Ogni volta
che sento parlare di “progetto di vita” per le persone autistiche mi
trovo in una situazione curiosa: sono completamente d’accordo e, allo stesso
tempo, profondamente inquieto. D’accordo perché nessuno può contestare il
principio. Chi non vorrebbe che una persona autistica potesse vivere una vita
piena, dignitosa, autodeterminata, inserita nella società e non ai suoi
margini? Inquieto perché, troppo spesso, il progetto di vita sembra
assomigliare più a uno slogan che a un programma concreto.
Da padre di
un figlio autistico adulto con bisogni di sostegno importanti, ho imparato
che il problema non è immaginare il futuro. Il problema è affrontare il
presente. Da anni il dibattito ruota attorno al “dopo di noi”. È
comprensibile. Tutti i genitori si chiedono cosa ne sarà dei propri figli
quando non ci saranno più. Ma c’è una domanda ancora più urgente: come
vivono oggi? Faccio questa domanda perché il futuro non nasce dal
nulla. Si costruisce giorno dopo giorno. Il domani è adesso. Se oggi mancano
servizi adeguati, operatori sufficienti, percorsi di inclusione efficaci,
opportunità lavorative reali e soluzioni abitative sostenibili, è difficile
immaginare che tutto questo appaia magicamente domani. La verità è che migliaia
di famiglie stanno reggendo quasi da sole un peso enorme. Molti genitori hanno
superato i sessanta o i settant’anni. Alcuni sono malati. Altri sono
semplicemente esausti. Eppure continuano a sostituirsi a servizi che dovrebbero
essere garantiti dalla collettività.
In questo
contesto si parla molto di deistituzionalizzazione. Anche qui, come
non essere d’accordo? Superare modelli segreganti e costruire contesti di vita
più inclusivi è un obiettivo condivisibile. Ma mentre discutiamo del futuro,
cosa accade nel presente? Le famiglie continuano a chiedere aiuto. Le liste
d’attesa si allungano. I servizi territoriali faticano a rispondere. Le
strutture esistenti soffrono spesso di carenze croniche di personale e
risorse. Perché dovrebbe essere incompatibile lavorare su due fronti
contemporaneamente? Da una parte progettare nuove forme di abitare e di inclusione.
Dall’altra migliorare subito ciò che già esiste, rendendolo più umano, più
dignitoso e più rispettoso delle persone. L’impressione, invece, è che talvolta
si preferisca discutere di modelli ideali piuttosto che affrontare problemi
reali.
Lo stesso
accade con la parola “progetto”. Nel mondo della disabilità il
termine compare ovunque. Progetti sperimentali. Progetti innovativi. Progetti
pilota. Progetti territoriali. A volte viene da chiedersi se esistano più
progetti che persone autistiche! Naturalmente molti sono seri e producono
risultati importanti. Ma altri sembrano avere una funzione diversa: dimostrare
che qualcosa si sta facendo senza modificare realmente le condizioni di vita
delle persone. Il lavoro rappresenta probabilmente l’esempio più
evidente. La normativa italiana sul collocamento mirato esiste da oltre
venticinque anni. Eppure continuano a proliferare stage, tirocini e borse
lavoro che troppo spesso non conducono ad alcuna assunzione stabile. Quando
una persona lavora per mesi o anni ricevendo compensi simbolici, o addirittura
senza alcuna retribuzione significativa, non siamo davanti a una forma di
inclusione. Siamo davanti a una distorsione del concetto stesso di inclusione.
Il lavoro è un diritto. Non una concessione.
Eppure i
diritti continuano a essere il grande assente del dibattito. Diritto alla
salute. Diritto a una casa. Diritto a un lavoro vero. Diritto a una vita
sociale. Diritto a servizi adeguati. Diritto a non lasciare sole le famiglie.
Su questi temi sembra essersi consolidata una sorta di rassegnazione
collettiva che finisce per favorire l’inerzia politica. Le
dichiarazioni pubbliche non mancano mai, soprattutto in occasione della
Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo del 2 aprile. I convegni si
moltiplicano. Le campagne di sensibilizzazione anche. Molto più difficile è
individuare interventi strutturali che incidano realmente sulla vita delle
persone autistiche adulte e delle loro famiglie. Emblematica è la questione del
caregiver familiare. Da anni si susseguono annunci, promesse e proposte
legislative. Nel frattempo migliaia di genitori continuano a svolgere un lavoro
di assistenza permanente, spesso senza adeguati sostegni economici, sociali
e psicologici.
E allora
forse vale la pena porre una domanda semplice. Qual è il vero progetto di vita?
È l’ennesimo documento programmatico? È l’ennesimo progetto sperimentale
destinato a esaurirsi con la fine dei finanziamenti? Oppure è la scelta
politica di investire stabilmente nelle persone? L’Italia continua a destinare
alla ricerca e sviluppo una quota del proprio prodotto interno lordo inferiore
alla media delle principali economie avanzate. Allo stesso tempo cresce il
dibattito sull’aumento delle spese militari e sulle grandi opere
infrastrutturali. Naturalmente la sicurezza nazionale è importante. Nessuno lo
nega. Ma una società dovrebbe essere giudicata anche da come tratta i suoi
cittadini più fragili. Per questo continuo a pensare che il più grande
investimento possibile non sia un’opera di cemento né un sistema d’arma. La
più grande opera pubblica è restituire dignità, opportunità e speranza a chi
rischia di essere dimenticato. Se vogliamo parlare seriamente di progetto
di vita, dobbiamo avere il coraggio di smettere di confondere le parole con le
soluzioni. I principi sono importanti. I diritti lo sono ancora di più.
Ma senza servizi, sostegni, lavoro, ricerca e politiche adeguate, il
rischio è che il progetto di vita resti soltanto una formula rassicurante.
Il futuro
delle persone autistiche adulte non è una questione che riguarda il domani. È
una questione che avrebbe dovuto essere affrontata ieri e che oggi non può più
essere rimandata.
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