mercoledì 24 giugno 2020

Pier Luigi Lattuada : “Il pensiero Femminile è una delle medicine per questa società“ – ReNero




Pier Luigi Lattuada è un medico psicoterapeuta che grazie alla propria ricerca e alla propria passione è riuscito ad andare oltre gli schemi classici della scienza e a portare l’aspetto spirituale nel suo lavoro.

Guardiamo insieme quali sono le disarmonie (che a lungo andare sono divenute patologie) della società che abbiamo creato.
Il problema principale, a mio avviso, è l’identificazione con l’ego, un eccesso di importanza personale il cui risultato è una cultura della competizione, del dominio, fondata sull’ipertrofia del razionale. Il pensiero occidentale moderno si basa sul tenere a bada tutto ciò che è mito, inconscio, spiritualità. L’idea di fondo è che la scienza attraverso la ragione, la misurazione, la ripetibilità possa costruire una società migliore. In questo modo, si sono messe da parte tutte le qualità che sono più genuinamente umane al fine di ottenere risultati.
La società è fatta di obiettivi e questo comporta predazione, competizione e conflitto. Nella nostra società, il codice della paura costruisce una struttura del dominio, tenuta in piedi dall’egemonia del razionale che mira a controllare tutto. Questa è una cultura archetipicamente maschile. L’approccio che potremmo definire “femminile” è completamente estromesso.  Il pensiero Femminile è una delle medicine per questa società.
La nostra società basata sul fare, sul produrre ci porta a un’accelerazione continua che non lascia tempo per fermarci. Viviamo presi dal raggiungere obiettivi e dalla ricerca smodata di divertimento come valvola di sfogo. È possibile creare una società in cui essere e fare siano in equilibrio? Quali potrebbero essere le chiavi per raggiungerla?
Nella vita quotidiana, nessuno si ferma, nessuno ascolta, nessuno sta dentro. È tutto basato sul pieno: riempire le giornate, riempire le tasche, riempire il proprio tempo.
Questo ha come conseguenze la paura (paura di perdere, di soffrire, di non essere riconosciuto…) e il controllo (controllare i propri passi, gli imprevisti, gli altri…). Riconoscere il codice della paura che ci determina e il bisogno di controllo che nasce dal pensiero analitico-razionale è il primo passo della trasformazione.
Rifacendoci alle grandi Tradizioni Orientali e Occidentali, scopriamo che oltre a questa modalità ne abbiamo un’altra: è possibile osservarsi pensare, osservarsi agire ; possiamo avere un atteggiamente consapevole e meditativo. Questa è una chiave.
Osservandomi, mi accorgo se sono guidato della paura e posso, quindi, assumermi la responsabilità di scegliere la fiducia.
Se non vedo quello che sto facendo, perché sono nel pieno, nel bisogno, agirò manifestando all’esterno lo stesso conflitto che vivo all’interno.
Se ho paura e mi metto un obiettivo, questo obiettivo sarà figlio della paura e sarà al servizio del potere.
L’obiettivo, la strategia dovrebbero essere al servizio dell’umanità, non sopra l’umanità.
Prima dell’agire, dovremmo mettere l’ascoltarsi e l’osservare, il riconoscere qual è la vera natura di quello che vogliamo fare e cominciare così ad andare oltre la paura e il controllo per accedere a una dimensione di fiducia dove è possibile tollerare l’incertezza e riconoscere che il versante dimenticato del femminile è ricco di un’infinità di doni.
Quando equilibriamo maschile e femminile, la spinta interna non è più solo alla conquista, al separare per ottenere ma porta con sé l’accoglienza e la fiducia. Il nostro sguardo è più solidale, fraterno e umano. La cultura che nasce da questo è una cultura della condivisione e della solidarietà.
Il sistema culturale attuale, invece, è basato solo sulla “ragione” e non può dare vita a un mondo pacifico e soddisfacente per l’essere umano. Il nostro è oggi un pensiero etnocentrico: ci dividiamo in tribù che confliggono per le differenti credenze. Dobbiamo passare a un pensiero mondocentrico: ragionare in termini planetari e creare una cultura della fiducia.
L’attitudine anche in questo momento è, invece, quella della separazione, della lotta, del cercare una risposta esclusivamente tecnica e razionale a quello che sta accadendo. Com’è accaduto che nell’uomo, ci sia stato questo squilibrio verso la sola polarità maschile?
Per rispondere a questo dobbiamo parlare dell’istituzionalizzazione del trauma.
È una storia che trova radici nel nostro passato remoto. Circa 3000 anni fa,ci furono le invasioni degli Indoeuropei. Erano popolazioni che vivevano in una condizione di costante trauma: la vita era durissima, l’emergenza era costante, vinceva solo il più forte, la donna contava poco. Quando sono arrivati qui, hanno portato la loro cultura fatta di spade e dominio.
