venerdì 5 giugno 2020

IL CANE E L’AGUZZINO - Annamaria Manzoni



Priolo Gargallo, provincia di Siracusa, è la località dove si è consumato l’ennesimo episodio di ordinaria ferocia: un sessantenne ha legato con una catena al parafango posteriore della sua autovettura un cane e  lo ha trascinato per kilometri, per poi fermarsi  e gettare quel che restava di lui in un campo, a mo’ di spazzatura, mentre era ancora in vita: Matteo (questo il nome con cui ci si riferisce alla povera bestia) è morto poco dopo, ridotto a carne smembrata, sul tavolo del veterinario da cui era stato portato dai soccorritori.
La reazione di rabbia impotente davanti a tale scempio è acuita dalla certezza che, se due coraggiosi ragazzi non fossero stati testimoni della scena  e non avessero avuto la prontezza di  scattare foto che riprendevano anche il numero di targa dell’auto, il ritrovamento dei resti sarebbe stato giudicato immeritevole di  ulteriore indagine, perché fatto di consueta malvagità, come dimostrano i resti di tanti animali ritrovati in discariche con segni di torture, ai quali solo nel migliore dei casi fa seguito un trafiletto su qualche notiziario locale.

Alcuni  particolari devono ancora essere accertati, ma quello che è già stato documentato basta a generare, oltre all’ orrore, alcune riflessioni.  Poco importa se Matteo fosse il cane di nessuno, randagio come tanti; o invece, come raccontano,  “appartenesse” al suo aguzzino che lo teneva legato in campagna, portandogli da mangiare e da bere quando capitava.  Quale che sia la realtà, non cambia l’oscenità di un uomo che infierisce contro un essere incatenato e indifeso, indifferente alla sofferenza che urla sotto i suoi stessi occhi. Se anche non esiste motivazione al mondo che possa giustificare tanta protervia, l’assenza di qualsiasi “ragione” appare particolarmente  drammatica: siamo di fronte al male allo stato puro: ingiustificabile, estremo, opera compiaciuta di una mente lucida;  non uno di quei delitti d’impeto, generati da emozioni che, esondando, obnubilano i pensieri, ma massacro programmato e preciso.  
Sarebbe interessante se il processo, che ci si augura venga celebrato, e presto, andasse a scrutare nel profondo la personalità di un tale uomo, alla ricerca del bandolo dell’oscura matassa della sua psiche; ma non succederà di certo, perché l’uccisione di un cane non è  ritenuta degna di un impiego di mezzi tanto onerosi: consulenti, perizie, psichiatri non sono mai al servizio della giustizia dovuta a un animale. Con buona pace di tutti gli studi che mettono in luce il link comprovato tra la crudeltà agita sugli animali umani e quelli non umani. Il chè significa che, anche in presenza di un colpevole disinteresse per le sofferenze di un cane, almeno la preoccupazione per gli umani dovrebbe spingere a ben diverse reazioni.
Sono comunque i fatti ad offrire una chiave di lettura, pur prescindendo dal meticoloso  scandaglio dell’inconscio del colpevole: e i fatti parlano di una personalità in cui la violenza è evidentemente la modalità di relazione, il modo conosciuto per alimentare un ego  bisognoso di  autorassicurazioni sul proprio valore a fronte della sua stessa pochezza:  valore che viene misurato sulla possibilità  di ferire,  tormentare, uccidere, perchè  questo è il modo miserando di affermare la propria superiorità. Una pochezza vile, dal momento che la vittima non è forte e pericolosa, ma debole  e indifesa e il luogo quanto più isolato possibile, per vedersi garantita l’impunità. Se ogni  persona è quella che è diventata coniugando il proprio patrimonio genetico con le vicende di tutta una vita, anche  il sig. Antonio R. avrà pure una sua biografia su cui sono andati sistemandosi i tasselli della sua sadica viltà; conoscerli  sarebbe utile per sapere cosa è necessario per   sollecitare le parti peggiori di noi. Parti che, considerando la diligente precisione con cui ha portato a termine l’impresa, è lecito supporre che avranno già avuto modo di esprimersi nella vita del suddetto Antonio, perché   le nostre mani così come la nostra mente non improvvisano ciò che non sanno e ciò che non sono: lo imparano, su altri corpi, su altre vittime.
