Le sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), o acidi perfluoroacrilici, sono una famiglia di composti chimici ampiamente utilizzati dall’industria. Per semplificare si tratta di acidi molto forti, resistenti maggiori processi naturali di degradazione.
Negli ultimi anni i PFAS e i loro derivati sono stati
sotto indagine per il loro effetto negativo sull’ambiente e sulla salute.
Infatti i PFAS, se non ben monitorati durante i processi di lavorazione
industriale, hanno la capacità di filtrare nelle acque sotterranee e di accumularsi
nelle piante, incrementando il rischio di ingresso nella catena alimentare.”
Una volta entrati nella catena alimentare gli acidi
tendono ad essere assorbiti dal sangue con conseguenze che sono tuttora oggetto
di numerosi studi scientifici per il loro impatto sulla salute. Come già
accennato i PFAS e i loro derivati sono ampiamente usati nei
processi industriali in svariati ambiti.
L’uso diffuso è legato alle loro caratteristiche:
stabilità chimica e termica, impermeabilità all’acqua e ai grassi, capacità di
rendere i materiali a cui sono applicati repellenti all’acqua, all’olio e
resistenti alle alte temperature. Non stupisce quindi che i PFAS vengano
impiegati per la produzione di una vasta gamma di prodotti:
Prodotti ad uso domestico: sono utilizzati per rivestire le
superfici delle pentole per conferire proprietà antiaderenti. Alcuni PFAS sono
utilizzati come emulsionanti, tensioattivi o agenti umettanti in
applicazioni come i detergenti, lucidanti per pavimenti e vernici al lattice.
Inoltre, alcuni PFAS sono aggiunti in prodotti aftermarket [di aziende terze]
(come spray idrorepellenti per abbigliamento e calzature) che sono applicati
per trattare tessuti, rivestimenti, tappeti e pelle, al fine di conferire
resistenza all’acqua, all’olio, al suolo e alle macchie.
Articoli medicali: Il carattere inerte e non adesivo dei fluoropolimeri
li rende materiali adatti per impianti/protesi mediche. I tessuti medicali,
come teli e camici chirurgici in tessuto non-tessuto, sono trattati al
fine di renderli impermeabili ad acqua ed olio e resistenti alle macchie.
Questa diffusione nell’ambiente deve essere oggetto di studio per la
prevenzione delle persone fin dalle prime fasi di vita: un esempio è uno studio
su 107 coppie madre-bambino che ha analizzato il possibile legame tra
esposizione ai PFAS in gravidanza e nei primi mesi di vita e infiammazione
intestinale nei bambini, aprendo nuovi interrogativi sugli effetti dei forever
chemicals.
L’esposizione ai PFAS, le cosiddette sostanze
chimiche eterne, potrebbe lasciare un’impronta sulla salute intestinale già
nelle prime fasi della vita. È quanto emerge da uno studio coordinato dai
ricercatori della Icahn School of Medicine at Mount Sinai e
pubblicato il 10 luglio 2026 sulla rivista scientifica Clinical Gastroenterology and Hepatology. La
ricerca ha coinvolto 107 coppie madre-bambino provenienti da
Stati Uniti e Messico, con l’obiettivo di valutare se il contatto con i PFAS
durante la gravidanza e nei primi mesi dopo la nascita fosse associato a
segnali di infiammazione intestinale nell’infanzia. Gli studiosi hanno misurato
i livelli di esposizione a diversi PFAS nelle madri e nei bambini, per poi
analizzare, fino agli 11 anni di età, la presenza di calprotectina
fecale, un biomarcatore utilizzato per individuare processi infiammatori a
carico dell’intestino. I risultati hanno mostrato che una maggiore esposizione
ai PFAS era associata a livelli più elevati di questo indicatore. Lo studio non
dimostra un rapporto diretto di causa-effetto, ma aggiunge nuove evidenze sui
possibili effetti dell’esposizione precoce a contaminanti ambientali sulla
salute dei bambini.
