Uscendo da teatro, un anziano signore mi saluta. “Non si ricorda certo di me, ma sono stato suo studente alla fine degli anni ‘80”. Gli ho sorriso come un vecchio pescatore. “Quando raccontava l’effetto serra e i suoi possibili impatti ci pareva una bizzarria. E invece…”. “Alle volte anch’io temevo di essere troppo…”. Mi chiedevo spesso se ne valesse la pena. Incerto se non rimanere nei ranghi. Se avessi conosciuto allora la circolare Glaser, però, sarei stata meno incerto, più fermo e tenace; oppure, al contrario, avrei desistito? Tra l’altro, il programma del mio corso di Infrastrutture Idrauliche —allora annuale e corposo e non ridotto una periodica serie di quiz— comprendeva perfino un seminario su oleodotti e gasdotti. Un omaggio a tutti i Glaser.
Nel 1982, Marvin
B. Glaser, responsabile dei programmi per gli affari ambientali di
Exxon, inviò una lettera circolare a 15 dirigenti e manager Exxon, allegando un
documento di revisione tecnica intitolato “CO2 Greenhouse Effect, A
Technical Review”, un rapporto tecnico, preparato dalla divisione di
coordinamento e pianificazione della stessa compagnia (Hall, S., Exxon
Knew about Climate Change almost 40 years ago, Scientific American, October
26, 2015).
Glaser
affermava come il documento fornisse indicazioni “sull’effetto serra della
CO2, oggetto di sempre maggiore attenzione sia dalla stampa scientifica che
da quella popolare come questione ambientale emergente”. Egli garantiva ai
colleghi che “il contenuto di anidride carbonica nell’atmosfera era motivo di
preoccupazione poiché può influire sul clima globale.” E azzardava una stima
del raddoppio del contenuto di CO2: “intorno al 2090, in base al fabbisogno di
combustibili fossili previsto dalle proiezioni energetiche a lungo termine di
Exxon”.
Nel rapporto
Glaser c’era pure un bignamino sulla evoluzione del fenomeno: nei 25 anni
precedenti al 1982 si era registrato un aumento di circa l’otto percento della
CO2 atmosferica, che aveva raggiunto allora 340 parti per milione “una tendenza
iniziata a metà del secolo scorso con l’inizio della Rivoluzione industriale”.
Disse anche qualcosa di più; e di più sorprendente. Il suo gruppo di lavoro
prevedeva che “il raddoppio della concentrazione attuale avrebbe potuto
aumentare la temperatura media globale tra circa 1,3°C e 3,1°C”.
Glaser
affermava che “il materiale era stato ampiamente circolato alla dirigenza di
Exxon allo scopo di familiarizzare il personale sull’argomento”. E
riconosceva una “considerevole incertezza” sull’impatto
sociale del fenomeno. Il rapporto diceva anche che l’effetto serra avrebbe
potuto essere rilevato entro il 1995 o il 2020 se
la precisione dei modelli climatici fosse migliorata. Anche qui, erano previsioni
azzeccate. Non solo i modelli, ma anche i dati gli stanno dando
ragione.
Con buona
pace del compianto Antonino Zichichi, negare l’influenza antropica sul riscaldamento
globale è un esercizio più difficile che risolvere l’ultimo teorema di
Fermat, giacché uno dei maggiori responsabili ne aveva ammesso la
responsabilità quasi 50 anni fa. Exxon partecipava alla comprensione
scientifica del fenomeno, non nascondendone i rischi. Anzi, aveva approfondito
un sapere che la scienza dominante guardava con molto scetticismo. Chi poteva
prevedere —incoraggiando la ricerca climatica— e provvedere —delineando
strategie di mitigazione e adattamento— era la politica che adottò, invece, la
posizione dello struzzo.
Se nel 1990
avessi avuto notizia di questo autorevole rapporto non avrei mai scritto “Effetto Serra: istruzioni per l’uso”, uscito in
libreria nel 1994. Era già tutto previsto (cit. Riccardo Cocciante).
E, invece…, avrei dedicato più tempo al progetto di gasdotti e oleodotti,
anziché a costruire sapere climatico, rivelatosi affatto inutile agli ingegneri
ambientali.
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