzi, per esempio perché resistenti a un certo parassita, o a condizioni ambientali estreme. “È stato così anche per i peperoni: grazie alla collaborazione internazionale, abbiamo descritto in modo omogeneo un numero di accessioni che un tempo sarebbe stato impensabile studiare”. 

Infine, studiare migliaia di campioni provenienti da tutto il mondo, oltre alle possibili applicazioni commerciali in ambiti non alimentari (per esempio farmaceutici), può avere conseguenze impreviste, come racconta ancora il ricercatore del CREA. “Non lo avevamo programmato, ma i dati di così tante accessioni ci hanno permesso di ricostruire geneticamente l’evoluzione di una pianta consumata probabilmente da non meno di 5.000 anni, le cui principali varietà, dolci e piccanti, hanno preso due vie completamente diverse. Originarie entrambe dell’America del sud, sono tutte passate dall’Africa, attraverso i primi commerci e poi le rotte degli schiavi”. Da lì, racconta ancora Tripodi, i peperoni dolci si sono diffusi nel bacino del Mediterraneo, in Europa, nei Balcani e nel vicino oriente, mentre quelli piccanti, circumnavigando il continente africano soprattutto con i navigatori e i commercianti portoghesi, sono giunti in Asia e, attraverso l’Oceano Pacifico, di nuovo nel continente americano. “In entrambi i casi hanno profondamente influenzato le abitudini alimentari e, con esse, la cultura e lo sviluppo economico delle diverse popolazioni, analogamente a quanto accaduto con il pomodoro, introdotto soprattutto dagli spagnoli su rotte analoghe. Tutto ciò oggi riveste una nuova importanza, perché identificare le zone dove una pianta è riuscita a diffondersi aiuta a concentrare gli sforzi in direzioni specifiche e arricchisce la nostra conoscenza della storia”.

In Italia ci sono diverse biobanche del germoplasma (una delle quali al CREA di Tripodi), che fanno riferimento a quella del CNR di Roma. E si tratta di biobanche particolarmente preziose perché, come sottolinea ancora Tripodi, l’Italia è tra i paesi con il più elevato tasso di biodiversità, e ha molte potenzialità ancora da esplorare. Anche l’Ucraina ne aveva diverse: Il Tascabile ha provato senza successo a mettersi in contatto con i responsabili di alcune di esse.

Nel 1932, Vavilov, di ritorno dagli Stati Uniti, portò in patria dei semi di girasole americani. Li ibridò con quelli russi, ottenendo una nuova varietà, che fu riportata in America nel 1972, dove è tuttora molto diffusa. Nel 1996, per celebrare gli accordi sul disarmo, alla base di Pervomaysk, in Ucraina, Stati Uniti, Ucraina e Russia piantarono semi di girasole, pianta simbolo di pace nei paesi dell’ex blocco sovietico, e oggi tra le principali voci del commercio tra Russia e Ucraina. Lo scorso 25 febbraio, è diventato virale il video di una donna ucraina che a Henichesk esortava i soldati russi arrivati nel suo paese a mettersi in tasca i semi di girasole, con l’augurio amaro che alla loro morte i semi possano germogliare di nuovo sul suolo ucraino.

