venerdì 7 agosto 2026

Cosa significa davvero il Repowering? - Antonio Muscas

 

Il repowering eolico, a dispetto di quanto si vuol far credere, non è la semplice sostituzione di un aerogeneratore con un altro più grande. Comporta il rifacimento totale dell’impianto poiché, giusto per capirci, la piattaforma che sostiene un aerogeneratore di 80 metri di altezza non può certo reggerne uno di oltre 200. Stesso discorso per i cavidotti e tutto il resto di impianti e infrastrutture a corredo.

Ne mettiamo di meno e producono più elettricità
Una torre di oltre 200 metri a cambio di due, tre da 80 metri, se può rappresentare un vantaggio in termini di efficienza, non lo è di per sé dal punto di vista paesaggistico e ambientale. Se ad esempio prendessimo un villaggio di pescatori sulla costa e proponessimo di radere al suolo 100 case per sostituirle con un palazzo di cento piani, con più posti letto e più efficiente energeticamente, sarebbe difficile non sollevare perplessità. In buona sostanza, la bontà delle soluzioni dipende sempre da dove si realizzano, per quale ragione, a beneficio di chi e, soprattutto, se godono dell’approvazione dei destinatari di quelle soluzioni.
Le torri eoliche più alte, chi le vuole, a chi appartengono e a beneficio di chi vanno? Quell’energia in più, quale scopo ha e in quale quadro energetico si inserisce?

Con il repowering c’è minor consumo di suolo
Minor consumo di suolo rispetto a che cosa?
La normativa attuale non impone la rimozione dei basamenti in cemento armato e tutto quanto è interrato. Infatti, relativamente al repowering dell’impianto tra Nulvi e Ploaghe, giusto per fare un esempio, basta andare al leggere il piano di dismissione dei vecchi aerogeneratori per accorgersi che delle 35 piattaforme dei vecchi aerogeneratori solo la parte superficiale verrà rimossa, il resto resterà interrato per sempre. Ciò significa che con cadenza venti-trentennale gli impianti vengono sostituiti con altri di dimensioni via via crescenti con conseguente ulteriore consumo di suolo – non certo minore – e che nel giro di qualche generazione, con questo ritmo forsennato si rischia di cementificare buona parte del suolo della Sardegna.
Il minor consumo di suolo si ha adeguando gli impianti ai reali fabbisogni (interni e con una eventuale e nota quota di esportazione) e non realizzandone a più non posso per accaparrarsi territorio e incentivi.

E allora tenetevi le centrali a carbone
La permanenza in vita delle centrali a carbone, così come il progetto di metanizzazione dell’isola, non è una decisione dei sardi: è una decisione presa dal governo italiano col beneplacito di buona parte delle forze politiche italiane e dei sindacati confederali. Una decisione non, come si vuol fare credere, in contrapposizione alle rinnovabili – il cui obiettivo di installazione di 6,2 GW permane invariato – e assunta passando ancora una volta sopra la testa dei sardi. A maggior ragione vale la domanda: maggior produzione di energia a favore di chi?
Il sistema attuale, figlio del peggior capitalismo predatorio, è sciaguratamente concepito per garantire profitti a tutti i grossi gruppi, operino essi nel settore dei fossili che delle rinnovabili e, molto più spesso, nell’uno e nell’altro.
Il tutto a carico di noi utenti, ovviamente, ai quali tocca l’ulteriore sacrificio di rinunciare alla nostra terra con in più l’onere di pagare i benefici altrui nelle nostre bollette.

Se quell’ambiente non lo modificate voi lo farà il cambiamento climatico.
Sembra una minaccia tipo: “o ti dai una coltellata da solo oppure ti ammazzo io”.
Il bene più prezioso che abbiamo è la nostra terra. Non si può pensare di salvarla devastandola e non si può davvero credere di dover essere noi e la nostra terra gli agnelli sacrificali per il futuro del pianeta. Un futuro, sia chiaro, che palesemente non interessa a chi ci vuole imporre questa ennesima servitù e che ha a cuore solo esclusivamente i propri interessi.
È paradossale, infatti, che si voglia disseminare il territorio di impianti in maniera indiscriminata e contemporaneamente continuare ad alimentare un sistema che succhia e distrugge risorse a un ritmo sempre più sostenuto e insostenibile.
Asserire perciò che le comunità che si ribellano a questo assalto speculativo senza precedenti debbano essere educate alla modernità e al bello del paesaggio industriale, oltre che presuntuoso e arrogante, dà la misura degli enormi limiti di taluni, totalmente incapaci di comprendere quale sia invece il livello di consapevolezza raggiunto dalle comunità, la rabbia, la frustrazione e il profondo senso di ribellione che simili atteggiamenti possono solo contribuire a far montare.

La Sardegna è la regione col più grande divario infrastrutturale in Italia. Lo viviamo tutti i giorni con la sanità, la scuola, i trasporti, le connessioni telefoniche e internet, e una rete elettrica incapace di reggere un condizionatore in più (per chi se lo può permettere) nelle giornate di caldo torrido.

Una transizione vera si porta avanti nel rispetto dei territori e delle comunità, con l’obiettivo concreto di offrire una prospettiva in particolare a chi abita nelle aree più fragili e più a rischio, che ha un occhio di riguardo per i soggetti più vulnerabili. Perché questo dovrebbe significare la transizione: un processo studiato e applicato accuratamente per salvare noi e il Pianeta.
Sappiamo bene che non ci saranno benefici per noi né per il nostro ambiente; sappiamo bene che quell’energia non è per noi, e probabilmente non è per nessuno a causa di una rete incapace persino di trasportarla oltremare.

Non si dispiaccia chi si è presentato pensando di avere a che fare con degli allocchi e invece si è trovato di fronte delle comunità imbufalite: siamo già stati per secoli area di sacrificio per interessi esterni e non siamo più disposti a subire in silenzio questa condizione umiliante e deleteria.

da qui

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