lunedì 3 gennaio 2022

Basta allevamenti per pellicce, una vittoria storica. Intervista a Grazia Parolari

 

 (foto LAV)


In tempi bui finalmente una vittoria: da gennaio in Italia finalmente non saranno più allevati animali per ricavarne la pelliccia: una vittoria storica avvenuta grazie all’approvazione della Legge di divieto di allevamento in Italia che la Lega Anti-Vivisezione (LAV) ha proposto dal 2011, ripresa nell’emendamento numero 157.04 alla Legge di Bilancio, a firma della senatrice Loredana De Petris e altri 9 senatori e senatrici.

Con il voto di fiducia del 24 dicembre dell’Aula del Senato al maxiemendamento del Governo al Disegno di Legge di Bilancio 2022, finalmente è ufficiale: l’articolo 1 commi 980, 981, 982, 983 e 9841 decreta la fine dell’allevamento e dell’uccisione degli animali per pellicce in Italia!

Di questo ne abbiamo parlato con Grazia Parolari, attivista vegana ed antispecista intersezionale molto presente nelle lotte ambientaliste locali sui territori bresciano e bergamasco, Responsabile Area Fauna Selvatica di LAV Bergamo, nonché attivista filopalestinese ed ex-rappresentante nazionale di Palestinian Animal League Solidariety Italy (PAL).

A quanto risalgono le prime proteste contro gli allevamenti intensivi per le pellicce?

Azioni e proteste contro gli allevamenti di animali da pelliccia sono iniziate in Italia negli anni 80 con campagne, presidi e volantinaggi da parte di associazioni, collettivi associazioni e gruppi estemporanei

Il 3 ottobre 1992 ci fu l’occupazione (la prima del genere in Italia) di un allevamento di volpi artiche sito in provincia di Viterbo da parte di 22 attivisti Lav. L’allevamento fu poi chiuso. In Italia allora esistevano oltre 200 allevamenti che annualmente uccidevano almeno 800mila visoni, volpi, puzzole, procioni e altri animali.

Il “bisogno” delle pellicce nasce anche dall’assunto antropocentrico che gli animali sono ad uso e consumo umano. Fino a che punto si sono spinte le nostre opulente società occidentali? Quale crudeltà vivevano i visoni in quegli allevamenti?

Ricordiamo innanzitutto che il visone è un animale selvatico che, come tutti gli animali selvatici, tale rimane anche dopo generazioni allevate in cattività.

Sono animali molto attivi che in natura coprono vaste aree, utilizzano molti rifugi, nuotano, cacciano ed esplorano il loro ambiente. I visoni adulti sono per lo più solitari ed evitano la vista e l’odore di altri visoni. Pattugliano regolarmente il loro territorio, che può avere un’estensione da 1,1 a 7,5 km, e marcano accuratamente i confini. Il nuoto e le immersioni sono suoi tipici pattern comportamentali e possono percorrere nuotando fino a 20 km al giorno.

Di contro, negli allevamenti i visoni sono detenuti in gabbie “legali” larghe 30 cm, lunghe 70 cm e alte 45 cm. Spesso gli animali sono stabulati in gabbie sovrapposte intercomunicanti e quindi (secondo l’interpretazione normativa dell’allevatore), con una superficie maggiore di quella minima prevista, ma con più animali nella stessa gabbia condizione, considerando la sua natura solitaria, particolarmente stressante già quando le singole gabbie sono ammassate l’una accanto all’altra. I visoni d’allevamento manifestano spesso comportamenti innaturali e per periodi prolungati nel corso della giornata, come il succhiarsi o mordersi la coda o altre parti del corpo sino a procurarsi automutilazioni o gravi lesioni. La mortalità entro l’anno di vita è del 20% per i cuccioli e fino al 5% per gli adulti. Comuni sono i problemi di salute quali l’ulcera gastrica, problemi renali e la caduta dei denti.

Tutti gli animali presenti in ogni singola gabbia vengono nutriti attraverso le maglie di metallo della gabbia e da un unico blocco di cibo posto in alto sopra la gabbia stessa. Questa prassi è potenziale fonte di criticità quali ferite a denti e bocca per il rischio di mordere la gabbia; episodi di aggressione tra gli animali presenti nella stessa gabbia per l’insorgere di comportamenti competitivi nella ricerca del cibo (il visone è un carnivoro e predatore e in natura non vive in branco). Gli animali possono inoltre trovare difficoltà ad alimentarsi.

Se in natura il visone può vivere fino a 11 anni, in cattività i cuccioli vengono uccisi a 7-8 mesi, mentre quelli usati per la riproduzione arrivano a 4-5 anni.

Il metodo più usato per l’uccisione è l’asfissia tramite il gas, monossido o biossido di carbonio. Camere di decompressione e rottura del collo, elettrocuzione e iniezione letale intraperitoneale di tricloroacetaldeide monoidrato o pentabarbitone sono altri comuni metodi di macellazione, tutti tesi a mantenere intatta la pelliccia. Non è raro che un visone venga scuoiato quando è ancora vivo.