da qui

sabato 28 novembre 2020

La pericolosa illusione dei rimedi alternativi anti-COVID - Agnese Codignola

L’ultima, in ordine di tempo è l’ivermectina, un antielmintico – cioè uno sverminatore – usato in veterinaria e talvolta anche sugli umani, che sta spopolando in America Latina. Al punto che Perù, Argentina, Bolivia e Guatemala ne stanno producendo e distribuendo a centinaia di migliaia di dosi. Ma l’anti-vermi da banco non è solo: arriva dopo lo sciroppo del Madagascar Covid-Organic, venduto ad almeno due dozzine di paesi africani dall’intraprendente presidente malgascio. Dopo l’Ayush-64, uno dei rimedi ayurvedici propagandati dall’apposito ministero indiano, il cui budget è triplicato all’uopo. Dopo lo Xuebijing, promosso a pieni voti (sulla fiducia) dal Ministero della salute cinese insieme ad altri medicamenti della medicina tradizionale, perché se curano il raffreddore male non fanno. Dopo che le agenzie africane hanno stilato con l’OMS i protocolli per cercare di iniziare a studiare decine di cure tradizionali che stanno circolando senza alcuna regola nel continente. E dopo che molti paesi occidentali hanno abbracciato dissenatamente e senza basi scientifiche l’utilizzo dell’antimalarico idrossiclorochina, salvo poi fare una clamorosa retromarcia e rifilare quintali di farmaco ormai inservibile a paesi più indifesi.

C’è una storia parallela a quella del gigantesco sforzo in atto da parte della ricerca ufficiale, che faticosamente sta verificando decine di farmaci anti-COVID, escludendoli via via quasi tutti, e cercando di capire se, al di là degli annunci mirabolanti, ci si stia avvicinando davvero a un vaccino soddisfacente e sicuro. Una storia che assume venature politico-antropologiche molto evidenti: quelle dei rimedi purché siano, quelle delle risposte che molti governanti, soprattutto (ma non esclusivamente) populisti vogliono a ogni costo offrire ai loro cittadini, per rassicurarli e giocare ai salvatori. E non importa se si tratta di pericolose falsità che fanno leva sulla disperazione, sull’impossibilità di accesso alla sanità, sulla fiducia in questo caso mal posta nelle medicine tradizionali, concretizzata in “farmaci” che, nella migliore delle ipotesi, o non fanno nulla o sono attivi in patologie vagamente (talvolta molto, molto vagamente) analoghe – e l’analogia spesso non significa nulla in questo campo –, rimedi che in più espongono chi sia disposto a crederci a due tipi di rischi: quelli del mancato ricorso alle cure realmente efficaci (e qualcuna c’è come le eparine, i cortisonici e, in piccola parte, l’antivirale remdesivir, tutti da dare in momenti diversi e specifici della malattia)  e quelli delle tossicità note e meno note.

In attesa di capire se ci si stia avvicinando davvero a un vaccino soddisfacente e sicuro, spopolano soluzioni “creative” e inefficaci, spesso propagandate da politici e capi di stato.

L’OMS è preoccupata, e lancia continui appelli affinché i governi evitino, i malati non diano ascolto, i medici non si prestino. Ma i risultati sono praticamente nulli, soprattutto quando sono appunto i governi i primi sponsor. E la vicenda dell’ivermectina, da questo punto di vista, è esemplare.

Farmacologia clandestina
Come ha raccontato Nature, che come le altre riviste scientifiche continua a seguire anche questa farmacologia “clandestina”, l’antielmintico, che costa pochissimo, è usato da decenni negli animali, e talvolta nelle persone, ma è diventato ancora più popolare nello scorso mese di maggio, quando la Bolivia, tramite i suoi operatori sanitari, ha distribuito 350.000 dosi ad alcune popolazioni del nord del paese. Poche settimane dopo la polizia peruviana ha sequestrato 20.000 dosi della versione veterinaria vendute al mercato nero per gli umani, ma in luglio il governo dello stesso paese ha annunciato l’intenzione di produrne 30.000 dosi, per rispondere alla domanda interna.

Tutto questo senza che vi fosse alcuna dimostrazione di effetto anti Sars-CoV 2, se non in qualche sparuto studio su colture cellulari. In aprile uno studio australiano, uscito privo di revisione, suggeriva in effetti che alte dosi di ivermectina riducessero la replicazione virale in vitro. Subito dopo un altro, sempre non controllato, ipotizzava un abbassamento della mortalità nei malati, ma è stato presto ritirato, perché si basava non su dati reali, ma su dati virtuali, acquistati da una società al centro di una truffa, la Surgisphere. In seguito ne è stato avviato qualcun altro (su pochissime persone), e sembra che ci sia qualche indizio positivo, ma per ora non ci sono dati verificabili. Se ne vorrebbero condurre su popolazioni più ampie, ma tutti i ricercatori si scontrano con un ostacolo enorme: è difficilissimo trovare persone che non abbiano mai assunto ivermectina. Nel frattempo, già nel 2018 un’indagine ne segnalava tutti i rischi: dal tremore alla letargia, dal disorientamento fino al coma, soprattutto ad alte dosi.

