giovedì 13 agosto 2026

Il politicamente corretto e il suo bisogno compulsivo di dichiararsi estraneo - Michele Zuddas

 

Bruciare le automobili di due ricercatori è un gesto vile, criminale e politicamente inaccettabile, sul quale non può esistere alcuna indulgenza, alcuna ambiguità e alcun tentativo di giustificazione, ma proprio perché ogni crimine deve essere condannato senza esitazioni sarebbe altrettanto doveroso impedire che la sua gravità venga utilizzata per costruire, in assenza di autori individuati, di movente accertato e perfino di una rivendicazione, una verità politica già pronta, confezionata non dagli inquirenti ma dal potere istituzionale, secondo la quale quell’incendio sarebbe un attacco contro l’Einstein Telescope e, per implicazione, il prodotto del clima creato da chi contesta il progetto.

L’imbarazzo nasce nel vedere quanto rapidamente il politicamente corretto, con il suo bisogno quasi compulsivo di dichiararsi estraneo a ogni forma di violenza, riesca a prevalere sulla lucidità politica, perché la preoccupazione di apparire moderati, responsabili e rispettabili finisce per spingere molti ad accettare una ricostruzione priva di riscontri, come se la paura di essere associati a un gesto criminale fosse più forte del dovere di domandarsi chi stia costruendo quella associazione, attraverso quali elementi e soprattutto con quale vantaggio politico.

Nessuno discute che un attentato debba essere isolato e condannato, ma isolare un crimine non significa aderire alla narrazione che qualcun altro ha deciso di costruirgli attorno, né accettare che un fatto ancora oscuro venga immediatamente collocato dentro il conflitto sull’Einstein Telescope, trasformando il dissenso in un indiziato morale e offrendo al potere costituito la possibilità di presentarsi come vittima della violenza proprio mentre sottrae al dibattito pubblico il diritto di contestare una scelta politica, economica o territoriale.

La Regione Sardegna non è un organo inquirente, non dispone di una verità processuale e non può trasformare una propria convenienza comunicativa in un accertamento dei fatti, ragione per cui ogni dichiarazione che presenti l’incendio come un attacco al progetto, anziché come un crimine di cui restano da chiarire autori e movente, deve essere letta per ciò che è, cioè come un atto politico, non come una conclusione investigativa, con tutte le responsabilità che derivano dalla scelta di orientare l’opinione pubblica prima ancora che emergano elementi certi.

Il potere conosce perfettamente il valore della delegittimazione preventiva, perché quando non riesce a neutralizzare il dissenso sul terreno delle idee tenta spesso di trasformarlo in un problema di ordine pubblico, di estremismo o di pericolosità sociale, e in Sardegna abbiamo già assistito al tentativo di associare la protesta contro la speculazione energetica a comportamenti violenti, costruendo attorno a movimenti civili, comitati territoriali e cittadini organizzati un alone di sospetto utile a spostare l’attenzione dalle ragioni della protesta alla presunta natura di chi protesta.

Quanto accade oggi supera dunque il merito dell’Einstein Telescope, poiché in gioco non c’è soltanto il giudizio su una grande infrastruttura scientifica, ma la possibilità stessa di esprimere un dissenso radicale senza essere collocati, attraverso insinuazioni e accostamenti, nella zona grigia della violenza, fino a rendere ogni critica più facilmente attaccabile e ogni opposizione più facilmente isolabile.

L’indipendentismo sardo dovrebbe comprendere prima di altri la pericolosità di questo meccanismo, perché un potere che oggi riesce a presentare come moralmente contiguo a un attentato chi contesta un progetto scientifico, domani potrà utilizzare lo stesso schema contro chi mette in discussione le servitù militari, contro chi si oppone alla speculazione energetica, contro chi rivendica sovranità sulle risorse dell’isola e perfino contro chi sostiene apertamente il diritto del popolo sardo all’autodeterminazione.

Accettare questa narrazione per timore di apparire indulgenti verso la violenza significa non comprendere la posta in gioco, poiché nessuno chiede di attenuare la condanna del crimine, mentre si chiede di impedire che quella condanna venga usata come lasciapassare per una colpevolizzazione politica del dissenso, che è cosa diversa, assai più sottile e, proprio per questo, molto più pericolosa.

La vera responsabilità politica non consiste nel ripetere le formule del potere per dimostrare la propria rispettabilità, ma nel conservare la capacità di distinguere tra ciò che è accertato e ciò che è utile far credere, tra un fatto e la sua manipolazione, tra la violenza reale e l’immagine della violenza costruita attorno a chi contesta, perché la democrazia non viene minacciata soltanto dagli incendi, ma anche dalle narrazioni che li trasformano in strumenti per restringere il campo del dissenso.

Chi oggi abbocca a questa ricostruzione, magari convinto di difendere la scienza, l’immagine della Sardegna o la civiltà del confronto, rischia in realtà di consegnare al potere un precedente formidabile, attraverso il quale ogni futura protesta potrà essere sorvegliata, sospettata e delegittimata prima ancora di essere ascoltata, mentre qualunque posizione realmente antagonista verrà costretta a passare il proprio tempo a dimostrare di non essere violenta, anziché discutere delle ragioni per cui esiste.

Condannare il crimine è un dovere, smascherare la propaganda che tenta di appropriarsene è un altro dovere, e confondere i due piani per timore di apparire scomodi significa rinunciare non soltanto alla lucidità politica, ma alla difesa di quello spazio democratico senza il quale nessuna protesta, nessuna idea di sovranità e nessuna prospettiva di indipendenza potranno mai avere cittadinanza reale.

da qui

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