L'inchiesta del New York Times svela il piano di Netanyahu: milioni di dollari in hasbara, influencer arruolati e voti pilotati per ripulire un'immagine distrutta dal genocidio
Mentre le bombe radono al suolo Gaza, Tel Aviv stacca assegni milionari per comprare il consenso che le armi hanno distrutto. Un’inchiesta del New York Times svela gli investimenti di Tel Aviv nell’Eurovision: dietro le canzoni pop si nasconde una macchina da guerra propagandistica pronta a tutto pur di non restare isolata.
Dopo due
anni e mezzo di massacri ininterrotti nella Striscia di Gaza, quella che una
volta veniva venduta come “l’unica democrazia del Medio Oriente” è oggi
percepita da larga parte del mondo come una potenza sanguinaria e priva
di umanità. Un articolo del quotidiano israeliano Yediot Ahronot definiva
il 7 ottobre 2023 non solo un fallimento militare e d’intelligence ma anche un
collasso “comunicativo, percettivo e morale”. L’empatia
internazionale rappresenta rappresenta per Israele un pilastro fondamentale di
legittimità. Per questo, invece di fermare il massacro, il governo Netanyahu ha
deciso di investire cifre colossali per plasmare la narrazione e ripulire
un’immagine ormai logorata dal peso di decine di migliaia di vittime
palestinesi.
La guerra dei milioni: l’Hasbara all’attacco
Il Ministero
degli Esteri israeliano ha ricevuto per il 2025 un budget mostruoso: mezzo
miliardo di shekel (circa 145 milioni di dollari) destinati
esclusivamente al rafforzamento della hasbara, la cosiddetta
“diplomazia pubblica” che nella pratica si traduce in propaganda pura e spesso
molto aggressiva. A questi si aggiungono altri 40 milioni di dollari spesi dal
governo nel suo complesso. L’obiettivo è quello di arruolare influencer,
professori, giornalisti, programmi, e persino “celebrità arabe” disposte a
difendere il sionismo, per spezzare quella che Tel Aviv definisce l’alleanza
tra “islamisti e sinistra”. Ma i soldi servono anche a finanziare cattedre
universitarie, reti e programmi radio-televisivi, “giornalisti”, sponsorizzate
web. Solo nel 2024, l’agenzia pubblicitaria governativa Lapam ha inondato il
web con oltre 2.000 annunci, di cui più della metà rivolti a un
pubblico internazionale, per cercare di vendere la versione del governo
Netanyahu.
L’Eurovision come arma di Soft Power
In questo
scenario di isolamento diplomatico, l’Eurovision Song Contest è diventato il
campo di battaglia perfetto. Un’inchiesta del New York Times rivela
che gli sforzi di Israele per influenzare l’evento sono stati molto più
profondi e coordinati di quanto ammesso finora. Mentre fioccavano le accuse di
genocidio, i diplomatici di Tel Aviv contattavano freneticamente le emittenti
televisive europee per evitare il bando dalla competizione.
Per il
governo Netanyahu, l’Eurovision non è mai stata una gara canora, ma
un’opportunità strategica di soft power per dimostrare che il
pubblico europeo amasse ancora Israele, nonostante l’orrore di Gaza. I
documenti finanziari lo dimostrano: Israele ha speso almeno un milione
di dollari in marketing specifico per l’Eurovision, con fondi
provenienti direttamente dall’ufficio della hasbara del Primo
Ministro al fine di promuovere il proprio artista. L’inchiesta rivela che
questi fondi sono stati utilizzati per inondare YouTube e i social network di
annunci mirati durante la competizione.
Oltre al
marketing digitale, la strategia ha previsto un uso spregiudicato di interviste
e comparsate televisive per umanizzare l’immagine dello Stato: il
governo ha arruolato influencer e “celebrità arabe”, come la siriana Rawan
Osman, facendole apparire in podcast e programmi media per diffondere messaggi
pro-israeliani e difendere il sionismo davanti a una platea internazionale. Lo
stesso Netanyahu e il presidente Herzog hanno partecipato a questa messinscena,
facendosi fotografare in pose amichevoli con i cantanti per trasformare ogni
apparizione pubblica in un tassello della propaganda governativa, mentre i
diplomatici israeliani facevano pressione dietro le quinte sulle emittenti
televisive europee per garantire visibilità e protezione ai propri artisti.
