sabato 27 novembre 2021

Vivere da vegani in Palestina - Nada Kitena, Michel Khoury

Quando si pensa al veganismo, vengono in mente molte immagini che potrebbero includere un hamburger di falafel molto costoso nel caffè di una capitale europea o una dieta alla moda di Hollywood composta da bacche e semi provenienti da diversi angoli del mondo. Qualunque cosa sia, raramente viene in mente la Palestina o qualsiasi altro paese arabo. Dopotutto, nel Regno unito la Vegan Society ha coniato nel 1944 la parola “vegan” prendendo l’inizio e la fine della parola “vegetarian” per denominare il movimento che lotta contro la crudeltà insita nelle industrie della carne, delle uova e dei latticini. Ma anche se il vocabolario arabo manca della parola “vegano”, secoli prima della creazione della parola vegan in lingua inglese, la storia attribuisce al poeta Al-Ma’arri di Aleppo dell’undicesimo secolo la prima poesia vegana, intitolata “Non rubo più dalla Natura.”

Secoli dopo, la parola الخُضْرِيّ (al-khodri, derivata dalla parola araba per verdure, khudra), creata dall’attivista vegano palestinese Sharbel Balloutine, è entrata nel lessico arabo all’incrocio tra salute ed etica. Inoltre, nonostante la mancanza di un vocabolario vegano, tradizioni culturali e religiose locali testimoniano la filosofia di Al-Ma’arri nella società palestinese. Pertanto, si può sostenere che l’ispirazione per la filosofia vegana palestinese si trova nella romanticizzazione da parte della musica popolare del nostro rapporto con la nostra terra o nel simbolismo delle piante nella nostra storia culturale e politica. Tali esempi vanno da un dipinto di Sliman Mansour all’allegoria dell’anguria per la bandiera palestinese. Questa immagine è stata catturata anche nel romanzo “Mornings in Jenin” della scrittrice vegana palestinese Susan Abulhawa. Abulhawa scrive: “Noi veniamo dalla terra, le diamo il nostro amore e il nostro lavoro, e lei in cambio ci nutre. Quando moriamo, torniamo alla terra. In un certo senso, essa ci possiede. La Palestina ci possiede e noi le apparteniamo”.

Diete vegane hanno radici anche nel digiuno religioso vegano praticato in segmenti della società palestinese locale, comprese le fedi islamiche e cristiane. Ogni anno, i cristiani palestinesi, come i cristiani di altre parti del Medio Oriente, digiunano per quaranta giorni durante la Quaresima in preparazione della Grande Festa. Durante questo digiuno, i fedeli sono incoraggiati ad adottare pratiche spirituali che includono l’autocoscienza e portano a una connessione spirituale con il proprio corpo. Per i musulmani che praticano la scuola di pensiero Naqshbandi Sufi, durante il Khalwa è raccomandata una dieta vegana per raggiungere l’illuminazione spirituale. Il Khalwa è un periodo di isolamento fisico e mentale dalle questioni mondane in cui i fedeli si impegnano nella spiritualità. L’implicazione che mangiare vegano aiuti a evitare il peccato e ad avvicinarsi a Dio, come praticato nelle tradizioni sia cristiane che islamiche, solleva interrogativi sull’etica del mangiare animali e sottoprodotti di origine animale.

L’impatto dello stile di vita e della salute individuale sulla salute pubblica viene sollevato regolarmente dai medici di medicina vegetale. Oltre agli effetti benefici di una buona salute spirituale sulla nostra salute fisica,  la ricerca nutrizionale ha rivelato prove a favore di una dieta a base vegetale. Documentari disponibili su Netflix come “What the Health”, “Forks Over Knives” e “Game Changers” sfidano la convinzione che carne e latticini siano necessari o addirittura benefici per la salute.

I legumi palestinesi.

