venerdì 12 novembre 2021

Il cibo non si vende più all’asta - Francesco Paniè

 

Le aste al doppio ribasso sui prodotti alimentari sono ufficialmente vietate nel nostro paese. Il Consiglio dei Ministri ha approvato ieri sera il Decreto legislativo che attua la Direttiva europea sulle pratiche commerciali sleali nella filiera agricola e alimentare, in cui è inserito il divieto di acquistare prodotti ricorrendo a gare al ribasso.

La messa al bando delle aste è un traguardo che come Terra! inseguiamo da cinque anni. Nel 2016 in un report sulla filiera del pomodoro abbiamo portato alla luce questo meccanismo di schiacciamento dei prezzi all’origine utilizzato in maniera spregiudicata dai supermercati. L’anno successivo abbiamo avviato una campagna insieme alla Flai CGIL per chiederne il divieto.

Oggi, dopo tante inchieste e denunce, arriva il risultato. Un risultato che va letto però nell’ambito di una battaglia più ampia, quella per il riequilibrio dei rapporti di potere nella filiera del cibo, governati dalla grande distribuzione organizzata: i supermercati, infatti, sono in grado di soddisfare tre quarti degli acquisti alimentari in Italia, rappresentando un passaggio obbligato per tanti agricoltori.

Per passare queste forche caudine i fornitori della GDO sono spesso costretti a firmare “contratti capestro”, che li obbligano ad assumersi il costo delle promozioni e degli sconti che la catena cliente vorrà mettere in atto, oppure a pagare lo spazio a scaffale con un prezzario variabile a seconda della posizione. In pratica più paghi, più sarai visibile.

Vengono poi imposti contributi per l’apertura di nuovi punti vendita, sconti fuori contratto, sconti retroattivi e molto altro ancora. Secondo l’Antitrust queste operazioni vessatorie erodono del 25% il fatturato delle aziende fornitrici.

A tutto ciò si aggiungono pratiche come le aste al ribasso, condotte dai buyer delle catene distributive per assicurarsi determinati stock di prodotto. La partecipazione all’asta avviene a seguito di una prima convocazione via e-mail, con la richiesta della GDO a tutti i fornitori di proporre un prezzo per la vendita di una certa quantità di merce.

Raccolte tutte le offerte, il committente convoca una seconda gara, utilizzando come base d’asta quella inferiore. Effettuando il login su una piattaforma digitale, senza sapere chi siano gli altri partecipanti, il fornitore ha pochi minuti per competere, ribassando ulteriormente nel tentativo di assicurarsi la commessa.

Nessun meccanismo legislativo regolava fino a ieri questo strumento, che appartiene ai rapporti business-to-business (b2b), molto meno tutelati dalla legge rispetto a quelli business-to-consumer (b2c).

In sostanza, l’unico vincolo è che la vendita non può avvenire scendendo al di sotto del prezzo di produzione, indicato in una colonnina all’inizio del foglio excel all’interno del quale si fanno le quotazioni. Un vincolo che, tuttavia, secondo le voci che abbiamo raccolto sul campo, è stato aggirato con qualche stratagemma.

 

Il problema delle aste è che – anche se non tutti i supermercati ne fanno uso – dettano un prezzo di riferimento, spingendo i gruppi che non le adottano a tirare comunque il prezzo per mantenere la competitività.

Può sembrare un problema lontano dai campi agricoli, ma non è così: anche se queste pratiche hanno luogo a valle della filiera, le loro ripercussioni si sentono soprattutto a monte, là dove produttori agricoli e soprattutto lavoratori della terra spandono la maggior parte del sudore per la quota minore di guadagno.

Quando abbiamo preso di mira il ruolo egemone dei supermercati, le loro pratiche vessatorie e in particolare le aste al ribasso, pensavamo proprio a collegare i due estremi della catena di produzione e distribuzione del cibo: da un lato braccianti vittime di caporalato, costretti a vivere in baraccopoli senza acqua corrente ed energia elettrica, dall’altro sfarzosi supermarket traboccanti di abbondanza sempre in saldo.

Nel mezzo, un far west di relazioni commerciali che farebbe trasalire anche Plauto, che pure con la sua espressione “homo homini lupus” dimostrava di saperla lunga già due secoli prima di Cristo.

I rapporti di filiera sono all’insegna della tensione costante, in cui ciascun soggetto gioca tutte le sue carte per spuntare un margine vantaggioso di volta in volta, di anno in anno, senza una visione a lungo termine né un sufficiente intervento pubblico a protezione di quelli più deboli.

Visto un simile scenario l’approvazione di un divieto oggi suona come l’eccezione alla regola. Noi lo prendiamo invece come un risultato importante, il segnale che quel lavoro lungo e difficile di trasformazione del sistema alimentare non è vano. E dobbiamo continuare a portarlo avanti insieme.

da qui

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