I ricercatori hanno analizzato la presenza di diversi
composti appartenenti alla famiglia dei PFAS durante la
gravidanza, al momento della nascita e nei primi mesi di vita. Successivamente
hanno confrontato questi dati con i livelli di calprotectina fecale rilevati
nei bambini durante il follow-up. L’analisi ha evidenziato che i
bambini maggiormente esposti ai PFAS presentavano livelli più elevati di
calprotectina fecale, suggerendo un possibile effetto sul sistema
immunitario intestinale durante una fase delicata dello sviluppo. Si tratta,
secondo gli autori, di uno dei primi studi a evidenziare questa associazione
nell’infanzia.
La calprotectina fecale è un
indicatore utilizzato nella pratica clinica per rilevare la presenza di infiammazione
intestinale. Viene impiegata soprattutto nel percorso diagnostico e nel
monitoraggio delle malattie infiammatorie croniche intestinali,
come morbo di Crohn e rettocolite ulcerosa. Il risultato dello studio non
significa che i bambini esposti ai PFAS svilupperanno necessariamente una
patologia intestinale, ma suggerisce che queste sostanze potrebbero influenzare
alcuni meccanismi biologici coinvolti nella regolazione dell’infiammazione.
Comprendere questi processi potrebbe aiutare, in futuro, a individuare meglio i
fattori ambientali che contribuiscono al rischio di malattie intestinali.
Lo studio non introduce al momento nuovi esami o
terapie per i bambini esposti ai PFAS, ma offre un elemento in più per
comprendere come l’ambiente nei primi anni di vita possa influenzare la
salute futura. Se queste associazioni saranno confermate da ulteriori
ricerche, potrebbero aprire la strada a nuovi strumenti di prevenzione, con una
maggiore attenzione alla protezione delle donne in gravidanza e dei bambini
nelle aree dove la contaminazione da PFAS è più elevata. Per le famiglie, oggi
il messaggio principale non è la necessità di sottoporre i bambini a controlli
specifici, ma l’importanza della prevenzione ambientale e
della riduzione dell’esposizione ai contaminanti. Per il Servizio
sanitario, invece, il tema riguarda la possibilità di integrare sempre
più dati ambientali e sanitari per individuare le popolazioni
maggiormente esposte e programmare eventuali interventi di tutela.
Gli autori sottolineano che il lavoro presenta alcuni
limiti. Essendo uno studio osservazionale, può evidenziare
un’associazione ma non stabilire che siano proprio i PFAS a causare l’infiammazione
intestinale. Saranno quindi necessari studi più ampi per confermare il
legame osservato, chiarire i meccanismi biologici coinvolti e capire se
questa infiammazione precoce possa avere conseguenze sulla salute intestinale
negli anni successivi. Per quanto riguarda l’Italia, per la prima volta la
Regione Veneto ha disposto il blocco della commercializzazione di prodotti di
origine animale provenienti dalle aree contaminate da PFAS nei quali sono state
riscontrate concentrazioni di PFOA e PFOS superiori ai limiti. Il provvedimento
riguarda carne bovina, fegato bovino e fegato suino.
La decisione arriva al termine di uno studio condotto
dalla Regione con l’Istituto superiore di sanità, l’Istituto zooprofilattico
sperimentale delle Venezie, Arpav e le aziende sanitarie. Sono stati esaminati
703 campioni di carne, latte e uova provenienti da 156 aziende delle zone rossa
e arancione.
Secondo i dati resi noti, 680 campioni, pari al 97%,
sono risultati entro i limiti di legge, mentre 18, il 3%, hanno superato i
tenori massimi. Otto aziende hanno presentato superamenti per PFOA o PFOS nel
muscolo bovino, nel fegato bovino o in quello suino. Per queste realtà
sarebbero state adottate misure dirette a impedire l’immissione sul mercato
degli alimenti contaminati e sarebbe stato avviato un monitoraggio
continuativo.
Nel frattempo, i risultati richiamano l’attenzione
sull’importanza di ridurre l’esposizione ai contaminanti ambientali anche per
vegetali, vino, pesci, così proteggere la salute fin dalle prime fasi della
vita.
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