Il repowering eolico, a dispetto di quanto si vuol far credere, non è la semplice sostituzione di un aerogeneratore con un altro più grande. Comporta il rifacimento totale dell’impianto poiché, giusto per capirci, la piattaforma che sostiene un aerogeneratore di 80 metri di altezza non può certo reggerne uno di oltre 200. Stesso discorso per i cavidotti e tutto il resto di impianti e infrastrutture a corredo.
Ne mettiamo di meno e producono più elettricità
Una torre di oltre 200 metri a cambio di due, tre da 80 metri, se può
rappresentare un vantaggio in termini di efficienza, non lo è di per sé dal
punto di vista paesaggistico e ambientale. Se ad esempio prendessimo un
villaggio di pescatori sulla costa e proponessimo di radere al suolo 100 case
per sostituirle con un palazzo di cento piani, con più posti letto e più
efficiente energeticamente, sarebbe difficile non sollevare perplessità. In
buona sostanza, la bontà delle soluzioni dipende sempre da dove si realizzano,
per quale ragione, a beneficio di chi e, soprattutto, se godono
dell’approvazione dei destinatari di quelle soluzioni.
Le torri eoliche più alte, chi le vuole, a chi appartengono e a beneficio di
chi vanno? Quell’energia in più, quale scopo ha e in quale quadro energetico si
inserisce?
Con il repowering c’è minor consumo di suolo
Minor consumo di suolo rispetto a che cosa?
La normativa attuale non impone la rimozione dei basamenti in cemento armato e
tutto quanto è interrato. Infatti, relativamente al repowering dell’impianto
tra Nulvi e Ploaghe, giusto per fare un esempio, basta andare al leggere il
piano di dismissione dei vecchi aerogeneratori per accorgersi che delle 35
piattaforme dei vecchi aerogeneratori solo la parte superficiale verrà rimossa,
il resto resterà interrato per sempre. Ciò significa che con cadenza
venti-trentennale gli impianti vengono sostituiti con altri di dimensioni via
via crescenti con conseguente ulteriore consumo di suolo – non certo minore – e
che nel giro di qualche generazione, con questo ritmo forsennato si rischia di
cementificare buona parte del suolo della Sardegna.
Il minor consumo di suolo si ha adeguando gli impianti ai reali fabbisogni
(interni e con una eventuale e nota quota di esportazione) e non realizzandone
a più non posso per accaparrarsi territorio e incentivi.
E allora tenetevi le centrali a carbone
La permanenza in vita delle centrali a carbone, così come il progetto di
metanizzazione dell’isola, non è una decisione dei sardi: è una decisione presa
dal governo italiano col beneplacito di buona parte delle forze politiche
italiane e dei sindacati confederali. Una decisione non, come si vuol fare
credere, in contrapposizione alle rinnovabili – il cui obiettivo di
installazione di 6,2 GW permane invariato – e assunta passando ancora una volta
sopra la testa dei sardi. A maggior ragione vale la domanda: maggior produzione
di energia a favore di chi?
Il sistema attuale, figlio del peggior capitalismo predatorio, è
sciaguratamente concepito per garantire profitti a tutti i grossi gruppi,
operino essi nel settore dei fossili che delle rinnovabili e, molto più spesso,
nell’uno e nell’altro.
Il tutto a carico di noi utenti, ovviamente, ai quali tocca l’ulteriore
sacrificio di rinunciare alla nostra terra con in più l’onere di pagare i
benefici altrui nelle nostre bollette.
Se quell’ambiente non lo modificate voi lo farà il cambiamento climatico.
Sembra una minaccia tipo: “o ti dai una coltellata da solo oppure ti
ammazzo io”.
Il bene più prezioso che abbiamo è la nostra terra. Non si può pensare di
salvarla devastandola e non si può davvero credere di dover essere noi e la
nostra terra gli agnelli sacrificali per il futuro del pianeta. Un futuro, sia
chiaro, che palesemente non interessa a chi ci vuole imporre questa ennesima
servitù e che ha a cuore solo esclusivamente i propri interessi.
È paradossale, infatti, che si voglia disseminare il territorio di impianti in
maniera indiscriminata e contemporaneamente continuare ad alimentare un sistema
che succhia e distrugge risorse a un ritmo sempre più sostenuto e
insostenibile.
Asserire perciò che le comunità che si ribellano a questo assalto speculativo
senza precedenti debbano essere educate alla modernità e al bello del paesaggio
industriale, oltre che presuntuoso e arrogante, dà la misura degli enormi
limiti di taluni, totalmente incapaci di comprendere quale sia invece il
livello di consapevolezza raggiunto dalle comunità, la rabbia, la frustrazione
e il profondo senso di ribellione che simili atteggiamenti possono solo
contribuire a far montare.
La Sardegna è la regione col più grande divario infrastrutturale in Italia.
Lo viviamo tutti i giorni con la sanità, la scuola, i trasporti, le connessioni
telefoniche e internet, e una rete elettrica incapace di reggere un
condizionatore in più (per chi se lo può permettere) nelle giornate di caldo
torrido.
Una transizione vera si porta avanti nel rispetto dei territori e delle
comunità, con l’obiettivo concreto di offrire una prospettiva in particolare a
chi abita nelle aree più fragili e più a rischio, che ha un occhio di riguardo
per i soggetti più vulnerabili. Perché questo dovrebbe significare la
transizione: un processo studiato e applicato accuratamente per salvare noi e
il Pianeta.
Sappiamo bene che non ci saranno benefici per noi né per il nostro ambiente;
sappiamo bene che quell’energia non è per noi, e probabilmente non è per
nessuno a causa di una rete incapace persino di trasportarla oltremare.
Non si dispiaccia chi si è presentato pensando di avere a che fare con
degli allocchi e invece si è trovato di fronte delle comunità imbufalite: siamo
già stati per secoli area di sacrificio per interessi esterni e non siamo più
disposti a subire in silenzio questa condizione umiliante e deleteria.
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