Conseguenze anche più gravi potrebbe avere la diffusione di Covid-Organic, lo sciroppo malgascio pubblicizzato nientemeno che dal Presidente Andry Rajoelina, che secondo Science potrebbe portare all’annientamento di una delle ultime armi che ancora hanno qualche effetto contro la malaria, soprattutto in Africa.

L’uso di artemisina contro la COVID-19 in Africa potrebbe portare, in una drammatica reazione a catena, milioni di nuove vittime della malaria.

L’esordio è stato col botto: in aprile lo stesso Rajoelina ha annunciato che la mistura, realizzata dal Malagasy Institute of Applied Research o IMRA, ma la cui composizione esatta è ignota, avrebbe guarito due pazienti. La National Academy of Medicine of Madagascar ha preso subito posizione, invitando alla cautela, ma non è servito a niente: Tanzania e Repubblica Democratica del Congo hanno immediatamente annunciato, per bocca dei rispettivi presidenti, di volerne, di quello sciroppo, e parecchio. E in seguito altri paesi africani ne hanno fatto incetta.

Il problema è che in quello sciroppo c’è l’artemisina, principio attivo di una pianta, l’Artemisia annua, che è tra i pochissimi antimalarici ancora efficaci, in alcune parti del mondo. Al punto che non viene mai data, a tale scopo, da sola, proprio per scongiurare o almeno ritardare lo sviluppo di una resistenza. Facile immaginare che cosa potrebbe accadere se fosse presa da milioni di persone in tutta l’Africa: un disastro che lascerebbe dietro di sé milioni di nuove vittime della malaria.

L’idea di proporla come anti Sars-CoV 2 nasce da una ricerca cinese del 2005 sulla SARS, nella quale, in vitro, si era visto qualcosa, ma nulla di più. In realtà l’artemisina non è mai stata studiata su animali o nell’uomo per nessun coronavirus. E non si capisce perché, se funziona un po’ su un protozoo come quello della malaria, dovrebbe agire contro un virus: si tratta di due entità lontanissime, dal punto di vista biologico. L’Unione Africana, così come i CDC (centri per il controllo delle malattie) africani hanno chiesto numeri, dati, fatti, ma finora non hanno avuto risposte.

India e Cina
Un altro allarme arriva poi dall’India, dove lo stesso Ministro per la salute Harsh Vardhan ha iniziato a raccomandare già in primavera, per le forme più leggere di COVID, la medicina ayurvedica, sostenuto dai colleghi del Ministero per l’ayurveda, lo yoga e la naturopatia, lo Unani (medicina di ascendenza arabo-musulmana), il Siddha (medicina del Tamil Nadhu) e l’omeopatia o AIYSH, creato dal Governo Modi nel 2014, al quale sono stati triplicati i fondi, passati a 290 milioni di dollari. Anche in quel caso la Indian Medical Association (IMA), ha subito chiesto prove, parlando apertamente di frode alla nazione, ma non è servito a nulla. I pazienti devono fidarsi e sperare che misture a base di pepe caldo, ginseng e altre erbe facciano il miracolo, insieme alla miscela di 4 erbe chiamata Ayush64, brevettata fino dagli anni ottanta. Secondo il segretario dell’AIYUS Vaidya Rajesh Kotecha, ci sarebbero decine di studi di tutti i tipi su di esso: in vitro, sugli animali e nell’uomo. Peccato che si tratti di studi condotti con metodologie non riconosciute da nessuna comunità scientifica e, soprattutto, di dati estrapolati da studi condotti su altre malattie, non sulla COVID. Per esempio, riferisce Science, l’Ayush 64 sarebbe stato provato in 38 persone con sintomi influenzali, che prendevano già paracetamolo e altri farmaci. Se anche avesse funzionato, non è affatto detto che un antinfluenzale possa agire contro Sars-CoV2, ed è anzi improbabile, perché si tratta di virus molto, molto diversi.

