Su Tribune, il 14 dicembre 1945, George
Orwell pubblica un articolo che passerà, così come l’evento da cui prende le
mosse, alla storia della cronaca sportiva. Si tratta dell’incontro di calcio
fra la Dinamo Mosca e l’Arsenal, uno dei match che la squadra russa giocò in
quel periodo in Gran Bretagna, e che si caratterizzarono per un livello di
acrimonia e ostilità fra squadre che faceva eco al raffreddamento dei rapporti
internazionali già pienamente in corso fra Regno Unito e URSS dopo la
temporanea alleanza antinazista. È ragionando su questi incontri che Orwell
conia la famosa frase “la guerra senza gli spari”, per descrivere lo spirito
sportivo nell’era dell’agonismo e del prestigio nazionalista.
La rubrica Orwell è tradotta in italiano dalla
traduttrice letteraria Anna Martini.
Ora che la breve trasferta della Dinamo[1] è terminata, si può dire in
pubblico quello che molte persone ragionevoli dicevano in privato, ancor prima
che la squadra di calcio arrivasse. Ovvero, che lo sport è un’inesauribile
fonte di ostilità, e che se questa visita ha avuto un qualche effetto sulle
relazioni anglo-sovietiche, ha potuto soltanto peggiorarle leggermente.
Neppure i giornali sono riusciti a nascondere il fatto
che almeno due della quattro partite giocate hanno provocato forti malumori.
Durante l’incontro con l’Arsenal, come mi ha riferito uno spettatore, un
giocatore inglese e uno russo sono venuti alle mani e il pubblico ha fischiato
l’arbitro. La partita di Glasgow, mi informa un altro, è stata un parapiglia
fin dall’inizio. E poi c’è stata la polemica, tipica di quest’epoca
nazionalistica, riguardo alla formazione della squadra dell’Arsenal. Era
davvero una selezione nazionale inglese, come sostenevano i russi, o una
semplice squadra di club, come sostenevano i britannici? E la Dinamo ha davvero
interrotto bruscamente la tournée per non giocare contro una selezione
nazionale inglese? Come sempre, a queste domande ognuno risponde a seconda
delle sue predilezioni politiche. Non proprio tutti, però. È stato interessante
osservare, quale esempio delle perverse passioni suscitate dal calcio, che il
cronista sportivo del russofilo News Chronicle ha
seguito la linea antirussa, affermando che l’Arsenal non era una selezione
nazionale. Una polemica la cui eco risuonerà per anni nelle note dei libri di
storia. Frattanto l’effetto della tournée della Dinamo, nella misura in cui ha
sortito qualche effetto, sarà stato di creare nuovo malanimo in entrambe le
parti.
E come potrebbe essere altrimenti? Mi sorprende sempre
sentir dire che lo sport crea amicizia tra le nazioni, e che se i popoli del
mondo potessero incontrarsi su un campo da calcio o da cricket, non avrebbero
nessuna voglia di incontrarsi su un campo di battaglia. Se anche non avessimo
esempi concreti (le Olimpiadi del 1936, per esempio) che le competizioni
sportive internazionali scatenano rancori frenetici, potremmo dedurlo dai
principi generali.
Quasi tutti gli sport praticati oggigiorno sono
agonistici. Si gioca per vincere, e il gioco ha poco senso se non si fa tutto
il possibile per vincere. In un campetto di paese, dove ti scegli una squadra e
non c’è di mezzo il patriottismo locale, è possibile giocare per il semplice
divertimento e per l’esercizio fisico; ma quando spunta la questione del
prestigio, quando cominci a sentire che se tu e un gruppo più esteso non
vincete, vi coprirete di vergogna, si destano gli istinti combattivi più
feroci. Lo sa chiunque abbia fatto anche soltanto una partitella di calcio a
scuola. A livello internazionale, lo sport è praticamente una simulazione di
guerra. Ma non tanto è il comportamento dei giocatori ad essere significativo,
quanto l’atteggiamento degli spettatori; e, dietro gli spettatori, quello delle
nazioni che si scalmanano per queste competizioni assurde, e credono
sinceramente – per brevi periodi, almeno – che correre, saltare e prendere a
calci una palla siano prove di virtù nazionale.
Perfino un gioco tranquillo come il cricket, che
dovrebbe esprimere più grazia che forza, può causare forti malanimi, come
abbiamo visto nel caso della polemica sul bodyline[2] e
sul gioco troppo duro della squadra australiana che è stata ospite in
Inghilterra nel 1921. Il calcio, sport in cui tutti si fanno male e per cui
ogni nazione ha un proprio stile di gioco che agli stranieri sembra scorretto,
è molto peggio. Peggiore di tutti è la boxe. Uno dei più orribili spettacoli al
mondo è un incontro fra pugili bianchi e di colore davanti a un pubblico misto.
Ma il pubblico della boxe è sempre disgustoso, e in particolare il
comportamento delle donne è tale che, se non erro, l’esercito vieta loro di
assistere agli incontri dei suoi atleti. Ad ogni modo, due o tre anni fa,
quando la Home Guard e le truppe regolari hanno organizzato un torneo di
pugilato, mi hanno messo di guardia all’ingresso della sala, con l’ordine di
non lasciar entrare le donne.