Ma c’è dell’altro: perché gli atti privati sono sempre  inseriti in un contesto e  possiedono anche una portata sociale, come testimoniano tante  situazioni, su cui forse non si riflette abbastanza: è da mezzo secolo che lo psicologo Philippe Zimbardo approfondisce gli studi che provengono da un famosissimo esperimento (“L’effetto lucifero”; Stanford University,  anni ’70) , che dimostrò con evidenza come il contesto (in quel caso costruito ad hoc in una prigione) sia in grado di trasformare in brevissimo tempo le persone rendendole capaci di un  male che non avrebbero mai previsto di poter compiere. E Primo Levi, reduce dallo sconvolgimento del lager, concentrato delle mostruosità che la mente umana può ideare, ha affidato alla pubblicazione de “I sommersi e i salvati” la scrittura di  pagine preziose sulla considerazione che anche i peggiori criminali sono esseri umani tristemente ordinari, trasformati dalle circostanze: non mostri, vale a dire non quegli extraterrestri, su cui ci piace tanto gettare la responsabilità di quello che di noi stessi riteniamo inaccettabile, e che invece dimora come Ombra disconosciuta proprio nel fondo della nostra psiche, parte di noi che può restare silente o esplodere, a seconda delle situazioni. Ce ne vergogniamo e accusiamo  qualcuno con cui non abbiamo niente da condividere, neppure l’appartenenza alla specie umana.
E altre ricerche che ci dicono che anche delitti che riteniamo individuali, totalmente attribuibili alla responsabilità di un singolo individuo, come la violenza sessuale, in realtà risentono di altre variabili che, sommandosi l’una all’altra, vanno a costituirne il brodo di cultura: variabili tra cui è davvero interessante scoprire che possono trovarsi, per esempio, attività lecite quali la  caccia, insieme alla diffusione di media violenti e al numero di esecuzioni capitali (la ricerca è svolta negli Stati Uniti, dove , come è risaputo, è contemplata la pena di morte). In fondo la lezione un po’ siamo stati capaci di impararla: è da qualche anno che ogni episodio di violenza sulle donne non provoca solo la richiesta di una punizione adeguata del colpevole, ma risolleva ogni volta dibattiti e discussioni sulla necessità di contrastare la convinzione ancora diffusa, per quanto negata o misconosciuta,  che vede nelle donne esseri su cui esercitare  diritti autoconferiti. Si comincia in altri termini a capire che il   contrasto ai  femminicidi non può prescindere dalla necessità di ridefinire la cultura dominante che resta ancora intrisa dei residui delle convinzioni esplicitamente espresse fino a pochi decenni fa, che, con il riconoscimento di cittadinanza al delitto d’onore,   sancivano anche dal punto di vista giuridico la convinzione che non i diritti delle donne, ma la tutela dell’onore ferito maschile dovesse essere la vera preoccupazione. Pensiero che sopravvive sotto pelle e si riaffaccia, sotto mentite spoglie, nella motivazione di tanti comportamenti maschili.
 Riflessioni di questo genere sono tutt’altro che estranee alla vicenda dell’aguzzino del cane Matteo: anzi, in questo caso il link è molto più diretto e comprensibile e coinvolge  altri cani e altri aguzzini.  A partire dal fatto che  il piccolo paese in cui è stata portata a termine la tortura solo poche settimane prima era stato teatro, ad opera di responsabili rimasti ignoti, di  sevizie a danno di un altro cagnolino inerme, prima torturato e poi impiccato. Pura coincidenza? Se si allarga lo sguardo, la visuale ingloba un territorio più vasto, che vede la Sicilia spesso in una posizione tutt’altro che lusinghiera in tema di tutela animale: nelle sue strade ospiterebbe (il condizionale è d’obbligo in assenza di censimenti) la bellezza di 100.000 randagi, triste primato europeo; mancano per loro adeguate strutture di accoglienza; le periferie delle città si trasformano spesso in discariche di cucciolate indesiderate e i canili  fungono da depositi di cani dismessi.  A parte la squalifica morale, questa situazione comporta uno stato di cose drammatico:  gli animali a causa del loro stesso numero strabordante sono spesso considerati e trattati come pericolosi, quindi scacciati, presi a sassate o bastonate. Spaventati e in cerca di cibo, può succedere a qualcuno di loro di rendersi responsabile di un’aggressione a danno di una persona: e allora la  reazione che era lì pronta ad esplodere trova una giustificazione ad hoc per scatenarsi, perché, se la vittima è pericolosa, allora del mio infierire non mi devo vergognare, ma  posso anzi inorgoglirmi spacciandomi per difensore della collettività.