Della situazione in India ha parlato anche Nature, che nei giorni scorsi ha pubblicato un drammatico articolo in cui ha denunciato l’approvazione, da parte della locale agenzia per i medicinali, di farmaci utilizzati per altri scopi (con il cosiddetto repurposing). Tra essi l’antivirale favipiravir, già rivelatosi fallimentare ed escluso in moti paesi, che ha invece avuto un via libera per l’uso in emergenza, senza che però da nessuna parte sia spiegato che cosa si intende, in India, per emergenza. Ora sarà prodotto da tre aziende che propongono 3 dosaggi diversi (200, 400 o 800 mg), e anche in questo caso non è stata resa nota la ragione, né le eventuali differenze di utilizzo, ma nel frattempo il farmaco è stato approvato anche in Russia e Cina. E poi c’è l’anticorpo monoclonale usato per la psoriasi itolizumab, approvato anche a Cuba, per il quale ci sarebbero i dati di una trentina di pazienti, mai resi noti alla comunità scientifica internazionale.

In questi mesi le agenzie governative cinesi hanno propagandato di tutto: due dozzine di tipi di pillole, decotti, tisane, polveri e sostanze iniettabili.

Non manca, in questo scenario, la Cina, che i suoi rimedi tradizionali li ha mandati anche in Italia nella scorsa primavera, insieme a medici e infermieri arrivati in aiuto della sanità lombarda, e che li raccomanda, anche in questo caso, attraverso il Ministero della salute e l’Amministrazione della medicina tradizionale. In questi mesi, riferisce Nature, le agenzie governative hanno propagandato di tutto: almeno due dozzine di tipi di pillole, decotti, tisane, polveri e perfino sostanze iniettabili, affermando che almeno tre di esse erano di provata efficacia.

Efficacia emersa, secondo China Daily, in studi come quello sul Jinhua Qinggan, granuli a base di erbe sviluppati contro l’influenza aviaria del 2009, che farebbero negativizzare il tampone in 2 giorni, o quello sullo Xuebijing, un mix di 5 erbe che agirebbe disintossicando e smuovendo la stasi dei fluidi corporei e, se dato insieme a farmaci meno tradizionali, ridurrebbe la mortalità dell’8%. Non sono noti i dettagli, naturalmente: bisogna crederci, e basta. Ma è noto che molti decotti contengono efedrina, una sostanza stimolante e anoressizzante ricavata dall’Ephedra, una pianta, che è stata vietata in Europa e negli Stati Uniti già negli anni novanta a causa di numerosi decessi cui è stata associata, e di una tossicità rilevante a carico del cuore e di altri organi. L’OMS, che nei primi mesi avvisava che queste terapie non erano efficaci e potevano essere pericolose, ha poi rimosso l’avviso, giustificandosi con il fatto che molti, in Cina, usano la medicina tradizionale, e non si può non tenerne conto.

L’infatuazione di Europa e USA per l’idrossiclorochina
Se nei paesi più poveri e dove l’accesso alla medicina è più complicato i politici si affidano più a meno a qualunque cosa e raggiungono vette inarrivabili, come quella della Corea del Nord – dove l’organo di stampa ufficiale Rodong Sinmun ha invitato le persone a restare a casa non per mancanza di presidi di protezione personale, ma perché il Sars-CoV 2, ufficialmente assente dal paese, potrebbe arrivare con il vento direttamente dal Deserto del Gobi cinese, trasportato dai granelli gialli di sabbia per oltre 1.900 km –, anche in quelli più sviluppati si sono visti e ancora si vedono eccessi che sarebbero spettacolari, se non avessero conseguenze drammatiche.