Nel 2001 il Comitato Scientifico per la Salute e il Benessere Animale della Commissione Europea elaborò il report “The welfare of animals kept for fur production”. In base alle evidenze osservate in decine di allevamenti di visoni, volpi, cincillà, cane procione, nutrie, furetti, il Comitato Scientifico concluse che i sistemi di allevamento in gabbia di questi animali (ed in particolare per visoni e volpi) erano gravemente lesivi del benessere animale ed elaborò poi una serie di indicazioni che non trovarono mai riscontro né a livello legislativo, né a livello produttivo anzi….A partire dal 1 gennaio 2008 gli allevamenti in Italia avrebbero dovuto diventare «a terra», cioè senza gabbie e con pozze d’acqua per bere (come prevede a legge 17/2007). Secondo molti allevatori questo avrebbe però reso «anti-economico» e sostanzialmente impossibile allevare animali da pelliccia. Il Ministero della Salute intervenne con una circolare datata 18 gennaio 2008 in cui lasciava agli allevatori la facoltà di scegliere tra allevamento tradizionale in gabbia e quello a terra. Ovvio quale opzione venne scelta dagli allevatori.

Quale costo hanno in termini di impatto ambientale?

Come tutti gli allevamenti, gli allevamenti di visone producono una grande quantità di letame e scarti della lavorazione che, se non gestiti correttamente, hanno un significativo impatto al livello di inquinamento del suolo e dell’acqua con elevati livelli di emissione di CO2, eutrofizzazione delle acque, erosione del suolo e desertificazione, competizione con altre specie (selvatiche) nell’accesso alle risorse, oltre a tutto lo spreco di risorse vegetali destinate alla sua alimentazione invece che a quella umana.

L’impronta di carbonio per la produzione della pelliccia di visone è la più elevata tra i tessuti, superiore di 5 volte a quella della lana, che è comunque molto elevata.

Anche la concia e la tintura hanno un grande impatto sull’ambiente, infatti la pelliccia viene trattata con una miscela di sostanze chimiche come diversi tipi di cloruro di sodio, ammoniaca, formaldeide, perossido di idrogeno ed altri cromati e agenti sbiancanti, sostanze che possono avere un impatto negativo anche sulla salute umana, considerando oltretutto che nel settore della moda non esistono leggi che regolamentano i livelli di prodotti chimici ammessi nella produzione.

Gli allevamenti intensivi hanno avuto un forte impatto zoonotico nella diffusione del Covid. Come si è diffuso il virus?

Il 26 aprile 2020, in attuazione del Codice di Sanità per gli Animali Terrestri che impone l’obbligo di condividere informazioni inerenti la rilevazione di malattie emergenti negli animali, il Ministro dell’Agricoltura dell’Olanda trasmette all’Organizzazione Mondiale per la Sanità Animale una notifica per comunicare il documentato contagio da SARS-CoV-2 di visoni allevati per la produzione di pellicce.

L’informativa fa riferimento ad un anomalo incremento di mortalità, documentato il 23 aprile, in un allevamento olandese di visoni e agli esiti di positività rilevati in alcuni animali morti. Nella stessa comunicazione viene segnalato un secondo allevamento con aumento di mortalità e animali con sintomi ascrivibili ad infezione da coronavirus. Oltre ai visoni, almeno anche due lavoratori in questi allevamenti sono risultati malati di Covid-19.

Il 19 maggio 2020, il Ministro dell’Agricoltura olandese riferisce in Parlamento degli esiti degli accertamenti diagnostici condotti ed emerge che il ceppo del virus isolato nei lavoratori è lo stesso individuato nei visoni, e che ciò rende probabile che l’animale sia stato la fonte dell’infezione.

Si tratta del primo caso documentato al mondo di trasmissione di coronavirus SARS-CoV-2 da animale (visone) a uomo. Da allora, il coronavirus ha avuto una rapida diffusione in centinaia di allevamenti di visoni in Europa e Nord America; in questi allevamenti intensivi il virus pandemico introdotto dall’uomo ha potuto replicarsi infinite volte, dando origine a specifiche mutazioni poi ritrovate nuovamente nell’uomo anche mettendo a forte rischio la salute pubblica mondiale.

La catena di contagio uomo-visone-uomo è l’unico documentato spillover al mondo di SARS-CoV-2, non essendo ad oggi disponibili evidenze scientifiche che identificano altro animale ospite intermedio nel salto di specie dal pipistrello all’uomo.

Quale è stata l’azione della Lav in questi mesi?

Negli ultimi 10 anni LAV ha avviato 4 mobilitazioni nazionali (nel 2011, 2013, 2016, 2021) raccogliendo ogni volta un crescente consenso da parte della cittadinanza, e facendo presentare ad ogni inizio di nuova Legislatura proprie proposte di legge per la chiusura degli allevamenti di pellicce.

A ottobre 2021, LAV ha lanciato #VoceaiVisoni, una campagna di raccolta firme per chiedere la chiusura definitiva degli allevamenti da pelliccia in Italia. #VoceaiVisoni è il seguito della campagna #EmergenzaVisoni lanciata a metà 2020 quando, con il primo focolaio di coronavirus in un allevamento di visoni in Olanda, la LAV ha avviato un sistematico monitoraggio della evoluzione dell’epidemia tra questi allevamenti nel mondo (Europa e Nord America) e in Italia.