Palestine Health Save, un gruppo che sostiene un’alimentazione con cibi vegetali integrali e non trasformati, organizza eventi per aumentare la consapevolezza su malattie prevenibili come le malattie cardiache e il diabete di tipo 2. Secondo il Palestine National Diabetes Program, il 15,3% dei palestinesi è affetto da diabete, un numero che supera di gran lunga la prevalenza mondiale del 6%.*1 In uno studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, è stato dimostrato che a Gerusalemme gli uomini e le donne palestinesi hanno due volte in più la probabilità di morire di malattie cardiache rispetto alla popolazione di altri paesi mediterranei.*2

Vi sono prove sostanziali che, oltre a un aumento del rischio di sviluppare il diabete, il consumo alimentare di prodotti animali come carne, pollo, uova e latticini porta a un aumento del rischio di ipertensione e malattie cardiovascolari (inclusi infarti e ictus), nonché lo sviluppo di alcuni tipi di cancro e altre malattie.*3

Così come nelle famiglie possono essere presenti condizioni mediche e predisposizioni ereditarie a molte malattie, anche le ricette di famiglia e le abitudini di vita vengono tramandate di generazione in generazione. Per la creazione di una società palestinese più sana, un’alimentazione vegana non solo offre un percorso più salutare, ma può facilmente continuare le tradizioni culinarie originarie della cultura palestinese. Ad esempio, il calcio si trova in tahini, fichi, noci varie, fagioli bianchi e ceci.*4  Le proteine possono essere sufficientemente ottenute da lenticchie, ceci, noci e fagioli, tra le altre fonti di cibo.*5 Inoltre, gli alimenti che contengono proteine ​​di origine vegetale sono preferibili a quelli contenenti proteine ​​di origine animale, dato che è probabile che anche le fonti alimentari di origine vegetale contengano più fibre.*6

Gli argomenti sollevati frequentemente dai palestinesi non vegani includono riferimenti ai pastori beduini e ai polli di proprietà familiare, suggerendo che le preoccupazioni ambientali ed etiche sollevate dal veganismo non si applicano con la stessa urgenza in Palestina come in altre parti del mondo. Queste voci si basano sulla nostalgia per il modo in cui vivevano i nostri antenati prima della Nakba. Il folklore palestinese e le storie orali dipingono immagini di una vita in cui le famiglie si riunivano per raccogliere i frutti della loro terra, quella da cui sono stati cacciati. Mentre pastori palestinesi e piccoli allevamenti a conduzione familiare ancora si vedono in Palestina, queste pratiche vengono ormai sempre più sostituite da allevamenti intensivi su larga scala in cui gli animali dalla loro nascita alla loro morte vivono confinati nello stesso spazio ristretto, senza luce solare o igiene e nutrizione adeguate. Un allevamento industriale a Beita, Nablus, ha fatto il giro dei social lo scorso anno quando un “errore tecnico” ha provocato la morte di migliaia di polli. Sullo sfondo del video, si sentono i polli sopravvissuti che cercano di stare in vita. Pertanto, l’affermazione secondo cui l’allevamento intensivo è interamente una questione dell’”Occidente” per giustificare il nostro consumo di animali come più etico o meno dannoso per la nostra salute e il nostro ambiente, è un mito che ignora la realtà in cui si è evoluto il consumismo palestinese nel secolo scorso.

Oggi, la ricerca di opzioni vegetali diverse da foul e falafel è inutile nella maggior parte dei ristoranti palestinesi. Anche i pasti tradizionali palestinesi preparati dalle famiglie, compresi gli alimenti spalmabili come l’hummus, e i piatti consumati a pranzo e cena, come l’”alayet bandora” (ndr: tegami di pomodoro, che può essere facilmente gustato senza le uova) o msakhan (cipolle caramellate servite su un pane speciale imbevuto di olio d’oliva, condito con noci e spezie), vengono ora preparate con carne macinata e pollo. Storicamente, gli animali venivano macellati come “sacrificio” alcune volte all’anno. Oggi, i palestinesi includono la carne in quasi tutti i pasti quotidiani, compresi i salumi cancerogeni per colazione o come spuntini.*7

Nello specifico, negli ultimi due decenni, l’economia alimentare palestinese ha introdotto bestiame importato allevato in fazendas brasiliane che sono complici della distruzione della foresta pluviale amazzonica. Importiamo anche i prodotti di Nestlé e delle catene di fast food americane che sono tra i maggiori inquinatori al mondo. Mentre l’inquinamento atmosferico è collegato a un aumento dei tassi di malattie respiratorie e cancro, l’inquinamento generale può esacerbare condizioni e malattie già esistenti. E niente di tutto questo parla dell’etica di ferire e uccidere altri esseri senzienti, indipendentemente dalle dimensioni della fattoria o dell’operazione, soprattutto perché i prodotti di base e i sostituti vegani sono facilmente disponibili tutto l’anno in Palestina.