Per mesi l’ex presidente Donald Trump ha pubblicizzato l’uso dell’antimalarico idrossiclorochina, farmaco i cui pesanti effetti collaterali sono noti da decenni e che non aveva mai mostrato un’attività antivirale, pur essendo stato sperimentato, negli anni, su Zika, chikungunya, Ebola, Epstein-Barr, febbre suina e altro, come ricordava un’esauriente revisione uscita già in aprile sul Canadian Journal of Medical Association. Al contrario, talvolta ha peggiorato la situazione. Ma diversi capi di stato tra i quali Emanuel Macron – che per qualche settimana ha subito il fascino di Didier Raoult, un medico di Marsiglia assai discusso (che nega l’evoluzione darwiniana e il cambiamento climatico, per restare alle sue affermazioni più fantasiose), convinto propugnatore dell’antimalarico –, e Jair Bolsonaro, a un certo punto, hanno deciso che quella era la soluzione. E anche l’Italia ha riconvertito la produzione dello stabilimento farmaceutico militare di Firenze per aumentarne la sintesi, visto che coloro che la utilizzavano per alcune malattie reumatiche e il lupus rischiavano di restare senza. Il tutto prima che ci fossero prove. Le quali però, presto sono arrivate copiose, e hanno portato tutte le agenzie regolatorie (FDA, EMA e, a seguire, quelle nazionali) occidentali a esprimersi contro l’idrossiclorochina, che non fa nulla al Sars-CoV 2 ed è dannosa.

Nulla di tutto questo ha a che fare con la medicina e la scienza: è la politicizzazione e la ricerca del consenso nella corsa al farmaco anti-COVID.

Come faceva notare Science in un articolo dedicato alla politicizzazione della corsa al farmaco anti-COVID, nulla di tutto questo ha a che fare con la medicina e la scienza. E proprio con l’idrossiclorochina c’è stato un epilogo che fa capire come non ci siano grandi distinzioni tra paesi, quando si decide di accontentare l’elettorato, e non di seguire la scienza medesima, assumendosi l’onere di dire la verità.

L’azienda farmaceutica Bayer ne aveva donato 200 kg agli Stati Uniti, pari a 3 milioni di dosi. La Reuters, con un’inchiesta esclusiva, aveva scoperto che si trattava del Resochin, un prodotto mai approvato negli USA per gravi carenze nel processo di sintesi in due stabilimenti di India e Pakistan, mai certificati né tantomeno autorizzati.  A quel punto, poiché, nel frattempo, iniziavano anche a emergere i primi dubbi sull’efficacia, Trump si è scoperto molto generoso, con un paese amico: ha mandato al Brasile del re dei negazionisti Bolsonaro due milioni di dosi di idrossiclorochina (senza specificare, almeno ufficialmente, da dove proveniva). Resta da capire che fine abbia fatto il milione mancante, visto che non compariva nella lista dei farmaci che hanno salvato l’ex presidente.

Le stesse dinamiche, purtroppo, si stanno vedendo con la corsa al vaccino: governi che credono ai comunicati stampa delle aziende, lanciati da organi di stampa finanziari, senza aspettare la pubblicazione dei numeri completi nelle sedi opportune. Agenzie governative che si fidano di quelli – assai fumosi e opachi – relativi qualche decina di volontari scelti tra decine di migliaia di partecipanti senza un chiaro criterio. Ministeri che decidono di acquistare milioni di dosi senza aspettare i dati sulla sicurezza, e così via.  Ma lo spettacolo, si sa, deve andare sempre avanti. Anche e soprattutto in tempi di pandemia.

