Essere vegano? Negli Stati Uniti è un'arma politica e culturale. Perché da giorni i repubblicani stanno attaccando così l'enfant prodige del Partito democratico. E cosa c'entra l'industria zootecnica a stelle e strisce
“È vegano o no?“. Qualcuno avrà scrollato le
spalle, disinteressato, ma è fuori dubbio che migliaia di elettori ed elettrici
tanto in Texas quanto negli Stati Uniti si
stanno facendo questa domanda. Perché lui, il soggetto – o, da un certo punto
di vista, l’oggetto – della discussione è James Talarico. Nome che
in Italia significa ancora poco, ma che negli Usa vale tanto: per il Partito
democratico è uno dei politici più promettenti in
circolazione, per il Partito repubblicano è lo stereotipo del
nuovo avversario, una specie di incarnazione di (quasi)
tutti i mali per il mondo Maga. E, perché no, l’uomo che potrebbe fare
lo scherzetto in passato tanto annunciato ma mai verificatosi: strappare il
Texas al Grand Old Party.
“È vegano, non può vincere in Texas”: la
premonizione di Trump
Talarico ha 36 anni e la faccia
pulita. Non a caso è un seminarista presbiteriano (aspetto che
lo avvicina all’area più moderata del partito e ai delusi da Donald
Trump), usa sempre toni molto pacati, assicura di voler fare la guerra ai miliardari (aspetto,
questo, che invece lo avvicina alla sinistra dei dem) e a marzo ha vinto le
primarie: il prossimo novembre correrà per le elezioni di medio termine.
Cioè, per un posto al Senato. Fin qui tutto normale, se non fosse
che un paio di settimane fa il presidente degli Stati Uniti in persona lo ha
attaccato: “Non potrà mai vincere in Texas, è vegano“. Tutto il partito
repubblicano, naturalmente, ha seguito Trump e ha iniziato a far coincidere il
fatto di essere vegano con una sorprendente onta morale. Vegano
uguale essere riprovevole, in pratica.
Lo ha fatto ieri anche lo sfidante al voto di metà
mandato, Ken Paxton, che solo la settimana scorsa ha vinto le
primarie per i repubblicani. Uno che è così distante, dal punto di vista
ideologico e antropologico, da Talarico, da rappresentare al meglio il modello
del politico Maga: 63 anni, procuratore generale del Texas
e ultraconservatore, ha fatto battaglie grazie al suo ruolo sia
contro Barack Obama sia contro Joe Biden,
soprattutto per quanto riguarda l’ambiente e l’immigrazione. È convinto che
Trump sia stato sconfitto nel 2020 a causa di un non meglio specificato complotto,
è anti-abortista e ha avuto più di un grattacapo con la giustizia: un patteggiamento
per frode, un impeachment per corruzione, accuse di abuso
d’ufficio. Un bel soggetto.
Gli insulti e il barbecue da otto
generazioni
Ma torniamo a Talarico e al dibattito surreale in
corso negli Stati Uniti. Il povero (si fa per dire) candidato dem in questi
mesi si è preso di tutto: sempre con un’accezione dispregiativa, dai suoi
avversari politici è stato definito “transgender”, “un insulto a Gesù Cristo“,
“Low-T Talarico” (per indicare bassi livelli di testosterone),
“Six-gender Jimmy” (alludendo a una sua dichiarazione su Dio, che non sarebbe
né maschio né femmina), “Tala-freako“, “defective candidate” e via
dicendo. Ma anche “Tofu-Talarico” e “gay vegano”. Tanto che “se gli fanno gli
esami del sangue, al posto del sangue trovano la soia”.
Il fatto è che l’attacco al quale Talarico ha replicato
con maggior prontezza è proprio quello legato al veganesimo. Il 15
di maggio Trump lo ha accusato di essere vegano. Il team di Talarico ha
smentito che il candidato dem lo fosse, e tre giorni dopo ha pubblicato una sua
foto con una camicia con stampata la bandiera del Texas mentre mangia
un pezzo di carne. E la settimana scorsa, a un comizio, Talarico ha
dichiarato: “La mia famiglia è texana da otto generazioni, faccio
barbecue dalla prima incriminazione di Ken Paxton”. La domanda è: il
candidato dem ha voluto ristabilire, nel dibattito pubblico, una verità, o più
semplicemente ha paura di perdere voti? Le due cose possono benissimo andare
insieme.
L’industria zootecnica e la cultura Usa:
perché Talarico si difende così
Nel 2022 Talarico partecipò a una raccolta fondi per
alcune leggi contro il maltrattamento sugli animali. Al microfono –
e il video di quelle dichiarazioni è diventato virale qualche settimana fa –
disse che “sono orgoglioso di poter dire che la nostra campagna è ufficialmente
diventata una campagna senza carne. Acquistiamo solo prodotto vegani da
aziende vegane locali”. In sostanza, un’azione encomiabile –
o, se si preferisce, non biasimevole – che ora gli si sta ritorcendo contro.
Disse anche che “credo che il tema del benessere animale sia diventato sempre
più rilevante. Non solo perché è la cosa giusta da fare, e la cosa
morale da fare, ma anche perché è necessario per combattere
il cambiamento climatico. È ormai fondamentale cercare di ridurre il
consumo di carne e di rispettare gli animali”. Esattamente ciò che dice
la scienza (se proprio vogliamo lasciar fuori la morale). Eppure, ora,
Talarico è corso ai ripari. Perché?
Il consumo di carne negli Stati
Uniti, dopo anni di costante regresso, è tornato a salire. Un
fenomeno che non è soltanto alimentare, ma è culturale. Secondo
svariate ricerche, gli Usa sono il Paese col maggiore consumo
di carne al mondo: pro capite, fanno più di 120 chilogrammi
all’anno, prevalentemente bovini e pollame (e il Texas, neanche a dirlo, è
lo Stato che guida la classifica interna). In Italia, per avere un metro di
paragone, arriviamo a circa 78-79 chili. Da quando Jonathan Safran Foer ha
scritto Se niente importa, nel 2010, le cose non sono cambiate:
negli Stati Uniti il 99% della carne proviene dagli allevamenti
intensivi, i cosiddetti CAFO (Concentrated Animal Feeding Operations).
L’intera filiera dell’industria zootecnica statunitense – quindi anche mangimi,
produzione, trasporto – vale circa 350 miliardi di dollari. Ma
secondo altre stime, tutto il comparto varrebbe un trilione di
dollari. E ogni anno l’amministrazione federale stanzia decine di miliardi di
dollari per il settore. Lo scambio tra la politica e gli interessi
dell’industria zootecnica è costante. Ma, come si accennava, al di là degli
interessi economici ci sono anche ragioni culturali ed
ideologiche dietro il consumo di carne. O, se vogliamo, alla base della più o
meno recente “tradizione” culinaria statunitense. Non a caso per la destra Usa
mangiare carne è diventata una pratica identitaria. Ma il caso
Talarico dimostra che il fenomeno è ben più radicato ed esteso. E la questione,
più complessa.
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