sabato 4 dicembre 2021

Salvare i paesi - Franco Arminio


In Italia negli ultimi decenni l’unico progetto di ripopolamento che ha funzionato è stato quello dei cinghiali. Partiamo dai numeri per capire la gravità dell’anoressia demografica. Nel 1871 Roio del Sangro, in Abruzzo, aveva 1.200 abitanti, adesso ne ha novanta. Nel 1911 Marcetelli, nel reatino, aveva 800 abitanti, adesso ne ha una sessantina, ma i residenti effettivi sono assai di meno. Nel 1911 Secinaro, in Abruzzo, aveva 2.000 abitanti, adesso ne ha trecento. Nel 1921 Drenchia, in Friuli, aveva 1.562, adesso ne ha cento. Staiti, in Calabria, aveva quasi 1.700 abitanti nel 1911, adesso ne ha duecento. Nel 1871 Castelmagno, in Piemonte, aveva quasi 1.500 abitanti, adesso ne ha meno di sessanta. Nel 1911 Lacedonia, in Irpinia, aveva più di settemila abitanti, adesso sono poco più di duemila.

Chi non si fida delle statistiche può valutare la situazione facendosi un giro. Quando arrivi in un paese non vedi la miseria, vedi qualcosa che si potrebbe riassumere in questo modo: c’era una volta la desolazione della miseria, adesso c’è la miseria della desolazione.

C’è sempre qualche persona dall’aria malandata davanti al bar. Appena ci parli senti un cuore semplice, senti che hanno il desiderio di passare un poco di tempo con te, come se il tuo arrivo li distraesse, li togliesse fuori dalla ruota della noia in cui gira la giornata. Devi sempre fare attenzione al fatto che si tratta di apparenze. Tu stai guardando delle apparenze, ogni luogo ha un nodo, un cruccio annegato in un fondo che non vedi. C’è la sensazione che i paesi siano ormai delle ragnatele e le persone che sono rimaste hanno i movimenti degli insetti caduti nella trappola. Alcuni sono fermi, rassegnati alla trappola, altri provano a muoversi. Il tuo ruolo è diverso, tu sai che sei di passaggio, puoi restare dieci minuti o un’ora. Se c’è un veleno non puoi assorbirlo, puoi solo guardare il luogo come se fosse un’installazione di arte contemporanea o un’opera teatrale.

Il paese, dunque, non appartiene più al mondo contadino, ma al mondo dell’arte. È una mutazione clamorosa e incredibilmente inavvertita. Il paese ci mostra la sua nuova natura ma sembra che non ci siano occhi per vederla. E anche chi ci sta dentro sembra voglia far parte di una storia che non c’è più, manca la consapevolezza che si è dentro una vicenda nuova. Anche per questo sono completamente fuori fuoco le varie politiche avviate negli ultimi anni dai nostri governi. Ragionano con la lente economica, parlano di servizi e lavoro, ma le azioni introdotte azionano solo se stesse, sembrano rivoli in un deserto, sembrano descrivere la luce senza darla.

Non ha dato risultati significativi nemmeno la Strategia concepita minuziosamente una decina di anni fa. Si trattava di un progetto sperimentale, ma per dare i suoi frutti necessitava di un sostegno convinto da parte delle istituzioni. Fabrizio Barca l’ha concepita quando era brillante ministro di un governo forte, con altri ministri che condividevano le sue visioni. Quel governo è caduto assai presto, sono cambiati i ministri, non è cambiata la Strategia. Forse aveva il difetto di essere troppo ambiziosa. Per avere effetti percepibili dovevano convergere tante cose: la macchina burocratica centrale e regionale doveva avere altri tempi, i sindaci dovevano avere uno spirito più innovatore, ma nei paesi ci sono più conservatori che innovatori e i sindaci che innovano non sempre vengono rieletti. Dopo Barca la Struttura che lui aveva messo in piedi ha lavorato molto e ha avuto molti ostacoli nella macchina dello Stato: i risultati non sono all’altezza delle aspettative, anche per il semplice motivo che i ministri successivi e il parlamento non si sono certo invaghiti dei luoghi marginali. Ci ha provato Giuseppe Provenzano a velocizzare la Strategia e a mettere più risorse per le aree svantaggiate, ma poi anche la sua stagione da ministro è stata breve e si è scontrata con il disastro della pandemia.