In Europa, prima, c’era il culto della natura, della Dea Madre che è stato soppiantato dal Dio maschile che, dalla natura, è stato portato nell’alto dei cieli. Così è nata la cultura attuale, che riconosciamo essere fondata sulla forza, sul potere, sul maschile. Ecco perché ogni volta che affiora un’emergenza agiamo attuando la retorica della guerra. Il potere costituito si alimenta di questo perché di fronte allo stato di necessità, entriamo nella dinamica della delega anziché della responsabilità.
La responsabilità di cui parla si stacca dall’idea di colpa e ci pone di fronte a “luce e ombra” come due elementi fondamentali affinché si possa vedere. Si può mantenere una relazione viva con entrambe senza giudizio?
La responsabilità è l’abilità di rispondere, l’essere in grado di vedere chi sono e di conseguenza essere consapevole di quali siano le dinamiche che mi portano ad agire, pensare, sentire in un certo modo. Di fronte a questo grande atto di coraggio che è il conoscersi e l’essere onesti con se stessi, arriva la paura dell’ombra, dei nostri di difetti.
La mente razionale vuole combattere l’ombra per ottenere la perfezione. Questo è un atteggiamento limitato.
Nella tecnica, è possibile lavorare per eliminare l’errore, ma con la psiche l’approccio deve essere diverso. Dobbiamo usare una mente unitiva, in grado di integrare i vari aspetti del nostro essere. Tenebra e luce sono al servizio l’una dell’altra: entrambe sono due componenti che hanno una loro funzione essenziale. Andare oltre il pensiero razionale che divide, separa e giudica è possibile. L’osservazione consapevole porta ad accorgersi che l’ombra e la luce fanno parte di una Gestalt più ampia.
Il nostro Sé ha due caratteristiche: la capacità di auto-rinnovarsi e di auto-trascendere. L’auto-rinnovarsi è la facoltà di riconoscere cosa ci sposta dall’equilibrio e la possibilità di ritrovarlo.  L’auto-trascendenza è il saper imparare dall’esperienza ed evolvere. Affinchè queste qualità, vengano in atto occorre raggiungere la dimensione di vuoto che si trova al di tutto il rumore.
La vera consapevolezza è accorgersi che si è a casa, in se stessi, in ogni momento, fermarsi in questo luogo sacro, godere del silenzio al di là di tutti i bisogni cui diamo valore, di tutte le paure cui diamo potere, di tutti gli obiettivi che ergiamo a senso della vita. Fermarsi nella nostra casa ci permettere di ascoltare il muoversi dei pensieri e possiamo non scegliere, lasciar fluire e far affiorare così il nostro vero Sé, una dimensione di silenzio, di pace, di armonia, di connessione e di amore. Ecco che in questo modo, superiamo il giudizio, il bisogno di raggiungere la perfezione, di essere giusti e cominciamo a unire, integrare, essere completi.
Ascoltando le sue parole, riconosco la paura che c’è in me nell’avere fiducia e mi accorgo che così perdo l’incanto della vita. Perdere il contatto con il mistero magico che mi rende vivo mi allontana dal trascendente. Siamo abituati all’idea di realtà pragmatica e materiale che ci porta a definire ciò che è la normalità.
Esiste la “normalità”? E cosa significa la frase “torneremo alla normalià” che nel linguaggio di oggi viene molto usata?
La “normalità” è un concetto figlio della sola ragione, che definisce il mondo in termini di giusto e sbagliato, bene e male, salute e malattia. Se, invece, ragioniamo in termini di processo, di trasformazione, ogni evento della vita, anche il più inaspettato (come il momento che stiamo vivendo), sarà un’occasione per divenire migliori, per evolvere. Ecco che “tornare alla normalità” è un atteggiamento che deriva dalla paura e che esprime il nostro bisogno di controllo.
Uscendo da questa logica, possiamo stabilire fin da ora quali siano le cose realmente importanti per creare da questa crisi i presoppusti di un’evoluzione planetaria e totale, che abbracci l’individuo e la collettività. Se vogliamo che ciò accada dobbiamo cominciare a usare un pensiero analogico, in grado di cogliere il simbolo dietro la materia. Solo così possiamo comprendere cosa sta realmente accadendo.
Qual è il significato di questo momento, secondo lei? Cosa è venuto a dirci questo virus?
Questa è una questione delicata. Posso solo dare la mia opinione.
Questo virus colpisce gli alveoli polmonari che sono il luogo dove l’aria e il sangue si incontrano: l’invisibile e il visibile, lo spirito e la materia. È venuto a fermarci. Ci è chiesto di chiuderci in casa. Questa situazione fa sì che si possa recuperare il nostro tempo, trovare lo spazio di incontro con il nostro Sé e così osservare le nostre vite.
Ci viene ricordato che respirare è importante e non possiamo vivere sempre in affanno e che se togliamo lo spirito dalla nostra vita, viviamo a metà e perdiamo di vista ciò che è veramente fondamentale. Ci suggerisce di osservare quali sono le nostre paure, quali i valori che abbiamo fatto nostri, quale il linguaggio che usiamo e con cui descriviamo la nostra realtà.
Possiamo riconoscere la retorica della guerra e la logica della paura di cui è intrisa la vita di ognuno di noi.
Un consiglio per cominciare sin da oggi una trasformazione a chi ci ascolta.
Chiudi gli occhi e sta in silenzio per 10 minuti.

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