da qui

martedì 21 luglio 2015

Insetti a tavola - Agnese Codignola

Come è noto da alcuni anni, le fonti di proteine per uso umano stanno cambiando in fretta e cambieranno sempre più nei prossimi anni. La produzione alimentare globale dovrà adattarsi alle esigenze di una popolazione che secondo le stime toccherà i nove miliardi di individui nel 2030. In Congo si sta per attivare la sperimentazione di un farming di insetti con una programmazione sostenibile alle spalle, che desta un grande interesse a livello internazionale. Lo illustra Aaron Ross, giornalista della Reuters, in un reportage da Kinshasa, che spiega come in quella zona gli insetti siano una tradizione culinaria da centinaia di anni: sia come street food sia prelibatezza da riservare alle occasioni speciali. Cucinati con aglio, limone, cipolle e pepe, possono costare anche più della carne proprio per l’elevato prezzo di acquisto. Per fare un esempio, un chilo di grilli si paga circa 50 dollari, il doppio del manzo.
Tuttavia, nella Repubblica Democratica del Congo si consumano circa 14.000 tonnellate di insetti ogni anno, con una media di 300 grammi a settimana per abitante. Dal punto di vista della salute si tratta di un’ottima abitudine, dal momento che gli insetti, com’è ormai noto, rappresentano una eccellente fonte di proteine alternative alla carne e offrono anche sali, vitamine e fibre. Ma in Congo (dove tuttora in alcune zone da anni è in corso una guerra civile che prosegue a bassa intensità), tutti gli insetti o quasi vengono raccolti a mano nella boscaglia, in base alle disponibilità stagionali, e solo raramente allevati in piccolissime aziende. Per questo costano molto.
La FAO, insieme con alcuni ministeri locali, ha  deciso di avviare un progetto di allevamento industriale di grilli e bruchi e di affidarlo a 200 persone in diverse fattorie, quasi tutte donne debitamente formate. In  parallelo verrà fondato un istituto nazionale per gli insetti commestibili da raccogliere e da allevare in maniera sostenibile, e saranno emanate norme generali per la raccolta. L’iniziativa dovrebbe assicurare sviluppo a basso impatto ambientale: mettere su un allevamento costa poco. Inoltre, dovrebbe contribuire in maniera importante ad abbattere la malnutrizione ancora diffusa nel Paese, grazie alla maggiore disponibilità di materia prima e alla diminuzione dei prezzi al consumo.
Gli insetti sono stati anche tra i protagonisti del meeting annuale organizzato dall’Institute of Food Technologies di Chicago dedicato ai cibi di domani. Oltre ad essi, due sono le fonti considerate più promettenti: le alghe e la quinoa, insieme ai legumi. Le prime, come hanno ricordato alcuni ricercatori al congresso, sono ben accette dai consumatori, che sono pronti a farle entrare nei propri menu. Esse contengono, in media, il 63% di proteine, il 15% di fibre, l’11% di lipidi (tra i quali molti buoni anche per il cuore), il 4% di carboidrati, il 4% di micronutrienti (minerali e vitamine) e il 3% di altre sostanze facili da digerire. Si trovano già in alcune cucine nazionali, mentre in commercio, in vari Paesi, sono già disponibili centinaia di prodotti tra i quali barrette, succhi salse e dressing, simil-cereali e prodotti da forno. Le alghe sono facili da coltivare e hanno un basso impatto ambientale; in più, le specie note sono oltre mille, e questo amplia molto le possibilità, tanto dal punto di vista nutrizionale quanto da quello delle possibili combinazioni di prodotti.
La quinoa, invece, è una pianta originaria delle Ande e usata da millenni dalle popolazioni locali soprattutto di Perù e Bolivia. Attualmente in commercio ci sono già oltre 1.400 prodotti a base di quinoa in tutto il mondo, e il loro numero è destinato a crescere. Anche in questo caso si tratta di proteine nobili e a basso impatto. Infine si è parlato dei legumi, la carne dei vegetariani da sempre, anche perché privi di allergeni e di glutine e coltivati con basso impatto ambientale.
Chi è troppo affezionato ai gusti tradizionali o, peggio, al junk food, dovrà probabilmente rivedere le proprie abitudini molto presto. Per farlo senza troppa fatica, dovrebbe sempre pensare che queste novità potrebbero far bene alla  salute e al pianeta.