Nell’ultimo anno e mezzo, il mondo ha vissuto la più grande pandemia globale in quasi un secolo. Mentre alcuni paesi in Europa e negli Stati Uniti sono stati in grado di raggiungere i loro obiettivi di un tasso di vaccinazione che si avvicina all’80% della popolazione, il sistema sanitario palestinese continua a lottare con la sua infrastruttura sanitaria limitata. Le precedenti pandemie che hanno fatto notizia per aver causato la morte di milioni di animali e migliaia di persone, come H7N7, H1N1, sindrome respiratoria acuta grave (SARS) e sindrome respiratoria mediorientale, hanno avuto origine dall’allevamento di pollame, maiali, pipistrelli, e cammelli, rispettivamente.*8 L’ubiquità della diffusione del COVID-19 nei continenti ha incoraggiato gli esperti di salute pubblica a parlare delle connessioni tra allevamenti intensivi e pandemie in un mondo globalizzato. Le Nazioni Unite hanno pubblicato un rapporto in cui affermano che “la stragrande maggioranza degli animali coinvolti in eventi zoonotici storici o zoonosi attuali sono domestici… il che è logico in quanto i tassi di contatto sono elevati”*9 Inoltre, le terribili  e crudeli condizioni di vita in cui gli animali vengono tenuti frequentemente negli allevamenti intensivi e durante il trasporto portano ad un aumento dello stress e indeboliscono il sistema immunitario degli animali. I sistemi immunitari indeboliti e stressati consentono al virus di amplificarsi all’interno di questi ospiti animali*10 il che crea le circostanze che danno ai virus una maggiore possibilità di sviluppare mutazioni che si diffondono più facilmente agli esseri umani. Con l’industrializzazione dell’allevamento e la conseguente distruzione degli habitat della fauna selvatica, gli esperti mondiali di salute non si aspettano che le pandemie scompaiano. Piuttosto, le pandemie potrebbero diventare eventi più comuni nel nostro futuro, a meno che non smettiamo di allevare e consumare animali e lavoriamo per preservare il nostro ambiente.


Nonostante gli effetti dell’industria della carne e dei latticini sui cambiamenti climatici*11 e sulla salute fisica dell’uomo, nonostante le crudeltà sugli animali presenti sia negli allevamenti di piccola scala che negli allevamenti intensivi, che includono la separazione delle madri dai loro figli, il trituramento dei pulcini maschi vivi e, infine, il massacro di esseri senzienti, gli attivisti vegani rimangono fiduciosi. Per i vegani palestinesi, non c’è dubbio che con l’aumento di ristoranti di pollo fritto e negozi di hamburger, c’è anche un aumento della consapevolezza riguardo alle fonti e all’etica presenti nei nostri pasti. I negozi palestinesi stanno introducendo nuovi cibi vegani e, sebbene non abbastanza velocemente, i nuovi ristoranti palestinesi stanno creando menu che considerano i vegani e i vegetariani.

Un nuovo gruppo noto come Vegan in Palestine organizza cene ed eventi vegani bisettimanali con l’intento di creare uno spazio per le persone che condividono i loro valori o sono interessate a saperne di più sulla filosofia vegana. Il gruppo fornisce anche servizi di consulenza ai ristoranti locali su come incorporare opzioni più salutari e vegane nei loro menu. I membri di Vegan in Palestina si considerano responsabili del cambiamento sia nelle comunità palestinesi che in quelle vegane e sperano che  la lotta per la liberazione degli animali-non umani   si unisca alla lotta per la liberazione degli animali umani. La filosofia di Vegan in Palestine è che la liberazione di sè stessi non può essere completa senza la liberazione di tutti.

