sabato 6 giugno 2020

Nicola Donti: ”Innamorariamoci della vita”




(intervista di ReNero)

Che cos’è la filosofia? Quale spazio trova nella società di oggi?
Direi di farci aiutare dall’etimologia della parola filosofia che è amare (filein) il sapere (sofia), così potremmo intanto capire come l’approccio filosofico prevede una vita da innamorati.
Ma si tratta di un amore impossibile perché il sapere ultimo, la verità, è irraggiungibile: il filosofo, per come lo intendo io, è un eterno ricercatore dell’impossibile.
Del resto l’amore muore nel possesso poiché questo è statico e finito, mentre la caratteristica peculiare dell’amore è la vita, il continuo mutamento, non a caso per qualsiasi vero ricercatore la parte più noiosa sono le conclusioni.
Voi capite che un simile modello di vita è molto difficile da realizzare nella società odierna in cui viviamo di possesso e consumo.
Una vita da innamorati suona anacronistica e sterile oggi che siamo spinti ad uno spasmodico possesso per poi perdere attrattiva verso tutto quello che abbiamo: viviamo consumando le passioni, le relazioni e via dicendo.
Il pensiero critico, innamorato della conoscenza, ha bisogno di tempo e dedizione, ma nella società della fretta , dell’accelerazione questo tempo non c’è. Non c’è più tempo per pensare, per prendere coscienza, per questo oggi, c’è così poca filosofia e così tanta superficialità.

Che cos’è la relazione?
Anche la relazione con un essere vivente umano, animale o vegetale è una ricerca continua, un cercarsi continuamente per questo anch’essa muore nel possesso.
La relazione è qualcosa che va coltivato, difeso, tutelato, rigenerato. L’amore che nasce nella relazione è prima di tutto impegno, dedizione, rispetto.
Oggi viviamo in un mondo di pseudo-amicizie sui social che possiamo tranquillamente trascurare cavandocela con un post, una foto, una frasetta da cioccolatino.
Siamo ormai da tempo difronte alla terza metamorfosi antropologica: la prima è stata quella splendidamente descritta da Fromm, dall’essere all’avere e ora siamo passati dall’avere all’apparire, in cui le nostre case, le macchine che guidiamo, non sono neanche più nostre ma di finanziarie o banche; una dimensione in cui l’altro non conta come individuo ma come follower.
La relazione non può prescindere dalla “cura”, non può dare per scontato l’altro che, essendo presenza vivente, mutevole, mi dovrà sollecitare a ricercare sempre nuovi modi di amare, nuove terre in cui incontrarsi, nuovi accordi. Per questo la relazione è fatta soprattutto di ascolto, quello vero quello che non giudica ma comprende e rispetta.
Chi fa improvvisazione musicale sa di cosa sto parlando perché allenato ad un tipo di ascolto e dialogo straordinario, per cui il suo contributo non è mai in antitesi (polemica) al tema proposto dall’altro ma sempre di rinforzo e sostegno, solo così può proporre variazioni che siano un contributo vero, accettando l’altro senza dover negare sé stesso (dialogo).
La relazione si basa sulla capacità di sintonizzarsi per entrare in risonanza.
Il modello egoistico e narcisista promosso dal neoliberismo ci impone un distanziamento emotivo dato dall’accelerazione mostruosa che rende impossibile la relazione: il ritmo incalzante non consente un approfondimento né della conoscenza di sé né della conoscenza del mondo e degli altri.
Sono anni che ci stiamo allenando a seguire questo ritmo disumano, un ritmo imposto dalle macchine, da questa tecnologia che corre troppo veloce per la mente umana. Per questo avevamo finito già da tempo per vivere in superficie.
Il distanziamento sociale non è un fenomeno di oggi. È cominciato molti anni fa.
Eravamo già chiusi nelle nostre case, nei nostri mondi fatti di smartphone, tablet, pc…, eravamo già barricati dietro i nostri account. Siamo sempre connessi ma mai in relazione.
La relazione può avvenire solo nell’incontro quello vero fatto di carne e di ossa, di contatto, di odori, in presenza ecco perchè oggi è da considerarsi un atto oggi rivoluzionario.