In Inghilterra, l’ossessione per lo sport non è uno
scherzo, ma passioni ancora più violente si accendono nei paesi giovani, dove
l’attività sportiva e il nazionalismo sono sviluppi recenti. In paesi come
l’India o la Birmania, alle partite di calcio sono necessari robusti cordoni di
polizia per impedire alla folla di invadere il campo. In Birmania, ho visto i
sostenitori di una squadra sfondare lo sbarramento di polizia e intralciare il
portiere avversario in un momento cruciale. La prima partita di calcio
importante giocata in Spagna, una quindicina d’anni fa, terminò in un tumulto
incontrollabile. Quando si destano forti sentimenti di rivalità, l’idea di
giocare secondo le regole svanisce sempre. La gente vuole vedere una parte
esaltata e l’altra umiliata, e dimentica che una vittoria ottenuta tramite
l’inganno o l’intervento della folla è priva di senso. Anche quando gli
spettatori non intervengono fisicamente, cercano di influenzare la partita
incitando la propria squadra ed esasperando gli avversari con fischi e insulti.
Lo sport serio non ha niente a che vedere con il fair play. È pervaso da odio,
gelosia, vanagloria, disprezzo di ogni regola e piacere sadico di fronte alla
violenza: in altre parole, è guerra senza gli spari.
Invece di blaterare della innocente e salutare
rivalità del campo di calcio e del grande contributo dei giochi olimpici
all’unione fra i popoli, è più utile chiedersi come e perché sia nato questo
moderno culto dello sport. Quasi tutte le attività sportive che oggi pratichiamo
hanno origini antiche, ma tra l’epoca romana e il XIX secolo lo sport non
sembra essere stato preso molto sul serio. Perfino nei collegi inglesi il culto
dello sport ebbe inizio soltanto sul finire del secolo scorso. Il dottor
Arnold, generalmente considerato il fondatore della moderna public school, lo considerava solo una perdita di
tempo. Poi, soprattutto in Inghilterra e negli Stati Uniti, le discipline
sportive divennero progressivamente attività fortemente finanziate, capaci di
attirare enormi folle e di suscitare passioni feroci, e il contagio si diffuse
da un paese all’altro. Ad essersi affermati sono soprattutto gli sport più
violentemente combattivi, come il calcio e il pugilato. Non ci possono essere
molti dubbi sul fatto che tutto ciò sia legato all’ascesa del nazionalismo,
cioè alla stravagante abitudine moderna di identificarsi con grandi unità di
potere e di vedere ogni cosa in termini di prestigio competitivo. Inoltre, è
più probabile che gli sport organizzati si sviluppino nelle comunità urbane,
dove l’essere umano medio conduce una vita sedentaria o almeno limitata nello
spazio, e ha scarse occasioni di dedicarsi a un lavoro creativo. In una
comunità rurale, un ragazzo o un giovane smaltisce molta energia in eccesso
camminando, nuotando, tirando palle di neve, arrampicandosi sugli alberi,
andando a cavallo e praticando vari sport crudeli verso gli animali, come la
pesca, i combattimenti fra galli e la caccia ai ratti con i furetti. In una
grande città, se si vuole dar sfogo alla forza fisica o agli impulsi sadici,
bisogna indulgere in attività di gruppo. Le gare sono prese sul serio a Londra
e a New York, come lo erano a Roma e a Bisanzio: si disputavano nel Medioevo, e
probabilmente con molta brutalità fisica, ma non si mischiavano alla politica
né erano causa di odii collettivi.
Non ci possono essere molti dubbi sul fatto che tutto
ciò sia legato all’ascesa del nazionalismo, cioè alla stravagante abitudine
moderna di identificarsi con grandi unità di potere e di vedere ogni cosa in termini
di prestigio competitivo.
Se si volesse accrescere l’immensa riserva di ostilità
che esiste in questo momento nel mondo, credo che il modo migliore sarebbe
organizzare una serie di partite di calcio fra ebrei e arabi, tedeschi e cechi,
indiani e britannici, russi e polacchi, italiani e jugoslavi, ciascuna davanti
a un pubblico misto di centomila spettatori. Certo, non voglio affermare che lo
sport sia una delle cause principali della rivalità tra nazioni; lo sport su
vasta scala è esso stesso, credo, soltanto l’ennesimo effetto delle cause che hanno prodotto il
nazionalismo. Comunque è
vero che si peggiorano le cose, mandando in campo una squadra di undici uomini
con l’etichetta di campioni nazionali a battersi contro una squadra avversaria,
assecondando la sensazione che la nazione sconfitta “perderà la faccia”.
Spero, quindi, che non daremo seguito alla visita
della Dinamo mandando una squadra britannica in URSS. Se proprio dobbiamo,
allora mandiamo una squadra di secondo piano, che sarà certamente battuta e che
nessuno possa considerare rappresentativa dell’intera Gran Bretagna. Abbiamo
già fin troppe preoccupazioni vere, e non c’è bisogno di crearne altre incoraggiando
dei giovanotti a prendersi a calci sugli stinchi fra i ringhi di spettatori
inferociti.
[1] Dinamo Mosca, la prima squadra
di calcio sovietica ospitata in Occidente. Questa trasferta in Gran Bretagna è
un evento leggendario nella storia del calcio post-bellico. (NdT)
[2] Tattica di lancio aggressiva,
diretta verso il corpo del battitore, per intimidirlo e fargli male; pericolosa
anche perché all’epoca si giocava senza il casco o altre protezioni. (NdT)
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