Se torniamo ai numeri è evidente che lo spopolamento non si è fermato in nessun luogo, in qualche caso è solo rallentato ma di pochissimo. In alcune aree, tipo Appennino reggiano o Lombardia, sono stati spesi gran parte dei soldi stanziati. Alcune innovazioni, come gli infermieri di comunità, funzionano bene. In altre regioni il trambusto delle carte non ha prodotto praticamente niente.

Il governo attuale non si può dire che ha nel cuore la vita dei paesi. La Strategia avrebbe bisogno di essere ravvivata. Ci sono i fornelli, manca il fuoco. Bisogna riconoscere che ci sono stati degli errori, delle lungaggini assurde: settantadue aree sperimentali vuol dire che non si può sperimentare niente, bastavano una decina; la complicazione un poco ideologica di far scrivere delle tesi di laurea ai territori più che incentivarli ad agire; i sindaci che manco se li ricordano i documenti che hanno scritto; il paradosso che una struttura fa i progetti e poi un’altra struttura li deve attuare; la questione della debolezza degli apparati tecnici dei comuni; gli indugi dei burocrati che si limitano a badare pedissequamente alla norma, più che ad avviare veramente le cose.

Quello che c’è di buono è aver capito che dare soldi per incentivare le attività economiche non serve se non si lavora allo stesso tempo a potenziare i servizi. Sanità, trasporti e scuola sono le basi a cui aggiungere le strategie di sviluppo peculiari per ogni territorio. Il governo in carica formalmente non ha dismesso niente, sembra procedere nel solco avviato, ma nella sostanza la Strategia delle aree interne è sempre più un surrogato di se stessa. E vanno avanti gli interventi usuali, la spesa più facile, quella che si è fatta anche in passato e non ha prodotto risultati.

La situazione è abbastanza chiara, servono azioni eccezionali, visto che la situazione è di assoluta emergenza. Avevamo sperato che la pandemia potesse accendere l’attenzione e invece siamo sempre alle solite logiche. Nell’ultima finanziaria per i paesi non c’è niente, come se una parte d’Italia fosse segnata solo sulla cartina geografica ma non in quella della politica. Allora più che di aree interne, bisognerebbe parlare di aree ignote.

 

La diserzione della politica è accompagnata da quella intellettuale. Continuano ad essere molto pochi gli esercizi artistici di qualche valore che gettano uno sguardo sui luoghi più sperduti. Tutti guardano verso un centro che è sempre più un deserto trascurando di coltivare il margine che forse ancora contiene delle promesse di fertilità. Un articolo di giornale non è lo spazio adatto per presentare un nuovo progetto, ma un paio di idee provo a lanciarle. La prima è sul metodo. Serve per lo sviluppo locale non persone che vengono a parlare a un seminario di tre ore e poi vanno via. Servono gli allenatori dei paesi. Una persona mandata in un territorio circoscritto, (tre, quattro paesi al massimo), e ci resta per tre anni, mettendo su casa e dialogando ogni giorno con le persone che lavorano o con quelle che potrebbero lavorare nel territorio, un agente di sviluppo locale che alla fine ha anche la responsabilità di aiutare il centro a destinare i fondi. Azioni agili con finanziamenti dati velocemente a persone precise. Correndo anche il rischio di sbagliare. Magari su dieci azioni quattro vanno male, ma le altre daranno l’idea che qualcosa sta accadendo e accenderanno un circolo virtuoso, porteranno la fiducia, cioè qualcosa che vale ancora di più degli investimenti.