Da cosa nasce la nostra tendenza di vivere attraverso schemi e abitudini?
La prima ragione che mi viene in mente è il controllo.
La ripetitività è uno strumento alternativo alla comprensione; comprendere un fenomeno significa comprendere quanto enorme è la parte che ci sfugge: il dono che porta la conoscenza è una sterminata prateria di ignoranza. La consapevolezza della propria ignoranza avrà condotto Socrate ad essere l’uomo più saggio ma è difficilissima da accettare.
La ripetitività, che è monotonia stereotipata, serve ad illudere di mantenere il controllo: la routine è rassicurante, perché siamo in compagnia di ciò che conosciamo (o crediamo di conoscere) ma non è detto che ciò che vediamo sia tutto ciò che esiste.
Questo porta alla seconda ragione del perché prediligiamo i tecnicismi e gli schemi.
Se allarghiamo il concetto di vita al di là della dimensione di ciò che appare, dobbiamo cambiare tutti i paradigmi e il coinvolgimento diventa estremamente profondo. Il tempo rallenta e gli orizzonti si dilatano.
L’abitudine e la convenzione anestetizzano la coscienza che di fronte al mistero della vita rischierebbe di spaventarsi e paralizzarsi.
Attraverso la rassicurante schematizzazione della vita, diventiamo più produttivi ed efficienti e contemporaneamente ci schermiamo dall’abisso dell’esistenza, credendo illusoriamente di poterlo dominare.

Come sarebbe un mondo dove i filosofi sono parte effettiva della società?
Se fossero veri filosofi ovvero veri amanti del sapere, non sarebbero necessariamente governatori (come voleva Platone) ma piuttosto dei “numi tutelari”.
Il filosofo con il suo sguardo che vuole conoscere l’origine dei fenomeni (Virgilio), i pensieri dietro le azioni, dovrebbe guidare i tecnici verso l’agire salvaguardando sempre la consapevolezza e la propria autonomia rispetto al potere.
Il filosofo è colui che si pone e propone continuamente domande, che mantiene la sua mente attenta per mettere in crisi le sicurezze dei singoli come le fragili certezze proposte dal potere (vedi gli slogan rassicuranti della politica).
In una siffatta “società filosofica” il potere costituito sarebbe costantemente sottoposto a controllo attraverso il pensiero critico che dovrebbe essere diventato patrimonio comune di tutti i cittadini attraverso l’attività più importante cui si dovrebbero dedicare i filosofi: la paideia.
Questo farebbe crescere la consapevolezza degli elettori e l’opinione pubblica, avendo sviluppato autonomo pensiero critico, avrebbe gli anticorpi alla schiavitù e eleggerebbe solo chi gli garantisse vera libertà.

Cosa pensa della situazione della scuola di oggi?
Dobbiamo assolutamente ritrovare il valore della pedagogia.
L’educazione non è neanche più insegnamento, nel senso che non solo non intende più risvegliare coscienze (ex-ducere) ma neanche lasciare un segno (in-signo), è oramai ridotta a mero nozionismo, una sorta di indottrinamento su come diventare sempre più produttivi e ben inseriti nel grande meccanismo del mercato.
Ecco perché è stato tanto facile trasferirla on-line, perché per questo tipo di scuola non è più necessaria la relazione con un maestro ma basta una buona linea di connessione per trasferire i dati da un recipiente pieno (il docente) a uno vuoto (il discente).
Oramai non c’è quasi più spazio per la formazione è rimasta solo l’informazione.
Se privilegiamo la seconda, non è più necessaria la relazione tra insegnante e allievo, tanto meno che essa sia profonda, viva e coinvolgente, può facilmente diventare completamente virtuale.
Il neoliberismo ha ben chiaro che gli anticorpi si costituiscono a scuola; una mente libera è difficile da rendere schiava, per questo è stata trasformata in un laboratorio di indottrinamento svuotato di ogni elemento erotico.
Occorre rifondare il nostro sistema educativo insegnando a pensare, a sentire ad amare. L’educazione ai sentimenti e al corretto pensare come presupposto al corretto agire. Solo mostrando l’importanza dello sviluppo armonico dell’individuo nella comunità sarà possibile difendersi dal più pericoloso dei virus, quello dell’egoismo e del narcisismo alimentato da una società aggressiva e competitiva. Solo così potremmo, forse, evitare l’autodistruzione.