Nel corso della nostra storia, noi palestinesi siamo stati conosciuti per la nostra creatività e la capacità di trarre il meglio dalle peggiori situazioni. La nostra partecipazione al movimento vegano non è diversa. Il veganismo è il futuro. Si tratta di vivere la vita con compassione, in un modo che minimizzi il danno a tutti gli esseri e valorizzi la vita in tutte le sue forme. Il veganismo sta crescendo, innovando e migliorando il mondo, con i palestinesi che lavorano in prima linea.

Nota: le informazioni in questo articolo non devono sostituire i consigli medici specifici forniti da un medico personale. Per rimanere aggiornato su Vegan in Palestine, seguici su https://www.instagram.com/veganinpalestine/ e https://www.facebook.com/VeganInPalestine.

*1 Palestine National Diabetes Program, WDF 15-1304, World Diabetes Foundation, available at https://www.worlddiabetesfoundation.org/projects/west-bank-and-gaza-wdf15-1304#:~:text=The%20prevalence%20of%20Diabetes%20in,higher%20(18%2D21%25).

*2 “Jerusalem Arabs have higher rate of heart attacks than Jews, study finds,” National Institutes of Health, available at https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1459574/.

*3 Papier et al., “Meat consumption and risk of 25 common conditions: outcome-wide analyses in 475,000 men and women in the UK, Biobank study,” BMC Medicine, 2021, available at https://bmcmedicine.biomedcentral.com/articles/10.1186/s12916-021-01922-9; Ruggiero et al. “Egg consumption and risk of all-cause and cause-specific mortality in an Italian adult population,” European Journal of Nutrition, 2021; Ding et al., “Associations of dairy intake with risk of mortality in women and men: three prospective cohort studies,” BMJ, 2019, available at https://www.bmj.com/content/367/bmj.l6204; Huang et al. Association Between Plant and Animal Protein Intake and Overall and Cause-Specific Mortality. JAMA Intern Med. doi:10.1001/jamainternmed.2020.2790; “How plant-based food helps fight cancer,” Mayo Clinic, available at https://www.mayoclinic.org/healthy-lifestyle/nutrition-and-healthy-eating/in-depth/how-plant-based-food-helps-fight-cancer/art-20457590.

*4 “Micronutrients,” Plant-Based Health Professionals UK, available at https://plantbasedhealthprofessionals.com/micronutrients.

*5 “Protein Power Up With Plant-Based Protein,” Physicians Committee for Responsible Medicine, available at  https://www.pcrm.org/good-nutrition/nutrition-information/protein.

*6 “Vegan Nutrition for Athletes,” Physicians Committee for Responsible Medicine, available at https://www.pcrm.org/good-nutrition/nutrition-for-athletes.

*7 “Processed meat and cancer: What you need to know,” MD Anderson Center, available at  https://www.mdanderson.org/publications/focused-on-health/eat-less-processed-meat.h11-1590624.html

*8 “Covid and farm animals: nine pandemics that changed the world,” The Guardian,September 15, 2020, available at https://www.theguardian.com/environment/ng-interactive/2020/sep/15/covid-farm-animals-and-pandemics-diseases-that-changed-the-world.

*9 “Preventing the next Pandemic: Zoonotic diseases and how to break the chain of transmission,” UN Environment Programme, 2020, available at https://www.cbd.int/doc/c/084c/e8fd/84ca7fe0e19e69967bb9fb73/unep-sa-sbstta-sbi-02-en.pdf.

*10 “Emerging Zoonotic Diseases: Should We Rethink the Animal–Human Interface?” Frontiers in Veterinary Science, available at https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fvets.2020.582743/full.

*11 Springmann et al., “Options for keeping the food system within environmental limits,” Nature 562, 2018, available at https://www.nature.com/doi.org/10.1038/s41586-018-0594-0.

 

Nada Kitena risiede a Gerusalemme ed è attivista di Baladi Palestine Animal Rescue. I suoi interessi includono veganismo e femminismo e la sperimentazione di piatti vegani.

Michel Khoury, MD, è un neurologo con una formazione specialistica in neuro-oncologia e malattie neuroinfettive che attualmente è docente presso la Emory School of Medicine. È anche membro di Physicians for Human Rights e co-direttore della Georgia Human Rights Clinic.

Fonte: This week in Palestine

 

Traduzione di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”

 

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