Voti pilotati
Nel 2025, il
governo ha orchestrato una campagna aggressiva invitando agli spettatori
stranieri di “votare 20 volte” (il massimo consentito) per il
rappresentante israeliano. Lo stesso Netanyahu ha postato grafiche sui social
per spingere questa mobilitazione forzata.
L’analisi
dei dati di voto del New York Times dimostra come questa
strategia abbia distorto i risultati: in molti Paesi, il volume dei votanti è
così esiguo che basta la mobilitazione coordinata di poche centinaia di
persone che votano ripetutamente per ribaltare l’esito nazionale. Il
caso della Spagna è emblematico: nonostante l’opinione
pubblica fosse ferocemente contraria alle politiche israeliane, Israele ha
ottenuto il 33% del voto popolare, un risultato artificiale
costruito a tavolino con dollari e algoritmi.
L’anno
prima, nel 2024, la cantante israeliana Eden Golan aveva ottenuto il secondo
posto nelle preferenze del pubblico, conquistando la vetta dei consensi in
diversi Paesi caratterizzati da un radicato orientamento solidale con la
Palestina. Secondo diversi media israeliani conservatori, tra i quali il
portale d'informazione israeliano Ynet, tale risultato sarebbe la dimostrazione
che, contrariamente alle percezioni, l'opinione pubblica internazionale non
nutra un'ostilità diffusa nei confronti del Paese.
Il ricatto finanziario e le scelte dell’EBU
L’European
Broadcasting Union (EBU) emerge dall’inchiesta del New York Times come il
principale architetto di un’operazione di insabbiamento volta a proteggere a
ogni costo la permanenza di Israele nel concorso, mentre la Russia anche quest’anno
ne rimane esclusa. Davanti a una rivolta interna senza precedenti,
l’organizzazione ha trasformato i dati sulle votazioni in un segreto di Stato
inaccessibile persino alle proprie emittenti associate. Quando la Slovenia ha
denunciato anomalie sospette già dopo l’edizione del 2024, gli organizzatori
hanno risposto con il silenzio, ignorando le richieste di chiarimento. L’anno
successivo, di fronte a nuove proteste, l’EBU ha continuato a negare ogni
trasparenza, fornendo solo dati superficiali definiti “top-line” ed evitando
accuratamente di commissionare indagini esterne indipendenti che potessero far
luce sulle campagne di voto orchestrate da Tel Aviv.
La strategia
per blindare Israele è passata attraverso manovre procedurali definite dagli
stessi protagonisti come “bizzarre” e opache. Per evitare di affrontare un voto
esplicito sulla partecipazione israeliana, i vertici dell’EBU hanno
architettato un inganno burocratico durante l’incontro di Ginevra. Invece di
decidere sull’esclusione di uno Stato sotto accusa per genocidio, hanno indetto
uno scrutinio segreto su semplici modifiche tecniche al regolamento, come la
riduzione del limite di voti per utente. Approvando queste nuove regole, i
membri hanno implicitamente confermato la presenza di Israele nella
competizione senza dover mai votare direttamente sulla questione. Questa mossa
è stata difesa dalla presidente Delphine Ernotte Cunci come la soluzione “più
democratica possibile”, mentre altre emittenti, come la belga VRT, hanno
denunciato duramente come l’organizzazione si stesse nascondendo dietro le
linee guida pur di non discutere di diritti umani.
L’EBU ha
valutato che l’espulsione di Israele avrebbe innescato perdite finanziarie
insostenibili, stimate in oltre 600.000 dollari in tasse di partecipazione, a
causa del possibile ritiro di alleati chiave come la Germania e l’Estonia. Il
timore del collasso è diventato concreto quando l’Austria, incaricata di
ospitare l’edizione del 2026, ha ventilato internamente l’ipotesi di ritirarsi
per solidarietà con Israele, minaccia che avrebbe lasciato il concorso senza
una sede. Per scongiurare il disastro economico, l’EBU ha ignorato persino il
parere dei propri legali, che avevano confermato la piena legittimità giuridica
di un’eventuale esclusione di Israele, preferendo invece imboccare la strada
della censura. Il team di comunicazione dell’EBU è arrivato a inviare email
alle emittenti nazionali per scoraggiarle attivamente dal parlare con i
giornalisti, nel tentativo disperato di soffocare uno scandalo che stava ormai
minacciando l’esistenza stessa della manifestazione. In questo modo, l’EBU ha
scelto di sacrificare l’etica e la trasparenza sull’altare del profitto,
rendendosi complice di una manovra di propaganda che ha trasformato un evento
culturale in uno strumento di legittimazione politica.
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