Il nostro pensiero si esprime attraverso il linguaggio. Che cos’è il linguaggio e come esso forma l’individuo?
Tra tutti gli animali, siamo l’unica specie capace di un linguaggio tanto articolato.
Il linguaggio è contemporaneamente una conseguenza e un presupposto della nostra capacità di essere razionali.
Il linguaggio è lo strumento attraverso cui pensiamo noi stessi e il mondo che ci circonda e contemporaneamente ciò che ci permette di comunicarlo agli altri.
L’essere umano è tra gli animali più fragili che esistano: un uomo lasciato a se stesso è estremamente vulnerabile.
Da qui nasce, l’esigenza di elaborare un linguaggio. La consapevolezza della nostra fragilità costitutiva, ci ha spinto a cercare uno strumento di condivisione e per consolidare rapporti e collaborazioni per vincere la nostra debolezza. Diceva Pascal “L’uomo è soltanto una canna, la più fragile della natura; ma è una canna pensante” e il pensiero da forma al linguaggio e si lascia formare da esso. Risponde all’esigenza di collaborazione con cui si vice la fragilità del singolo.
Naturalmente quando parlo di linguaggio mi riferisco a quello consapevole, non come avviene oggi dove le parole vengono abusate nel linguaggio comune che cancella i significati, trasforma il nostro vocabolario impoverendo così i nostri pensieri.
Un linguaggio che perde sia i vocaboli che il loro significato è indice di scadimento della cultura e, quindi, delle opportunità di ragionamento e di relazione tra le cose e tra le persone.
Questo ci espone a un grado di fragilità sempre più grande: un linguaggio privo di contenuti finisce per tradire la ragione più importante per cui era nato, relega l’uomo ad un isolamento ancora più radicale e quindi a un grado di vulnerabilità sempre maggiore.

“ Una risata li seppellirà” e “il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi” da che parte si pone un filosofo?
“ Il riso abbonda sulla bocca degli stolti” è una locuzione latina che aveva la funzione di inibire e censurare una delle forme più alte di liberazione che abbiamo: la capacità di ridere. Veniva così etichettato il riso come sinonimo di stupidità, solo le persone sciocche trovano ragioni per ridere.
Invece proprio lo humor, a mio parere, consente di vedere le cose non negandone la drammaticità, ma ritrovando la leggerezza.
Come dico io: bisogna avere ali di farfalla per sostenere il mondo.
Calvino ci ricorda nella sua prima lezione americana dedicata alla leggerezza come nel mito, Perseo riesce a sconfiggere Medusa guardando attraverso lo scudo così da non essere trasformato in pietra; questa è la metafora di come solo uno sguardo indiretto riesce a rivelare la tragicità del mondo senza lasciarsi sopraffare, conservando la capacità di reagire. A questo serve la leggerezza del poeta-filosofo cui fa riferimento Calvino, l’unico capace di “sollevarsi sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza”.
Siamo spesso incapaci di vedere la realtà e di trovare la giusta prospettiva per poter proporre soluzioni proprio poiché abbiamo perso il potere dell’ironia.
Non solo, proprio attraverso lo humor possiamo togliere peso al potere, possiamo sottrargli quell’aura di sacralità e di paura di cui si ammanta per sottometterci e ritrovare la lucida visione e la libertà d’azione.
Una mente leggera non è superficiale, ma è una mente sveglia, vivace in grado di cogliere il senso profondo proprio perché sa stupirsi di ciò che vede, senza definirlo in una forma rigida.
La vera filosofia si configura come estrema lotta contro ogni forma di potere per questo non può che essere ricca di humor. Come diceva Nietzsche “potrei credere solo ad un dio che sapesse danzare e quando ho visto il mio demonio, l’ho sempre trovato serio, radicale, profondo, solenne: era lo spirito di gravità, grazie a lui tutte le cose cadono. Non con la collera, col riso si uccide. Orsù, uccidiamo lo spirito di gravità”.

C’è qualcosa che vuole comunicare ai nostri lettori?
Come reazione a questo decadimento che imperversa, sono nate alcune associazioni fra cui “Unialeph” l’università popolare di Mauro Scardovelli con cui ho l’onore di collaborare da 20 anni o come “Attuare la Costituzione” di Paolo Maddalena Presidente Emerito della Corte Costituzionale. Dalla loro sinergia è emerso il progetto di riportare al centro l’uomo attraverso un nuovo Umanesimo e quindi un nuovo Rinascimento seguendo le indicazioni della più bella Costituzione del mondo.
Nella Costituzione Italiana, infatti, i Padri Costituenti hanno voluto lasciare una sorta di “manuale delle istruzioni” per evitare che i prepotenti tornassero al potere. Una dettagliata articolazione di norme che si pongono quale baluardo della legalità e della giustizia sociale contro ogni abuso del potere, contro ogni schiavitù.
Il Comitato di Liberazione Costituzionale (CLC), di cui faccio parte, è un gruppo di nobili amici che mettono a frutto le esperienze maturate in più di vent’anni di lotta contro il potere neoliberista e narcisista per ripristinare la Costituzione tradita.
Siamo tutti consapevoli che i frutti di questa rivoluzione non saranno per noi e probabilmente nemmeno per i nostri figli.
Non siamo più sedotti dall’illusione del tutto e subito cui questa mentalità capitalista ci ha abituati e, quindi, pur consapevoli che alcuni cambiamenti devono essere attuati fin da subito, non siamo più vittime della fretta. Emanciparsi dall’urgenza è il primo passo per la lungimiranza.

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