E’ all’interno di queste dinamiche che periodicamente  si registrano avvelenamenti di massa, qualcuno incapace per la prepotenza dei numeri di sottrarsi ai riflettori dei media, come fu il caso delle decine di cani uccisi a Sciacca nel febbraio del 2018. Ma ci sono cronache ancora più spaventevoli che parlano di animali inermi che neppure tentano di sottrarsi all’infierire su di loro di umani furiosi, fino alla morte: la pur coraggiosissima abnegazione di tanti volontari non ce la fa a contrastare tutto questo.
E’ necessario riflettere su come questo genere di situazioni rappresenti il brodo di cultura di comportamenti desensibilizzati: se la quotidianità è marcata dall’indifferenza verso animali in evidente difficoltà e stato di bisogno, se la cultura intorno, a partire dalle istituzioni, lungi dallo stigmatizzare, autorizza abbandoni, maltrattamenti, ingiurie, tutto si ammanta di  normalità: sono di fatto rapporti di forza, prepotenza, violenza che, essendo tanto diffusi e non perseguiti,  vengono interiorizzati e sdoganati come accettabili. E’ ovviamente una dinamica che coinvolge solo parte della popolazione, a fronte dei molti che  condannano, e ai  cittadini (e soprattutto cittadine!) sensibili, di grandissima determinazione che lottano strenuamente contro questo stato di cose, pagando prezzi elevatissimi in termini di sofferenza psichica, e non solo. Ma, in una società civile, la strada non può essere quella di  contare solo sull’eventuale appello all’empatia personale per contrastare un assetto che, nei fatti anche se non nella teorizzazione,  sopporta e giustifica il male fatto a molti. E il male fatto agli animali è un problema enorme: la Sicilia, oggi sotto accusa per i fatti di Priollo, non ne detiene certo l’esclusiva, che anzi, a macchia di leopardo, investe tutte le parti d’Italia, ognuna con la propria specificità e con altre regioni (in primis Calabria, Sardegna, Puglia, Campania e non solo), dove il problema è enorme; ma è innegabile che la vastità del fenomeno la mette spesso sul banco degli imputati.
E’ in questa ottica che urge approvare leggi che sanzionino in modo adeguato i maltrattamenti a danno degli animali: finchè le pene resteranno blande, torturare un animale sarà interiorizzato se non come lecito, comunque tollerabile, da  derubricare nel nostro codice morale a crimine bagatellaro, perché di fatto tale è considerato  nelle leggi:  leggi indispensabili per stabilire delle norme che diventino col tempo anche morali. Contestualmente alla punizione, è basilare occuparsi della  prevenzione, che ha inizio dalla  sensibilizzazione della popolazione, a partire dalle fasce più giovani,  al rispetto per le altre forme senzienti, dalla costruzione progressiva di  una cultura in cui qualunque tipo di efferatezza nei confronti di un essere debole venga ripudiata, in cui la diffusa assenza di sentimenti di empatia verso la sofferenza corrisponda ad un allarme sociale, in cui la sensibilizzazione verso tutte le vite senzienti sia prioritaria in ogni progetto educativo. Discorso non facile, certo, soprattutto in una terra in cui i diritti umani sono spesso calpestati dalle organizzazioni criminali; ma non si può cedere alla tentazione del benaltrismo, che, nell’affermazione che c’è ben altro di cui occuparsi e preoccuparsi, finisce per trovare giustificazione all’immobilismo: se le violenze, le ingiustizie, le crudeltà, contro chiunque espresse, sono considerate  inevitabili o normali, il risultato non può che essere  l’assuefazione, matrice di passività e indifferenza;  la reazione è doverosa e non può limitarsi a rabbia, stigmatizzazione,  furore reattivo.
 Il cane Matteo giustizia non l’avrà mai: non esiste giustizia per lui, morto di una morte atroce senza nemmeno capire il perché, come succede ad ogni diseredato sulla faccia della terra, che strappa ogni giorno di vita con le unghie e coi denti perché la vita è l’unica cosa che possiede, per quanto umiliata e offesa. Il monumento in Park Lane, a Londra, dedicato ai milioni di animali coinvolti nella follia tutta umana della prima guerra mondiale, i monumenti a Roma e nei pressi di Catanzaro al cane Angelo randagio di Calabria torturato fino a morire  da quattro ragazzotti sfaccendati,   sono omaggi tutt’oggi rarissimi alle vittime animali della nostra violenza: non restituiscono loro neppure  un alito di vita: sono però un monito a guardare dentro di noi per prendere atto dell’abisso di crudeltà di cui siamo capaci, e che nei confronti dei più miserabili, che sono più di tutti gli altri i nonumani, esprime il peggio di sé. Il recente  sfregio alla statua di Angelo, a Roma, ci avverte che non è proprio il caso di peccare di ottimismo.

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