La seconda questione è di sostanza e riguarda le cose più che il come. Il fuoco centrale non può che essere l’agricoltura. L’economia paesana è caduta rovinosamente. Parlare di paesi è parlare essenzialmente di terra. E capire che molti terreni sono incolti e tornano bosco. Molti altri sono impoveriti da un’agricoltura poco sensibile alle esigenze della terra. Se si vuole dare veramente un futuro alla collina e alla montagna non si può prescindere da nuove pratiche agricole, lontane dalla logica violenta dei concimi e della monocultura. Si tratta di coniugare innovazione e pratiche antiche. Serve un’agricoltura organica rigenerativa e politiche di sostegno a questa pratica. Sappiamo come si fa e sappiamo che si può fare, ma occorre posare lo sguardo sulla terra e invece siamo nel cuore di una clamorosa rimozione proprio nei luoghi che da sempre sono vissuti con il lavoro della terra.

Fondamentale è anche la questione del patrimonio abitativo. I paesi sono musei delle porte chiuse. Mediamente su dieci case otto sono vuote. Il problema è che non tutte sono prontamente abitabili. Allora lo Stato dovrebbe acquisire al Patrimonio pubblico le case di cui i cittadini si vogliono disfare, pagandole a prezzo di mercato. L’idea è di ristrutturarle in maniera molto accurata per farne dimore in cui si possa vivere bene, case antiche ma ben riscaldate, case dotate di tutte le tecnologie più avanzate, case da fittare a prezzi simbolici a chi vuole andare a riposarsi o a lavorare dai paesi. Queste case possono essere utili per il coworking: le persone possono lavorare da remoto perché avranno tutto quello che serve in termini di connessioni, di servizi, di socialità lavorativa.

Se arriva un poco di bella gioventù è un fatto enorme. I luoghi spopolati spesso sono tristi, è inutile nascondercelo. Fa eccezione il mese di agosto, quando in giro ci sono quelli che tornano e anche i residenti e questo crea una bella atmosfera festosa che però dura assai poco.

Ecco i tre punti su cui agire: servizi, sviluppo locale, desiderio. Per ripopolare i paesi devono funzionare queste tre cose. Vivere in un posto dove non ci sono aspettative sentimentali è una cosa che ti impoverisce e ti fa affiliare alla schiera degli scoraggiatori militanti, degli accidiosi. Le persone che sono rimaste sembrano ormai tutti carpentieri della sfiducia. Appena ci parli è come se avessero fretta di mostrarti la lista dei guai. Lo spopolamento produce anche un impoverimento sensuale. Ci sono meno occhi e meno orecchie, ci sono meno opportunità di trovare qualcuno da baciare. In effetti nelle settimane di agosto i paesi funzionano, basta un poco di gente e l’atmosfera cambia completamente. Bisogna partire da qui, dalla difficoltà di passare la giornata, dall’assenza di distrazioni. Anche chi compra la casa in paese poi in realtà lo frequenta poco. Si ha paura del buio, delle case chiuse. Nel paese non puoi distrarti, sei sempre a contatto con te stesso. Nelle città puoi scivolare nelle crepe delle vetrine. Dunque, la narrazione dei borghi come luoghi del buon vivere è completamente falsa. Si potrebbe vivere bene, ma si vive male. Chi è rimasto non si fa vedere in giro. Le azioni collettive sono sempre più rare, il paese, è ora di dirlo, non è più una comunità ma una sommatoria di singoli destini.

I paesi vanno vissuti da dentro, va capita la loro natura allo stesso tempo benefica e venefica. Non bisogna illudersi, non sono abitati da santi e le città non sono abitate da stronzi. Abitiamo luoghi diversi dello stesso smarrimento. Servono politiche contro lo smarrimento, servono azioni immediate sulla strada con le buche, sull’ospedale che non funziona, sulla scuola che chiude. Per rivitalizzare l’economia dei luoghi servono persone che sanno dove stanno e che hanno voglia di stare dove stanno. Alla fine è una questione d’amore.

da qui

Nessun commento:

Posta un commento