Risultati della campagna #EmergenzaVisoni della LAV (maggio 2020 – settembre 2021)

o abbiamo scoperto e dato notizia del primo allevamento italiano di visoni focolaio del coronavirus (Capralba, Cremona); o abbiamo documentato violazioni in allevamenti italiani alle minime norme di biosicurezza finalizzate ad evitare l’introduzione del coronavirus in questi allevamenti (a Cremona, Brescia, Padova); o abbiamo pubblicato il rapporto Fashion Spillover, con una puntuale descrizione della evoluzione della epidemia tra gli allevamenti di visoni (evidenze scientifiche, risk assessment per la salute pubblica, dati sui test nei visoni, provvedimenti adottati dai governi di diversi paesi, ecc.); o abbiamo ottenuto uno screening diagnostico obbligatorio (dato che da subito era emerso che i visoni sono prevalentemente asintomatici nella infezione da SARS-CoV-2); o abbiamo ottenuto un divieto (temporaneo) di riproduzione sino al 28 febbraio 2021; o abbiamo ottenuto la proroga a tutto il 2021 del divieto di riproduzione (evitando così la nascita di 40mila cuccioli di visone altrimenti destinati a diventare pellicce e, contestualmente anche nell’interesse della Salute Pubblica, abbiamo ridotto in modo significativo il rischio di formazione di nuovi focolai); o abbiamo documentato e dato notizia del secondo focolaio allevamento italiano (Padova); o abbiamo ottenuto in sede di Consiglio Europeo dell’Agricoltura (AGRIFISH del 28 giugno 2021) l’impegno formale dell’Italia per un divieto europeo agli allevamenti di pellicce.

Risultati della campagna #VoceaiVisoni della LAV (settembre – dicembre 2021)

o Abbiamo documentato l’abbattimento dei 3.000 visoni presenti nel secondo allevamento focolaio (di Padova) e intercettato già da febbraio; o abbiamo raccolto, nuovamente, il consenso e il supporto di decine di migliaia di italiani che hanno firmato la nuova petizione per chiedere la definitiva chiusura degli allevamenti di pellicce in Italia, raggiungendo quasi 50.000 firme in meno di due mesi; o abbiamo fatto presentare emendamenti, ai Decreti con misure anti-Covid prima ed alla Legge di bilancio poi, per accompagnare alla definitiva dismissione gli ultimi 5 allevamenti italiani di visoni e vietare, per sempre, l’allevamento di animali per la produzione di pellicce in Italia.

Dall’1 gennaio 2022, in Italia, la crudeltà degli allevamenti intensivi per pellicce finirà. In cosa consiste questa vittoria?

DIVIETO dal 1° gennaio 2022 è vietato allevare, fare riprodurre in cattività, detenere, catturare o uccidere animali, di qualsiasi specie (non solo visoni), per il principale scopo di ricavarne pellicce.

SMANTELLAMENTO Entro il 30 giugno 2022 i 5 allevamenti che attualmente detengo visoni ed altre 5 strutture che però sono senza animali, dovranno essere smantellate.

ANIMALI Con Decreto del Ministero della Transizione Ecologica e dei Ministeri di Agricoltura e Salute, da emanare entro il 31 gennaio, saranno regolate le modalità di eventuale cessione, sterilizzazione e detenzione dei visoni in strutture preferibilmente gestite direttamente o in collaborazione con associazioni animaliste riconosciute.

Con questa legge ci associamo così quindicina di Paesi europei che già avevano deciso negli anni e nei mesi scorsi la chiusura di questa tipologia di allevamenti.

Ovviamente questo è solo un tassello. Come Lav quali lotte state continuando a condurre su questi temi?

LAV da tempo si confronta con il mondo delle aziende della moda nell’ambito delle politiche di Responsabilità Sociale di Impresa ed ha contribuito al raggiungimento di policy fur-free adottate da aziende moda come Armani, Gucci, Prada e retailer come Ynap Group.

Questa attività si inserisce nel progetto Animal Free Fashion, lanciato nel 2015 e che propone un Primo Rating etico (LAV) per la valorizzazione delle aziende Moda “Animal Free”, suddiviso in 4 livelli: sostituzione della “pelliccia animale” (livello di Rating: V); “piume” (VV); “seta e pelle” (VVV); “lana” (VVV+). Più materiali animali un’azienda s’impegna a non utilizzare, migliore sarà il livello di rating raggiunto. Si tratta dunque di un rating premiante, in quanto tutte le aziende che saranno valutate si sono dotate di almeno una politica aziendale “senza pellicce”.

https://www.lav.it/aree-di-intervento/pellicce/allevamenti-di-visoni

https://www.lav.it/campagne/covid-visoni

https://www.lav.it/news/animal-free-moda-etica

1 https://www.senato.it/leg/18/BGT/Testi/Allegati/00000359.pdf

da qui

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