Le ultime stime parlano di 1,65 milioni di libanesi che stanno affrontando la fame, 3 bambini su 4 sono malnutriti e la situazione non migliorerà a breve
Il cibo e la nutrizione dei popoli come arma di guerra. Quando un paese attraversa una crisi bellica, tra lo stratificarsi di tragedie che questo implica, ci sono anche enormi danni ecologici e agricoli. Accade in Ucraina, succede da decenni e sta succedendo in Palestina, avviene in Libano. Secondo l’agenzia di stampa libanese Nna il ministero dell’Agricoltura del Libano ha definito preoccupante la situazione per la sicurezza alimentare del Paese, rivelando che circa il 22% della superficie agricola nazionale è stato danneggiato e il patrimonio zootecnico ha subito gravi perdite (72% per gli equini e quasi la metà dei bovini) dagli attacchi di questi giorni da parte di Israele.
Secondo Human Rights Watch, l’esercito israeliano ha usato anche munizioni
al fosforo bianco, che hanno effetti devastanti sia sugli ecosistemi che
sulla popolazione. Oltre i tre quarti dei produttori locali (86% delle aziende)
sono stati costretti a lasciare le proprie terre. Le regioni maggiormente
martoriate sono al Sud del Libano e sono quelle che hanno un
ruolo strategico nel panorama agricolo (olio, cereali, frutta, ortaggi, erbe
aromatiche, legumi): il loro abbandono provoca un crollo della
produzione alimentare, perdite economiche e di posti di lavoro molto rilevanti.
Le ultime stime parlano di 1,65 milioni di libanesi che stanno affrontando la
fame, 3 bambini su 4 sono malnutriti e la situazione non migliorerà a breve
termine, anche per via degli impatti ambientali prima menzionati. In generale,
si stima che la ricostruzione del paese potrebbe ammontare a 3 miliardi di
dollari. Ma quanto vale la perdita irrimediabile di biodiversità?
Quanto vale la contaminazione del suolo con metalli pesanti? Quanto vale la
distruzione di boschi secolari?
Si tratta di danni incommensurabili. Danni che colpiscono direttamente
obiettivi civili, che violano i diritti dei contadini e interrompono la catena
di produzione e approvvigionamento alimentare di tutti. Ancora una volta la
guerra, che dovrebbe riguardare gli eserciti ed essere estremamente “precisa”,
in funzione dell’ampia disponibilità della più avanzata tecnologia; invece si
fa contro le popolazioni inermi: la retorica di una guerra moderna,
pulita, di precisione, crolla di fronte alla voragine di sangue, dolore, morte
inflitta ai civili e a Madre Terra. Anche l’idea di una guerra lontana e
localizzata è artificiosa: le guerre, nel mondo globalizzato, hanno costi
“globali” che riguardano tutte e tutti, basti pensare alle spaventose emissioni
in atmosfera di gas climalteranti e alle colossali diaspore di questi e dei prossimi
anni. Ancora una volta il cibo – la sua mancanza – è l’arma strategica
deliberatamente causata per colpire il diritto a nutrirsi dei popoli: senza
natura il cibo non si produce, per questo dobbiamo iniziare a considerare i
crimini contro l’umanità e contro l’ambiente come un tutt’uno.
*Presidente Slow Food Italia
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